Vestire gli ignudi/Atto I
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ATTO PRIMO
La scena rappresenta lo scrittojo del romanziere Ludovico Nota. È un’ampia stanza d’affitto, con vecchi mobili scompagni, comperati di combinazione: alcuni, piú volgari, di proprietà della signora Onoria; altri, del romanziere. Nella parete di fondo, un grande scaffale di libri; in quella a destra, tra due finestre guarnite di vecchie tende ingiallite, una scrivania alta, da scrivervi in piedi, col palchetto sottostante ingombro di grossi dizionari. Nella parete a sinistra, un divano d’antica foggia ricoperto di stoffa chiara a fiorami, con merletti appuntati sulla spalliera e ai bracciuoli, forse per nascondere il sudicio; poltrone, seggiole imbottite, un tavolinetto con ninnoli: tutto nel riquadro d’un vecchio tappeto scolorito. In questa parete, presso il proscenio, è la comune. Nella parete di fondo, dopo lo scaffale, è un uscio con tenda che immette nella camera da letto del Nota. In mezzo alla stanza, una tavola ovale con libri, rassegne, giornali, portafiori, portasigarette, qualche statuetta, e, davanti a questa tavola, una greppina con molti cuscini. Appesi alle parete di sinistra e a quella di destra parecchi quadretti di scarso valore artistico, doni di pittori amici. La stanza, benché fornita di due finestre, è piuttosto cupa, quasi in penombra, per la strettezza della via e l’altezza delle case dirimpetto che la opprimono. La via, sotto, è molto rumorosa, e i rumori di essa si udranno nelle pause, ai luoghi indicati: rotolio di vetture, di carri; campanelli di biciclette; trombe d’automobili, stantuffare strepitoso di motociclette, schiocchi di frusta, fischi, suono confuso di voci, grida di qualche venditore ambulante o d’un giornalajo, baccano di qualche rissa improvvisa.
Al levarsi della tela, la scena è vuota. Le due finestre aperte lasciano entrare, per un pezzo, i rumori della via. S’apre la comune, a sinistra, ed entra col cappellino in capo Ersilia Drei, come una che non sappia dove. Indossa un abitino celeste, decente, sciupato un po’ dall’uso, da maestrina o da istitutrice. Ha poco piú di vent’anni, ed è bella, ma — cavata or ora di mano alla morte — è molto pallida e ha gli occhi come smarriti nel livido delle occhiaje. Guarda in giro la stanza, restando in piedi, in attesa di qualcuno che deve ancora entrare; accenna di sorridere mestamente a quel che vede; ma, contrariata dai rumori della via, aggrotta penosamente le ciglia. Entra alla fine, nell’atto di rimettersi nella tasca in petto il portafogli, Ludovico Nota: bell’uomo, ancora prestante benché abbia di già passato la cinquantina. Occhi acuti, lucenti, e sulle labbra ancora fresche un sorriso quasi giovanile. Freddo, riflessivo, privo affatto di quelle doti naturali che conciliano facilmente la simpatia e la confidenza, non riuscendo a simulare alcun calore d’affetto, si studia di parere almeno affabile; ma questa affabilità, che vorrebbe essere disinvolta e non è, anziché rassicurare impaccia e qualche volta sconcerta.
Ludovico. Eccomi qua! Comoda, comoda... Dio mio, queste finestre
si precipita a chiuderle
Ersilia eseguisce.
Entra dall’uscio in fondo, con sotto il braccio un fagotto di biancheria da letto da mandare al bucato e nell’altra mano una granata, la signora Onoria sui quarant’anni: tozza, goffa, ritinta e pettegola.
Onoria. Con permesso.
Ludovico (che non se l’aspetta). Oh, lei era di là?
Onoria (masticando). Ho rifatto il letto, per come mi ha lasciato scritto questa mattina nella saletta.
Ludovico (imbarazzato). Ah già.
Onoria (subito). Ma guardi che se deve servire per...
Guarda Ersilia e s’interrompe.
Ludovico. — che non è decente...
Onoria (subito inviperita). E me lo dice lei, scusi, che non è decente?
