Utente:Xavier121bis/prova

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EDGARDO POE




STORIE INCREDIBILI


SAGGIO E VERSIONE


di


B. E. MAINERI








MILANO

Tipografia Pirola

1869.

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Proprietà letteraria.



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EDGARDO POE

Tra le facoltà più atte a destare in noi il sentimento della meraviglia e dell’ammirazione vuolsi per certo annoverare la fantasia o, a dirla altramente, l’imaginativa; la quale, allora che si chiarisce col suo più fervido e brillante colorito e mostrasi d’una singolarità più unica che rara — la singolarità del genio — si rende capace degli effetti più mirabili e grandiosi. È in essa e per essa che, in arte, abbiamo il genere fantastico, il meraviglioso, genere tanto più raro e difficile quanto più facili e spessi possono essere gli scogli in cui s’imbatte l’artista cadendo nelle trivialità del ridicolo e del grottesco, soliti peccati delle nature pusille e mediocri. [p. 4 modifica]

La letteratura che convenientemente appropriasi le qualità del meraviglioso e le doti felici del fantastico, otterrà sempre gli effetti più forti e ammirabili, in modo speciale per gli spiriti mobili e dilicati e per le gentili e peregrine nature portate alle speculazioni mentali ed al ritiro.

Ogni manifestazione letteraria, presa nel suo complesso, ci appalesa una peculiare forma del pensiero; e la letteratura, se per un lato è varia e molteplice secondo la differente energia delle umane facoltà, rappresenta sempre per l’altro una specie di local colorito, assume, cioè, un aspetto che riflette costantemente l’indole, le aspirazioni, i bisogni d’una data gente, d’un dato paese; è la spontanea forma della coscienza e del pensiero della nazione cui serve.

Giova pertanto ammettere la perenne influenza del clima, del cielo, delle ragioni storiche, topografiche, tradizionali, ecc. sugli atti della nostra mente, sui moti del nostro cuore, in modo che il lavoro dell’arte chiarisca nel suo complesso la fisonomia della propria epoca, l’indirizzo di una speciale gente.

Dalle quali ragioni di fatto emergono le così dette letterature nazionali, che sono altrettante caratteristiche dello spirito dei vari popoli, legate nullameno tra loro e poste in armonia nell’uniformità e comunanza dello scopo, ch’è [p. 5 modifica]incontrastabilmente e invariabilmente per tutti umanitario e civile.

Tuttavia è qui pregio il notare che la singolarità d’uno scrittore non vale sempre a riflettere l’indole speciale d’un popolo; avvegnachè di spesso i requisiti delle sue facoltà, rifiutando ogni norma stabilita dall’uso o consecrata da’ principii, rivelino piuttosto una prerogativa nobilissima e svariatissima dell’individuo, riottosa ad ogni freno e legge, anzi che una partecipazione o derivanza d’uno spiccato carattere della propria razza.

Allora, cotali individui entrano a rappresentare nel campo letterario quanto di più volubile o lato esservi possa nelle elocubrazioni della mente; e, maestri abilissimi nell’arte d’esporre le più minute e cangianti parvenze del pensiero, usano i modi mirabili del fantastico a trarre, a commuovere, ad affascinare gli animi. — E qual più valente coloritore del letterato e del poeta, visionari per eccellenza, interpreti sagaci e geniali de’ più intimi entusiasmi, ministri primissimi e fecondi d’ogni più varia ragion dello spirito e del cuore?

Tra le nazioni che per ispeciale tendenza di natura sieno maggiormente tratte a quelle grandiose e strane manifestazioni dello spirito, certo è da annoverarsi in modo singolare la tedesca; la quale o per leggi dell’antica sua mitologia, [p. 6 modifica]o pei fasti conseguenti de’ suoi primi abitatori, o per la fosca natura de’ suoi cieli e l’influsso delle stesse sue terre, sembra compiacevolmente aggirarsi in una vaga nebulosità, ottemperare allo spirito mistico di sue leggende, discorrere gli astrusi e reconditi cicli delle speculazioni sue.

E nondimeno tali cause o disposizioni o caratteri, dissimili secondo i tempi, i luoghi e le genti, hanno sempre una ragion di essere congetturale o relativa, e molte fiate anzi la specialità o virtù di certe nature pare venga a distruggere ogni saggia e logica induzione a’ generali principii dell’osservatore; fatto che, nel caso, comproverebbe giustamente non tanto le qualità universali dell’uomo individuo quanto il privilegio d’individue nature.

Le quali idee appunto trovarono accesso, per rispetto al Poe, in noi, considerando la sua larghissima vena nel creare il fantastico, nello svegliare il meraviglioso, e studiando questo scrittore incontrastabilmente massimo in un genere sì poco consentaneo e poco a verso della propria nazione, dispregiatrice suprema d’ogni sottigliezza e ripiego metafisico; imperciocchè nessun popolo, com’è noto, per principii ed indole è più materialista ed utilitario del popolo delle Americhe.

Sotto il quale rispetto Edgardo Poe nel nuovo [p. 7 modifica]mondo potè sembrare un’anomalia e un controsenso; e la stessa sua vita errante e travagliata varrebbe ad offrire giuste e curiose osservazioni a chi si piacesse di perscrutare le recondite cause di un troppo apparente disordine.

In Germania puossi trovare chi più spiccatamente lo somigli in Ernesto Teodoro Guglielmo Hoffmann; e la vita stessa di questi due scrittori fantastici offre tali punti di contatto, che quasi quadrerebbe il rilevarli, pur indipendentemente dal loro merito artistico. Le loro abitudini morali, le sregolatezze, i contrasti dell’uno e dell’altro stabiliscono rapporti curiosi e degni delle più sottili induzioni. E nondimeno nell’appresentare all’occhio le mende d’uomini forniti delle più nobili e mirabili facoltà dello ingegno, havvi sempre qualche cosa che impone e addolora nello stesso tempo; vi è un non so che di pietoso o meglio di amorevole che ci spinge all’obblio, facendoci quasi persuasi che là dove gli entusiasmi della mente si mostrano più fervidi e pieni, ivi sia maggior debito d’indulgenza, una più forte ragione a miti consigli. Forse qui taluno potrebbe levarsi oppositore a cotal modo di vedere; ma non abbiamo noi inteso a sentenze, non mirato a pronunziare apoftegmi. Crediamo tuttavia che tale sentimento individuale possa avere il suo lato di buono; ed anzi egli è di tale natura che onestamente teniamo debba averlo. [p. 8 modifica]

A proposito dell’Hoffmann ecco quanto scriveva Gualtiero Scott: «Allevato pel foro, cuopriva da principio in Prussia parecchi uffizi inferiori nella magistratura; ma ridotto presto a vivere della sua industria, ebbe ricorso alla sua penna ed alla sua matita, oppure compose musica per teatro. Questo cambiamento continuo di occupazioni incerte, quest’esistenza errante e precaria produssero senza dubbio il loro effetto sopra uno spirito particolarmente suscettivo di esaltazione e di scoraggiamento, e resero più variabile ancora un carattere già tanto incostante.»

«Hoffmann infiammava ben anche l’ardore del suo genio con frequenti libazioni, e la sua pipa, compagna fedele, lo involgeva in una ammosfera di vapori. Il suo esteriore stesso indicava la sua irritazione nervosa. Egli era piccolo di statura, il suo sguardo fisso e selvaggio, che sfuggiva attraverso ad una folta capigliatura nera, svelava quella specie di disordine mentale, di cui sembra avere avuto conoscenza egli stesso quando scriveva nel suo giornale questo memorandum, che non si può leggere senza un movimento di raccapriccio:

« — Perchè nel mio sonno come nelle mie veglie i miei pensieri si portano soventi, e mio malgrado, sul tristo soggetto della demenza? Mi sembra, lasciando libero il corso alle idee [p. 9 modifica]disordinate che s’innalzano nel mio spirito, che esse mi scappino, come se il sangue spicciasse da una delle mie vene, che fosse per rompersi. »

Nullameno, havvi per l’osservatore una causa, cui deve attribuirsi un grande influsso, non solo in ogni opera d’arte, ma e specialmente negli atti e nell’intiera vita dell’ artista. — Ogni lavoro essendo, complessivamente, determinato dallo stato generale dello spirito e dai costumi predominanti di questa o di quell’epoca, l’arte non fa che afferrare e mettere in evidenza il carattere dominante degli oggetti e delle cose. In oltre, com’è noto, il sommo della coltura tende a risciogliere maggiormente le idee, a dare loro fluidità maggiore, più estensione, una elasticità sommamente analitica e quasi perfetta: lo spirito quindi si allontana sempre più dalle immagini, dai rapporti, dalle forme materiali e sensibili, raccogliendosi completamente in sè stesso e completamente usando l’energia d’ogni sua nobile facoltà. — Ora, se avvenga che per ragione d’indole, di tendenze e di principii l’artista trovisi affatto in urto con la maggior parte dei suoi concittadini; se avvenga che, soggiacendo ad una grande mobilità di sentimento, ad una fatale prerogativa di fantasia, più duramente risenta l’attrito e provi l’isolamento della società in cui vive, — ei certo scivolerà di facile nelle crudezze dello sconforto, si volgerà [p. 10 modifica]men restío alle tentazioni dello scettismo, s’abbandonerà quasi baldo alla foga delle passioni delire.

Tra le quali circostanze eccezionali l’ingegno si desta, si avviva e piglia, diremmo, una tensione d’elasticità straordinaria, di moltiforme potere, donde ha luogo una fantasia tutta propria, sui generis, singolare nell’arte, singolare nel carattere stesso della nazione. Ma è una forza tutt’affatto subbiettiva, la quale tuttavia nella sua estrinseca manifestazione ha o mostra di avere un non so che di somigliante a quella dei venerati responsi delle Sibille a Babilonia, a Delfo, a Cuma. Specialità, se vuolsi, fatali e talor disgustose, ma che non sono perciò meno atte a comprovare il fatto. — In Hoffmann, per esempio, allorché il vino aveva scaldato la sua fantasia, la conversazione si faceva gaia, copiosa di epigrammi, di frasi argute e di sali; e, se non parlava, davasi al disegnare, e in una taverna di Berlino scorgesi ancora conservato un albo istoriato di suoi umoristici disegni.1 La pipa ed il bicchiere erano i dispensieri obbligati degli estri più stravaganti e proteiformi di quell’uomo singolare.

Ma qui ci sembra dover estendere maggiormente le nostre idee, affinchè qualche sagace [p. 11 modifica]osservatore non ci appunti di avere trascurato certe ragioni filosofiche del caso.

La natura in ogni suo procedimento s’addimostra con legge d’antitesi, e le stesse moltiformi e molteplici faccie della sua eterna bellezza sono, in ogni suo ordine, perennemente nuove e perennemente splendide, appunto per la fatale e feconda legge dei contrasti, che manifestasi dappertutto nella materia, nell’intelligenza e nelle stesse forme morali.

Ogni grande individualità artistica spicca generalmente pei suoi medesimi oppositi. Essa ha, come Giano bifronte, due faccie — la luminosa e la oscura; due istinti — il fisico o animalesco e l’eroico o angelico; due coscienze — la buona e la malvagia. Nè è tanto superficiale e frivola la vecchia sentenza, «che ogni poeta o artista abbia dello stranio;» che anzi nessun adagio ebbe maggior dose di vero del presente. Noi non accenneremo i presumibili criteri nostri sulla ragione filosofica o fisica o morale per cui un individuo, per esempio, roso dal verme dell’ambizione o dall’avarizia o dalla crudeltà, abitualmente e con ostentazione favelli di modestia, di prodigalità e di filantropia e simili; o viceversa. Potremmo benissimo chiamare in aiuto le scienze mediche e i criterii comparativi delle discipline biografiche; ma, a nostro avviso, non avremmo maggiormente affermato [p. 12 modifica]l’esistenza di certi principii, poichè questo fenomeno — se tale dirsi voglia — appartiene esclusivamente all’essenza della natura umana.

L’idealità è il mondo del poeta, e l’idealità gli rappresenta in fantasmi, coloriti mirificamente dalla fantasia e vivificati dagli affetti, l’anelito finale di quella bellezza e di quella felicità ch’ei va sognando. Per lui la contemplazione della vita si fissa sui modi, sulle forme e sul fine intimo della perfezione; e tanto più il suo spirito si accende e si esalta nel campo infinito di quelle ispirazioni, quanto più forte ed anormale è la reazione che prova ritornando alla coscienza della realità che lo stringe. Ei considera ciò che dovrebb’essere, e si ribella a ciò che veramente è; in una parola, è coscienza ed istinto di tutto quanto lo circonda e lo comprende.

Per lo quale rispetto il poeta è reazione, reazione potente dello spirito sulla materia, è il rovescio della medaglia umana nell’età che discorre. Le cause che traggon le masse alla materiale speculazione, al cómpito positivo, all’utilitarismo, son quelle medesime che spingon lui nella via opposta dell’ideale, che lo disgiungono, lo separano, t’elevano in un’ammosfera strania, di antitesi, opportuna o inopportuna a’ suoi tempi. Nè credansi questi fatti di natura proprio singola, particolare; no: e’ si moltiplicano e dilatano con mirabile facilità, quasi con [p. 13 modifica]esiziale influsso. Ne volete una prova? Rivolgetevi alla stessa giovane America, questa grande e fortunosa patria dell’utilitarismo; e là troverete le prime e più potenti aberrazioni dello spiritismo — tavole semoventi, parlanti, evocazioni dei morti, ecc., ecc. — E non soltanto turbarvi le coscienze piccole, gl’intelletti deboli, ma uomini di conosciuto criterio, di fermi propositi, tanto da svegliarvi una specie di pubblica commozione e trarre la inferma quistione persino nella aula del Senato. Nè questi son fatti esclusivi, ma si potrebbero riscontrare, sotto, veste diversa, usando bene dei criterj, nelle più differenti plaghe del gemino emisfero, perchè son dovunque figli della natura, che in ogni luogo e in ogni tempo si addimostra con le sue anomalie, si rivela, con la sua alterna bellezza e singolarità.

Con questi dati vi sarebbe più forse a stupire di trovare Edgardo Poe in America?

Che! non è forse con questo stesso metodo, metodo d’antitesi, che noi potremmo rinvenire in questi ultimi tempi in Italia un valido esempio, d’indole assai ben diversa, nel grande ed infelice Recanatese? Non potrebb’egli il filosofo, studiando la solenne, virtuosa e sconfortante immagine di Giacomo Leopardi leggervi le miserie della patria, le umane nequizie, la lotta e l’obblio della ragione? Ma che andiam [p. 14 modifica]noi mai citando il Leopardi? Non abbiamo forse, più innanzi, il Tasso e il Galileo, i quali se valgono a dimostrare la perennità, la varietà, la fecondità dell’ingegno italiano, anche in secolo di massima decadenza, le loro vite bastano a dimostrare a viceversa quanto fosse indegna di essi, da essi discorde la nazione in quel secolo? Osservazione giustissima, convalidata dalle stesse parole del Balbo2.

Con ciò non intendemmo che ad alzare come il velo di certi fatti che di per sè varrebbero a suscitare una quistione altrettanto ardente quanto profonda; ma ci basta avere accennato una causa che riduce al suo vero valore i più appariscenti e cozzanti fenomeni dell’ordine morale — intellettivo con quello della materia.

Le eccezioni poi a queste disarmonie della materia con lo spirito costituiscono la vera sintesi della perfezione artistica umana, la quale nell’antichità pigliò nome da Omero, nel medio evo da Dante, nell’era moderna da Goethe.

Enrico Heine, Vittore Hugo, Schelley, Keats, Elisabetta Browning, Edgardo Poe, Balzac, Delacroix, Decamps e non pochi dei nostri connazionali poeti e pittori, passati e contemporanei, varrebbero a comprovare le antitesi, superiormente accennate, dei primi. [p. 15 modifica]

Ma torniamo al Poe.


Carlo Baudelaire, che tradusse in Francia i Racconti straordinarj, discorse della vita e delle opere di sì fantastico scrittore con critica saggia ed erudita, quasi addimostrando più che il freddo interesse dello studio e dell’arte, un amore profondo, amichevole e fraterno nel rivendicare la fama del Poe dai giudizj dell’americano Griswold, notissimo scrittore, il quale parvegli mettere a nudo i difetti dell’infelice suo compatriota ed amico con colorito men degno d’un’imparziale censura storica, che di un’invida e partigiana natura di privati sentimenti.

Non si spetta qui a noi il giudicare sulle ragioni del biografo americano e del francese, alieni così da ogni controversia come da un minuto e fisicoso esame al proposito: ma se ei pare aversi a rispettar in ogni sentenza privata e pubblica la verità, non è men vero però che le si debba far correre di conserva una cotale discrezione o fratellevole carità. Chè, nel dire il vero, questo havvi sempre di pregievole e imprescindibile — il decoro, qualità la quale senza offendere i fatti sa rispettare le persone, la cui assenza potendo parere inurbanità o invidia coi vivi, non di raro si qualifica irriverenza e sacrilegio con i defunti.

Il perchè ci riduce a prodigare la nostra [p. 16 modifica]debole ma giusta lode al Baudelaire, che tanto amore ci pose nelle cose del Poe, sebbene (e da ciò vegga il lettore l’imparzialità di chi scrive) nelle brevi notizie sul gran novelliere siasi per noi studiato di pigliare imparzialmente le orme dall’uno e dall’altro, anzi qua e là pure tener d’occhio Guido Cinelli, che per sua confessione accostavasi al Griswold. Il Cinelli, dico, che non solo con penna schietta e forbita diceva del Poe, ma dava ancora una degna versione del Doppio assassinio in via Morgue e del Ritratto ovale nella Biblioteca Nuova del Daelli, il quale, come ognun sa, dovette scontare ben amaro la colpa di dare buone opere al paese, perchè sventuratamente oggidì in Italia ha corso privilegiato sul libro il foglio volante, volgarmente gazzetta, il libercoletto ed il libercolo.

Rimettiamoci in carreggiata.

Or ecco per mettere in armonia le affermazioni nostre sulla forza di certe circostanze e più peculiarmente su l’influsso di certe abitudini, qual’è in tal caso quella dello sbevazzare, rispetto all’attività di nostre facoltà intellettuali; ecco, ripeto, come il Baudelaire, con parole che riflettono una sottile saggezza ed una cortesia pietosa, conchiude a proposito delle eccessive e perniciose libazioni cui abbandonavasi il prediletto suo scrittore: [p. 17 modifica]

«In molti casi, non certamente in tutti, io ho per fermo che l’ubriachezza di Poe fosse un mezzo mnemonico, un metodo di lavoro, metodo energico e mortale, ma proprio della passionata sua natura. Il poeta erasi dato al bere così come un letterato compíto s’esercita a far quaderni di note. Ei non poteva reggere, il meschino, al disío di svegliarsi visioni meravigliose e terribili, que’ sottili ed artificiati concepimenti che egli aveva incontrato in una precedente tempesta; eran vecchie conoscenze che imperiosamente il traevano, ed egli, il buon uomo, per riappattumarsi con esse pigliava la via più pericolosa, ch’era però la più dritta. E parte oggi giorno di ciò che forma, leggendo, il nostro vivo piacere, è ciò che l’uccise

Per verità se quest’ultima frase può sembrare truce, è non pertanto profondamente filosofica e mesta...

Taluno invero parve pigliarsela con quella sottigliezza metafisica, con quella quasi indefinita linea di scopo, con una specie di fantasticheria troppo allucinatoria non sempre adatta a stomachi digiuni ed agl’ingegni men che colti e gentili; con quel fare, insomma, che nell’analisi acuta del fatto superiormente trascende, alieno talora da ogni rispetto a’ principj così come da convenzionali ragioni. E pure questo fare per noi è criterio di ben altri giudizj, e [p. 18 modifica]ci dà prova speciale di sue elevate e straordinarie facoltà.

Nè il silenzio giova.

In questo secolo della materia, delle società di credito e delle borse, osare, come Poe, immettersi nel fantasmagorico mondo degli spiriti, evocarne i sogni e le molteplici svariate parvenze, non sarebbe stato cómpito possibile senza una virtù d’immaginazione potentissima come la sua; e tanto più quando si pensi ch’egli, americano, trovavasi di fronte al più duro positivismo, in mezzo ad un popolo sommamente, completamente utilitario, materialista, in somma, in tutta la forza delie tendenze, delle teorie, dei principj. Accoppiare la terribilità al valore dei concepimenti, disposare la satira alla filosofia con l’efficacia di una forma nuova, con un tessuto letterario d’una singolarità più unica che rara, egli è certamente proprio d’una natura fervida, d’una potenza di peculiari facoltà, a cui il dado dell’avversa sorte riesce come di sprone e d’incitamento.

Sui meriti poi di quest’arte noi cediamo intieramente la penna al succitato scrittore francese, i cui giudizj oltre all’essere perfettamente cónsoni ai nostri, rivelano un’esattezza compiuta, una dirittura per ogni verso squisita. Si vegga.

«Nel seno di questa letteratura dove l’aria è rarefatta, lo spirito può patire una angoscia [p. 19 modifica]vaga, una tema pronta alle lagrime e quel malessere del cuore ch’è proprio dei luoghi immensi e singolari. Ma fortissima si leva l’ammirazione e, d’altronde, l’arte è sì grande! Gli sfondi e gli accessori sono propri ai sentimenti dei personaggi. Solitudine di natura o moti di città, tutto ivi è descritto con brio nervoso, con fantastica vena. A guisa di Eugenio Delacroix, che sollevò l’arte sua all’altezza della grande poesia, Edgardo Poe si compiace di muovere le sue figure sugli sfondi azzurri e verdastri di quadri solenni, dove si distende la fosforescenza di corpi dissolventisi, e si presente l’avvicinarsi della tempesta. La natura così detta inanimata partecipa della natura degli esseri viventi, e, com’essi, è côlta da brividi ed impaura per tremito soprannaturale e galvanico. E l’oppio misura lo spazio immane, e l’oppio dà un senso magico a tutte le tinte, e fa vibrare ogni romore con una sonorità più significativa e solenne. Di quando in quando scene di grande magnificenza, sprazzate di luce e di colori incantevoli che s’aprono d’improvviso su intieri paesaggi, dove in fondo in fondo ai loro strani orizzonti vedi levarsi città orientali, e forme architettoniche perdentisi in distanze su cui il sole versa mirifico i mille colori della sua pioggia d’oro.»

I personaggi del Poe, o piuttosto l’ideale [p. 20 modifica]di Poe, l’uomo dalle facoltà acutissime, l’uomo dai rilassi nervi, l’uomo la cui volontà focosa e paziente lancia una sfida alle difficoltà più irte, quegli il cui sguardo si fissa con la durezza di una spada sugli oggetti che grandeggiano man mano ch’ei li fissa, — questo tipo, dico, è Poe stesso. E le sue donne, tutte luminose e malate, che muoiono dei mali più bizzarri, che parlano con voce ch’è suon musicale, — quelle donne non sono che lui, lui stesso; o almeno con le loro aspirazioni strane, col loro sapere, con la eterna loro melanconia, fortemente partecipano alla natura del loro creatore. Quanto poi alla sua donna ideale, alla sua Titanide, essa appare sotto aspetti differenti, ci mostra vari ritratti messi quà e là nelle sue poesie poco numerose, ritratti o piuttosto maniere di sentire la bellezza, che il temperamento dell’autore accosta e confonde in vaga ma sensibile unità, e dove vive forse più delicatamente che altrove quest’insaziabile amore del bello, ch’è il suo grande e vero titolo, o il sommario de’ suoi titoli all’effetto ed al rispetto dei poeti.»3

Si può dipingere meglio?

Che se talora, come sopra cennammo, la fisionomia dello scopo ha potuto parer indecisa [p. 21 modifica]e vagante, la sagacia dell’osservatore non seppe però molte fiate convenientemente addentrarsi nello spirito del poeta e nelle ragioni dell’argomento; — nè certo noi con ciò disconosciamo il fin supremo dell’arte, che in ogni tempo e in ogni luogo esser deve costantemente lo stesso, accoppiare cioè indissolubilmente il bello ed il buono, e facendola così ancella operosa e costante dello spirito e della morale coscienza.

Nè tuttavia sarebbe il caso di grande severità, se meglio si fissasse il principio, o se con più convenienza si tenesse dietro a tutte le manifestazioni sue. Che! non ci commuove essa dunque con sempre nuovi ed ineffabili tripudi la eterna danza degli astri s’un cielo? — Non è sempre religiosamente solenne il miracolo del creato in sul tramonto del sole? o lo spettacolo della vita esuberante alle prime linee porporine dell’aurora? — O una distesa di cielo interminata? o le rabide convulsioni della bufera devastatrice? o l’imperversare furente dell’Oceano? Anzi l’arte, imitando la natura secondo le aspirazioni dell’ideale, non fa che versare un raggio della sua eterna bellezza, che ne circonda, accendendo il cuore al vero per tutte le possibili e indeterminabili parvenze del bello, comprovando la moltiforme virtù delle nostre facoltà nel cómpito dell’imitare e del creare. [p. 22 modifica]

Nel quale uffizio il Poe riesce poeta sommo e straordinario davvero, e nessun più di lui sa con maggior finezza e grazia colorire metafisiche fantasie, nessuno scuoprire quella specie di meccanica del pensiero, la quale d’ipotesi in ipotesi, d’idea in idea, di principio in principio trae ad induzioni sottili, curiose e stravaganti quanto vuolsi, ma veramente ingegnose, piene di spirito e fino artifizio e talora d’una mirabile filosofia, non indegna di speciali apprezzamenti.

Non lo dissimuliamo certo: no; questa non è letteratura per noi; non è letteratura del nostro cielo, dell’indole e delle tradizioni nostre, del genio italiano. Noi possiamo benissimo comprenderle, queste forme dello spirito, possiamo ammirarle e valutarne convenientemente i pregi, non trasfonderle, immedesimarle in noi. Il classicismo greco— romano, tutto classicismo di plastica, che offre le sue tele con colori vivaci, semplici, armoniosi, sensibili, naturali, non è pretta convenzione di questa o quella scuola, di una setta, di un’accademia qualunque; ma deriva dalle suddette fonti, proviene da cause che possono essere modificate nelle differenti ragioni di epoche o di civiltà, non distrutte nella natura o sorgente loro, che rimane essenzialmente la stessa. — Ma è dessa forse letteratura americana, o inglese, o francese, o alemanna o qual’altra si voglia? — Ad altri più [p. 23 modifica]sagaci interpreti dei motivi dell’estetica il rispondere. Noi teniamo, sì, che il pensiero umano manifestisi con parzial colorito a seconda di questo o di quel luogo, di quella o di questa êra, ma non teniamo tale principio come assoluto, specialmente quanto agl’individui, le cui facoltà possono andare modificate e corrette, o rimanere in piena balía di sè stesse per virtù di certe circostanze e privilegio specialissimo di loro natura.

Per lo che l’individuo artista entra a rappresentare una delle più strane e mirifiche faccie della grande personalità umana, ossia della nostra mente; e tramanda un raggio fulgidissimo di una delle potentissime facoltà dello spirito, tanto più stupendo ed efficace quanto più avrà saputo approdare ad una nobile meta. E lì crediamo di giudicare con giustizia e verità!

E questo abbiamo noi avuto di mira nello studiarci di diffondere maggiormente in paese, mercè la presente versione, alcuni dei molti Racconti straordinarj, qua e là spigolati secondo il nostro gusto, di questo scrittore singolare; e li intitolammo Storie incredibili, quasi a qualificarne con giusto rigore l’indole e la natura loro.

Del merito poi della versione stiamo ansii alquanto, chè misurando la debolezza delle nostre forze e l’arte squisita da simili lavori richiesta, [p. 24 modifica]ne abbiamo ben donde; avvertiamo tuttavia che, appropriandoci il più che ci fu possibile le fantasie del poeta; insinuandoci secondo il debil nostro gusto e tendenze nelle regioni dell’animo suo, ci siam renduti scrupolo d’incarnarle, diremmo, nel pensiero italiano e di colorirle con forme e modi che riuscendo più aggradevoli al gusto nostro, traducessero nondimeno con efficacia maggiore e con ispirito di maggiore evidenza i concetti del grande americano.

Ci saremmo per avventura riusciti?

Non osiamo sperare tanto, e molto facciamo a fidanza con la cortesia del pubblico.

Intanto noi crediamo aver fatto opera buona, per intento, s’intende, con l’esposizione di questo saggio, avvegnacchè ci parve degno far conoscere ogni nuovo aspetto del pensiero letterario universale, — ogni fase, ogni rappresentazione di ogni raggio d’una delle più fulgide nostre facoltà — l’immaginazione.

Altri invero l’avrebbe potuto fare con maggior dirittura di criterj, acume di critica, valor di senno; noi invece ci siamo solo armati delle nostre buone intenzioni, e...

Ma bando alle parole vane: affrettiamoci solo a compiere al cortese lettore le notizie biografiche sul Poe.


Davide Poe avendo veduto un giorno Elisabetta Arnold, attrice inglese, celebre per la sua [p. 25 modifica]bellezza, ne fu preso irresistibilmente; e, abbandonati i suoi studi legali, fuggì con essa, la rendette sua moglie e, quasi a fermare in più soda maniera il proprio al di lei destino, si diede pure all’arte comica.

Era ragguardevole in Baltimora la famiglia Poe. In fatti, nella gloriosa guerra dell’indipendenza americana il di lui avo aveva fatto servizio in qualità di quarter-master-general, riportandone la stima e l’amicizia dello stesso Lafayette; il quale nel visitare più tardi gli Stati Uniti, alla cui redenzione aveva tanto efficacemente cooperato, volle vedere la vedova del generale e mostrarle la gratitudine serbata ai servigi del defunto marito.

Per sei o sette anni Davide Poe trasse sua vita sui principali teatri dell’Unione; ma la fortuna non poteva arrider molto ai talenti di una ordinaria mediocrità; e quando l’un dopo l’altro, a brevissimo tempo, i due coniugi vennero a morte, i figli loro trovaronsi senza tetto e senza pane, e, com’era naturale e forse peggio, senza un avviamento al mondo.

Gli orfani sventurati nomavansi Enrico, Edgardo e Rosalia.

Edgardo era nato a Baltimora nel 1813, come ei stesso sostiene contro il Griswold, che ne fissò a due anni prima la data. Ma il giovinetto trovava tosto un protettore amorevole nel [p. 26 modifica]signor Allan, ricco negoziante di quella città, uomo cordiale e già intimo dei Poe, che così divenne il patrono di rampolli infelici; e fece adozione di Edgardo, e il tirò su con benevolenza e cura paterne: onde il giovane nomossi da allora Edgardo Allan Poe.

Era desso di forme bellissime, di spiriti precoci e pronti, in modo che non tardò a dare nel genio della signora Allan che, non essendo confortata di figli, quasi lo predilesse di materno affetto; ed ei pure a ricambiarla, onorandola, di condegno amore.

Nulla mancava quindi alla sua prima educazione; — e gli adottivi genitori in un viaggio che intrapresero per l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda, il lasciarono per quasi un quinquennio presso il dottore Bransby, alla scuola di Stoke — Newington, presso Londra. Le rimembranze di quella sua beata fanciullezza vennero dappoi mirabilmente disegnate e dipinte nella nota novella: Guglielmo Wilson.

Rimpatriato nel 1822, frequenta per alcuni mesi la scuola di Richmond, e, più tardi, fra il 1825 entra nell’Università di Charlottesville, dove le vivaci e potenti qualità del suo ingegno non tardano a dargli spicco e favore nel pubblico. Nè soltanto la singolar vivezza di sua mente lo rende primo negli studi, ma l’esuberanza di ogni sua facoltà lo spinge innanzi a’ compagni [p. 27 modifica]nell’esercizio della scherma e del nuoto, nella prontezza e facondia del dire; e da quel suo fare fervido e ghiribizzoso, dalla sua tendenza al declamare, dalla sua grazia e riuscita nel recitare ed esporre, si chiarisce ch’egli è preso dell’arte e figlio d’artisti.

Nondimeno, a che celarlo? gli amici ed amorevoli suoi furon côlti da tristi presagi. Rivelavansi nel giovane istinti e tendenze di passioni sinistre, tumultuose, audaci: la fervida natura e lo straordinario ingegno, sdegnosi di freno, prorompevano già con pertinace violenza; nè i consigli sennati e severi parevano allentare la balda foga dei baldissimi anni. Da allora, il giuoco, la crapola e la sfrenatezza lo strinsero nelle loro spire, e lo fecero colpevole di tali eccessi, per cui l’autorità scolastica videsi costretta di espellerlo dall’universitario consorzio.

Lo stesso Allan, l’amico e protettore suo, si era ormai scosso e spazientito alle ripetute scappate, facendo sentire di non volerne più sapere del pagare i debiti del giuoco, che Poe con grave sconsideratezza andava facendo, mercè tratte spiccate sul nome di Allan. Allora, stizzito e stracco, lascia l’America e s’avventura all’Europa in cerca di emozioni nuove, di più soddisfacente avvenire. E un’idea cavalleresca gli è sprone e sembra compiacevolmente esaltarlo nei sogni di un classico passato. Lo [p. 28 modifica]commuovono i fasti della Grecia risorta, della Grecia che, emula delle eroiche virtù de’ suoi maggiori, rompeva il giogo odiato del Turco per rimettersi nel seggio delle civili nazioni. Ma il viaggio del Poe in Oriente è incerto, misterioso ed oscuro, e, tra mezzo a scapigliature molteplici, eccolo un anno da poi a Pietroborgo, dove pare che la rilassatezza de’ modi e le giovanili ebbrezze gli abbian procurato nuovi disgusti, peripezie novelle.

Se non che per gli obbliganti uffizi di Enrico Middleton, ministro americano, fatto libero dall’arresto in cui era incorso, e ottenute dal medesimo gentilezze e sussidj, lancia la fortunosa Europa e nuovamente passa in America. Dove, riabbonitosi con Allan, entra per ispeciale sua cura nell’accademia di Westpoint (il primo istituto militare, com’è noto, dell’Unione), nel quale tuttavia, incapace a rimettersi degnamente in sè, non tarda a cadere negli antichi falli. Per i quali, casso in fine ed espulso, è costretto a dar nuovo indirizzo alla sua vita, in considerazione soprattutto delle mutate e difficilissime sue circostanze.

L’Allan di fatto, caduto in vedovanza, era passato in seconde nozze nell’ancor valida età di quarantasei anni; ma gli umori della nuova moglie trovando vivo attrito e grave disarmonia in Edgardo, ne avvennero scede, bisticci ed [p. 29 modifica]allusioni d’ogni sorta amare sulle nuove nozze. Onde, non atto al cedere, nè al contenersi capace, il giovane diè un ultimo addio alla casa del vecchio protettore, confidente a pieno nelle speranze della giovinezza e nei favori di una sorte men restia ed ingrata.

Nè più si volsero a suo favore le disposizioni di Allan, il quale venuto a morte dopo otto anni di convivenza con la seconda moglie, senza menomamente risovvenirsi dell’antico figliuolo adottivo, divise ogni avere a’ suoi tre figli ottenuti da questo matrimonio.

All’epoca della quale morte, 1834, il Poe, contava appena i vent’anni; onde, tenendo conto che già da otto s’era allontanato dall’antico protettore, se ne può inferire ch’ei si trovasse in pienissima balía di sè stesso tocchi appena i quattordici anni, attore incauto ed inesperto in questo pericoloso e fatale teatro della umana società, tra la livida miseria che da mane a sera allibivalo e il fuoco di passioni proterve che gli esaltava il fervore degli spiriti ridondanti.

Si conobbe. Era d’uopo lavorare percorrendo un cammino; lo tiravano le belle lettere e la fantasia facile e pronta; ei chiese l’ispirazione alla sua musa. Allora, occorrendo cioè i diciannove anni, diede fuori un volumetto di poesie, accolte dal pubblico con benevolenza discreta; ma, siccome il bisogno stringeva e quelle [p. 30 modifica]strettoje rendevansi ognor più insopportabili, pensò volgersi a scrivere pei giornali, occupazione tuttavia che non gli valse il prezzo da lui atteso e dalla quale non molto dopo si tolse, afflitto di disinganni e di nuove noie. Nè ormai più sapendo dove dare del capo, entra semplice soldato nell’esercito federale, in cui però fermasi brevissimo tempo; chè, ivi egualmente non sentendosi a suo posto, sempre irrequieto e preso di novità, diserta la bandiera proprio in quella che i suoi amici facevano ogni studio per facilitargli un avanzamento. — E di nuovo a ripigliare le lettere.

Or avvenne che il proprietario del Saturday Visitor di Baltimora avendo costituito un premio al miglior offerente di non so quale novella, il Poe pensasse di mandare al pallio certo suo Manoscritto trovato in una bottiglia, da lui pazientemente steso con bello e nitido carattere; idea che riuscì a felicissimo intento. Avvegnachè non sì tosto un de’ giudici ebbe gittato gli occhi su quel libriccino, e lettone come di volo alcune pagine, lo faceva passare ai colleghi, i quali poi di comun consenso deliberarono, il premio si dovesse assegnare «al primo dei geni che avea scritto leggibilmente». Tra i quali esaminatori e giudici trovavasi il noto e lodato scrittore Giovanni P. Kennedy.

Curiosa ma non rara! — Allora che l’editore [p. 31 modifica] ebbe presentato il Poe al signor Kennedy, questi rimase come trasecolato nel vedersi d’innanzi un giovinotto tutto pallido e spunto, col vestito abbottonato sino al mento, per non dar a vedere ch’era senza camicia, tutto lacero e malcalzo, tale insomma ch’avrebbe benissimo potuto passare pel ritratto della miseria o della disperazione. Pure, da’ suoi occhi brillava una intelligenza penetrante e viva che, unita a non comune beltà di volto, mostravasi presaga delle felici doti d’una speciale natura. La sua parola suonava mite e soave, i modi dolci e gentili, tanto che il Kennedy ne fu sedotto e se gli prese d’affetto. E quando l’editore, inviatolo al bagno, l’ebbe presso un sarto intieramente provveduto d’abiti e della biancheria occorrente, il giovinetto scrittore apparve uomo rifatto e tutto inclino a percorrere la retta via.

Il sul volgere del 1834, pe’ buoni uffizi del Kennedy otteneva il Poe d’essere ammesso scrittore al Southern Literary Messenger, dato fuori di recente a Richmond da Tommaso White; e siccome i letterari talenti del White valevano poco, il raccomandato del Kennedy, che allor correva i ventidue anni, conobbe d’avere ei solo sopra le spalle il grave peso d’una Rivista, della quale fissar doveva e rendere prosperi i destini.

Stanziatosi a Baltimora sino al settembre [p. 32 modifica]dell’anno successivo, di là spediva i suoi pregevoli scritti, che invero riuscivano molto a verso del suo protettore, specialmente per quel non so che di terrifico e per quelle tinte di strana fosforescenza che vi traspariano, massime nelle novelle: nel qual giornale tra le altre cose pubblicò la curiosa storia di Hans Pfaall.

Ma ei continuava a darsi ben poco pensiero d’una vita seria ed ordinata e, recatosi a Richmond, ricadde nelle antiche abitudini, talmente che, un giorno in cui aveva riscosso i suoi stipendi, tanto lascíossi andare al bere, che rimase un’intiera settimana bestialmente briaco ed inetto. E White allora a discacciarlo, e gli amici a rabbonirlo, ed egli ad arrendersi a condizione che il poeta smettesse una volta dallo andazzo funesto. — E dire che la prosperità del Southern Literary Messenger dovevasi alla maledetta bizzarria di quest’uomo, di questo incorreggibile briacone!

Ma se il Poe prometteva di buona voglia e talora con propositi convinti, sventuratamente non era più da lui il sapersi saviamente governare, chè la forza dell’abito tanto il tirava, che la memoria dell’odierna promessa perdevasi nella occasion del dimani. Sì che tra questo procedere ineguale e funesto, giunto il 1837, lasciò la Rivista per recarsi a Filadelfia, e a Nuova York da poi, dov’entrava scrittore della [p. 33 modifica]New York Riview, dalla quale nullameno tolse commiato non sì tosto ebbe messo fuori la sua prima scrittura di critica. Ed è nel frattempo ch’era passato a nozze unendosi a sua cugina Virginia Clemm, fanciulla di bellezza sorprendente, di natura amabile ed eroica, ma che non possedeva un solo quattrino. Il fatto è notato dal Griswold con una tal quale ironia: ma, se il Poe, artista compíto, credette appunto passare a matrimonio giusta le ragioni del cuore eccellentissime, certo i bisogni accresciuti e i moltiplicati doveri, del nuovo stato lo avrebbero dovuto far entrare in un metodo di vita più uniforme e sennato.

In su lo scorcio del 1838 lo troviamo fisso di stanza a Filadelfia, dove da attore ripassa a lavorare per giornali e scrive nel Gentleman’s Magazine di Burton, nel Literary Examiner di Pittsburg, componendo varie delle più strane ed interessanti novelle. Notiamo di preferenza La caduta della casa Usher e Ligeia, che i nostri lettori troveranno nella raccolta presente: ci condurrebbe tropp’oltre l’abbandonarsi a rilievi di merito speciale; e, d’altronde, ci spiace il prevenire l'indipendenza degli’altrui criteri. La fama intanto del Poe s’estendeva e le lusinghe de’ toccati favori pareano arrestare alquanto la foga delle solite inclinazioni; tuttavia non andò molto che la di lui condotta indispettì [p. 34 modifica]Burton; e così nuovi bisticciamenti, altre contese. E per verità non di rado avveniva che l’esattezza de’ suoi scritti non lievemente patisse delle scappate dello scrittore, incidente assai grave e disgustoso per una rivista o giornale, cui viene rigorosamente imposta la regolarità delle pubblicazioni. Da lì dunque i reciproci difficili umori, il rappiastrarsi e le paturnie che si protrassero sino al 1840, epoca in cui divenne inevitabile la rottura col Burton; onde, sebbene l’opra sua riuscisse sempre importante e precipua, nondimeno si dovette ritrarre. E vuolsi che in tale querela, oltre gli abituali suoi trascorsi, il Poe ci avesse la colpa di avere lasciato la stamperia senza originale, studiandosi così di mettere in esecuzione il disegno d’una sua Rivista, tutta propria; per cui avrebbe sottratto notizie dai libri dei soci e dei conti dello stesso editore.

Il Burton però non tarda ad unire la sua Miscellanea al Casket di Giorgio R. Graham, facendone venir fuori il Graham’s Magazine, al quale il Poe invia le sue migliori novelle, le sue più mordaci critiche, i suoi tanto noti scritti sull’Autografia e sulla Crittologia e le cifre. Nell’Autografia, svolgendo le idee del Lavater, o degl’italiani Pomponio Gaurico, G. B. Porta e dell’Ingegneri, intendeva all’affermazione dell’indole, carattere e natura degli [p. 35 modifica]uomini secondo la loro maniera di scrivere: sosteneva nella seconda, che l’arte della scrittura coperta, ascosta o in cifra, per quanto misteriosa ed arcana, non avrebbe potuto sfuggire alla penetrazione ed allo svolgimento dell’umano ingegno. — Era in questo stesso anno, ci pare, 1840, che Ch. F. Vesin stampava in Brusselle un volume in-8.° sotto questo titolo: La cryptographie dévoilée, ou art de traduire ou de déchiffrer toutes les écritures en quelques caractères et en quelques langues que ce soit, quoique l’on ne connaisse ni ces caractères, ni ces langues.

Questa forza penetrativa ed induttiva del Poe spiega il valore dimostrato nella deciferazione dei vari crittografi speditigli, e quell’arte di congettura veramente sottile ed unica delle sue novelle, non ultimo certo de’ meriti ch’ammiransi in questo scrittore.

Ma, come già col Burton, così ora per le stesse ragioni si stacca dal Graham appunto nel momento che la Rivista The Stylus era in sul prosperare, auspice di bell’avvenire. E nullameno tira innanzi un anno lavorando per sè e scrive Lo scarabeo d’oro, che gli procaccia un premio di cento dollari; e nell’autunno del 1844 piglia stanza a Nuova York.

Sin da che era entrato scrittore nel Messaggiere letterario, aveva il Poe cominciato una [p. 36 modifica]sua storia marittima, da poi pubblicata con questo titolo: Racconto di Arturo Gordon Pym, di Nantuket, ove si parla d’un ammutinamento e d’un atroce macello a bordo del brigantino americano Grampus, durante il suo viaggio ai mari del Sud, ecc. In quest’opera, la maggiore del Poe, studiasi con grande, semplicità di stile d’ottenere fede al racconto descrivendo minutamente le cose nautiche, particolareggiando fatti e circostanze a dar così alla narrazione sua quell’aria di verità e finitezza onde precipuamente si regge ogni subbietto. Nel qual lavoro però ei certo non arriva alle singolari attrattive del Robinson Crosue, e rimane pur addietro a sir Edoardo Seward: onde il Griswold afferma che la storia di Poe è piena zeppa di prodigi come Munchausen e di atrocità come il libro dei pirati, e colma di stragi e d’orrori a guisa o più dei libri di Anna Radcliffe e di Giorgio Walker.

Ma la fama del Poe erasi specialmente estesa e fatta grande pel merito singolare delle sue novelle o racconti, ch’avean sempre incontrato dovunque la più gioconda accoglienza. Le quali pompeggiavano di forma veramente nuova, e per genere singolarissime, tra un’ammosfera di soprannaturale che parve influire grado a grado anche su gli animi più pertinaci e severi; e ciò a causa di quella stessa finezza, acuità e maestria [p. 37 modifica]del grande coloritore. Sino al 1840 egli aveva pubblicalo in due volumi le sue: Tales of the Grotesque and the Arabesque, a cui aveva man mano fatto seguire gli altri con soddisfazione del pubblico sempre più gradita, tanto in America che in Europa. In Francia specialmente vennero concesse in appendice le colonne dei più notevoli giornali, come Le Commerce, La Quotidienne, La Democratie pacifique ed altri. Più autorevolmente degna e propizia, la Revue des deux mondes, periodico in cui il valor delle materie onoratamente mantiensi in armonia con la distribuzione loro. Nelle cui pagine il citato Baudelaire mostrossi entusiasta eccellente dell’egregio scrittore e d’una sì fatta letteratura, con geniale calore e paziente sagacità voltando nella propria lingua i tanto rinomati Racconti o Novelle.

I lavori del Poe intanto si succedevano nella stessa febbrile attività de’ suoi eccessi.

Una mattina a Nuova York mentre mille e mille occhi avidamente scorrevano la sua notissima poesia del Corvo, e proprio allora che il suo nome di bocca in bocca volava segno di ammirazione e d’elogio, non pochi poteron vedere Edgardo traversare Broadway sconciamente barcollante pei cioncati liquori. Fatalità dolorosa che ormai uomo sì fatto fosse irresistibilmente trascinato a svegliare ed a spegnere nell’ebbrezza [p. 38 modifica]i più stupendi concepimenti del genio suo! — Seguì la sua Rivelazione mesmerica, ultima conversazione d’una morente sonnambula col proprio magnetizzatore; e dappoi: La verità intorno il caso del signor Valdemero, dove trovasi in iscena un soggetto mesmerizzato «in articulo mortis». E per vero la sua tenerezza ai principii mesmerici traspira dovunque ne’ suoi racconti, ed anzi i più geniali ed attraenti paiono derivare appunto da quegli arcani e mistici influssi ch’ei sa con tanto dilicatissima arte suscitare. Tali, a modo di semplice citazione, sentonsi aliare nella Caduta della casa Usher, nella Berenice, nella Morella e nella stupenda Ligeia. Ed ei sa così e così tendere le sue fila, che, sebbene molto tese, non si rompon mai.

Per sollecitazione del signor Willis e del generale Morris diessi a scrivere nel Mirror, dove trattennesi sei mesi appena, aggiugnendosi dappoi al signor Briggs nel condurre il Broadvay Journal, divenuto sua proprietà nell’ottobre del 1845. Ma questo, giornale durò breve tempo, cessando cioè nel gennaio del seguente anno; nel quale ei s’ebbe tirato addosso le calde ire dei Bostoniani per aver in un suo discorso vivamente frecciato il Longfellow. — Dal maggio, all’ottobre pubblica in sei numeri del The Lady’s Book «I letterati di Nuova York» ma nell’autunno di quest’anno cade di nuovo in [p. 39 modifica]miseria e si ritira in solitudine a sette miglia da Fordham. Che se la sorte ognor più gli mostrava il viso dell'arme, è forza affermare ch’ei ben poco faceva per rendersela amica; e, in mezzo a tanti guai, altri guai aggiugnevansi, e — massimi ed irreparabili — i dolori intimi, la più profonda ferita del cuore. Virginia Clemm, la prediletta compagna de’suoi giorni, finiva la sua mortale carriera; e, come se ciò non bastasse, vivi è scandalosi ragguagli apparvero su pei giornali, relativi alla moglie, a lui ed alla nuda loro miseria, tra cui d’improvviso una nota crudele che gli rimproverava il suo disprezzo e disgusto del mondo e poneva a nudo le inclinazioni e le stranezze sue, acri requisitorie, come le chiama il biografo francese, dell’opinione, contro cui quasi sempre dovette vivamente combattere; e quest’ultima, una delle più dolorose ed opprimenti.

Compimento a tanti mali, poco dopo la perdita della consorte ebbe a patire i primi assalti del delirium tremens: il veleno del suicidio indiretto apertamente cominciava a divorargli la esistenza!

Disioso di metter da sè in piedi una Rivista e raggiungere quell’indipendenza che tanto stavagli a cuore, diessi alla speculazione delle letture pubbliche che in parte il confortarono delle toccate sofferenze. La lettura del suo Eureka, [p. 40 modifica]poema cosmogonico in prosa, che suscitò vive ed interessanti discussioni, venne fatta alla Society Library di Nuova York addì 9 gennaio 1848 in una lunga lezione di ben due ore e mezzo consecutive, di cui è del caso riferire alcune sue idee sulla cosmogonia dell’universo.

«Intendo parlare — sono sue parole — dell’universo fisico, metafisico e matematico; dell’universo materiale e spirituale, della sua essenza, della sua origine, della sua creazione, del suo destino. L’idea direttiva che mi studierò di far valere in questo libro si è che nell’unità originale della prima causa è riposta la causa secondaria di tutte le cose, insieme al germe del loro inevitabile annichilamento.»

Discorse egli poi il mezzodì e l’occidente degli Stati Uniti, sperando nel concorso de’suoi amici in lettere e nelle vecchie conoscenze del collegio e di West-Point, visitando la Virginia e Richmond che, memore della povera e stentata fanciullezza dell’illustre suo compatriota, rividelo con gioia splendido di beltà e brio e corretto nei propositi nuovi. Aveva egli scelto a tema di sue letture Il principio della poesia, che trattò con la nota sua lucidità e finezza, sostenendo essere scopo di quella la stessa natura del suo principio e ch’essa non doveva aver di mira che sè stessa.

Ma i buoni propositi, cui da qualche tempo [p. 41 modifica]erasi dato, ebbero breve durata; omai la sua stella volgeva al tramonto e il corso dell’esistenza doveagli immaturamente essere tronco dall’avara parca. — Ecco intanto un aneddoto che vale a dar un’idea della singolar bizzarria del suo carattere.

Era corsa voce ch’ei dovesse stringere matrimonio con una delle più famose donne della Nuova Inghilterra, cui aveva un tempo consegrato il suo amore e celebrato ne’suoi versi; pareva che la cosa non ammettesse più dubbi. Di fatto un giorno ecco come fassi ad apostrofarlo una sua amica:

— Vi faccio dunque le mie congratulazioni, signor Poe, per questo matrimonio.

— V’ingannate; amica, questo matrimonio non verrà mai fatto.

— Che ! se io stessa ne udii le pubblicazioni alla chiesa?

— Lo credo benissimo, ma il matrimonio non sarà che una fiaba.

E qual prova ne dà il Poe?

Partito di Nuova York, recasi nella città ove abita, la supposta promessa sposa; v’attende la notte e, riscaldato quindi da forti libazioni, rendesi sotto le finestre della casa di lei; e lì a metter grida, a fare scede ed altre sì fatte sconvenienti diavolerie senza fine. La polizia interviene; il fatto si diffonde tra la disapprovazione [p. 42 modifica]generale, e il matrimonio è a monte. E di questa scena erasi egli fatto attore la sera stessa che precedeva le sposalizie; cosa per lui naturale; aveva mantenuto la parola data!

