Versi editi ed inediti di Giuseppe Giusti/La Scritta

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La Scritta

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Nell'occasione che fu scoperto a Firenze il vero ritratto di Dante fatto da Giotto Ad una Giovinetta
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LA SCRITTA.



PARTE PRIMA.


Pesa i vecchi diplomi e quei d’ieri,
     Di schietta nobiltà v’è carestia:
     Dacchè la fame entrò ne’ Cavalieri,
     La tasca si ribella all’albagia.
     Ma nuovi sarti e nuovi rigattieri
     A spogliare e vestir la signoria
     Manda la Banca, e le raschiate mura
     Ripiglian l’oro della raschiatura.

Poco preme l’onor, meno il decoro;
     E al più s’abbada a insudiciare il grado:
     Che se grandi e plebei calan tra loro
     A consorzio d’uffici o a parentado,
     Necessità gli accozza a concistoro
     O a patto coniugal, ma avvien di rado
     Che non rimangan gli animi distanti,
     E la mano del cor si dà co’ guanti.

Un de’ nostri Usurai messe una volta
     L’unica figlia in vendita per moglie.
     Dando al patrizio che l’avesse tolta
     Dello fraterne vittime le spoglie,
     Purchè negli usci titolati accolta
     Venisse, a costo di rifar le soglie,
     E colle nozze sue l’opere ladre
     Nobilitasse del tenero padre.

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Era quella fanciulla uno sgomento:
     Gobba, sbilenca, colle tempie vuote;
     Un muso tutto naso e tutto mento,
     Che litigava il giallo alle carote;
     Ma per vera bellezza un ottocento
     Di mila scudi avea tra censo e dote;
     Per questo agli occhi ancor d’un gentiluomo
     Parea leggiadra, e il babbo un galantuomo.

Non ebbe questi da durar fatica,
     Nè bisognò cercar colla lanterna
     Un genero, che in sè pari all’antica
     Boria covasse povertà moderna;
     Anzi gli si mostrò la sorte amica
     Tanto, che intorno a casa era un’eterna
     Folla d’illustri poveri di razza,
     Che incrociarsi volean colla ragazza.

Di venti che ne scrisse al taccuino
     A certi babbi-morti dirimpetto,
     Un ve ne fu prescelto dal destino
     A umilïare il titolo al sacchetto.
     L’albero lo dicea sangue latino
     Colato in lui sì limpido e sì pretto
     Che dalla cute trapelava, e vuoisi
     Che lo sentisse il medico da’ polsi.

La scritta si fissò li sul tamburo:
     E il quattrinaio, a cui la cosa tocca,
     Dei parenti del genero futuro
     Tutta quanta invitò la filastrocca.
     Coi propri, o scelse, o stette a muso duro,
     O disse per la strada a mezza bocca:
     Se vi pare veniteci, ma poi
     Non vi costringo.... in somma fate voi.

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Un gran trepestio
     S’udiva una sera
     Di zampe e di ruote:
     Con tal romorio
     Lontana bufera
     Gli orecchi percuote.
     Gran folla di gente,
     Saputa la cosa,
     Al suono accorrea,
     E tutta lucente
     Brillar della sposa
     La casa vedea.

La fila de’ cocchi
     Solcava la strada
     A perdita d’occhi:
     Per quella contrada
     Un ite e venite
     Di turbe infinite;
     Continuo lo strano
     Vociar de’ cocchieri;
     E in mezzo al baccano,
     Tra torce e staffieri,
     La ciurma diversa,
     Plebea e signora,
     Nell’atrio sì versa
     In duplice gora.

Là smonta la Dama,
     E qua la pedina
     Che adesso si chiama
     O zia, cugina;
     Il gran Ciambellano
     V’arriva da Corte,
     E dietro un tarpano
     Da fare il panforte.

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Per lunghi andirivieni
     Di stanze scompagnate
     E di stambugi pieni
     D’anticaglie volate,
     Tra le livree di gala
     S’imbocca in una sala,

A cera illuminata
     Da mille candelieri,
     Di mobili stivata
     Nostrali e forestieri,
     E carica d’arazzi
     Vermigli e paonazzi;

Ricca d’oro e di molta
     Varietà di tappeti.
     Dipinta era la volta,
     Dipinte le pareti
     Di storie e di persone
     Analoghe al padrone.