Ludovico (cercando di sorridere). Eh, mi pare! Sente lei stessa il bisogno di sbarazzarsene...
Onoria. Sissignore. Ma di «tutto», anche; non di questa roba soltanto!
Ludovico (alterandosi). Che intende dire? Sentiamo!
Onoria (tenendogli testa). Ma di codesta signorina, per esempio, che lei mi porta in casa! Se le par decente...
Ludovico. Ah, perdio! Parli con rispetto, o —
Onoria. — o che mi vuol fare? Io le voglio parlar chiaro, infine! Vado a lasciare questa roba, e torno.
Via di furia per la comune.
Ludovico (accennando di lanciarlesi dietro). Brutta pettegola arrabbiata!
Ersilia (afflitta, sbigottita, trattenendolo). No, no, per carità! Me ne lasci andare...
Ludovico. Ma nient’affatto! Quest’è casa mia, e lei resterà qua!
Onoria (rientrando subito). Sua? Che sua? Camera d’affitto, non è sua! E si ricordi che lei abita in casa di una signora per bene!
Ludovico. Chi, lei, per bene?
Onoria. Io, io, sissignore!
Ludovico. Ne sta dando una prova, difatti!
Onoria. Sissignore! Difatti! Perché non le permetto di condurmi donne in casa a dormire!
Ludovico. Lei è una villana insolente!
Onoria. Badi come parla!
Ludovico. Una villana, una villana che non discerne con chi ha da fare!
Ersilia. Sono una povera malata che esce in questo momento dall’ospedale.
Ludovico. Ma non si confonda a dare spiegazioni a costei!
Onoria. Se lei è malata...
Rumore d’un carro pesante che fa tremare i vetri delle finestre.
Ludovico. Basta, le dico! Lei non può proibirmi di cedere per qualche giorno il mio alloggio.
Onoria. Ah, no no! Lei non può! Io le camere le ho affittate a lei!
Ludovico. E se arriva una mia sorella? una mia parente?
Onoria. Se ne vanno all’albergo!
Ludovico. Ah; non sono padrone d’alloggiarla qua per qualche notte?
Onoria. Ma la signorina non è una sua parente! A chi vuol darla a intendere?
Ludovico. E che ne sa lei? Se me ne vado io a dormire all’albergo?
Onoria. Me ne dovrebbe chiedere, a ogni modo, e con garbo, il permesso.
Ludovico. Anche il permesso?
Onoria. Sissignore, e con garbo! E se sente qua tutto questo tanfo insopportabile, scusi, perché non se ne va? Magari mi lasciasse le stanze libere!
Ludovico. Gliele lascerò difatti, e subito! Intanto la prego di levarmisi dai piedi!
Onoria. Mi lascia le stanze?
Ludovico. Fra qualche giorno, sí. Alla fine del mese.
Onoria. Ah, allora va bene! Non dico piú niente.
Ludovico. E dunque, se ne vada!
Onoria. Me ne vado, me ne vado. Si figuri! Non dico piú niente.
Via per la comune.
Ludovico. Ma guarda che pettegola! Scusi tanto, signorina. Appena entrata, questa bella scena.
Ersilia. Oh niente! Mi duole piuttosto che, per causa mia...
Ludovico. No; combatto già da un anno con questa strega: legato, che so! come da un incubo da tutte queste cose lerce qua. Lei forse s’immaginava... la casa d’uno scrittore...
Ersilia. No, io niente, per me. Ma certo è triste che lei, con tanta fama...
Ludovico. Avremo per la fine del mese un quartierino quieto, su al Macao: in via Sommacampagna, tra i giardini. Andremo a visitarlo domani, insieme. E compreremo insieme la mobilia nuova; e lei si comporrà con le sue mani il suo nido...
Ersilia. Dio mio, ma per me...
Ludovico. Dovevo, no — mi dovevo levar di qua: a qualunque costo! Sa, sono... sono come uno che ha sempre da cominciare. Ma sono cosí contento d’aver avuto quest’estro, di scrivere a lei; e di cominciarla con lei, adesso, una nuova vita. — Stagno: mosche: afa. Tutt’a un tratto si rifiata: aaah! — Che cos’è? — Niente: s’è levato un po’ di vento! — La mia vita è cosí.