Nell’agosto del 1849, passato di Nuova York nella Virginia, imbattesi a Filadelfia coi suoi vecchi camerata che con le briose ricordanze del passato gli fan presto scordare i virtuosi propositi del presente; per cui dièssi ancora in braccio all’immoderata allegria, alla spensieratezza, e, scialandola come meglio poteva, prorompe ne’ funesti suoi eccessi. — Consumato sin l'ultimo quattrino e trovandosi povero in canna, si leva a proponimenti sodi, vuol porsi a nuova, stabile e sennata vita; e parve darne prove vere ed efficaci con entrare in una Società di temperanza!

E la vita più calma e serena gli suscita idee più miti, ed adequate, lo riconcilia con più dolci affetti e sembra fargli provare il bisogno di nuovo matrimonio con una signora già seco lui in relazione sin dai migliori anni; di fatti, decidesi a sposarla. Ma era dunque veramente rinsavito? — Conscio del proprio stato sentivasi egli abbastanza forte per conseguire la più difficile delle vittorie, la vittoria sopra sè stesso? — Le abitudini fortemente inveterate costituiscono ciò che nomasi seconda natura, la cui forza d’ordinario è delle più inflessibili e dure; nè si doma certo [p. 43 modifica]in pochi giorni l’opra lenta ed assimilatrice degli anni.

Ecco or l’ultimo, mestissimo atto della sua vita, che narriamo con le stesse parole del Cinelli, seguace del Griswold, cui tuttavia non risponde esattamente il Baudelaire.

«Il 4 ottobre mosse verso Nuova York per adempiere ad un impegno letterario e far gli apparecchi del suo matrimonio. Arrivato a Baltimora, diede la sua valigia ad un facchino con ordine di portarla ai carri che dovevano partire fra una o due ore per Filadelfia. Entrò intanto in una taverna a ristorarsi, e trovò conoscenti che lo invitarono a bere. Dimenticati d’un tratto i suoi proponimenti ed obblighi, venne in poche ore a tale stato da doverlo portare allo spedale, dove la sera di domenica, 7 ottobre 1849, morì in età di trent’otto anni».

Il francese non parla di matrimonio, e dice che il 4 ottobre, quando partì per Nuova York, si lagnava di brividi e di noiosa spossatezza. Che la sera del 6, mandata allo scalo la sua valigia per recarsi a Filadelfia, entrò in una osteria a prendervi un liquore qualunque; dove trovate vecchie conoscenze, obbliò il viaggio, i sani propositi, sè stesso, e vi passò la notte.

E prosegue:

«Nel mattino, in sul primo punto dell’alba, un cadavere fu trovato nella via (ci dovremmo [p. 44 modifica]spiegare diversamente?); bene, un corpo tuttora in vita, ma ch’era omai già stato impresso del fatal marchio della morte. Su questo corpo, del quale s’ignorava il nome, non si rinvenne nè una carta nè un quattrino, e fu trasportato allo spedale. — È lì che spirò Poe, la sera della stessa domenica, 7 ottobre 1849, nell’età di 37 anni, vinto dal delirium tremens, questo terribile visitatore ch’aveva già una o due volte tocco il suo cervello».

Ed è siffattamente che disparve dalla scena del mondo uno dei maggiori eroi della letteratura, l’uom di genio ch’ebbe scritto nel Gatto nero queste fatidiche parole: « E quale malattia può mai paragonarsi all’alcool?!»

No, noi non lasceremo il lettore sotto la dolorosa impressione di questo tristo dramma. E senza nulla detrarre al peso ed agli effetti di certi trascorsi, amiamo tuttavia meditare sull’influsso prepotente che inoculò la fatale cangrena nel cuore dell’infelice poeta. Avvegnachè coi morti, non ostante il massimo rispetto alla verità, hassi costantemente ad usare pietà civile, tanto più, come già si è alluso, doverosa e fraterna, quanto son maggiori i meriti dell’artista, i cui dolori, hanno forse più potentemente contribuito all’opra del suo genio. Nel che la soprabbondante bontà del cuore [p. 45 modifica]venia profumo di virtù per estensione d’esempio e religione di civiltà per tutti, specialmente rispetto alle nature privilegiate come il Poe.

Che se del cuore sono giudici esimii le donne, nessuno poteva tesserne più degno elogio di madama Clemm; per la quale, rimasto solo, lo scrittore tennesi con temporaneamente come figlio e figliuola. Questa donna, che tanto aveva fatto per lui, scrivendo al Willis: «...Non ho bisogno — così chiudeva la sua lettera — di pregarvi di annunziare la sua morte e di dirne bene; so che lo farete. Ma vogliale dire quanto affettuoso figlio ei fosse per me, sua povera desolata madre».

E madama F. Osgood, amica al poeta, così diceva allo stesso Griswold: «Forse egli era tale quale voi lo dipingete, e, come uomo, avrete forse ragione. Ma posso assicurarvi in fatti che con le donne egli era tutt’altro, e che niuna donna potè mai conoscere Poe senza provar per lui un profondo interesse. Ei fu costantemente per esse un vero modello di eleganza, di generosità, di gentili maniere ».

Edgardo Poe era un bell’uomo, di quella bellezza fisica che riesce tanto a genio alle donne, perchè l’insieme della sua fisonomia arieggiava quel non so che di romantico la cui espressione ottiene sempre, e soprattutto col bel sesso, un influsso singolare. L’ampia sua fronte, in cui [p. 46 modifica]levavansi certe protuberanze che i frenologi avrebbero preso a ricettacolo degli organi della costruttività, del paragone e della causalità, pareva il degno seggio dell’idealità e dell’estetica più squisita. Grandi i suoi occhi, cupi e stranamente scintillanti; nobile e sodo il naso; fini e melanconici i contorni delle labbra, sebben talora a inesprimibil sorriso atteggiati; d’un colore bruno chiareggiante, aveva la faccia generalmente pallida, la fisonomia un po’ distrutta, su cui vedevasi lieve lieve errare abituale melanconia.

Notevole e proficuo il suo conversare, quantunque, non facile od elegante parlatore nel senso della parola; ma pieno di vasto sapere, di forti studi, d’impressioni variamente acquisite. La sua era eloquenza poetica per essenza, di metodo, immaginosa, sagace e talora strana e capricciosa.

Ma è tempo che l’uomo scompaia nella grande individualità dell’artista: qui è finito il nostro cómpito.


B. E. Maineri.


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Al Dott. Carlo Righetti

Deputato al Parlamento.



Caro amico,


Nella pubblicazione del mio Ultimo Boia, tu, benevolo e gentile, mi onorasti asserendo che quella mia povera cosa era «degna dell’immaginazione di Poe».4

Io allora, il confesso, conosceva assai poco l’immaginoso scrittore americano; ma non andò gran tempo che n’ebbi letto i Racconti straordinari, e i Nuovi racconti straordinari, ed altre opere sue. [p. 48 modifica]

Ed oggi che, per virtù d’una grande affinità di idee in cotal genere di letteratura, ho compiuto la versione di alcune di quelle interessanti narrazioni, ragion voleva che offrendoti almen la presente: L'uomo della folla, qui affermassi la mia riconoscenza alla tua indiretta cooperazione, e più il vivo affetto che a te mi stringe in sincera amicizia.

     Addio.

Milano, agosto 1868.

Affez. tuo
B. E. MAINERI.



[p. 49 modifica]






L’UOMO DELLA FOLLA



. . . questa grande sventura
di non poter essere soli!



Con molto pregievol giudizio è stato detto d’un libro tedesco: — Es laesst sich nicht lesen, non si lascia leggere.

Vi sono segreti che non si debbono dire.

Vi ha degli uomini che muoiono alla notte nei loro letti, storcendo le mani degli spettri cui si confessano, e intensamente covandoseli con occhio di pietà profonda; — degli uomini che muoiono con la disperazione nel cuore e le convulsioni alla gola in causa dell’orrore dei misteri che non vogliono punto essere disvelati. Ohimè, ohimè! non di rado la umana coscienza sopporta tale fardello di sì [p. 50 modifica] penoso orrore, che non le riesce alleggerirsene se non sotto le mute zolle della tomba. E così l’essenza del delitto perdura mistero inesplicabile e profondo.

Non è valico gran tempo (ed era in sul morire d’una sera d’autunno), ch’io me ne stava seduto innanzi la spaziosa arcuata finestra del caffè D..., a Londra. Duranti più mesi, una triste malattia mi avea legato a letto; ma di que’giorni, io correva la mia convalescenza e, ritornandomi le forze, mi trovava in una di quelle felici disposizioni che sono proprio l’opposto del nero umore e della noia, — disposizioni in cui gli appetiti morali sono meravigliosamente desti e vellicati, — allorchè il velo che avvolgeva le arcane visioni dello spirito, si scinde, e lo spirito, com’ebbro, si eleva tanto prodigiosamente sopra l’ordinarie sue forze, che l’ardente e candida ragione del Leibnitz pienamente la vince sulla stolta e molle rettorica del Gorgia.

Quel solo poter respirare un po’ libero era già di per sè un godimento, ed io centellava proprio un piacere positivo anche dalle varie e reali sorgenti de’ miei stessi guai. — Misteri di uno stato in cui l’energia fisica s’accoppia alle facoltà sopraeccitate del nostro spirito! Ogni oggetto a me d’intorno m’ispirava un interesse calmo, sereno, — ma pieno di vaghissima curiosità. Uno zigaro in bocca, un giornale sui ginocchi, io me n’era stato seduto durante la massima parte del giorno ora a scorrere attentamente gli annunzi della quarta pagina, ora ad osservare la moltiforme società delle sale, ed ora a guardare a traverso i vetri appannati dai vapori del fumo quanto si passava in istrada. [p. 51 modifica]

La quale, essendo una delle precipue arterie della città, per tutto il giorno era stata percorsa da folla immensa: ma, al sopravvenire della notte, la folla — quasi onda crescente — di minuto in minuto s’era venuta addensando; e, tosto che tutti i fanali furono accesi, due opposte correnti di popolo, coerenti fitte e continue, fluivano dinnanzi la porta.

Io non mi era mai trovato in una circostanza simile, nella circostanza soprattutto di questo particolar momento della sera; e quel tumultuoso campo di teste umane mi colmava di un’emozione dolcissima, un’emozione anzi tutta nuova. Alla fine non prestai più veruna attenzione a quanto si passava nel caffè, e rimasi completamente assorto nel contemplare la scena del di fuori.

Dapprima, le mie osservazioni assunsero un colorito astratto, di fina e generale analisi. Osservava que’ passanti a masse, e il mio pensiero non li considerava che nei loro rapporti collettivi. Nondimeno, in breve, trassi a’ particolari, ed esaminai con minuzioso interesse le varietà innumeri delle figure, gli abiti, l’incesso, le telette, l’aria, i visi, l’espressione delle fisonomie, insomma.

Il maggior numero dei passanti ostentava un contegno convinto e proprio degli affari, e pareva unicamente preoccupato d’aprirsi un passo in mezzo alla folla. Aggrottavano eglino le sopracciglia ruotando gli occhi lampeggianti; e, ogni qual volta fossero urtati da qualche vicino, nessun segno d’impazienza si rivelava sui loro volti, ma racconciavansi pazienti le vesti, ed acceleravano i passi. Altri — una classe eziandio numerosissima — erano nelle lor mosse irrequieti, avean sanguigne [p. 52 modifica] faccie, e parlavan tra sè gesticolando, come se pel fatto stesso di quella moltitudine infinita ond’erano circondati, si sentissero soli. E quando in quell’andare venivano fermati, cessavan d’un tratto quei loro borbottamenti, ma raddoppiavano i gesti, e con un sorriso distratto e sgarbato attendevano il passaggio delle persone che avean lor fatto ostacolo. E, allor che venivano urlati e spinti, abbonadantemente salutavano gli urlanti, e parevano colmi di confusione.

In queste due grandi classi di uomini, tranne quanto testè notai, nulla si scorgeva di veramente caratteristico e spiccato. Gli abiti loro appartenevano a quell’ordine ch’è tanto esattamente definito da questa parola: decente. Eran eglino senza dubbio gentiluomini, mercanti, procuratori, provveditori, cambisti — gli Eupatridi5 e il servidorame dell’ordine sociale — uomini di piacere ed uomini attivamente avvolti in perpetui affari, che maneggiavano sotto la diretta loro malleveria.

Essi, però non eccitarono molto la mia attenzione.

Invece chi saltommi tosto agli occhi fu la razza dei commessi, in cui distintamente apparivano due notevoli ordini. Vi erano i piccoli commessi di case a credito, giovani signori tutti chiusi nei loro abiti, con gli stivali ben lucidi, la chioma tutta racconcia ed olezzante, e l’insolenza sulle labbra. Tacerò quel non so che di petulante nei loro modi, che riuscirebbe molto difficile rilevare in una semplice [p. 53 modifica] parola: il genere di queste persone mi parve esattamente simile a quello che dodici o diciotto mesi innanzi erasi tenuto come la perfezione del così detto bon ton. Discerneva in essi la nobile schiuma della feccia della gentry6, — locuzione che, a mio avviso, difinisce nella più scultoria maniera questa classe specialissima.

In quanto poi alla classe dei primi commessi, ai commessi delle così dette case solide, ossia dei vecchi colleghi stabili (steady old fellows), sarebbe proprio stato impossibile di cadere in abbaglio. I loro abiti, i calzoni bruni o perfettamente neri, quel non so che d’agiato nei modi, le cravatte, i loro stessi panciotti bianchi, le scarpe comode, sode, con calze grosse, ossia con uose ricadenti, insomma, il loro complesso li qualificava a prima vista. Quasi tutte le loro teste erano interamente calve, e il destro orecchio, sempre uso a reggere la penna, aveva contratto un po’ di piega all’infuori. Specie davvero rispettabile per uniformità di principii e di metodo; — specie privilegiata!

Io osservava ch’essi toglievansi o rimettevansi sempre i cappelli con due mani, e che portavano oriuoli a corte catene d’oro, di solido e vecchio modello. Loro affettazione la rispettabilità, — ammesso tuttavia che vi possa essere affettazione tanto onorevole.

E ci era buon numero d’individui dalle apparenze splendide, tosto, da me riconosciuti appartenere alla razza del canagliume più matricolato, di cui sono infestate tutte le grandi città. [p. 54 modifica] Esaminata colla massima curiosità cotale specie di gentry, riescivami difficile il comprendere com’essi potessero venir presi per gentiluomini dai veri gentiluomini. Sembravami che quell’esagerata lor mostra di manichini e quell’aria d’impudente franchezza li avrebbero dovuti smascherare a prima vista.

I giuocatori di professione, — e ne scopersi gran numero, — ancor più facilmente davano all’occhio. E’ portavan d’ogni specie telette, da quella del più perfetto mezzano, giuocatore di bossolotti, dalla sottoveste di velluto, la cravatta di fantasia, le sfarzose catene di rame indorato e i bottoni di filigrana, alla teletta del prete, semplice sino allo scrupolo per evitar ogni ombra di sospetto. Nondimeno tutti costoro, si distinguevano per un colorito abbronzato e fosco, per non so quale vaporoso offuscamento della pupilla, per la compressione e la lividezza delle labbra. Eranvi inoltre due altri indizi che me li facevano subito riconoscere: — tono basso e riservato nel conversare, e una piucchè ordinaria disposizione del pollice ad allungarsi sino a far angolo destro con le dita. — Spessissimo, accompagnato a questi bricconi, notai qualcuno che discostavasi un poco dalle loro abitudini; però erano sempre tutti uccelli dalle stesse penne. Ne volete la giusta definizione? — cavalieri d’industria. A mugnere il pubblico, e’ dividonsi in due battaglioni, — il genere dei damerini ed il genere militare. Caratteri principali del primo, le zazzere lunghe e i sorrisetti studiati; del secondo, i lunghi mantelli e il burbero aggrottare delle sopracciglie.

Discendendo la così detta scala della classe sociale, trovai soggetti di esame ancora più nero e [p. 55 modifica] profondo. Ivi, merciaiuoli ebrei dagli occhi di falchetto scintillanti, sulle cui fisonomie errava una umiltà abbietta e maligna; e sfacciati mendicanti di professione che sgarbatamente urtavano altri miserabili di men sinistra apparenza, sventurati che la sola disperazione aveva gettato tra l’ombre notturne a chiedere un pane; e invalidi cascanti per debolezza, simili a spettri cui la morte abbia già afferrato con avida mano, i quali avanzavano a stento, barellanti a traverso la folla, con gli sguardi supplici fissi su’ vicini, quasi in questua di un’insperata consolazione, di qualche perduta speranza; e modeste fanciulle, reduci dai prolungati lavori al meschino abituro, più dolenti che sdegnate agli sguardi degl’impertinenti e lascivi, de’ quali non era possibile evitare il contatto; e prostitute di ogni specie e d’ogni età, — l’incontrastabile bellezza nel primo fulgor della vita, che ci rammenta la statua di Lucano, la cui superficie era di pario marmo e il di dentro di schifose lordure, — la lebbrosa tutta strucia e fetente, ributtante e colma d’obbrobrio, — la vecchia strega, grinzosa, lorda di pomate e di belletti, sopraccarica di ori falsi, grottescamente studiosa di ritentare le estreme appariscenze della gioventù, — la fanciulla ancora vergine, frutto quasi acerbo, ma di già apparecchiata da’ lunghi artifici del lénocinio alle arguzie provocatrici del commercio infame, ed arsa dalla divoratrice ambizione di essere già tenuta a paro delle sue vecchie compagne di vizio. E stuolo innumerevole ed indescrivibile di ubbriachi, questi cenciosi, balenanti, slombati, dai visi della morte e gli occhi vitrei, — quelli con abiti interi, sì, ma squallidi; un chiacchierio da gradassi, grosse [p. 56 modifica] labbra sensuali, faccie rubizze e franche; altri con vestiti di panno, un tempo di prima qualità, ora scrupolosamente puliti, ma ed anco ragnati; — uomini dall’incesso fermo e più dell’usato ardito, le cui fisonomie però spiccavano d’un terribil pallore, gli occhi atrocemente sconvolti e rossi, ed essi, nel farsi largo tutt’impresciati, arraffavano con le tremule dita ogni oggetto cui potessero arrivare. Quinci pasticceri, commessi, carbonai, spazzacamini; quindi suonatori d’organetto, educatori di scimmie e vendistorie, venditori frammisti a cantanti: colà artigiani cenciosi ed operaj d’ogni sorta rifiniti per eccesso di lavoro, — e tutti agitati da sollecitudine rumorosa e disordinata, che feriva gli orecchi col suo frastuono, causando allo sguardo una spiacevole sensazione.

Man mano che la notte si faceva più profonda, più profondo si faceva pure in me l’interesse di quelle scene; avvegnachè non solo si andasse alterando il carattere generale della folla (le più nobili fisonomie di essa scomparendo col graduale allontanarsi della parte più saggia della popolazione, e le più rudi e strane ponendosi in un quasi grottesco rilievo a misura che l’ora più alta avvolgeva di sua ombra le moltiformi specie di tante infamie) ma i raggi dei becchi del gaz, deboli dapprima al volgere del crepuscolo, brillassero ora dovunque sprazzando sopra le cose una luce fervida e scintillante. Tutto era nero, ma tutto rilucente, — a guisa di quell’ebano a cui venne paragonato lo stile di Tertulliano7. [p. 57 modifica]

Gli strani effetti della luce obbligaronmi a esaminare più attentamente le figure degl’individui, e, quantunque la rapidità con cui questo mondo di luce fuggiva d’innanzi la mia finestra mi vietasse di fissarle oltre il momento, mi pareva tuttavolta che, in grazia della singolare mia attitudine morale, spesso potessi leggere in quel breve intervallo, per un’avidità intensa della pupilla, la storia terribile di lunghi e lunghi anni.....

Sempre la fronte appoggiata a’ cristalli, io me ne stava in tal modo a contemplare la folla, allorchè tutt’a un tratto ecco apparirmi la fisonomia d’un vecchio uomo da’ sessanta cinque ai settant’anni, — una fisionomia che issofatto scosse e fermò tutta la mia attenzione, in causa dell’assoluta singolarità della sua espressione. Sino a quel momento, lo confesso, di quanti n’aveva veduto, nessuno ci era stato che, pur di lontano, tenesse un cotal po’ di questa nuova apparizione. Io mi ricordo che, vedendo uomo tale, il mio primo pensiero fu che, se egli fosse caduto sotto gli occhi di Retzch, certissimamente questi l’avrebbe preferito alla immagine in cui e’ studiossi incarnare il demonio. Ma in quella che, durante il brevissimo intervallo che ’l potei vedere, io studiava farmi un’analisi qualsiasi del sentimento generale ch’egli in me aveva trasfuso, sentii elevarsi nel mio spirito, come in confuso ed in modo il più stravagante, idee proprio nuove — d’intelligenza vasta, di circospezione, di spilorceria, d’avarizia, di calma, di ribalderia, di sete sanguinaria, di trionfo, d’allegrezza, di terror panico, d’intensa e suprema disperazione. Io mi sentiva come per fascino surreccitato e côlto. — Quale strana storia, [p. 58 modifica] dissi meco stesso, è scritta in quel petto! — E allora mi colse un desio febbrile di non perdere più di vista quell’uomo, — di conoscere quanto più potessi di lui. In tutta fretta m’infilai il soprabito, e, preso il cappello e la mazza, mi lanciai nella via, affrettandomi ad attraversare la folla nella direzione ch’io gli aveva veduto prendere, poich’egli erami già sfuggito di vista. Con qualche difficoltà giunsi alfine a discernerlo, me gli accostai e gli tenni dietro davvicino, studiando però le maggiori cautele per tema di non attirarmene l’attenzione.

Ma ora io poteva comodamente studiare tutta la sua persona.

Era desso uomo di piccola statura, magrissimo e apparentemente assai debole. Sconci e laceri gli abiti; ma siccome di tanto in tanto e’ passava sotto la fiamma vivissima de’ fanali a gaz, mi accorsi che la camicia, quantunque assai sporca, era però di finissima qualità; e, se gli occhi non mi fecero inganno, a traverso un largo strappo del mantello, evidentemente compro di rivendita, in cui con gran cura s’era tutto ravvolto, sembrommi di scorgere lo splendore d’un diamante o d’un pugnale. Le quali osservazioni raddoppiarono la mia curiosità, e mi fecero risolvere di tenere dietro all’incognito, dovunque a lui fosse piaciuto dirigersi.

Ma oramai era notte piena, e su tutta la città distendevasi una nebbia umida e spessa, che non tardò a risolversi in acquerúgiola fastidiosa e continua; e questo mutarsi del tempo produsse un effetto bizzarro sulla folla, che fu tutta quanta sconvolta da un nuovo movimento, scomparendo [p. 59 modifica] sotto un’onda sterminata e fantastica di ombrelli. L’ondulamento, gli urti, ed il frastuono si fecero forti un dieci volte tanto. Quanto a me poco pensiero mi dava dell’acqua, poichè siccome erami ancora rimasto nel sangue un po’ della mia vecchia febbre, quello stesso umido mi faceva provare una specie di voluttà pericolosa. Mi annodai un fazzoletto attorno la bocca e dissi meco stesso: Avanti!

Durante una mezz’ora il vecchio incognito con gran difficoltà fecesi strada a mezzo quella massa vivente, — e, nel timore di perderlo di vista, quasi io calpestava le sue stesse orme; e poich’egli non volgevasi mai a guardare indietro, non fece neanco attenzione alcuna a me. In breve si spinse in una strada laterale, che — sebbene ingombra di popolo — non lo era però così come la principale testè lasciata. Ivi successe un cambiamento notevole ne’ suoi passi. Procedeva più lento, più indeciso, con più manifesta esitanza. Attraversò e riattraversò replicatamente la via, senza scopo, manifesto; e qui la folla era sì fitta ch’io era sempre obbligato di tenermegli su’ passi.

Era una strada stretta e lunga, in cui l’uomo aggirossi e rigirossi un’ora all’incirca, nel qual tempo la folla dei passanti andò poco alla volta riducendosi a quell’ordinaria quantità che quasi ogni giorno si vede a Broodway, presso il parco: — vedete mo’ qual differenza tra la folla di Londra e quella di una città americana più popolosa! A una seconda svolta ci trovammo sopra una seconda piazza magnificamente rischiarata e tutta piena di vita. Strano! il primitivo contegno dello sconosciuto cambiossi: abbassò il mento sul petto, [p. 60 modifica] e i suoi occhi rotearono per ogni verso sotto le aggrottate sopracciglia, brillando provocatori sugli astanti. Studiò il passo regolarmente, senz’interruzione. Tuttavia, allorchè egli ebbe fatto il giro della piazza, io mi accorsi con sorpresa ch’ei ritornava sulle proprie orme. Anzi, fui preso da doppio stupore, veggendo com’e’ ripetesse più volte la stessa passeggiata: e, ascoltate! avvenne che, essendosi una fiata voltato bruscamente indietro, poco mancò non fossi da lui scoperto.

Tuttavia, consumò una buon’ora in questo indefinibile esercizio, che in fin fine ci lasciò più liberi di noi e, quasi direi, soli. La pioggia cadeva sottile e fitta, l’aria diveniva diacciata e le persone rientravano tutte alle lor case. L’errante con un gesto di viva impazienza s’immise in una via oscura e quasi deserta: e, per un quarto di miglio circa, in tutta la di lei lunghezza camminò con tale agilità, ch’io non avrei certo supposto in un essere de’ suoi anni, — agilità cui durava gran fatica il tenere dietro. In pochi istanti ci trovammo di faccia a un immenso ed affollatissimo bazzarre. Lo sconosciuto mutava la sua fisionomia a seconda delle località rispettive. — E qui egli prese altra fiata il primitivo suo incesso, e, — senza scopo errando qua e là — s’aperse la via tra la calca de’ compratori e de’ venditori.

In un’ora e mezzo all’incirca che consumammo in questo nuovo sito, confesso che abbisognommi prudenza moltissima per non perderlo di vista, senza svegliare la di lui attenzione.

Per buona fortuna io portava delle soprascarpe di guttaperca, per cui andava e veniva senza destare il menomo rumore. [p. 61 modifica]

Nè egli s’accorse, neanche un solo istante, di essere tenuto di vista: visitò l’una dopo l’altra tutte le botteghe, ma non negoziò fil di roba, non disse ette, — gettava soltanto sopra ogni oggetto uno sguardo fisso, spaventato, vuoto. Invero io mi sentiva prodigiosamente meravigliato della sua condotta; per cui tenacissimamente risolvetti di non più abbandonarlo, se non avessi prima compiuto ogni mio studio sopra di lui.

Quand’ecco il più vicino orologio battere sonoramente undici ore, — e allora ognuno a lasciare in gran fretta quel ricco bazzarre. Sei non che, nel chiudere d’un’imposta, avendo un bottegaio urtato del gomito nell’uomo misterioso, istantaneamente notai che un brivido violento lo ebbe assalito in tutta la persona. Precipitossi nella strada, — in un baleno guardossi ansio ansio d’attorno, quindi, con incredibile, prestezza, trascorse varie strade rimote, tortuose e deserte, sino a che di nuovo ci trovammo nella via primitiva, là donde eravamo partiti, — la strada dell’albergo D.... Ma questa aveva mutato d’aspetto intieramente; però i becchi del gaz brillavano sempre, la pioggia cadeva diluviando, e solo qualche passante qua e là a sgusciare ed a correre.

Lo sconosciuto si fe’ pallido pallido, e, d’un’aria di sepolcro, procedette d’alquanti passi in quella via poc’anzi tanto popolosa; quindi, dato un profondo sospiro, piegò, nella direzione del fiume, e, ficcandosi in un labirinto di stradicciuole tristi e rimote, giunse infine sulla piazza d’uno dei principali teatri. Essendo l’ora della chiusura, le persone ne uscivano in fretta, e s’allontanavano. E l’uomo misterioso parve, aprendo la bocca, anelar [p. 62 modifica] fortemente, e si confuse tra la folla, ma notai che l’angoscia profonda della sua fisionomia si era un po’ calmata. Lasciò ancora cadere la testa sul petto, e mi parve precisamente tale quale l’aveva scôrto di prima sera. Osservai però che ora dirigevasi verso la parte percorsa dal pubblico, ma — a che celarlo? — mi fu proprio impossibile il poter indovinare alcun che della stravagantissima sua ostinazione.

Intanto ch’ei procedeva, la folla si dileguava; ed ecco a riassalirlo quel suo primo malessere, quelle angosciose esitanze di prima. Per qualche tempo tenne dietro ad un gruppo di dieci a dodici schiamazzatori: poco a poco però, uno alla volta, quel numero scemò e si ridusse a tre soli individui, che infilarono una stradicciuola stretta, oscura è poco frequentata. L’incognito sostò, e per alcuni istanti rimase assorto nelle meste sue riflessioni: quindi, moltissimo agitato, cacciossi rapidamente in una via che ci condusse agli estremi della città, in siti tutt’affatto differenti da quelli attraversati sin’ora. Era questo, in fatti, il quartiere, più malsano di Londra, dove ogni cosa offre l’aspetto il più funesto d’una povertà straziante e d’un vizio gangrenito. Sotto il livido riverbero d’un fanale scorgevansi molte case di legno, alte, vecchie, invase dai tarli, minaccianti rovina, e viuzze sì spesse, tortuose, remote, che a mala pena potevasi sperare di trovar una qualche uscita. Rotto qua e là l’acciottolato, lúbrico e in parte nascosto sotto discontinui strati di erba. E grandi ed orribili immondezze stagnavano negli ingombri gorelli, e tutta l’atmosfera esalava vapori pestiferi e nauseabondi. Non pertanto, via via che si [p. 63 modifica] procedeva, il frastuono della vita umana, quasi a gradi, ridestavasi distinto; e, infine, scorgemmo agglomeramenti grandi di persone, la feccia più infame della plebaglia di Londra, che venivano, passavano, arrestavansi e partivano balenanti. Qui il mio vecchio uomo sentì ancora infervorarsi le convulsioni del suo spirito, a guisa di lampada in agonia. Tutto a un tratto ci voltammo da un lato; quale spettacolo! Una luce rossigna ed abbagliante ci percosse la vista, e tosto ci accorgemmo di trovarci al cospetto d’uno dei più frequentati suburbani templi della dea Intemperanza — uno dei palazzi del demonio Gin8.

Si avvicinava l’alba, ma una folla di sciagurati ubbriaconi stava ancora accalcata e dentro e fuori del fatale albergo. Il mio vecchio uomo, gittato quasi un grido di gioia, aprissi il passo in mezzo alla calca, riprese la primitiva sua fisonomia, e — senza scopo deciso — posesi a solcare per ogni verso la baccanella. Ma, passati appena pochi minuti che s’ebbe preso tal libertà, un violento sbattere di porte ci rese avvertiti che l’oste, per l’ora avanzata, stava finalmente per chiudere. Ciò che io osservai sulla fisionomia di quest’essere singolare, da me tanto ostinatamente spiato, era un non so che di più forte, di più acuto, di più intenso della stessa disperazione.

E nondimeno l’uomo non esitò un attimo in quella sua fantastica corsa, e con energia disperata ritornò subitamente nella mia direzione per recarsi ancora nel centro della popolosa Londra. [p. 64 modifica] — E corse presto e lungamente, e sempre io gli tenea dietro con uno stupore indescrivibile, fermamente risoluto di non lasciarmi sfuggire un’investigazione che m’inspirava un interesse tanto vivo e profondo.

In quella che compivamo la nostra corsa, i primi raggi del sole salutavano il mattino; e tosto, che ebbimo un’altra volta raggiunto il centro commerciale della metropoli sterminata, — la via dell’albergo D.... — questa offriva un aspetto di attività, e di moto quasi uguale a quello da me osservato la sera innanzi. E lì ancora, in mezzo alla confusione ognor più crescente della folla, io persistetti lungamente nel tener dietro a quell’uomo. Ma, secondo il suo costume, egli andava e veniva, e per tutto il giorno intiero ei non uscì dall’agglomeramento turbinoso di quella via.

E quando le ombre della giornata, cominciarono lentamente a distendersi, mi sentii quasi annientato per mortale angoscia: — ci pensai, mi decisi, e infine piantatomi imperterrito innanzi l’uomo errante, gli sbarrai profondamente gli occhi sopra. Ma e’ non si addiede del mio atto, e calmo e solenne proseguì sua corsa: allora disperando di potergli tener dietro, rimasi assorto a contemplarlo per molto tempo, — tanto ch’ei si dileguò come nebbia, ed io più non lo scorsi....

Dippoi, destomi come esterrefatto da quello strano stupore: — Questo vecchio, esclamai meco stesso convinto, è il tipo ed il genio del più profondo delitto. La solitudine gli è sempre di peso.

Egli è l’uomo della folla. Vano il tenergli dietro, che nè ora, nè mai io potrei saperne di più di quanto ora so, e di lui e delle sue azioni. — Sì, [p. 65 modifica] lo ripeto: il peggior cuore del mondo è un libro più schifoso dell’Hortulus animæ9, e forse è una delle grandi misericordie di Dio che: Es læsst sich nicht lesen, - cioè, che non si lasci leggere.




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A Rocco Traversa





     Diletto mio,



Amo affermarti su queste pagine il gran conto che faccio della tua amicizia per le ferme virtù del tuo carattere e la inconcussa religione de’ tuoi principj.

E se a te, che, solo al bene intento, vai regalando il paese di molte pregiate opere di amministrazione, la offerta della Maschera della Morte Rossa può sembrare cosa oltrepoetica od [p. 68 modifica] anzi oltrebisbetica; sia a me lecito credere che l’aggradirai almen come debole testimonianza di affetti degni; o, se così ti piaccia, quasi a dimenticare per poco nelle fantastiche apparenze d’un palazzo incantato lo spettacolo disgustoso di tanti odierni errori, di tante malvagità codarde.

Sta sano.



Tuo
B. E. MAINERI.



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LA MASCHERA


DELLA


MORTE ROSSA



Per lunga e lunga stagione la Morte Rossa aveva spopolato la contrada. A memoria d’uomo non s’era mai veduto una peste così orribile, così fatale! A guisa del Vampiro, sua cura e delizia, il sangue, — la rossezza e il lividore del sangue. Negl’infelici côltine si manifestava dapprima con dolori acuti, con improvvise vertigini; e dappoi un sudare e trasudar copioso, donde lo sfinire è il dissolversi infine di tutto l’essere. E chiazze porporine su la pelle, soprattutto sul volto delle vittime, facean si che queste fossero schifate e fuggite da tutti, nè soccorso o alcun segno di simpatia le consolasse. — Invasione, progresso ed effetti del male erano una cosa stessa, l’affare d’un momento.

Innanzi questo flagello il principe Prospero rimanevasi imperturbabile; anzi si mostrava felice, sagace, intrepido. E quando e’ vide piucchè a metà spopolate le proprie terre, convocò un migliaio [p. 70 modifica] circa de’ suoi fidi e amici, tutta gente piena di vita e di cuore baldo, la eletta dei cavalieri e delle dame della propria corte; e in compagnia sì cara ricovrò in un solitario palazzo, sito in una delle molte sue abbazie o feudali castelli. — Era questo un edifizio vasto e magnifico, una creazione da principe, d’un gusto singolare e, nondimeno, grandioso: un muro spesso ed alto cignevalo d’ogn’intorno, nel quale si aprivano grosse porte di ferro. Entrativi, usando del fuoco e di buoni martelli, saldarono ogni serratura; e là si credettero al sicuro. Risolvettero di rendersi forti contro gli assalti improvvisi di esterne paure e di chiudere così ogni uscita alle frenesie del di dentro. Larghe provviste immisero nell’abbazia; e, grazie a precauzioni tanto sottili, i cortigiani poterono lanciare la sfida al fiero contagio. E, chi stava al di fuori, s’acconciasse come meglio potesse; intanto, follia l’affliggersene, il darsene pensiero. Avrebbe il principe provveduto a tutti i mezzi di piacere.

Eran con esso buffoni, improvvisatori, musici e ballerini, — vi splendeva il bello in tutte le sue forme — e vin generoso a guazzo. E così, al di dentro, ogni cosa bella e la maggior sicurezza; al di fuori la Morte Rossa.

In sul finire del quinto o sesto mese di questo ritiro, e in quella che la pestilenza incrudeliva d’ogn’intorno nella sua più fiera rabbia, il principe Prospero pensò di gratificarsi i mille suoi amici con un ballo in maschera, dato nella più straordinaria magnificenza.

Un quadro veramente orientale, l’ideato ballo!

Importa qui descrivere le sale ove questo ebbe luogo. — Sette magnifiche stanze in fila, — d’un [p. 71 modifica] effetto per vero imperiale, magico. In molti palazzi, quando i battenti delle porte sono da ambe le parti rivolti verso i muri, cotali serie di sale formano di lunghe prospettive in linea retta, in modo che l’occhio, incantato, vi si perde senz’alcuno ostacolo. Ma qui, com’era da aspettarsi dalla parte del principe e del suo gusto vivissimo per le cose bizzarre, — qui, dico, il caso era assai differente. Le camere erano disposte in modo tanto irregolare, che l’occhio non poteva contemplarne più di una alla volla. In capo ad uno spazio di venti a trenta piedi inglesi, sorgeva d’un tratto una giravolta misteriosa, per cui ad ogni svolta s’aveva una prospettiva nuova. A destra ed a manca, a mezzo di ogni muro, un’alta e stretta finestra gotica dava sopra un corridojo chiuso, che seguiva le sinuosità dell’appartamento. Ogni finestra spiccava di vetri dai più vivi colori in armonia al gusto tenuto nelle decorazioni della sala in cui si apriva. Per esempio, quella che sorgeva all’estremità orientale, era tutta damascata di azzurro, — e le finestre splendevano d’un turchino profondo.

Tutta ornata d’un vivo porpora mostravasj la seconda, e di vivissima porpora i vetri della rispondente finestra, intieramente verde la terza, intieramente verdi le invetriate. Decorata di arancio la quarta, — a cui di egual colore davano ugual luce i vetri; bianca la quinta, — violetta la sesta.

La settima sala poi era a tutto rigore sepolta in isplendidi damaschi di un velluto nero che, vestendone l’intiera volta e le mura, ricadevano in isfarzose nappe sopra un tappeto della stessa stoffa e di eguale colore.

Tuttavia, in questa camera soltanto, il colore delle [p. 72 modifica] finestre non corrispondeva alla decorazione. I vetri appariano singolarmente scarlatti, — d’un intenso colore di sangue.

Ora, in ciascuna delle sette sale, a traverso gli ornamenti d’oro qua e là sparsi a profusione, o pendenti dalle soffitte, non si scorgeva verun lampadario, nè un solo candelabro. Non lampane, anzi non bugie, nessun lume, insomma, di cotal fatta in così lunga fila di camere. Se non che nei corridoj che cignevano quelle stanze, e precisamente dirimpetto ad ogni finestra, s’innalzava un treppiede enorme con un braciere ardente, il quale projettando i suoi raggi lungo i vetri colorati, illuminava la sala di uno splendore abbagliante: da che si produceva una moltitudine sterminata di fantasmi, fantasticamente ed incessantemente congiunti. Fenomeno di solennità meravigliosa! Ma è da notarsi che, nella camera volta a ponente, la camera nera, la luce che il braciere sprazzava sulle funebri tele damascate e lungo i vetri dal color di sangue, splendeva spaventosamente truce e sinistra, dando alle fisionomie di coloro che vi si fossero imprudentemente immessi, un’apparenza tanto strana, che pochi e pochissimi dei baldi danzatori sentivansi l’animo di mettere i piedi in quel magico recinto.

Ed era per lo appunto in questa sala che, appoggiato al muro di ponente, levavasi un gigantesco orologio d’ebano. Il suo pendolo oscillava solenne con un tic-tac, sordo, sordo — monotono ; — e quando l’ago dei minuti avea compito il giro del quadrante, e che l’ora era li lì per iscoccare, dai polmoni di rame della macchina strana si destava un suono distinto, scrosciante, profondo e [p. 73 modifica] superlativamente musicale, ma di note tanto singolari e di tale energia che, ad ogni ora, i musici dell’orchestra erano obbligati d’interrompere un istante i loro accordi, così per ascoltare la misteriosa musica delle ore. Allora, i ballerini, come vinti da subitanea forza, cessavano i loro giri; un’agitazione momentanea magneticamente serpeggiava in tutta la gioconda brigata; e sino a tanto che la soneria mandava i suoi concenti, i men saldi di animo vedeansi quali cadaveri illividire, e i più maturi di età e forti di spirito, incerti, passarsi le mani sopra le fronti, quasi rapiti da una meditazione prepotente o da un sogno delirante.

Ma non sì tosto l’ultima eco erasi svanita, che un’ilarità lieve lieve circolava in tutta l’assemblea: i musici, allora, guardandosi l’un l’altro, ridevansi de’ proprj esaltamenti nervosi e della loro follia, e reciprocamente giuravansi che a’ primi nuovi suoni essi avrebbero opposto un’impassibilità perfetta. Parole vane! Passati appena i sessanta minuti, che comprendono i tremila seicento secondi dell’ora scomparsa, ecco i nuovi suoni dell’orologio fatale, ed ecco gli stessi timori, i brividi stessi, le stesse fantasticherie negli astanti.

Se non che, malgrado sì spiacevole inconveniente, quell’orgia passava tra le ebbrezze della magnificenza e della gioia. Tutt’affatto particolare il gusto del principe; il suo occhio per rispetto a que’ colori e a’ loro effetti, pienamente sicuro: e riguardava con disprezzo il decoro della moda. I suoi disegni rilevavansi per temerità ed avevano del selvaggio, e ne’ suoi pensieri balenava uno splendore di barbarie cupa; tanto che non pochi l’avrebbero tenuto per infermo di mente. Certo, i suoi cortigiani [p. 74 modifica] non ignoravano ch’egli era in ogni sua facoltà ben sano; ma ad assicurarsi ch’e’ no ’l fosse — importava sentirlo, vederlo e persino toccarlo.

In occasione di questa splendida festa, egli aveva assistito in persona, quasi continuo, alla decorazione delle suppellettili di quelle sette camere, e quella varietà spiccata di stili e colori era per intiero dovuta al personale suo gusto. — A che celarlo? — si vede; le sue erano state idee bizzarre e grottesche; in tutto un gusto sfavillante, uno sfarzo che abbagliava. Il bizzarro al fantastico, la novità si mesceva al solenne, — molto, insomma di quanto abbiam visto da che venne fuora l'Ernani. — Ivi, spiccavano figure veramente arabesche, con abbigliamenti e corredi assurdi, tirate senza ragion d’ordine e di simmetria; immagini sinistre con tutte le apparenze della follia: il bello, in lotta colle concezioni della licenza, e qua e là scene di capriccio vivo; ed ora apparía il colorito del terribile, ora il ributtante in tutto il suo orrido aspetto.

In breve, era una moltitudine di sogni infinita, che qua e là si pavoneggiava incessante in quelle sette sale, sogni che — a mo’ di serpi in lotta contorcevansi per ogni verso, colorandosi dai colori delle camere rispettive; — e sarebbesi detto ch’essi eseguissero co’ lor piedi la musica, e che le arie strane dell’orchestra fossero l’eco ancor più strana dei loro passi.

E sempre, di tanto in tanto, ad un’ora di intervallo, i suoni dell’orologio della sala di velluto vibravano misteriosamente solenni. Ed allora per un istante, a cessare ogni moto, a farsi silenzio perfetto, — e la voce dell’orologio a dominare [p. 75 modifica] sola; — e le fantasime erranti agghiadano, e, come tocche di paralisi sospendono ogni lor mossa. Ma, dileguati gli echi della soneria — le loro vibrazioni non durano che pochi istanti, — dileguati appena, dico, ecco un’ilarità lieve lieve e mal simulata circolare sui volti di tutti. E la musica novellamente s’infiamma, e rivivono i sogni, e più ebbri e folli di prima intrecciansi, contorconsi, e trasformansi, riflettendo i colori delle finestre attraverso i quali scintillano i raggi del treppiede ardente. — Tuttavia, là in fondo, nella camera volta a ponente nessuna delle maschere osa avventurare l’audace piede; poichè, e la notte s’avanza ed una luce ognor più rossa piove traverso i cristalli dal color di sangue, ed il bruno dei funebri tappeti è spaventoso: all’insensato ch’ivi rivolga i suoi passi, l’orologio d’ebano fa sentire un sonío più grave, più solennemente energico di quello che manda alle orecchie delle maschere stoltamente turbinanti nella piena spensieratezza delle altre sale.

Nelle quali tutte è un formicolare di cortigiani meraviglioso, a cui le mille febbri degli accesi sensi agitano convulsivamente il cuore. — E le danze procedevano ognor più animate e festose, e la tensione del piacere grandissima: — quand’ecco, in fine, si sentono i tocchi della mezzanotte, mandati dall’orologio d’ebano. Allora, come dissi, issofatto la musica cessa, e sull’istante si sospendono le danze; e d’ogn’intorno, come già prima, librasi un’immobilità ansiosa e crudele. Ma questa volta la soneria dell’orologio aveva battuto dodici tocchi; per cui egli è verosimile che un’idea ancora più penetrante ed insistente s’insinuasse nelle meditazioni di coloro che in così grande, e gavazzante [p. 76 modifica] moltitudine aveano tuttavia i lor pensieri a posto. E, forse, da ciò provenne che, molti di questa folla, prima che gli ultimi echi dell’ultimo tocco dell’orologio si fossero estinti nel silenzio, avessero avuto il tempo d’accorgersi della presenza d’una maschera, la quale sin’ allora era rimasta da tutti inavvertita. Se non che, la notizia di simile intrusione avendo fatto sommessamente il giro delle sale, d’improvviso in tutta quell’assemblea destossi un bisbigliamento crescente, un mormorio significativo di meraviglia e di riprovazione, — e dappoi di terrore, di orrore e d’invincibil disgusto.

In un’accolta di fantasmi, com’io descrissi, per cansare una sensazione tanto forte, importava davvero che il nuovo appaiamento avesse caratteri tutt’affatto straordinarj. In verità i baccanali di questa notte non avevano quasi avuto nessun ritegno; ma il nuovo nostro personaggio aveva superato in istravaganza lo stesso Erode, aveva oltrepassato i limiti — compiacenti, se vuolsi — del decoro imposto dal principe Prospero. Nei cuori degli uomini anco i più indifferenti, anco i più incuranti trovansi talora certe corde cui non lice toccare senza che vibrino fortemente. Ma negli esseri più depravati, presso coloro per cui la vita e la morte sono egualmente un giuoco od uno scherzo, vi hanno cose con cui non è dato giuocare d’impunità. — Quindi, allora, l’intiera assemblea parve profondamente sentire il cattivo gusto e la sconvenienza della condotta e de’ modi dello straniero.

Il quale apparia grande e severo, e tutto avvolto in un lenzuolo dal capo alle piante. La maschera, che gli nascondeva il volto, rappresentava [p. 77 modifica] tanto perfettamente la fisionomia d’un cadavere livido e stecchito, che il più sottile esame non sarebbe potuto giugnere a scuoprirne l’artificio. E nulladimeno tutti quegli ebbri gaudenti avrieno forse, se non approvato, tollerato almeno il brutto e schifoso tiro: ma il carattere dell’orrore era estremo, poichè la maschera aveva avuto la bruttissima idea di adottare il tipo della Morte Rossa. I suoi indumenti vedevansi oscenamente chiazzati di sangue — e la sua ampia fronte e le linee della faccia schifosamente cincischiate di spaventevole scarlatto.

Non sì tosto gli occhi del principe Prospero caddero sopra questa figura di spettro, — il quale, quasi a meglio rappresentar la sua parte, incedeva qua e là con passi lenti, enfatici e solenni attraverso gli affollati danzatori — che d’un tratto fu veduto come magneticamente côlto di brividi di terrore e di spavento: il che fu come lampo, poichè immantinenti la sua fronte s’imporporò per impeto di selvaggia rabbia.

— Chi osa, — chies’egli con voce tremula d’ira a’ cortigiani che gli stava intorno, — chi osa dunque insultarci con tanto sacrilega ironia? Arrestate il temerario e smascheratelo; — importa sapere chi sia colui che al primo sole appenderemo, pasto dei corvi, a’ merli del castello!

Queste parole il principe Prospero le profferiva a mezzo la camera turchina, che guardava il levante; ed esse si ripercossero spiccate e sonore in tutte le sette camere; avvegnachè il principe fosse uomo imperioso ed aitante, e la musica delle danze al semplice segno di sua destra avesse tosto taciuto. E il principe, lo dissi, stava nella camera turchina ritto a mezzo denso stuolo di cortigiani. [p. 78 modifica]

A tutta prima, in quella ch’e’ parlava, ebbevi tra quel gruppo numeroso un leggiero movimento innanzi, nella direzione dell’intruso personaggio; il quale in un attimo fu sulle loro orme, — e adesso con passi liberi e solenni s’andava di più in più accostando alla persona del principe. Se non che, per effetto d’un terrore vago, misterioso, indefinibile, che l’audacia insensata della maschera aveva sparso su tutta la società, non si trovò qui più uomo che valesse a porgli addosso le mani, e frenarlo; per cui l’essere strano non trovando ostacolo alcuno innanzi a sè, scivolò a due passi della persona del principe; e, nell’atto che quella moltitudine immensa, quasi obbedendo ad un movimento solo ed istantaneo, dal centro della sala si accalcava sui muri, proseguì interrottamente il suo cammino, con lo stesso incesso solenne e misurato ond’erasi dal prim’istante fatto notare e corse dalla camera turchina alla camera color porpora — dalla camera color porpora alla camera verde — dalla camera verde a quella color arancio — da questa alla bianca, e dalla bianca alla violetta, prima che un solo di essi, rinvenendo, avesse potuto fare un movimento decisivo per arrestarlo.

Tuttavia, fu proprio in questa che, esasperato dalla rabbia e dall’onta della sua momentanea pusillanimità, il principe Prospero precipitosamente slanciossi a traverso le restanti sei camere, senza che alcuno de’ suoi gli andasse dietro: viltà fatale! — poichè un terrore intenso, inesprimibile di morte aveva avvinghiato tutti nella sua atmosfera di ghiaccio. Il principe brandiva un pugnale nudo, e di tutto impeto erasi avvicinato a una distanza di tre o quattro piedi dal fantasma che, cedendo, si [p. 79 modifica] ritraeva;... quando... quand’ecco quest’ultimo che, giunto all’estremità della camera di velluto nero, bruscamente gli si rivolge e arditamente oppone la impassibil faccia al persecutore impetuoso. — E qui partissi un grido acuto, acuto, e il pugnale scivolò lividamente lampeggiando su’ funebri tappeti, dove, in un baleno, il principe Prospero cadde morto.

Allora, invocando il coraggio violento della disperazione, una gran folla di maschere precipitossi d’un tratto nella camera nera, e afferrando l’incognito che, simile a gigantesca statua, perdurava ritto ed immobile nell’ombra dell’orologio di ebano, e’ sentirono come soffocarsi da un terrore senza nome: e qui irreparabilmente si accorsero, che sotto il lenzuolo e la maschera cadaverica, che essi stringevano con sì violenta energia, non esisteva sostanza di forma alcuna.

Di colta si riconobbe indubbiamente la presenza della Morte Rossa, la quale a guisa del ladro era venuta di notte. E tutti i convitati l’un dopo l’altro caddero nelle sale dell’orgia, inondate di sanguigna rugiada; ed ognuno spirò, e si giacque nel disperante atteggiamento della propria caduta....

E la vita dell’orologio d’ebano disparve con quella dell’ultimo di questi uomini del piacere. E le fiamme del treppiede spirarono. E le Tenebre, la Rovina e la Morte Rossa stabilirono sopra tutte le cose il loro illimitato impero.....




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Ad Una Morta




Io raccolsi, l’estremo anelito del tuo cuore, e ti chiusi i lumi, omai vitrei, nel sonno del sepolcro, e ti racconciai la chioma ambro-filata, che giù giù ti cadeva a cerfuglioni con la venustà della morte, ch’è mistico veicolo di venustà immortale.

Dappoi, ornata della verginale tua vesta, ti deposi nella bara, coronata di semprevivi e di viole; e, le mani al sen conserte e pertinacemente socchiusa la pupilla, sembravi, pur nella salma, anela di Dio; — il tuo era il riposo delle vergini benedette.

In fine, cominciò l’uffizio pietoso del seppellitore... [p. 82 modifica]

Così un anno estinse tre vite fraterne. — A Custoza, Carlo; a Lissa, Luigi — giornate fatali all’Italia — d’inettezza, di viltà e di eroismo. E a te il male del cuore svegliava il morbo che non perdona.

