Versi paralipomeni della Batracomiomachia/Inno a Nettuno

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Avvertimento Note
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INNO A NETTUNO


Γεράων δὲ θεοῖς κάλλιστον ἀοιδή

Teocrito, Idillio 22, verso ultimo.


     Lui che la terra scuote, azzurro il crine,
a cantare incomincio. Alati preghi
a te, Nettuno re, forza è che indrizzi1
il nocchier fatichevole che corre
5su veloce naviglio il vasto mare,
se campar brama dai sonanti flutti
e la morte schivar: che a te l’impero
del pelago toccò, da che nascesti
figlio a Saturno, e al fulminante Giove
10fratello e al nero Pluto. E Rea, la diva
dal vago crin, ti partorí, ma in cielo
non giá: ché di Saturno astuto nume
gli sguardi paventava. Ella discese
a la selvosa terra il petto carca
15d’acerba doglia, e scolorite avea
le rosee guance. Mentre il sole eccelso
ardea su le montagne i verdi boschi,
e sul caldo terren s’abbandonava
l’agricoltor cui spossatezza invaso
20avea le membra (poi che di Seméle
dal sen ricolmo nato ancor non era
il figlio alti-sonante, ed a gl’industri
mortali sconosciuto era per anche

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il vin giocondo che vigore apporta),
25ella s’assise a l’ombra e, come uscito
fosti del suo grand’alvo, ti ripose
su le ginocchia assai piangendo, e preghi
porse a la Terra e a lo stellato Cielo:
— O Terra veneranda, o Cielo padre,
30deh riguardate a me, se pure è vero
che di voi nacqui, e questo figlio mio
da l'ira di Saturno astuto nume
or mi salvate, sí ch’egli nol veda,
e questi ben ricresca e venga adulto. —
35Cosí pregava Rea di belle chiome,
poi che per te, di fresco nato, in core2
sentia gran téma: e per gli eccelsi monti
ed il profondo mare errando giva
l’eco romoreggiante. Udilla il Cielo
40e la feconda Terra, e nera notte
venne sul bosco, e si sedé sul monte.
Ammutarono a un tratto e sbigottîro
i volatori de la selva, e intorno
con l’ali stese s’aggirâr vicino
45al basso suol. Ma t’accogliea ben tosto3
la diva Terra fra sue grandi braccia;
né Saturno il sapea, ché nera notte
era su la montagna. E tu crescevi,
re dal tridente d’oro, ed in robusta
50giovinezza venivi. Allor che voi
di Rea leggiadra figli e di Saturno,
tutto fra voi partiste; ebbesi Giove,
che i nembi aduna, lo stellato cielo;
il mar ceruleo tu; s’ebbe Plutone
55de l’Averno le tenebre. Ma tutti
tu, de la terra scotitor, vincevi,
salvo Giove e Minerva. E chi potrebbe
con l’Olimpio cozzare impunemente?
Il cielo tu lasciasti, e teco il figlio

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60de la bianca Latona in terra scese:
ed al superbo Laomedonte alzavi4
tu dell’ampio Ilión le sacre mura;
mentre ne’ boschi opachi e ne le valli
de l'Ida nuvolosa i neri armenti
65Febo Apollo pascea: ma Laomedonte,
compita l’opra tua, la pattuita
mercede ti negò: stolto, ché l’onde5
biancheggianti del pelago spingesti
contr’Ilio tu, che sormontâr le mura
70con gran frastuono mormorando, e tutta
empiêro la cittá di sabbia e limo
co’ prati e le campagne. E tal prendesti
del fier Laomedonte aspra vendetta.
Ma qual cagione a tenzonar ti mosse
75con Palla diva occhi-cilestra? Atene,
la cecropia cittá, poi ch’appellata
tu la volevi dal tuo nome, e Palla
il suo darle voleva. Ella ti vinse:
ché con la lancia poderosa il suolo
80percosse, e uscir ne fe’ virente olivo
di rami sparsi. Ma tu pur fiedesti
la diva terra col tridente d’oro,
e tosto fuor n’uscí destrier ch’avea6
florido il crine: onde a te diêro i fati7
85i cavalli domar veloci al corso.
I pastori ama Pan, gli arcieri Febo,
cari a Vulcano sono i fabbri, a Marte
gli eroi gagliardi in guerra, i cacciatori
a la vergine Cinzia. A te son grati
90i domatori de’ cavalli; e primo
tu, de la terra scotitor possente,
a’ chiomati destrieri il fren ponesti.
Salve, equestre Nettuno. I tuoi cavalli
van pasturando ne gli argivi prati
95che a te sacri pur sono; e con la zappa