Ersilia. Non so proprio come ringraziarla.
Ludovico. Ecco... dovresti cominciare a dire, se mai, «ringraziarti »; ma non è il caso, perché debbo io al contrario ringraziar te d’avere accettato il poco che...
Ersilia. No, è tanto! tanto! per me è tanto!
Ludovico. Ecco, per te. Voglio dire per quello che tu lo farai diventare, questo poco che posso offrirti.
Ersilia. Ma non lo dica nemmeno!
Ludovico (con un sorriso, correggendo). «Non lo dire».
Ersilia. Bisogna che mi abitui. Sono, se sapesse, cosí mortificata!
Ludovico. Mortificata di che?
Ersilia. Ma di questa fortuna...
Ludovico. Eh via! Perché sono uno scrittore?
Ersilia. Che il racconto delle mie disgrazie, letto in un giornale, il mio atto disperato, abbiano potuto attirare la considerazione, la pietà —
Ludovico. L’interesse, l’interesse!
Ersilia. — d’un uomo come lei
correggendosi subito, con un sorriso penoso
Ludovico. Sí, mi sentii prendere, leggendo quel giornale, proprio come quando in un fatto che, cosí per caso, si viene a sapere, o ci è narrato, avvertiamo subito, che so!, per una scossa interna, per una improvvisa simpatia, d’aver trovato, senza cercarlo, il germe... il germe d’una novella, d’un romanzo —
Ersilia. — che forse lei pensò —
c. s.
Ludovico. No! Intendimi bene! Non credere che sia stato per una curiosità d’artista! Ho recato un paragone, per farti capire come m’interessai subito.
Ersilia. Ma se la mia povera vita, tanta miseria e tristezza di casi, tante sofferenze servissero almeno a questo —
Ludovico. — a farmi scrivere un romanzo?
Ersilia. Perché no? Ne sarei contenta, orgogliosa. — Tanto!
E sorridendo con una grazia che tenta d’avvivarsi, aggiunge:
Ludovico (la guarda, e poi dice): Mi fai cader le braccial
Ersilia. Perché?
Ludovico. Perché, senza volerlo, mi dici vecchio.
Ersilia (subito confusa). Io? Ma no, dico...
Ludovico. Un romanzo, cara, o si scrive o si vive. T’ho detto che mi sentii prendere tutto, ma non per scriverlo: per viverlo! Ti tendo le braccia; e tu invece di porgermi, che so!, la bocca, mi porgi la penna, perché scriva?
Ersilia. Ma è troppo presto —
Ludovico. — la bocca — capisco. — O troppo tardi?
Ersilia. No...
Ludovico (notando l’impaccio cagionato dalla sua soverchia disinvoltura). Guarda com’è diverso quello che avviene in me e quello che avviene in te. Io mi son sentito offeso, che il mio interesse ai tuoi casi potesse essere inteso da te come una curiosità di scrittore; e tu invece t’offendi... o per lo meno, via, non sei lieta, se ti dico che lo scrittore, se voleva far opera di scrittore essendo, diciamo esperto per non dire vecchio — non aveva bisogno né di farti quella profferta né di venire a prenderti adesso all’uscita dall’ospedale, perché il romanzo — io — leggendo su quel giornale i tuoi casi, l’immaginai da me, tutto, da cima a fondo.
Ersilia. Ah... come? cosí subito?
Ludovico. In un momento. Con tanta ricchezza di situazioni, di particolari... Oh, bellissimo! — l’Oriente... quella villetta vicino al mare, con quella terrazza... tu là, istitutrice... quella bambina che precipita dalla terrazza... il tuo licenziamento... il viaggio... l’arrivo qua... la triste scoperta... Tutto, tutto... — cosí, senza vederti, senza conoscerti.
Ersilia. Immaginandomi... E come, come? Cosí... come sono?
Ludovico, sorridendo, fa segno di no col dito.
c. s.
Ludovico. Perché vuoi saperlo?
Ersilia. Perché vorrei essere come tu mi hai immaginata.