1866!

Religione ed affetto mi fanno oggi dovere di quì rammentarti.

Spirito celeste, vale!


Milano, 7 settembre.



Il Traduttore.

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BERENICE



Dicebant mihi sodales, si sepulchrum amicœ
visitarem, curas meas aliquantulum fore levatas.

Ebn Zaiat.



I nostri mali sono molteplici; — e grande e moltiforme in questa breve vita è la miseria. La quale dominando il vasto nostro orizzonte, a guisa dell’arco baleno, mostra i suoi colori distinti e svariatissimi, che tuttavia sono tra loro intimamente uniti e fusi. — Ho detto: «Dominando il vasto nostro orizzonte a guisa dell’arco baleno?» — E come mai da un esempio di beltà celeste ho io potuto trarre un tipo di schifosa bruttezza? Come dal simbolo di alleanza una similitudine del dolore?

Lo so; in quella guisa che in etica il male è figlio del bene, e così — nella realtà — dalla gioja scaturisce l’affanno, ossia che il ricordo del passato formi l’angoscia del presente, ossia che le agonie che esistono piglino le origini dalle estasi che possono essere esistite. [p. 84 modifica]

Narro una storia la cui essenza è piena d’orrore. E, per verità, la tacerei molto volentieri, se non fosse piuttosto una cronaca di sensazioni anzichè di fatti!

Egeo è il mio nome di battesimo; quello della famiglia, no’l dico. Non havvi in paese castello più ricco di gloria o vecchio d’anni della malinconica ed antica dimora de’ padri miei. Ivi da immemorabile tempo la mia famiglia era tenuta per una razza di visionarj; il fatto è, che in molte particolarità strane e meravigliose, — nel carattere della nostra casa feudale, negli affreschi della grande sala, — nelle tappezzerie delle camere, — — nelle cesellature delle colonne della sala d’armi, — e più specialmente nella galleria de’ vecchi quadri, — nella fisionomia della biblioteca; e, infine, nella natura tutta speciale degli oggetti di questa biblioteca, — in tutto questo, dico, vi era, e vi è in abbondanza di che giustificare quella credenza.

Le rimembranze de’ miei primi anni sono intimamente legate a questa sala e a’ suoi molti volumi, — di cui non farò più parola. È là dove morì mia madre; ed è là dov’io nacqui. — Riescirebbe molto inutile l’affermare che io non abbia vissuto anteriormente, che la mia anima non abbia esistito prima di questa vita. Lo neghereste voi? Capisco; questa non è materia di controversia. Convinto, io non cerco di convincere. Vi ha, d’altronde, tali ricordanze aeree, indistinte, indefinite, — quasi punti visivi e parlanti dell’intelletto, quasi echi melodiosi e mesti d’impercettibil lontano; ricordanze sempre svolazzanti, persistenti; specie di memoria simile ad [p. 85 modifica] ombra, — vaga, variabile, infinita, vacillante; ombra esistente, essenziale, di cui mi sarà impossibile liberarmi, tanto che risplenderà il sole della mia ragione.

Ripeto, è in quella camera che sono nato. Adunque, venendo io dal fitto di una lunga notte che pareva, sì, ma non era la non esistenza, per piombar d’un tratto in un paese fatato, — in un palazzo tutto fantastico, — negli strani dominj del pensiero e dell’erudizione monastica, — non mi sembrerà cosa molto singolare che mi sia guardato d’attorno con occhio spaventato ed ardente; che abbia logorato la mia infanzia su’ libri e consumato la mia giovinezza ne’ sogni.

Ma — quegli anni essendo passati e il bello della mia virilità avendomi tuttavia trovato nella dimora de’ miei antenati — ciò che deve invero parere strano è quella specie d’immobilità, di inazione avvenuta nelle sorgenti della mia vita, — è quell’invertimento completo operatosi nel carattere de’ miei più comuni e semplici pensieri.

Le realtà delle umane cose m’impressionavano a guisa di visioni, e niente più che visioni — mentre, per lo contrario, le folli idee del paese dei sogni, le fantasime del soprannaturale e dello spiritismo, formavano non dirò l’ordinario alimento de’ giorni miei, ma quello positivo ed unico dell’intiera mia esistenza.

· · · · · · · · · · · · · · ·

Berenice ed io eravamo cugini, ed amendue venimmo su negli anni presso la casa paterna. Ma, crescendo, presto spiegammo disposizioni fisiche differenti: — io era sempre malaticcio e sepolto nella mia mestizia, — essa tutta agile, tutta grazia [p. 86 modifica] e di rigogliosa energia. A lei lo scorazzare per campi e pendici, a me gli studj del chiostro continui e pesanti. Io, tutto a vivere nell’intimo del cuore, dedito anima e corpo alla più intensa alla più macerante meditazione; ed essa errare spensierata per le vie, senza un sorriso all’esuberante giocondità del mattino, senza, un poetico sospiro al solenne e mistico silenzio della sera.

Berenice! — Io invoco il tuo nome, Berenice, e dalla stanca memoria si svegliano tuttavia mille ricordi tumultuosi del nostro passato! — Oh, la di lei immagine è ancor lì lì vivente innanzi di me, come a’ giorni sereni della sua gioia e della sua felicità! O beltà magnifica e fantastica ad una! O silfide, errante nei cari boschetti di Arnheim! O najade, tra rivi di argento! — Ed ora? ora tutto è mistero e terrore profondo, è una storia che sdegna di aprir le sue pagine. Un male, un fatal male l’avvinghiò nelle sue spire e — a guisa del vento del deserto — l’abbattè: quale spettacolo! durante il tempo stesso ch’io la stava osservando, lo spirito di trasformazione passava su di lei e la tramutava, compenetrando il suo spirito, le sue abitudini, il suo carattere — e, sottile sottile, terribile terribile, turbando persino la stessa sua identità! Ahimè! il distruttore invisibile veniva e se ne andava — a guisa di ladro; ma la vittima, la vera Berenice ch’era ella mai divenuta? In verità non la conosceva più omai, — io non la riconosceva più, almeno come Berenice.

Tra le numerose serie di mali venuti dietro a questo primo e fatale assalto, il quale operò una sì orribile rivoluzione nell’essere fisico-morale di mia cugina, è importante il rilevare come il più [p. 87 modifica] tristo e pertinace fosse una specie di epilessia, che il più delle volte mutavasi in catalessi. Catalessi perfettamente simile allo stato di morte, da cui ella talvolta destavasi come di soprassalto, spaventata e lassa. Contemporaneamente, il mio proprio male (era stato assicurato, essere della stessa origine) cresceva rapido rapido, sino a che — aggravandosi per un immoderato uso di oppio — prese in fine il carattere d’una monomania tutta straordinaria e nuova. D’ora in ora, di minuto in minuto la sua energia cresceva, e col volger dei dì giunse a tale che nella più singolare ed incomprensibil maniera dominava tutto il povero mio individuo. Questa monomania — giacchè è necessario la chiami con tali parole, — consisteva in una morbida irritabilità delle facoltà dello spirito, stato che in linguaggio filosofico si chiama facoltà d’attenzione. Probabilmente io non sarò qui compreso, o ben poco; ma temo davvero di trovarmi nell’assoluta impossibilità di dare alla comune dei lettori un’idea esatta di questa nervosa intensità d’interesse con cui nel mio caso (per evitare termini tecnici) la facoltà meditativa si fissava e si approfondava nella contemplazione degli oggetti i più volgari della vita.

Indefessamente meditare per lunghe e lunghe ore condensando l’attenzione su qualche nota puerile tra il margine di un libro o l’intervallo del testo; restare intieramente assorto, la maggior parie del giorno, in un’ombra bizzarra obbliquamente projettantesi su’ damaschi polverosi, sul pavimento tarlato; lasciarsi ire per una notte intiera a fissare la fiamma vibrante di una lampada o le bragie rosseggianti del camino; fantasticare continui e [p. 88 modifica] continui giorni sul profumo dei fiori; ripetere nella più monotona spensieratezza qualche volgarissima parola, ripeterla tanto che tal suono, a furia di essere ripetuto, finisse di presentare allo spirito un idea qualsisia; perdere ogni sentimento di moto e di esistenza fisica in un ozio assoluto, ostinatatamente protratto, — eccovi,10 amici, alcune delle più comuni e delle meno dannevoli aberrazioni delle mie facoltà mentali, — aberrazioni che certamente non son fuori di esempio, ma che rifiutano al certo ogni spiegazione ed ogni analisi qualunque.

Oh, lo spirito!

Avanti; io voglio essere ben compreso.

L’anormale, l’intensa, la solenne attenzione che per tal modo in me si eccitava da oggetti di per sè stessi frivolissimi, è di tale natura da non confondersi con quell’inclinazione al fantasticare, comune a tutta l’umanità, a cui soprammodo abbandonasi le persone di un’immaginazione ardente. Quest’attenzione, come potrebbe parere dapprima, non solo era un limite eccessivo, un’esagerazione di questa tendenza; ma ne era eziandio per origine e per essenza affatto distinta.

Nell’un dei casi, il fantasticatore, l’uomo dall’immaginativa potente, venendo d’ordinario interessato da un oggetto anzichenò serio, lo perde poco a poco di vista a traverso le immensità delle deduzioni e degli stimoli che ne scaturiscono, — e con tale efficacia, che all’invanire di questi sogni pieni spessissimo di voluttà arcana, egli — il [p. 89 modifica] vero fantasticatore — trova, riconosce l’incitamentum, causa prima delle sue riflessioni, intieramente svanito ed obbliato.

Nel caso mio, il punto di partenza era invariabilmente frivolo, quantunque nei fantasmi della malata fantasia rivelasse un’importanza superficiale e di rifrazione. Io faceva invero poche deduzioni; se pur talora ne faceva; nella quale circostanza esse volteggiavano sino a fissarsi nell’oggetto primitivo, siccome in lor centro. Le mie meditazioni ritraevano un non so che di amaro; e al dileguarsi di quelle strambe chimere, la causa primitiva, invece di essermisi dileguata dagli occhi della mente, aveva raggiunto quell’interesse tanto soprannaturalmente esagerato, che formava la più spiccata qualità del mio male. — In una parola, la facoltà dello spirito, più specialmente eccitata in me, era come dissi, quella dell’attenzione; mentre la facoltà del fantasticatore comune è sempre la meditazione.

Di quel tempo, i miei libri in uso, se direttamente non servivano ad irritare il mio male, partecipavano però largamente (ed è facile il comprenderlo) alle qualità caratteristiche di esso, in forza appunto della loro immaginaria ed irragionevole natura. Tra gli altri, mi ricordo assai bene del trattato del degnissimo italiano Celio Secondo Curione; De Amplitudine Beati Regni Dei; della grand’opera di S. Agostino; De Civitate Dei, e De Carne Christi; e di Tertulliano, il cui inintelligibile pensiero; — Mortuus est Dei Filius; credibile est, quia ineptum est; et sepultus resurrexit; certum est, quia impossibile est, — per più settimane assorbì proprio tutto il mio tempo in un’inutile e laboriosissima, investigazione d’intelletto. [p. 90 modifica]

Vedete mo’ quale malìa!

Com’è facile a pensarsi, bruscamente disturbata dalle più futili cose, la mia ragione poteva benissimo rassomigliarsi a quella rupe di mare, di cui fa parola Tolomeo Efestione, rupe che qual torre resisteva immobile ad ogni violenza umana ed al furore più terribile delle acque e dei venti, e che tuttavia, tocca appena dall’asfodelo11, cupamente vacillava in sua base. A un filosofo superficiale potrà sembrare semplicissimo e fuor dubbio che la terribile alterazione prodotta nelle condizioni morali di Berenice dalla sua deplorabile malattia potesse apprestarmi il precipuo soggetto di esercitare quell’intensa ed anormale meditazione, di cui testè provai non poca difficoltà a spiegare la natura. E pure, chi lo crederebbe? Nulla, proprio nulla vi era di tutto questo.

Nei lucidi intervalli della mia infermità, è vero, la sua malattia mi dava un grande affanno; quella completa ruina della sua vita bella e dolce, mi schiantava il cuore: di spesso, colmo di amarezza, io andava meditando sulle misteriose e strane vie in cui sarebbe scoppiata una rivoluzione sì pronta e misteriosa. Ma questi pensamenti non facevan parte dell’idiosincrasia del mio male; essi erano tali che, in circostanze analoghe, si sarebbero [p. 91 modifica] presentati egualmente all’ordinaria maggioranza degli uomini. Fedele al suo proprio carattere, la mia malattia si pasceva de’ mutamenti, meno importanti, ma più forti ed improvvisi, che si manifestavano nel sistema fisico di Berenice, in quel singolare e spaventevole sfacelo della sua identità personale.

Nei giorni più splendidi dell’incomparabile sua bellezza, io era certissimo di non averla mai amata. Nella strana anomalia della mia esistenza posso affermare che i sentimenti non mi vennero mai dal cuore, e che le mie passioni sono sempre discese dallo spirito.

A traverso i biancicanti barlumi del crepuscolo mattinale, — a traverso le folte e fresche ombre del meriggio, — di notte, nel silenzio sepolcrale della mia biblioteca, oh, quante e quante volte erami ella balenata allo sguardo! e io l’aveva contemplata lì lì non come la Berenice vivente e palpitante, ma come la Berenice di un sogno; non come un essere della terra, un essere carnale, ma come l’astrazione di un tale essere; non come una cosa da ammirarsi, ma da studiare in ogni sua parte; non come un oggetto d’amore, ma come il tema di una meditazione quanto astrusa altrettanto irregolare. E ora, ora io tremava convulso in sua presenza, io impallidiva al suo accostarsi; nondimeno, nello struggermi amaramente della sua deplorabile condizione di languore e deperimento, mi rammentai ch’essa mi aveva lungamente amato, e in un cattivo momento le parlai schiettamente di matrimonio. — E l’epoca stabilita alle nostre nozze alfin si avvicinava, — allora che un dopo pranzo d’inverno in una di quelle giornate [p. 92 modifica] raramente calde, calme e nebbiose — attrici predilette di Alciona la bella — credendomi solo, io mi era assiso nel gabinetto della biblioteca. Poco dopo, alzo gli occhi, ed eccoti ritta ritta innanzi a me Berenice.

Qual vista, mio Dio, quale vista! Ell’era una vera apparizione fosforescente. Ma era questo dunque effetto dell’immaginazione esaltata, o era l’influenza dell’atmosfera nebbiosa, o il crepuscolo incerto della stanza, o le vesti oscure che avvolgevano la sua persona, che le dèssero contorni sì ondeggianti ed indefiniti? Invero non lo saprei dire; forse nel progresso della sua malattia ella s’era fatta più alta. — Non mi disse motto; ed io per tutto l’oro del mondo non le avrei rivolta una sillaba. Un gelido ribrezzo mi serpeggiò in ogni fibra; una sensazione di angoscia insopportabile mi opprimeva; una curiosità divorante mi penetrava l’anima; abbandonandomi vinto di forze sopra una poltrona, restai alcun tempo senza respiro e senza moto, gli occhi sbarrati e fissi sulla di lei apparizione. Ohimè!, la sua magrezza era divenuta estrema, e nè un sol contrassegno del primitivo suo essere era sopravvissuto o rimasto a darle l’aria dei lineamenti passati. Infine, i miei occhi presero passionatamente a fissare il suo volto con ardore convulsivo.

Alta la fronte, pallidissima e singolarmente calma; e i capelli che, già di un nero di pirite, le cuoprivano in parte, ombreggiandole, le scarne tempia d’innumerevoli anella, adesso erano tratti ad un biondo rossiccio, la cui fantastica apparenza scempiamente contrastava con la dominante mestizia di tutta la fisionomia. Senza vita e [p. 93 modifica] splendore, i suoi occhi, i quali apparivano privi di pupille; ond’io penosamente e quas’inconscio stornai i lumi di quella vitrea fissezza e li trassi alle sue labbra, sottili sottili e come sconciamente avvizzite. E queste si aprirono; ed ecco in un sorriso singolarmente significativo lenti lenti apparire al mio sguardo i denti della nuova Berenice. Mio Dio, mio Dio, quei denti! Oh, non li avessi mai veduti quei denti, o — visti appena — fossi morto!

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Il lento lento stridere di una porta che si chiudeva, scossemi di quell’astrazione, ed io levati gli occhi, mi accorsi che mia cugina aveva lasciato la stanza. Ma lo spettro bianco de’ suoi denti discorreva nel mio cervello, ed era sempre lì lì come vagolante. Però l’impressione di quel suo sorriso passeggiero fu tanto viva e profonda nella mia memoria, che non mi sarebbe sfuggito il menomo screpolo della superficie di quei denti, fa menoma tinta in quella nitidissima loro uniformità, la più lieve ineguaglianza sulle loro punte. Oh, ma quei denti, que’ denti erano troppo stupendamente belli! Anzi, rimasto solo, io li vidi ancor più distintamente che non li avessi osservati poc’anzi. — Quei denti! quei denti! eran là, e poi là, sempre là e dappertutto — visibili, palpabili — a me dinanzi lunghi, affilati, eccessivamente bianchi con quelle labbra pallide — livide, or bruttamente convulse, or scempiamente vizze, ora spaventosamente tese, come poc’anzi.

E qui riassalimmi la piena furia della mia monomania, ed invano dovetti lottare contro [p. 94 modifica] l’irresistibile e strano suo influsso. Non più un pensiero per lo numero sterminato d’oggetti di questo mondo esteriore; — tutta la mia mente, tutte le mie idee non erano che per quei denti. Quanto a loro io provava una specie di frenesia irresistibile. Ogni altro oggetto, ogn’interesse diverso venne tutto assorto in questa contemplazione. Essi, essi soli, i denti — erano dinanzi al mio spirito, tanto che la loro esclusiva individualità diventò la vera essenza delle mia vita intellettuale. Io me li vedeva presenti le intiere giornate, io li considerava, li passava persistentemente ad esame per tutti i versi; ne studiava tutti i caratteri — ne osservava le particolari loro linee — ne meditava la conformazione — rifletteva all’alterazione di loro natura. E tremava verga a verga attribuendo loro con la mente le facoltà di sensazione e di sentimento, sino a pensarmeli senza l’indumento delle labbra per accordar loro una potenza di espressione morale. Molto a proposito si è detto, parlando di madamigella Saltè, che tutti i suoi passi erano sentimenti, — e di Berenice, molto più seriamente, che tutti i suoi denti erano idee. Idee! Ah! ecco, ecco l’assurdo pensiero di cui caddi vittima! I denti — idee! Ah, ah, ah! eccovi, eccovi il perchè li vedeva, li contemplava, li studiava, li desiava tanto. I denti erano idee; e sentiva che solo il poterli possedere m’avrebbe ridotto la pace e riammesso nella ragione.

Erano idee!

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E la notte scese su di me, — e vennero le tenebre, e dominarono — e poi lente lente a dileguarsi: — e venne un nuovo giorno, — e le ombre di una seconda notte si addensarono su me, [p. 95 modifica] — e sempre io rimaneva immobile in quella camera solitaria, — sempre seduto, sempre sepolto nella mia meditazione fittissima; — e sempre in fantasma quei denti lì lì a librarmisi intorno, a mantenere quegl’influssi, così che la larva vivissima e ributtantissima volteggiava qua e là a traverso la luce e le ombre cangianti della camera.

In fine, a mezzo di questi sogni, scoppiò un grido di grande orrore, di grande spavento, a cui dopo una breve pausa successe un rumor di voci desolate, interrotte da gemiti di sordo dolore e di straziante affanno. Mi rizzai su e, aprendo una delle porle della biblioteca, incontrai nell’anticamera un famiglio tutto in lagrime, il quale mi annunziò che Berenice era morta. Colpita d’epilessia al mattino, aveva soccombuto; ed ora, al venir della sera, la fossa attendeva l’ospite novella: e già tutti i preparativi della sepoltura eran compiti....

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Pieno il cuore d’angoscia, oppresso dal terrore, con forte ripugnanza diressi i miei passi verso la camera da letto della defunta. Questa camera era ampia e tetra, e ad ogni passo inciampava nei preparamenti della sepoltura. Le cortine del letto, mi disse un famiglio, essere chiuse sopra la bara, nella quale — aggiunse con voce bassa e commossa — giace tutto quanto resta della Berenice. — Chi è dunque che mi chiese se voleva vedere il cadavere di lei?

Stravaganza! Nessun labbro si era mosso, nè io lo vidi, almeno; e tuttavia questa domanda erami stata propriamente rivolta, e l’eco delle ultime sillabe vibrava ancora nella camera. Essendo impossibile un rifiuto, fu con gran sentimento [p. 96 modifica] d’oppressione che mi avvicinai alla proda del letto. Lento lento sollevai i funebri drappi del cortinaggio; e, nel lasciarli andare, essi ricaddero sulle mie spalle — per cui, separato dai viventi, mi trovai come chiuso nella più stretta comunione con la defunta.

Tutta l’atmosfera della camera sapea di morte; ma l’esalazione particolarissima della bara mi faceva male, e mi pareva già di sentire venir su dal cadavere i deleterj principj del suo sfacelo. Per liberarmi di là avrei pagato un mondo, avrei donato l’anima per fuggire all’influsso pernicioso della mortalità, per respirare ancora una volta l’aere puro de’ cieli eterni e sereni. Ma io non aveva più il potere di muovermi, mi sentiva inchiodato là, quasi masso: mi vacillavano fortemente le ginocchia, sembrava che fossi piantato nel suolo, continuando a guardare fisso fisso l’irrigidito cadavere lungo disteso nell’aperta bara.

Cielo! è egli mai possibile? ha dunque il mio cervello dato la volta? o il dito della defunta si è mosso nella bianca tela che lo copriva? — Possibile?

Tutto tremante d’inesprimibil paura, alzai lentamente gli occhi per vedere la fisonomia del cadavere. La benda con cui egli aveva fasciato la bocca, non so come, erasi rallentata e caduta; le labbra contorcevansi lividamente in una specie di indefinibil sorriso, ed a traverso il melanconico loro contorno i denti di Berenice bianchi, lucenti, affilati, terribili mi fissavano tuttavia con una vivezza di vita reale. Quasi preso di convulsioni diaboliche, mi staccai dal letto e, senza profferire parola, mi slanciai come un maniaco fuori di questa camera di mistero, di orrore e di morte.

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Mi ritrovai nella mia biblioteca; stava seduto, — ed era solo — solo! Mi sembrava di essere uscito da un sogno confuso ed agitato. — Mi accorsi ch’erasi fatto notte: io aveva però preso tutte le precauzioni possibili perchè Berenice fosse seppellita dopo il tramonto del sole; ma non serbai alcun reale nè ben definito ricordo di quanto si era passato durante sì lugubre intervallo. Nondimeno la mia memoria era invasa d’orrore, — orrore tanto più orribile quanto più vago, — di un terrore renduto più vivo per la stessa sua ambiguità. Era una specie di pagina spaventosa del registro della mia esistenza, intieramente scritta con oscure rimembranze, di ribrezzo, inintelligibili. Ogni mio sforzo per leggere in queste strane linee, vano: e tuttavolta, di tanto in tanto, simile a lamento di suon che s’involi, un grido flebile, acuto acuto, — una voce di donna — sembrava arrivasse a ferirmi le orecchie.

Aveva io forse per avventura tentato e compito qualche cosa? — Ma, e qual’era mai questa cosa? E a voce alta rivolsi a me stesso la domanda, e gli echi della camera con susurro decrescente mi rimandavano in risposta: Qual è dessa mai questa cosa?

Sopra la tavola, al mio fianco, ardeva una lampada, e presso di essa un cofanetto di ebano. Non molto notevole il suo stile; e un tale oggetto io l’aveva già visto spesse volte, essendo esso proprietà del medico di mia famiglia. Ora, come mai questo cofanetto trovavasi là, là sulla tavola, — e perchè al solo guardarlo mi sentii scuotere per lo spavento ogni fibra? È vero: queste erano cose a cui non valeva la pena di volger lo sguardo: [p. 98 modifica] ma, alla fine, i miei occhi caddero sulle aperte pagine di un libro, e si fissarono sopra una frase sottolineata. Questa frase, energica nella sua semplicità e singolare, apparteneva al poeta Ebn Zaiat, — ed era: Dicebant mihi sodales, si sepulcrum amicae visitarem, curas meas aliquantulum fore levatas12.

Come è dunque mai che, al leggere queste parole i capelli mi si rizzassero sul capo ed il sangue mi si agghiadasse nelle vene?

In questa, eccoti picchiar lieve lieve alla porta della biblioteca e, pallido come un essere di oltretomba, farsi innanzi in punta di piedi un mio famiglio. Aveva lo sguardo per terrore stravolto: e si appressò a parlarmi con voce bassa, bassa, tremula e come soffocata. Che cosa mi diss’egli? Io ne capii appena qualche frase interrotta. Parmi che mi narrasse come uno spaventevole grido avesse turbato il silenzio della notte, — che tutti i famigli s’erano riuniti, — che s’erano fatte ricerche nella direzione del suolo... In fine, la sua voce bassa bassa si fece distinta sino a farmi fremere, quando l’ebbi inteso affermarmi che si parlava di una violazione di sepolcro, d’un corpo sfigurato, privo del suo lenzuolo, che tuttavia respirava, che tuttavia palpitava, — che era vivente!

Ei guardò i miei vestimenti; erano tutti oscenamente grommati di fango e di sangue. Senza proferire parola, mi prese dolcemente per la mano, — e in essa apparivano larghe stimmate di unghie [p. 99 modifica] umane. Allora e’ diresse l’attenzion mia verso un oggetto locato contro il muro; — era una bara. Con un grido straziante mi slanciai alla tavola ed afferrai convulso il cofanetto d’ebano. Ma non ebbi la forza di aprirlo e, in quel mio tremito nervoso sguizzatomi di mano, pesantemente cadde e andò in minuzzoli. E rotolando sul pavimento con enorme fracasso, quasi suono di vecchie ferramenta, vidi uscirne alcun’istrumenti di chirurgia dentaria, e tra essi trentadue coselline bianche bianche, come l’avorio, che scricchiolando si sparpagliarono sul nudo pavimento...



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Allo scultore Costantino Corti



             Carissimo,

Intitolo il Silenzio del Poe all'autore del Lucifero.

Tu, amico, con quest’opra mirabile del tuo scalpello affermasti, a mio avviso, l’epopea della Rivoluzione. Ma, più che Spartaco, Lucifero è l’umanità intiera, che levasi a signoria di sè; concitamento, rabbia, disfida ne ostentano la indomita coscienza: Capanèo, la impotenza delira; Lucifero, la forza del dritto — il Prometeo della favola che si trasforma nel Prometeo della fede nuova!

Hai fatto opra degna delle grandi tradizioni del Canova. [p. 102 modifica]

Il Silenzio, artisticamente, par quasi un’antitesi, ne’ limiti angusti d'una scena locale; in esso, il desolamento solenne, l’animazione convulsa e il letale riposo della natura stanca. — Dal masso il tuo Lucifero lancia la sua disfida; dal masso lo incognito, avvolto solennemente nella toga della antica Roma, arriccia di paura e fugge dinanzi al Silenzio, ch’è immagine della Morte. — Racconto degno del Demonio che lo fa, e del poeta che finge d'ascoltarlo.

E tu accogli questa poesia, proprio degna d’artista; e, rammentando l’amico, vivi e cresci all’onore dell’arte italiana.



B. E. MAINERI.


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SILENZIO



«Le sommità delle montagne riposano;
la vallata, le roccie e la caverna sono mute.»



Ascoltami, disse il Demonio, posandomi la sua mano sulla testa. — La contrada di cui ti parlo è una ben triste contrada nella Libia, sulle rive del fiume Zaira. E là non regnano nè riposo, nè silenzio.


— Le acque del fiume, malsane, sono di un colore giallognolo; nè esse scorrono al mare, ma agitansi eternamente sotto l’occhio infuocato del sole con movimento tumultuoso e convulsivo. Da ambe le sponde di questo fiume dal letto melmoso, ad una distanza di parecchie miglia, si stende un pallido deserto di gigantesche ninfee, le quali mandansi in questa solitudine reciproci sospiri, ed innalzano verso il cielo i loro esili colli di spettri, eternamente ondeggiando i mesti lor capi. — Si eleva da esse un mormorio confuso, [p. 104 modifica] simile a quel di torrente che scorra sotterra; — e continuano vicendevolmente a mandarsi gemebondi sospiri.


Ma il loro impero ha pure i suoi confini, che sono stabiliti da un’immensa, nera, ed orribil foresta. Ivi, a guisa dei flutti che flagellano le Ebridi, piccoli e spessi alberi agitano continuamente le loro fronde. E pure non è ventoso quel cielo. E quei primitivi alberi smisurati fluttuano eternamente da questo e da quel lato con fracasso orrendo: e dalle sublimi lor cime stilla goccia a goccia un’eterna rugiada. E a’ lor ampj pedali piante strane e velenose contorconsi in agitato sonno. E sulle sublimi lor teste con iscroscio reboante, sempre di verso occidente, precipitansi grigiastre nubi, sino a che que’ vegetali annosi, qual’ampia cataratta, rovesciano dietro i limiti infiammati dell’orizzonte. Nè spiro di vento si agita per lo cielo: e sulle rive del fiume Zaira non havvi calma, e non havvi silenzio.


Era notte, e la pioggia cadeva; e, nel suo cadere, era acqua, — caduta, appariva sangue. Ed io stavami confitto in quel tristo padule tra grandi ninfee, e la pioggia mi cadeva sul capo, — e le ninfee mandavansi reciproci sospiri nella solennità di quella loro desolazione.


E d’un tratto la luna levossi a traverso il lieve velo di quella funebre nebbia, e mostrò il suo disco splendente d’un vivo chermisino. E i miei occhi si fermarono sopra una grigiastra roccia enorme, elevantesi alla sponda del fiume, sulla [p. 105 modifica] quale la luna effondeva lo strano suo splendore. E la roccia era grigiastra, e sinistra, e altissima; — e la roccia era grigiastra! — Sopra il suo frontone, appariano impressi grossi caratteri; ed io stentatamente avanzava in mezzo a quel padule di ninfee, anelo di toccare la sponda e poter così leggere distinte le lettere impresse sulla pietra. Invano! — non riuscii a decifrarle. Ed io stava per immettermi ancora nel mezzo del padule; quand’ecco la luna brillare d’un rosso suo più vivo; e mi rivolsi, e nuovamente guardai verso il masso e verso i caratteri; — e i caratteri dicevano: Desolazione!


E dirizzai più in su lo sguardo, ed a sommo della roccia vidi immobile un uomo; e tosto, a spiare le di lui azioni, mi nascosi tra le ninfee. Grandi e maestose erano le sue forme, e dalle spalle a’ piedi era egli avvolto solennemente nella toga dell’antica Roma. I contorni della sua persona, indistinti, — ma le sue linee, quelle d’una vera divinità; avvegnacchè, malgrado le ombre della notte, e la nebbia, e la luna, e la rugiada, i contorni del volto brillasser di luce. Ed alta e grave di pensieri la sua fronte, ed il suo occhio, come per affanno, torbido; e nelle ampie rughe delle sue guancie io lessi le leggende dell’affanno, della fatica, del disgusto dell’umanità, e d’una grande aspirazione alla solitudine.


E l’uomo si assise sulla roccia, e la testa appoggiava sulla mano; — e discorse lo sguardo sopra quella desolazione. Osservava gli alberelli irrequieti e que’ grandi alberi primitivi; più in [p. 106 modifica] alto, fissò il cielo conturbato di lievi nubi e la luna tinta di sangue. Ed io me ’n giaceva tutto rannicchiato tra le ninfee, tutt’occhi sulla persona di quell’uomo strano. Ed egli in mezzo a quella solitudine tremava; — ma intanto la notte si faceva alta, ed ei perdurava immobile sulla roccia.


E l’uomo stornò dal cielo lo sguardo, e lo diresse sul lugubre fiume Zaira, su quelle acque gialle e di morte, sulle pallenti legioni delle ninfee. Ed egli ascoltava attento i sospiri delle ninfee e il cupo mormorio che da queste si alzava. Ed io me ne stava accoccolato in quel mio nascondiglio, tutte espiando le azioni dell’uomo. E l’uomo tremava nella solitudine; — e intanto la notte avanzava, ed e’ perdurava assiso sopra la roccia.


Allora mi spinsi nelle più remote parti del padule, calpestando i pieghevoli capi delle ninfee e chiamando gli ippopotami, abitatori dei gorghi profondi del padule. E gl’ippopotami intesero la mia chiamata e si recarono in compagnia dei serpenti tortuosi13, sino a piè della roccia, e misero alti e spaventosi ruggiti, sotto la luna. Io [p. 107 modifica] era sempre rannicchiato nel mio nascondiglio, tutt’occhi sulla persona di quell’uomo; e l’uomo tremava nella solitudine; — e nondimeno la notte avanzava, e l’uomo persisteva immobile sulla roccia.


Io allora maledissi gli elementi, — della maledizione del tumulto; e una tempesta spaventosa si addensò su ’n cielo, ove poc’anzi nessun filo d’aura alitava. E il cielo si fè livido della violenza della tempesta, — e la pioggia flagellava il capo dell’uomo, — e i fiotti del fiume straripavano, — e le sue acque, tormentate, sprizzavano in ischiuma, — e le ninfee mandavano stridi dai loro letti, — e la foresta a’ colpi del vento curvava, — e romoreggiava il tuono, — e guizzavan saette, — e vacillava la roccia sin dall’ime fondamenta. Ed io me ne stava sempre accoccolato nel mio nascondiglio a spiare le azioni dell’uomo. E l’uomo tremava in quella solitudine: — intanto la notte avanzava sempre, ed e’ restava immobile sulla roccia.


Allora mi punse un’irritazione viva, e maledissi — della maledizione del silenzio — il fiume e le ninfee, e il vento, e la foresta e il cielo, e il tuono e i sospiri delle ninfee. Ed essi tutti andarono colpiti della mia maledizione, — ed ammutolirono. E la luna arrestò in cielo il penoso suo corso, e i tuoni cessarono, nè più lampeggiaron saette, e le nubi stettero gravemente, e le acque ritornarono a’ loro letti — e vi giacquero; e gli alberi finirono di agitare lor cime, nè più sospiravano le ninfee, cessando di sollevarsi ogni arcano mormorio dagl’innumeri loro steli, nè più [p. 108 modifica] udissi la menoma voce in tutto quel solenne deserto senza confini. Ed io fissava i caratteri della roccia, che s’eran mutati; — ed ora essi rappresentavano questa parola: Silenzio.


E i miei occhi ricaddero sulla figura dell’uomo, e tutto il suo aspetto era livido per terrore. — E’ con impeto tolse dalla mano il capo, si rizzò sul masso e tese l’orecchio. Ma, in tutta la immane solennità di quel deserto sconfinato, non una voce; e le lettere impresse sulla roccia, queste: Silenzio. E l’uomo arricciò di paura in tutto il corpo, e fe’ repente un voltafaccia, e fuggissi lontan lontano, a precipizio, tanto che dileguossi, nè io più lo vidi —



Certo, trovansi di bei racconti nei libri dei Magi, ne’ melanconici libri de’ Magi, che son legati in ferro. In essi, dico, trovansi narrazioni splendide — del cielo, della terra e del potente mare, — e de’ Genj che regnarono sul mare, sulla terra e ne’ sublimi cieli. E scienza profonda eziandio rivelavasi nelle parole che sono state profferite dalle Sibille; — e sante, sante cose furono un tempo udite dalle melanconiche quercie che agitavansi intorno a Dodona14; ma, come è vero che [p. 109 modifica] Allah15 è vivente, io ho per fermissimo che questa favola narratami dal Demonio, quando e’ si assise al mio fianco nell’ombra del sepolcro, sia la più meravigliosa di tutte.

E allora che il Demonio ebbe finito questa storia, riadagiossi nel profondo vano del sepolcro, e si mise a ridere. E io non potei ridere col Demonio: — ed e’ mi maledisse, perchè non mi fu possibile ridere con lui. Allora la lince, che abita eternamente i sepolcri, uscì fuori, e si accovacciò a piè del Demonio, ponendosi a fissarlo intensamente negli occhi.


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Al Dott. Giuseppe Pitrè



Mio Beppe,


Presento a te, sì valente nelle filologiche discipline in Italia, la Morella, vero quadretto fiammingo, animato da influssi metafisici alemanni.

Un romanziere comune avrebbe trattato il principium individuationis superficialmente, sì come, per esempio, il D’Arlincourt nella Ida o I Simili, ed altri, che taccio. Il Poe invece fu pittore, filosofo e poeta, a chiaroscuri tuttavia un po’ densi per certe intelligenze. [p. 112 modifica]

Ma il principio degli indiscernibili nell’individuo uomo è tale metafisica bizzarria da destare i brividi anco a’ più accesi visionari; e nondimeno i quadri di genere, se belli, stan bene dovunque.

E tu accoglilo con l’usato affetto, ricordandomi; e sta sano.



Tuo
BACCIO.




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MORELLA



 «Lui stesso, per lui stesso, con lui stesso, — omogeneo eterno.»


Ciò che provava relativamente alla mia amica Morella, era un profondo, ma singolarissimo affetto. Avendo io fatto la sua conoscenza a caso, or son molt’anni, l’anima mia al nostro primo incontro divampò d’un fuoco sin allora per lei ignoto: ma non eran quelle le fiamme di Ero16, e fu davvero un amaro affanno per lo spirito mio la convinzione crescente ch’io non n’avrei mai potuto definire l’insolito carattere, nè regolare l’errante intensità di quelle. Nondimeno andammo intesi, e il destino ci ebbe unito a piè dell’altare. Nè io mai le discorsi di passione, nè pensai [p. 114 modifica] all’amore mai. E nondimeno essa fuggiva la società e, unendosi a me unicamente, resemi felice. — Vivo stupore d’animo tramutasi in gioja; e il fantasiare non è egli una felicità, il fantasiare?

L’erudizione di Morella era vasta e profonda. Nè i suoi talenti, come vedrassi, erano di second’ordine; — grande, proprio gigante la potenza dello spirito suo. Lo che ben vedeva, e sentiva, e in molte occasioni mi resi discepolo suo. Non tardai nullameno ad accorgermi che, in ragione della sua educazione compita a Presborgo, Morella mi faceva pompa di molti di que’ mistici scritti che sono generalmente tenuti come il fiore della principale letteratura germanica. Per ragioni a me incomprensibili, tali libri formavano il suo studio costante e favorito; e se dappoi anch’io mi volsi ad essi con tutta l’anima, è a trovarsene soltanto la ragione nel semplice ma efficacissimo influsso dell’abitudine e dell’esempio.

Se non piglio inganno, la mia ragione poco o punto entrava in queste cose. Le mie convinzioni (chè io più non mi riconosco), le mie convinzioni non traevan per niente lor radice dall’ideale, nè si sarebbe potuto scovrire (a meno ch’io grossolanamente non mi faccia gabbo) alcun pur lieve indizio di misticismo nelle mie letture, sia rispetto agli atti che a’ pensieri. Di che persuaso, m’abbandonai ciecamente alla direzione di mia moglie, immettendomi con cuor calmo e fidente nel labirinto degli studj suoi. E allora (quando cioè, tutt’assorto in quelle pagine maledette, sentiva in me vivificarsi uno spirto perverso e scelerato), allora ecco piantarsi a me d’innanzi Morella, Morella, la quale posando la fredda sua mano nella mia, [p. 115 modifica] destava dalle ceneri d’una filosofia oggidì morta parole bizzarre e gravi, che per virtù del loro mistico senso imprimevansi in modo indelebile nella mia mente. E allora durante ore ed ore mi abbandonava fantasticando al suo fianco, e tutto rapito seguiva la musica della sua voce, sino a che, a lung’andare, tal melodia si addensava di terrore, e tenebra fitta avvolgeva l’anima mia, e sepolcral pallore mi si pingeva in volto, ed ogni mia più intima fibra si commoveva convulsa per effetto di que’ suoni ultraterreni. Per cotal modo la gioja convertivasi d’un tratto in orrore, e l’ideale del bello tramutavasi in ideale del brutto, nella stessa guisa che la valle di Hinnom è diventata la terribil Gheenna17.

È inutile il fissare l’esatto carattere del problemi emergenti dai succitati volumi, problemi che per lunga pezza furono quasi esclusivamente il solo obbietto dei nostri discorsi. Chi ben conosce ciò che potrebbe chiamarsi morale teologica, facilmente potrà concepirli, ma, chi è affatto digiuno di lettere, non giugnerà certo ad averne la benchè menoma idea. Lo strano panteismo di Fichte, la Palingenesia modificata dei Pitagorici e, soprattutto, la dottrina dell’Identità tal quale venne presentata dallo Schelling, erano generalmente i punti di discussione che maggiormente allettassero l’immaginativa di Morella. La quale identità, nomata personale, parmi che Locke la faccia molto giudiziosamente consistere nella permanenza dell’essere razionale. [p. 116 modifica] In ciò che per persona intendiamo un’essenza pensante munita di ragione, e in ciò che esista una coscienza sempre compagna al pensiero, è quest’essa, tale coscienza, che fa noi tutti essere ciò che propriamente diciamo noi stessi, distinguendoci per tal modo dagli altri esseri pensanti, col darci la nostra identità personale. Ma il principium individuationis, la nozione di questa identità che, alla morte, è o non è perduta per sempre, restò per me in ogni tempo un problema del più alto interesse, non solo a causa dell’inquieta ed imbarazzante natura di sue conseguenze, ma eziandio a motivo della concitata e singolare maniera con cui me ne discorreva Morella.

Per vero era omai giunto il tempo in cui il mistero della natura di mia moglie m’opprimeva con piacevol magia. Io era divenuto incapace a sopportare il tatto delle affusate e pallide sue dita, sì come il suono profondamente caratteristico della musical sua parola e il lampo della sua melanconica ed incisiva pupilla. Ed essa tutto ciò sapeva, nè alcun rimprovero me ne muoveva il suo labbro; pareva che avesse la coscienza della mia debolezza e della mia follia, il quale stato, sorridendo a suo modo, usava domandare Destino. E pur sembrava, essa avere coscienza della causa, a me sconosciuta, del graduale alterarsi della mia amicizia; però non me ne dava spiegazione di sorta, nè allusion’alcuna faceva alla natura di questa causa. Morella tuttavia non era che donna, ed ogni dì s’andava consumando. E, dopo molto, una macchia porporina pertinacemente fissossi sulla sua guancia, e le azzurrine vene della sua pallida fronte si distesero prominenti. E talvolta tutto il mio [p. 117 modifica] essere commovevasi di pietà profonda; ma, colpito poco dopo dal lampo de’ suoi occhi pieni di pensiero e di vita, l’anima mia sentiasi venir meno, e pativa le vertigini a mo’ di chi abbia tenacemente fisso lo sguardo in lugubre e sterminato abisso.

Dovrò qui dire come, divorato da intenso e profondo disio, io non aspirassi che al momento della morte di Morella? E fu pur troppo così! Se non che lo spirito frale s’abbarbicò al suo abitacol d’argilla per giorni e giorni, per settimane e settimane e per assai fastidiosi mesi, tanto tenacemente che alla fin fine i torturati miei nervi la vinsero sulla ragione e a tali indugi diventai furioso, e con cuor satanico maledissi i giorni e le ore e i minuti amari che pareano sempre più allungarsi, incessantemente allungarsi, grado a grado che la nobil sua vita declinava, simile alle ombre nell’agonia del giorno.

Volgeva una sera d’autunno; l’aere posava immobile ne’ celesti spazj, e Morella mi chiese al suo capezzale. Uno strato vaporoso avvolgeva tutta quanta la terra e un calore opprimente gravava sulle acque e, allo scorgere gli splendori dell’ottobre sprazzarsi nel denso fogliame della foresta, sarebbesi detto che uno splendido arcobaleno ivi fosse disceso dall’immensa distesa del firmamento.

— Ecco il giorno dei giorni, disse al mio accostarlesi — il più bello dei giorni per vivere o per morire. Oh! vero bel giorno pe’ figli della terrà e della vita! ah, più bello ancora per le figlie del cielo e della morte!

Io baciai la sua fronte, ed ella continuò:

— Fra poco, io muoio, anzi io vado alla vita.

— Morella! [p. 118 modifica]

— No, non hanno esistito mai, mai, i giorni in cui ti sarebbe stato permesso l’amarmi: ma colei che aborristi in vita, l’adorerai in morte.

Morella!

— Ripeto, che me ne muoio. Pur havvi in me un pegno di quell’affetto (ah, ben tenue affetto!) che tu provasti per me, per me, Morella. E allora che lo spirito fiane partito, vivrà il figlio, tuo figlio, il mio figlio, di me, Morella. Ma i tuoi dì volgeran pieni d’affanno, di quell’affanno ch’è là più durevole delle impressioni, come il cipresso è il più rigoglioso degli alberi. Avvegnachè le ore della tua felicità siano ite e il gaudio non si raccolga due volte in vita, a mo’ delle rose di Pesto due volte in un anno. Nè più ti trastullerai in avvenire al giuoco dell’uomo di Teos; il mirto e la vite ti saran cose sconosciute, e dovunque tu volga i passi porterai sulla terra il tuo sudario, come il Mossulmano della Mecca!

— Morella! — gridai, — Morella! e come puoi tu mai saper questo?

Ma ella volse il capo dall’altra parte del capezzale; un tremito lieve lieve discorse le sue membra e spirò; — nè più intesi la sua voce!

Nullameno, giustamente com’ella predisse, il figliuol suo, il figliuolo cui morendo aveva dato la vita, il quale non emise respiro che al cessare dell’ultimo spiro materno, il figlio suo, una bambina, le sopravvisse. E venne su, fecesi grande, grande straordinariamente nel personale e nell’intelligenza, e divenne la perfettissima immagine di lei che se n’era ita; e l’amai di ferventissimo amore, tale che non mi sarei mai creduto capace di provare per verun’altra creatura di questo basso mondo. [p. 119 modifica]

Se non che, non trascorso tempo molto che il cielo di sì puro affetto offuscossi, e la melanconia e l’orrore e l’angoscia ne furon le più tristi nubi. — Ho detto che la fanciulla stranamente cresceva e nel fisico e nell’intelletto: e, in mia fede, strano e rapido fu il crescere di sua corporale natura; ma terribili oh! ben terribili i tumultuosi pensieri che si addensarono sul mio capo nel tempo ch’io vegliava studioso allo svolgersi e formarsi dell’essere suo intellettuale. E potev’egli essere diversamente, quando ne’ pensieri della fanciulla scuopriva ogni giorno l’adulta potenza e le vive facoltà della moglie? quando dalle labbra dell’infanzia fluivano le lezioni di esperienza matura? quando scorgeva ad ogni istante la saggezza e le passioni della perfetta età irraggiare dall’ampia e meditativa sua pupilla? — Quando, ripeto, tali fenomeni colpirono gli spaventati miei sensi, — quando al mio spirito riuscì impossibile illudersi più a lungo, — e alle mie facoltà convulse d’orrore discacciare la fatale certezza, — havvi motivo a meravigliarsi, che sospetti d’una natura terribile ed inquieta s’insinuassero nello spirito mio, ovvero che i miei pensieri si riportassero con orrore verso i racconti stravaganti, le sottili e penetrative teorie, le idee fervide e singolari della defunta mia Morella? — Io nascondeva con istudio alla curiosità d’ogni persona un essere che il destino imponevami d’adorare, e nella solitudine solenne di me stesso vegliava con ansia mortale a tutto che s’attenesse all’adorata mia creatura.

E poichè gli anni succedeansi agli anni, e che ogni giorno io contemplava il suo santo, il suo dolce, l’eloquente suo viso, e ch’io tenea dietro [p. 120 modifica] al perfezionarsi delle sue forme, sempre più io discopriva nuovi punti e nuove linee di rassomiglianza tra la fanciulla e la madre, la melanconia e la morte. E d’ora in ora, di momento in momento queste ombre di rassomiglianza spessivano, sempre più piene, definite, spiccate, più moleste, più spaventosamente terribili in loro aspetto. Conciossiachè, che il di lei sorriso s’assomigliasse al sorriso della madre, ben io poteva ammetterlo; ma questa somiglianza era tale identità che mi destava i brividi, che mi agghiadava d’orrore; — che i suoi fossero gli occhi di Morella, poteva ben io sopportarlo; ma ahi! troppo soventi e’ fissavansi, scrutatori sagacissimi, ne’ più intimi penetrali dell’anima, vi si fissavano con lo strano, l’intenso pensiero di lei, di lei stessa, Morella! E ne’ contorni della sua fronte spaziosa, nelle anella della chioma accurata, nelle pallide dita che per abito l’accarezzavano, nel grave e musical suono della sua parola, insomma, in tutto, — in tutto, — nelle frasi e nelle espressioni della morta sulle labbra dell’adorata, della viva, io trovava un alimento a un pensiero orribile, voratore, — a un verme che non voleva, ohimè! morire......

In questo modo trascorsero due lustri della sua vita, e mia figlia tuttavia perdurava a non avere nome sulla terra. Mia figlia e il mio amore erano i nomi abitualmente postimi in bocca dalle viscere di padre, nè il severo ritiro della sua vita ammetteva verun’altra relazione. Il nome di Morella era morto con Morella; nè della madre io aveva tenuto mai parola alla figlia; — mi sarebbe stato impossibile il tenerla. In realtà, durante il breve periodo della di lei esistenza, la figlia non ebbe [p. 121 modifica] ricevuto mai impressione di sorta dal mondo esterno, quelle impressioni tranne ch’ella aveva potuto naturalmente avere ne’ brevi limiti del suo ritiro.

E nullameno col tempo, in tale stato di snervamento ed irrequietezza, la cerimonia del battesimo mi s’offerse come la fortunata liberazione da’ terrori del mio destino. E, al fonte battesimale, stetti in forse sulla scelta d’un nome. Sulle mie labbra si affollarono epiteti innumeri di sapienza e di beltà, nomi dei vecchi tempi e dei moderni, nomi nazionali e nomi stranieri, una caterva, d’appellativi infinita, lusinghieri per nobiltà, fortuna e bellezza.

Chi fu dunque, allora, quegli che mi costrinse a scindere il funebre lenzuolo della morte? E quale il demone che spinsemi a sospirare un suono il cui solo ricordo bastava a farmi rifluire a torrenti il sangue dalle tempie al cuore? Qual fu lo spirito perverso che parlò dagl’imi abissi dell’anima mia, quando, sotto quelle oscure volte e nel silenzio solenne della notte, io mormorai all’orecchio del sant’uomo le sillabe: Mo-rel-la? E quale fu l’essere, peggior d’ogni demone, che agitò di spasimo le fattezze della mia cara bambina e le asperse del color della morte, quando, trasalendo a questo suono appena intelligibile, essa volse i suoi limpidi occhi dalla terra verso il cielo e, gittatosi ginocchioni sui neri marmi delle tombe di famiglia, rispose: Eccomi!

Le quali semplici parole caddero spiccate, freddamente tranquillamente spiccate nel mio orecchio, e di là, a guisa di liquefatto piombo, turbinarono fischiando nel mio cervello. Gli anni, oh! [p. 122 modifica] sì, gli anni possono passare, ma il ricordo di quell’istante, mai! — mai! Ah! i fiori e la vita non erano per me cose sconosciute, e l’aconito ed il cipresso dì e notte mi copersero della loro ombra. Ed io smarii ogni senso di tempo e di luogo, e le stelle del mio destino disparvero dal cielo, e da quel momento la terra si avvolse di tenebra, ed ogni terrena forma mi scivolava di presso a mo’ di fantasime vagolanti, tra’ cui non ne scorgeva che una, — Morella! E i venti del firmamento non sospiravano che un suono alle mie orecchie, e il sordo muggito del mare incessantemente mormorava: — Morella! —

Ed ella morì, ed io con le mie proprie mani la portai nella fossa; — e risi d’un riso amaro e lungo, quando, nella tomba ove deposi la seconda, io non iscoversi traccia alcuna della prima — Morella.




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Alla Signora

Carina Cameroni — Milanesio



Egregia Signora,


Dovrò io credere che l’offerta ai questa storia sia cosa degna di Voi? o non piuttosto affermare che, fregiando del vostro nome queste pagine, abbia inteso di levarle alla dovuta dignità, quasi a compensazione delle melanconiche vicende di Casa Usher, o, meglio ancora, a scacciar con la cara evocazion del passato l’influsso pernicioso di pertinaci amarezze?