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il faticoso agricoltor non fende
quel terreno giammai, né con l’aratro.
Ma presti son come gli alati augelli
i tuoi destrieri, ed erta han la cervice;
100né ci ha mortal che trarli possa innanzi
al cocchio sotto il giogo, e con le briglie
reggerli e col flagello e con la voce.
     Qual però de le ninfe a te dilette,
signor del mare, io canterò? la figlia
105di Nereo forse e Doride, Anfitrite?
o Libia chiomi-bella, o Menalippe
alto-succinta, o Alòpe, o Calliròe
di rosee guance, o la leggiadra Alcione,
o Ippotoe, o Mecionice, o di Pitteo
110la figlia, Etra occhi-nera, o Chione, od Olbia,
o l’eolide Canace, o Toosa
dal vago piede, o la telchine Alia,
od Amimone candida, o la figlia
d’Epidanno, Melissa? E chi potrebbe
115tutte nomarle? e a noverar chi basta
i figli tuoi? Cercion feroce, Eufemo,
il tessalo Triòpe, Astaco e Rodo,
onde nome ha del sol l’isola sacra,
e Tèseo ed Alirrozio ed il possente
120Triton, Dirrachio e il battaglioso Eumolpo
e Polifemo a nume ugual. Ma questo
canto è meglio lasciar, ché spesso i figli
cagion furono a te d’acerbo lutto.
Polifemo de l’occhio il saggio Ulisse
125in Trinacria fé’ cieco: Eumolpo spense
in Attica Eretteo: ma ben vendetta
tu ne prendesti, o Scoti-terra, e, morto
lui con un colpo del tridente, al suolo
la casa ne gettasti. E Marte istesso
130impunemente non t’uccise il figlio
Alirrozio leggiadro: i numi tutti

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lui concordi dannâr. Salve, o Nettuno
ampio-possente: a te gl’istmici ludi
e le corse de’ cocchi e degli atleti
135son sacre l’aspre lotte: e neri tori
in Trezene, in Geresto e in cento grandi
cittá di Grecia ogni anno a l’are tue
cadono innanzi; e ne la dorica Istmo
vittime in folla traggono al tuo tempio
140le allegre turbe. Oh salve, azzurro dio
che la terra circondi, alti- sonante,
gravi-fremente. I boschi su le cime
de le montagne crollansi, e le mura
de le cittadi popolose, e i templi
145ondeggiano perfino, allor che scuoti
tu col tridente flebile la terra,
e gran fracasso s’ode e molto pianto
per ogni strada. Né mortale ardisce
immoto starsi; ma per téma a tutti
150si sciolgon le ginocchia, e a l’are tue
corre ciascun, t’indrizza preghi, e molte
allor s’offrono a te vittime grate.
     Salve, o gran figlio di Saturno. Il tuo
lucente cocchio è in Ega, nel profondo
155del romoroso pelago: Vulcano
tel fabbricò, divina opra ammiranda.
Ha le ruote di bronzo, ed il timone
d’argento, e d’oro tutto è ricoperto
l’incorruttibil seggio. Allor che poni
160tu sotto il giogo i tuoi cavalli, e volano
essi pel mare indomito, fendendo
i biancheggianti flutti, e sui lor colli
disperge il vento gli aurei crini, intorno
a te che siedi e il gran tridente rechi
165ne le divine mani, uscite fuori
de le case d’argento a galla tutte
le guanci-belle figlie di Nereo

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vengono tosto, e innanzi a te s’abbassa
l’onda e t’apre la via; né s’alza il vento:
170ché tu del mar l’impero in sorte avesti.
     Ma qual potrò chiamarti, o del tridente
agitatore? altri Eliconio, ed altri
t’appella Suniarato. A Sparta detto
sei Natalizio, ed Ippodromio a Tebe,
175in Atene Eretteo. Chiamanti Elate
molti altri, e molti di Trezenio o d’Istmio
ti danno il nome. I tessali Petreo
diconti, ed altri Onchestio, ed altri pure
Egeo ti noma e Cinade e Fitalmio.
180Io dirotti Asfaleo, poiché salute
tu rechi a’ naviganti. A te fa voti
il nocchier quando s’alzano del mare
l’onde canute, e quando in nera notte
percote i fianchi al ben composto legno
185 il flutto alti-sonante, che s’incurva
spumando, e stanno tempestose nubi
su le cime degli alberi, e del vento
mormora il bosco al soffio (orrore ingombra
le menti de’ mortali), e quando cade
190precipitando giú dal ciel gran nembo
sopra l’immenso mare. O dio possente,
che Tenaro e la sacra onchestia selva
e Micale e Trezene ed il pinoso
Istmo ed Ega e Geresto in guardia tieni,
195soccorri a’ naviganti; e fra le rotte
nubi fa’ che si vegga il cielo azzurro
ne la tempesta, e su la nave splenda
del sole o de la luna un qualche raggio
o de le stelle, ed il soffiar de’ venti
200cessi; e tu l’onde romorose appiana,
sí che campin dal rischio i marinai.
O nume, salve, e con benigna mente
proteggi i vati che de gl’inni han cura.

