Versi paralipomeni della Batracomiomachia/Note

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Inno a Nettuno Odae adespotae

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NOTE


Verso 3. — «A te, Nettuno re». — A Nettuno davasi il nome di re da quei di Trezene. Si veda la nota al v. 136.

Verso 36. — «Poi che per te, di fresco nato, in core Sentía gran téma». — Non ho saputo tradur meglio questo luogo; ove l’originale ha qualche difficoltá, che forse vedremo tolta via nella edizione greco-latina di quest’inno, la qual farassi di corto.

Verso 45. — «Ma t’accogliea ben tosto La diva Terra fra sue grandi braccia». — Pare che il poeta non tenga conto della favola secondo la quale Nettuno fu cresciuto da alcuni pastori.

Verso 61. — «Ed al superbo Laomedonte alzavi Tu de l’ampio Ilión le sacre mura». — È noto che, secondo i poeti, Nettuno fabbricò le mura di Troia, dopo essere stato discacciato dal cielo con Apolline, per aver cospirato contro Giove: e però l’autore parla dell’edificamento di quelle mura, dopo aver detto che Nettuno non poté vincere Giove né Minerva, della quale fa parola appresso.

Verso 67. — «...l'onde Biancheggianti del pelago spingesti Contr’Ilio tu». — Ovidio, Metamorfosi, libro XI, favola 8:

Non impune feres, rector maris inquit: et omnes
inclinavit aquas ad avarae litora Troiae:
inque freti formam terras convertit, opesque
abstulit agricolis, et fluctibus obruit arva.

Verso 83. — «E tosto fuor n’uscì destrier ch’avea Florido il crine». — Questo passo è interessante per chi ama la [p. 14 modifica]mitologia. È assai celebre la contesa di cui fa qui menzione il poeta: e ne hanno parlato, fra gli altri, Varrone, presso Sant’Agostino, Della cittá di Dio, libro XVIII, capo 9; Cicerone nella Orazione in difesa di L. Flacco; Plinio, libro XVI, capo XLIV; Plutarco nella Vita di Temistocle e nelle Simposiache, libro IX, quistione VI; Aristide nella Panatenaica; Eusebio nella Cronica; Nonno nei libri XXXVI e XLIII τῶν Διονυσιακῶν; Ausonio nel Catalogo delle città famose; Proclo nel Comento al Timeo di Platone; Menandro il rettorico; l’antico comentatore d’Aristofane nelle note alle Nubi; e tra’ nostri; Dante nel quintodecimo del Purgatorio, verso 97:

...Se tu se’ sire della villa,
del cui nome ne’ dèi fu tanta lite.

È da notare il luogo di Proclo: ἔτι τοίνυν τὰ νικητήρια τῆς Ἀθηνᾶς παρ'Ἀθηναίοις ἀνάμνηται, καὶ ἑορτὴν ποιοῦνται ταύτην, ὡς τοῦ Ποσειδῶνος ὑπὸ τῆς Ἀθηνᾶς νικωμένου; «oggi pur ancora si celebra il trionfo di Minerva appo gli ateniesi che solenneggian questa festa per ricordanza della vittoria di Nettuno, riportata da quella». — Ora arde controversia fra gli eruditi, de’ quali altri vogliono che Nettuno facesse uscir della terra acqua; altri che un cavallo. Per l’acqua è Apollodoro (Biblioteca, libro III), di cui ecco le parole: Ἦκεν οὖν πρῶτος Ποσειδῶν ἐπὶ τὴν Ἀττικήν, καὶ πλήξας τῇ τριαίνῃ κατὰ μέσην τὴν ἀκρόπολιν, ἀνέφηνε θάλασσαν ἣν νῦν Ἐρεχθηίδα καλοῦσι. «Primo dunque Nettuno venne nell’Attica e, percosso col tridente il suolo nel mezzo della ròcca, fé’ veduto il mare che ora chiamano eretteo». Secondo Varrone, citato da sant’Agostino, «quum apparuisset... repente olivae arbor, et alio loco aqua erupisset, regem prodigia ista moverunt: et misit ad Apollinem Delphicum sciscitatum quid intelligendum esset quidve faciendum. Ille respondit quod olea Minervam significaret, unda Neptunum». — Lo Pseudo-Didimo nelle note al libro XVII della Iliade ci dice, come Apollodoro, che Ποσειδῶν καὶ Ἀθηνᾶ περὶ τῆς Ἀττικῆς ἐφιλοωείκουν, καὶ Ποσειδῶν ἐπὶ τῆς ἀκροπόλεως τῆς Ἀττικῆς [p. 15 modifica]κρούσας τῇ τριαίνῃ, κῦμα θαλάσσης ἐποίησεν ἀναδοθῆναι· Ἀθηνᾶ δὲ . «Nettuno e Minerva facean quistione per l’Attica: e Nettuno, dato nella ròcca un colpo di tridente, fé’ scaturirne acqua marina: Minerva fé’ uscir fuori un olivo». — Nel libro IX, capo I della Collezione Geoponica, l’avvenimento è narrato con qualche differenza, poiché vi si legge che Ποσειδῶν... λιμέσι καὶ νεωρίοις ταύτην (τὴν πόλιν) ἐκόσμει:«Nettuno ornolla (la città) di porti e di arsenali». — A dir d’Igino, favola CLXIV: «Inter Neptunum et Minervam quum esset orta certatio, qui primus oppidum in terra Attica conderet, Iovem iudicem ceperunt. Minerva quod primum in ea terra oleam sevit quae adhuc dicitur stare, secundum eam iudicatum est. At Neptunus iratus in eam terram mare coepit irrigare velle: quod Mercurius, Iovis iussu, id ne faceret prohibuit». — Quanta varietá di sentenze intorno a un fatto cosí certo! Sin qui però tutti sono in qualche guisa per l’acqua, e nessuno pel cavallo. Similmente Erodoto, nel libro VIII, afferma che nella ròcca d’Atene avea un tempio in cui vedeasi un olivo e dell’acqua marina postivi, a detta degli ateniesi, da Nettuno e da Minerva. Né altramente Pausania ci conta che in quella ròcca erano καὶ τὸ φυτὸν τῆς ἐλαίας Ἀθηνᾶ, καὶ κῦμα ἀναφαινῶν Ποσειδῶν: «i simulacri di Minerva e di Nettuno che facean comparire, quella un ulivo, e questo acqua». — Battista Egnazio dunque, nel capo VIII del libro che intitolò Racemationes, credé conchiudere a buon dritto che Nettuno, nella contesa avuta con Minerva, fe’ uscir della terra acqua e non un cavallo. Ma Virgilio dice a chiare note l’opposto nel principio delle Georgiche, invocando Nettuno:

...Tuque o, cui prima frementem
fudit equum magno tellus percussa tridenti,
Neptune:

dove alcuno vorrebbe leggere «fudit aquam», ma invano, ché nol permettono i codici. Servio, spiegando questo passo, espone tutta la favola cosí: «Cum Neptunus et Minerva de Athenarum nomine contenderent, placuit diis ut eius nomine [p. 16 modifica]civitas appellaretur, qui munus melius mortalibus obtulisset. Tunc Neptunus, percusso littore, equum, animal bellis aptum, produxit: Minerva, iacta hasta, olivam creavit: quae res est melior comprobata, ut pacis insigne. Ut autem modo Neptunum invocet, causa eius muneris facit, quia de equis est dicturus in tertio: alioquin incongruum est, si de agricultura locuturus, numen invocet maris. Equum autem a Neptuno progenitum alii Scythium, alii Syronem, alii Arionem dicunt fuisse nominatum [e quanto al nome di Arione, veggasi appresso il luogo di Stazio nella nota al verso 85] et ideo dicitur equum invenisse, quia velox est eius numen et mobile sicut mare». — L’autorità d’Ovidio, Metamorfosi, libro IV, favola 3, è controversa. Egli dice, descrivendo una tela tessuta da Pallade:

Stare deum pelagi longoque ferire tridente
aspera saxa facit, medioque e vulnere saxi
exsiluisse ferum, quo pignore vindicet urbem.

Ma altri sostiene che per «ferum» si ha a leggere «fretum». Stazio, Tebaide, libro XII, non parla di cavallo, ma di mare:

Ipse quoque in pugnas vacuatur collis, ubi ingens
lis superum, dubiis donec nova surgeret arbor
rupibus, et longa refugum mare frangeret umbra.

Ma il suo commentatore Luttazio Placido scrive cosi: «Acropolin dicit arcem Athenarum; de qua Neptuno et Minervae dicitur fuisse certamen. Percussa Neptuno terra equum dedit indicium belli; Minerva vero olivam pacis insigne». Benedetto Averani nelle sue Dissertazioni tiene anch’esso dal cavallo. Quest’inno avrebbe potuto somministrargli una prova di più, molto valevole, se egli l’avesse conosciuto.