Ludovico. Ma no! Perché tu mi piaci molto, molto di piú cosí. Dico, per me; non per quel romanzo.
Ersilia. Ma allora... quello che era il mio romanzo, tu l’hai fatto di un’altra?
Ludovico. Eh, per forza; di quella che avevo immaginata.
Ersilia. Molto diversa da me?
Ludovico. Un’altra.
Ersilia. Oh Dio, ma allora... non capisco, non capisco piú —
Ludovico. Che non capisci?
Ersilia. — il tuo interesse... come possa essere per me.
Ludovico. E per chi vuoi che sia?
Ersilia. Ma se io non sono quella... se i miei casi, le mie disgrazie... tutto ciò che, leggendo il giornale, t’ha interessato — dico — se non t’ha interessato per me... se l’hai visto come di un’altra che non sono io...
Resta come smarrita, sospesa.
Ludovico. Ebbene?
Ersilia. Io allora me ne posso andare.
Ludovico (ridendo e trattenendola quasi per ischerzo). Ma nient’affatto, cara! Tu, no! Se n’andrà via quella del romanzo, che non sei tu!
Ersilia (aombrata, diffidando). Come non sono io? Tu non credi, allora?
Ludovico (c. s.). Ma sí, credo, credo! — Ora però io ti voglio immaginare invece in una nuova vita: quale sarà, quale potrà essere d’ora in poi, con me. E voglio che anche tu te la immagini, quest’altra tua nuova vita, senza piú memoria di tutte le cose tristi che ti sono accadute.
Ersilia (con un sorriso di pena). E allora non quella... non questa — ancora un’altra?
Ludovico. Un’altra, già, per come puoi essere.
Ersilia (voltandosi, meravigliata). Io?
Scotendo il capo, e con un atto appena appena delle mani, che tiene sulle ginocchia:
Ludovico. Eh via! Come niente?
Ersilia. Niente... mai...
Ludovico. Ma se sei, scusa!
Ersilia. Che sono?
Ludovico. Ma prima di tutto una bella ragazza.
Ersilia (con tristezza, stringendosi nelle spalle). Che bella, no. E poi, se non ho saputo approfittarne...
Ludovico. Eh, quando non si sa: è vero. Può anche venire in mente, per disperazione... all’ultimo, prima di prendere un’estrema risoluzione, là, buttarsi allo sbaraglio...
Ersilia (fosca, voltandosi a guardarlo). Oh Dio... che dice?
Ludovico. No no — dico perché l’immaginai, l’immaginai di«quella»... nel romanzo. Con la disperazione di non sapere piú come fare... verso sera... guardandosi allo specchio tetro dell’alberguccio... una risoluzione improvvisa: tentazione da folle... Senza piú nulla, o con qualche lira appena nella borsetta... e l’albergatore che voleva pagato il conto...
Ersilia (sbalordita, con terrore e con ansia). Ma tutto questo non era scritto nel giornale?
Ludovico. No, l’imma’...
S’interrompe, sorpreso, e subito le domanda, chinandosi su lei:
Ersilia (nascondendo il volto tra le mani e tremando dall’onta e dal ribrezzo). Sí...
Ludovico (quasi tra sé, in fretta, compiaciuto). Ah, guarda... guarda com’ho intuíto giusto!
Poi di nuovo, addolorato, ansioso:
Ersilia (c. s.). Sí... sí...
Ludovico (c. s.). E fu... cosí, con uno della strada? con uno... con uno qualunque che passava?
Ersilia (senza scoprir lafaccia). E... e dopo... non saper come fare, dopo...
Ludovico (subito). Come fare a chiedere?
E poiché Ersilia non risponde, risponde lui, come se lo sapesse:
Ersilia scoppia in singhiozzi.
Fa per abbracciarla, per confortarla.
Ersilia (alzandosi, avvilita, mortificata). Mi lasci... Me ne lasci andare adesso...
Ludovico. Come! Che dici? Perché?
Ersilia. Ora che sa questo...
Ludovico. Ma se già lo sapevo! lo sapevo!
Ersilia. Come lo sapeva?