Era in quella pittura
     Colla mitologia
     Confusa la scrittura:
     La colpa non è mia
     Se troverai descritte
     Cose fritte e rifritte.

Pagato tardi e poco
     L’artista, e messo al punto,
     Pensò di fare un gioco
     A quel ciuco riunto,
     E lì sotto coperta
     Gli potè dar la berta.

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Da un lato, un gran carname
     Erisitone ingoia,
     E dall’aride cuoia
     Conosci che la fame
     Coll’intimo bruciore
     Rimangia il mangiatore.

Giacobbe un po’ più giù,
     D’Erisitone a destra,
     Al povero Esaù
     Rincara la minestra;
     Santa massima eterna
     Di carità fraterna.

Ma dall’opposto lato
     Luccica la parete
     Di Giove, trasmutato
     In pioggia di monete,
     Che scende a Danae in braccio
     Ad onta del chiavaccio.

Di là da Danae l’empio
     Eliodoro è steso
     Sulla soglia del tempio;
     E un cavalier, disceso
     Dal Ciel, pesta il birbante
     Colle legnate sante.

Nel soffitto si vede
     D’un egregio lavoro
     Mida da capo a piede
     Tutto coperto d’oro,
     Che sta lì spaurito
     Dal troppo impoverito.

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Nel campo lentamente
     In vista al vento ondeggia
     La canna impertinente,
     E più lunge serpeggia
     Volubile sul suolo
     Il lucido Pattôlo.

Fa contrapposto a Mida
     La presa di Sionne:
     Udir credi le strida
     Di fanciulli e di donne,
     E divampare il fuoco
     Rugghiando in ogni loco;

E nell’orrida clade,
     Di sangue e d’oro ingorde,
     Fra le lance e le spade
     Frugar colle man lorde
     Per il ventre de’ morti
     Le romane coorti.

La sposa in fronzoli
     Sta là impalata,
     Rimessa all’ordine
     E ripiallata.

Tutte l’attorniano
     Le donne in massa
     Dell’alta camera
     E della bassa.

Queste la pigiano,
     La tiran via;
     Quell’altre lisciano
     Con ironia;

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Essa si spiccica
     Meglio che sa,
     E si divincola
     Di qua e di là.

Lo sposo a latere,
     Ridendo a stento,
     Succhia la satira
     Nel complimento;

Ma, come l’asino
     Sotto il bastone,
     Si piega, e all’utile
     Doma il blasone.

Legato e gonfio
     Come un fagotto,
     Con tutta l’aria
     D’un gabellotto,

Ritto a ricerere
     Sta l’Usuraio:
     Ciarla, s’infatua,
     È arzillo e gaio,

Par che dal giubilo
     Non si ritrovi.
     Cogl’illustrissimi
     Parenti nuovi

Si sdraia in umili
     Salamelecchi,
     E passa liscio
     Su quelli vecchi.

Anzi affacciandosi
     Spesso al salone
     Grida: «Ma diavolo.
  » Che confusione!

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» Ohè, rizzatevi
     » Costà, Teresa;
     » Date la seggiola
     » Alla Marchesa.

» Su bello, Gaspero;
     » Al muro, Gosto;
     » Lesti, stringetevi,
     » Sbrattate il posto.»

Quelli rinculano
     Goffi e confusi,
     In lingua povera
     Dicendo: oh! scusi.

«Ma no, «ripiglia
     La Dama allora,
     » No, galantuomini;
     » Chi non lavora

» Può star benissimo
     » Senza sedere;
     » Via, riposatevi,
     » Fate il piacere.»

Così le bestie
     Scansa con arte,
     E va col prossimo
     Dall’altra parte,

Ove una sedia
     Le porge in guanti
     Uno dei soliti
     Micchi eleganti,

Che il gusto barbaro
     Concittadino
     Inciviliscono
     Col figurino.

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Sol con quei tangheri
     Che stanno in piede,
     Seduta a chiacchiera
     Qua e là si vede

Qualche patrizia
     Andata ai cani,
     Più democratica
     Co’ terrazzani.

Genio, che mediti
     Di porre i sarti
     Nell’accademia
     Delle Bell’Arti;

A cui del cranio
     Sopra le cuoia
     Sfavilla l’organo
     Della cesoia;

Reggi la bussola
     Dell’estro gretto,
     E colla critica
     Dell’occhialetto

Profila i termini
     Della distanza
     Tra la goffaggine
     E l’eleganza.