Or fan tre lustri quando era

«Come allegria d’allodola pei cieli
Giocondo il volo delle mie giornate,»

nella regale e benemerita Torino, in casa di quel dotto e raro uomo di vostro padre, tra lieti ed onesti conversari di letterati e di poeti, [p. 124 modifica] si sorrideva all’avvenire del patrio risorgimento, e i sacri entusiasmi della giovinezza venian su dal cuore festante sì come fremito di arpa in notte estiva.

Ed ora?

La risposta suonerebbe ingrata al cuore già troppo deluso nelle tristi esperienze di matura virilità; e non pertanto il recriminare non vale, chè gli uomini non sono usi a scattar mai d’un punto la perfidia di loro natura — auspici Mercurio e Pandora.

Ma dei naufragj d’un tempo sì poco lontano qualche cosa pur resta, cara come la fragranza di mammola romita, e vo’ dire l’affetto de’ rari amici, tra’ quali pongo singolarmente la famiglia vostra e Voi, — e la convinzione fermissima che i mali della vita sieno il vero stimolo alla virtù ed alla saggezza.

Aggradite, prego, l’umile offerta quale viva testimonianza di questi sentimenti, e vivete felice.

Di Voi, egregia Signora,

— Milano, il Carnevale del 1868.



Devotissimo
B. E. MAINERI.


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LA CADUTA


DELLA


CASA USHER



Durante un’intiera giornata d’autunno — giornata fuligginosa, mesta, muta, in cui le nubi grevi grevi e basse basse vagavano per lo cielo — solo ed a cavallo io aveva attraversato una distesa di paese, singolarmente lugubre; e, da ultimo, al sopraggiugnere delle ombre serali, io mi trovava in vista della melanconica Casa Usher.

Ignoro donde e come ciò provenisse; ma, alla prima occhiata che diedi all’edifizio, un sentimento d’insopportabile melanconia mi penetrò tutta l’anima. E dico insopportabile, poichè cotal melanconia non era per nulla temprata da bricia di quel sentimento la cui poetica essenza, sveglia quasi la voluttà, e del quale in generale lo spirito è colpito in presenza delle immagini naturali della più cupa desolazione e del più nero terrore. Io guardava il quadro che mi si stendeva d’innanzi, e al solo [p. 126 modifica] vedere la casa e la prospettiva caratteristica di quel dominio, le mura solitarie, le finestre somiglianti ad occhi immani e distratti; e cespi di giunchi vigorosi, qualche vecchio albero lopposo, provava quel completo abbattimento dell’animo che nelle nostre sensazioni terrene non può venir meglio paragonato che agli ultimi vaneggiamenti del mangiatore d’oppio, — al suo doloroso ritorno alla vita del dì, all’orribile e lento svanire dell’illusorio velo.

Provava un freddo sconforto al cuore, un malessere vivo, — una persistente mestizia di pensiero, tale che nessun pungolo di fervida fantasia avrebbe potuto ravvivare e scuotere potentemente. E che era mai dunque — così mi diedi a riflettere — che cos’era mai quel non so che ond’io mi sentiva venir meno al solo contemplare la casa Usher? Mistero tutt’affatto insoluto ed insolubile, nè io mi sentiva da tanto da poter lottare contro i tenebrosi pensieri, che sempre più si addensavano man mano ch’io mi figgeva in essi.

Per lo che dovetti appigliarmi a questa poco soddisfacente conclusione, che cioè esistono in natura sì fatti accozzamenti semplicissimi di oggetti che posseggono la strania facoltà d’impressionarci in cotesto modo, l’analisi della cui virtù od influsso riposa appunto in quella specie di considerazioni nelle quali la nostra ragione si intrica e si perde. Forse — così almeno pensava — poteva darsi che una semplice differenza nella collocazione materiale degli ornati, delle particolarità del quadro, del complesso della scena bastasse per modificare, e fors’anche per distruggere questa stessa potenza d’impression dolorosa: e, nel tener dietro a questa idea, [p. 127 modifica] guidava il mio cavallo verso le ripide rive di uno stagno nero e lugubre — specchio immane ed immoto — che d’innanzi al solitario edifizio mestamente si distendeva. E lì, con un ribrezzo ancora più acuto di prima, mi posi a contemplare le immagini riflesse e capovolte dei grigiastri giunchi, dei tronchi d’alberi sinistri e de’ finestroni simili a occhi smisurati, senza moto e senza pensiero.

E nondimeno era proprio in sì melanconico palazzo ch’io aveva disegnato di fermarmi per alcune settimane. Roderick Usher, il proprietario, era stato uno dei miei ottimi amici d’infanzia; era però scorso gran tempo dall’ultima volta che ci eravamo veduti; se non che, da poco tempo, erami arrivata da lontana provincia del paese una lettera di lui, la cui forma strana ed urgente non ammetteva altra risposta che l’immediata mia presenza. Quello scritto rivelava le traccie di un’agitazione nervosa. L’autore della lettera mi parlava di una malattia fisico-acuta — d’un’affezione mentale che l’opprimeva, — d’un ardente desiderio di vedermi, essendo io il migliore ed anzi l’unico suo vero amico, — fermissimamente convinto che nel piacere della mia società avrebbe trovato qualche alleviamento a’ suoi mali. Era questo il tono in cui tutte queste cose, ed anzi molte altre ancora, erano esposte, — specie d’espansione d’un cuor supplice e tenero, che troncava ogni esitazione in proposito.

Per la qual cosa immediatamente obbedii a quanto io tuttavia considerava come un invito tutt’affatto singolare.

Sebbene nella nostra infanzia, Usher ed io, fossimo sempre stati gl’intimissimi camerata, in realtà [p. 128 modifica] poco e ben poco io conosceva del mio amico. Le sue abitudini eransi sempre mantenute entro una circospezione eccessiva. Ma era tuttavia ben noto com’egli appartenesse ad una antichissima famiglia da tempo immemorabile sempre conosciuta per una particolarissima sensibilità di temperamento. La quale sensibilità attraverso gli anni erasi chiarita in numerose opere di arte sopraffina; e manifestata da tempo antico con ripetuti atti d’una carità altrettanto larga quanto discreta, ed eziandio per un amore intenso alle difficoltà, anzi che per le bellezze ortodosse, sempre sì facilmente riconoscibili, della scienza musicale. Ed era pur a mia cognizione questo fatto notevolissimo, che, cioè, lo stipite della razza degli Usher, per quanto glorioso nella sua antichità, non aveva mai gettato in nessun’epoca durevoli rami; in altri termini, che l’intiera famiglia erasi sempre mai perpetuata in linea retta, tranne poche eccezioni insignificanti e leggerissime. E forse questa assenza (pensava meco stesso, fantasticando sul perfetto accordo del carattere proverbiale della razza, e riflettendo all’influsso che l’uno poteva aver esercitato, in un long’ordine di secoli, sopra dell’altro), forse, dico, quest’assenza del ramo collaterale, unita alla costante trasmissione di padre in figlio del patrimonio e del nome, era stata quella che a lungo andare aveva tanto perfettamente identificato, amendue, padre e figlio, che il nome primitivo del dominio erasi fuso nel bizzarro ed equivoco appellativo di Casa Usher, — appellativo usato dai paesani, a cui nella loro mente pareva così racchiudere e la famiglia e l’abitazione della famiglia.

Dissi, che il solo effetto della mia esperienza [p. 129 modifica] forse un po’ fanciullesca, — vale a dire d’avere osservato nello stagno — avea potuto dare un più cupo e profondo colorito alle mie prime e singolari impressioni. Certo, non devo mettere in dubbio che la coscienza della mia crescente superstizione, — e perchè non dovrei definirla così? — non abbia precipuamente contribuito ad affrettare l’intensità di quelle impressioni. E questa — e lo sapeva da molto tempo, — è la paradossale legge di tutti i sentimenti che procedono dal terrore. E forse cotesta fu l’unica ragione per cui, quando i miei occhi lasciarono di fissare le immagini dello stagno, portandosi verso la casa stessa, un’idea molto strana mi balzò in capo, — un’idea invero tanto ridicola che, se m’induco ad accennarla; è soltanto per mostrare la viva forza delle sensazioni che crudamente opprimevanmi. Ecco: la mia fantasia era così bizzarramente agitata, che in realtà io credeva, aggirarsi tutto attorno di quell’edifizio e dell’intiero dominio un’ammosfera affatto speciale, e tale pure in tutti que’ siti circostanti, — un’ammosfera che non avesse affinità alcuna con l’aria del cielo, e che si esalasse dagli alberi cadenti, dalle grigiastre mura, dallo stagno silenzioso, — un vapore insomma misterioso e pestifero, visibile appena, greve, pesante e dal colore del piombo.

Scacciai dal mio spirito tutto ciò che non sapeva che di sogno, e presi ad esaminare con maggior attenzione l’aspetto reale della casa. — Il suo carattere dominante sembrava essere appunto un’eccessiva antichità; e grande era per vero lo squallore lasciatovi dai secoli. — Piccole fungosità vegetali ne cuoprivano tutta la faccia esterna e, dal tetto alle fondamenta, a guisa di fina stoffa [p. 130 modifica] fantasticamente ornata, la tappezzavano. Tutto questo però non potevasi dir segno spiccato di straordinario deterioramento. Nessuna parte dell’edifizio era caduta, in guisa che pareva fossevi stata una strana contraddizione tra l’intatta consistenza generale del tutto, e lo stato particolare delle pietre sbriciolate, che completamente rammentavanmi la speciosa integrità di quei vecchi assiti, lungamente obbliati a putrefarsi in qualche remoto sotterraneo, lungi dal soffio dell’aria esterna. Tranne quest’indizio di grande sfacelo, nessun altro sintomo di fragilità appariva nell’edilizio. Forse forse l’esperto occhio di minuzioso osservatore avrebbevi scoperto una fessura leggiera leggiera, appena visibile, che dipartendosi dal tetto della facciata delineavasi a zig zag traverso il muro, e si andava a perdere nelle acque funeste dello stagno.

Le quali particolarità tutte io notava, in quella che, standomi a cavallo, discorreva il breve spalto che traeva dritto alla casa. — Un famiglio, pronto, prese le redini del mio cavallo, ed io entrai sotto la gotica volta del vestibolo; e un secondo famiglio a passi cauti e misurati condussemi in silenzio traverso molti oscuri, e complicati corridoj, diretto al gabinetto del suo signore. Le molte cose da me osservate in questo giro contribuirono, non saprei in qual modo, a rinvigorire le vaghe sensazioni di cui già feci parola. E gli oggetti che stavanmi d’attorno, — le sculture delle vôlte, i mesti damaschi delle mura, il nero di ebano delle stanze e i trofei fantasmagorici delle armi luccicanti che — scosse al mio franco passo — davan suoni cupi, erano invero per me altrettante cose di antica conoscenza. — Ero stato sin dalla mia infanzia [p. 131 modifica] assueto a spettacoli siffatti; ma, sebbene senza esitanza alcuna io le riconoscessi come cose a me famigliari, qui meravigliava a’ pensieri insoliti e strani che queste ordinarie immagini ridestavano in me tanto solennemente. In una delle scale m’imbattei nel medico della famiglia: a quanto parvemi, la sua fisionomia rivelava un’espressione mista di bassa malignità e di ambigua irresolutezza. — Lesto, m’attraversò i passi, e scomparve. — Allora il famiglio aperse una porta ed introdussemi alla presenza del suo signore.

La camera in cui mi vidi era grandissima ed altissima; lunghe le finestre, strette ed a tale distanza dal soffitto di quercia, che riesciva assolutamente impossibile d’arrivarvi. — Deboli raggi. d’una luce chermisina aprivansi il cammino tra gli ingraticolati cristalli, debilmente colorando, i principali oggetti circostanti; nullameno l’occhio invano s’affaticava a distinguere i lontani angoli di essa, e gli sfondi del vôlto convesso e sculto. — E neri drappi velavano per intiero le mura; e, in generale, il complesso degli arredi stravagante, incomodo, vecchio e cadente. Vedevansi libri e musicali strumenti qua e là sparpagliati, non atti a dare un po’ di vita a quella scena, ond’io ben accorgevami di respirare una vera ammosfera d’affanni e di guai, ammosfera nuova, strana. Un ambiente, aspro, pesante ed incurabile libravasi sopra ogni cosa, sì che pareva il tutto avvicinare, compenetrare il tutto.

Al mio entrare, Usher, si alzò da un lettuccio su cui stavasi sdraiato lungo disteso, e mi accolse con affettuosa vivacità, molto simile (almen questa fu la mia prima idea) ad una cordialità enfatica, [p. 132 modifica] — allo sforzo di un uomo di mondo assai annoiato che obbedisce ad una circostanza. Se non che, una semplice occhiata spinta alla sua fisionomia, bastò a convincermi della di lui perfetta sincerità. Ci assettammo tutt’e due e, non avendo egli per alcuni minuti mosso labbro, stetti a contemplarlo in un sentimento misto tra pietà e paura. Certo è che giammai fuvvi uomo che come Roderick Usher, si fosse in così poco spazio di tempo orribilmente, compassionevolmente mutato! E in vero fu proprio a gran fatica che potei darmi a credere che l’uomo che mi sedeva di faccia, fosse quegli stesso ch’era stato il compagnone de’ miei verdissimi anni. Notevolissimo era sempre stato il carattere della sua fisionomia: un colorito cadaverico, — un occhio grande, liquido e luminoso fuor d’ogni paragone, le labbra piuttosto piccole e pallidissime, d’una curva però stupendamente bella, — di ebraico stampo, delicatissimo, con tale ampiezza però di narici che offendeva l’armonia di quelle forme: — un mento d’incantevole modello che per difetto di rilievo accusava debolezza di morale energia, — capelli d’una pastosità e sottigliezza d’Aracne; tutti questi segni caratteristici, a cui bisogna aggiugnere un eccessivo dilatamento della fronte, gli davano una fisionomia cui sarebbe riescito difficilissimo — una volta veduta — obbliare. Se non che in quell’istante, nella semplice esagerazione del carattere di quella figura e nell’espressione ch’essa d’ordinario offeriva, eravi tale mutamento, ch’io fortemente mi teneva in forse dell’identità dell’uomo cui parlava.

Il sepolcrale pallore della sua pelle ed il sinistro balenare della pupilla mi colpirono in modo [p. 133 modifica] speciale, e mi opprimessero anzi di terrore. In oltre, quasi senza accorgersene, egli aveva lascialo smisuratamente crescere i suoi capelli, e siccome quell’intricato e sconvolto volume anzichè graziosamente contornargli il viso gli ondulava mestamente d’attorno, io non poteva — malgrado la mia buona volontà — trovare in quelle stravaganti e disordinate apparenze alcun che di somigliante ad una figura umana.

Rimasi tosto colpito da una tal quale incoerenza, da un’incostanza ne’ modi del mio amico, — nè tardai a scuoprire che ciò proveniva da uno sforzo incessante, altrettanto debole quanto frivolo, per dominare una trepidazione abituale, — un’eccessiva agitazione nervosa. E per verità io mi aspettava a qualche cosa di questo genere, e mi vi era preparato non solo dalla sua lettera, ma eziandio per la rimembranza di certi contrassegni della sua infanzia, e dalle conclusioni dedotte dalla singolare sua conformazion fisica e dallo stesso suo temperamento. Per vero i suoi atti alternavansi sempre tra la vivacità e l’indolenza. La sua voce passava rapidamente da un’indecisione tremula, (quando gli spiriti vitali paiono tutt’affatto assenti) a quella sì fatta brevità energica, a quell’accento secco, fermo, a cadenza, quasi suono d’eco, — a favella gutturale e rude, in giusta lance ed uniformità, tali che perfettamente vediam noi riprodursi in ogni ubbriaco fradicio o nell’ostinato mangiatore d’oppio, durante i periodi del maggior loro surreccitamento.

E fu appunto in questo, tono ch’e’ parlò dell’oggetto della mia visita, dell’ardente suo desiderio di vedermi, e della consolazione che da me [p. 134 modifica] s’aspettava. Tennesi molto diffuso nel suo conversare, e spiegossi a modo suo circa il carattere della sua malattia. Era questa, e’ diceva, una malattia di famiglia, una malattia costituzionale; un male a cui disperava di potere trovare rimedio, — una semplice affezione nervosa, — aggiunse subito dopo — della quale senza dubbio presto mi sarò sciolto. Manifestarsi essa con una folla di sensazioni soprannaturali: alcune mentre me le descriveva, m’interessarono e mi confusero; ciò non pertanto inclino pure a credere, il tono ed il modo del suo esporre vi abbiano non poco contribuito. E’ pativa vivamente d’una squisita acuità di sensi; per lui, alimenti solo tollerabili, i più semplici; in fatto di abiti gli erano soltanto possibili certi tessuti; tutti gli odori dei fiori gli davano fastidio e soffocamento; una luce, anche debolissima, non poteva soffrirsi da’ suoi occhi e solo alcuni suoni particolarissimi, vale a dire que’ mandati dagli strumenti a corda, che non gl’ispirassero orrore. Io ben mi avvidi ch’egli era lo schiavo incatenato d’una specie di terrore veramente anormale. Morrò, sclamò egli; sì bisogna che io muoia di questa deplorabile follia. È proprio così così, e non altrimenti, ch’io devo soggiacere al fato mio: nè temo gli avvenimenti futuri in sè, li temo piuttosto nei loro fini. E raccapriccio al pensiero d’un accidente qualsiasi, accidente per lo più volgarissimo, che possa in qualche modo influire sopra quest’insopportabile agitazione dell’anima mia. Non pavento, no, il pericolo per sè stesso, ma nel suo effetto reale, — il terrore. — In cotesto mio stato di spossatezza, — stato compassionevole — ben sento che tosto o tardi verrà il momento in cui la vita e la ragione mi abbandoneranno ad [p. 135 modifica] una ad una in qualche lotta ineguale con questo sinistro e fatale spettro, — la paura!

Tratto tratto e in ripetuti colloqui, per mezze frasi e per sottili deduzioni conobbi ancora un’altra particolarità di quel suo stato morale. Mostravasi dominato da certe impressioni superstiziose relativamente alla propria abitazione, donde da più anni non aveva più osato mettere fuori il piede, — superstizioni riflettenti influssi, il cui supposto valore e’ rappresentava con frasi molto oscure od ambigue per essere qui riferite, — una specie d’influenza che, a suo dire, alcune particolarità nella forma stessa e nella materia di quell’ereditaria abitazione di sua famiglia; per l’attrito continuo del male, avevano come impresso nel suo spirito; — un effetto, che il fisico delle stesse grigiastre mura, delle torricciuole e del nerastro stagno in cui riflettevasi l’edifizio, aveva con l’andar del tempo creato sul morale della sua esistenza.

Tuttavolta, non senza qualche esitazione, egli ammetteva, che una gran parte della singolare e dolorosa sua melanconia poteva benissimo essere attribuita ad un’origine più naturale e molto più positiva, — alla morte, in somma, per certo non lontana d’una sorella da lui tenerissimamente amata, — unica sua compagnia da lunghi e lunghi anni, — sua ultima ed unica parente su questa terra. — La di lei morte, diss’egli con tal enfatica amarezza che non dimenticherò giammai, renderà me — me già così debole e senza speme e conforto! — l’ultimo dell’antica schiatta degli Usher.

In quella ch’e’ parlava, ecco madamigella Maddalena (era questo il di lei nome) lentamente lentamente e quasi affannosa transitare da un angolo [p. 136 modifica] remoto della camera, la quale, come non s’avvedesse della mia presenza, lentamente scomparve. Stetti a guardarla con istupore immenso, indescrivibile, misto a terrore indefinito; ma invero mal qui saprei rendermi conto degli stessi miei sentimenti. E mentre i miei occhi tenevan dietro a’ suoi passi, che man mano involavansi nell’ombra, mi sentiva venir meno per una sensazione d’alto stupore. In fine, quando mi accorsi ch’ell’era scomparsa dietro il silenzioso chiudersi di una porta, quasi per istinto e naturale curiosità, i miei occhi portaronsi sulla fisionomia del fratello; — ma questi aveva nascosto nelle mani la sua faccia, ond’io potei solamente accorgermi che un pallore straordinario erasi diffuso sulle scarne sue dita, nel cui vano vedevansi gemere lagrime continue e passionate.

Per lungo e lungo tempo la malattia di madamigella Maddalena aveva formato la disperazione e il dileggio de’ suoi medici. Un’apatia fissa, un graduale disfacimento della sua persona, crisi frequenti e passeggiere, di carattere quasi catalettico: eccone i diagnostici singolarissimi. Sino a que’ giorni ella aveva con fortezza sopportato la sua malattia, nè erasi ancora rassegnata al letto: ma al sopravvenire della sera del mio stesso arrivo al castello essa infine cedeva (fu il di lei medesimo fratello che me lo partecipò in quella notte tra un’agitazione inesprimibile) alla prepotente forza del male; e presentii che la muta e solenne occhiata ch’io le aveva gittato sopra, ben probabilmente sarebbe stata l’ultima; che io non avrei più potuto vedere questa donna, almeno vivente.

Ne’ dì seguenti, nè Ushér nè io proferimmo mai [p. 137 modifica] il suo nome; e in tutto quest’intervallo io misi studio grandissimo ad attenuare la melanconia del mio amico. Dipingevamo e leggevamo assieme; ovvero, come assorto in dolci sogni, io me ne stava a godere le strane di lui improvvisazioni sulla chitarra. Per tal modo, grado a grado che un’intimità sempre più dichiarata immettevami con sempre più crescente famigliarità nei penetrali dell’animo suo, cresceva in me l’amarezza scorgendo ognor più frustranei i miei sforzi in ravvivare il desolato suo spirito, il quale — alla notte — quasi fosse stato un’intima sua speciale proprietà, tenendolo nella contemplazione del mondo fisico o morale, ravvolgeva costantemente il meschino in una tenebra profonda, invincibile, fatale. — Io avrò sempre lì lì presente su gli occhi della mente i ricordi delle molte e molte ore solenni passate nella solitaria compagnia del proprietario della casa Usher: e pure io mi studierei invano di definire l’esatto carattere degli studj o delle occupazioni a cui, senz’avvedersene, Roderick mi traeva, e a cui bel bello m’incamminava. — Curioso! quella era un’idealità ardente, eccessiva, squisita, la quale irraggiava sulle cose tutte le sua sulfurea luce. Ahi, le lunghe e ferali improvvisazioni del mio amico risuoneranno sempre, come arpa di oltre tomba, nelle mie orecchie. In fra le altre cose, rammento ancora una parafrasi singolare, una strozzatura, un pervertimento direi meglio dell’arietta, già tanto strana, dell’ultimo valzer di Weber. Quanto poi alle pitture che venivan fuori dalla feconda sua fantasia e che, di tratto in tratto, destavano un non so che di mistico e di profondo, che mi faceva fremere, e fremere tanto più dolorosamente [p. 138 modifica] quanto meno io mi accorgeva di quelle elettriche convulsioni, — quanto, dico, a queste pitture, così per me vive e vere che ancor parmi di averle lì lì d’innanzi agli occhi, — io tenterei invano di offrirvene un’immagine purchessia, tale almeno che valesse a colorirsi con la parola scritta. Con una semplicità assoluta, con una nudità viva di disegno, e’ tenea sospesa e poi avvinta l’attenzione; e se fuvvi mai uomo che quaggiù dipingesse un’idea, questi potrebbe unicamente dirsi Roderik Usher.

Nelle circostanze in cui mi trovava, da quelle pure e forti astrazioni che il povero ipocondriaco studiavasi di diffondere sulle sue tele, si alzava, si diffondeva, — almeno per me — un terrore intenso, irresistibile, pari a cui non trovai nemmen l’ombra in nissuna delle più meste fantasticaggini della mia vita, nemmeno in quelle dello stesso Fuseli, senza dubbio straordinariissime, ma nondimeno troppo ancora concrete.

Eccovi, esempigrazia, uno dei fantasmagorici capricci del mio amico, in cui lo spirito astrattivo non aveva una parte tanto spiccata ed esclusiva; e del quale, sebbene debolmente, possono essere dati alcuni schizzi col magistero della parola. Era questo un piccolo quadro rappresentante l’interno d’una cantina o di un sotterraneo immensamente lungo, rettangolare, con muri bassi, nitidi, bianchi senza ornamento di sorta, senz’alcuna interruzione. Varie accessorie particolarità di questa composizione valevano a far comprendere che una tale galleria trovavasi ad una eccessiva profondità al di sotto della superficie della terra. Nell’immensa sua distesa non vedevi alcun’uscita, non distinguevi alcun, lume, nè alcun’artificiale sorgente di luce; [p. 139 modifica] e nondimeno un’effusione d’intensi raggi vibrava da un capo all’altro del misterioso silo, e tingeva il tutto d’uno splendore fantastico ed incomprensibile.

Ho fatto cenno dello stato squisitamente morvido del suo nervo acustico, — il quale facea sì che l’infelice non potesse reggere al suono di nessuno strumento, eccezione fatta di certi strumenti da corda. Lo che probabilmente derivava dagli stretti limiti imposti al suo talento nell’uso della chitarra; per cui era venuta alla maggior parte delle sue composizioni quel carattere altrettanto singolare quanto fantastico.

Ma non era certo dato, rendersi la stessa ragione per rispetto all’ardente facilità delle sue improvvisazioni: le quali bisognava evidentemente che consistessero — e, di fatto, consistevano — non tanto nelle note che nelle parole delle stesse stravaganti sue fantasie, (poich’egli di spesso accompagnava la sua musica con versi improvvisi e rimati) fossero il risultamento di un intenso immaginare e di quella concentrazione di forze mentali che, come già l’ebbi a dire, si manifestano soltanto in certi casi del più alto surreccitamento.

Delle quali rapsodie, una m’è rimasta fedelmente fissa nella memoria: e forse io ne restai così impressionato, quando la conobbi, perchè nell’intimo e misterioso senso di quella ballata io credetti per la prima volta intravedere che Usher aveva la piena coscienza del proprio stato, e ch’e’ sentiva la sublime e potente sua ragione vacillare sul proprio trono. I quali versi, che avevano per titolo Il palazzo incantato, suonavano a un di presso nel seguente modo: [p. 140 modifica]

I.


Nella più verde di nostre valli —
     Stanza di pace, di amor, di balli,
               A Genî amici, consolator’; —
Un dì sorgeva, — superbo e bello,
     Vasto palagio, famoso ostello:
Era il soggiorno del re Pensiero,
     Ch’ivi stendeva l’alto su’ impero. —
Giammai del Cielo gli Spirti eletti
     Ebbero seggi così perfetti.

II.


Sull’alte cime stanno spiegate
     Bandiere bionde, bandiere aurate —
               Simbol di gloria, di Vecchio onor;
(Poichè son corsi lunghi e lunghi anni
     Dal dì che avvennero questi rei danni)
E d’ogn’intorno scherza gentile
     Vivace auretta d’eterno aprile,
Che su gli spaldi da’ mille fiori
     Agita e sparge i mille odori.

III.


— Incerti, attoniti i vïandanti
     Da due lontane sfolgoreggianti
               Finestre veggon fantasmi errar.
Schiera è di Spirti, che all’armonia
     D’un liuto d’oro la vita obblia
Intorno al trono del più possente
     Re, che mai videsi in Orïente: —
E qual più forte, più ricco e altiero;
     Esser vi puote del re Pensiero?

[p. 141 modifica]


IV.


Smeraldi e perle, topazi ed oro
     Formâr la porta con gran lavoro;
               Ma l’arte in tutto vittrice appar.
Ed ivi sboccano in gran concento
     Voci di gioja e di contento;
E gli echi a dieci, a cento, a mille
     Destan lontane mistiche squille;
E al re felice di riva in riva
     Gli echi rimandano: E viva! e viva!

V.


Ahi, ria sventura! Avvenne un giorno
     Che su quest’almo, regal soggiorno
D’infausti Spirti piombò una schiera,
     Ch’alta di morte tenea bandiera.
Tutto allor cadde nelle rovine, —
     Sovrano, Impero — tutto ebbe fine! —
Piangiam que’ giorni, fedeli amici,
     Piangiam que’ Genî già sì felici...
Tutto scomparve: l’amor, il riso,
     Il Sir, la gloria di quell’Eliso;
Solo ci resta fatale storia,
     Di vecchi tempi truce memoria. —

VI.


Ed ora il vïandante in questa valle,
     Traverso le finestre rosse e gialle,
Vede spettri passar confusamente
     Al suono d’una musica stridente;

[p. 142 modifica]

E — qual rapida e lugubre fiumana
               Traverso l’ampia porta,
               Dove ogni speme è morta, —
     Mira scalmarsi una plebaglia insana.
               Non più l’antico riso
               S’alterna a bel sorriso:
               Ma si ode eternamente.
               Ghignare oscenamente.


Mi ricordo benissimo che le ispirazioni derivate da questa ballata ci spinsero in una corrente d’idee, in cui manifestossi un’opinione d’Usher che io cito, non tanto a ragione della sua novità, — poichè altri18 ha pur pensato su lo stesso tono — quanto a causa dell’ostinatezza con cui egli la sosteneva. La quale opinione altro non era, nella sua forma generale, che la credenza nella sensitività di tutti gli esseri vegetali. Se non che, in quella sregolata sua fantasia, tale idea aveva assunto un carattere più ancora audace e — in certe condizioni — essa estendevasi eziandio sul regno inorganico. Io non trovo parole bastevoli ad esprimere tutta l’estensione, tutta la solennità, [p. 143 modifica] tutto l’abbandono di questa sua fede. Ma, come già lasciai comprendere, questa credenza si riferiva alle grigie pietre dell’abitazione de’ suoi antenati. Ivi, secondo lui, le condizioni di sensitività erano soddisfatte dal metodo che aveva presieduto alla fabbrica, — dalla rispettiva disposizione delle pietre, come anche da tutte le fungosità vegetali di cui erano rivestite, e dagli annosi e cadenti alberi elevantisi d’ogn’intorno; soprattutto poi dall’immutabilità di tale acconciamento e dallo stesso specchiarsi della casa nelle dormenti acque del lago. — La prova, di questa sensitività — ei diceva, ed io lo stava ascoltando con vivo ed irrequieto disìo — la prova di questa sensitività si fa vedere in quel condensamento graduale ma positivo, sopra le acque e attorno le mura, d’un’ammosfera tutta lor propria. E il risultamento, — aggiunse — si appalesa spiccato in quest’influenza muta, ma importuna e terribile, che avea, per così dire, plasmato da secoli i destini della sua famiglia, e che lo rendeva, lui, tal quale io vedevalo allora, — tal quale egli veramente era. Opinioni tali non abbisognando di commenti, non ne farò qui punto.

I nostri libri — i libri che da anni costituivano la maggior parte della spirituale esistenza del malato — erano, com’è facile a supporsi, in perfetto accordo con questo carattere di visionario. Amendue passavamo ad esame, facendone l’analisi, opere analoghe, quali il Verde-Verde e la Certosa, di Gresset; la Belfegora, del Machiavelli; le Meraviglie del Cielo e dell’Inferno, di Swedenborg; il Viaggio sotterra di Niccola Klimm, di Holberg; la Chiromanzia, di Roberto Hud, di Giovanni d’Indaginé e di De la Chambre; il [p. 144 modifica] Viaggio nell’Azzurro, di Tieck, e la Città del Sole, — di Campanella. Uno dei suoi volumi favoriti, era una piccola edizione in ottavo del Directorium inquisitorium, del domenicano Emerico De Gironne; e in Pomponio Mela erano passi a proposito degli antichi Satiri africani e degli Egizii, su cui Usher perdevasi a fantasticare per ore ed ore. Nondimeno, le primissime delle sue delizie e’ le ricavava nella lettura d’un in-quarto gotico, eccessivamente raro e mirabile, — il manuale di una chiesa dimenticata — , ossia le Virgiliae Mortuarum secundum Chorum Ecclesiae Maguntinae.

Io stava, mio malgrado, pensando allo strano rituale contenuto in questo libro ed alla sua probabile influenza sul povero ipocondriaco, quando, una sera, dopo avermi egli bruscamente informato che madamigella Maddalena era morta, mi partecipò l’intenzion di conservarne il corpo per una quindicina di giorni — sino a sepoltura finale — in uno dei numerosi sotterranei posti sotto le grosse mura del castello.

L’umana ragione, ch’ei dava, di questa singolare maniera d’oprare, era una di quelle che io sentiva di non avere alcun diritto a contraddire. — Come fratello, dicevami egli, aveva preso questa risoluzione a causa dell’insolito carattere della malattia della defunta, per una tal quale importuna ed indiscreta curiosità degli uomini di scienza, e stante la situazione troppo lontana ed esposta dei sepolcri della famiglia. E qui schiettamente confesso che, quando mi richiamai in mente la sinistra fisionomia dell’individuo da me incontrato sulla scala la prima sera stessa del mio arrivo al castello, non mi pigliò punto vaghezza di oppormi [p. 145 modifica] a quanto io riguardava come un’innocentissima precauzione e, senza dubbio, tutt’affatto particolare.

A questa preghiera, io lo aiutai personalmente nei preparativi della temporanea sepoltura. Collocammo il corpo nella bara e, da noi soli, lo portammo al sito di sua dimora. Il sotterraneo in cui lo deponemmo — chiuso da sì gran tempo che le nostre torcie, semispente per quell’ammosfera greve e soffocante, non ci lasciavano bene distinguere gli oggetti — era piccolo, umido e privo di ogni qualsiasi apertura per cui potesse penetrarvi un po’ di luce. Trovavasi posto ad una grande profondità, e appunto al di sotto di quella parte del fabbricato in cui era la mia camera da letto. Molto probabilmente, ne’ vecchi tempi della feudalità, esso aveva adempiuto all’orribile uffizio di prigione a vita, e, ne’ tempi posteriori, a rimoto ricovero di polveri o di qualunque altra materia facilmente infiammabile; avvegnachè parte del pavimento e le intiere pareti del lungo vestibolo da noi attraversato per giugnere sin là fossero scrupolosamente vestite di rame. La porta, di ferro massiccio, era stata oggetto delle stesse precauzioni; e allorchè questo immane pondo girava sugli arpioni, mandava un suono singolarmente acuto, stridente e discorde.

Adunque, posammo il funebre nostro fardello sui cavalletti, in questa regione d’orrore; e, girato un po’ di fianco il coperchio della bara non ancora fisso con le viti, ci mettemmo a contemplare intensamente il cadavere. A tutta prima, io fui colpito dalla rassomiglianza vivissima tra il fratello e la sorella; ed Usher, che probabilmente [p. 146 modifica] lesse ne’ miei pensieri, balbettò alcune sommesse parole, per cui venni chiarito come la defunta e Roderick fossero gemelli, e che tra loro due erano sempre esistite simpatie d’un’indole direi inesplicabile. Nondimeno, i nostri occhi restarono ben poco fissi sopra il cadavere, perchè in verità noi non potevamo contemplarlo senza un cotale ribrezzo. Il male che aveva tratto alla fossa madamigella Maddalena nella pienezza di sua gioventù, aveva lasciato (fatto ordinario in tutte le malattie di carattere strettamente catalettico) l’ironia d’un debole coloramento sul seno e sulla faccia, — e sulle labbra quella specie di equivoco ed errante sorriso che sul viso della morte è qualcosa di veramente orribile. — Ricollocammo il coperchio — serrammo le viti, e, chiusa dietro noi la fatal porta di ferro, lassi e pensosi, rifacemmo la via verso gli appartamenti superiori, che non meno di noi apparivano desolati.

Se non che, dopo l’intervallo di alquanti giorni, giorni pieni di amarissimo affanno, avvenne un sensibile mutamento nei sintomi della malattia morale del mio amico. Affatto scomparsi i soliti suoi comportamenti, le ordinarie sue occupazioni andarono neglette, obbliate. Errava di qua e di là, di camera in camera con passi precipiti, ineguali, senza scopo. Il pallore della sua fisionomia, tramutandosi ancora, sembrava propriamente quello d’uno spettro; e la lucida proprietà della sua pupilla era intieramente svanita. Nè più il tono della sua voce arrivavami sì aspro, come già altra fiata, all’orecchio, intanto che un tremito, che sarebbesi creduto provenire da un terrore estremo, contrassegnava abitualmente il di lui accento. [p. 147 modifica]

E per vero tal fiata avveniva cosa per cui dovessi figurarmi che il suo spirito, incessantemente agitato e sconvolto, fosse martoriato da qualche soffocante e terribile segreto, e ch’e’ non arrivasse a trovare il coraggio necessario a disvelarmelo. Altra volta poi io mi sentiva costretto di conchiudere semplicemente che tutto ciò dovesse attribuirsi a’ capricci inesplicabili della pazzia; avvegnachè io lo sorprendessi tutto assorto a contemplare per lunghe e lungh’ore nella vuota immensità dell’orizzonte in attitudine di uomo che ascolti un pericoloso immaginario rumore in lontananza: mio Dio, quale atteggiamento era mai il suo in quell’istante! Nè debbesi certo far le meraviglie che quel suo stato mi spaventasse, anzi che quasi quasi mi dèsse la malia. A mezzo di una graduazione lenta lenta, ma reale, io sentiva serpere in me lo strano influsso delle fantastiche e contagiose sue superstizioni.

Potere di certi misteriosi contatti e rapporti, che mal qui saprebbesi definire!

Or, — una notte specialmente, la settima o l’ottava della deposizione di madamigella Maddalena nel sotterraneo, molto in sul tardi, prima di mettermi a letto — avvenne che io provassi sopra di me tutta la potenza di tali sensazioni. Il sonno, ostinato, rifiutavasi a’ miei occhi: oh, com’eran lunghe le ore! ‐ cadevano lente lente, grevi, spiccate, sonore ‐ ad una ad una ‐ cadevano e cadevano sempre! Ed io studiavami con la ragione di dominare quell’agitazione nervosa: tentai di persuadermi che quanto provava dovevasi attribuire in parte, se non assolutamente, allo strano influsso delle melanconiche suppellettili della mia camera, [p. 148 modifica] ai neri drappi laceri e cadenti che, scossi dall’incipiente soffio del vicin temporale, ondulavano — come in eccesso di doglia — qua e là sui muri, e susurravano dolorosamente intorno gli ornamenti del letto.

Ma ogni mio sforzo fu vano.

Un invincibile, intenso terrore avvinghiava grado a grado tutto l’essere mio, infiltravasi in ogni mia fibra; — e dappoi un’angoscia straziante, un vero incubo venne a posarsi sul mio cuore. Respirai con violenza, e feci un vivo sforzo per iscacciarlo; e alfin lo scacciai: allora, sollevatomi su’ guanciali, spinsi con ardente disio lo sguardo tra la fittissima tenebra della camera, e tesi l’orecchio (nè saprei la ragione di questo mio fare; forse unica, la semplice forza degl’istinti) a certi suoni bassi e vaghi che partivansi di non so dove, e che ad intervalli arrivano lenti e misti a’ frastuoni della tempesta.

In preda ad un’intensa sensazione di orrore, orrore inesplicabile, intollerabile, in fretta in fretta indossai i miei abiti — (ben mi accorsi che in quella notte non avrei potuto chiudere occhio) e aggirandomi qua e là a gran passi nella camera, mi sforzai d’uscire dallo stato deplorabile in cui era caduto. — Aveva compiuto appena qualche giro, allor che un passo lieve lieve venne ad arrestare la mia attenzione; immantinenti m’accorsi, quello essere il passo di Usher.

Ed ecco che, non ancor volto un minuto secondo, piano piano udii picchiare alla mia porta, e lui, proprio lui farsi innanzi con una lampada in mano. Un cadaverico pallore si stendeva, come al solito, sopra la sua fisionomia; dippiù, eravi [p. 149 modifica] ne’ suoi occhi un non so che d’insensata ilarità, e in tutti i suoi modi una specie d’isterismo evidentemente compresso. Quell’aria mi spaventò; nondimeno la sua presenza era preferibile certo alla solitudine che sin’ allora aveva sopportato; accolsi quindi l’amico come un vero sollievo.

— Come! non lo vedeste voi dunque? dissemi egli bruscamente, dopo alcuni minuti di silenzio e dopo avere dato intorno intorno un’occhiata fissa e spaventata: — Come! voi dunque, replicò, non lo scorgeste? — Aspettate, aspettate! Lo vedrete, sì, lo vedrete! E in questo dire, postò con cautela la sua lampada in un cantuccio, e poscia lanciossi ad una delle finestre, e la spalancò tutta quanta al furore della tempesta.

L’improvvisa e rapida raffica del vento poco mancò non ci sollevasse dal suolo. Era proprio una notte di temporale spaventosamente bella, una notte unica e strana nel suo orrore e nella sua magnificenza. Sembrava che un fiero turbine si fosse tutto concentrato in que’ d’intorni, poich’eranvi spessi e terribili mutamenti nella direzione del vento, e l’eccessiva densità delle nubi — discese allora sì basse che quasi pesavano sulle torricciuole del castello — c’impediva di valutare giustamente quella vivente velocità con cui i venti urtavansi l’un l’altro in tutti i punti dell’orizzonte, a vece di perdersi nello spazio. Quella straordinaria loro densità ci vietava di scorgere cotale fenomeno; ed intanto non un filo del disco lunare, non raggio di stella, non qualsiasi altro brillamento di luce splendeva ai nostri occhi.

Ma le superficie inferiori di questi grossi ammassi di vapori sconvolti e sobbalzanti, e ogni [p. 150 modifica] terrestre oggetto sito nel raggio del limitato nostro orizzonte, riflettevano — strano a credersi! — il soprannaturale chiarore d’un irraggiamento di gaz, che pesava sulla casa e l’avvolgeva come in un lenzuolo, luminoso e distintamente visibile.

— Via, voi non dovete vedere di simili scene, voi! Non dovete contemplare di tali cose, capite? dissi con senso di ribrezzo ad Usher; e, in questa, con dolce violenza lo traeva dalla finestra sopra un seggiolone vicino. — Tali cose, che vi pongono il capo in dissesto, non sono, Roderick, che semplici ed ordinari fenomeni elettrici, la cui funesta cagione deriva anzi dai fetidi miasmi dello stagno. Chiudiamo la finestra; quest’aria diacciata è pericolosa pel vostro temperamento. Eccovi uno dei prediletti vostri romanzi; io leggerò e voi mi ascolterete; per tal modo noi passeremo insieme questa terribile notte. —

Il vecchio libro, su cui avea posto mano, era il Mad Trist di sir Lancellotto Canning; ma, così per ischerzo, io avevalo decorato del titolo di libro favorito d’Usher; brutto scherzo invero, poichè nella sua insipida e barocca prolissità vi era ben poco pascolo a trarre per la squisita spiritualità dell’amico mio. Tuttavia era il solo libro che mi fosse immediatamente capitato sotto mano; ed io mi cullava nella vaga speranza che i cupi vapori ipocondriaci, ond’era torturato il mio amico, otterrebbero un sollievo (la storia delle malattie mentali è piena di siffatte anomalie) nell’esagerazione delle stesse follie ch’io stava per leggergli. A giudicar poi dall’aria disiosa con cui egli tutto intento ascoltava o fingeva di ascoltare le frasi del racconto, io avrei [p. 151 modifica] potuto felicitarmi meco stesso del successo della mia finzione.

Era omai giunto a quella parte sì conosciuta della storia in cui Etelredo, l’eroe del libro, avendo invan tentato d’entrare amichevolmente nel ritiro di un eremita, credesi in diritto d’introdurvisi per forza. Qui, se ben ricordisi, il narratore si esprime in questo modo:

«Ed Etelredo, ch’era per natura di cuor valoroso, e che lì era eziandio fortissimo, in ragione dell’efficacia generosa del vin tracannato, non ebbe più pazienza di fare parlamento con l’eremita che, a dir vero, mostrava un animo molto dedito all’ostinatezza ed alla malizia; ma, sentendo la pioggia cadere giù grossa sulle proprie spalle, e temendo da uno all’altro istante l’esplosione del temporale, sollevò vigorosamente la sua mazza e con pochi buoni colpi maestri s’aperse presto una via a traverso le tavole della porta, con la sua mano dal guanto di ferro; e, traendola energicamente a sè, la fe’ scricchiolare, rompere e saltare in pezzi, con tale riuscita che il rumore del legno secco e scrosciante destò lo spavento e venne ripercosso da un capo all’altro, della foresta.»

Al finire di questa frase io mi scossi e feci una pausa; poichè m’era sembrato (ma tosto m’accorsi dell’illusione della mia fantasia), m’era sembrato, ripeto, che da una qualche remotissima parte della casa fosse pervenuto al mio orecchio una specie di romore che, stante la sua esatta analogia, sarebbesi potuto tenere per un’eco soffocato, estinto dal romore di scricchiolamento e rottura tanto meravigliosamente descritto dal [p. 152 modifica] signor Lancelotto. Evidentemente, non era che la semplice coincidenza che avesse scosso la mia attenzione; imperciocchè tra lo stridore delle imposte delle finestre ed il frastuono della tempesta ognor più crescente quel suono nulla aveva di per sè che mi potesse turbare o spaventarmi. — Così dunque io seguitai la lettura:

«Ma Etelredo, il valente campione, varcando allora la porta, montò su tutte le furie, meravigliato di non iscorgere alcuna traccia del malizioso eremita; ma in vece sua ed al suo posto trovò un dragone di apparenza mostruosa, squamoso, con una lingua di fuoco, fisso a sorveglianza d’innanzi un palazzo d’oro, con impalcato d’argento; e sopra il muro vedevasi sospeso uno scudo di rame sfolgorante con su impressavi questa leggenda:

«Colui che qui entrerà sarà il vincitore;
     E quegli che ucciderà il dragone, avrà guadagnato lo scudo.»

«Ed Etelredo sollevò la sua mazza, e di pieno colpo ne percosse il capo del dragone, che cadde a lui dinanzi, rendendo l’estremo suo fiato tutto nauseabondo con sì spaventevole, sì aspro e sì acuto ruggito, che Etelredo fu costretto di turarsi le orecchie colle mani per eludere un sì terribile rumore, tale che simile non aveva mai udito di sua vita.»

Qui, feci bruscamente una nuova pausa, e questa volta con senso di violento stupore; avvegnachè adesso non fosse proprio più il caso di dubitare ch’io realmente non avessi inteso (certo mi sarebbe [p. 153 modifica] impossibile di affermare in quale direzione) un suono debole debole in lontananza, ma aspro, prolungato e in modo singolare acuto e stridente, — l’esatta, la perfetta contraffazione del ruggito soprannaturale del dragone, descritto dal romanziere, e tal quale se l’aveva figurato la stessa mia immaginazione.

Oppresso come io già fortemente mi trovava, prima di questa nuova e piucchè straordinaria coincidenza, da mille contradditorie sensazioni, in cui dominavano uno stupore ed uno spavento estremi, mantenni nondimeno tanta fortezza d’animo da evitare, con un’osservazione qualunque un maggiore eccitamento nella sensibilità nervosa dell’amico mio. Veramente, io non era del tutto sicuro ch’e’ non avesse pure avvertito i medesimi suoni, sebbene ad evidenza scorgessi che da qualche momento erasi manifestata nel suo contegno una molto strana alterazione.

Dalla primitiva sua postura, a me dirimpetto, egli aveva a poco a poco girato la sua poltrona in modo che ora la sua faccia stava rivolta verso la porta della camera, — così che io non riesciva a vedere completamente le linee del suo volto, sebbene mi accorgessi benissimo dal tremito convulso delle sue labbra ch’ei mormorava alcun che di misterioso e d’impercettibile.

Teneva il capo appoggiato al petto; e non pertanto mi avvedeva che non dormiva, poichè, fissandolo di profilo, i suoi occhi apparivano aperti, avidamente ed intensamente fissi. D’altronde, il movimento del suo corpo smentiva pure cotest’idea, poichè egli lieve lieve si dondolava da destra a manca, costante ed uniforme. Tutto ciò ben [p. 154 modifica] notai con occhiata rapida e comprensiva, e quindi ripresi la narrazione di Lancellotto, che era del tenore seguente:

«Ed ora il valido guerriero essendo sfuggito alla terribile furia del dragone, sovvenendosi dello scudo di rame e che l’incanto suddescritto erasi rotto, rimosso il cadavere che gli abbarrava la via, coraggiosamente avanzossi sul pavimento d’argento del castello, verso l’angolo del muro donde penzolava lo scudo, il quale, prima che il vincitore gli fosse vicino, cadde a’ suoi piedi sopra il suolo d’argento, mandando un suono lungo lungo, acuto acuto e terrificante!»

Ma queste ultime sillabe erano appena morte sulle mie labbra, che intesi l’eco distinto, profondo, metallico e tintinnante dello scudo di bronzo, così precisamente come se in quello stesso istante quel valido arnese di guerra fosse pesantemente caduto sull’impiantito di argento; l’eco era soltanto men vivo, e quale se avvertito in lontananza. Rimasi di sasso; ma tosto, scossomi, saltai ’n piedi: Usher però non aveva di un ette interrotto il suo dondolarsi. Mi slanciai verso la poltrona su cui stava sempre seduto: i suoi occhi erano sbarrati e fissi in linea retta, e tutta la di lui fisionomia appariva in preda d’una marmorea rigidità. Ma non sì tosto ebbi posato la mano sulla sua spalla, ecco un violento tremito percorrere ogni fibra dell’essere suo, un sorriso ignoto ed insano errare sulle sue labbra, intanto che mi accorsi ch’ei parlava come tra sè — basso, basso, basso — una specie di susurro precipitato ed inarticolato, come se non avesse coscienza della mia presenza.

Io accostai tutt’affatto la mia alla sua faccia e, [p. 155 modifica] teso l’orecchio, riescii a divorare, direi, il terribile significato delle sue parole — che erano:

— Che! non sentite voi? non sentiste voi adunque? — Oh, io, sì, io sento, ed è già da molto molto che sento — oh, da molto, da molto! — sono minuti, sono ore, sono giorni, che sento; ma io non osava, non osava, capite! pietà, deh! pietà per me, povero sventurato che sono! Non osava, capite? Non osava parlarne! Ah noi l’abbiamo seppellita viva,..... viva! Non vi ho io forse detto che i miei sensi erano finissimi, squisitissimi? — Ed ora, ora vi dico che ho sentito i suoi deboli movimenti al fondo della bara. E sono diggià giorni, — giorni, giorni! ma io non ardiva, — no, non ardiva parlarne! E adesso, adesso — questa notte,... Etelredo... Ah! ah! — la porta sfondata dell’eremita, e il rantolo del dragone, e il rimbombo dello scudo!

Ah, ah! — Dite piuttosto la rottura della sua bara e lo stridio de’ ferrei arpioni della sua prigione, e la sua spaventosa lotta nel vestibolo di rame! Oh, dove fuggire? Non sarà dessa forse qui a momenti? Non giugnerà per rimproverarmi la precipite sepoltura? Non ho forse sentito i suoi passi sulla scala! Non distinguo ora forse abbastanza l’orribile e lento battito del suo cuore? Insensato! — E qui e’ si rizzò furiosamente in piedi, e urlò le sue sillabe, quasi in questo sforzo supremo esalasse lo spirito: — Insensato, ripetè, vi dico che essa ora è là, là dietro la porta!

In questo medesimo istante, come se la soprannaturale energia della sua parola avesse acquistato l’onnipotenza d’un incanto, gli ampi ed antichi portoni indicati da Usher si dischiusero lenti lenti [p. 156 modifica] sopra le pesanti loro imposte di ebano. È vero, quello era stato l’effetto di una violentissima raffica di vento; ma allora di dietro la porta apparve ritta ritta l’alta figura di madamigella Maddalena Usher, tutt’avvolta nel suo funereo lenzuolo. E sopra le sue bianche vesti erano sparse goccie di sangue, e tutta la sua persona, spunta e tirata, ostentava chiaramente i contrassegni di un'orribile lotta. Rimase un istante sulla porta, indecisa e vacillante; — poscia con un grido lamentevole e profondo pesantemente cadde davanti suo fratello, e nella sua violenta ed estrema agonia lo trasse a terra, sopra di sè — cadavere e vittima nello stesso tempo de’ suoi prematuri terrori.

In preda ad un orrore letale, io fuggii di questa sala e di questa casa. — La tempesta romoreggiava ancora in tutta la sua rabbia, allorchè giunsi a varcare il recinto dell’antico tenimento.