Verso 84. — «... onde a te diêro i fati I cavalli domar veloci al corso... e primo Tu de la terra scotitor possente A’ chiomati destrieri il fren ponesti». — È noto che gli antichi teneano Nettuno per dio non solo del mare, ma anche dei [p. 17 modifica]cavalli, dei cavalieri dell’arte equestre: della quale Sofocle, Pausania nel libro VIII e, a quel che sembra, il nostro poeta, lo fanno inventore. Panfo ateniese, antichissimo scrittor d’inni, lo chiama, presso Pausania, ἵππον δοτῆρα, «dator dei cavalli»; e Pindaro nell’ode Olimpica XIII, δαμαῖον πατέρα, «padre domatore» e nella quarta Pitia, Ἵππαρχον che è quanto dire «principe de' cavalli», o de' cavalieri. Omero finge che Nettuno donasse a Peleo i cavalli che poi furono di Achille. Nestore nel libro XXIII della Iliade dice ad Antiloco:

’AvxiXox’, T]toi fiév 08 véov JteQ èóvx’ 8(piA,T]<Jav
Zeijg xe, IloaeiSdcov xe, xat ljtJto<ruvas èòiSa^av
Jtavxoiag

.... Al certo,
benché garzon sii tu. Giove e Nettuno,
Antiloco, t’amàro, e l’arti equestri
t’insegnar tutte.

E Menelao nello stesso libro, finito il combattimento equestre, impone ad Antiloco che giuri per Nettuno. Pindaro nella prima ode Olimpica dice che Nettuno

"E8coxev SiqpQov xQ^creov, év Jtxepotoiv
x’ àxà^,avxac iJtn;ovg.... Un cocchio d’oro a lui
e cavalli donò d’ali indefesse,

parlando di Pelope: e nel fine dell’ode quinta chiama Iloaeiòavi’ovg, «nettunii», i cavalli di Psaumide camarineo, vincitore olimpico. Si volle ancora che alcuni cavalli fossero della razza di Nettuno.

Quamvis saepe fuga versos ille egerit hostes,
et patriam Epirum referat fortesque Mycenas,
Neptunique ipsa deducat origine gentem:

[p. 18 modifica]dice Virgilio di un cavallo nel libro III delle Georgiche, Stazio nel sesto della Tebaide canta del cavallo di Adrasto:

Ducitur ante omnes rutilae manifestus Arion
igne iubae. Neptunus equo, si certa priorum
fama, pater: primus teneris laesisse lupatis
ora, et littoreo domitasse in pulvere fertur
verberibus parcens, etenim insatiatus eundi
ardor, et hiberno par inconstantia ponto.
Saepe per Ionium Libycumque natantibus ire
interiunctus equis, omnesque assuetus in oras
caeruleum deferre patrem. Stupuere relicta
nubila: certantes Eurique Notique sequuntur.

Veggasi piú sopra nella nota al v. 83 il passo di Servio, e altresí il libro XXIII della Iliade, verso 345 e seguente. Parmi non s’appongano Servio e gli altri interpreti, che, spiegando il verso 691 del settimo della Eneide:

At Messapus equum domitor, Neptunia proles,

dicono avere il poeta chiamato Messapo «prole di Nettuno», perché egli era venuto per mare in Italia: spiegazione assai stiracchiata: e penso che Virgilio medesimo spieghi ottimamente la seconda parte del verso colla prima in cui chiama Messapo «domator di cavalli», qualitá per cagione della quale, se non erro, egli lo fa poi figlio di Nettuno. E notisi come nella Eneide Messapo non è mai detto «figlio di Nettuno» che non sia chiamato altresí «domatore di cavalli» o in altra simil guisa: onde nel libro IX si ripete tutto intero il verso citato: nel duodecimo esso trovasi pure quasi intero, mutato solo l'«at» in «et», e nel decimo si legge:

   ... Subit et Neptunia proles
insignis Messapus equis.

Verso 93. — «Salve, equestre Nettuno». — I greci davano spesso a Nettuno il nome d’ἵππειος, «equestre», del quale, [p. 19 modifica]come della sentenza di quelli che reputavano Nettuno essere stato il primo domatore de’ cavalli ed avere insegnata l’arte del cavalcare, fa menzione Diodoro nel libro V, capo XV della Biblioteca. Aristofane nelle Nubi, atto I, scena I, fa giurare Fidippide per Nettuno equestre. Fuori di Atene in un luogo detto Colono avea un tempio di Nettuno equestre, ricordato da Tucidide nel libro VIII, da Arpocrazione, alla voce Κολωναῖται, e dall’antico comentatore di Sofocle, nell’argomento dell'Edipo colonese e nelle note a quella tragedia. Pausania, parlando del Colono, rammenta l’altare di Nettuno equestre.