  1. [p. 23 modifica]«A te, Nettuno re». — A Nettuno davasi il nome di re da quei di Trezene. Si veda la nota al v. 136.
  2. [p. 23 modifica]«Poi che per te, di fresco nato, in core Sentía gran téma». — Non ho saputo tradur meglio questo luogo; ove l’originale ha qualche difficoltá, che forse vedremo tolta via nella edizione greco-latina di quest’inno, la qual farassi di corto.
  3. [p. 23 modifica]«Ma t’accogliea ben tosto La diva Terra fra sue grandi braccia». — Pare che il poeta non tenga conto della favola secondo la quale Nettuno fu cresciuto da alcuni pastori.
  4. [p. 23 modifica]«Ed al superbo Laomedonte alzavi Tu de l’ampio Ilión le sacre mura». — È noto che, secondo i poeti, Nettuno fabbricò le mura di Troia, dopo essere stato discacciato dal cielo con Apolline, per aver cospirato contro Giove: e però l’autore parla dell’edificamento di quelle mura, dopo aver detto che Nettuno non poté vincere Giove né Minerva, della quale fa parola appresso.
  5. [p. 23 modifica]«...l'onde Biancheggianti del pelago spingesti Contr’Ilio tu». — Ovidio, Metamorfosi, libro XI, favola 8:

    Non impune feres, rector maris inquit: et omnes
    inclinavit aquas ad avarae litora Troiae:
    inque freti formam terras convertit, opesque
    abstulit agricolis, et fluctibus obruit arva.

  6. [p. 23 modifica]«E tosto fuor n’uscì destrier ch’avea Florido il crine». — Questo passo è interessante per chi ama la [p. 24 modifica]mitologia. È assai celebre la contesa di cui fa qui menzione il poeta: e ne hanno parlato, fra gli altri, Varrone, presso Sant’Agostino, Della cittá di Dio, libro XVIII, capo 9; Cicerone nella Orazione in difesa di L. Flacco; Plinio, libro XVI, capo XLIV; Plutarco nella Vita di Temistocle e nelle Simposiache, libro IX, quistione VI; Aristide nella Panatenaica; Eusebio nella Cronica; Nonno nei libri XXXVI e XLIII τῶν Διονυσιακῶν; Ausonio nel Catalogo delle città famose; Proclo nel Comento al Timeo di Platone; Menandro il rettorico; l’antico comentatore d’Aristofane nelle note alle Nubi; e tra’ nostri; Dante nel quintodecimo del Purgatorio, verso 97:

    ...Se tu se’ sire della villa,
    del cui nome ne’ dèi fu tanta lite.