Ludovico. Perché me l’ero immaginato! Non hai visto? Intuíto perfettamente... È cosí giusto!
Ersilia. Ma io ho tanta vergogna...
Scoppia a questo punto un frastuono improvviso e violento giú nella via. Come per un investimento. Fracasso di carri, baccano, grida minacciose, grida d’imprecazione, fischi, bestemmie.
Ludovico. Ma no, che ver...
S’interrompe, per volgersi verso le finestre.
Ersilia. Gridano... Forse qualche disgrazia...
Il baccano cresce. Si grida: «Ajuto! Ajuto!» Entra a precipizio, spaventata, la signora Onoria.
Onoria. Hanno investito un povero vecchio, un povero vecchio; schiacciato contro il muro! Qua sotto le finestre!
Corre ad aprire una delle finestre. Ludovico ed Ersilia si affacciano all’altra.
Come le finestre sono aperte, il baccano della via invade la scena per qualche minuto. Un’automobile e una carrozza si sono scontrate: l’automobile, sterzando, ha schiacciato contro il muro un vecchio che non ha fatto in tempo a scansarlo. Il vecchio è moribondo, o già morto: è sollevato da tanti, tra la confusione, le grida: cacciato in una vettura, che parte di corsa per l’ospedale. La scena esterna risulterà evidente attraverso le grida confuse e scomposte della folla, tra le quali, dopo un grande urlo e le prime acutissime esclamazioni: — «Ah! ah! Dio! Dio! Ajuto! Ajuto!» possono emerger queste: «Poveretto!» «Schiacciato!» — «Da’ addietro!» — «Ecco che scappа!» — «È scappato!» — «No! No! Afferralo! Afferralo!» — «È morto!» — «È un vecchio!» — «Correte! Correte!» — «Tenetelo!» — «Schiacciato!» — «È morto!» — «Но sterzato! Ho sterzato!» — «No, lui: m’è venuto addosso!» — «Non è vero!» — «È stato lui! lui!» — «In galera!» — «Fucilarli!» — «Largo! largo!» — «No, no! Non è morto!» — «Uh, poveretto!» — «Corri, corri!» — «Alla Consolazione!» — «Meglio a S. Giacomo!» — «Il cappello, oh!, il cappello!» — «Povero vecchio!» — «Assassini! assassini!» — Sulla scena l’agitazione della folla sottostante si ripercuote nelle mosse e nelle esclamazioni dei tre affacciati.
Onoria. È morto... è morto... Oh poveretto... Uh, tenetelo, tenetelo... Voleva scappare... Che faccia! E si difende, oh!... L’ha schiacciato come una ranocchia!
Ersilia (allontanandosi con orrore dalla finestra). Dio, che spettacolo, che spettacolo!
Ludovico (richiudendo la finestra). Sarà qualche povero vecchio impiegato. Signora Onoria, chiuda, chiuda, perdio!
Onoria. Se lo sono portato! Sarà morto!
Ludovico. Se non è morto, non arriverà all’ospedale.
Onoria. Vado giú, vado giú a domandare! Che disgrazia! Che disgrazia!
Via in fretta per la comune.
Ludovico. Per un budello cosí lercio, che nei giorni di pioggia non si sa piú come camminarci, un traffico indiavolato di carrozze, di carri, d’automobili. E ci fanno anche il mercato! Hanno il coraggio di farci anche il mercato!
Ersilia (dopo una pausa, con gli occhi fissi, impauriti). La strada... Che orrore!
Ludovico. E che scuola per chi scrive! Si libera degli impedimenti volgari, l’immaginazione. Come se si campasse sulle nuvole! Ma la strada c’è, con la gente che vi passa, i rumori della vita; la vita degli altri, estranea ma presente, che frastorna, interrompe, intralcia, contraria, deforma... Noi vogliamo stare insieme, comporre insieme una bella favola? Sí, e supponi che fossi stato io, per caso, giú nella strada, investito. Che staresti a fare piú qua, tu? Ma già t’avvenne d’avere interrotta la vita cosí, da un caso imprevisto; la caduta di quella bambina dalla terrazza.
Pausa.