Verso 106. — «O Libia chiomi-bella». — Mosco, Idillio li, verso 36 e seguenti: AÙTT] 8è %QVGzoy x6Xo.qov cpépev EiiQcóstEia -OtIìitóv, ^léya ’d^avjia, fAÉyav Jtóvov ’Hcpaiatoio ov AipiJY) jrÓQ8 òcóQOv, ot’èg Aéxog ’Eyvoaiyaio’u Europa avea aureo panier bellissimo, ammirando, grand’opra di Vulcan, che a Libia in dono il diede allor quand’ella di Nettuno lo scoti-terra al talamo recossi. Veggasi Apollodoro, Biblioteca libro II. Verso 106. — «... o Menalippe alto-succinta». — Clemente alessandrino, Esortazio?ie ai gentili: KdÀei fxoi tòv IlooeiSàJ xaì TÒV xÓQOV TÒV Steqp’&aQfxévov vk a’UToii, Trjv ’Aji.cpiTQiTr]v, tt]v ’A[iu|xcùVTiv, Tr]v ’AXòntxv, xyy Mevo^wtJtTiv, tt]v ’AX%vóy’ìy, ttjv

  • Ijt;7i;o’&ÓT]v, TT)V XióvT]v, Tag aXkac, Tag ptuQiag. «Chiamami qua

Nettuno e la schiera violata da lui, Anfitrite, Amimone, Alope, Menalippe, Alcione, Ippotoe, Chione, e le altre innumerevoli». Arnobio, Cantra le nazioni, libro IV: «Numquid enim a 7Lobis arguitur rex maris, Amphitritas, Hippothoas, Amymonas, Menalippas, Alcyoìias, per furiosae cupiditatis ardorem, casti [p. 20 modifica]20 I - VERSI moniae virginitate privasse? -». Giulio Finnico, Dell’errore delle religioni profane^ cap. i^,: <(. Quis Amyrnonem, quis Alopen, qiiis Menalippen, quis Chionem Hippothoenque corrupiif Nempe Deus vester haec fecisse memoratur -^. Possono vedersi san Teofilo, Ad Autolieo, libro II, capo 7; san Giustino, Orazione ai greci, capo II; san Cirillo, Contra Giuliano, libro VI. Taluno credea che il vero nome della fanciulla fosse «Melanippe». Ma anche il codice di quest’inno ha «Menalippe». Verso 107. — «... o Alòpe». — Si veggano i passi di Clemente alessandrino e di Giulio Firmico nella nota precedente, e san Cirillo nel luogo quivi citato. Ivi. — «... o Calliròe Di rosee guance». — Calliroe, una delle figlie dell’Oceano e di Teti, è ricordata da molti scrittori antichi; ma nessuno, che io sappia, tranne il no.stro poeta, ne fa avvisati che amolla Nettuno. Verso 108. — «... o la leggiadra Alcione, O Ippotoe». — È da vedere la nota seconda al verso 106. Verso 109. — «... o Mecionice». — Esiodo nello Scudo d’Ercole, e l’antico comentatore di Pindaro nelle note alla quarta ode Pitica, scrivono che Eufemo, uno degli Argonauti, figlio di Nettuno, fu partorito da Mecionice. Pindaro però nell’ode medesima dice che Eufemo fu messo al mondo da Europa, figlia di Tizio, su le rive del Cefiso. Notisi che Mecionice è detta figlia di Eurota, e che Pindaro chiama Europa la madre di Eufemo. Ivi. — «... o di Pitteo La figlia, Etra occhi-nera». — Madre di Teseo. Veggasi appresso la nota prima al verso 119. Verso I IO. — «... o Chione». — Si vegga più sopra la nota seconda al verso 106. Ivi. — «... od Olbia». — Stefano il geografo, alla voce: ’Aatajcóg: ’Aotaxóg, jtóXig Bi’&uvictg, duiò ’Aotaxoil tov IlocreiScòvog xal vij[A(pTi(; ’OXpiag. «Astaco, città di Bitinia, cosi detta da Astaco figlio di Nettuno e della ninfa Olbia». Verso III. — «O l’eolide Canace». — Può vedersi V Inno a Cerere di Callimaco. Ivi. — «... O Toosa dal vago piede». — Omero, Odissea libro I, verso 68 e seguenti: [p. 21 modifica]INNO A NETTUNO 21 ’Akkà IloaeiSàcov yoii’noxos ào^ekèc; atèv KvxXcojTO? xexóXcotai, ov òcpOaXfxoi) àA,àcoaev, àvTiOeov noA,Tjq)Tmov, oov xpottog eoxi ^éytOTov nàai Kv7ik(ù7teooi. Sócoaa 8é |xiv téxe v^ficpT), $ÓQxiJvog BuyatTìQ, dXòg àrpi^yétoio ^ìéSovto?, èv ajiéaai yXatpvQolai IloaetSàcovi fxiyeiaa. Ma Nettun che la terra intorno aggira, di terribile sdegno è sempre acceso per lo Ciclope ch’ei de l’occhio ha privo, per Polifemo a nume ugual, che avanza tutti i