    È da notare il luogo di Proclo: ἔτι τοίνυν τὰ νικητήρια τῆς Ἀθηνᾶς παρ'Ἀθηναίοις ἀνάμνηται, καὶ ἑορτὴν ποιοῦνται ταύτην, ὡς τοῦ Ποσειδῶνος ὑπὸ τῆς Ἀθηνᾶς νικωμένου; «oggi pur ancora si celebra il trionfo di Minerva appo gli ateniesi che solenneggian questa festa per ricordanza della vittoria di Nettuno, riportata da quella». — Ora arde controversia fra gli eruditi, de’ quali altri vogliono che Nettuno facesse uscir della terra acqua; altri che un cavallo. Per l’acqua è Apollodoro (Biblioteca, libro III), di cui ecco le parole: Ἦκεν οὖν πρῶτος Ποσειδῶν ἐπὶ τὴν Ἀττικήν, καὶ πλήξας τῇ τριαίνῃ κατὰ μέσην τὴν ἀκρόπολιν, ἀνέφηνε θάλασσαν ἣν νῦν Ἐρεχθηίδα καλοῦσι. «Primo dunque Nettuno venne nell’Attica e, percosso col tridente il suolo nel mezzo della ròcca, fé’ veduto il mare che ora chiamano eretteo». Secondo Varrone, citato da sant’Agostino, «quum apparuisset... repente olivae arbor, et alio loco aqua erupisset, regem prodigia ista moverunt: et misit ad Apollinem Delphicum sciscitatum quid intelligendum esset quidve faciendum. Ille respondit quod olea Minervam significaret, unda Neptunum». — Lo Pseudo-Didimo nelle note al libro XVII della Iliade ci dice, come Apollodoro, che Ποσειδῶν καὶ Ἀθηνᾶ περὶ τῆς Ἀττικῆς ἐφιλοωείκουν, καὶ Ποσειδῶν ἐπὶ τῆς ἀκροπόλεως τῆς Ἀττικῆς [p. 25 modifica]κρούσας τῇ τριαίνῃ, κῦμα θαλάσσης ἐποίησεν ἀναδοθῆναι· Ἀθηνᾶ δὲ . «Nettuno e Minerva facean quistione per l’Attica: e Nettuno, dato nella ròcca un colpo di tridente, fé’ scaturirne acqua marina: Minerva fé’ uscir fuori un olivo». — Nel libro IX, capo I della Collezione Geoponica, l’avvenimento è narrato con qualche differenza, poiché vi si legge che Ποσειδῶν... λιμέσι καὶ νεωρίοις ταύτην (τὴν πόλιν) ἐκόσμει:«Nettuno ornolla (la città) di porti e di arsenali». — A dir d’Igino, favola CLXIV: «Inter Neptunum et Minervam quum esset orta certatio, qui primus oppidum in terra Attica conderet, Iovem iudicem ceperunt. Minerva quod primum in ea terra oleam sevit quae adhuc dicitur stare, secundum eam iudicatum est. At Neptunus iratus in eam terram mare coepit irrigare velle: quod Mercurius, Iovis iussu, id ne faceret prohibuit». — Quanta varietá di sentenze intorno a un fatto cosí certo! Sin qui però tutti sono in qualche guisa per l’acqua, e nessuno pel cavallo. Similmente Erodoto, nel libro VIII, afferma che nella ròcca d’Atene avea un tempio in cui vedeasi un olivo e dell’acqua marina postivi, a detta degli ateniesi, da Nettuno e da Minerva. Né altramente Pausania ci conta che in quella ròcca erano καὶ τὸ φυτὸν τῆς ἐλαίας Ἀθηνᾶ, καὶ κῦμα ἀναφαινῶν Ποσειδῶν: «i simulacri di Minerva e di Nettuno che facean comparire, quella un ulivo, e questo acqua». — Battista Egnazio dunque, nel capo VIII del libro che intitolò Racemationes, credé conchiudere a buon dritto che Nettuno, nella contesa avuta con Minerva, fe’ uscir della terra acqua e non un cavallo. Ma Virgilio dice a chiare note l’opposto nel principio delle Georgiche, invocando Nettuno:

    ...Tuque o, cui prima frementem
    fudit equum magno tellus percussa tridenti,
    Neptune:

    dove alcuno vorrebbe leggere «fudit aquam», ma invano, ché nol permettono i codici. Servio, spiegando questo passo, espone tutta la favola cosí: «Cum Neptunus et Minerva de Athenarum nomine contenderent, placuit diis ut eius nomine [p. 26 modifica]civitas appellaretur, qui munus melius mortalibus obtulisset. Tunc Neptunus, percusso littore, equum, animal bellis aptum, produxit: Minerva, iacta hasta, olivam creavit: quae res est melior comprobata, ut pacis insigne. Ut autem modo Neptunum invocet, causa eius muneris facit, quia de equis est dicturus in tertio: alioquin incongruum est, si de agricultura locuturus, numen invocet maris. Equum autem a Neptuno progenitum alii Scythium, alii Syronem, alii Arionem dicunt fuisse nominatum [e quanto al nome di Arione, veggasi appresso il luogo di Stazio nella nota al verso 85] et ideo dicitur equum invenisse, quia velox est eius numen et mobile sicut mare». — L’autorità d’Ovidio, Metamorfosi, libro IV, favola 3, è controversa. Egli dice, descrivendo una tela tessuta da Pallade:

    Stare deum pelagi longoque ferire tridente
    aspera saxa facit, medioque e vulnere saxi
    exsiluisse ferum, quo pignore vindicet urbem.

    Ma altri sostiene che per «ferum» si ha a leggere «fretum». Stazio, Tebaide, libro XII, non parla di cavallo, ma di mare:

    Ipse quoque in pugnas vacuatur collis, ubi ingens
    lis superum, dubiis donec nova surgeret arbor
    rupibus, et longa refugum mare frangeret umbra.