Ersilia (assorta, tentennando lievemente il capo). Servire... obbedire... non potere esser niente... Un abito di servizio, sciupato, che ogni sera si appende al muro, a un chiodo. Dio, — che cosa spaventosa, non sentirsi piú pensata da nessuno! Nella strada... — Vidi la mia vita, non so, col senso che non esistesse piú, come sognata... con le cose che mi stavano attorno, le rare persone che passavano per quel giar— dino di mezzogiorno, gli alberi... quei sedili... — e non volli, non volli esser piú niente...
Ludovico. Ah no — questo — vedi? — questo non è vero.
Ersilia. Come non è vero? Mi volli uccidere!
Ludovico. Già! Ma creando tutto un romanzo —
Ersilia (di nuovo aombrata). Come, creando? Credi che abbia inventato?
Ludovico. No no; dico in me, che lo creasti in me, inconsapevolmente, raccontando i tuoi casi.
Ersilia. Quando mi raccolsero in quel giardino —
Ludovico. sí; e poi all’ospedale. Scusa, come non volesti essere piú niente, se fosti la pietà di quanti lessero codesti tuoi casi in quel giornale? Tu non sai la commozione che si diffuse in tutta la città alla narrazione di essi, l’interesse che suscitasti. Ne hai una prova in me!
Ersilia (con ansia che nasce da quella diffidenza). E ce l’hai ancora?
Ludovico. Che cosa?
Ersilia. Quel giornale! Vorrei leggerlo, vorrei leggerlo. Ce l’hai ancora?
Ludovico. Credo, sí. Devo averlo conservato.
Ersilia. Cercalo, cercalo! Fammelo vedere!
Ludovico. Ma no! Perché vuoi tornare adesso a turbarti?
Ersilia. Fammelo vedere, per piacere! Voglio leggere, voglio leggere quello che scrissero.
Ludovico. Ma quello stesso che dicesti tu, suppongo.
Ersilia. Non ricordo piú bene quello che dissi in quel momento, capirai! — Voglio vedere. Cercalo!
Ludovico. Chi sa dove l’avrò messo! Col mio disordine... Lascia. Poi lo cercheremo insieme.
Ersilia. Raccontava tutto, a lungo?
Ludovico. Uh, piú di tre colonne di cronaca. D’estate, capirai, i giornalisti — càpita un caso come il tuo — una bazza: riempiono il giornale.
Ersilia. E di lui, di lui, che dicevano?
Ludovico. Mah, che ti aveva ingannata.
Ersilia. No, dico di... di quell’altro!
Ludovico. Del console?
Ersilia (vivamente contrariata). Diceva il console?
Ludovico. Il nostro console a Smirne.
Ersilia (c. s.). Oh Dio mio, anche il nome della città? M’avevano promesso di non dirlo!
Ludovico. Oh sí! I giornalisti...
Ersilia. Ma che bisogno ce n’era? Il fatto restava tal quale anche senza la determinazione del luogo e della qualità delle persone. Ma che dicevano?
Ludovico. Che dopo la caduta della bambina dalla terrazza —
Ersilia (coprendosi il volto con le mani). Povera piccina mia! Povera piccina!
Ludovico. — s’era dimostrato d’una crudeltà feroce.
Ersilia. Non lui! La moglie, la moglie!
Ludovico. Anche lui, dicevano.
Ersilia. Ma no! La moglie... — Dio mio!
Ludovico. Perché gelosa di te. — Eh, me l’immagino! — Un gendarme —
Ersilia. No! Che! Piccola — magra ruvida gialla — un limone!
Ludovico. Oh guarda! Io... Ma sai come la vedo viva: cosí, alta, nera, con le ciglia giunte: potrei dipingerla!
Ersilia. Ma tu vedi tutto il contrario! Chi sa come allora vedevi anche me! No no: è invece come ti dico io.
Ludovico. Già, ma è che a me, veramente, serviva un donnone, perché vedo la bambina gracile gracile.
Ersilia. Ma che gracile! Oh Dio, la mia Mimmetta!
Ludovico. Io Titti difatti la chiamavo.