Tutt’a un tratto una luce strana strana si diffuse su tutta la via ed io mi volsi ad osservare donde partisse fenomeno così meraviglioso, avvegnachè dietro di me io non avessi che l’ampio castello interamente ravvolto nelle profonde sue ombre. E questo irraggiamento proveniva dalla luna che, piena e rossa quasi vivo sangue, stava tramontando; la quale in tal momento vivamente splendeva a traverso la fessura, poc’anzi appena visibile che, come dissi, delineavasi in zig-zag sulla facciata di casa Usher, dall’alto tetto alle ime fondamenta.

E in quella ch’io stava osservando, la fessura rapidamente si allargava: poi si fece sentire un nuovo impeto di vento, un turbine spaventosamente furioso; — e qui l’intero disco del pianeta apparve [p. 157 modifica] d’un tratto superbamente sfolgoreggiante alla mia vista. — Ohimè! io provai il capogirlo allor che vidi quelle vecchie e grosse muraglie spaccarsi.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

E successe un frastuono prolungato, un fracasso tumultuoso simile alla voce spaventosamente scrosciante di mille cateratte, — ed il profondo e corrotto stagno, lì a poca distanza, mestamente e silenziosamente si distese, allagandole, sulle rovine della Casa Usher.


[p. 158 modifica] [p. 159 modifica]

Al Prof. Luigi Morandi



Mio amico,



Al tuo Lampo e Tenebre19 io rispondo con un’Ombra.

Nè ti paia strano cotesto; lo sai: tu, io, i fratelli nostri nell’umanità non siamo che ombre, anche secondo la efficace definizione del filosofo greco. E di questo misterioso fatto della vita — se traggi il bene e la coscienza del bene — altro non so che sia, o che possa esserne. [p. 160 modifica]

L’Ombra del Poe sembra un projettarsi della grand’ombra dell’Umanità, dormente l’eterno sonno dei sepolcri: ma ignoro quanto possa tu credere a così fatti misticismi; e mi taccio.

È vero; il tempo fiacca il corpo e, pur troppo! gli spiriti; ma anche sotto la cenere gli affetti mantengono la loro intensità, la loro costanza. — E mi comprendi. — Vale!

— 1868, nel dì dei morti.



Il Tuo
BACCIO.


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OMBRA



In verità, sebbene io cammini
attraverso la valle dell’Ombra.

Davide, nei Salmi.



O voi che mi leggete, voi siete ancora tra i viventi; ma, io che scrivo, sarò da molto tempo partito per la regione delle ombre. Avvegnachè, credetemi, avverranno di molto strane cose, e di molto strane cose saranno disvelate, e molti e molti secoli passati prima che le presenti note sien vedute dagli uomini. E, allora ch’eglino le avranno vedute, gli uni non le crederanno, gli altri le porranno in dubbio, e pochissimi di loro troveranno materia nei caratteri da me impressi su tavolette con istile di ferro.

Era stato un anno di terrore, colmo de’ sentimenti più intensi del terrore stesso, sentimenti pe’ quali [p. 162 modifica] non vi ha nome sulla terra. Imperciocchè erano avvenuti prodigi strani e tristi segni, segni molteplici e moltiformi, dappertutto; e dappertutto, sulla terra e sui mari, la peste aveva ampiamente disteso e scosso le nere sue ali. Tuttavia, i dotti nelle scienze degli astri ben sapevano che i cieli recavano un aspetto di sventura; e, tra gli altri, per me, Greco Oinosse20, era evidente che noi ci appressavamo al ritorno di quei settecento novantaquattro anni in cui, entrando nella costellazione dell’Ariete, il pianeta Giove fa la sua congiunzione con l’anello rosso del terribile Saturno. Lo spirito particolare dei cieli (se non cado in qualche grave abbaglio) non solo manifestava i suoi poteri sul globo materiale della terra, ma ed eziandio sulle anime, sui pensieri e le meditazioni del genere umano.

Una notte, ci trovavamo in sette nei sotterranei d’un vasto e grandioso palazzo della mesta città di Tolemaide, tutti seduti ad una tavola su cui era larga copia di vasi di vin di Chio, dal color di porpora. E, in quella camera, niun altro ingresso che una porta di rame fatta dall’artista Corinno, opera invero rara e per merito di concetto e per isquisitezza d’esecuzione; la quale si chiudeva per di dentro. Larghi e paralleli damaschi neri, aggiugnendo a questa melanconica sala, ci velavano i raggi della luna fiochi, e le stelle lugubro-sanguigne e l’aspetto delle vie deserte; nondimeno il [p. 163 modifica] presentimento e i ricordi della peste balenavano insistenti nei nostri cranii, torbidi e pesanti a mo’ di nauseabondi vapori.

D’intorno a noi e a noi da presso erano cose di cui non saprei rendermi proprio esatto conto — cose materiali e spirituali, — un’ammosfera greve greve, — una sensazione di affogamento, — una angoscia viva; e, oltre a ciò, quelle strane ed orribili forme d’esistenza che tanto sfiaccano le persone nervose, e le facoltà assopite e gemebonde del povero spirito. E noi, quasi avvolti in plumbea cappa, ci sentivamo come schiacciare da peso enorme. Il quale si diffondeva man mano su le nostre membra, su i mobili della sala, su i bicchieri da cui credevamo sorsare un po’ di lena e di obblío; ed ogni cosa pareva oppressa e vinta da questo pernizievole influsso; tutto, dico, ad eccezione delle sette lampadi di ferro, muti testimoni di quella nostra orgia. Le quali fiamme si allungavano in altrettante esilissime fila di luce e, mantenendosi in tale parvenza, ardevano pallide pallide, biancicanti, immobili: e sulla rotonda tavola d’ebano, intorno la quale sedevamo, trasformata in ispecchio per lo scintillare delle fiamme su quella superficie nerissima, tersissima, ogni commensale contemplava riflessa la propria immagine e lo irrequieto e sinistro sguardo dei suoi compagni.

E nullameno, noi, di quando in quando davamo in qualche sghignazzata, e ci mostravamo gai a nostro modo, gai ad uso isterico; e cantavamo le canzoni di Anacreonte, che non sono che pazzie21; [p. 164 modifica] e tracannavamo gagliardamente, sebben la porpora del vino ci dipingesse assai bene la porpora del sangue; poich’eravi in quella camera un ottavo personaggio, il giovane Zoilo. — Morto, lungo disteso e sepolto, egli era il genio e il demonio della scena. Ohimè! e’ non prendeva parte a quel nostro festeggiare tranne che con quella sua figura tutta convulsa per male: e i suoi lumi, nella cui pupilla la morte non aveva spento che a metà il fuoco della pestilenza, parea che pigliassero tanto interesse alla nostra gioia quanto son capaci di pigliarne i defunti alla gioia di coloro che stanno per morire. Ma sebbene io, io, Oinosse, vedessi e sentissi gli occhi del defunto fissi esclusivamente sopra di me, nondimanco meco medesimo me ’l dissimulava, sforzandomi di non comprendere l’amarezza della loro espressione; e intensamente ed insistentemente osservando nelle fantastiche profondità dello specchio di ebano, con voce alta e sonora cantava le canzoni del poeta di Teo. Se non che il mio canto andò poco a poco cessando, e gli echi ondulando lontan lontano tra i funebri drappi della sala, divennero deboli, sottili, indistinti e.... si estinsero....

Ed ecco che dal fondo di que’ neri damaschi dove perdevasi moriente l’ultimo suon della canzone, levossi un’Ombra; nereggiante, indefinita; un’ombra simile a quella che la luna, quando è bassa in cielo, disegna lungo lungo le nostre persone; la quale non era ombra di uomo, nè ombra d’un Dio, nè ombra di qualsiasi altro essere conosciuto. E tremolando lieve lieve per le crespe dei damaschi, poco dopo ci apparì visibile, ritta, a bel mezzo la superficie della porta di bronzo. Ma l’Ombra era [p. 165 modifica] vaga, senza forme, indefinita; e non era ombra di uomo e non era ombra d’un Dio; e non era ombra d’un Dio di Grecia, o d’un Dio di Caldea, nè di alcun altro Iddio egiziano. E l’Ombra posava sulla grande porta di bronzo e sotto l’arcuata cornice, e non si muoveva e non proferiva parola; ma più e più si componeva disegnandosi, sino a che fissa ed immota si ste’. E la porta su cui l’Ombra si distendeva — se ben rammento — poggiava tutta ai piedi del giovane Zoilo, ivi sepolto.

Ma noi, i sette compagnoni, che avevamo visto l’Ombra librarsi dai neri damaschi, non osavamo, noi, ora, neanco guardarla in faccia: silenti e mogi e i capi bassi, continuavamo a riguardare le immagini nostre nelle luci intensamente fosche dello specchio d’ebano. Tuttavia, stanco in fine di questa soggezione codarda, io, io Oinosse, mi avventurai a proferire alcune parole a voce bassa, — e... e poi chiesi all’Ombra la sua dimora ed il suo nome.

E l’Ombra rispose:

— Io sono Ombra, e la mia stanza è a fianco delle catacombe di Tolemaide, e là, là vicino a quelle tristi plaghe d’Averno, che rinserrano l’impuro canale di Caronte! —

E allora noi tutti, noi tutti sette, ci rizzammo su da’ seggi e, tremanti, raccapricciati, vinti d’orrore, ci tenevamo per le mani; avvegnachè il suono della voce dell’Ombra non fosse quello d’un solo individuo, ma di una moltitudine di esseri infinita; e questa voce, variando le sue inflessioni di sillaba in sillaba, percuotesse nelle mie orecchie in confuso, imitando gli accenti comuni e famigliari di mille e mille amici nostri, ch’or dormon sotterra!.....



[p. 166 modifica] [p. 167 modifica]

A Carlo Fasella.



Amico,


T’intitolo questa versione, del Guglielmo Wilson, a testimonianza d’affetto.

La nostra amicizia, nata a’ verd’anni a Torino, trovammo matura nei virili a Milano. — La vita, è vero, trascorre e s’inferma quasi simile alle allucinazioni di Wilson, che qui leggerai; ma, se un po’ di fede la regga e la conforti qualche nobile affetto, non lascia grinze [p. 168 modifica] nel cuore, nè conturbamenti nello spirito; avvegnachè solo chi vive nella solitudine dell’egoismo, proceda dubitoso e cada disperante.

Sta sano.


Milano, la sera del 26 agosto 1867.



Il tuo
BACCIO EMANUELE


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GUGLIELMO WILSON



Che ne dirà essa mai? che dirà
questa spaventosa coscienza, questo
spettro che avanza sul mio cammino?

Chamberlayne, Farronida.



Desidero che, pel momento, mi sia concesso di chiamarmi Guglielmo Wilson.

La vergine pagina, che mi sta aperta dinanzi, non dev’essere lordata dal mio vero nome. Pur troppo, questo nome è stato quasi sempre un oggetto di sprezzo e d’orrore, — un truce abbominio per la mia famiglia. E che? — Non è egli dunque vero che anche gli stessi venti, sdegnatine, ne portarono sino alle più lontane regioni la sua infamia incomparabile? Me misero! — dei proscritti il più proscritto di tutti! — Non sei tu dunque eternamente morto a questo basso mondo? Non si è forse eternamente interposto un fitto velo, una nube lugubre ed illimitata tra le tue già sì belle speranze ed il cielo? [p. 170 modifica]

No, no; quantunque il potessi, io non vorrei oggi consegnare a queste pagine i ricordi de’ miei ultimi anni, — anni di miseria ineffabile, anni d’irremissibili delitti. Cotale recente periodo della mia vita si è facilmente lordato di turpitudini tanto nefande, ch’io devo soltanto delinearne le semplici origini. Questo, per ora, il mio solo scopo.

Generalmente, gli uomini non diventano d’un tratto perversi e codardi, ma solo per gradi. Eppure, quanto a me, ogni principio di virtù mi abbandonò di primo colpo, issofatto, a guisa d’un mantello che ci scivoli da le spalle; e, da una perversità relativamente ordinaria, corsi con passo di gigante ad enormezze più che da Eliogabalo. Lasciate ch’io vi narri ampiamente qual fu la strana sorte, quale l’accidente unico, o rarissimo, che mi trascinò a tale stato, di maledizione. Che! non lo so? la morte mi si avvicina; e l’ombra che la precede ha versato pietosa i suoi dolei influssi sul mio povero cuore. Nell’attraversare questa mesta valle di pianto, io più non sospiro che alla pietà — era lì per dire alla simpatia — de’ miei simili. Ai quali, in certo qual modo, io vorrei persuadere di essere stato lo schiavo di ferree circostanze, che impudentemente sfidavano ogni uman sindacato.

Amerei ch’essi, nelle molteplici e minute circostanze che loro esporrò, scuoprissero a mio vantaggio qualche piccola oasi di fatalità nello sterminato deserto di tanti errori. Vorrei, ch’e’ m’accordassero ciò che, infine, non mi potran rifiutare; chè, sebbene questo mondo abbia conosciuto tentazioni grandissimamente pericolose, nessun uomo sinora fu unqua tentato in questa maniera — e nessuno per certo cadde al modo mio. È egli [p. 171 modifica] dunque per questo, che niun conobbe mai gli stessi dolori? O non avrò io proprio vissuto che di sogni? Nè, dunque, io morrò vittima dell’orrore e del mistero delle stranissime fra tutte le visioni di quaggiù?

Io sono il discendente di una razza segnalata in ogni tempo per un’indole immaginosa ed eccitabile sovranamente; e la mia prima infanzia stessa comprova ch’io aveva intieramente ereditato il carattere della mia famiglia. Col crescere degli anni questo carattere disegnossi più fortemente, e divenne per mille modi una ragione di serie inquietudini pei miei amici, e di pregiudizio, effettivo per me stesso. Per natura e per volontà io mi diedi ai più selvaggi capricci e fui in balia delle passioni più indomabili. Spiriti deboli, e disgustati anche dai difetti della fisica mia costituzione, i miei parenti non potevano molto adoprarsi per frenare le pessime tendenze che in me allignavano sì spiccate. Fecero, è vero, qualche tentativo per migliorarmi; ma, perchè debole e mal diretto, non riescirono, — lo che fu per me un motivo di completo trionfo. Da allora, la mia parola in casa fu legge, e in un tempo in cui pochi pochissimi fanciulli smettono gli abili di loro età, io venni lasciato al mio libero arbitrio, e mi trovai signore di tutte le mie azioni, — il nome eccettuato.

Le prime impressioni della mia vita di studente sono legate ad una vasta e stravagante casa dello stile d’Elisabetta, in un mesto e remoto villaggio22 [p. 172 modifica] della vecchia Inghilterra, il quale era abbellito di spessi, giganteschi e nodosi alberi, — villaggio le cui case mostravano un aspetto di secolare antichità, di storica importanza.

Questa piccola e venerabile cittadetta era un vero nido di bei sogni, fatto per esilarare gli spiriti e destarli alla contemplazione. Pensando a quei suoi viottoli profondamente ombrosi, solitari, strani, anche adesso provo un sentimento arcano, consolatore; e tuttavia mi inebbriano gli effluvii graditi de’ mille suoi tigli, e mi balza il petto d’indefinibil contento ai rintocchi lenti e solenni della campana che, d’ora in ora, — quasi eco misteriosa di altra terra — rompeva la quiete della bruna ammosfera nella quale perdevasi e s’addormentava il gotico e merlato campanile.

E io provo tutto il piacere che m’è possibilmente dato ancor oggidì provare, divagando e trattenendomi sopra queste minuziose ricordanze della scuola e de’ suoi sogni. Inabissato, come sono, nella sventura (sventura, pur troppo ohimè reale e trista!) credo mi verrà perdonato se vado in cerca d’un sollievo qualunque, pur tenue e cortissimo, in questi fanciulleschi e vaghi particolari. D’altronde, sebben volgari e di per sè stessi ridicoli, ei pigliano nell’immaginazione mia un’importanza tutta circostanziale a causa di lor intimo nesso coi luoghi e l’epoca dove oggimai arrivo a discernere i primi ambigui avvisi del destino, che da quel tempo cotanto intensamente m’avvolse nella sua ombra. — Lasciate, oh! lasciate dunque che me ’n ricordi!

Vecchia, come dissi, ed irregolare era quella casa, — vasto il terreno, tutto cinto da alto e solido muro di mattoni, incoronato da strati di [p. 173 modifica] calcinaccio e di vetri rotti. Questa cinta, non indegna di una prigione, segnava i limiti di quel dominio; e noi non uscivamo di là che tre volte per settimana — una al giovedì, nel dopo pranzo, quando, accompagnati da due prefetti, ci si permetteva di far brevi passeggiate in comune, traverso le vicine campagne; e due volte alla domenica, allorchè — con una regolarità di militi in rassegna — ci recavamo ad assistere agli uffizii del mattino ed ai vespri nell’unica chiesa del villaggio.

Il direttore della nostra scuola era anche il curato di questa parrocchia.

Con quale profondo sentimento di ammirazione e di perplessità io era assuefatto a contemplarlo dai banchi remoti della nostra tribuna allor ch’ei saliva a passi lenti e solenni la scaletta del pulpito! Come mai — io pensava — quest’uomo venerabile, dall’aspetto sì modesto e benigno, dal camice sì giusto e pulito e con isfarzo chiericale, ampio, ondeggiante e così ben soppressato, — come mai, dico, potev’egli essere quegli stesso che, pochi momenti prima, con viso acre ed asciutto e in vesti lorde di tabacco, pretendeva — la sferza in mano — di eseguire in iscuola leggi draconiane? — Paradosso veramente straordinario, la cui unica mostruosità soltanto ci impedisce di potergli trovare una spiegazione qualsiasi!

In quell’angolo di muro massiccio aprivasi misteriosamente una porta nera e pesante, chiusa a bandella, munita di chiavistello e sormontata da una cresta di acute punte di ferro. Quali sentimenti di profondo terrore non ci spirava tal porta! Ed essa non si apriva mai, mai — tranne che per le tre periodiche nostre uscite al passeggio, ed al [p. 174 modifica] rispettivo ritorno: allora, ad ogni suo stridere cupo sugli arpioni, noi presentivamo un mesto influsso di mistero, — un mondo indefinito di osservazioni solenni, un arruffio di pensieri ancora più cupi.

Quel vasto recinto si stendeva in forma regolare divisa in più parti, di cui le tre o quattro maggiori formavano la corte di ricreazione, la quale era piana e coperta d’uno strato di sabbia pura e sottile. In essa — ben me ’n ricordo — non alberi, non panche, nè altro di analogo qualsisia. Naturalmente, essa aprivasi al di dietro della casa. Innanzi poi la facciata si distendeva un piccol giardino, in cui qua e là elevavansi bossi ed altri arbusti: però, ben di rado noi attraversavamo questa sacra oasi, in occasione cioè del nostro primo arrivo alla scuola o di definitiva partenza, o forse anco allora che un amico, un parente avendoci fatto chiamare, ebbri di gioia e di amore, ci avviavamo alla casa paterna alle vacanze del Natale o del S. Giovanni.

Ma, e la casa? — mio Dio, qual vecchia e curiosa fabbrica ell’era mai! —

Lo confesso, a me sembrava un vero palazzo di fate; e, in verità, non sarebbesi potuto trovare uscita di sorta ne’ suoi andirivieni, non fine in quegli avviluppatissimi anditi e suddivisioni. Sarebbe stato difficile in qualsiasi momento conoscere dove eravate, se cioè al primo od al secondo piano: dall’una all’altra stanza potevate star certi di trovare due, tre od anche quattro scalini per salire e discendere. Gli scompartimenti laterali poi, innumerevoli, inconcepibili; giravansi e così ben intrigavansi l’uno l’altro, che le nostre idee più esatte e fisse, relativamente all’insieme di quella [p. 175 modifica] fabbrica, potevano benissimo assomigliarsi a quelle con cui noi talvolta mestamente ci perdiamo nell’infinito.

Durante i cinque anni di mia residenza colà, io non fui mai capace di determinare con precisione in qual punto più o men lontano dell’edifizio fosse sito il dormitorio, che erami stato assegnato in comune ad una ventina di altri miei condiscepoli.

La sala dello studio era la più vasta in tutto quello edifizio, — la più vasta su qualunque altra di qualsiasi fabbrica umana; era tale almeno l’idea ch’io me n’era formata. Essa era lunghissima, strettissima, lugubremente bassa e con finestre rotonde e il vôlto di quercia. In un angolo lontan lontano, pieno per noi di diacciato terrore, disegnavasi un ricinto quadrato di otto a dieci piedi, rappresentante nelle ore di studio il sacro recinto del nostro direttore, il reverendo dottore Bransby. Era una costruzione solida con porta massiccia; piuttosto che aprirla in assenza del superiore, noi avremmo preferito morire della pena forte e dura23. A’ due altri angoli della sala, due altri analoghi locali, oggetti, è vero, di venerazione assai men grande, ma tuttavolta di assai notevole terrore: nell’uno, era la cattedra del professore di umanità, — nell’altro quella del professore d’inglese e di matematiche. Collocati disordinatamente in mezzo alla sala si vedevano molti e molti banchi e leggii, tutti spaventosamente sopraccarichi di libri macchiati da’ sgorbi moltiformi delle dita; libri neri, antichi, rosi dal tempo e tanto impiastricciati di [p. 176 modifica] ghirigori, di iniziali, di intieri nomi, di grottesche figure e d’altrettali numerosi capolavori di temperino e di penna, che avevano intieramente perduto l’originalità della primitiva lor forma, dell’immemorabile lor passato. In fine, ad un’estremità della sala trovavasi un’enorme secchia d’acqua, vero tinello; e, dall’altra, un orologio di dimensioni strabocchevolmente prodigiose.

Sepolto tra le massiccie mura di questo venerabile, istituto, io passai nondimeno senza noia e senza disgusti gli anni del terzo lustro di mia vita. Il fecondo cervello dell’infanzia non avendo bisogno di un mondo d’incidenti esteriori per essere occupalo e per ottenere un po’ di svago, quell’apparente e lugubre monotonia della scuola mi ha conceduto eccitamenti più intensi e più vivi di tutti quelli che la mia posteriore e potente gioventù ne abbia chiesto alla stessa voluttà, o la stessa mia virilità al delitto. — Tutta fiata io debbo credere che il primo svolgersi delle mie facoltà intellettuali fu in gran parte straordinario, ed anzi assai sregolato. In generale — e forse è molto deplorabile — gli avvenimenti dell’esistenza nostra infantile non lasciano sull’uomo, giunto agli anni maturi, un’impressione ben delineata. E di tutto quel tempo beato resta solo un’ombra grigiastra, un debole ed irregolare ricordo, sogni confusi di vaghi e tenui piaceri e di fantasmagoriche pene. Eppure io non posso dir questo di me. Importa veramente che sin dalla mia infanzia con tutta l’energia dell’uomo fatto io abbia sentito tutto quanto anco al dì d’oggi sento scolpito nella mia memoria in linee tanto vive, profonde e durevoli, quanto l’esergo delle medaglie cartaginesi. [p. 177 modifica]

E nondimeno, nel fatto, cioè secondo l’ordinario modo di vedere d’ognuno, quanto di poco notevole eravi mai in tutte queste cose per risvegliar l’interesse di cari ricordi! La sveglia del mattino, l’ordine del coricarsi la sera, le lezioni da imparare, le recite, le brevi vacanze periodiche, le passeggiate, la corte di ricreazione colle sue piccole confidenze, con le sue agrette contese, i suoi divertimenti, i suoi intrighi; tutto ciò, dico, per un’anima lungamente cullatasi in fallaci illusioni d’oro, conteneva un ammasso di sensazioni potenti, un universo di moltiformi emozioni, di surrecitazioni appassionate e inebbrianti. — Oh, come è buono, come è eccellente questo nostro secolo di ferro!

In realtà la mia ardente natura, entusiasta, imperativa, non tardò a far di me un carattere distinto tra que’ miei camerata, e, poco a poco, direi naturalmente, mi diede una tal quale superiorità su tutti coloro che mi avanzavano di poco in età, sopra tutti, ad eccezione d’un solo. Era questi uno studente che, senz’ombra alcuna di parentela con me, portava lo stesso mio nome di battesimo, lo stesso mio nome di famiglia; — circostanza poco notevole in sè, poichè il mio, non ostante la nobiltà delle sue origini, era un di quei comuni appellativi che, come per diritto di prescrizione, paiono essere quasi sempre stati proprietà delle moltitudini.

Pertanto in questo racconto io ho assunto il nome di Guglielmo Wilson, nome fittizio, che tuttavia non si discosta molto dal vero. Tra coloro che, secondo l’espressione dell’istituto, componevano la nostra classe, quegli solo che portava il [p. 178 modifica] mio nome osava gareggiare con me negli studi della scuola, nei giuochi e nelle dispute di ricreazione; e con orgoglio rifiutava fede alle mie asserzioni, ed una completa sommissione alla mia volontà; insomma, sempre ed in ogni modo avversava la mia dittatura. Notate bene: se mai ci ebbe quaggiù un dispotismo supremo ed assoluto, illimitatissimo, e’ fu ed è quello di un fanciullo di genio che s’erge sugli animi meno energici e pronti de’ suoi camerata.

Per me, sorgente di serie noie e di grandi imbarazzi la ribellione di Wilson; e tanto più che, — in dispetto alla millanteria con cui mi faceva un dovere di trattarlo in pubblico, lui e i suoi pretendenti, nell’intimo io sentiva di fortemente temerlo; e l’uguaglianza che con tanta facilità e’ manteneva rimpetto a me, mi appariva, e lo era, come una vera prova della sua superiorità, — poichè da parte mia doveva perdurare in un continuo sforzo per non esserne dominato.

Nondimeno, una tale superiorità, o piuttosto uguaglianza, non era in fin fine riconosciuta ed ammessa che da me solo; per una cecità inesplicabile, sembrava che i nostri camerata non sospettassero la cosa menomamente. Invero, la sua gara, la sua resistenza, e in modo speciale l’impertinente e maligno suo impicciarsi ne’ fatti miei, non oltrepassava i limiti di private intenzioni. Egli sembrava egualmente spoglio di quella ambizione che mi spingeva continuo a dominare su tutti, ed alieno da quell’energia appassionata che mi somministrava i mezzi di oprare. Sarebbesi potuto credere che, in tale rivalità, e’ fosse unicamente spinto e diretto a contrariarmi, a sorprendermi, a [p. 179 modifica] mortificarmi con una specie di disio stravagante, fantastico, — quantunque alcune volte io non potessi a meno di notare con senso confuso di stupore, d’umiliazione e di collera, che a’ suoi oltraggi, alle sue impertinenze, alle sue contraddizioni egli accoppiava una cert’aria d’affetto la più fuor di luogo, e — certamente — per me penosissima. Nè mi poteva render conto d’una condotta tanto strana, se non col supporla effetto di una finissima albagía, che sarcasticamente si permettesse i modi volgari di patrono e di giudice.

Forse quest’ultimo indizio nella condotta di Wilson fu quello che, unito alla nostra omonimia ed al fatto puramente accidentale della nostra simultanea entrata alla scuola, diffuse l’opinione tra’ nostri condiscepoli delle classi superiori, che noi fossimo fratelli. D’ordinario non erano eglino usi darsi pensiero degli affari ed abitudini dei più giovani loro colleghi. Ma, per verità, se noi fossimo nati di stessa madre, certo saremmo riusciti gemelli; avvegnachè, dopo ch’io abbandonai la casa del dottore Bransby, appresi così per caso che il mio similissimo omonimo era nato a’ dì 19 gennaio 1813: — vedete coincidenza notevolissima; questo era pure il giorno preciso della mia nascita!

Può sembrare strano che, a dispetto dell’ansia continua in cui io viveva a causa della rivalità di Wilson e dell’insopportabile suo spirito di contraddizione, io non provassi veramente per lui un odio assoluto e profondo. Senza fallo, ogni dì tra noi due suscitavansi querele, in cui accordandomi egli in pubblico la palma della vittoria, nondimeno si studiava di darmi a conoscere ch’ei solo l’avea meritata; e non pertanto un sentimento [p. 180 modifica] d’orgoglio da parte mia e di vera dignità da parte sua ci permetteva di mantenerci in uno stato continuo di stretta convenienza, mentre poi esistevano reciprocamente ne’ nostri caratteri moltissimi punti di conformità atti a svegliare in me un giusto sentimento, cui solo la nostra rispettiva situazione impediva di maturarsi in amicizia.

Per verità, mi riescirebbe, nonchè difficile, quasi impossibile il definire, o meglio il descrivere i veri miei sentimenti rispetto a lui: dirollo; essi formavano un amalgama il più eterogeneo, dai più strani colori; — specie di petulante animosità, che non era ancor odio, non istima, ed ancor meno rispetto; ma tenea del timore e d’un’immensa ed irrequieta curiosità. Credo inutile aggiugnere pel moralista che amendue, Wilson ed io, eravamo gl’inseparabili tra’ camerata.

Non fu l’influsso di un’ostilità tutta seria e spiccata, bensì l’anomalia e l’ambiguità di quelle nostre relazioni (schiette o dissimulale, esse erano sempre numerose), che indebolirono tutti i miei assalti contro di lui in forza di un sarcasmo vivo e persistente. E quali ferite non può egli aprire un umore inflessibile e severo? — Ma su questo punto i miei sforzi non ottenevano mai un trionfo regolarmente perfetto, neanco quando i miei disegni eran orditi con tutte le sottigliezze della malizia; imperciocchè il carattere del mio omonimo era quello di un’austerità tutta piena di ritenutezza e di calma, la quale mentre gli lasciava la soddisfazione dei piccanti suoi frizzi, lo metteva in grado di rimanersene invulnerabile, senza essere tocco dalle stimmate del ridicolo. Tuttavia, un punto solo io scorgeva in lui vulnerabile, ed era [p. 181 modifica] un’imperfezione fisica che, procedendo forse da un’infermità di costituzione, non avrebbe mai offerto appiglio ad un antagonista, se non avesse avuto più nimiche disposizioni delle mie. Il difetto del mio rivale consisteva tutto nella laringe; per cui quando parlava il tono della sua voce non poteva oltrepassare quello d’un bisbigliamento sommesso sommesso. Ed è da quest’imperfezione che io traeva tutti i ripieghi della mia nimicizia.

Le rappresaglie di Wilson erano moltiformi, ed egli usava un cotal suo genere di malizia che mi poneva addosso il più nero umore. In qual modo abbia avuto sin da principio la sagacità d’indovinare, che una cosa di così piccol rilievo potesse inquietarmi, è tale quistione ch’io non ho mai potuto risolvere: tuttavia, non sì tosto e’ l’ebbe scoperta, con pertinacia straordinaria mise in opra questa nuova tortura. Io aveva provato sempre avversione al nome sventurato della mia famiglia ed al mio nome personale, cotanto comune e quasi tutt’affatto plebeo. Le stesse sue sillabe mi suonavano ingrate ingrate all’orecchio; e quando, il primo giorno del mio arrivo, udii un altro Guglielmo Wilson rispondere all’appello della scuola, io provai contro di lui un astio ben amaro, e doppiamente mi increbbe che quel nome fosse portato da uno straniero, — uno straniero, che così sarebbe stato cagione ch’io l’intendessi profferire due volte, — che continuamente sarebbesi trovato al mio cospetto, e i cui affari nel comune andazzo delle occupazioni del collegio spessissimo ed inevitabilmente si sarebbero confusi co’ miei in ragione appunto di questa coincidenza detestabile.

Il sentimento d’irritazione, destomi da tale [p. 182 modifica] accidente, si faceva più vivo ogni quando per nuove circostanze venisse messa in maggior evidenza la riassomiglianza morale o fisica tra il mio rivale e me. Io non aveva scoperto il fatto notevolissimo della parità de’ nostri anni, ma io ben vedeva che eravamo della stessa statura, e m’accorgeva esistere una rassomiglianza singolarissima nel complesso delle nostre fisonomie e de’ nostri lineamenti. — Mi sentiva egualmente inasprito dalle voci che correvano sulla nostra parentela, voci che generalmente trovavano fede nelle classi superiori. In una parola, nessuna cosa più seriamente mi poteva disgustare (sebbene mi studiassi con grande cura di celare ogni contrassegno, di questi timori) di una semplice allusione alla nostra somiglianza, sia rispetto allo spirito, che alla nascita ed alta persona. Nondimeno, io non aveva ragione alcuna di credere che una tale rassomiglianza — eccettuato il fatto della parentela, e tutto quanto Wilson medesimo potesse vederne — fosse stata per un solo istante oggetto di commenti o di note pei nostri condiscepoli. Che egli tenesse d’occhio questo fatto in ogni sua apparenza e con altrettanto studio quant’io stesso ne usava, era cosa evidentissima; ma che egli avesse potuto scuoprire in simili circostanze un volto tanto conturbato per simili ansie e contrarietà, io non potrei attribuirlo, come già accennai, che alla di lui sagacia veramente sottile.

Wilson mi dava sempre il suo ripicco con una perfetta imitazione di me stesso, ne’ gesti e nelle parole;, e mirabilmente rappresentava la sua parte. Facil cosa invero era lo imitare i miei modi; — il mio incesso, i miei portamenti e’ se li appropriava con una garbatezza finita; e, a dispetto [p. 183 modifica] del suo costituzionale difetto, sapeva imitare la mia voce completamente. Bisognava però, intendiamoci, che non tentasse i toni elevati: però la chiave era identica, e la sua voce, purchè egli parlasse sommesso, diventava l’eco perfetta della mia.

Mi riesce impossibile il dire sino a qual punto un ritratto così singolare (che per verità non potrei chiamare caricatura) mi tormentasse. A me non restava che una consolazione; ed era, almeno secondo quanto mi pareva, che quell’imitazione fosse soltanto avvertita da me, e ch’io solo dovessi ingozzarmi i misteriosi sorrisi e gli strani sarcasmi del mio omonimo. Soddisfatto d’avere prodotto sul mio cuore il disiato suo effetto, pareva ch’egli si consolasse in segreto della puntura inflittami, e si mostrasse singolarmente sdegnoso dei pubblici applausi che la sagacia del suo ingegno con tanta facilità gli procurava. Come mai i nostri camerata non conoscevano i suoi disegni? come mai non ne scorgevano i portamenti? perchè non ne dividevano la gioia beffarda? Lo confesso; duranti più mesi di viva inquietudine, fu questo per me un enimma veramente misterioso e sinistro.

Era forse la graduale e fina lentezza del suo modo d’imitare, che ne facesse più difficile il discernimento, o doveva io piuttosto la mia sicurezza a quell’aria di padronanza sì bene assunta dal copista strano, che nel mio caso non ritraeva le semplici lettere (è solo degli spiriti ottusi farsi imitatori materiali), ma esprimeva perfettamente l’originale, a mia grandissima ammirazione ed a mio marcio dispetto?

In verità non mi riuscirebbe tanto facile il darvi adequata risposta. [p. 184 modifica]

Ho già spesso cennato di quella sua aria di straziante protezione ch’egli avea assunto verso di me; già dissi di quel suo frequente ed officioso intromettersi nelle mie volontà; intromissione che prendeva di spesso il carattere dispiacente d’avvertimento, — avvertimento non dato, è vero, a viso scoperto, ma suggerito, insinuato. Ed a me toccava riceverlo con una ripugnanza che andavasi aumentando col crescere dell’età. Tuttavia, oggimai che mi trovo si distante da quell’epoca, è debito mio il rendergli questa stretta giustizia, che io riconosco di non rammentarmi di un solo semplice caso in cui le suggestioni del mio emulo abbiano partecipato a quel carattere di errore e di follia, privo sempre di maturità e di esperienza, che sarebbe stato naturale alla sua età; — riconosco, che il suo senso morale, se non i suoi talenti e la sua prudenza, facilmente per finezza vinceva il mio; e che adesso io sarei un migliore uomo, e conseguentemente meno infelice, se avessi meno sdegnato i consigli portimi in quel suo susurro misterioso, che m’inspirava un odio sì forte e un disprezzo sì amaro.

Pertanto, a lungo andare, io diventai eccessivamente ribelle all’odiosa sua sorveglianza, ed ogni giorno più apertamente detestai ciò ch’io teneva come un’insopportabile soperchieria. Dissi che, nei primi anni del nostro vivere al collegio, i miei sentimenti a rispetto suo si sarebbero potuti facilmente piegare in bell’amicizia; ma, duranti gli ultimi mesi del mio soggiorno alla scuola, quantunque l’importunità della sue abituali maniere si fosse apertamente scemata, i miei sentimenti, in proporzione quasi simile, eransi proprio volti [p. 185 modifica] in un odio reale. E vi fu — almen lo presumo — una circostanza in cui egli ben di ciò s’accorse; e da quel dì m’evitò, o affettava almeno d’evitarmi.

Se la memoria non mi falla, fu verso quest’epoca che, in un alterco violento con lui sostenuto, alterco in cui dimenticò la sua circospezione abituale, parlando ed oprando con un lasciar fare contrario all’indole sua, io scopersi, o credetti di scuoprire nel suo accento, nell’aria sua, nel complesso della sua fisionomia, un non so che, che a tutta prima fecemi vivamente trasalire, e dappoi profondamente interessommi, destando nel mio spirito come delle oscure visioni della prima infanzia, — ricordi strani, confusi, rapidi, — ricordi d’un tempo in cui la mia memoria non era ancor nata. Nè meglio io saprei definire quell’ibrida sensazione ond’era preso, se non col dire che mi riesciva difficile lo sbarazzarmi dall’idea che io avessi già conosciuto l’anteriore mio essere in un’epoca molto antica, in un passato estremamente, ineffabilmente lontano.

Tutta fiata, cotale illusione svanì altrettanto rapidamente, quanto rapidamente erami comparsa; e qui io non la noto che per far conoscere l’ultimo giorno da me passato col mio fatale omonimo.

Il vecchio ed ampio edilizio, ne’ suoi innumerevoli e grandi scompartimenti, comprendeva molte e vaste camere in comunicazione tra loro, che servivano di dormitorj al maggior numero degli allievi. Vi era nondimeno (come di necessità si trova in cotali fabbriche, tanto sventuratamente disegnate, e più sventuratamente erette) un’infinità di cantoni, cantucci e nascondigli — vere frangie, [p. 186 modifica] rimasugli o ritagli di sì gran costruzione — dei quali tutti l’economico spirito del dottore Bransby aveva saputo trarre vantaggio, trasformandoli egualmente in dormitorj: ma siccome non erano che semplici camerette, non potevano servire che ad un solo individuo. E una di queste piccole camere era appunto occupata da Wilson.

Una notte — volgeva il quinquennio della mia dimora colà, e immediatamente in seguito all’alterco di cui ho parlato, — approfittando dell’ora in cui tutti i miei camerata quietavano in profondo sonno, mi alzai da letto, e, una lampada in mano, sguisciai a traverso un labirinto di stretti corridoi, avviandomi verso la stanzetta del mio rivale. Era già molto tempo ch’io mi stillava il cervello per fargli un bel tiro, un di que’ brutti, odiosi tiri in cui sino a quel dì non era potuto riescire. Sin d’allora, dico, essendomi fisso nel proposito d’eseguire il mio disegno, risolvetti di fargli provare la malvagità di cui ero capace.

Pian piano giunsi alla sua cameretta; posai sulla soglia la mia lampada, cuoprendola col paralume, e cheto cheto, quasi rattenendo il fiato, mi spinsi innanzi. Procedetti d’un passo e mi posi ad ascoltare il sordo rumore della sua tranquilla respirazione. Certo ch’ei dormiva profondamente, ritornai alla porta, presi la lampada e mi appressai al letto. Essendo chiuse le cortine, le ritirai adagio adagio per effettuare i miei propositi; ma, in questa, la luce viva della lampada brillò tutta quanta sul dormiente, e nell’attimo stesso i miei occhi si arrestarono sulla di lui fisionomia. — Rimasi a divorarmelo cogli occhi; — quand’ecco un intirizzimento, una vera sensazione di ghiaccio invade ogni più [p. 187 modifica] recondita fibra dell’esser mio. Violento battemi il cuore, mi vacillano le ginocchia, e tutta l’anima è presa da un orrore intollerabile ed inesplicabile. Il mio respiro era convulso; — avido avvicinai ancor più la lampada alla sua faccia.

— Eran quelli, eran quelli i lineamenti di Guglielmo Wilson? — Lo erano?!

Ed io pure scorgeva ch’erano i suoi, ma tremava, tremava a verga a verga, come in un accesso di febbre, al solo immaginarmi che non fossero i suoi. — Ma qual cosa era dunque in essi che mi potesse a tal segno confondere? Io lo contemplava, e sentiva il mio cervello dar di volta sotto l’influsso di mille incoerenti pensieri. No, egli non mi sembrava proprio così, e nemmeno mi appariva tale nella sveglia od alle ore della nostra ricreazione.

— Dio! lo stesso nome! i lineamenti stessi! entrati lo stesso dì al collegio! E poi quella beffarda ed inesplicabile imitazione de’ miei passi, della mia voce, delle mie abitudini, de’ miei modi! E che! era egli dunque ne’ limiti delle possibilità umane che ciò che vedeva adesso, fosse il semplice effetto dell’abitudine di quell’imitazione sarcastica? — Vinto di terrore, tremante dal freddo, estinsi la lampada, e silente e mogio mogio uscii di camera, rifacendo i miei passi....

Alcuni giorni dopo, io aveva dato l’addio a quelle per me sì ingrate e terribili mura24. [p. 188 modifica]

Dopo lo spazio di più mesi da me passati presso i miei parenti nel più assoluto ozio e nella più deplorabile spensieratezza, io venni condotto al collegio di Eton. Questo breve intervallo di tempo era bastato per affievolire i miei ricordi degli avvenimenti del collegio Bransby, o almeno ad operare un notevole mutamento nella natura dei sentimenti inspiratimi da simili rimembranze. La realtà, la parte viva del dramma per me più non esisteva. Per la qual cosa adesso quasi quasi sembravami avere motivo di dubitare della testimonianza dei sensi miei; e quasi sempre al rammentarmi quell’avventura meco stesso maravigliava degli eccessi vivaci della nostra credulità, e rideva pensando alla veramente prodigiosa forza di fantasia, ch’era retaggio di mia famiglia. La turbinosa follia, a cui immediatamente e spensieratamente mi abbandonai, cancellò ogni traccia del fosco passato, e — qualche raro baleno eccettuatone — assorbì brevissimamente ogn’impressione seria e soda, solo lasciando nei ricordi della giovine mente le leggerezze e le fanciullaggini della precedente mia esistenza.

Non è tuttavia mio intendimento di qui tracciare il corso delle sciagurate mie dissolutezze, che, sfidando impunemente ogni legge, eludevano qualunque sorveglianza. Tre anni, tre anni, dico, di ogni sorta di pazzie, fatte senza profitto alcuno, s’intende, mi avevano infine inoculato gli abiti del vizio più profondo, e promosso in un modo singolare ed anormale le facoltà della fisica mia costituzione. Un dì, dopo un’intiera settimana di sregolatezze le più brutali, io invitai una compagnia di studenti fra i più dissoluti a un’orgia segreta nella mia stanza. Dovendosi quella scena di [p. 189 modifica] sfrenatezza scrupolosamente protrarre sino al mattino, noi ci riunimmo a notte già alta. Le vivande copiose e squisite e i vini generosi versavansi a guazzo ne’ calici splendenti; nè vi ha dubbio si fossero lasciate in disparte seduzioni di ben altra pericolosa natura: a tale che, in sul primo impallidire dell’alba su ’n cielo, le nostre turpi stranezze, i nostri brutali delirii erano al colmo. Acceso furiosamente dai vapori del vino e dalla febbre del giuoco, io continuava, bestialmente ostinato, a voler fare un brindisi in un de’ più strani ed indecenti modi; quand’ecco a un tratto la mia attitudine distratta dall’impetuoso semiaprirsi di una porta, da cui ansia ansia si fè sentire la voce di un cameriere.

Precipitosamente annunziava che un incognito, dall’aria impresciata ed importuna, chiedeva di parlarmi nel vestibolo della casa.

Eccitato singolarmente dal vino, questa sì inattesa interruzione causommi minor meraviglia che piacere. Barcollante attraversai la sala, e in pochi passi mi trovai nel vestibolo. Nessuna lampada illuminava questa bassa e stretta stanza, in cui cominciava a penetrare il pallido lume dell’alba, quasi incerto e furtivo, a traverso l’arcuata finestra.

Ponendo il piè sulla soglia, distinsi la persona di un uomo, su per giù della mia statura, che indossava una vesta da camera di casimiro bianco, tagliata di moda, proprio come quella che in quell’istante io pure indossava. E tutto ciò potei vedere a quel debolissimo barlume, ma non mi fu possibile distinguere i lineamenti del viso. Messo appena il piè nella camera, e’ fu sopra di me, e, afferratomi il braccio con gesto imperativo, mi [p. 190 modifica] susurrò all’orecchio queste parole: Guglielmo Wilson!

In un attimo m’era ritornata la ragione.

Nel contegno dello straniero, nel tremito nervoso del suo dito, ch’ei teneva alzato tra i miei occhi e il barlume crepuscolare, eravi qualcosa che mi riempiva di completo stupore: questo però non era quello che più mi avesse meravigliato. Ma l’importanza del fatto, la solennità dell’ammonizione contenuta in quella singolare parola, parola sommessa, stridula, e soprattutto il carattere, il tono, la chiave di queste sillabe, semplici, famigliari, è vero, ma nondimeno susurrate con alto mistero, ecco quanto sorse ad agitarmi l’anima con mille rimembranze stranissimamente ravvolte del mio passato; e che, quasi tocco di pila voltaica, mi scosse ogni fibra. — E, prima che fossi rinvenuto in me, egli era scomparso.

Sebbene tale avvenimento avesse veracemente prodotto un effetto vivissimo sulla mia immaginazione, nondimeno quest’effetto finì con l’andare del tempo per indebolirsi e farsi nullo. Invero accadde che, nel giro di più settimane, ora mi dèssi alle più scrupolose ricerche, ora restassi profondamente avvolto in una nube di meditazione calma. Io non mi studiai per niente di dissimularmi l’identità dell’individuo singolare che si frammetteva con tanta ostinazione ne’ miei affari e mi stancava co’ suoi ufficiosi consigli. Ma, e chi era egli mai cotesto Wilson? — E donde veniva? — E quale il suo scopo? — Non mi è dato di poter rispondere a nessuno di tali quesiti: soltanto, relativamente a lui, constatai che un subitano accidente nella sua famiglia avevalo costretto ad abbandonare l’istituto [p. 191 modifica] del dottore Bransby nel dopo pranzo di quello stesso giorno ch’io me n’era fuggito. Ma dopo non molto tempo lasciai di pensarvi sopra, e l’attenzione mia fu tutta preoccupata dalla mia fissata partenza per Oxford. Là, favorito dalla vanità de’ miei parenti, che mi dava agio di scialarla ne’ piaceri e d’abbandonarmi tutt’affatto allo sfarzo ed al lusso, tanto a me cari, mi posi tosto a gareggiare in prodigalità coi più ricchi e potenti eredi delle più ricche contee della Gran Brettagna.

Incoraggiato al vizio da questi mezzi, la mia natura manifestossi in tutto il doppio suo ardore, e nella pazza foga della mia dissolutezza, vigliaccamente spezzai sin l’ultimo filo d’una residua decenza. Ma sarebbe assurdo il trattenermi sulle particolarità delle mie stravaganze. Basterà il sapere che vinsi in dissipazioni lo stesso Erode attico e che, dando un nome ad un’infinità di nuove pazzie, aggiunsi una copiosa appendice al lungo catalogo dei vizii, che in quei giorni sventuratamente erano in voga nella più dissoluta parte d’Europa.

Parrà difficile a credere ch’io fossi tanto caduto dal grado di gentiluomo, da studiarmi di rendermi famigliari i più vili artifizi del giuocatore di professione, e mi fossi reso discepolo di questa spregevole scienza, e che la praticassi abitualmente come mezzo di accrescere le mie rendite, diggià elevatissime, a spalle de’ miei camerata baccelloni. E tuttavia era questa la triste verità. — La stessa enormezza di un tale attentato contro tutti i sentimenti di dignità e di onore era evidentemente la principale, se non la sola ragione della mia impunità. E chi mai tra’ miei più depravati compagni, [p. 192 modifica] non avrebbe contraddetto alla più evidente testimonianza dei sensi, anzichè sospettare di una tale condotta il gioviale, il franco, il generoso Guglielmo Wilson, — il più nobile e il più liberale compagnone di Oxford, — quegli le cui follie (così esprimevansi i suoi parassiti) non erano che follie giovanili di fantasia sfrenata — i cui errori, inimitabili capricci, — i più neri e schifosi vizii, una stravaganza spensierata e superba?

Eran valichi due anni da che io menava questa vita scioperata e gioconda, allorchè giunse all’università un giovane di fresca nobiltà — un cotale Glendinning, — ricco, così voleva la pubblica voce, come il greco Erode, e a cui queste sfondate ricchezze eran costate un bel nulla. Non tardai ad accorgermi come ei fosse uomo di ben meschina intelligenza, quindi naturalmente il designai vittima eccellente de’ miei industriosi talenti. Cominciai a porlo in impegno di giuocare spesso, e con l’abituale astuzia del giuocatore m’indussi a lasciargli guadagnare considerevoli somme per farlo cadere con più certezza ne’ miei lacci. Da ultimo essendo ben maturo il mio disegno, risoluto di vederne la fine, m’imbattei seco lui in casa d’uno de’ miei camerata, il signor Preston, egualmente legato a noi due, il quale — è mio dovere rendergli questa giustizia — non nudriva il menomo sospetto sul mio disegno. E, a colorire debitamente la cosa, io aveva avuto cura d’invitare una società di otto a dieci persone, ed erami particolarmente studiato di far sì che l’introduzione delle carte sembrasse affatto accidentale e non avesse luogo che per proposta del merlotto cui voleva trar nella rete. Insomma, a tagliar corto, in così abbietto affare io non ommisi veruna [p. 193 modifica] delle sottili bassezze, tanto conosciute in simili occasioni, per cui riesce una vera meraviglia che si trovi sempre della gente tanto allocca da rimanerne vittima.

La nostra veglia s’era già di molto avanzata, quando feci in modo di prendere ad unico mio avversario il giuocatore Glendinning. Scelsi il mio giuoco favorito, l’écarté25. I componenti la nostra società, interessati dalle grandiose proporzioni del nostro giuoco, avevano tutti abbandonato le carte e facevano cerchio intorno a noi. Il nostro villan rifatto, che sino a prima sera io aveva ben eccitato a tracannare, mescolava le carte e le dava, e giuocava in modo sì strano e nervoso che riconoscevansi benissimo i vapori del vino, non tali però da mettergli il cervello fuori di posto.

In pochissimo tempo egli era diventato mio debitore di una somma enorme, allorquando, tracannato un colmo bicchiere di Oporto, fece appunto quanto io aveva freddamente preveduto; propose, cioè, di raddoppiare la posta già enormemente elevata. Affettando io con bel garbo una ragionevole resistenza, e dopo soltanto che il mio reiterato rifiuto ebbelo spinto ad acerbe parole, che diedero al mio consenso l’apparenza d’essermene piccato, m’indusse infine ad accettare. Il risultamento, s’intende, fu quale doveva essere: la vittima erasi completamente ingarbugliata ne’ lacci miei; in meno di un’ora i suoi debiti si furono quadruplicati. E già da un po’, di tempo la sua fisionomia aveva perduto quella tinta fiorita che le [p. 194 modifica] dava il vino; ma qui mi accorsi con vivo stupore ch’essa aveva dato luogo a un pallor di morte. E dico con istupore, poichè io aveva preso sulla persona di Glendinning le informazioni più accurate. Mi era stato dipinto per un ricco sfondolato, tale che le somme sin qui perdute, sebbene realmente forti, non avrebbero potuto — almen secondo le mie supposizioni — seriissimamente sconcertarlo, e molto meno commuoverlo in modo violento. L’idea che più naturalmente presentossi al mio spirito, si fu che il vino gli perturbasse disgustosamente lo stomaco. Intanto, a salvare il mio carattere agli occhi degli amici, anzi che per motivo di interesse, io stava per insistere perentoriamente a che s’interompesse il giuoco, allorchè alcune parole profferite a mio fianco tra gli astanti, ed una esclamazione, disprezzantissima di Glendinning mi fecero capire ch’io aveva oprato la sua completa rovina, e messelo in condizione d’essere omai un oggetto di pietà per tutti, — tanto, che manco il diavolo gli avrebbe più potuto far danno.