ciclopi in gagliardia. La ninfa Toosa partorillo, a cui fu padre Forcine, un dio de l’infecondo mare, a Nettuno commista in cavi spechi. Verso 112. — «... o la telchine Alia». — Diodoro, Biblioteca, libro V, capo 13: XlcaeiScova Se (qpaalv) dvSQcoOévta èpac8f]vai Tfi5 Tc5v TeÀxivcov d88Àq)fig ’AXiag, xal pitx’9’évTa taiJTTi, YEwfjaai GvyaTéQa *Pó8ov • dcp’^g xry vfjcov àvófxaa’d^ai. «Dicono che Nettuno fatto adulto, innamorossi di Alia, sorella dei telchini, e avuto a fare seco lei, generonne una figlia chiamata Rodo, dalla quale vogliono che l’isola abbia tratto il nome». Telchini appellavansi, come è fama, gli antichissimi abitatori di Rodi. Verso 113. — «Od Amimone candida». — Una delle Danaidi. Si vedano gli scrittori di favole, e più sopra la nota seconda al verso 106. Ivi. — «... o la figlia d’Bpidanno, Melissa?». — Costantino porfirogeneta. Dei temi, libro II, tema 9: Tgijtov (’EjttSd^ivov) •dvydTTiQ MéXiaca, rc, xal xov ncoeiScovog ó AvQQdxiog. ’A(p’^q kaxi xòzioc, èv ’EjtiSdfxvo) MeXiaacóviog, ev^a IloaeiScòv a’UTfj auvfj?v,^E. «Di questi (Epidanno) fu figlia Melissa, della quale e di Nettuno nacque Dirrachio. Da essa ha tratto il suo nome un luogo di Epidanno, detto Melissonio, ove Nettuno ebbe affare con lei». Verso 116. — «... Eufemo». — Si vegga la nota prima al verso 109. [p. 22 modifica]22 I - VERSI Verso 117. — «Il tessalo Triòpe». — Partorito da Canace. Si vegga Vlnno a Cerere di Callimaco. Ivi. — «... Astaco e Rodo, Onde nome ha del sol l’isola sacra». — Possono vedersi le note ai versi no e 112. Verso 119. — «E Teseo». — Questo eroe da alcuni fu fatto figlio di Egeo, da altri di Nettuno. Veggasi Plutarco nella sua Vita, Euripide e Seneca n^gV/ppoliii, Isocrate xìqW Elogio di Elena, Diodoro nel libro IV, cap. 5, della Biblioteca, Apollodoro nel libro III, Igino nella Favola 35, Cicerone nel terzo libro Della natura degli dei, Aristide nella Orazione in lode degli Asclepiadi. At procul ingenti Neptunius agmina Theseus angustat clypeo, propriaeque exordia laudis, centum urbes umbone gerii centenaque Cretae moenia: dice Stazio nell’ultimo libro della Tebaide. Verso 119. — «... ed Alirrozio». — Euripide nel fine della Elettra-, Demostene, Contra Aristocrate-, Eschine, epistola XI,. Epoche d’Oxford; Pausania, libro I; San Massimo, prologo dei Contenti alle opere di san Dionigi Areopagita; antico comentatore di Giovenale, note alla satira IX. Ivi. — «... ed il possente Triton». — Esiodo, Teogonia^ verso 930 e seguente: ’Ex 8’ ’AjxcpiTQiTTig xal èpixTijjiov ’EwooiYaiov Tqitcov 8VQvPiT]g yéveTo iiya.q. Ma d’Anfitrite e de lo Scoti-terra alti-sonante nacque il grande Triton da l’ampia possa. Verso 120. — «Dirrachio». — È da vedere la nota seconda al verso 113. Ivi. — «... e il battaglioso Eumolpo». — Si legga appressa la nota al verso 125. [p. 23 modifica]INNO A NETTUNO 23 Verso 121. — «E Polifemo a nume ugual». — Può vedersi più sopra la nota seconda al verso 1 1 1. Verso 124. — «Polifemo de l’occhio il saggio Ulisse In Trinacria fé’ cieco». — Omero, Odissea, libro IX. Verso 125 sgg. Eumolpo spense in Attica Eretteo; ma ben vendetta tu ne prendesti, o Scoti-terra, e morto lui con un colpo del tridente, al suolo la casa ne gettasti. Igino, Favola 46, narra la cosa un po’ altramente. Ecco le sue parole: «Eumolpus Neptuni filius, Athenas venit oppugnaturus, quod patris sui terram Atticam fuisse diceret. Is victus cum exercitu, cum esset ab Atheniensibus interfectus, Neptunus, ne Jìlii sui morie Erechteus laetaretur, expostulavit ut eius filia Neptuno immolaretur. Itaque Orithyia filia cum esset immolata, ceterae, fide