Ersilia. Ma che Titti, Mimmetta! Mimmetta! Un fiore, ti dico. Traballava tutta su quelle gambottole rosee! A ogni passino le sobbalzavano perfino le guance e tutte quelle boccole d’oro! Voleva bene a me, a me soltanto!
Ludovico. E anche di questo, naturalmente, lei sarà stata gelosa.
Ersilia. Eh, altro! Di questo soprattutto! E fu lei, sai? lei, quando venne quell’altro, in crociera —
Ludovico. — il tenente di vascello?
Ersilia. — sí; lei, lei a crearmi attorno, quella notte — apposta — l’incanto che mi doveva perdere; là, sola, in quel giardino, come inebbriata, con quelle palme, gli odori... quegli odori...
Ludovico. È bella, è bella, perché sa cosí di mare, di sole, di notte orientale, la tua storia!
Ersilia. Se non l’avessi sofferta —
Ludovico. — con quella strega: me l’immagino! — Ma è la perfidia, capisci, di chi non ha mai goduto, e sa che il godimento apparecchiato insidiosamente a un’altra sarà presto scontato col piú amaro disinganno... — Bellissimo!
Ersilia. L’avessi vista... — Materna! — Perché lui aveva formalmente chiesto la mia mano a lei e al console, a cui ero affidata. — Uh, tutte le larghezze! — E poi, quando lui partí... Dio, come si fa a cambiare tutt’a un tratto, da cosí a cosí? — Una vessazione che non ti dico; niente piú che le andasse bene: avvilirmi minuto per minuto. E alla fine, incolpata della disgrazia —
Ludovico. — mentre era stata lei a mandarti fuori di casa per non so che servizio!
Ersilia (subito voltandosi impressionata e contrariata). Chi l’ha detto?
Ludovico. Era scritto nel giornale.
Ersilia. Anche questo?
Ludovico. L’avrai detto tu....
Ersilia. Ma no... io non ricordo... non credo...
Ludovico. Possibile che l’abbia immaginato io, allora? O l’avrà forse inventato il giornalista per colorir meglio la crudeltà di quel licenziamento su due piedi, senza neanche volerti pagare il viaggio di ritorno. Questo è vero!
Ersilia. Questo sí! questo sí!
Ludovico. Quasi avessi dovuto tu, invece, pagar loro la figlia!
Ersilia. E me ne minacciò, difatti; sí: me ne avrebbe accusato come d’un delitto, se non avesse temuto che sarebbero venute fuori certe cose —
Ludovico. — sul conto di lei? — Ah, dunque vedi che è vero?
Ersilia (turbata). No... non voglio dire... non voglio dire... Mi dispiace anzi, se hanno stampato che fu lei a mandarmi fuori. Non vorrei pensare piú a nulla, adesso, di quanto avvenne là. Penso al viaggio, a quello che soffersi. Sono sicura che se ne venne con me, su quel piroscafo, la bambina morta, per non restare là coi suoi cattivi genitori. Ho questa impressione: che la perdetti, quando scesi dall’albergo, quella sera.
Ludovico. Ma appena arrivata qua, scusa, non andasti a cercar di lui?
Ersilia. Dove? Non sapevo l’indirizzo. Gli scrivevo fermo in posta. Andai al Ministero della Marina. Mi dissero che non era piú in servizio.
Ludovico. Ma dovevi rintracciarlo, perché ti desse conto dell’inganno, del delitto, perdio, che aveva commesso!
Ersilia. Non mi son saputa mai far valere.
Ludovico. T’aveva promesso di sposarti!
Ersilia. M’avvilii. — Come mi dissero ch’era alla vigilia del matrimonio, l’impressione di questo tradimento, cosí crudo, inaspettato, fu tanta, che — m’avvilii. Non avevo piú neanche due lire nella borsetta; e... andare come una mendicante...
Si porta il fazzoletto agli occhi. Poi, fissando il vuoto:
Ludovico. Via, via, via! Non bisogna piú pensare a codeste cose, adesso! Su, animo!
Ersilia (dopo una pausa, con un sorriso mestissimo). Sí, ma almeno almeno fammi esser «quella»!