Là tra la ruvida
     Folla spregiata,
     Stretta negli angoli
     E rinzeppata,

Vedresti d’uomini
     Scorrette moli,
     Piantate, immobili,
     Come pioli;

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Testoni, zazzere,
     Panciotti rossi,
     E trippe zotiche,
     E cosi grossi.

Con un’indigena
     Giubba a tagliere,
     Ecco il quissimile
     D’un cancelliere

Sotto le gocciole
     D’una candela:
     E con due classici
     Solini a vela,

Una testuggine
     Che si ripone
     Nel grave guscio
     D’un cravattone,

Accanto a un ebete
     Che duro duro
     Col capo all’aria
     Puntella il muro.

Le donne avevano
     La roba a balle,
     E tutto un fondaco
     Sopra le spalle.

Gode, arzigogoli,
     Penne, pennacchi,
     Gesti d’indivia
     E spauracchi.

Ma dal contrario
     Lato splendea
     Levigatissima
     La nobilea.

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Colori semplici,
     Capi strigliati,
     Gentili occhiaie,
     Visi slavati;

Sostanza tenue
     Che poco ingombra,
     Anello medio
     Fra il corpo e l’ombra;

Sorrisi fatui,
     Moti veloci,
     Bleso miscuglio
     D’estranee voci;

E nell’intonaco,
     Nelle maniere,
     L’arte che studia
     Di non parere.

Così velandosi
     Beltà sfruttata
     D’una modestia
     Matricolata,

Riduce a stimolo
     Fin l’onestà,
     E per industria
     Si volta in là.

Ma già il notaio,
     Disteso l’atto,
     Si rizza e al pubblico
     Legge il contratto.

Giù giù per ordine
     Si firma, e poi
     Per sala girano
     Bricchi e vassoi;

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Gran suppellettile
     Ove apparia
     Mista alla boria
     La gretteria.

Le Dame dicono
     Partendo in fretta:
     «Era superflua
     » Tanta etichetta.

» Oh! per i meriti
     » D’una bracina,
     » Bastava l’abito
     » Di stamattina,»

Quelle del popolo
     Tutte impastate
     Di the, di briciole,
     Di limonate;

Che più del solito
     Strinte, impettite,
     Fiacche tronfiavano
     E indolenzite:

«Animo, animo,
     » Mi par mill’anni:
     » Immè, gridavano,
     » Con questi panni!

» Uh che seccaggine!
     » Oh maledette
     » Le scritte, i nobili,
     » E le fascette!»

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PARTE SECONDA.



Partì l’ultimo lo sposo,
     Sopraffatto dal pasticcio
     E dall’obbligo schifoso
     Di legarsi a quel rosticcio.
     Con quest’osso per la gola
     Si ficcò tra le lenzuola.

Chiuse gli occhi, e gli parea
     D’esser solo allo scoperto;
     E un grand’albero vedea
     Elevarsi in un deserto;
     Un grand’albero, di fusto
     Antichissimo e robusto.

Giù dagl’infimi legami
     Fino al mezzo della fronda
     Spicca in alto, stende i rami
     E di frutti si feconda,
     Che, di verdi, a poco a poco
     S’incolorano di croco.

Un gran nuvolo d’uccelli,
     Di lumache e di ronzoni,
     Si pascevano di quelli
     E beccavano i più buoni;
     Tanto che l’albero perde
     L’ubertà del primo verde.

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Ma dal mezzo alla suprema
     Vetta in tutto sì dispoglia,
     E su su langue, si scema
     D’ogni frutto e d’ogni foglia,
     E finisce in nudi stecchi
     Come pianta che si secchi.

Mentre tutto s’ammirava
     Nelle fronde il signorotto,
     E il confronto almanaccava
     Del di sopra col disotto,
     Più stupenda visïone
     Lo sviò dal paragone.

Ove il tronco s’assottiglia
     E le braccia apre e dilata,
     Vide l’arme spiattellata
     Colla bestia di famiglia,
     Che soffiando corse in dentro
     E lasciò rotto nel centro.

Dall’araldico sdrucito.
     Come in ottico apparato
     Che rifletta impiccinito
     Un gran popolo affollato,
     Traspariva un bulicame
     D’illustrissimi e di dame.

