Versi paralipomeni della Batracomiomachia/1. Sonetti in persona di ser Pecora, fiorentino beccaio

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Sonetti in persona di ser Pecora, fiorentino Beccaio

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Sonetti in persona di ser Pecora, fiorentino Beccaio
III. Poesie varie (1817-26) 2. Elegia

[p. 65 modifica]I. SONETTI IN PERSONA DI SER PECORA FIORENTINO BECCAIO (1817) SONETTO PRIMO Il Manzo a dimenarsi si sollazza, cozza col muro e vi si dicervella, con la coda si scopa e si flagella, scote le corna e mugge e soffia e razza, con l’unghia alza la polve e la sparnazza; bassa ’1 capo, rincula e s’arrovella, stira la corda, stringe la mascella, e sbalza e salta e fin che può scorrazza. Dalle al muro: oh per certo e* gli vuol male. Ve* come gli s’avventa. Animo! guata se non par ch’aggia a farne una focaccia. Oh gli è pur duro, Manzo, quel rivale. Va, Coso, e ’1 tasta d’una tentennata, e gli ’nfuna le zampe e glien’allaccia. E s’oggi non gli schiaccia il maglio quelle corna e quel capone, vo’ gir sul cataletto a pricissione. G. Leopardi, Opere - viii. [p. 66 modifica]65 I- VERSI SONETTO SECONDO Su, scaviglia la corda. Oh ve’, gavazza e tripudia e ballonzola e saltella: non de’ saper che ’1 bue qui si macella: via, per saggio, lo tanfana e lo spazza; via gli fruga la schiena e gli spelazza: e’ dà nel foco giù da la padella. Le corna gli ’mpastoia e gli ’ncappella; ammanna la ferriera, e to’ la mazza. Su, Cionno, ravviluppati ’1 grembiale, gli avvalla il capo, causa la cozzata, e giuca de la vita e de le braccia. Ve’, s’arrosta e s’accoscia: orsù non vale gli appicca. Meo, sul collo una bacchiata, fa’ che risalti in piede, e gli t’abbraccia. E ’1 tira, e gli ricaccia le corna abbasso, e senza discrezione gli accomanda la testa a l’anellone. SONETTO TERZO Ve’ che ’1 tira, e s’indraca e schizza e ’mpazza: dagli ’n sul capo via, che non lo svella; su, gli acciacca la nuca e la sfracella. Ma ve’ che ’1 maglio casca e non l’ammazza. Oh che testa durissima, oh che razza Di bestia! i’ vo’ morir s’ha le cervella. Ma gli trarrò le corna e le budella s’avesse la barbuta e la corazza. Leva ’1 maglio. Citrullo, un’altra fiata, e glien’assesta un’altra badiale, e l’anima gli sbarbica e gli slaccia. [p. 67 modifica]SONETTI 67 Fàgli de la cucuzza una schiacciata: ve’ che basisce, e dice al mondo: — Vale. — Suso un’altra, e ’1 sollecita e lo spaccia. In grazia, Manzo, avaccia: a ogni mo’ ti bisogna ire al cassone, passando per li denti a le persone. SONETTO QUARTO E’ fa gheppio. Su l’anca or lo stramazza, l’arrovescia; e lo sgozza e l’accoltella. Ve’ ch’ancor trema e palpita e balzella, guata che le zampacele in aria sguazza. Qua, che già ’1 sangue spiccia e sgorga e sprazza, qua presto la barletta e la scodella; reca qualcosa, o secchia o catinella o ’1 bugliuolo o la pentola o la cazza: corri pel calderotto o la stagnata, dà’ di piglio a la tegghia o a l’orinale; presto, dico, il malan che ti disfaccia. Di molto sangue avea quest’animale: mo’ fagli fare un’altra scorpacciata, e di vento l’impregna e l’abborraccia. Istrigati e ti sbraccia: mano speditamente a lo schidone; busagli ’1 ventre, e ’nzeppavi ’1 soffione. SONETTO QUINTO Senti ch’e’ fischia e cigola e strombazza gli è satollo di vento: or lo martella, e ’1 dabbudà su l’epa gli strimpella e ne rintrona il vicolo e la piazza. [p. 68 modifica]68, I - VERSI VeMa pelle, al bussar, mareggia e guazza lo spenzola pel rampo a la girella: " lo sbuccia tutto quanto e lo dipella: e ’1 dissangua, lo sbatti e lo strapazza. Sbarralo, e tra’ budella e tra’ corata, tra’ milza, che per fiel più non ammale, e l’entragno gli sbratta e gli dispaccia. D’uno or vo’ ch’e’ riesca una brigata: gli affetta l’anca e ’1 ventre e lo schienale, e lo smembra, lo smozzica lo straccia. Togliete, oh chi s’affaccia: ecco carni strafresche, ecco l’argnone: vo’ mi diciate poi se saran buone. Questi sonetti, composti a somiglianza dei Mattaccini del Caro, furono fatti in occasione che uno scrittorello, morto or sono pochi anni, pubblicò in Roma una sua diceria, nella quale rispondendo ad alcune censure sopra un suo libro divulgate in un giornale, usava parole indegne contro due nobilissimi letterati italiani che ancora vivono. Come nei Mattaccini del Caro sotto l’allegoria del gufo e del castello di vetro dinotasi il Castelvetro, parimente in questi sonetti disegnasi il detto scrittorello sotto l’allegoria del manzo. Il nome del beccaio è tolto dalla Cronica di Dino Compagni, la quale fa menzione di un beccaio fiorentino di quei tempi, detto per soprannome il Pecora.