Versi paralipomeni della Batracomiomachia/Canto I

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4. Volgarizzamento della satira di Simonide sopra le donne 5. Guerra dei topi e delle rane - Canto II
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5.

GUERRA DEI TOPI E DELLE RANE

(1826)


canto primo


1

Sul cominciar del mio novello canto,
voi che tenete l'eliconie cime
prego, vergini dèe, concilio santo,
che ’l mio stil conduciate e le mie rime:
di topi e rane i casi acerbi e l’ire,
segno insolito ai carmi, io prendo a dire..

2

La cetra ho in man, le carte in grembo: or date
voi principio e voi fine all’opra mia:
per virtú vostra a la piú tarda etate
suoni, o dive, il mio carme; e quanto fia
che in questi fogli a voi sacrati io scriva,
in chiara fama eternamente viva.

3

I terrigeni eroi, vasti giganti,
di que' topi imitò la schiatta audace:
di dolor, di furor caldi, spumanti
vennero in campo: e se non è fallace
la memoria e ’l rumor ch’oggi ne resta,
la cagion de la collera fu questa.

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4

Un topo, de le membra il piú ben fatto,
venne d’un lago in su la sponda un giorno.
Campato poco innanzi era da un gatto
ch’inseguito l’avea per quel dintorno:
stanco, faceasi a ber, quando un ranocchio,
passando da vicin, gli pose l’occhio:

5

E fatto innanzi, con parlar cortese:
— Che fai — disse, — che cerchi o forestiero?
di che nome sei tu, di che paese?
onde vieni, ove vai? Narrami il vero:
ché, se buono e leal fia ch’i’ ti veggia,
albergo ti darò nella mia reggia.

6

Io guida ti sarò; meco verrai
per quest’umido calle al tetto mio:
ivi ospitali egregi doni avrai;
ché Gonfiagote il principe son io;
ho nello stagno autoritá sovrana,
e m’obbedisce e venera ogni rana.

7

Ché de l’acque la dea mi partoriva,
poscia che un giorno il mio gran padre Limo
le giacque in braccio a l’Eridano in riva.
E tu m’hai del ben nato: a quel ch’io stimo,
qualche rara virtude in te si cela:
però favella, e l’esser tuo mi svela. —

8

E ’l topo a lui: — Quel che saper tu brami
il san gl’iddii, sallo ogni fèra, ogni uomo.
Ma poi che chiedi pur com’io mi chiami,
dico che Rubabriciole mi nomo:
il padre mio, signor d’anima bella,
cor grande e pronto, Rodipan s’appella.

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9

     Mia madre è Leccamacine, la figlia
del rinomato re Mangiaprosciutti.
Con letizia comun de la famiglia,
mi partorí dentro una buca; e tutti
i piú squisiti cibi, e noci e fichi,
fûro il mio pasto a que’ bei giorni antichi.

10

     Che d’ospizio consorte io ti diventi,
esser non può: diversa è la natura.
Tu di sguazzar nell’acqua ti contenti;
ogni miglior vivanda è mia pastura;
frugar per tutto, a tutto porre il muso,
e viver d’uman vitto abbiamo in uso.

11

     Rodo il più bianco pan, ch’appena cotto,
dal suo cesto, fumando, a sé m’invita;
or la tortella, or la focaccia inghiotto
di granelli di sesamo condita;
or la polenta ingrassami i budelli,
or fette di prosciutto, or fegatelli.

12

     Ridotto in burro addento il dolce latte,
assaggio il cacio fabbricato appena;
cerco cucine, visito pignatte
e quanto all’uomo apprestasi da cena;
ed or questo or quel cibo inzuccherato
cred’io che Giove invidi al mio palato.

13

     Né pavento di Marte il fiero aspetto,
e, se pugnar si dee, non fuggo o tremo.
De l’uomo anche talor balzo nel letto,
de l’uom ch’è sí membruto, ed io nol temo;
anzi pian pian gli vo rodendo il piede,
e quei segue a dormir, né se n’avvede.

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14
     Due cose io temo: lo sparvier maligno,
e ’l gatto, contra noi sempre svegliato.
S’avvien che 'l topo incorra in quell’ordigno
che trappola si chiama, egli è spacciato:
Ma piú che mai del gatto abbiam paura:
arte non val con lui, non val fessura.
15
     Non mangiam ravanelli o zucche o biete:
questi cibi non fan pel nostro dente.
A voi, che di null’ altro vi pascete,
di cor gli lascio e ve ne fo presente. —
Rise la rana e disse: — Hai molta boria;
ma dal ventre ti vien tutta la gloria.
16
     Hanno i ranocchi ancor leggiadre cose
e negli stagni loro e fuor dell’onde.
Ciascun di noi su per le rive erbose
scherza a sua posta o nel pantan s’asconde;
però ch’al gener mio dal ciel fu dato
notar nell’acqua e saltellar nel prato.
17
     Saper vuoi se 'l notar piaccia o non piaccia?
montami in su le spalle: abbi giudizio;
sta’ saldo; al collo stringimi le braccia,
per non cader ne l’acqua a precipizio:
cosí verrai per questa ignota via
senza rischio nessuno a casa mia. —
18
     Cosí dicendo, gli ómeri gli porse.
Balzovvi il sorcio, e con le mani il collo
del ranocchio abbracciò che ratto corse
via dalla riva, e seco trasportollo.
Rideva il topo, e rise il malaccorto
finché si vide ancor vicino al porto.

[p. 91 modifica]GUERRA DEI TOPI E DELLE RANE 9I

Ma quando in mezzo al Iago ritrovossi e videsi la ripa assai lontana, conobbe il rischio, si penti, turbossi; fortemente stringevasi a la rana; sospirava, piangea, svelleva i crini or se stesso accusando, ora i destini. 20 Voti a Giove facea, pregava il cielo che soccorso gli desse in quell’estremo, tutto bagnato di sudore il pelo. Stese la coda in acqua, e come un remo dietro la si traea, girando l’occhio or ai lidi, or a l’onde, or al ranocchio. 21 E diceva tra sé: — Che reo cammino, misero, è questo mai! quando a la mèta, deh! quando arriverem? Quel bue divino a vie minor periglio Europa in Creta portò per mezzo il torbido oceano, che mi porti costui per un pantano. — 22 E qui dal suo covil, con larghe rote, ecco un serpe acquaiuolo esce a fior d’onda. Irrigidisce il sorcio; e Gonfiagote là dove la palude è più profonda fugge a celarsi, e ’1 topo sventurato abbandona fuggendo a l’empio fato. 23 Disteso a galla, e vòlto sottosopra, il miserel teneramente stride. Fé’ con la vita e con le zampe ogni opra per sostenersi; e poi, quando s’avvide ch’era già molle e che *1 suo proprio pondo forzatamente lo premeva al fondo; [p. 92 modifica]92 I - VERSI co’ piedi la mortale onda spingendo disse in languidi accenti: — Or se’ tu pago, barbaro Gonfiagote. Intendo intendo l’arti e gl’inganni tuoi: su questo lago, vincermi non potendo a piedi asciutti, mi traesti per vincermi nei flutti. 25 In lotta, al corso io t’avanzava; e m’hai tu condotto a morir per nera invidia. Ma degno al fatto il guiderdone avrai; non senza pena andrà la tua perfidia. Veggio le schiere, veggo l’armi e l’ira: vendicato sarò. — Si dice, e spira.