    Ma il suo commentatore Luttazio Placido scrive cosi: «Acropolin dicit arcem Athenarum; de qua Neptuno et Minervae dicitur fuisse certamen. Percussa Neptuno terra equum dedit indicium belli; Minerva vero olivam pacis insigne». Benedetto Averani nelle sue Dissertazioni tiene anch’esso dal cavallo. Quest’inno avrebbe potuto somministrargli una prova di più, molto valevole, se egli l’avesse conosciuto.

  7. [p. 26 modifica]«... onde a te diêro i fati I cavalli domar veloci al corso... e primo Tu de la terra scotitor possente A’ chiomati destrieri il fren ponesti». — È noto che gli antichi teneano Nettuno per dio non solo del mare, ma anche dei [p. 27 modifica]cavalli, dei cavalieri dell’arte equestre: della quale Sofocle, Pausania nel libro VIII e, a quel che sembra, il nostro poeta, lo fanno inventore. Panfo ateniese, antichissimo scrittor d’inni, lo chiama, presso Pausania, ἵππον δοτῆρα, «dator dei cavalli»; e Pindaro nell’ode Olimpica XIII, δαμαῖον πατέρα, «padre domatore» e nella quarta Pitia, Ἵππαρχον che è quanto dire «principe de' cavalli», o de' cavalieri. Omero finge che Nettuno donasse a Peleo i cavalli che poi furono di Achille. Nestore nel libro XXIII della Iliade dice ad Antiloco:

    ’AvxiXox’, T]toi fiév 08 véov JteQ èóvx’ 8(piA,T]<Jav
    Zeijg xe, IloaeiSdcov xe, xat ljtJto<ruvas èòiSa^av
    Jtavxoiag

    .... Al certo,
    benché garzon sii tu. Giove e Nettuno,
    Antiloco, t’amàro, e l’arti equestri
    t’insegnar tutte.

    E Menelao nello stesso libro, finito il combattimento equestre, impone ad Antiloco che giuri per Nettuno. Pindaro nella prima ode Olimpica dice che Nettuno

    "E8coxev SiqpQov xQ^creov, év Jtxepotoiv
    x’ àxà^,avxac iJtn;ovg.... Un cocchio d’oro a lui
    e cavalli donò d’ali indefesse,

    parlando di Pelope: e nel fine dell’ode quinta chiama Iloaeiòavi’ovg, «nettunii», i cavalli di Psaumide camarineo, vincitore olimpico. Si volle ancora che alcuni cavalli fossero della razza di Nettuno.

    Quamvis saepe fuga versos ille egerit hostes,
    et patriam Epirum referat fortesque Mycenas,
    Neptunique ipsa deducat origine gentem:

     [p. 28 modifica]dice Virgilio di un cavallo nel libro III delle Georgiche, Stazio nel sesto della Tebaide canta del cavallo di Adrasto:

    Ducitur ante omnes rutilae manifestus Arion
    igne iubae. Neptunus equo, si certa priorum
    fama, pater: primus teneris laesisse lupatis
    ora, et littoreo domitasse in pulvere fertur
    verberibus parcens, etenim insatiatus eundi
    ardor, et hiberno par inconstantia ponto.
    Saepe per Ionium Libycumque natantibus ire
    interiunctus equis, omnesque assuetus in oras
    caeruleum deferre patrem. Stupuere relicta
    nubila: certantes Eurique Notique sequuntur.

    Veggasi piú sopra nella nota al v. 83 il passo di Servio, e altresí il libro XXIII della Iliade, verso 345 e seguente. Parmi non s’appongano Servio e gli altri interpreti, che, spiegando il verso 691 del settimo della Eneide:

    At Messapus equum domitor, Neptunia proles,

    dicono avere il poeta chiamato Messapo «prole di Nettuno», perché egli era venuto per mare in Italia: spiegazione assai stiracchiata: e penso che Virgilio medesimo spieghi ottimamente la seconda parte del verso colla prima in cui chiama Messapo «domator di cavalli», qualitá per cagione della quale, se non erro, egli lo fa poi figlio di Nettuno. E notisi come nella Eneide Messapo non è mai detto «figlio di Nettuno» che non sia chiamato altresí «domatore di cavalli» o in altra simil guisa: onde nel libro IX si ripete tutto intero il verso citato: nel duodecimo esso trovasi pure quasi intero, mutato solo l'«at» in «et», e nel decimo si legge:

       ... Subit et Neptunia proles
    insignis Messapus equis.