Mi riuscirebbe assai difficile il dire quale condotta io avrei adottato in questa circostanza. La deplorabile condizione del mio avversario aveva desto in tutti gli astanti un’aria d’impaccio e di disgusto: da alcuni minuti dominava un silenzio perfetto, durante il quale sentiva quasi con dispetto formicolarmi le guancie sotto le divoratrici occhiate di sprezzo e di rimprovero che mi vibravano gli stessi più moderati della società; confesserò egualmente che, atteso la subitanea straordinaria interruzione seguitane, momentaneamente il mio cuore sentissi come sgravato da un insopportabile peso.

Ed ecco le pesanti imposte della porta [p. 195 modifica] spalancarsi con impeto tanto vigoroso e violento che, quasi d’incanto, rimasero estinti tutti i doppieri. Se non che la luce morente lasciommi accorgere che lì erasi introdotto uno straniero, — un uomo a un di presso della mia statura, strettamente avvolto in un mantello. Nondimeno regnava una fitta oscurità, e soltanto da tutti misteriosamente si sentiva che egli si trovava in mezzo a noi. E prima che ciascuno fosse ritornato in sè dall’eccessivo stupore causatoci da sì inusitata violenza, udimmo una voce bassa bassa, eco perfettissima della mia, che diceva: «Signori, io non cerco scuse alla mia condotta, perchè, regolandomi di questa fatta, io non faccio che adempiere un dovere. Certamente voi non conosceste, quanto dovreste, il vero carattere della persona che ha guadagnato in questa notte all’écarté un’enorme somma a lord Glendinning. Quindi io vo’ proporvi un facile ed eccessivo spediente per procurarvi gl’importantissimi di lei contrassegni. Pregovi, signori, esaminiate a tutto vostro agio il soppanno delle maniche del sinistro braccio e i vari plichi che troverete nelle tasche piuttosto comode della ricamata veste da camera di cotesto nostro signore.»

Nell’atto ch’ei parlava, si era fatto un silenzio sì perfetto, che sarebbesi persino sentito cadere uno spillo sul tappeto. Ciò detto, e’ partissi subitamente, stravolto come era entrato. — Potrò io descrivere, potrò io almen rilevare le mie sensazioni? Evvi bisogno forse di dire che io provai tutti gli orrori del dannato? Certamente mi restava poco tempo a rifletterci sopra. — Sentii mille braccia villanamente afferrarmi, e gridar: lumi, lumi! — E lumi comparvero. Mi frugarono dal capo [p. 196 modifica] alle piante, e tra il soppanno della mia sinistra manica rinvennero tutte le figure principali dello écarté, e nelle tasche del mio pastrano alcuni giuochi di carte esattamente simili a quelli di cui ci servivamo nelle nostre riunioni, ad eccezione che le mie eran delle migliori, e gli onori lievemente piegati ai lati, e le carte basse piegate sulle alte, in modo appena visibile. Mercè tale disposizione, il povero ingannato che scarta, come s’usa, nella lunghezza del mazzo, scarta invariabilmente in modo da dare un onore al suo avversario; mentre l’astuto giuocatore, scartando, in lunghezza, non passerà mai alla sua vittima alcuna carta che possa essergli di svantaggio.

Una tempesta d’indignazione non mi avrebbe tanto atterrito quanto lo sprezzante silenzio e la calma sarcastica che successero a quella scoperta.

— Signor Wilson, disse il nostro ospite, mentre piegavasi a raccogliere a’ suoi piedi un magnifico pastrano foderato di preziosissima pelle, signor Wilson, eccovi; questa è roba vostra (È a notarsi che facendo in quel giorno assai freddo, nel partirmi di casa mi era cacciato indosso l’abito del pastrano, piuttosto leggiero, lo stesso pastrano che m’era poi tolto nella camera da giuoco). Suppongo, aggiunse poi osservando con un riso amaro le pieghe del mio vestito, essere superfluo qui cercare altre prove della vostra industria. Per verità parmi ne possiate avere abbastanza. Credo però che voi comprenderete la necessità di lasciare Oxford, — e in ogni modo di uscire sull’istante da casa mia.

Avvilito, gettato proprio nel fango, è però probabile che in quel momento avrei ben io saputo [p. 197 modifica] cacciargli in gola con un’immediata violenza personale l’insultante linguaggio, se la mia attenzione non fosse tosto rimasta colpita da un fatto della più meravigliosa natura. Il pastrano recatomi, è inutile il dica, era foderalo di pelli sopraffine, di una vera rarità e di un prezzo straordinario. Il taglio poi, di mia invenzione, era tutto di fantasia, avvegnachè in simili frivolezze io fossi molto e molto difficile, spingendo i miei gusti di Ganimede sino ai limiti dell’assurdo. — Allorchè, dunque, il signor Preston mi presentò quello da lui raccolto per terra vicino la porta della camera, mi sentii come agghiacciato dallo stupore, accorgendomi che io già teneva il mio sul braccio, intorno a cui senza neanco addarmene avealo ravvolto, — e che il nuovo offertomi era un’esatta esattissima contraffattura, in ogni sua più solide particolarità. L’essere singolare da cui per mia fatale sventura era stato smascherato, era avvolto, ben lo ricordo, in un palandrano; e mi ricordo altresì che, fra tutti, io solo era venuto al giuoco con tale soprabito. — Che fare? Serbai il più che potei la mia calma di spirito, presi pur quello offertomi da Preston e, senza che alcun vi badasse, lo soprapposi al mio; quindi vibrato uno sguardo di sfida e di minaccia, mi slanciai fuor della sala.

Quello stesso mattino, per tempissimo, lasciai precipitosamente Oxford, avviato al continente, in una vera agonia di orrore e di onta.

Ma io fuggiva invano. Il mio maledetto destino mi perseguitò trionfalmente, provandomi che il suo misterioso potere sino a quel dì erasi appena fatto sentire. In fatto, appena messo piede in Parigi, io ebbi una prova dell’interesse detestabile di [p. 198 modifica] Wilson pe’ miei affari. E gli anni passavano, — passavano, ed io non aveva un istante di respiro. Sciagurato! — Con quale importuno ossequio, con quale tenerezza di spettro a Roma, e’ s’immise tra la mia ambizione e me! a Roma? — E a Vienna? — E a Berlino? — E a Mosca? Perchè dunque non troverò giuste ed amare ragioni di maledirlo dall’imo cuore? Preso d’un panico, io mi diedi infine alla fuga di fronte alla sua misteriosa tirannia, come se inseguito da peste, e fuggii...., fuggii sino agli estremi limiti della terra.....

Ma fuggii invano!

E sempre e poi sempre interrogando in segreto l’anima mia, ripeteva a me stesso: — Chi è desso? — Donde viene? — Quali sono i suoi disegni? — Ma l’anima non mi dava alcuna risposta. E allora mi poneva col maggiore studio a investigare le forme, il metodo, le fattezze singolari dell’insolente sua sorveglianza. Ma, e qui pure io non rinveniva gran che a fondare una qualche plausibile congettura. Ed era veramente degno di nota che, nelle moltissime circostanze in cui egli, pur di recente, mi si era messo contro sul cammino, sempre ci si fosse messo per attraversare disegni e spostare operazioni, la cui riuscita mi avrebbe costantemente tratto ad amari disinganni. — Meschina giustificazione però, questa, per un’autorità tanto imperiosamente usurpata! Risarcimento ben infelice ai miei diritti naturali di libero arbitrio, tanto accanitamente, tanto insolentemente violati!

Già da molto e molto tempo io aveva avuto motivi di notare che il mio carnefice, in quella che con esattezza ed accortezza miracolose obbediva alla mania di una toletta identica alla mia, si era [p. 199 modifica] sempre collocato, tutta fiata che gli piacesse inframmettersi alle mie volontà, in modo ch’io non potessi discernere i lineamenti del suo viso.

Chiunque potess’essere questo dannato di Wilson un simile mistero era però il colmo dell’affettazione e della stoltezza. Come poteva egli mai aver supposto un solo istante che — nel mio strano consigliere di Eton, nel distruttore dell’onor mio a Oxford, nell’avversario di mia ambizione a Roma, della mia vendetta a Parigi, del mio ardente amore a Napoli, e di ciò ch’ei chiamava mia cupidigia in Egitto, — che in quest’essere, dico, mio cattivo genio, io non riconoscessi lo stesso Guglielmo Wilson de’ miei anni di collegio, il mio omonimo, il mio camerata, il mio rivale, il rivale esecrato e temuto dell’istituto Bransby? — Come mai? come mai?

Impossibile! impossibile!

Ma affrettiamoci alla scena finale dell’orribile dramma.

Sino a quest’epoca io m’era vigliaccamente sottoposto al suo tirannico impero. Il sentimento di rispetto profondo con cui erami abituato a considerare il carattere elevato, la imponente saggezza, l’onnipresenza e l’onnipotenza apparenti di Wilson, unito ad una tal quale sensazione di terrore che mi ispiravano certi fatti e privilegi della sua natura, aveano desto in me l’idea della mia debolezza, anzi della completa mia impotenza, ed aveanmi consigliato — a mia grave amarezza e ripugnanza — a sottomettermi ciecamente all’arbitraria sua dittatura. Se non che, dopo questi ultimi tempi, essendomi dato con calore al bere, l’influsso eccitatore del vino sul mio temperamento [p. 200 modifica] ereditario rendevami ogni dì più intollerante a qualsiasi soperchieria e sindacato. Dapprima me ne lagnai sommesso, — esitai dappoi — e resistetti infine. Era egli un semplice atto d’immaginazione che mi facesse credere che la resistenza del mio carnefice sarebbe scemata in ragione della mia fermezza? Forse questo era possibile; ma in ogni caso io cominciava a sentire l’ispirazione di una ardente speranza, e finii per nudrire nel fondo dei miei pensieri la cupa e disperata risoluzione di liberarmi una volta in fine da quest’orribile schiavitù.

Nel carnovale del 18.... io mi trovava in Roma: — una sera mi era recato a un ballo in maschera nel palazzo del duca di Broglio, napoletano. Quella sera io aveva oltre il mio costume abusato di vini, e la soffocante ammosfera delle affollate sale mi irritava d’una maniera incomportabile. La stessa difficoltà di aprirmi un passo tra la folla contribuì non poco ad irritare e ad inasprire l’umor mio, poichè io andava febbrilmente in cerca (mi permetto di tacere a chi legge il poco onorevol motivo) della giovane, gaia e bellissima moglie del vecchio e stravagante duca di Broglio. In una sua confidenza poco prudente avevami ella aperto il segreto sul costume che avrebbe indossato; e siccome io l’aveva scorta da lungi, i miei sforzi erano tutti per arrivare a lei. Ed ecco, in questo stesso momento, sento una mano dolcemente posarmisi in su la spalla, — e quindi il notissimo, il profondo, il maledetto misterioso susurro nelle mie orecchie!

Preso di rabbia frenetica, bruscamente mi voltai verso chi con tanta indegnità mi aveva sturbato, e di botto lo presi violentemente pel collo. Come [p. 201 modifica] aspettavami, portava egli un abito assolutamente simile al mio: un mantello spagnuolo di velluto turchino, e intorno alla vita una bella cintura chermisina da cui pendeva una draghinassa. Una maschera di seta nera celava affatto il suo volto.

— Scellerato! — sclamai qui con voce soffocata da rabbia — ed ogni sillaba che fendeva le mie labbra era un vero alimento al fuoco della mia collera: — scellerato! impostore! infame maledetto! oh, tu non mi vesserai più sino alla morte! Seguimi in fine, o ti scanno lì lì innanzi a tutti!

E mi apersi il passo nella sala da ballo verso una piccola attigua anticamera, irresistibilmente trascinandolo meco.

Entrando, lo spinsi furiosamente lungi da me; e balenante andò egli a percuotere contro il muro: sacramentando, chiusi la porta a chiave, e gli ordinai di sfoderare la spada. Esitò un momento; quindi tratto un lieve sospiro, la sguainò silenziosamente e posesi in guardia.

La lotta fu breve. Inasprito dalle ardenti eccitazioni di cotal fatto, pareva che in un solo de’ miei bracci sentissi l’energia e la potenza d’una moltitudine. In pochi secondi lo spinsi contro l’intavolalo, e là, in mia piena balía, raddoppiando un su l’altro i colpi, gli immersi la spada in petto con una efferatezza brutale.

In questa, udii persone appressarsi alla porta. Fui sollecito di prevenire un importunissimo affollarsi, e subito mi rivolsi verso il mio avversario moribondo. Ma dove è mai lingua d’uomo che valga sufficientemente ad esprimere lo stupore, l’orrore onde fui invaso allo spettacolo che allor s’offerse a’ miei occhi? Il brevissimo tempo in cui erami [p. 202 modifica] volto verso la porta, era bastato a produrre, almeno in apparenza, un mutamento materiale nelle disposizioni locali dell’angolo opposto della camera. — Uno specchio ampissimo (almeno tale mi apparve in quel mio primo stupore) s’innalzava colà dove poc’anzi non vedevasi alcun mobile; e, siccome io m’avanzava verso di esso tutto agghiadato di terrore, la mia propria, somigliantissima immagine, pallida, come la morte e lorda di oscene macchie di sangue, facevasi pure incontro a me con passo debile e vacillante.

Dico che tale mi apparve la scena; ma essa però non era così. — Lo credereste?

Sentite! sentite!

Era il mio avversario, era Wilson medesimo che stava d’innanzi a me ne’ palpiti dell’agonia. La sua maschera e il suo mantello giacevano sul pavimento dov’ei li aveva gittati. Non un filo dei suoi vestimenti, non una linea in tutta quella sua fisionomia così caratteristica e singolare, niente, ahi! niente che non fosse mio, mio, sapete — mio!

L’assoluto dell’identità!

Era Wilson, Wilson! — ma Wilson che omai più non susurrava le sue misteriose parole; tanto che avrei proprio potuto credere di essere io stesso allorchè, parlando, mi disse:

Tu hai vinto, e io soccombo. Ma d’ora innanzi tu pure sei morto: — morto al mondo, morto al cielo, morto alla speranza! Tu esistevi in me; or contempla nella mia morte, contempla in questa stessa immagine, che è la tua, come tu se’ stata veramente, irremissibilmente l’assissino di te stesso!




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All' Avv. Giovanni Corbari.




Mio amico,


Che cos’è mai Il Cuor Rivelatore del Poe, se non il grido o lo specchio della coscienza? — Con che finezza, con che verità ed efficacia non dipinge egli questa sua tela! Siam sempre lì: artista e poi artista.

Abbiti, amico, questa tenue testimonianza di stima alle tue virtù, davvero elette, di mente e di cuore; e sia pure umil ricordo nei fuggevoli [p. 204 modifica] anni del tempo teco passato nella tua Soresina, questa cospicua e liberale borgata del Cremonese.

E che, in fatti, sarebb’ella mai la vita senza rimembranze e senz’affetti?

Addio.


— 1868, in primavera.



IL TRADUTTORE.

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IL CUOR RIVELATORE

È vero! io sono un uomo nervosissimo, superlativamente nervoso; lo son sempre stato: ma, e perchè pretendereste voi ch’io fossi folle? Le sofferenze han maggiormente acuito i miei sensi, non distrutti, nè spuntati. Ed io aveva, quanto altri mai, il senso dell’udito finissimo. Intesi e divinai tutte cose del cielo e della terra; moltissime divinai ed intesi dell’inferno stesso. E perchè dunque sarò io folle? Attenti; e badate bene con qual senno, con quale calma son io in grado di narrarvi questa storia.

Non è possibile dire in qual maniera l’idea mi entrasse primieramente in capo; ma, una volta concepita, vi si fissò dì e notte; non n’uscì più. Obbietto, non ve n’era, e la passion non ci aveva a che fare. E io l’amava, l’onesto vecchio: non m’aveva mai fatto fil di male, nè insultato mai. Nè pativa invidia alcuna del molto suo oro, — del molto suo oro.

Donde la mia mala disposizione? — donde? [p. 206 modifica]

Credo che la provenisse dal suo occhio! Oh, sì, sì, venia di là! Chè, l’un de’ suoi occhi sembrava tutt’affatto quello d’un avoltoio, — un occhio azzurro-pallido, e per di più con albugine. Ed ogni fiata che quest’occhio cadea su me, mi si gelava il sangue: che occhio! — Insomma, col tempo, lentamente, grado a grado, mi ficcai in testa di strappar la vita al vecchio, e liberarmi così per sempre dal suo occhio.

Ed ora ecco, eccovi il busilli! Voi mi avete per pazzo. I pazzi san nulla di nulla: ma se voi mi aveste veduto! Se aveste veduto con quai modi, con qual saggezza io procedetti! e con che precauzione, con che previdenza, con che dissimulazione m’accinsi all’opra! Non m’era mai addimostrato tanto premuroso, gentile, amabile pel vecchio, quanto durante la intiera settimana che precedette l’assassinio.

Ed ogni notte, in su le dodici ore, cauto, cauto, io alzava il saliscendo di sua porta e l’apriva, - proprio adagio, adagio! E allora, apertala appena tanto da immettervi il capo, introduceva la mia lanterna cieca, ben chiusa, oh ben chiusa, in modo da non lasciar fuggire verun filo di luce; e dappoi passava la testa. Oh, voi avreste ben riso, ve ne assicuro, sì, avreste ben riso nel vedere in qual modo io passava la mia testa! La metteva innanzi adagio, lentamente, lentissimamente, in modo da non turbare punto il sonno del vegliardo. Figurarsi! non impiegavo meno d’un’ora per introdurre tutta la mia testa attraverso l’apertura, assai in tempo da vederlo corcarsi sul letto. Eh, un pazzo avrebb’egli, un pazzo, potuto essere tanto prudente? — E da poi, quando cioè la mia testa era nella camera, io apriva con precauzione la lanterna — oh, [p. 207 modifica] con quale precauzione, con quale precauzione perchè l’anima non ne scricchiasse! E l’apriva appunto lì lì tanto da lasciarne fuggir un fil di luce che giugnesse sull’occhio di avoltoio. E questa storia io la feci per ben sette notti, sette lunghe notti, — ogni notte, proprio alle dodici ore; — ma l’occhio era sempre chiuso, sempre; e perciò mi si rendette impossibile di compir l’opera; poichè non era mica il povero vecchio che mi vessasse, ma solo, solo quell’occhio "infausto". Ed ogni mattina, all’apparir del giorno, arditamente entrava nella sua camera, gli discorreva con coraggio, chiamandolo con voce cordiale dal suo nome, ed informandomi come avesse passato la notte. Pertanto voi ben vedete ch’ei sarebbe stato un ben sagace, acuto e profondo vecchio, s’egli avesse per vero potuto mai sospettare che, proprio a mezzanotte, mentre dormiva, io era là, là ad esaminarlo.

L’ottavo giorno raddoppiai ancora, se più ancora fosse stato, possibile, le mie precauzioni. Le piccola lancetta d’un orologio muovesi certo più lesta che non muovesse allor la mia mano. Io non aveva mai, prima di questa notte, non aveva mai sentito tutto il poter di mie facoltà, l’estension loro, — la mia sagacia. Frenava a grande stento la piena trionfante delle mie sensazioni. Pensare che io era là, là ad aprire la porta, a poco a poco lento, lento, lento, e ch’ei non sognava neanco di quegl’intendimenti, di quegl’intimi pensieri, di quelle azioni! — Strano, oh strano assai! Alla quale idea lasciai sfuggirmi un sorriso lene lene; e forse, forse e’ l’intese, poichè si rivoltò di tratto sul letto come s’e’ fosse per destarsi. E voi credereste forse che allora mi fossi ritirato? no, non mi [p. 208 modifica] ritrassi. La sua camera era nera, nera come l’ala della notte, tenebra fitta, null’altro che tenebra fitta, — chè ogni apertura era chiusa e le imposte delle finestre accuratamente serrate per timore dei ladri; e sapendo com’ei potesse vedere il lento aprirsi della porta, proseguii ancora a spingerla, ancora — e ancora....

Aveva già passato la mia testa ed era sul punto d’aprir la lanterna, quando il mio pollice scorrendo sulla serratura di latta, lievissimamente stridette; e il vecchio, d’un attimo, rizzatosi sul letto, gridò: — Chi va là?

Io rimasi immobil qual sasso; e non fiatai; e, per tutta una lunga ora, non mossi muscolo e in tutto questo tempo no ’l sentii ricorcarsi. Egli era sempre seduto sul letto, l’orecchio teso, — precisamente come aveva fatto io medesimo per lunghe e intiere notti acquattandomi ad ascoltare lungo i muri gli oriuoli a polvere.

Ed ecco che giunse al mio orecchio un debile gemito, che immediatamente riconobbi pel gemito di mortal terrore. Non era un gemito di dolore o di affanno;— no; era il romore sordo e soffocato che alzasi dai penetrali d’un’anima affranta di spavento. Oh, io conosceva ben quel romore, io! Quante notti, in su le dodici, mentre il sonno gravava gli occhi dei mortali, quel rumore s’era levato dal mio proprio seno, ingigantendo con la terribile sua eco i terrori ond’era invaso! E dico che ’l conosceva ben io, quel rumore; se ’l conosceva! E perciò che sapeva ciò che pativa il povero vecchio, e che sentiva pietà di lui, sebbene un riso beffardo mi muovesse il cuore. Sapeva che, dopo quel primo lievissimo rumore, allorchè [p. 209 modifica] s’era rivoltato sul suo letto, egli era sempre rimasto desto; e che i suoi timori eran sempre venuti su addensandosi, opprimendolo. Ed aveva voluto persuadersi che non avevano avuto ragione di essere; ma non ci era riuscito. Aveva detto seco stesso: — Fisime; è nulla; fu il vento del camino; — sarà qualche sorcio che discorre l’assito; — eh! forse qualche grillo che avrà mandato il suo verso stridulo, acuto.

Sicuramente, il vecchio stillavasi il cervello per calmare con ipotesi le sue ansie; invano, e sempre invano. E tutto era stato inutile, perchè la morte, che s’accostava, eragli passala dinanzi con la sua grand’ombra nera, la quale aveva tutta in sè avvolto la vittima infelice. Ed era appunto il penoso e funebre influsso dell’ombra, da lui non avvertita, non vista, che gli faceva sentire la presenza della mia testa nella camera.

E quando ebbi atteso lungo tempo, lungo tempo, con pazienza somma, con unica pazienza, senza tuttavia che mi potessi accorgere se erasi ricorcato, mi risolvetti di schiudere un po’ la lanterna; ma un tantino appena, un filo, un insensibil filo. Adunque l’aprii, — ma così poco, così poco, che voi no ’l sapreste neanche immaginare, — la girai così adagio, così adagio, che in fin fine un raggio pallido, pallido, come fil di ragno, sprizzò dal fessolino e giunse sull’occhio di avoltoio.

E l’occhio era aperto — dilatatamente aperto, - e, non sì tosto l’ebbi visto, fui come invaso di furore. Lo scorsi con distintissima, purissima pupilla, pienamente, intensamente ’l fissai; e ’l vidi con quel suo azzurro pallido, ih! tutto natante nell’albugineo velo, in quello schifoso velo, che [p. 210 modifica] mi arrestava il sangue, che mi agghiadava l’imo midollo delle ossa — ih! ih! e del viso e della persona del vecchio io non poteva proprio scorgere altro che l’occhio, chè come per istinto io aveva diretto il raggio colà, proprio là sulla maledetta pupilla.

Ed ora, dite mo’, non vi ho io forse con questo chiarito che, quanto voi pigliavate in me per follia, altro non era o non è che una squisitissima acuità di sensi?

Ma in questa, ascoltate, in questa un rumore sordo, soffocato e frequente, giunse nuovamente a’ miei orecchi, — romore simile a quello che manda un orologio involto nel cotone. E quest’altro suono io lo riconobbi eziandio: era il battito del cuore del vecchio; — il quale esasperò il mio furore, quasi suon di tamburo che rinfiammi il cuore del soldato.

Nullameno mi frenai di nuovo, e rimasi lì ritto, senza moto, respirando appena, appena. Teneva immobile la lanterna, unicamente intento a mantenere il raggio fisso sull’occhio. Nel qual tempo l’infernal concitamento del cuore cresceva, batteva più forte, facendosi ognor più precipitato, più distinto e, d’istante in istante, più alto. Il terrore del vecchio doveva essere estremo. Quel battito, dico, facevasi di più in più forte ad ogn’istante.

Fate voi ben attenzione alle mie parole? Teneste voi dietro per filo e per segno alle mie idee? Bene; lo sapete; ve l’ho dissi: io era nervoso; e, di fatto, io lo son tuttavia, — e come! — E quindi — figuratevi! — là, nel pieno cuor della notte, tra il solenne, sepolcrale silenzio di quella vecchia casa, quel sì strano rumore sparse in ogni mia fibra un terror irresistibile. Mi contenni ancora per alquanti [p. 211 modifica] minuti, e rimasi calmo. Ma il battito si faceva sempre più forte, — sempre più forte. Io credeva che il cuore fosse per iscoppiarne. Ed ecco che un nuovo affanno mi colse, mi avvinse in tutta la persona: — il rumore poteva essere sentito da un qualche vicino! — Eh, via; l’ora del vecchio era giunta, — era scoccata! Emisi un grand’urlo, aprii bruscamente la lanterna e mi slanciai furibondo nella camera. E’ diede un solo grido, — un solo. E in un attimo lo precipitai a terra, e gli rovesciai sopra tutto il peso formidabile del letto. E allora sorrisi soddisfatto, sorrisi di trionfo, veggendo il cómpito mio assicurato. Tuttavia, per alcuni minuti ancora, il cuor battè con suono indistinto: ma non me ’n curai più che tanto; non si poteva omai più sentire attraverso il muro. E dopo molto cessò..... Il vecchio era morto. Rialzai il letto, e ne esaminai il corpo. Sì; egli era proprio rigido, — rigido, — cadavere. Gli posi la mano sul cuore e ve la tenni per alcuni minuti. Nessuna pulsazione, nessuna; — proprio cadavere.

Oh, finalmente il suo occhio, l’occhio di avoltojo non mi tormentava più!

Or bene, se voi persistete a tenermi tuttavia per pazzo, io son certo che la vostra credenza svanirà quando conoscerete tutte le sagaci precauzioni da me prese per nascondere il cadavere. Man mano che la notte avanzava, io era con tutta l’anima e nel più perfetto silenzio intento al mio lavoro. Tagliai la testa, tagliai le braccia, tagliai le gambe.

E dappoi, strappate tre tavole dall’assito della stanza, il tutto deposi tra ben commesse assicelle; quindi riposi queste con tale precisione, con tale [p. 212 modifica] astuzia, che nessun occhio d’uomo, nemmeno il suo avrebbe potuto scovrire alcun che d’ambiguo, di sospetto. Non v’era a lavar nulla, - neanco una semplice lordura, neanco una macchiuzza di sangue. Quanto a questo era stato ben accorto, io, oh, lo era stato! Una buona conca m’aveva servito a dovere. — Eh, eh, quanto a questo!

Erano le quattro in punto quando ebbi ultimato tutti questi fastidi: ma la tenebra era ancora sì fitta come il più nero punto della notte; in quella che l’orologio suonava, vennero dati alcuni colpi alla porta. Scesi ad aprire, con cuore allievato, chè, a dir il vero, e qualcosa aveva io ormai da temere?

Ed ecco su la soglia tre uomini che, entrando, presentaronsi co’ modi più garbati e gentili, qualificatisi per uffiziali di polizia.

— Durante la notte un grido era stato udito da un vicino; ciò aveva desto i sospetti di qualche brutto tiro. E tosto una denunzia essendosene fatta alla polizia, questa naturalmente aveva con molta sollecitudine mandato sul luogo i propri uffiziali.

Sorrisi, — sorrisi; e che aveva io a temere omai? — Siate i benvenuti, dissi con piena disinvoltura a quei signori; il grido, che altri intese, partì da me, uso a farneticare dormendo. — Aggiunsi poi, che il vecchio uomo trovavasi a viaggiare il paese. E condussi i miei visitatori ad osservare la casa; anzi li invitai ad esaminare, a frugare, a cercar bene. Da ultimo li condussi nella di lui camera, e mostrai loro i suoi tesori, ben custoditi, in piena sicurezza, nell’ordine più perfetto. Nell’entusiasmo delle mie compitezze, della mia [p. 213 modifica] confidenza, recai sedie nella stanza e li pregai di riposarsi alquanto, mentre poi io stesso, nella folle ebbrezza d’un completo trionfo, posi la mia sedia proprio nel sito medesimo in cui aveva nascosto il cadavere della vittima.

Non v’era ombra di dubbio: gli uffiziali mostravansi pienamente soddisfatti, gentilmente soddisfatti. I miei modi aveanli affatto convinti; e, calmo e tranquillo, io era sicuro di me stesso. Sederonsi, e si fecero a parlare di cose famigliari, cui io rispondeva del miglior modo. Ma di lì a un po’ di tempo, m’accorsi che diventava pallido, e cominciai a desiare che se ne andassero. Dolevami il capo e mi pareva che mi cornassero gli orecchi; ma eglino continuavano a stare seduti, e sempre a discorrere. E lo zufolamento si fece più vivo, più persistente, più spiccato: mi studiava di avvivare, di stuzzicare le ciarle per disfarmi di quella sensazione; non riuscii. Si fece più tenace, più distinto, ed assunse un carattere davvero suo proprio, in modo che in fine conobbi che il romore non era un’illusione, non proveniva dalle mie orecchie.

E allora, il confesso, allora mi feci pallidissimo; — eppure continuai a cicalare con maggior disinvoltura, alzando anzi la voce. E il suono cresceva sempre, — sempre; e che poteva mai far io? Era un romore sordo, soffocato, frequente, molto simile a quello che manda un orologio avvolto nel cotone. Io respirava con affanno, ma gli uffiziali non udivano ancor nulla. Discorreva con più calore, con più prestezza, con maggior veemenza: ma il rumore sempre più cresceva, cresceva incessantemente, cresceva sempre. [p. 214 modifica]

Mi alzai, dissi e disputai su bajúcole, a tutta voce e facendo violentemente mille gesti; — ma il romore saliva, saliva e saliva sempre. — Perchè mai non volevano eglino andarsene? Discorsi il pavimento a gran passi, soffermandomi e pestando, come stizzito dalle osservazioni de’ miei contradditori; — ma il romore continuava a crescere regolarmente, a crescere sempre!

Dio, Dio! che poteva mai fare? Sbuffava, saltava di palo in frasca, giurava, scuoteva la mia scranna, facendola scricchiare sul pavimento. Ma il rumore dominava sempre, e indefinitamente cresceva. Diveniva più forte, — più forte, — sempre più forte! Ma i tre parlavano sempre, sempre motteggiavano, sghignazzavano sempre. Ma come mai poteva egli darsi ch’e’ non udissero nulla? Mio Dio! mio Dio! — No, no! — Eglino udivano, sì! Eglino sospettavano, sì! Sapevano, sì, eglino sapevano, e solo prendevansi giuoco del mio spavento! Lo credetti; lo credo tuttavia. Qualunque cosa sarebbemi stata più sopportabile di questa derisione: no, io non poteva più oltre tollerare gl’ipocriti loro sorrisi; sentiva che bisognava o gridare o morire. — E qui ancora, capite? il romore era più alto; lo sentite? più alto, più alto. Ascoltate: sempre più alto, sempre più alto, sempre più alto! — Scellerati! — sclamai, piantandomi arrogantemente loro d’innanzi — scellerati! Cessate una volta da questa dissimulazione indegna! Sì, vi confesso il fatto: strappate là quelle tavole, là: è là! — È il battito dello spaventoso suo cuore!




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A Giggio Tedeschi.



Amico,



Il Colloquio tra Monos ed Una potrà dar forse il malumore e le paturnie a qualche nostro onesto spirito democratico; ma, se riflettasi allo scrittore poeta ed alla società americana superlativamente utilitaria, in cui e’ trovavasi, ogni giudizio dispettoso verrà modificato.

Pure, alieno dal sentenziare così come del fisicare, mi taccio; e a segno d’amicizia pregoti aggradire queste pagine bellissime che, se per un lato potrebbero dare bello svago allo stesso impeccabile De Maistre, per dirla col Baudelaire, posson valere per l’altro a far uggia e melanconia a lui e a’ suoi numerosi correligionarj.

Ed amami: addio!


Il Tuo
MAINERI.


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COLLOQUIO

TRA

MONOS ed UNA


«Cose future.»
Sofocle - Antigone.


Una. — Risuscitato?

Monos. — Sì, bellissima e adoratissima Una, risuscitato! Era questa la parola sul cui mistico senso io aveva da lunghissimo tempo meditato, sempre sdegnoso d’ogni spiegazione che ne dà il pretume, sino a che la morte stessa venne a risolvere per me l’enigma.

Una. — La Morte!

Monos. — Eh, come tu fai stranamente eco alle mie parole, dolce Una! Che è? m’accorgo pure d’un vacillar ne’ tuoi passi, d’un’irrequietezza di gioja ne’ tuoi occhi. Tu se’ turbata, tu se’ oppressa dalla maestosa novità della Vita Eterna. Appunto, dunque, io ti parlava della Morte. E vedi mo’ come questa parola risuona qui in modo strano, questa [p. 218 modifica] parola che una volta versava angoscia in ogni cuore, spandeva amarezze in ogni piacere!

Una. — Ah, la Morte! lo spettro che ci era sempre su’ piedi ad ogni festino! Quante volte, o Monos, non ci lasciammo noi ire a meditare sulla sua natura! E com’ei levavasi lì lì rivisore misterioso, dinanzi l’umana felicità, dicendole: «Sin là e non più in là!» Quest’ardente, questo reciproco nostro amore, o mio Monos, che avvampava ne’ petti nostri, per cui vanamente ci lusingammo, sentendoci tanto felici sul suo nascere, che la nostra felicità sarebbe pari a lui cresciuta d’intensità e forza; ohimè! quest’amore s’accrebbe, sì, ma pur s’accrebbe con lui ne’ petti nostri il terrore dell’ora fatale che veniva, veniva a separarci per sempre! Così col tempo l’amore convertissi in dolore. Allora l’odio sarebbe stato per noi vera pietà.

Monos. — Non parlare in così fatto modo di queste pene, cara Una, — mia ora e mia per sempre!

Una. — Ma, e non è forse il ricordo dei passati affanni che fa la gioja del presente? Anzi vorrei ben io parlare a lungo, ancora a lungo, delle cose che più non sono. E soprattutto son accesa del disìo di conoscere gl’incidenti del tuo viaggio attraverso l’Ombra e la Valle nera.

Monos. — E quando mai la mia raggiante Una ha ella fatto invano una domanda al suo Monos? Narrerò tutto, tutto, per filo e per segno; — ma da qual punto dee cominciare il misterioso racconto?

Una. — Da qual punto?

Monos. — Sì, da qual punto?

Una. — Ti comprendo, Monos. La Morte ha rivelato ad ambedue l’inclinazione che ha l’uomo [p. 219 modifica] a definire l’indefinibile. E quindi non li dirò: principia dal punto in cui cessa la vita, — ma comincia là da quel tristo, doglioso momento, quando, cessata la febbre, tu cadesti in un torpore senza moto e respiro, allora che ti chiusi le impallidite palpebre con le dita appassionate dell’Amore.

Monos. — Una parola dapprima, mia Una, sulla condizione generale dell’uomo a quest’epoca. Rammenterai ben tu che uno o due sapienti dei nostri antenati (sapienti nel fatto, non mica nella estimazione del mondo) ardirono mettere in dubbio la proprietà della parola Progresso applicata allo svolgimento della nostra civiltà. Ognun de’ cinque o sei secoli, che furono innanzi la nostra morte, vide a cert’epoche grandeggiare qualche intelletto alto e potente, e ’l vide strenuamente lottare per questi stessi principj, la cui evidenza oramai illumina la nostra ragione, audace schiava rimessa qui in suo seggio; principj che avrebbero dovuto insegnare alla nostra razza a lasciarsi guidare dalle leggi della natura anzichè volerle riscontrare o mettere a sindacato. Sorgevano a lungh’intervalli alcuni spiriti sovrani, per cui ogni progresso delle scienze pratiche non era che regresso nell’ordine della vera utilità. Talvolta lo spirito poetico — (questa facoltà la più sublime di tutte, omai qui l’abbiam constatato, — avvegnachè le verità della massima importanza non ci potevano essere rivelate che per tale Analogia, la cui eloquenza, essenziale all’immaginazione, nulla dice all’inferma e solitaria ragione); talvolta, dico, cotale spirito poetico sopravanzò una filosofia oscura ed incerta e lesse nella mistica parabola dell’albero della [p. 220 modifica] scienza e del frutto proibito, che dà morte, un bel chiaro avviso, che cioè la scienza non era giovevole all’uomo, durante la minorità della sua anima. E cotali uomini, i poeti, vivendo e morendo nel disprezzo degli utilitarj, rozzi pedanti, usurpatori d’un titolo di cui eran degni soltanto i disprezzati, i poeti, ripeto, volsero le loro fantasie e i saggi loro rammarichi a quegli antichi giorni in cui la semplicità dei nostri bisogni era pari all’intensità e vivezza delle nostre gioje; a que’ giorni in cui la parola gajezza era sconosciuta, tanto era solenne e profondo l’accento delle felicità! Giorni santi, augusti e benedetti, in cui gli azzurrini ruscelli scendevano con onde piene tra intatte e verdeggianti colline, correndo baldi a nascondersi lontan lontano nelle solitudini sterminate delle foreste primitive, olezzanti, inviolate.

E nondimeno queste nobili eccezioni all’assurdità generale non fecero che rendere l’assurdità stessa, per opposizione, più forte e pertinace. Ahimè! eravamo proprio caduti nel peggiore di tutti i peggiori nostri giorni: Il grande movimento (tal nomavasi in gergo dell’epoca) procedeva; perturbazione morvida, morale e fisica. L’arte, vo’ anzi dire le arti levaronsi al più alto grado e, non sì tosto insediatesi in lor soglio, avvinsero con catene quell’intelligenza che aveale recale al potere. E l’uomo, incapace a riconoscere la maestà della Natura, cantò scioccamente il peana in occasione de’ suoi conquisti ognor più estesi su gli elementi di questa Natura medesima. In modo che, mentre si pavoneggiava e si teneva per un Dio, una puerile imbecillità lo colse e l’avvinse. Com’era da prevedersi; da che fu tocco dalla malattia, non [p. 221 modifica] tardò ad essere guasto da sistemi e da astrazioni; diguazzò nelle generalità e ci stette. Tra le altre bizzarre idee poi ebbe fatto passi e, come suol dirsi, pigliato voga l’idea della eguaglianza universale; e a fronte dell’Analogia e di Dio (a dispetto di quell’alta e salutare voce delle leggi di gradazione, che sono condizione d’ogni cosa così terrena come celeste), in faccia, ripeto, dell’Analogia e di Dio si fecero assidui ed irragionevoli conati per istabilire il regno di una Democrazia universale. Una Democrazia universale! Il quale malanno necessariamente sgorgò dal malanno primissimo la Scienza. Nè certo poteva l’uomo divenire sapiente e piegare ad una il collo al giogo. Nullameno città innumerevoli ne sorsero, città immense, fumiganti ed affumigate. Le belle verdeggianti foglie si raggricchiarono all’alito tepente dei fornelli; e il bell’aspetto della Natura fu renduto deforme come se tocco dai pernicievol’influssi di ributtante malore. E mi parve, o mia carissima Una, che lo stesso sentimento, omai assopito, del troppo violentare e spingersi tropp’oltre avrebbeci almen dovuto fermare a quel punto. Ma per vero sembrava che col pervertire il nostro gusto, o piuttosto col trascurare di coltivarlo nelle scuole, si fosse da noi stoltamente compito la propria rovina. Avvegnachè, a dirla giusta, era appunto in cotesta crisi che il solo gusto (questa facoltà la quale segnando il punto mediano tra la intelligenza pura e il senso morale, non venne mai disprezzata impunemente), il solo gusto, ripeto, poteva insensibilmente guidarci verso il Bello, la Natura e la Vita. Ma, ohimè! o puro spirito contemplativo e maestosa intuizione del divo Platone! [p. 222 modifica] Ahimè! o comprensiva Musikê, ch’ei sapientemente risguardava quale sufficiente educazione dell’anima nostra! Ohimè, ohimè! dove, dove eravate voi mai? Ed era appunto allora che, scomparsi amendue nell’obblio e nell’universale disprezzo, più disperatamente provavasi il bisogno di voi!

Pascal, quel filosofo da te e da me tanto amato, Pascal, cara Una, ha detto (e con quanta verità!) che ogni raziocinio riducesi a cedere a un sentimento: nè sarebbe stato impossibile, se l’avesse permesso l’epoca, che il sentimento del naturale avesse ripreso l’antico suo ascendente sopra la brutale matematica ragione delle scuole. Ma non doveva ciò avere luogo, chè, spinta immaturamente innanzi da sussultorie orgie della scienza, la decrepitezza del mondo ci si accostava. Del che punto si accorgeva la massa immane dell’umanità; o che almeno, sebben priva di felicità, vivendo di continuo nel disio acceso di nuove impressioni, facesse sembiante di non vedere. Tuttavia, quanto a me, gli animali della Terra mi avevano insegnato ad attendere la completissima ruina come prezzo della suprema civiltà. E comparando la China, semplice e robusta, con l’architettonica Assiria, con l’astrologico Egitto, con la Nubia piena di ancor più fine sottigliezze, turbulenta madre di tutte le arti, io aveva attinto la prescienza del nostro Destino. Avea scorto, nella storia di queste contrade lo scintillare d’un raggio dell’Avvenire. Per me le specialità industriali di queste tre ultime contrade formavano altrettante locali malattie della Terra, di cui ogni particolare rovina aveva dato l’applicazione del rimedio locale: ma pel mondo guasto e corrotto, nella sua grande [p. 223 modifica] universalità, io non iscorgeva veruna rigenerazione possibile tranne che nella morte. Ma, in quanto è razza, non potendo l’uomo andare distrutto, vidi ch’era somma necessità rinascere.

Ed era in quell’epoca, mia bellissima, mia carissima Una, che noi continuamente cullavamo i nostri spiriti in dolci e fantastici sogni. E in quegl’istanti, in sull’ora del crepuscolo moriente, noi discorrevamo sui giorni futuri, — quando l’epidermide della Terra cicatrizzata dall’Industria, essendo stata purificata in quel modo che, solo, poteva cancellarne le sue spiacevoli irregolarità, sarebbesi tutta messa a nuovo co’ campi smaltati di verdura a color’ mille, le dolci ed amene colline e le acque da’ mistici mormorii del Paradiso, — e così sarebbesi fatta stanza davvero conveniente all’uomo, all’uomo purgato dalla Morte, sì come dal fuoco l’oro, all’uomo la cui nobilitata intelligenza più non avrebbe trovato il veleno nella scienza, all’uomo redento, rigenerato, reso felice, fatto immortale, e nondimeno pur sempre nell’involucro della materia.

Una. — Oh, sì, sì, io ben me le rammento queste conversazioni, o caro Monos! ma allora l’epoca del fuoco distruttore non era tanto vicina, quanto la immaginavamo noi, e quanto la corruzione, di cui favelli, ci permetteva per verità di crederlo. Gli uomini vissero e come individui passarono; e tu stesso, vinto dalla malattia, se’ passato per la fossa, e la tua Una, la tua costante Una vi ti ha prontamente seguito. E sebbene gli assopiti sensi nostri non abbian patito le torture dell’impazienza, nè li abbia infastiditi la lunghezza del secolo, che è dappoi dileguato, e il cui [p. 224 modifica] rivolgimento finale ci ha fortunatamente riunito, nondimeno, o caro Monos, ci è ancor voluto un secolo.

Monos. — Non un secolo dèi dire, ma un punto nell’infinito spazio. E io me ne morii giusta, la è cosa incontrastabile, nella grande decrepitezza della Terra. Il cuore schianto per le delire angoscie del disordine e della decadenza generale, soccombetti alla violenta febbre. Dopo varj giorni di sofferenze e molti di delirio, di sogni, di estasi, le cui esteriori espressioni tu stessa scambiavi per segni di vivo dolore, mentre io non soffriva che del dolore dell’impotenza mia a disingannarti, — come ben dicesti, fui preso dopo alcuni dì, da un letargo senza respiro e senza moto, e i miei astanti tennero e dissero che quella era la Morte.

Le parole sono cose vaghe. Il mio stato non privavami del sentimento; non mi pareva molto differente dallo stato quiescente di colui che, avendo dormito lungo e profondo sonno, immobile, smemoriato, disfatto nella rilassatezza dell’ardente solstizio, ritorna grado grado alla coscienza di sè stesso; che vi ritorna o, direi, vi arriva pel solo fatto che il suo sonno ha durato abbastanza, senza essere desto da moto alcuno esteriore.

Io non respirava più. Il polso era immobile; il cuore aveva cessato i suoi battiti. Invero la volizione non era tuttavia scomparsa, ma aveva perduto affatto la propria efficacia; — e i miei sensi gioivano d’un’insolita attività, sebbene la esercitassero di maniera irregolare ed usurpassero reciprocamente a casaccio le loro funzioni. E gusto ed odorato stranamente confondevansi così che erano diventati un senso solo, anormale ed intenso. L’acqua di rosa, di cui tu, sempre tenera e [p. 225 modifica] cara, avevi nel supremo momento bagnato lievemente le mie labbra, mi destava dolci e gentili idee di fiori, — fiori fantastici, superlativamente, infinitamente più belli di qualunque fiore della vecchia Terra, — fiori i cui vaghissimi modelli oggimai, come scorgi, levansi ed agitansi misteriosamente a noi d’intorno. Le palpebre, esangui e trasparenti, aveano cessato di frapporre ostacolo alla visione; e poichè la volizione era sospesa, inattiva, i globuli non potean rotarsi in loro orbite, — tuttavia ogni oggetto sito in sulla linea dell’emisfero visuale appariva più o meno distintamente; e i raggi che cadeano sulla retina esterna o nell’angolo dell’occhio, producevano un effetto più vivo che quelli che colpivano l’interna superficie o che illuminavanla di faccia. Quest’effetto, tuttavia, nel primo caso, era tanto anormale che mi era dato soltanto valutarlo come fosse un suono, — un suono dolce o discorde, a seconda che gli oggetti offerentisi dalla mia parte erano luminosi o avvolti nell’ombra, di forma sferica o angolosa. Nello stesso tempo l’udito, sebbene sopraeccitato, nulla aveva d’irregolare in sua azione, ond’era in istato di valutare i suoni reali con precisione veramente uguale alla sua sensibilità. Modificazione più singolare poi aveva subìto il tatto, il quale riceveva le sue impressioni, sì, ma assai lento, quasi con difficoltà; ricevutele però, fortemente, tenacemente le riteneva, in modo che sempre ne risultava uno dei più esaltati, dei più sentiti piaceri fisici. Per lo che la dolcissima pressione delle tue dita sulle mie palpebre la prima volta venne solo avvertita dall’organo della vista, ma dappoi, e assai tempo dopo che tu le [p. 226 modifica] ritraesti, la sensazione di quel tocco diffuse in tutto l’essere mio una delizia sensuale indefinibile, inapprezzabile; ripeto, una vera delizia sensuale. E tutte le mie percezioni erano prettamente sensuali. Il cervello renduto passivo ai materiali dei nervi, la morta intelligenza era inatta a porli in opra e a dar loro una forma qualunque. Nella qual condizione vi era alcun che di doglia e di voluttà molta; e di piaceri o dispiaceri morali, non l’ombra. Quindi i forti tuoi singhiozzi fluttuavano nel mio orecchio in tutta la dogliosa loro cadenza, il quale misuravali in ogni più minuto inflettersi di tua melanconia; ma eran essi per me come altrettante note musicali soavi soavi, e nulla più; nè arrecavano alla spenta ragione senso alcuno dei dolori che la rendeano viva; mentre la copiosa e persistente pioggia di tue lagrime cadenti sul mio volto (testimoni gli astanti all’affanno dell’affranto tuo cuore), filtrava semplicemente e grado a grado un principio d’estasi in ogni fibra dell’essere mio. E per verità quella era proprio la Morte, la Morte, di cui gli astanti parlavano con voce bassa e riverente, — e tu, o mia dolce Una, con voce convulsa, piena di singhiozzi e di stridi.

Da poi mi acconciarono per la bara — erano da tre o quattro figuri smunti e mesti, che aggiravansi qua e là con fisionomie esterrefatte. I quali passando sulla linea retta della mia visuale, m’impressionavano sì come altrettante forme o parvenze di forme: se non che, quando e’ mi passavan di fianco, le apparenze loro si convertivano nel mio cervello in grida, in gemiti, in altrettali lugubri espressioni di terrore, d’orrore, di sofferenza. Tu sola, tu, con la tua veste bianca, ondeggiante, in [p. 227 modifica] qualsiasi direzione muovessi, t’agitavi costantemente a me d’intorno come arcana manifestazione di celeste armonia.

E il giorno calava. Da poi che la luce man mano veniva mancando, mi colse un vago, indeterminato fastidio, un’ansia simile a quella d’uomo che, pur dormendo, avverta una lugubre ed incessante vibrazione di veri suoni percuotergli l’orecchio, — suoni di campane lontan lontano, solenni, a intervalli lunghi ma eguali, mescolati a sogni di melanconie misteriose. E la notte venne, e con le sue ombre un’opprimente desolazione: ed essa, a mo’ d’immane pondo, gravò su’ miei organi, e — simile a palpabil sostanza — vi si distendeva. Sentivasi parimenti un suono lugubre, quasi eco d’immane fiotto di mar mugghiante, in lontananza, ma più continuato e pieno, il quale dal primo crepuscolo era sempre ito crescendo col sopraggiungere e l'addensarsi della tenebra. Rischiarata d’un tratto per gli arrecati doppieri la camera, d’un tratto quella misteriosa prolungata eco interrompesi, e trasformasi in esplosioni frequenti, ineguali, dello stesso suono, ma lugubre meno, meno spiccato. L’angosciosa oppressione erasi grandemente alleggerita; ed io sentiva levarsi dalla fiamma di ogni accesa lampana (avvegnachè ve ne fossero molte), sentiva, dico, un canto d’una monotonìa melodiosa fluire incessantemente a’ miei orecchi. E quando, accostandoti allora, o cara Una, al letto su cui giacevami disteso, ti sedesti graziosamente al fianco mio, alitandomi sopra il profumo delle tue labbra squisite, e posandole sulla mia fronte, parvemi come levarsi dal seno un non so che, qualche cosa di timido, qualche cosa di [p. 228 modifica] confuso, di simile alle sensazioni puramente fisiche, deste dalle sole circostanze, — qualche cosa di analogo alla stessa sensibilità, — un sentimento che comprendeva ad una il tuo acceso amore e l’intensa tua doglia e in parte rispondente all’indole speciale e diversa di questi due effetti; non tale però da attecchire nel cuore, tocco di paralisi: il tutto più che a realtà assomigliavasi ad ombra. E il tutto prontamente si dileguò, passando da prima per una calma serena e profonda a convertirsi dappoi in un piacere puramente sensuale, come per lo innanzi.

E allora dal naufragio e dal caosse de’ miei sensi naturali destossi in me un senso nuovo, un sesto senso, assolutamente perfetto, nell’azione del quale io provava una delizia stranissima, un gaudio nondimeno sempre fisico, — in cui niuna parte prendeva affatto l’intelletto. Nell’essere animale ogni principio ed effetto di moto era assolutamente cessato. Non più tremito di fibra, non vibrazione di nervi, non palpito d’arteria alcuno. Ma e’ mi pareva ancora che nel mio cervello fosse nato quel non so che, quel qualche cosa, di cui lingua alcuna non può dare una pur confusa concezione od immagine ad intelletto puramente umano. Il quale stato non saprei che definire così: Vibrazione del pendolo mentale. Era la personificazione dell’idea umana astratta dal Tempo. Basta dire che l’assoluta eguaglianza di tale moto, o di altro che gli sia analogo, è la causa di regole determinate e fisse pe’ cicli dei mondi celesti. Ed è per sì fatto moto ch’io misurava le irregolarità del pendolo sito sullo spaldo del cammino e degli orologi stessi degli astanti; que’ tic-tac ripetuti riempivano di lor suoni le mie [p. 229 modifica] orecchie. Le più lievi deviazioni dalla giusta misura (e queste deviazioni erano importune) m’impressionavano nello stessissimo modo in cui, trovandomi tra’ vivi, ogni violazione all’astratta verità offendeva il mio senso morale. E sebbene nella camera non ci fossero che due orologi che con isocrono moto misurassero i loro secondi, non pertanto riuscivano facile avvertire e ritenere esattamente la speciale oscillazione di ciascuno, sì come le differenze loro relative. Il quale sentimento di durata, vivo, perfetto, esistente di per sè stesso, indipendentemente da una serie qualsisia di fatti (modo d’esistenza forse inintelligibile per l’uomo), questa idea, questo sesto senso, che si elevava dalle mie rovine, era il primo passo sensibile, decisivo, dell’anima sciolta dal tempo sulla soglia dell’eternità.