data, se ipsae interfecerunt: ipse Erechteus, Neptuni rogatu, fulmine est ictus». — Euripide però nello Ione è d’accordo col nostro poeta. Dice Creusa di Eretteo suo padre: nA,T]Yal TQiaCvTiQ jcovttov ocp’òwtcóXeaav Da’ colpi del marino tridente egli fu morto. ApoUodoro non designa il genere di morte onde peri Eretteo, ma dice, come Fautore di quest’inno, che Nettuno rovinò anche la sua casa. Verso 129. — «... E Marte istesso Impunemente non t’uccise il figlio Alirrozio leggiadro». — Pausania, libro I: "Ecrti 8è èv avT^ xQT|VTì jtttQ’ fi ì-i-^ovoi IloaeiScovo? jcaX8a ’AXiqqóxiov, -OvyaTÉQa "Apeco? ’AA,xin;;7tT]v alaxiJvavTa, àjto^aveXv vnò Apeco?. «Quivi ha una fonte, presso cui dicono che Marte uccidesse Alirrozio figlio di Nettuno, il quale avea violata la sua figlia Alcippe». Verso 131. — «... i numi tutti Lui concordi dannar». — Aristide, Orazione panatenaica: Aavxàvei IIooeiScov "Apei 8lhtiv [p. 24 modifica]24 I - VERSI v7t£Q xov 3tai8Ó5, xal vix^ èv anaoi xov; QeoXz • xal ttjv èjtcóvujxov ó TÓJtog (ó "Apeiog ndyoq) Xai^àei xiyv avrìiv. «Muove lite Nettuno a Marte per cagione del proprio figlio, e la vince co* voti di tutti gli dèi; e da questo avvenimento il luogo (l’Areopago) trae il suo nome». Sono da vedere però intorno a questo famosissimo giudizio, Lattanzio, libro I, cap. io, e libro V, cap. 3; Sant’Agostino, Del/a città di Dio, libro XVIII, cap. io, ed altri, fra’ quali i citati nella nota seconda al verso 119. Verso 135. — «... e neri tori». — S’immolavano tori a Nettuno, come si raccoglie anche da Omero, Iliade, libro XI, verso 727; da Pindaro, Ode Olimpica XIII, verso 98 e seguente; Pitica IV, verso 365 e seguente; Nemea VI, verso 69; e da Virgilio, Eneide, libro II, verso 201 e seguente, libro III, verso 119; e i tori erano neri, che apparisce si da questo luogo dell’inno come dal libro III, verso 6, della Odissea. Farmi da notare che in Efeso i giovani che facean da coppieri nella festa di Nettuno, eran detti TaijQoi «Tauri» ossia Tori, come vedesi in Ateneo, libro X, e in Eustazio, Cemento al ventesimo della Iliade-, e forse questa era quella chiamata TaijQEia «Taurea» che Esichio dice essersi celebrata in onore di Nettuno. Verso 136. — «In Trezene». — Città dell’Argolide, sacra a Nettuno, e però detta «posidonia», cioè«nettunia»,al rapportare di Strabene. Dice Plutarco, nella Vita di Teseo, che IToaet8cova... Tqoi^tìvioi aépovai StaqpeQÓvrcog, xal -d^eòg ovxoc, eotiv amolc, noXiovyioc,, w xal xaQjtcòv àjtaQxovxai, xal xpiaivav èjuiorifxov exovai xoxi vofxia^iatog: «quei di Trezene rendono un singolare onore a Nettuno, dio tutelare della loro città; gli offrono le primizie dei frutti, ed hanno il tridente per insegna della loro moneta». Pausania, libro II, nota lo stesso delle antiche monete dei trezenii, e dice inoltre che essi Iloaeiòcòva (aepouoi) paodéa émx^Tiaiv:«onorano Nettuno sotto il titolo di re». Ivi. — «... in Geresto». — Porto illustre e castello che PHnio chiama «città», nel promontorio dello stesso nome in Eubea. V’avea un tempio famosissimo di Nettuno ricordato da Strabone, libro X, e da Stefano il geografo, alla voce TepaiaTÓg. [p. 25 modifica]INNO A NETTUNO 25 Il comentator greco di Pindaro nelle note aW Ode Olimpica Xlll, scrive che èv E’ùpoia TepaiaTia -utcò JtdvTcov repaiaticov fty^^^^ T£p IloaeiScòvt, 8ià xòv avi^dvxa xeiH-^va Jiepl repaiatóy: «nelTEubea tutti quei di Geresto celebrano una festa in onore di Nettuno, a cagione di una procella accaduta presso Geresto». Verso 147. — «E gran fracasso s’ode e molto pianto». — Ho cercato nella traduzione di serbare, quanto