Cappe, elmetti luccicanti,
     Toghe, mitre e berrettoni,
     E grandiglie e guardinfanti,
     E parrucche a riccioloni,
     E gran giubbe gallonate,
     E codone infarinate,

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Con musacci arrovellati
     Bofonchiavano tra loro
     Di contee, di marchesati,
     Di plebei, di libri d’oro,
     E di tempi e di costumi,
     E di simili vecchiumi.

Dietro a tutti, in fondo in fondo
     Si vedea la punta ritta
     D’un cappuccio andare a tondo,
     Come se tra quella fitta
     Si provasse a farsi avante
     Qualche Padre zoccolante.



Lo vide appena che lo perse d’occhio:
     Quello, alla guisa che movendo il loto
     Ritira il capo e celasi il ranocchio,

In giù disparve con veloce moto;
     E tosto un non so che suona calando
     Dentro del fusto come fosse vuoto.

Come a tempo de’ Classici, allorquando
     Gli olmi e le quercie aveano la matrice
     E figliavano Dee di quando in quando;

Così, spaccato il tronco alla radice,
     Far capolino e sorgere fu vista
     Una figura antica di vernice.

Era l’aspetto suo quale un artista
     Non trova al tempo degli Stenterelli,
     Se gli tocca a rifare un Trecentista.

Rasa la barba avea, mozzi i capelli,
     E del cappuccio la testa guernita,
     Oggi sciupata a noi fin dai cappelli;

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Un mantella di panno da eremita,
     Tra la maglia di lana e il giustacuore
     D’un cingolo di cuoio stretta la vita.

Corto di storia, il povero signore
     Lo prese per un buttero, e tra ’l sonno
     Gli fece un gesto e brontolò: va fuore.

Sorrise e disse: io son l’arcibisnonno
     Del nonno tuo, lo stipite de’ tuoi,
     Nato di gente che vendeva il tonno.

Oh via non mi far muso, e non t’annoi
     Conoscer te d’origine sì vile,
     Comune, o nobilucci, a tutti voi.

Taccio come salii su, dal barile
     Di quel salume; ma certo non fue
     Nè per onesta vita mercantile,

Nè per civil virtù, che d’uno o due
     Prese le menti, ond’ei poser nell’arme
     Per tutta nobiltà l’opere sue.

Sai che la nostra età fu sempre in arme:
     Io per quel mar di guerre e di congiure
     Tener mi seppi a galla e vantaggiarme.

Ma tocche appena le magistrature,
     Fui posto al bando, mi guastâr le case,
     E a due dita del collo ebbi la scure.

A piedi, con quel po’ die mi rimase,
     Giunsi a Parigi, e un mio concittadino
     D’aprir bottega là mi persuase.

Un buco come quel di un ciabattino
     Scovammo; e a forza di campare a stento,
     E di negar Gesù per un quattrino,

N’ebbi il guadagno del cento per cento:
     Quindi a prestar mi detti e feci cose,
     Cose che a raccontarle è uno spavento.

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Pensa alle ruberie più strepitose,
     Se d’Arpia battezzata ovver giudea
     Ma’ mai t’hanno ghermito ugne famose;

Son tutte al paragone una miscea:
     Questo socero tuo, guarda se pela,
     Non le sogna nemmanco per idea.

Figlio e nipote per lunga sequela
     D’anni continuando il mio mestiere,
     Nel mar dell’angherie spiegò la vela.

Quelle nostre repubbliche sì fiere,
     Moge obbediano un Buca, un Vicerè,
     Che significa birro e gabelliere.

Quando un postero mio degno di me
     Rimpatriò ricchissimo, e il Bargello
     Del suo rimpatriar seppe il perchè.

E qui mutando penne il nuovo uccello,
     Fatta la roba, fece la persona,
     E calò della Corte allo zimbello.

Da quel momento in casa ti risuona
     Un titolacelo col superlativo,
     E a bisdosso dell’arme hai la Corona.

Aulico branco nè morto nè vivo
     Da costui fino a te fu la famìglia,
     Ebete d’ozio e in vivere lascivo,

Ridotto al verde per dorar la briglia:
     Perchè ti penti, o bestia cortigiana?
     Prendi dell’usurier, prendi la figlia.

Chè siam tutti d’un pelo e d’una lana.