Era mezzanotte; e tu eri sempre assisa al mio fianco. Tutti eransi ritirati dalla camera della Morte. E’ mi aveano in fine deposto nella bara. Le fiamme delle lampade ardevano tremolanti, — funzione che in me si convertiva in una specie d’ondulamento di canti monotoni e prolungati: ma tutt’a un tratto que’ canti scemarono di precisione e di intensità; e finalmente, sempre digradando, cessarono; nè le mie narici furori più inebbriate dal profumo, nè quelle cotali forme od immagini più passarono a volteggiarmi d’innanzi. Il mio petto restò come alleggerito dall’oppressione delle Tenebre. Una commozione sorda, come quella dell’elettricità, guizzò nel mio corpo, e tosto successe in me un completo dileguo dell’idea del tatto. Quanto rimaneva di ciò che l’uomo chiama senso, si trasfuse nella sola coscienza dell’entità [p. 230 modifica] e nell’unico, immutabile sentimento della durata. Il corpo caduco era stato colpito dalla mano dell’insanabile Distruzione.

E nullameno l’intiera sensibilità non era tutt’affatto ancora scomparsa, avvegnachè la coscienza e il sentimento sussistenti supplissero tuttavia taluna delle sue funzioni con intuizione letargica. Comprendeva lo spaventoso mutamento che cominciava ad operarsi nelle mie carni; e, a guisa dell’uomo che, pur sognando, ha talvolta coscienza della corporale presenza di persona che su lui si pieghi, — e così, o mia dolce Una, io sentiva sempre sordamente che tu stavi seduta a me d’accanto. Istessamente, quando giunse la dodicesima ora del secondo giorno, io non era ancora inconscio del tutto de’ moti successivi: ti allontanasti da me; mi si chiuse nella bara; fui deposto sul carro funebre; mi portarono alla tomba; mi vi discesero; mi gittaron sopra la terra, e colmaronla; e mi lasciarono nella tenebra e nella putrefazione, ne’ miei tristi e solenni sogni in compagnia dei vermi.

E là, in quella prigione ch’ha ben pochi segreti a rivelare, i giorni volsero, e svolsero le settimane e i mesi; e l’anima scrupolosamente contava ogni secondo che fuggiva, e senza difficoltà ne registrava la fuga, — senza difficoltà e senza oggetto.

Passò un anno.

A grado a grado la coscienza dell’essere erasi fatta più confusa, e quella di località aveva in gran parte preso il suo posto. L’idea d’identità s’era sciolta nell’idea di luogo. Lo stretto spazio che limitava ciò ch’era stato; il corpo, oggimai [p. 231 modifica] diventava il corpo stesso. A lungo andare, come soventi accade a uom che dorma (il sonno e il mondo del sonno sono le sole immagini della Morte), a lung’andare, dico, come accade a uomo giacente in profondo sonno, quando un raggio d’improvvisa luce, trattolo di soprassalto da lieve riposo, il lascia poi vagamente ravvolgersi nei primitivi sogni, e in pari guisa a me, in quell’avvinghiarmi fatale dell’Ombra, venne la luce che sola aveva potere di scuotermi, di destarmi improvviso, — la luce dell’eterno Amore. E vennero uomini a lavorare alla tomba che mi chiudeva in sua notte;, ne tolsero la terrà umida, e sulle mie polverenti ossa discese la bara di Una.

E dappoi, una volta ancora, tutto fu niente. — Quella specie di fosforica luce s’era dileguata, e quell’incomprensibil fremito, nell’immobilità, svanito. Oh, son passati lustri assai, assai! La polve ritornò alla polve. Il verme non aveva più a rodere. Il sentimento dell’essere era a lungo andare scomparso, ed a suo posto (a posto di tutte le cose) dominavano, supremi ed eterni autocrati, il Luogo e il Tempo. Per ciò che non era, — per ciò che non aveva forma, — per ciò che non aveva pensiero, — per ciò ch’era privo di sentimento, — per ciò che era senz’anima nè più possedeva atomo di materia, — per tutto questo nulla e tutta quest’immortalità, la tomba era ancora un abitacolo, le ore corrosive, una società.




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A mio fratello Pietro

Capitano mercantile.



             Carissimo,



Pietro Mulier o de Mulieribus, quantunque nato ad Arlem (1637), passava in Italia quasi la intiera sua vita, che si spense a Milano.

Come uomo, lasciamolo dormire in pace, che io non credo gli si possano tessere grandi elogj; ma, come artista, nel genere suo fu sommo. Burrascosi mari, tempestosi cieli, e lampeggiamenti e fulmini e incendj — natura insomma sempre sconvolta; questi i fecondi motori agli entusiasmi dell’anima sua: il suo ideale, la collera del sublime!

Di qui il soprannome di Tempesta, dato al Cavaliere, appellazione che sopraffece il suo cognome, e che valse direi a delineare tutta la sua vita morale ed artistica, il cui carattere spiccò solennemente nel suo lungo carcere, dove la [p. 234 modifica] fantasia alterata dal rimorso della uccisa moglie, dal possibile supplizio e dall’orrore del luogo, si rivelò con maggior potenza e grandezza.

Ed è appunto a cotal uomo, o fratello, ossia al Tempesta, che sarebbe stato a desiarsi che il vecchio lupo di mare di Lofoden avesse potuto narrare la storia miracolosa della sua discesa nel Maelstrom; chè, siccome la descrisse Edgardo Poe, niun altro che il cavaliere Tempesta l’avrebbe potuta ritrarre ed eternare sulle tele

Chi ha una bricia di senno, leggendo, potrà giudicare.

La quale descrizione io intitolo a te, che, giovinissimo, hai dovuto per serie ragioni scambiare la vita avventurosa del mare coi paterni campi: e te la intitolo per dare un’umile ed onesta testimonianza di stima alle tue virtù; — per dirti, in fine, pubblicamente, che t’amo tanto e tanto, e che questi santi affetti vivranno indistruttibili come la povera anima mia!



Il tutto tuo
BACCIO.


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UNA

DISCESA NEL MAELSTROM


Le vie di Dio, tanto nella Natura quanto nell’ordine della Provvidenza, non sono le nostre vie; e i tipi che noi concepiamo non hanno veruna misura comune con la vastità, il profondità e l’incomprensibilità delle Sue opere, che contengono in sè stesse un abisso più profondo del pozzo di Democrito.



Noi avevamo raggiunto l’altissimo picco della più alta montagna.

Ivi il mio vecchio compagno soprastette alquanto, così per ripigliare fiato e rinfrancare gli spiriti a parlare. Alla fine disse: —

Non è ancor molto tempo ch’io vi avrei guidato costassù con altrettanta agevolezza quanta ne avrebbe dimostro il più giovane de’ miei figli. Ma, or fan tre anni, incolsi in una sì strana avventura quale non è certo toccato mai a verun mortale, tale almeno che nessun uomo giammai sopravvisse a raccontarla; — tale, dico, che le sei ore di morte da me in quella passate mi hanno rotto il corpo e l’anima. [p. 236 modifica]

Me ne accorgo; voi mi credete vecchissimo; e pur io non sono sì tarmato di anni. Valse appena un quarto di giornata per mutare in bianchissimi questi miei già sì lucidi e neri capelli, per indebolire le membra mie e tanto fiaccarne i nervi da tremare ad ogni menomo sforzo, e da essere agghiadato di paura alla vista d’una semplice ombra. Volete crederlo? è gran che, se oso appena da questo piccolo promontorio spingere lo sguardo a basso, senz’essere preso da vertigine. Ma!...

Il piccolo promontorio sulla cui sponda il vecchio erasi trascuratamente sdraiato per riposarsi (in modo che la parte più pesante del suo corpo era fuor di equilibrio, e che non restava preservato da una caduta che dal punto d’appoggio del suo gomito sulla estrema e sdrucciolevole proda della roccia), quel piccolo promontorio, dico, si alzava un mille cinquecento o mille seicento piedi circa sur un caotico immane ammasso di roccie site al di sotto di noi: immenso precipizio di granito nereggiante e lucente! Per nulla al mondo io mi sarei voluto rischiare a soli sei piedi da quella spaventosa ripa. E per vero io mi sentiva sì profondamente agitato dalla positura pericolosissima del mio compagno, che mi lasciai andare lungo disteso al suolo aggrappandomi agli alcuni vicini cespugli, senza nemmeno aver forza di levare gli occhi al cielo. E invan mi sforzava di scacciar la importuna idea che qualche furia di vento facesse pericolare in sua base la stessa montagna. Ci volle proprio del tempo per ragionare e trovare il debito coraggio a rimettermi a sedere e spingere lo sguardo nell’immenso spazio.

Bah, amico — disse qui la guida — bah! [p. 237 modifica] bisogna che non vi lasciate prendere da sì puerili ubbie: che, che! anzi vi ho qui condotto per farvi a tutto vostr’agio contemplare il teatro dell’avvenimento, di cui teste vi diceva, e per narrarvi la mia storia proprio con la stessa scena svolgentevisi sotto gli occhi.

Noi siamo ora — soggiunse con quel far minuzioso, ch’era lo spicco del suo carattere — noi siamo ora sulla stessa costa di Norvegia, al 68.° grado di latitudine, nella grande provincia del Nordland e nel lugubre distretto di Lofoden. E la montagna, di cui stiamo in cima, nomasi Helseggen, la Nebbiosa. Ed ora fatevi un po’ in qua, qui, accostatevi a quest’erbosa sponda, se vi sentite pigliar di vertigine. Bravo; così. Adesso spingete un po’ lo sguardo al di là di quella cerchia di vapori, che ci nasconde il mare fremente ai nostri piedi. Ecco; osservate.

Io mi posi a mirare vertiginosamente, e scorsi una distesa di mare il cui colore d’inchiostro mi richiamò a tutta prima in mente il quadro del geografo Nubiano e il suo Mare delle Tenebre.

Era un panorama il più spaventosamente desolato che immaginazione d’uomo abbiasi mai potuto creare. A destra ed a manca, lontano tanto che l’occhio infin vi si perdeva, allungavansi, simili a’ bastioni del mondo sconfinati, le linee di un’altissima scogliera, orribilmente nera e minacciante rovina, il cui orrido e cupo carattere era potentemente accresciuto dalla vorticosa rabbia del fiotto, che saliva sino sopra la bianca e lugubre sua cresta, urlando e muggendo eternamente. E, proprio di rimpetto il promontorio, sulla cui vetta noi stavamo assisi, alla distanza di cinque o sei mila miglia, a mezzo il mare, scorgevasi un’isola dall’ammosfera inospitale, [p. 238 modifica] come almeno era lecito inferirlo dagli ammontamenti enormi dei marosi che, frangentisi continuo, la cignean d’ogni intorno. A due miglia circa più vicino alla terra, si drizzava un altro isolotto più piccolo, orribilmente pietroso e sterile, tutto qua e là cinto di gruppi di roccie nere, acute e taglienti come vetri infranti.

L’aspetto dell’Oceano, nella sua distesa limitata tra la spiaggia e la più lontana isola, l’offriva un non so che di straordinario e solenne. Soffiava in quest’istante dalla costa un vento sì forte, che un brigantino, quantunque al largo, stava alla cappa con due mani di terzarolo alle gabbie, e talora lo scafo dispariva totalmente; e nondimeno nulla vi era che rassomigliasse a vero fortunale, ma soltanto, e a dispetto del vento, una mareggiata viva, presta, volvente per ogni verso; — e schiuma, tranne che in prossimità delle roccie, pochissima.

E il vecchio riprese:

— L’isola, che voi vedete laggiù, è detta dai Norvegi Vurrgh, e quella a mezzo cammino, Moskoe; Ambaaren, l’altra giacente un miglio a nord-est. Trovatisi quivi Islesen e Hotholm, e Keildhelm, Suarven e Buckolm. Più lontano — tra Moskoe e Vurrgh — Otterholm, Flimen, Sandflesen e Stockholm. Questi, i veri nomi di quei dintorni: ma, e perchè ho io creduto necessario di darvi tutte queste indicazioni e nomi? Per verità nè io lo so, nè saprei, forse men di voi, comprenderlo. — Ne comprendereste per avventura qualche cosa? Che! Vi accorgereste voi forse ora di qualche cangiamento sulle acque!

Da circa dieci minuti ci trovavamo alla sommità di Helseggen, dove eravam pervenuti partendoci [p. 239 modifica] dall’interno di Lofoden, per modo che non ci era stato possibile vedere il mare, se non allora che tutto d’un tratto ci era apparso da quell’altissimo picco. In quella che il vecchio parlava, io ebbi come la percezione d’un romore fortissimo, che andava crescendo, simile al muggito d’un’innumerevole mandra di bufali nelle praterie dell’America; e, nel momento stesso, scôrsi che ciò che i marinai usano dire carattere di fortunale, rapidamente mutavasi in corrente, la quale muoveva di verso levante: e in quella che l’osservava, prese una rapidità prodigiosa. D’istante in istante la velocità sua raddoppiavasi, la sregolata sua impetuosità, crescendo, si distendeva. E in cinque minuti tutta la distesa del mare sino a Vurrgh venne flagellata da una furia indomabile; ma, propriamente, quel romore d’inferno più tempestava terribile tra Moskoe e la costa. Chè, là, l’ampio letto delle acque solcato e infranto da mille contrarie correnti, rompeva d’improvviso in frenetiche convulsioni, ansante, bollente, fischiante; contorto in giganteschi, sterminati, vorticosi giri, ruotandosi e piegandosi per intiero verso levante con quella rapidità solenne che solo è dato vedere nelle più alte e grosse cascate di acque.

In co’ d’alcuni istanti quella scena assunse un aspetto affatto differente. Tutta quell’immane superficie apparve più unita, i vortici un dopo l’altro scomparvero, mentre qua e là allungavansi prodigiose zone di schiuma sin’allora non viste. Le quali dappoi si distesero ad una grande distanza e, mischiate con altre, esse pure passavano in que’ celeri e vorticosi giri dileguantisi, formando così come il centro d’un vortice più vasto, più forte. Il quale, [p. 240 modifica] d’un tratto, quasi con fulminea rapidità rilevossi, e prese una forma distinta e definita, in una periferia d’oltre un miglio di diametro. Levavasi sul margine del turbine una larghissima fascia di schiuma tutta fosforescente, luminosa, senza tuttavia che un solo bioccolo se ne spiccasse nella voragine del terribile imbuto, il cui interno, per quanto spingervisi potesse l’occhio, rassomigliava ad una muraglia liquida, tersissima, brillantissima e nereggiante, che con l’orizzonte faceva un angolo di 45 gradi all’incirca, volvente sopra sè stessa per l’influsso d’un movimento ruotatorio assordante, il quale ripercuotevasi nei cieli a mo’ di eco dolente di moltitudine d’anime infinita, spaventosissima, lì tra il clamore e il ruggito, tale, che la stessa potentissima cateratta del Niagara nelle sue convulsioni non ne lanciò mai di simili contro il cielo.

E il monte in su l’ampia sua base tremava, e il masso si sommuoveva e d’ogn’intorno stranamente l’aria fischiava; ed io mi lasciai andar bocconi, e, in un eccesso dì agitazione nervosa, mi aggrappai alle intristite erbette.

— Ecco, sclamò infine il vegliardo, come scosso di súbita invincibil forza, ecco! ciò non può essere altro che il gran turbine di Maelslrom, come usano taluni chiamarlo: ma noi, noi Norvegi lo diciamo il Moskoe-Strom, dall’isola di Moskoe, sita a mezzo cammino.

Per vero, le ordinarie descrizioni di simile turbine non mi aveano onninamente preparato alla scena che mi s’offriva d’innanzi. Per esempio, quella di Giona Ramus, ch’è forse la più particolareggiata di tutte, non vale a darci la più lieve idea della magnificenza e dell’orrore del quadro, nè della [p. 241 modifica] strana, profonda e stupenda sensazione della novità ond’è come annichilito lo spettatore. Invero io ignoro il punto preciso e l’ora in cui ebbelo contemplato quello scrittore; ma certo e’ non fu nè dalla vetta di Helseggen, nè durante una tempesta. Hanvi tuttavia in quella sua descrizione certi passi che, ne’ particolari loro, meritano d’essere conosciuti, sebbene assai lontani dal dare un’impressione degna di tanto spettacolo. Eccoli.

«La profondità delle acque tra Lofoden e Moskoe giugne dalle 36 alle 40 braccia; ma dall’altra parte, dalla parte del Verme (vuol significare Vurrgh), tale profondità scema tanto, che una nave non potrebbe trovarvi il passo senza correr pericolo di fracassarsi tra le vive roccie, accidente possibilissimo anco nella più solenne calma. E quando la marea sale, la corrente gettasi nello spazio compreso tra Lofoden e Moskoe con una tumultuosa rapidità; e allora il terribile ruggito del suo riflusso viene a mala pena uguagliato dal ruggito delle più alle e più orribili cateratte, e il romor si distende a più leghe, lontan lontano, e i vortici o gorghi cavernosi sono di tale distesa e di tanta profondità che se per caso una nave o bastimento entrasse nel raggio della loro attrazione, ne verrebbe inevitabilmente scosso, aggirato, inghiottito e tratto al fondo, ed ivi mandato in mille frantumi tra le taglienti infinite punte delle roccie; poi, con la calma della corrente, rivomitati gli infelici resti alla superficie. Ma cotesti intervalli di calma non avvengono che tra il flusso e il riflusso, in tempo quietissimo, e non durano oltre il quarto d’ora; e dappoi la violenza della corrente grado a grado ritorna.

«E quando maggiormente freme, si gonfia e bolle [p. 242 modifica] e che la sua forza s’accresce per la forza della tempesta, riesce pericoloso avvicinarsegli anco ad un miglio norvego di distanza. Tartane, brigantini, navi, barche d’ogni sorta galleggianti sonovisi vedute attratte per non aver usato le precauzioni debite, in prossimità del raggio di quell’azione trapotente. Accade pure di spesso che qualche balena inaccortamente accostandosi alla corrente, avvinta tosto dalla violenza, vada stranissimamente scempiata: e allora è impossibile il descrivere i muggiti assordanti, gli urli feroci de’ suoi vani ed estremi sforzi.

«Una volta, un orso, in quella che passava a nuoto lo stretto tra Leofoden e Mosckoe, fu sorpeso dalla corrente e tratto al fondo, e tanto orribilmente acuti furono i suoi urli e fremiti, che udivansi persino dalle lontane rive. Tronchi immani di pini e abeti, avvolti ed inghiottiti dalla corrente, riappariscon qua e là rotti e sminuzzati, quasi cespiti, virgulti o fili d’erba sospintivi. Lo che chiaramente significa che il fondo è tutto armato di acute punte contro cui percuotonsi e ripercuotonsi, infrangonsi e sminuzzansi que’ corpi: e questa corrente è regolata dal flusso e riflusso del mare, che costantemente avviene di sei in sei ore. Nel 1645, la domenica di Sessagesima, di primissimo mattino, precipitossi con tal impeto e fracasso, che se ne smossero e staccarono persino pietre dalle abitazioni della costa.»

Quanto poi alla profondità delle acque, io non comprendo invero in qual modo se ne abbia potuto far giusto calcolo nelle vicinanze immediate del vortice. Le quaranta braccia dovrebbero solamente riferirsi alle parti del canale che sono [p. 243 modifica] prossime alle rive di Moskoe, o a quelle di Lofoden. Al centro di Moskoe-Strom la profondità dovrebb’essere immensamente più grande; e, per averne certezza, basta spingere un’obbliqua occhiata nell’abisso del voraginoso gorgo di su la più alta vetta di Helseggen. Dall’alto di quel picco spingendo il mio sguardo in quel mugghiarne Flegetonte, non poteva restarmi dal sorridere alla grande semplicità con cui il buon Giona Ramus racconta come cose difficili a credersi i suoi aneddoti degli orsi e delle balene; avvegnachè mi paresse cosa di per sè tanto evidente, che il più grande vascello di linea, toccando il raggio di quell’attrazione infernale, dovesse necessariamente perdere ogni resistenza, o almeno tanta ritenerne quanto è quella di lievissima penna in balía del vento, e così sparire ingolfato d’un tratto nel profondo baratro.

Le spiegazioni date di questo fenomeno (di cui alcune bastevolmente plausibili alla lettura), mostravano adesso un aspetto molto diverso ed assai poco soddisfacente. E la spiegazione accolta in generale è che, a guisa dei piccoli vortici delle isole Feroë, «cotesto tragga la sua vera origine dalle ondate ascendenti e discendenti, dal flusso e riflusso, lungo un banco di roccie che urta ed addensa le acque, e le sospinge violento in cateratta; in modo che, quanto più la marea s’innalza, e tanto più la caduta è profonda, e che ne viene naturalmente a risultare una tromba immane, un vortice straordinariamente disteso, la cui prodigiosa potenza d’attrazione o assorbimento è bastantemente chiarita dai più comuni esempi». Tali le parole dell’Enciclopedia britannica.

Ma Kirker ed altri pensano che a mezzo del [p. 244 modifica] canale di Maelstrom siavi un abisso il quale, attraversando il globo, riesca in qualche plaga incognita, lontanissima; — sì che una volta fu persino designato con molta leggerezza il golfo di Botnia. La quale opinione, certo assai puerile, era tuttavia quella cui, nel mentre io osservava dall’altissimo picco lo spettacolo, la mia immaginazione desse molto più volentieri il suo assenso. E, avendola manifestata alla mia guida, restai molto meravigliato udendola dirmi che, sebben tale fosse appunto l’opinione dei Norvegi su quest’argomento, e’ nullameno la pensava diversamente. A proposito poi di tale idea, francamente confessò, essere incapace di comprenderla, ed io finii per restare d’accordo con lui; che, per quanto essa possa parere concluderne sulla carta, in fin fine diviene assolutamente inintelligibile ed assurda di fronte al fulmine dell’abisso.

— Ed ora, — mi disse qui il buon vecchio — ora che avete ben contemplato il vorticoso gorgo, se credete con precauzione lasciarvi scorrere dietro cotesta roccia, sottovento, tanto per mitigare il frastuono delle acque, io vi narrerò una storia per cui rimarrete convinto ch’io ne so pur qualche cosa, io, del Moskoe-Strom!

Mi postai come gli parve, ed ei prese a dire:

— Una volta, i miei fratelli ed io possedevamo una goletta della portata di settanta circa tonnellate, con cui ordinariamente andavamo a pescare tra le isole al di là di Moskoe, presso Vurrgh. Purchè colgasi il tempo opportuno, e che non difetti il coraggio all’impresa, ogni violenta agitazion di mare suole arrecare buona pesca: però, tra tutti gli abitatori della costa di Lofoden, noi [p. 245 modifica] tre soli facevamo l’ordinario mestiere di navigare, come vi dissi, alle isole. Ma le pescagioni ordinarie fannosi assai più a basso, verso mezzodì. Vi si piglia pesce, in ogni tempo, senza molto correre pericoli, e naturalmente quei paraggi ottengono la preferenza: se non che, da questa parte, tra le roccie, i siti della scelta non solo dan pesce di miglior qualità, ma ed anco in quantità maggiore; e tanto che, di spesso, noi, arditi, ne pescavamo in un sol giorno quanto i timidi dei mestiere riuscissero a prenderne tutt’assieme in una settimana. Insomma, era quella per noi una specie di speculazione audace, disperata, dove il rischio della vita compensava la fatica, e il coraggio era a luogo del capitale.

Ricoveravamo la nostra barchetta in una cala a cinque miglia più in alto di questa; e, nel bel tempo, usavasi trar profitto del respiro di quindici minuti per ispingerci a traverso il canale principale del Moskoe-Strom, molto al di sotto del vortice, recandoci a gittar l’àncora in qualche sito delle vicinanze d’Otterholm, o di Sandflesen, dove i sobbollimenti manifestano minor violenza che altrove. E là, d’ordinario, ci posavamo in attesa di levar l’àncora e far ritorno alle nostre case, su per giù sino all’ora della quiescenza delle acque. Tuttavia ci commettevamo sempre a così fatta spedizione con un buon vento a mezza nave per l’andata e pel ritorno (un vento su cui potevamo contare per rifar la via), al quale proposito rare, ben rare volte non cogliemmo il giusto punto. In sei anni, due volte solo ci fu mestieri passar la notte all’àncora in séguito di perfetta bonaccia, caso per vero rarissimo in quelle spiaggie: altra volta [p. 246 modifica] poi restammo a terra quasi un’intiera settimana quasi morti di fame, in causa di una folata di vento che misesi poco dopo il nostro arrivo, rendendo il canale troppo agitato perchè noi potessimo avventurarci alla traversata. Nella quale circostanza, non ostante ogni sforzo, noi saremmo stati spinti ben al largo, avvegnachè le ondate ci balzasser qua e là con tanta violenza che noi avremmo dovuto in fine arar sull’àncora rotta, se non fossimo capitati in una delle innumeri correnti che si formano oggi qui e domani altrove, la quale ci trasse a sottovento di Flimen, dove, per fortuna, potemmo dar fondo.

Nè vi narrerò la millesima parte dei pericoli da noi corsi in quelle pescagioni (una brutta spiaggia in mia fede anche col tempo più bello); ma invero avevamo sempre moda di sfidare senz’accidenti il Moskoe-Strom famoso: eppure, molte volte sentii arrestarmisi i battiti del cuore, quando m’accorgeva d’essere d’un minuto innanzi o indietro della temporanea bonaccia. Talvolta poi il vento non era sì vivo come lo speravamo nel porci alla vela; ed allora avanzavamo men lesti che non l’avremmo voluto, mentre la nostra barca riusciva difficilissima ad essere governata per la corrente.

Il mio maggior fratello aveva un figlio dell’età di diciotto anni; ed io, per conto mio, due giovinotti molto valenti; i quali, in simili casi, ci sarebbero proprio stati di grande aiuto, sia per dar bene nei remi, sia per la pesca di poppa. Però, se noi di nostra piena volontà commettevamo le nostre vite alla sorte, non ci reggeva il cuore di lasciar affrontare cotanto pericolo da quelle giovani esistenze; poichè infine, considerato il tutto, [p. 247 modifica] quello era un gran brutto pericolo: e per verità, ve lo affermo, lo era!

Udite.

Saranno omai tre anni, o forse qualche giorno, meno, che avvenne quanto or ora sono per dirvi.

— Era il 10 di luglio 18.., giorno che gli abitatori della contrada non iscorderanno mai; poichè in esso rovinò una sì terribil tempesta, quale giammai ne versarono le cataratte del cielo. Nondimeno tutto il mattino, ed anzi molto tempo dopo ancora il mezzodì, noi avevamo avuto bello e assai propizio vento di sud-ovest, con un sole davvero superbo, tanto che il più vecchio lupo di mare, nonchè prevedere, non avrebbe neanco sognato la scena di cui dovevamo essere attori ad una e spettatori.

Tutti e tre, i miei due fratelli ed io, avevamo attraversato le isole in su le due ore circa dopo il meriggio; e in breve la nostra barca fu onusta di bellissimo pesce, in tale quantità (e l’avevamo anzi notato tutti e tre) che mai la maggiore. Erano le sette in punto al mio orologio, quando levammo l’àncora per fare ritorno, calcolando, giusta la pratica, di fare il più pericoloso della traversata dello Strom appunto nel tempo della massima bonaccia, che noi sapevamo essere in su le otto ore.

Partimmo con buon vento largo sulla destra e per qualche tempo camminammo velocemente, e senza un’idea al mondo di pericolo; chè, per vero nulla vi era che ci apparisse tale da metterci in apprensione. D’un tratto fummo colpiti da rabida raffica di vento di prora che veniva da Helseggen. Accidente davvero straordinario, cosa [p. 248 modifica] che non ci era mai e mai accaduta; ond’io cominciai a sentirne un po’ d’irrequietezza, senza per vero rendermene esattamente ragione. Noi agguantavamo al vento ma non riuscimmo a spingerci innanzi, ed io stava per proporre di ritornare alla cala, quando, osservato dietro di noi, vedemmo tutto l’orizzonte avvolto d’una nebbia singolare, color di rame, che con velocità meravigliosa saliva.

Nello stesso tempo il vento che ci avea còlto di prora, cessò e, sorpresi allora da pienissima bonaccia, restammo in balía di tutte le correnti; il quale stato di cose non perdurò tanto da poterci neanco rifletter sopra. In men d’un minuto il cielo s’era intieramente mutato, — e d’un tratto venne poi sì nero, sì nero che tra le nebbie che s’addensavan su noi, non ci era più possibil distinguere le stesse nostre persone.

Volervi descrivere un sì fatto colpo di vento, sarebbe vera follia. Nessun marinajo di Norvegia, per quanto esperto e vecchio nell’arte, non ebbene mai a toccare di simili. Prima però che ci cogliesse quell’émpito, noi avevamo serrato ogni vela; e nullameno sin dalla prima raffica i nostri due alberi, come se d’improvviso segati a’ piedi, rovinando caddero al mare, de’ quali il maggiore trasse seco di peso il mio più giovane fratello, che con vana prudenza eravisi a tutta prima aggrappato.

Francamente, posso affermarvi che non vi fu mai nessun battello più agile nè più perfetto del nostro a solcare la infida superficie del mare. A livello del ponte eravi nel dinanzi un piccol boccaporto che per vecchia e costante nostr’abitudine [p. 249 modifica] nell’attraversare lo Strom, soleva sempre esser chiuso, — precauzione eccellente in un mar tanto incerto.

Nella quale circostanza tuttavia saremmo andati di primo colpo sommersi, poichè in un attimo restammo letteralmente sepolti nelle acque: in qual modo poi sia sfuggito alla morte il mio maggior fratello, non lo saprei dire, sì come giammai non me lo seppi spiegare. Quanto a me, non sì tosto ebbi lasciato l’albero di trinchetto, mi era buttato, boccone sul ponte co’ piedi appuntati alla murata di prua, le mani aggrappate ad una chiavarda, prossima al piè dell’albero di trinchetto.

Lo che aveva fatto per solo semplice istinto (ed era stato senza dubbio il meglio che potessi fare), poichè troppo mi trovava stupidito per avere idee.

Come dissi, duranti alcuni minuti restammo innondati completamente, nel qual tempo tenni affatto il respiro e mi aggrappai per disperazione all’anello. E quando sentii ch’io proprio, non poteva più durarla senz’esserne soffocato, mi rizzai sulle ginocchia, sempre però tenendomi assicurato con le mani; e scaricai la mia testa.

Allora il nostro piccolo battello si scosse vivamente come di per sè, proprio a guisa d’un cane ch’esca fuor d’acqua, e levisi in gran parte sul livello delle acque. Ed io feci uno sforzo per iscuotere da me il fitto stupore ond’era avvolto, e per riacquistare bastevolmente i miei spiriti, per vedere insomma ciò che potevasi fare, allorchè sentii come una man di ferro agguantarmi nel braccio. Era il mio maggiore fratello: il cuore mi balzò di gioia, poich’io credeva ch’egli fosse scivolato di sopra il ponte: ma, un momento [p. 250 modifica] dopo, quella gioia intensa mutossi in un orror di dannato, quando, cioè, e’ stesso accostando la sua bocca al mio orecchio vi susurrò questa parola: Il Moskoe-Strom!

È impossibile che uomo arrivi mai a concepire i pensieri passatisi in me in quell’istante; impossibile, dico! Tremai da capo a’ pie’ come se tôcco ripetutamente di forza misteriosa, o come se preso di violentissimo accesso di febbre. Aveva compreso quanto bastasse la significanza di quella parola il Moskoe-Strom! Io sapeva pur troppo quanto mi volesse significare! Dal vento ch’ora ci spingeva, noi eravamo spinti nel vortice terribilissimo: nulla e nessuno ci poteva più salvare! Vi ho ben detto che, quando traversavamo il canale di Strom, noi tenevamo una linea assai discosta dal vortice, anche nel tempo della più perfetta calma, e che, oltre ciò, stavamo attentissimi e nell’attendere e nello spiare la quiete della marea: ma in allora eravamo spinti dritti dritti nella gola della tromba fatale, e con una tempesta così fatta! — E noi, pensava, per certo vi perverremo al momento della bonaccia momentanea; evvi, là, ancora un filo di speranza: — ma un momento dopo intimamente disprezzava me stesso, d’essere stato sì folle d’avere ancor sognato qualche speranza. Scorgeva, e n’era perfettamente convinto, che il nostro fine era segnato, fossimo pure stati sul più grande vascello della prima nazione del mondo.

In questo momento il furor primo della tempesta era cessato, o forse noi non lo sentivamo più tanto così, spinti com’eravamo rapidissimamente: ma il mare, domo in breve dal vento, piano e schiumeggiante rizzavasi su su in vere montagne. [p. 251 modifica] E un cangiamento singolarissimo era avvenuto nel cielo.

Per ogni verso, d’intorno a noi continuava sempre, ma su alto alto, una grande zona nera nera, nera come pece fitta; e sopra le nostre teste, appariva un’apertura circolare, un cielo chiaro, limpido come non l’ebbi mai visto in mia vita, d’un azzurro brillante, carico; e a traverso quel buco meraviglioso magnificamente splendeva la luna piena, con fulgore insolito, non mai apparso. La quale rischiarava ogni oggetto a noi circostante con purità tersissima, con cristallina trasparenza, mirabilissima. Oh, mio Dio, mio Dio, quale scena a’ nostri occhi!

Per ben due volte disperatamente mi sforzai di parlare al fratello: ma — senza che potessi darmene ragione — il frastuono era tale, che non riuscii a fargli capire una mezza sillaba, quantunque io gridassi nel suo orecchio con tutta la forza de’ miei polmoni. D’un tratto e’ scosse la testa, si fe’ pallido come la morte, e spiegò su un dito come per dirmi: Ascolta!

Lì subito, non ben compresi ciò ch’e’ mi volesse dire; ma tosto, d’un tratto, un orribil pensiero mi balenò in capo. Trassi, di tasca il mio orologio, ed osservai. Era fermo. Io fissava il quadrante al chiaro della luna, è poco dopo amaramente singhiozzando il lanciai da me lontano nell’oceano. L’orologio si era fermato su le sette ore! Noi avevamo lasciato passare il riposo della marea, e il turbine di Strom trovatasi nella piena sua furia!

Allor che un bastimento è ben costrutto, provvisto del necessario, nè troppo carico, le ondate, [p. 252 modifica] sotto un gran vento, e s’ei trovasi al largo, paion sempre voler prorompere di sotto la chiglia — fatto molto strano a’ non pratici del mare — lo che in lingua di bordo suol dirsi andar di bolina26. Il che andava bene sin tanto che noi correvam sull’ondata, ma attualmente un gigantesco mare ci coglieva alle spalle, sollevando i suoi flutti, alto, alto, alto, quasi per lanciarci su ’n cielo. Nè io avrei mai creduto che un’ondata potesse salire tant’alto. E dappoi scendevamo descrivendo una curva, uno sdrucciolo, un tuffo, che mi dava la nausea e le vertigini, come quando in sogno cadesi dall’altezza sterminata di una montagna. Ma dalla cresta sublime di quei marosi, rapido qual lampo, io aveva discorso d’ogn’intorno lo sguardo, e quell’occhiata istantanea erami bastata; bastò quell’attimo a disvelare tutta l’orribil nostra posizione. Il vortice del Moskoe-Strom trovavasi, in dirittura, d’innanzi a noi un quarto di miglia circa, ma e’ tanto poco s’assomigliava al Moskoe-Strom di tutti i giorni, quanto il turbine che voi vedete ora si assomiglia a’ rivolgimenti d’un molino. Se io non avessi saputo dove eravamo, e ciò che era da aspettarci, confesso che non avrei riconosciuto il sito. E tale mi apparve, che issofatto gli occhi si chiusero involontariamente per orrore, e le mie palpebre rimasero come incollate di spasimo.

In men di due minuti ci accorgemmo che il fiotto erasi calmato, e allora fummo tutti avvolti [p. 253 modifica] in biancicante schiuma. Il battello prese bruscamente un’orzata a sinistra, e guizzò da questa nuova direzione come fulmine. Contemporaneamente, il ruggito delle acque si perdette in una specie di clamore acuto, un suono tale che potrebbesi soltanto concepire figurandosi più e più migliaia di vaporiere, aperte nel medesimo istante, dar libero sfogo agli addensati vapori. Ci trovavamo allora nella rigonfia zona che accerchia costantemente il baratro; e naturalmente io temeva che tra un secondo saremmo spariti nell’abisso, il cui fondo scorgevasi in confuso, tanto cioè quanto ci concedeva di vedere la prodigiosa velocità ond’eravamo tratti. Nè il battello sembrava, solcasse le acque, ma appena appena rasentassele, simile a bolla d’acqua volteggiante sulla superficie dell’onda. La bufera ci soffiava da destra, e a sinistra rizzavasi l’immenso oceano da noi trascorso, il quale sembrava una muraglia immane contorcentesi tra noi e l’orizzonte.

Può sembrarvi strano, eppure, quando ci trovammo nella stessa gola dell’abisso, sentii rimettermisi un po’ più di sangue freddo, più di quanto ne avessi avuto man mano che mi vi appressava. Morto affatto alla speranza, mi trovai come sciolto d’una gran parte di quel terrore ond’era stato da principio fulminato. Anzi io penso che la disperazione stessa irrigidisse i miei nervi.

Probabilmente voi prenderete queste cose come una millanteria; ma, in affè di cristiano, vi narro la verità pretta pretta: ed io cominciava a immaginare qual veramente stupenda cosa si fosse il finire in consimile modo, e quanto fosse stolto, nè per me dicevole occuparmi d’interesse sì volgare qual era [p. 254 modifica] quello della mia individuale conservazione, al cospetto d’una così bella manifestazione della potenza di Dio. E penso che me ne salisse il rossore alla fronte quando tale idea mi lampeggiò nello spirito: — alcuni istanti dopo io venni invasato dalla più ardente curiosità rispetto al vortice medesimo. E provai realmente il disio, l’intenso disio d’esplorarne i suoi profondi abissi, dovesse pure esserne prezzo il sacrifizio di me stesso; solo ed unico mio rammarco il pensare che tuttavia non mi fosse dato raccontare a’ miei vecchi camerata i misteri ch’eran lì lì per aprirmisi. Certo, quelli eran pensieri singolari per tenere occupato lo spirito di un uomo che trovavasi a tali estremi; — e lo confesso, da allora ho pensato più volte che i giri del battello intorno l’abisso mi avessero un po’ tolto di capo il senno.

Nullameno una circostanza contribuì a rimettermi nella signoria di me stesso; e fu la completa cessazione del vento, che, al punto ove omai ci trovavamo, non giugneva più a colpirci: che, come potrete giudicarlo di per voi stesso, la suddetta zona di schiuma trovandosi notevolmente al di sotto del natural livello dell’oceano, questo, in quella nostra postura, ci si levava sopra a mo’ della cresta di alta e nereggiante montagna. E se non vi trovaste mai in mare nelle furie di forte tempesta, voi non potete farvi un’idea delle agitazioni dello spirito, deste per la simultanea azione del vento e delle nebbie. Tutto ciò vi accieca, vi sbalordisce, vi affoga togliendovi ogni facoltà di oprare e di riflettere. Ed ormai noi ci sentivamo grandemente sollevati di tutti questi fastidi — simili agl’infelici dannati nel capo, cui accordasi in [p. 255 modifica] prigione qualche lieve special favore, solito a negarsi innanzi il proferimento della sentenza.

Mi sarebbe impossibile il dirvi quante e quante volte, saettati da quella forza infernale, siasi da noi fatto il giro della zona strana. Vagammo, circolando sempre, per non meno d’un’ora: anzichè galleggiar su flutti, scivolavamo, sguizzavamo, volavamo, sempre più accostandoci al centro del turbine, e sempre più vicini, sempre più vicini all’affamata sua bocca.

Intanto, in tutto questo tempo, le mie mani erano sempre state aggrappate alla chiavarda; mio fratello maggiore, più in dietro, tenevasi ad un piccolo barile vuoto, sodamente fisso sotto la vedetta, dietro la chiesola: era il solo oggetto a bordo che non fosse stato spazzato quando fummo assaliti dalla prima furia del vento.

In quella che ci appressavamo all’argine di questo pozzo semovente, e’ lasciò il barile tentando d’afferrare l’anello che, nell’agonia del terrore, voleva strappare dalle mie mani, e che non era però tanto largo da poter con sicurezza servire ad entrambi. Di mia vita, io non sentii dolore simile a quello da me provato allor che scorsi mio fratello tentare così fatta azione, quantunque ben vedessi che, allora, egli era fuor sensi, e che il solo spavento avevalo renduto furioso. Tuttavia non istetti a disputargli il posto. Ben sapeva quanto poco importasse il tenere l’anello; e quindi mi spiccai dalla chiavarda, e m’afferrai al barile, di dietro. Nè v’era molta difficoltà a compiere questa mossa, avvegnachè il battello scorresse circolarmente molto eguale, e perpendicolare alla sua chiglia, spinto soltanto talvolta qua e là dalle [p. 256 modifica] immense ondate e da’ subbollimenti del turbine. Ma non sì tosto mi fui acconciato in quella nuova postura, che un violento abbrivo di destra mi trabalzò all’ingiù, e noi demmo di botto del capo nell’abisso. Mormorai a Dio una rapida prece, certo ora che il tutto dovev’essere finito.

Siccome pativa assai l’effetto dolorosamente nauseabondo della discesa, aggrappatomi istintivamente al barile con maggior energia, aveva chiuso gli occhi; nè per alcuni secondi osai più aprirli, in attesa di un’istantanea fine, e quasi diggià meravigliato di non sentire ancora gli ultimi affanni dell’affogamento. Ma passavano i secondi, passavano, passavano ed io era sempre in vita. Cessata qui la sensazione della caduta, il moto del battello rassomigliava nuovamente a quel di prima, allora, cioè, che ci eravamo immessi nella zona di schiuma, ad eccezione che adesso pigliavamo più il largo nel giro della zona circolante. Ripreso animo, osservai una volta ancora la scena meravigliosa.

Non dimenticherò mai le sensazioni di spavento, d’orrore e d’ammirazione da me provate spingendo lo sguardo a me d’intorno. Il battello pareva, come per incanto, sospeso a mezza via di sua caduta sulla interna superficie dell’imbuto di amplissima circonferenza, di prodigiosa profondità, le cui pareti, mirabilmente terse, si sarebbero scambiate per ischietto ebano, se non fosse stata l’abbagliante velocità con cui giravano sopra sè stesse, e lo scintillante orribile splendore che rifrangevano sotto i raggi della luna piena, i quali, come dissi, da quell’altissimo circolar pertugio piovevano in pioggia d’oro e di luce mirifica lungo quelle nere pareti, penetrando sino ne’ più imi gorghi del cupo abisso. [p. 257 modifica]

Sulle prime, io era troppo sconvolto per notare ogni oggetto con giusta esattezza. Tutto quanto io aveva potuto osservare consisteva nello spettacolo subitaneo, immane, completo di una magnificenza altrettanto unica quanto magnifica: non sì tosto ritornai in me, il mio occhio si spinse istintivamente verso l’abisso. Nella quale direzione invero io poteva spingere lo sguardo liberissimamente, appunto per la situazione del battello, che rimaneva librato sull’inclinata superficie del pozzo. E sempre il mio legno scorreva sulla sua chiglia, sempre, in maniera che il suo ponte faceva un piano parallelo a quello dell’acqua formante come una scarpa inclinata oltre i 45 gradi, onde pareva che noi ci reggessimo sul nostro fianco. Nella quale situazione rilevava eziandio come omai, a tenermi con le mani e co’ piedi, io non durassi maggior disagio che se mi fossi trovato sur un piano orizzontale; lo che, suppongo, dipendeva dalla massima velocità con cui giravamo.

Pareva, che i raggi della luna cercassero l’imo fondo dell’immenso abisso; e, tuttavia, nulla io poteva scernere di distinto a motivo della fitta nebbia ond’erano avvolte tutte cose, sulla quale vibravasi uno stupendo arco baleno, simile allo stretto e minaccievol ponte che i Mussulmani tengono, essere l’unico passaggio tra il Tempo e l’Eternità. La quale nebbia o schiuma era naturale effetto del conflitto delle sterminate muraglie dello imbuto strano, colaggiù nell’imo baratro, dov’esse, urtando, cozzavano sprizzandosi vorticosamente. Nè io mi sento capace di descrivervi l’urlo incessante che da que’ baratri levavasi tra quella nebbia al cielo.

Il nostro primo sdrucciolar nell’abisso ci avea [p. 258 modifica] tratti — a partir dalla schiumosa zona — ad un’immane distanza su la china: ma l’ulterior nostra discesa avvenne su per giù in modo piuttosto uguale, cioè non tanto rapido. Scorrevamo sempre, sempre, circolarmente, non più con moto uniforme, ma a slanci e scosse assordanti che ora ci balzavano a una centinaja di jarde27 ed ora ci facevano persin compiere un’intiera rivoluzione sulla bocca del vortice. E ad ogni nuovo giro ci accostavamo alla voragine, lentamente, è vero; ma in modo sensibilmente graduato.

E con l’occhio discorsi la superficie dell’ampio deserto di ebano da noi solcato, e mi accorsi come la nostra barca non fosse il solo oggetto attratto nelle spire del vortice. Di sopra e sotto di noi scorgevansi avanzi di navigli, e grossi pezzi d’armature, di navi, e buon numero d’oggetti varj, frammenti di mobilie, di bauli, di barili, di doghe, ecc. Vi ho diggià detto la curiosità soprannaturale in me sottentrata ai terrori primitivi; ma qui mi pareva ch’essa si fosse accresciuta in proporzione che mi avvicinava all’orribile mio destino: quindi diedimi ad osservare, con istranissimo interesse i numerosi e molteplici oggetti che galleggiavano in nostra compagnia. Bisognava ch’io fossi preda del delirio, poichè devo confessare che provava una specie di piacere in calcolare le relative velocità della loro discesa verso il turbine di schiuma.

E una volta giunsi persino a dire: — Ecco, quell’abete là fia il primo di tutti noi a far l’orribile [p. 259 modifica] tuffo, e a scomparire; — e mi trovai poscia molto piccato, scorgendo che un bastimento mercantile olandese lo aveva preceduto ed era piombato nel fondo. Col tempo, dopo varie congetture di simil natura, sempre erronee, — questo fatto, il fatto cioè del continuo error de’ miei calcoli, — aprircimi un altr’ordine di riflessioni, che nuovamente scossero ogni mio membro e fecero più penosamente pulsare lo stremo mio cuore.

Non era più un terrore nuovo che mi assalisse ancora, ma sì il barlume d’una speranza assai più commovente, speranza che in parte veniva dalla memoria, in parte dall’osservazione presente. Mi rammentava l’immensa e varia quantità di oggetti e resti di naufragio che cuoprivano le coste di Lofoden, stati assorti e rivomitati dal Moskoe-Strom; articoli quasi tutti rotti noi modo più straordinario e violento, sfregati, rôsi, scanalati nelle più strane foggie, tanto che parevano tutti coperti di punte e di scheggie. E nullameno distintissimamente ricordavami come ve ne fossero di tali che l’avean poco o punto perduto la prisca lor forma. Della quale differenza, allora, non mi sapeva dar ragione se non che supponendo tali disformati frammenti fossero i soli stati completamente inghiottiti, — e gli altri entrati nel turbine in un periodo già assai innanzi della marea, o che, attrattivi, fossero per una od altra causa, potere od influsso, secondo il caso, così lentamente discesi da non toccare il fondo pria del ritorno del flusso o del riflusso. Era, insomma, giunto a capire come, ne’ due casi, fosse stato possibile ch’essi fossero risaliti per nuovi ed opposti vortici di reazione sino al livello dell’oceano, evitando così la sorte [p. 260 modifica] di quelli che, attratti ne’ primi momenti, erano stati più rapidamente inghiottiti.

Allora feci queste tre importanti osservazioni: la prima — regola generale — che, più grossi erano i corpi, e più rapida diventava la loro discesa: la seconda, che, date due masse di estensione uguale, sferica l’una e l’altra non importa di quall’altra forma, la celerità della discesa era maggiore nella sferica: la terza che, avute due masse a volume uguale, cilindrica l’una e l’altra di qualsiasi altra forma, il cilindro veniva ad essere inghiottito più lentamente.

Scampato poi dal pericolo, varie volte tenni ragionamento su tale subbietto con un vecchio maestro di scuola della provincia, dal quale appunto imparai l’uso della parola cilindro e sfera. E mi spiegò (spiegazione ch’io scordai), che quanto aveva osservato era la natural conseguenza della forma dei resti galleggianti; e dimostrommi che un cilindro, avvolgendosi in un vortice offriva più resistenza ad essere inghiottito e veniva attratto con maggior difficoltà d’un corpo di qualunque altra forma e di volume uguale28.

Vi era eziandio una circostanza assai notevole che aggiugneva gran forza a queste osservazioni, eccitandomi disio di verificarle: ed era che, ad ogni nostro giro passavamo avanti ad un barile o ad un’antenna o ad un albero di nave; e che la maggior parte di simili oggetti natanti al nostro livello quando aveva per la prima volta aperto gli occhi su’ portenti del vortice, ora si trovavano assai al di sopra di noi, e pareva si fossero pochissimo scostati dalla primitiva loro situazione. [p. 261 modifica]

Non esitai più sul da farsi.

Risolvetti d’attaccarmi con confidenza al carratello, cui tenevami sempre abbracciato, mollare il cavo ond’era tenuto alla gabbia, e d’avventurarmi con esso alle onde. E con segni mi sforzai di trarre l’attenzione del fratello su’ barili natanti, che discorrevano d’attorno, usando tutto quanto seppi e potei per fargli capire questa risoluzione. Mi parve in fine ch’egli avesse indovinato il mio disegno; ma, avesselo o no afferrato, scosse senza speranza la testa, e rifiutò di lasciar il suo posto presso l’anello. Violentarlo e trarlo a me, impossibile; e, ogni perdita di tempo, fatale. Per lo che con angoscia straziante abbandonai al suo destino affidandomi al carratello col cavo ond’era legato alla vedetta; e, con piena risoluzione, mi spinsi con esso in mare.

E il risultamento soddisfece pienamente le speranze. E poi ch’io medesimo vi narro questa storia, io, che vedete scampato dal pericolo; e poichè omai v’è noto il mezzo di salvamento da me impiegato, — da cui per certo potete facilmente prevedere quanto potrei ancora svelarvi; io, abbreviando il racconto, tirerò diritto alla fine.

Era passata circa un’ora da che io aveva abbandonato il battello, quando questo, disceso a un’immensa distanza al di sotto di me, compì uno dopo l’altro tre o quattro giri velocissimi, e, trasportando il mio carissimo fratello, infilò direttamente e per sempre nel caos della schiuma. Il barile, cui io era avvinghiato, galleggiava quasi a mezza via tra il fondo del baratro e il sito dond’erami slanciato dal battello, allora che un notevolissimo cangiamento manifestossi nel carattere [p. 262 modifica] del turbine. Man mano le pareti dell’imbuto infernale perdettero quell’eccessivo loro sdrucciolo, e grado a grado i lor giri scemarono di velocità e forza; e andate bel bello in dileguo la schiuma e l’arcobaleno, il fondo del baratro parve lentamente sollevarsi.

Splendido il cielo e calmo era il vento, e la luna piena superbamente calava a ponente, quando mi trovai alla superficie dell’oceano, proprio in vista della costa di Lofoden, in su lo spazio dove, poco fa era stato il vortice del Moskoe-Strom. Era l’ora della bonaccia temporanea, ma il mare per effetto della tempesta continuava a sollevarsi in ondate grosse e distese. Venni violentemente spinto nel canale dello Strom, e pochi minuti dopo gittato sulla spiaggia, nella pescheria; dove, rifinito di stenti e d’affanno, fui raccolto da un battello: se non che or ch’era passato il pericolo, l’orrore di tante cose viste e sofferte aveami reso muto. Coloro che mi trassero a bordo eran tutti vecchi miei camerata di mare, miei compagni di tutti i giorni; ma essi non riconobbermi, altrimenti che s’io fossi stato un viaggiatore ritornato dal mondo degli spiriti.