era possibile, l’armonia espressiva che è nel testo. Verso 150. — «... e a l’are tue Corre ciascun, t’indrizza preghi, e molte AUor s’offrono a te vittime grate». — Senofonte, Della repubblica de’ lacedemoni: 2eiapioi5 yevo^iévov, ol AaxeòaifxóvtOL ^[iviiaav tòv jteQl Iloaeiòcòvog Jtaiàva, xal ’AyncriJtoÀtg tQ -utyreQaia ’duadfievog IloaeiSóiivi. «Sentitosi un tremuoto, i lacedemoni cantarono il peane di Nettuno, a cui nel di vegnente Agesipoli offri un sacrifìcio». Verso 153. — «... Il tuo Lucente cocchio è in Ega, nel profondo Del rumoroso pelago». — Omero, Iliade, libro XIII, verso 21 e seguenti. Verso 172. — «... altri Eliconio». — Veggansi Omero, Iliade, libro XXIII, verso 404, e i comentatori a quel luogo; Pausania, libro VII; Eustazio, Comento alla Iliade, libro II, Beozia, verso 82; V Inno a Neltuno attribuito ad Omero, verso 3, e la nota al verso 193. Ivi. — «... ed altri T’appella Suniarato». — Nettuno fu chiamato cosi, perché se gli rendeva culto particolare in Sunio, promontorio dell’Attica. Possono vedersi Aristofane ne’ Cavalieri e negli Uccelli, e il suo antico comentatore nelle note a quelle commedie. Verso 173. — «A Sparta detto Sei Natalizio». — Pausania, libro III: ToO ’O-edtQou 8è (toì) èv ty) ^jcàptri) ov jtóqqco, IloaeiSóàvoi; T8 leQÓv èati Feve’&X.iov, xal fiQóoa KXeoSaiOD toi) "YXkov, xal OipdA,oi^. «Non lungi dal teatro (di Sparta) sono il tempio di Nettuno Natalizio e i monumenti eroici di Cleodeo figlio di Ilio e di Ebaio». Verso 174. — «... ed Ippodromi© a Tebe». — Pindaro, Ode Istmica I, verso 78. [p. 26 modifica]26 I - VERSI Verso 175. — «in Atene Eretteo».— Plutarco, Vita di Licurgo; Atenagora, Ambasciata per Li cristiani, capo I; Esichio, voce ’Epex’&eijs; Apollodoro, Biblioteca, libro III, ove si legge: «erittonio». Ivi. — «... Chiamanti Elate molti altri». — Esichio, voce ’EA,dTT]g. Verso 176. — «... di Trezenio». — Veggasi più sopra la nota prima al verso 136. Verso 176. — «... o d’Istmio». — Pindaro, Ode Olimpica XIII, verso 4 e seguente. I giuochi istmici e l’Istmo medesimo» ove era un tempio di Nettuno mentovato da Pausania, libro II» erano sacri a quel dio. «In eo [Isthmó) — dice Pomponio Mela, libro lì, capo 3 — oppidum Cenchreae, fanum Neptuni, ludis, quos isthmicos vocant, celebro.CsLWimaco, neW Inno a Deh nomìndt Ceneri come luogo singolarmente sacro a Nettuno. Verso 177. — «... I tessali Petreo Diconti». — Anche Pindaro, Ode Pitica IV, verso 246, dà questo nome a Nettuno. Verso 178. — «... ed altri Onchestio». — In onore di Nettuno Onchestio celebravano i tebani una festa ricordata da Pausania, libro IX. Veggasi la nota seconda al verso 192. Ivi. — «... ed altri pure Egeo ti noma». — Virgilio, Eneide, libro III, verso 73 e seguente: Sacra mari colitur medio gratissima tellus Nereidum mairi et Neptuno Aegeo, Licofrone, verso 135, chiama Nettuno Aiyatcova, e Pindaro, Ode Nemea V, verso 68 e seguente, dice che egli soventi volte recavasi all’Istmo, Aiyà’&Ev, «da Ega». Veggansi il passo di Stazio nella nota prima al verso 192. Omero, Iliade, libro XIII, verso 20 e seguenti, e Odissea, libro V, verso 381; V Inno a Nettuno ascritto al poeta stesso, verso 3; Strabone, libro VIII e IX, e Stefano il geografo. Verso 179. — «... e Cinade». — Esichio, voce K-uvàSiig. Ivi. — «... e Fitalmio». — Il significato del nome ^wdXfAiog «Fitalmio» non è abbastanza certo. Esichio dice essere que [p. 27 modifica]INNO A NETTUNO 27 Sto un epiteto di Giove xov ^cooyóvov, cioè generatore di animali: da che potrebbe argomentarsi che questo nome non fosse diverso da quello di revé^Àiog, che io