I miei capelli, neri il giorno prima, neri com’ala di corvo, s’eran fatti bianchi, perfettamente bianchi come vedete; e mi dissero che tutta l’espression della mia fisionomia s’era cangiata. Io narrai loro la mia storia, ed essi non la vollero credere. Ora io l’ho raccontata a voi e mi lusingo che voi le darete più fede di que’ miei increduli e bajoni pescatori di Lofoden.




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Amico,



Certo non potranno a molti andare a verso amori tanto sottilmente fantasiosi, di un’idealità direi così patologica, ne’ quali la potenza dell’intelletto si unisce e s’informa alla stessa solennissima energia del sentimento, sentimento misticamente proprio di nervi mobilissimi mobilissimi, malati, — di un sistema tutto riassunto in quel detto terribile del Magendie: «L’âme tue souvent le corps».

Nelle quali creazioni nulla trovi di quella morvidezza o plastica italo-greca che qui ispira le tele di Raffaello e di Leonardo, là ti commove con le celesti armonie di Bellini e di Rossini; ma tutto vi è nebuloso o stranio come una tradizione scandinava, anzi tutto vi è [p. 264 modifica] proprio di tale fantasia, unicamente singolare. E gli amori per Ligeia sono aneliti dello spirito verso le intime ragioni del nostro essere, sono indizj o manifestazioni di un’arte che può avere molti protervi nemici appunto perchè ha pochissimi discepoli sapienti.

La quale strana storia io mando a te a vece dello Scettico, ora dormente, che t’ebbi impromesso dalle Alpi; e tu lascia un poco il tuo Oriente e là gravità degli studj veridici per contemplare nei grandi, negli ampiissimi occhi di Ligeia i misteri della volontà e la forza della volontà che non muore. Io sarò più che soddisfatto se, in contemplazione cotale, tu, come me, sentirai fremerti dentro un’impressione che invano mi studierei tradurti in parole...



Tuo affezionato
B. E. MAINERI.


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LIGEIA

«E colà dentro havvi la volontà, che certo non muore. E chi mai conosce i misteri della volontà, chi la sua forza? Avvegnachè Iddio non sia che una volontà grande, infinita, che penetra l’universo e lo comprende in virtù di sua stessa intensità. Nè l’uomo è inferiore agli angeli, e non viene domo dalla stessa morte che per difetto della povera sua volontà.»



In affè mia non mi ricordo nè il come, nè il quando, nè il dove io abbia fatto conoscenza di madamigella Ligeia. Son volti da quel tempo molti e molti anni, — e grandi, molteplici dolori hannomi indebolito la memoria. Nè forse più mi riesce oggidì ricordarmi quelle circostanze, perchè il carattere della mia diletta, la di lei rara istruzione, il genere della sua beltà, sì singolare e sì placida, e la penetrante e domatrice eloquenza della profonda musical sua parola passarono come per [p. 266 modifica] filtro nel mio cuore, in modo cioè sì paziente, sì costante, sì furtivo ch’io nè men pigliai pensiero, nè potei serbarne coscienza.

Parmi tuttavia ch’ella sia stata da me incontrata per la prima volta, e molte altre dappoi, in un’ampia, antica e squallida città del Reno. Di sua famiglia (e questo ben so di certo) ella pur mi tenne discorso: ma e che n’ho io mai ritenuto? Tuttavia ho per fermissimo ch’essa contasse antiche origini, origini storicamente remote, remotissime... — Ligeia! Ligeia! — qual nome! — Assorto continuo in istudj per natura ed indole attissimi a cancellare le impressioni del mondo esterno, a me bastò questa sola semplice ma sì dolce parola Ligeia! per richiamarmi agli occhi del pensiero l’immagine di colei ch’è passata... Ed ora, ora, nell’atto che scrivo, a mo’ di debil chiarore da me non mai veduto, mi si affaccia il nome di famiglia di colei, che fu la mia amica e la mia fidanzata, che divenne la compagna de’ miei studj e dappoi la sposa del mio cuore; — debil chiarore fosforescente che trae l’occhio della mente nella densa tenebrìa de’ secoli lontani! — È egli tuttavia stato per un mero capriccio della mia Ligeia, — o fu una prova del mio forte affetto, ch’io non abbia assunto veruna notizia in proposito? O non piuttosto un mio ghiribizzo, uno strano e romantico sacrifizio sull’ara del culto il più appassionato? Io non rammento il fatto che in confuso: e v’ha egli quindi a far meraviglia se ho tutt’affatto dimenticato le circostanze che gli diedero vita e l’accompagnaron dappoi? Per verità m’è forza confessare che se lo spirito romanzesco o la pallida Ashtophet dell’idolatra Egitto, dalle ampie tenebrose ale, se mai [p. 267 modifica] essi, come credesi, furon auspici a’ maritaggi sinistri, certo, ripeto, lo sieno stati del mio.

Vi ha nondimeno un soggetto dilettissimo su cui la mia memoria non pigliasi gabbo; e questo soggetto è la persona di Ligeia.

Alta ella era, di statura lievemente esile, ed anco negli ultimi tempi per magrezza, spunta. Farei studio vano in dipingere la maestà, l’agevolezza solenne del suo incesso, la incomprensibil leggerezza ed elasticità de’ suoi passi. Veniva a me e da me dipartivasi leggiera sì come ombra; e del suo entrare nel mio studio io non m’accorgeva che per la ineffabil musica della sua voce, dolce e profonda, allor ch’ella posava la sua mano di marmo su la mia spalla. Nè mai beltà di femmina potè eguagliare la beltà del suo viso, mai! — del suo viso, nel quale splendeva il portento d’un sogno doppio, d’un sogno fascinante di peruviana coca; — specie di visione aerea e magnetizzatrice più stranamente celeste delle dorate larve volteggianti negli assopiti spiriti delle figlie di Delo.

E tuttavia le di lei fattezze non s’allineavano in que’ perfetti e regolari contorni, che vennero sempre falsamente proposti alla riverenza nostra nelle classiche opere del paganesimo. «Non v’ha beltà squisita (dice lord Verulam, parlando saggiamente di tutte le forme e di tutti i generi della beltà) senza un non so che di stranio nelle proporzioni. E nullameno, quantunque io vedessi che le fattezze di Ligeia non presentassero classica regolarità, sebben sentissi che la beltà sua fosse veracemente squisita, e fortemente penetrata di quella stranezza sì fatta, io mi studiava invano di scuoprire quella regolarità, invano mi studiavo di rilevare [p. 268 modifica] persin nella sua stanza quella mia percezione di stranio. E lungamente, lungamente io fissava i contorni dell’alta e pallida sua fronte (una fronte perfettissima); oh, com’è fredda questa parola a significare una maestà tanto divina! — e mirava la pelle gareggiante con gli avorj purissimi, l’ampiezza imponente, la calma, la sporgenza vaga degli spazj al di su delle tempie; e poi quella sua chioma nera nera com’ala di corvo, — nera come l’occhio della notte, lussureggiante e per natural vaghezza piegata in dolci anella, la quale ostentava con evidenza splendida tutta la forza dell’omerica espressione: «capigliatura di giacinto.» E considerava le linee delicate del naso, nè, tranne che nei medaglioni degli Ebrei, io non ricordava d’aver mai contemplato in sito alcuno perfezione cotanta. Lo stesso getto di questi, la stessa unita e superba superficie, identica la quas’inavvertibil tendenza alla forma aquilina, le narici armonicamente tonde, identiche — e spiranti liberissimi, altissimi spiriti. E fisava fisava la meravigliosa sua bocca, in cui scorgevi proprio il trionfo d’ogni celeste cosa. La linea elegantissima del labbro superiore, un po’ breve; e l’aria dolcemente, voluttuosamente calma dell’inferiore; e le pozzette vaghissime, e il colore parlante. E i denti che riflettevano a mo’ di lampo ogni raggio della luce benedetta che su loro versavasi dai sereni e placidi suoi sorrisi, sorrisi sempre radiosi e pien’ di trionfo. Esaminava la forma del mento, ed anco lì vedeva la pienezza delle grazie, scorgeva la dolcezza e la maestà, la copia e la spiritualità greca, — quel contorno che il Dio Apollo non rivelò che in sogno a Cleomene, figlio dell’ateniese Cleomene. E dappoi, dappoi mi poneva a [p. 269 modifica] contemplare tutt’anima i grandi, i dilatati occhi di Ligeia.

Pe’ suoi occhi, in affè mia, io non trovo modello nell’antichità più remota; ed era forse negli occhi della mia diletta che nascondevasi il mistero di cui parla Verulam. Erano, penso, più grandi degli occhi ordinari dell’umanità, e meglio fessi dei più begli occhi di gazzella della tribù della valle di Nourjahad: ma non avveniva che ad intervalli (ne’ momenti d’eccessivo animarsi), che tale particolarità si facesse singolarmente meravigliosa. In que’ momenti, la di lei bellezza — tale almeno come appariva al mio pensiero di fuoco — era la bellezza della più favolosa urrì d’Oriente. Le pupille, d’un nero intensissimo, fascinante, e quasi velate da nereggianti lunghissime ciglia; a disegno lievemente irregolare e d’egual colore, i sopraccigli. Tuttavia, lo stranio ch’io scorgeva ne’ suoi occhi non dipendeva affatto dalla loro forma, dal loro colore, dal loro lampo; ma era assolutamente da attribuirsi alla pura espressione. Qual parola questa! Una parola senza senso! un puro suono! spazio vasto sconfinato ove vaga e si libra tutta la nostra spirituale ignoranza! — L’espressione degli occhi di Ligeia! — Oh! le lunghe e lunghe ore che vi meditai sopra! Le tante volte che, l’intiero corso d’una notte estiva, io mi abbandonai al potentissimo fascino di perscrutarli! Stolto! E che era mai quel non so che — quel non so che più profondo del pozzo di Democrito — ch’io scorgeva laggiù laggiù in fondo, nel più remoto punto delle pupille della mia diletta? Che era e’ mai? Io mi sentivo ardere della passione di scoprirlo. — Quegli occhi! quelle dilatate, quelle scintillanti, quelle [p. 270 modifica] divine pupille! — Per me s’erano convertite nelle gemine stelle di Leida, ed era divenuto per esse il più fervente, il più appassionato degli astrologhi.

— Quegli occhi!

Tra le innumeri ed incomprensibili anomalie della scienza psicologica non si dà caso più strano, più eccitante di quello (negletto, secondo me, nelle scuole) in cui, negli sforzi da noi fatti per richiamarci in mente una cosa da lungo tempo obbliata, ci troviamo sovente allo stesso punto, punto del ricordo, senza tuttavia aver potuto mai scindere un lembo del ricordo stesso. Ed oh! quante volte in simil guisa, nell’ardente mia analisi degli occhi di Ligeia, non ho io sentito appropinquarsi la completa conoscenza dell’espressione loro? Io la sentiva, sì, la vedeva avvicinarsi, ma essa non si è mai tutt’affatto disvelata a me, e nella lunghezza dell’attendere andò intieramente in dileguo! Ed oh strano, stranissimo dei misteri! più volte mi fu dato rinvenire tra gli oggetti più comuni di questa vita una serie di analogie per così fatta espressione! Mi spiego: dal tempo in cui la beltà di Ligeia attraversò il mio spirito e, quasi sacro oggetto in reliquiere, vi ste’, attinsi da varj esseri del mondo materiale una sensazione analoga a quella che diffondevasi sopra di me, in me, sotto l’influsso delle sue ampie luminose pupille. E tuttavia io non mi trovo più capace nel definire questo sentimento, nell’analizzarlo e anche nell’ottenerne una percezione esatta, netta. Tale sentimento, lo ripeto, l’ho qualche volta riconosciuto all’aspetto d’una vigna rapidamente crescinta, — nella contemplazione d’una falena, d’una farfalla, d’una crisalide, di uno stesso corso di precipiti acque. Lo [p. 271 modifica] rinvenni nell’oceano, nella caduta d’una meteora; e lo sentii negli sguardi di qualche vegliardo venerando.

Vi ha su in cielo una o due stelle (in ispecie una della sesta grandezza, doppia e cangiante, che scorgesi sempre vicino alla grande stella della Lira), le quali, osservate col telescopio, m’hanno sempre desto un sentimento analogo. E similmente me ne sentii come ripieno da certi suoni di strumenti a corde, e talvolta eziandio da certi passi delle mie letture. E tra innumeri esempi, io mi rammento benissimo d’una simile cosa, di un punto sì fatto, rilevati in un libro di Giuseppe Glanwill, donde (forse semplicemente a causa della sua bizzaria — chi lo sa? — ) mi venne sempre ispirato il medesimo sentimento: ecco tal passo: «E colà dentro vi è la volontà, che certo non muore. E chi mai conosce i misteri della volontà, chi la sua forza? Avvegnachè Iddio non sia che una volontà grande, infinita che penetra l’universo e lo comprende per virtù di sua stessa intensità. Nè l’uomo è inferiore agli angeli, nè vien domo dalla stessa morte che per difettò della povera sua volontà.»

Fu col volger del tempo e per ragion di persistenti, successivi pensieri, ch’io riuscii a determinare certo lontano rapporto tra questo passo del filosofo inglese e una parte del carattere di Ligeia. Quell’intensità singolare nel pensiero, nell’azione, nella parola, era forse in essa il risultamento od almeno l’indizio di quella gigantesca potenza di volizione che, nel durare dei nostri legami, avrebbe potuto dare altre e più positive prove della sua esistenza. Di tutte le donne da [p. 272 modifica] me conosciute, essa, la sempre placida, la sì apparentemente calma Ligeia, fu l’essere più straziato da’ tumultuosi affanni di passione delira. Nè a me era dato valutare la potenza di tanta passione altrimenti che dal miracoloso dilatarsi dei suoi occhi, che mi rapivano e spaventavano ad una, dalla melodia quasi magica, dalla modulazione, esatta, spiccata e pur placida di sua profonda voce, — e dall’energia selvaggia delle strane parole da lei abitualmente profferite, parole la cui pronunzia facile ed elegante ne addoppiava l’effetto.

Dell’istruzione di Ligeia ho detto; e ho detto ch’ell’era immensa, tale ch’io non ne conobbi mai simile in veruna femmina. In lei, profonda cognizione delle lingue classiche, e, per quanto lontano estendevansi le mie cognizioni nelle moderne lingue d’Europa, giammai avvidimi poterla côrre in fallo. E per verità su qualsiasi tema di erudizione accademica per quanto vantata, ammirata, anzi unicamente per quanto astrusa essa fosse, ho io mai potuto trovare Ligeia in fallo? Come mai quest’unico contrassegno della natura di mia moglie aveva, soltanto in quest’ultimo periodo di tempo, colpito e soggiogato la mia attenzione? — Dissi, la di lei istruzione sorpassar quella di qualunque femmina da me conosciuta; ma, e dove troverebbesi mai uomo che, a guisa di Ligeia, avesse effettivamente discorso tutto il vasto campo delle scienze morali, fisiche e matematiche? Nè io allora scorgeva ciò che adesso veggo chiarissimamente, che cioè le cognizioni di Ligeia fossero gigantesche, fenominali; e nullameno io aveva bastevole coscienza della infinita sua superiorità per rassegnarmi, con confidenza di discepolo, a [p. 273 modifica] lasciarmi guidare da lei a traverso il caotico mondo delle investigazioni metafisiche, di cui fervidamente occupavami sino dai primi anni del nostro matrimonio. Con qual immenso trionfo, con quale intima gioja, con qual eterea speranza io non sentiva, — mentre stava su me inclinata Ligeia a mezzo studj così poco investigati, tanto poco noti — non sentiva, ripeto, grado a grado dilatarsi quello interminabile, splendido, intentato cammino, per cui alla fine io doveva toccare il termine d’una sapienza e troppo preziosa e troppo divina per non divenire interdetta?

Ed oh con qual acutissimo dolore non vidi, in capo a pochi anni, quelle sì ben fondate mie speranze prender loro volo e dileguarsi! Senza Ligeia, io non era che un fanciullo miserabilmente brancolante nel seno di profonda notte. La sua presenza soltanto, soltanto le sue lezioni rischiarar potevano di viva luce i misteri del trascendentalismo in cui ci eravamo ambedue immersi. Priva della sacra, fulgidissima fiamma degli occhi suoi, tutta questa letteratura dalle ali azzurre e d’oro, diventava sguaiata, bacchica e, qual piombo, pesante. — Ed oramai que’ suoi unici occhi rischiaravano ognor più raramente le pagine da cui stavami deciferando gli alti sensi. — Ligeia cadde malata. Gli strani suoi occhi rifulsero di troppo splendida fiamma; le pallidissime dita presero il color della morte, il color della cera trasparente, e le azzurre vene dell’ampia sua fronte gonfiarono all’impeto delle più dolci emozioni. Mi accorsi che le bisognava morire; oh! — e lottai, lottai con tutte le potenze dell’anima contro Azraello, l’angelo terribile della morte. [p. 274 modifica]

Ma con mia grande meraviglia, i conati di questa donna appassionatissima per rimuovere da sè tanto male erano ancor più energici, più strenui de’ miei stessi conati! Eravi certo in quella sua severa natura di che farmi credere che per essa la morte non sarebbesi presentata con l’immane sua caterva di terrori; e pur, non fu così! Ma, e a che varrebbon mai le parole a dar un’idea della resistenza feroce da lei spiegata nella lotta sua con l’Ombra? Cotale tristo spettacolo mi opprimeva d’angoscia; e ne gemevo dal profondo cuore. Avrei voluto calmarla; avrei voluto porla nella ragione: ma nell’intensità superlativa del selvaggio suo disìo di vivere, — di vivere, — di null’altro volere che vivere, ogni consolazione, ogni ragionamento l’avrebbe tratta al colmo della pazzia. Tuttavia, sino all’istante estremo, a mezzo le torture e le convulsioni del selvaggio suo spirito, l’apparente placidezza del suo contegno e de’ suoi modi non si smentì mai, mai! La sua voce si faceva più dolce, si faceva più profonda, ma io non voleva troppo dilungarmi sul bizzarro senso di quelle sue parole profferite con tanta calma. E quando estatico io tendeva l’orecchio a quella melodia sovr’umana, a quelle ambizioni, a quelle aspirazioni sino allora ignote a questa povera umanità, il mio cervello smarrivasi, ogni giusto equilibrio di mia ragion si rompea...

Nè io poteva porre in dubbio il suo amore per me, e facil m’era il dovinare che, in un petto quale il suo, l’amore non doveva certo regnare come una semplice ed ordinaria passione. Ma, sol nella morte, nella morte sola, io compresi, io misurai tutta la forza, tutta la distesa di quell’affetto [p. 275 modifica] potente. Duranti lunghe e lunghe ore, la mia nella sua mano, ella in me versava la ripienezza d’un cuore, di cui la completa devozione tramutavasi in idolatria. E in qual modo aveva io potuto meritare la beatitudine d’ascoltare confessioni siffatte? E come erami io mai renduto colpevole da meritarmi d’essere condannato sì fattamente, che la dilettissima mia fossemi tolta in quella appunto ch’essa inebbriavami delle gioje sue? Non lice a me diffondermi su tale argomento. Dirò solo, solo, che nel completo abbandono, certo più che femminile, di Ligeia ad un amore, ohimè! non ben meritato, concessomi tutt’affatto gratuitamente, spontaneamente, conobbi alfine il principio del suo ardente, del suo selvaggio rammarco di lasciar una vita, che le fuggiva omai rapida, precipite. Quest’ardore disordinato, questa veemenza nel suo disìo della vita, e di null’altro che della vita, — ardore, veemenza e disìo per me impossibili a descriversi, — neanco lingua d’uomo potrà descriverli ora, potrà descriverli mai!

Ed è appunto, a mezzo il corso della notte in cui ella si spense, che, chiamatomi a sè, con grazia soffusa d’autorevolezza celestiale, volle che le recitassi alcuni versi da lei composti pochi giorni prima.

Obbedii. — Or eccovi que’ versi:


«Osservate! — Dopo gli ultimi squallidi, desolati anni, abbiamo alfine una notte gioconda, una vera notte di gala: ecco; — osservate!

«Una schiera d’angeli infinita, dall’ali azzurro-aurate, aperte e tese, di lagrime irroranti, è assisa in gran teatro per vedere un dramma di [p. 276 modifica] speranze, un dramma di timori, mentre l’orchestra sospira ad intervalli la musica delle sfere — la musica delle sfere.»


«Mimi, fatti a immagine di Dio altissimo, borbottano, si sbracciano, di qua e di là saltellano, accennano, volteggiano, destreggiano. Fantocci sventurati, che vanno e vengono al voler d’esseri immensi, senza forma, che mutano, trasportano qua e là la scena, scuotendo dalle loro ali di condor l’inevitabile, l’invisibile Sventura.»


«Dramma moltiforme, sinistro! Oh, certo, certo, noi non lo scorderemo mai, noi, con quel solenne suo Fantasma, eternamente, inseguito, cercato, ricercato da una folla che non riesce, non riuscirà mai ad afferrarlo a traverso un cerchio sempre girante sopra sè stesso, sempre girante sulla stessa linea, sullo stesso perno! E la guazzante Follia, e il Peccato cieco e moltiforme e ’l pallido Orrore forman l’anima di tanto intrigo.

— Girate e girate!»


«Ma, ve’, ve’; traverso la geldra caotica dei mimi s’è immessa una specie di fantasima rampicante! Ve’! — Una cotal cosa di sangue, che, a mo’ di serpe, vien tutta torcendosi e ritorcendosi dall’inosservata, solitaria parte della scena di fondo! E si torce! e si contorce... Ahi! tra quali angoscie di morte rimangon sua preda gl’infelici mimi! e i Serafini danno in grossi singhiozzi veggendo gli acuti denti del Verme maciullar carne ed ossa, e inghiottire i grumi dell’umano sangue.»


«Ed ecco tutti i scintillanti lumi sonosi estinti — [p. 277 modifica] tutti, — tutti! E sur ogni parvenza arricciata di spavento cadde il sipario con la violenza della tempesta». —

«E gli Angeli, pallidi e convulsi, rizzaronsi qui tutti scindendo i loro veli; e — sentite! — affermano che questo dramma è una tragedia intitolala: Uomo, il cui vero eroe trionfatore è il Verme. Il Verme!...»


— Dio! — sclamò commossa Ligeia, levandosi su ’n piedi e stendendo verso il cielo le braccia come colta di spasmo, tosto ch’io ebbi terminato di recitare que’ versi. — O Dio, o Padre celeste, e fia egli vero che tali cose si compiano irremissibilmente? Nè questo conquistatore, il Verme, non sarà dunque giammai disfatto? Che! non saremmo noi dunque una parte e una particella di Te? «E chi, chi mai conosce i misteri della volontà e la sua forza? L’uomo non la cede agli angeli e non s’arrende intieramente alla morte che per debolezza della povera sua volontà!»

E qui, come sfatta dall’emozione, lasciò andare le bianche sue braccia, e solennemente si volse nel suo letto di morte. E in quella che alenava l’estremo suo spiro, un indistinto murmure errò su le sue labbra scialbe. E rattenendo il respiro e teso l’orecchio, nuovamente riconobbi la conclusione del passo di Glanwill: «L’uomo non la cede agli angeli, nè s’arrende intieramente alla morte, se non per difetto della povera sua volontà.»

Morì. — Io, disfatto, annichilito dal dolore, fui incapace di sopportare più lungamente la spaventevole desolazione della mia dimora in quella trista e squallida città sulle sponde del Reno. Nè [p. 278 modifica] certo penuriava di quanto il mondo usa chiamare beni di fortuna; avvegnachè avendo io eredato le sostanze di Ligeia, assai più me ne fosse toccato di quanto il destino d’un povero mortale ne potesse abbisognare. Per lo che, consumati alcuni mesi in una vita errante, uggiosa, senza scopo, mi addussi in un ritiro sconsolato, specie di abbazia, di cui feci acquisto, della quale non giova fare il nome; una delle più incolte e men frequentate località della cara Inghilterra. La trista e saturna ampiezza del fabbricato, l’aspetto quasi selvaggio del dominio, le meste e venerabili ricordanze cui legavasi erano in perfettissima armonia col sentimento di completo abbandono che aveami spinto a tale esilio in una regione solitaria e lontana. Non pertanto, pur lasciando all’esterno dell’abbazia quas’intatto il primitivo suo carattere ed il verdeggiante squallore ond’eran tappezzate le sue pareti, mi diedi con pueril malignità, e forse con flebile speme di distrarre le mie amarezze, mi diedi, dico, a far pompa nell’interno di magnificenze piucchè straordinarie, regali. Io era stato sino dalla mia infanzia mattamente preso dal gusto di siffatte frivolezze, le quali ora mi ritornavano come un vaneggiamento del dolore. Pur troppo! mi accorgo che in tali lussureggianti e fantastici sfarzi di drappi, in quelle sculture egiziane siffattamente grandiose e solenni, nelle ampie cornici e nelle stravaganti mobiglie, negli stranissimi arabeschi dei tappeti lavorati e sopraccarichi d’oro, pur troppo, ripeto, m’avveggo non sarebbe stato difficile scuoprire i primi segni forieri della mia follia! L’oppio era diventato il mio re, il mio tutto; ei mi teneva nelle sue spire, ed ogni mio lavoro, [p. 279 modifica] ogni mio disegno si coloriva dai miei sogni. Nè mi arresterò ai particolari di queste puerili assurdità; narrerò soltanto di quella camera, eternamente maledetta, in cui in un momento d’aberrazione mentale trassi all’ara e sposai, sposai (dopo l’indimenticabile Ligeia!) madamigella Rowena Trevanione di Tremena, dagli occhi azzurri e dalla chioma bionda.

Non vi ha segno, linea, direi, per quanto minuta, dell’architettura o delle decorazioni di quella camera nuziale che, pur adesso, in questo preciso istante, non mi sia lì lì presente agli occhi. E dove aveva di casa il capo l’orgogliosa famiglia della fidanzata, quando, spinta dalla calda sete dell’oro, ebbe permesso ad una figlia sì teneramente cara di varcar la soglia d’un appartamento decorato in così strana e delirante maniera? — Dissi, che mi rammentava per filo e per segno i particolari di questa camera, quantunque ben di spesso la mia infelice memoria smarrisca cose di assai rara importanza; e nondimeno in tanto fantastico lusso nulla vi era per sistema o per armonia che potesse imporsi alle immagini del passato.

La mia camera faceva parte d’un’alta torre dell’abbazia, fortificata come un castello — camera pentagonale e di dimensioni assai ampie. Occupava la intiera parte del pentagono volta a mezzodì un finestrone unico, compreso da un’immensa, superba lastra di cristallo di Venezia, d’un sol pezzo, d’un colore fosco, in modo che i raggi del sole o della luna ond’era attraversata, sprizzavano sugli oggetti interni una luce sinistra. Superiormente alla enorme finestra, distendevasi il pergolato d’una vecchia vite che si avviticchiava lungh’esso i massicci muri della [p. 280 modifica] torre. Il palco della camera, di annerita quercia, si spiccava eccessivamente alto a mo’ di volta, scanalato bizzarramente di ornamenti stranissimi, fantasticissimi, di uno stile semigotico, semidruidico. E al fondo di questa melanconica volta, proprio al centro, sospesa a semplice catena d’oro composta di lunghi anelli, vedevasi una grande lampada dello stesso metallo fatta in forma di turibolo, ideata sul gusto saraceno e ricamata a capricciosi fori, tra’ cui scorgevi vibrarsi, sprazzarsi intersecarsi, scintillare, attorcigliarsi con la vitalità d’un serpente i mille continui raggi d’iridiscente luce.

Alcuni seggioloni e qualche candeliero di forma orientale qua e là posati, senz’ordine; e il letto — il nuzial letto — era in istile indiano, basso, d’ebano massiccio e a bassi rilievi, parato a sopraccielo, simile a mortuario drappo. Ad ogni angolo della camera rizzavasi un gigantesco sarcofago di granito nero, tratto dalle tombe dei re nelle vicinanze di Louqsor, con l’antico suo coperchio sopraccarico di scolture immemoriabili. Ma lo sfoggio precipuo, inesplicabile della fantasia chiarivasi propriamente negli arazzi degli appartamenti. Su’ muri prodigiosamente alti, alti pure al di là d’ogni proporzione, distendevasi una tappezzeria greve e apparentemente massiccia, che terminava in ampie nappe ondeggianti, tappezzeria della stessa materia del tappeto della stanza; e della stessa i seggioloni, il letto d’ebano, ed anco il baldacchino del letto e le tende lussureggianti ond’era in gran parte nascosta l’ampia finestra. La qual materia componevasi d’un tessuto d’oro ricchissimo, qua e colà varieggiato di arabiche figure, d’un piede all’incirca di diametro, che rilevavano su gli sfondi [p. 281 modifica] le lucide nereggianti lor linee. Quelle figure però assumevano arabesco carattere allora soltanto che l’occhio si faceva ad esaminarle da un dato punto fisso. Ed esse eran fatte in modo che mutavan d’aspetto in più foggie, metodo oggimai alla commune, le cui prime traccie e perfezionamenti salgono all’antichità più remota. Per chi, per esempio, fosse entrato nella camera, quelle figure prendevano aspetto di semplici mostruosità; se non che quelle apparenze grado grado si trasformavano, e, passo passo e mutando luogo, il visitatore vedevasi circondato da una continua processione di forme spaventevoli, simili a quelle figliate da superstizioni settentrionali, o alle fantasime volteggianti nei colpevoli sogni di ascetici e romiti monaci. Il quale fantasmagorico effetto s’accresceva ancora per doppio mercè l’artificiale introduzione d’una forte e continua corrente d’aria dietro gli arazzi, la quale comunicava a quel tutto una ributtante ed irrequieta animazione.

Tale il soggiorno, tale la camera nuziale dov’io passai con la signora di Tremena l’empie ore del primo mese del nostro matrimonio, — e le passai senza grande inquietezza. —

Che mia moglie temesse il selvaggio e feroce mio umore, — che facesse studio di evitarmi, — che mi amasse appena appena mediocremente, era cosa che mi pareva chiarissima, tale che certo non mi poteva omai dissimulare; ma ciò, lo confesso, anzichè venirmi a fastidio, riesciva a piacere. Avvegnachè da cotesta unione era in me sorta grado a grado, e come per influsso straniamente invincibile, un’avversione d’istinto, viva, acuta, intensa; onde io finii per odiarla con odio men proprio dell’uomo [p. 282 modifica] che dei demonj29. E la mia memoria faceva ritorno (ahi con quell’intenso rammarco!) verso Ligeia, Ligeia la diletta, l’augusta, la bella, la splendida, la morta Ligeia. Vere orgie di rimembranze, le mie! Il pensiero vi discorreva per ogni verso; m’inebbriavo sovrananamente nella sua purezza, nel suo sapere, nella sublime sua eterea natura, nell’amor suo appassionato, amore d’idolatria. Allora il mio spirito pienamente ardeva, ardeva largamente d’una fiamma molto più inestinguibile, molto più ardente che non era stata la sua. E nell’entusiasmo de’ persistenti miei sogni (ero omai abitualmente sotto l’impero del veleno) io gridava ad alta voce il suo nome, lo gridava nel silenzio della notte alta, e di giorno tra gli ombrosi e melanconici ritiri delle vallate, come se per atto di mia selvaggia energia, per solennità della stessa passione, pel fuoco voratore di quella frenesia per la defunta, io potessi richiamarla a’ sentieri di questa vita da lei per sempre abbandonata. Per sempre! ed era e’ mai ciò possibile? — per sempre! — per sempre?...

Al principio del secondo mese del nostro matrimonio, la signora Rowena venne colta d’improvviso malore, che assai l’afflisse e da cui uscì a rimettersi con grande lentezza. La febbre, ond’era consumata, le rendeva le notti molto penose, e nell’inquietudine de’ suoi lievissimi sonni ella parlava di suoni e di moti che qua e là e ad [p. 283 modifica] intervallo facevansi sentire nella camera della torre, e che per verità io non poteva attribuire che al disordine delle sue idee o forse a’ fantasmagorici influssi della camera. Col tempo ell’entrò in convalescenza e si rimise in salute.

Tuttavia, non era valico un certo spazio di tempo, quando nuovo e più violento accesso l’ebbe novellamente gettata sul suo letto di dolore, dopo il quale, la di lei costituzione, sempre invero stata debole, non potè giammai completamente riaversi. In questo frattempo il suo male si chiarì di carattere pericoloso; e ricadute ancora più stranie e pericolose, che sfidavano ogni sussidio della scienza, ogni studio de’ medici, avvennero. E mano mano che tal cronico malore aumentava, malore che senza dubbio si era da quell’istante troppo diffuso in ogni fibra del suo corpo per essere diretto da mani d’uomo, io non poteva non rilevare una crescente irritazion nervosa nel suo temperamento, un’eccitabilità tale per cui anco le più lievi cause le erano argomento di subitana paura. Parlò ancora, anzi più soventi, con maggiore persistenza, di rumori — rumori leggieri — ed insoliti, improvvisi moti nelle tende, di cui, almen diceva, avere altra fiata sofferto; e ne diceva con tale insistenza....

Una notte — in sul cader del settembre — con energia veramente straordinaria ella trasse l’attenzion mia sopra questo desolante soggetto. Era appunto allor allora uscita da un sonno molto agitato, ed io con sentimento tra l’ansia e un terror vago aveva attentamente spiato ogni alterazione del dimagrato suo volto. Me ne stava seduto al capezzale del letto d’ebano, sur uno dei lettucci all’orientale. Ed ecco che, rizzatasi su a metà, mi [p. 284 modifica] parla a voce bassa bassa, in una specie d’ansioso bisbigliamento, di suoni ch’ella aveva allor allora inteso, ma ch’io non poteva intendere, — di movimenti ch’ella aveva or ora veduto, ma ch’io non poteva vedere. Il vento agitavasi vivacemente dietro le tappezzerie, ed io mi faceva a persuaderla (sebben, lo confesso, io non vi prestassi tutta la fede) che que’ sospiri indistinti, que’ mutamenti quas’insensibili nelle figure del muro altro non fossero che naturali effetti dell’ordinaria corrente d’aria. Ma il pallore di morte che le si diffuse in sul viso, mi provò che ogni mia cura a rassicurarla rendevasi vana; qui parve venir meno, nè vi erano domestici che potessi chiamare.

Mi sovvenni del luogo dove aveva posato una fiala di vin leggiero ordinatole dai medici, onde attraversai celermente la camera per procurarmela. Se non che, in quella che passavo sotto la luce della lampada, due strane, singolarissime circostanze attrassero l’attenzion mia. Aveva sentito un non so che di palpabile, quantunque invisibile, lievissimamente strisciare lungo la persona, e scôrsi sul tappeto d’oro, là proprio al centro del lussureggiante irraggiamento proiettato dall’incensiero, un’ombra, — una debile ombra, indefinita, d’angelico aspetto — proprio tale qual potrebbe figurarsi l’ombra di un’Ombra. Tuttavia, poi ch’io era in preda ad un’eccessiva dose di oppio, non prestai che poca attenzione a queste parvenze, e non ne feci molto a Rowena.

Trovai il vino, riattraversai frettoloso la camera, e, rimpiutone il bicchiere, il recai alle labbra della svenuta mia moglie. Anzi ella s’era un po’ rimessa, così che prese ella stessa il bicchiere, mentr’io [p. 285 modifica] mi lasciai andare sulla poltrona, non levandole un momento gli occhi di sopra.

In questa, intesi distintamente un lieve fruscio di passi sul tappeto e vicino al letto; e, un istante dopo, nell’atto che Rowena accostava alle sue labbra il vino, io vidi (forse fu illusione d’un sogno), io vidi cadere nel bicchiere, come spiccato da invisibil sorgente sospesa nell’ammosfera della camera, tre o quattro grosse goccie d’un fluido brillante e dal color del rubino. Ma s’io lo vidi, nol vide però Rowena. Bevette calma e tranquilla il suo vino, ed io mi guardai bene di parlarle d’una circostanza che, in fin de’ conti, doveva tenere per una suggestione di fantasia esaltata, a cui i terrori di mia moglie, l’oppio, la stessa ora e, insomma, ogni cosa accrescevano le già troppo facili e morvidissime sue facoltà.

Non pertanto io non ebbi forza a dissimularmi che, immediatamente dopo cadute quelle rosse goccie, un mutamento rapido — in male — non si operasse nella malattia di mia moglie; in modo che, alla terza notte, i suoi domestici lavoravano a prepararle la tomba, — ed io me ne stava solo, seduto nella solitudine di questa camera fantastica, ch’aveva già accolto la giovane sposa, con dinanzi l’esanime suo corpo avvolto in un sudario. — Visioni strane, moltiplicate dall’oppio, volteggiavanmi intorno a mo’ di ombre. Ed io discorreva inquieto lo sguardo sopra i sarcofagi, negli angoli della camera, su le mobili figure delle tappezzerie e su gli splendori vermicolari e cangianti della lampada della vôlta. E mentre facea studio di rammentarmi le circostanze di una delle precedenti notti, i miei occhi caddero sul punto medesimo del [p. 286 modifica] cerchio luminoso, colà stesso dove ebbi scôrto le traccie lievissime d’un’ombra. Ma l’ombra più non vi era; ond’io, allargatomisi più il cuore, vôlsi gli sguardi verso la pallida e rigida figura distesa sul letto. E allora sentii fondersi in me mille e mille rimembranze di Ligeia; — e sentii rifluirmi al cuore, con la ruinosa violenza del mar in tempesta, tutto quel dolore intenso, sovrumano, ineffabile da me provato allora che l’ebbi vista, essa, essa pure, nel suo sudario. E la notte saliva e saliva; ed io sempre là, là, — il cuor gonfio di pensieri amarissimi, il cui oggetto, essa, essa, il mio unico, il mio supremo amore: ed io aveva gli occhi là, sempre là, chiovati sul cadavere di Rowena.

Poteva essere la mezzanotte, forse un po’ prima e forse un po’ dopo (avvegnach’io non avessi osservato il tempo), allor che un singhiozzo leggiero, leggierissimo, ma distintissimo, mi trasse di soprassalto da quel cupo fantasticare. Sentii che veniva dal letto d’ebano, — dal letto di morte. Fu un’angoscia di superstizioso terrore, tesi l’orecchio; e il rumore non si fe’ più sentire. Con uno sforzo intenso degli occhi procurai di scuoprire un moto qualunque nel cadavere, ma non m’accorsi di nulla. Eppure, sì, eppure era stato impossibile ch’io mi fossi ingannato. Il romore, debole invero, io l’aveva inteso, e lo spirito era assai ben desto in me, e il romore, lo ripeto, io l’aveva effettivamente sentito. Con una risolutezza e pertinacia intentissime io continuai ad osservare il cadavere; i miei occhi erano su lui, ed io era magneticamente fisso al cadavere. Volsero alcuni minuti in solenne silenzio di tomba, senza che alcun lieve incidente versasse un po’ di luce su questo mistero. A lungo [p. 287 modifica] stare apparvemi evidente un leggiero, leggiero, leggierissimo, appena appena sensibile coloramento alle guancie, il quale andavasi pur lento lento come filtrando lungo le piccole depresse vene delle palpebre. Sotto l’impressione d’un orrore e d’un terrore inesprimibili, per cui la umana favella sarebbe incapace di trovare espressioni sufficientemente energiche ed incisive, io sentii le pulsazioni del mio cuore arrestarsi ed ogni mio membro restare d’un tratto come colto di paralisi.

Nullameno, il sentimento del dovere ritornommi finalmente alla fredda calma. Per me non v’era più dubbio; avevamo avuto troppo pressa di fare i preparativi per la tomba: Rowena viveva ancora. Diveniva necessario di usare immediatamente qualche tentativo; ma perchè la torre era tutt’affatto separata dalla parte dell’abbazia abitata da’ suoi domestici (nessuno sì vicino cui potesse arrivare un mio grido), in nessun modo erami possibile chiamare soccorso, se non lasciando per qualche minuto la camera, — il che non convenivami rischiare. — Studiai pertanto di richiamarmi a me stesso e di raccôrre il mio spirito troppo ancor irrequieto e fuori di sè. Ed ecco di bel nuovo, dopo pochi minuti, mostrarsi una nuova, evidente ricaduta; il coloramento delle guancie e delle palpebre disparve, lasciandovi una pallidezza più che marmorea, semitrasparente. E le labbra replicatamente si chiusero e raggrinzaronsi nella spettrale espression della morte; un freddo ed una viscosità ributtante rapidamente si diffusero su l’intiera superficie del corpo, ed immediatamente chiarissi la più completa cadaverica rigidità. Ricaddi, arricciando di paura, sul letto di riposo donde erami [p. 288 modifica] tratto pur dianzi; e mi abbandonai un’altra volta a’ miei sogni, alle mie passionate visioni di Ligeia.

E in questo modo passò un’ora, una lunga ora! quand’ecco (mio Dio, ma era e’ ciò possibile? era ciò vero?) quand’ecco, dico, destarmisi nuovamente la percezione d’un romor vago che venia dalla parte del letto. Tesi l’orecchio — convulso di spavento. E quel suono, quel tale suono dièssi nuovamente a sentire; ed era un vero sospiro. Mi slanciai sul cadavere, e vidi, vidi distintissimamente un agitarsi delle labbra; e dopo circa un minuto, scoprirsi a’ miei occhi una riga brillantissima di denti, brillantissima quasi altrettante madreperle. Allora al terrore profondo ond’era sempre stato avvinto, s’aggiunse nel mio spirito uno stupore altissimo, indefinibile; e sentii la mia vista oscurarsi e la mia ragione fuggirsi: e subito per uno sforzo su di me violentissimo raccolsi poco a poco il coraggio ed ebbi coscienza di farmi forte al cómpito novellamente impostomi dal dovere. E qui la fronte erasi colorita d’un vago color carnicino, e così le guancie e la gola; un calore sensibile penetrava in tutto il suo corpo, anzi una pulsazione lievissima sollevava insensibilmente la regione del cuore.

Mia moglie viveva dunque: — con ardore raddoppiato, febbrile, mi posi allora in dovere di risuscitarla. Le stropicciai e le spruzzai le tempia e le mani, usando d’ogni mezzo suggeritomi dall’esperienza e dalle molte letture mediche da me fatte. Invano. D’improvviso, ogni colore sparì, cessò ogni pulsazione e le labbra ritornarono all’espression della morte, e, in un attimo, il corpo riprese la glaciale sua freddezza, la livida sua apparenza, la completa [p. 289 modifica] sua rigidità, gli sparuti contorni, e tutta la schifosa caratteristica d’un corpo giaciutosi nella tomba da più giorni.

E dappoi ricaddi nelle mie fantasticaggini su Ligeia, e di nuovo (e qual fia meraviglia ch’io tremi di spavento scrivendo queste linee?), di nuovo, dico, un soffocato singhiozzo mi giunse all’orecchio dalla parte del letto di ebano. Ma, e a qual pro descrivere per filo e per segno gli orrori ineffabili di quella notte? Dovrei dunque narrare quante volte, ad intervalli, e sino a’ primi indizi dall’alba, si ripetè il ributtante dramma della risurrezione? dire, che ogni spaventosa ricaduta mutavasi in una morte più tetanica e più irremediabile; che ogni nuova agonia rassomigliava ad una lotta contro qualche misterioso, invisibile avversario, e che ogni lotta era seguita da non so quale strana alterazione nella fisonomia del corpo? — Finiamo l’osceno racconto.

Era omai passata la maggior parte della notte, quando la morta si scosse novellamente, ma questa volta con energia insolita, massima, come se desta da più spaventoso, più irreparabile letargo. Io aveva da molto smesso ogni sforzo, ogni moto, rimanendo come inchiodato al sofà, disperatamente assorto in un turbinio di emozioni violente, di cui forse la meno terribile, la meno divorante era un supremo spavento. Lo ripeto; il corpo si agitava ed omai con maggior vivezza di prima. E i colori della vita le salivano al viso con energia singolare, — e le membra rilassavansi, e, tranne le palpebre sempre pesantemente chiuse, e l’immutabile riflessione de’ cortinaggi e dei funebri tappeti che comunicava alla di lei figura il [p. 290 modifica] carattere sepolcrale di questi, io avrei sognato che Rowena avesse intieramente scosso i legami della morte. Che se, d’allora, quest’idea non mi voleva intieramente entrare, però non potei più a lungo aver dubbi, quando (levatasi dal letto, barellante, con mal fermo passo, e gli occhi chiusi, a mo’ di sonnambula) essa, cioè l’essere avvolto nel sudario, si fece innanzi audacemente, solennemente a mezzo la stanza.

Non tremai, non mi mossi; una folla di pensieri inesprimibili, d’idee, desti dall’ambiente, dalla statura, da’ passi del fantasma, irrupero d’un tratto nel mio cervello, mi sbalordirono, mi pietrificarono. Immobile, contemplavo l’apparizione. I miei pensieri, un caos, un indomabil tumulto. Colei che mi stava lì lì di faccia era proprio lei, lei, Rowena viva? l’apparizione potev’essere proprio Rowena, la signora Rowena Trevanione di Tremena, dagli occhi azzurri e dalla chioma bionda! E perchè, sì, perchè ne dubitavo, io? La grossa benda le soffocava la bocca: e perchè dunque quella non avrebbe dovuto essere la bocca alitante della signora di Tremena? — E le guancie? sì, sì, quelle eran ben le rose della tanto gioconda e giovin sua vita; e potevan ben essere le belle guancie della vivente signora Tremena! E il mento con le gaie pozzette di sanità fiorita, il mento non potea dunque essere il suo? Ma, erasi ella dunque dopo la sua malattia fatta più alta? Oh, qual orribil delirio incolsemi a cotal idea! — Come lampo, io caddi a’ suoi piedi... Al mio contano si ritrasse, e liberò il suo capo dall’orrido sudario ond’era avvolto; e allor si sciolse nell’agitata ammosfera della stanza un volume enorme di lunghi e disordinati capelli, un fiotto immane d’agitata chioma, chioma più nera dell’ali [p. 291 modifica] di mezzanotte, l’ora dalle penne di corvo! E allora scôrsi il fantasma, ritto a me innanzi, lentamente, lentamente aprire gli occhi.......

— Finalmente! eccoli, eccoli! (gridai con voce tonante); oh, potrei io mai ingannarmi, io? — Eccoli! eccoli! gli occhi adorabilmente fenduti, gli occhi neri neri, gli stranii occhi del mio amore perduto, intenso, infinito, — gli occhi dell’unica, della tipica mia Ligeia!




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INDICE





Edgardo Poe — Cenni biografici ||
 Pag. 3
L'Uomo della folla ||
   » 47
La Maschera della Morte rossa ||
   » 67
Berenice ||
   » 81
Silenzio ||
   » 101
Morella ||
   » 111
La caduta della Casa Usher ||
   » 123
Ombra ||
   » 159
Guglielmo Wilson ||
   » 167
Il Cuore rivelatore ||
   » 203
Colloquio tra Monos e Una ||
   » 215
Una discesa nel Maelstrom ||
   » 233
Ligeia ||
   » 263
[p. 293 modifica]
  1. Monnais, Biographie Universelle Ancienne et Moderne vol. 67.
  2. Sommario della Storia d’Italia.
  3. Edgar Poe, Sa vie et ses œuvres.
  4. L’Ultimo Boia, leggenda polacca, con lettera prolusoria di Cletto Arrighi, tipografia Gattinoni, Milano 1867.
  5. Discesi da padri nobili (Ευπατρις, ιδος). Nell’Attica, e specialmente in Corinto e in Atene i cittadini per nascita e fortuna più ragguardevoli e potenti, a cui affidavasi il maneggio della Repubblica.

    B. E. M.

  6. In senso retto, le persone qualificate, civili, pulite, ossiano i gentiluomini.

    B. E. M.

  7. Oscurità però di stile in cui rilevasi forza e vivacità lustro e grandezza.

    B. E. M.

  8. Gin, Geneva; liquore distillato dalle bacche del ginepro, di cui fanno deplorevole abuso le povere plebi di Londra.
  9. Hortulus animæ, cum oratiunculis aliquibus superadditis, di Grünninger.

    E. A. P.

    — Eh, se il Poe si trovasse oggi in Italia, quanti libri come, e peggio anche di quel del Grünninger, non troverebbe egli mai!

    B. E. M.

  10. È qui impossibile non rilevare questa squisita ed efficace descrizione delle facoltà astrattive dello spirita fatta dal Poe. E pongasi pur mente a quanto segue.

    B. E. M.

  11. Asfodelo o asfodillo, pianta appartenente alla famiglia delle gigliacee, alla classe delle esandrie di L., ordine delle monoginie. Le specie più conosciute sono l’asfodelo ramoso (porazzo); il giallo, il bianco. Dal sugo fermentato del suo tubero traggesi alcoole, d’un odore erbaceo tutto suo proprio, di cui in Sardegna tentossi in questi ultimi tempi un’attiva e molto diffusa fabbricazione.

    B. E. M.

  12. I miei compagni dicevanmi, che, se avessi visitato il sepolcro dell’amica, i miei affanni si sarebbero d’alquanto alleviati.

    B. E. M.

  13. Serpenti tortuosi. Animali misteriosi, di cui i rabbini riferiscono cose piene di meraviglia, sostenendo essere questi riservati pel banchetto degli eletti, che avrà luogo alla fine del mondo. Serpenti tortuosi è però generica espressione, chè nel testo leggesi bemoth al plurale, che puossi interpretare, secondo il genio della lingua ebraica, la gran bestia; di cui si legge al c. 40, r. 10 di Giobbe.
    Secondo il senso della poesia del Poe, i serpenti tortuosi, potrebbero benissimo interpretarsi per coccodrilli.

    B. E. M.

  14. Oggi Castritza, città dell’Epiro in Caonia, che sorgeva a mezzo vasta foresta d’annose quercie, a cui la favola attribuiva il dono della parola. Ivi, gli astuti sacerdoti rendevano alle stolte plebi gli oracoli di Giove, — non soli, non ultimi sussidj della bottega antica.

    B. E. M.

  15. Ente supremo, secondo il Corano.

    B. E. M.

  16. Si conosce la fine di Ero, sacerdotessa di Venere, e di Leandro, il quale nottetempo da Abido passava a nuoto l’Ellesponto per recarsi a visitarla a Sesto.

    B. E. M.

  17. È nota ai critici l’interpretazione metaforica della parola ebraica gehenna nella significazione d’Inferno.

    B. E. M.

  18. Watson Percival, Spallanzani e in ispecial modo, il vescovo di Landoff. — Vedi il Chemical Essays — vol. V.

    E. A. P.

    Sono opinioni che oggidì han preso maggior diffusione e colorito, di cui non fia vano più minutamente cercare le idee e i principj de’ loro fautori.

    B. E. M.

  19. V. Stornelli ed altre poesie di Luigi Morandi, Sanseverino-Marche, 1867.
  20. Il poeta, per rispetto al passato in cui finge di trovarsi all’epoca degli avvenimenti sopra presunti, piglia qui un tal nome, personificazione di Bacco; adatto al quadro ch’egli è per distendere.

    B. E. M.

  21. È detto nell’ironia dell’ebbrezza.

    B. E. M.

  22. Stoke — Newington, presso Londra. — Come si disse, questa novella è una rimembranza della vita di collegio del Poe.

    B. E. M.

  23. Massimo castigo dell’Istituto.

    B. E. M.

  24. Se qualche gentile vorrà qui riscontrare questo passo col testo, ho persuasione che la sua sagacia non mi porrà a carico la piuttosto ampia libertà di cui stimai far uso. — E ciò valga pure per altre libertà che non è il caso di notare, perchè certamente lo possono essere già state dal lettore.

    B. E. M.

  25. Giuoco di carte a due, poco differente dal trionfo.

    B. E. M.

  26. Riding nel testo; qui però avrebbe a valere il To ride athwart, essere, cioè, con la prua a traverso della corrente.

    B. E. M.

  27. Yard, misura lineare inglese, un po’ più lunga del metro, quasi uguale ad un’auna di Francia.

    B. E. M.

  28. Archimede; De incidentibus in fluido.

    E. A. M.

  29. Il lettore può vedere, ove confronti, la grande, la pienissima libertà di cui mi valsi sempre, ma specialmente in questa storia.

    R. E. M.