poco sopra in quest’inno ho renduto «Natalizio». Ma che cotesti siano due nomi differenti apparisce si da quest’inno medesimo, come da Plutarco, che nelle Simposiache, libro V, quistione 3, riferisce il nome «Fitalmio» non agli animali a cui appartiene l’altro «Natalizio» ma alle piante; ed è superfluo l’osservare che cputóv in effetto vale «pianta». Verso 180. — «Io dirotti Asfaleo, poiché salute tu rechi a’ naviganti». — Antico comentatore di Aristofane, note agli Acarriesi: ’AaqpdXeiog Iloaetòcòv jcapà ’A-drivaioig Tijiàrai ’iva àa<paXc5g jrXÉcociv. «A Nettuno Asfaleo rendon culto gli ateniesi, a fine di navigare alla sicura». Strabone, libro I, parla di un tempio IloaeiScovos ’AacpaXiou, «di Nettuno Asfaleo» o «As falla», alzato in certa isola da quei di Rodi. Veggansi il luogo di Snida nella nota che segue; Macrobio, Saturnali, libro I, capo 17; ed Eustazio, Comento 2i primo della Iliade^ verso 36, e al quinto, verso 334 e seguenti. ’Aocpà^eia va}e «sicurtà». Verso 192. — «Che Tenaro». — Comentator greco di Tucidide, note al libro I: Taivapov, àxpoTTJQiov Aaxcovixfjg, lepòv IloaeiScóvog. «Tenaro, promontorio di La conia e tempio di Nettuno». Aristofane, Acamesi: ’ ’O Iloaeiòcòv, éjcl TaivdQcp %z6c, Nettuno, il dio che in Tenaro s’onora. Stazio, Tebaide, libro II: Ast ubi prona dies longos super aequora fines exigit, atque ingens medio natat umbra profundo; htteriore sinu fràngentia littora curvat Taenarus, expositos non audax scandere jluctus, mie Aegeo Neptunus gurgite fessos In portum. deducit equos. Cornelio Nipote, Vita di Pausania ^ Fanum Neptuni est Taenari, quod violare nefas putant Graeci». — Pomponio Mela, [p. 28 modifica]28 I - VERSI libro II, capo 3: «/«ipso Taenaro, Neptuni templum». Questo tempio a dir di Strabone, libro Vili, era in un bosco, e per testimonianza di Pausania, libro III, somigliava una spelonca. Avanti ad esso era una statua di Nettuno, che onoravasi in quel tempio sotto il titolo di asfaleo, si come ne insegnano queste parole di Snida: Taivapov, àxQcoTTiQiov Aaxcovixfig, sv#a xai Iloaeiòcòvog lEQÒv ’Aaq)aXioD: «Tenaro, promontorio della Laconia, dove è pure un tempio di Nettuno Asfaleo». Si celebrava in Tenaro una festa ad onore di Nettuno, della quale è fatta menzione da Esichio alla voce TaivaQiag. Possono vedersi Tucidide nel libro primo, Plutarco nella Vita di Pompeo, e Stefano il geografo. Ivi. — «... e la sacra onchestia selva». — Omero, Iliade, libro II. Beozia, verso 13: ’OyxTjaTÓv %^ leQÒv IIoaei8TÌiov àyA-aèv aXaog. Ed Onchesto sacra a Nettuno luminosa selva. Dione Crisostomo, Orazione corintiaca’. ’PóSog }xèv ’HXiou, ’Oyxil^yTÒg Iloaeiòcòvog: «Rodi è sacra al sole, Onchesto a Nettuno». Onchesto era città di Beozia. Pindaro nella quarta Ode Istmica, verso 33, chiama Nettuno ’Oyy!j[Gxov otxéovxa, 4: abitatore di Onchesto». Sono da vedere anche l’ode I, verso 46; Pausania nel libro IX; Eustazio nel Comento alla Iliade, verso citato, e più sopra la nota prima al verso 178. Verso 193. — «E Micale». — Micale era un luogo della Ionia, che Erodoto, libro I, capo 148, chiama «sacro», situato incontro a Samo, nel quale, al rapportare di Diodoro, libro V, gli abitanti di sette città della Ionia si adunavano per fare grandi sacrifici di antica istituzione a Nettuno reo ’EÀixcovico, «Eliconio», come dice Strabone. Questa festa chiamavasi Ilavicóvia, cioè «ragunamento di tutti que* della Ionia», e ne fa menzione anche Eustazio, Comento alla Iliade, libro II; Beozia, verso io e 82. Ivi. — «... e Trezene ed il pinoso Istmo ed Ega e Geresto». — Si veggano le note ai versi 136, 176 e 178.