Ludovico. Quella, chi?
Ersilia. Quella che tu immaginasti. Dio mio, se fui, almeno una volta, qualche cosa, per come tu hai detto, voglio essere io, nel tuo romanzo; io «questa», come sono! Mi pare un tradimento, scusa, che tu ci debba vedere un’altra.
Ludovico (ridendo). Oh, bella! Come un’appropriazione indebita, ti pare?
Ersilia. Ma sí, dei miei casi, della mia vita; io che non volli piú viverla; io che ne soffrii fino alla disperazione, scusa, ho diritto, mi pare, di vivere almeno nel racconto che tu ne farai che sarà bello, oh bello come quell’altro tuo romanzo che ho letto... — aspetta... com’è intitolato?... ah, «L’Esclusa», ecco, «L’Esclusa».
Ludovico. «L’Esclusa»? Eh no, carina: sbagli. «L’Esclusa» non è un romanzo mio.
Ersilia (restando). Non è tuo?
Ludovico. No.
Ersilia. Oh guarda! Mi pareva...
Ludovico. È di Pirandello: scrittore, che io anzi particolarmente non posso soffrire.
Ersilia (mortificata, si copre il volto con una mano). Oh Dio...
Ludovico. Ma no, ma no! Non te ne curare. Avrai confuso.
Ersilia (con la mano ancora sul volto si mette a piangere).
Ludovico. Ma dici sul serio? Ne piangi? Eh via! Che vuoi che me ne importi, se hai sbagliato, attribuendomi un brutto romanzo che non ho scritto?
Ersilia. No... è che... tutto è cosí nella mia vita... Non mi... non mi riesce mai nulla...
Si sente picchiare alla comune.
Ludovico. Chi è? Avanti.
Entra la signora Onoria tutta miele, goffamente intenerita.
Onoria. Permesso?
Cerca con gli occhi Ersilia.
Resta, e batte le mani pietosamente vedendola nell’atto di asciugarsi gli occhi.
Ludovico (stupito, non comprendendo quel cambiamento improvviso). Che cos’è?
Onoria. Ma me lo poteva dire, santo Dio, che la signorina era quella del giornale! La signorina Drei, Ersilia Drei, non è vero? Oh poverina, poverina! Sono tanto contenta, sa? che lei sia guarita, e che sia qua.
Ludovico. Come l’ha saputo, lei? scusi?
Onoria. Oh, bella, e non ho letto il giornale?
Ludovico. No, dico, che sia lei, come l’ha saputo?
Onoria. Ah, perché è venuto — guardi
gli porge un biglietto da visita
Ludovico. Qua?
Ersilia (turbata, di scatto). Il giornalista?
Ludovico. E che cosa vuole da me?
Onoria. Dice che ha da domandare spiegazioni urgenti alla signorina.
Ersilia (c. s.). Spiegazioni?
Ludovico. Ma basta, ormai, perdio!
Ersilia (smarrendosi sempre piú nel turbamento). Che spiegazioni?
Ludovico. E chi gli ha detto poi che la signorina si trovava qua?
Onoria. Io non lo so.
Ersilia (subito, a Ludovico). Neanch’io! Non sapevo neppure, quando parlai con lui, che sarei venuta qua... da lei...
Ludovico (quasi tra sé). Ah, ho capito! ho capito! Sarà stato quel chiacchierone...
A Ersilia:
Ersilia. Ma no... io non so... che spiegazioni debbo dargli?
Ludovico. Vado io a sentire.
Esce per la comune.
Onoria. Oh povera figliuola, se sapesse che pianto, che pianto ho fatto leggendo nel giornale tutta la sua storia!
Ersilia (con grande ambascia, senza darle ascolto, guardando verso l’uscio). Ma che vorranno, adesso?
Onoria (confusa). Ma, forse... chi sa...
Ersilia (disperandosi). Oh Dio, io non posso piú reggere a nessuna sorpresa.
Onoria. Si sente male?
Ersilia. Ma sí, tanto! Qua...
Accenna la bocca dello stomaco.
Smania e geme:
Scatta d’improvviso e viene su dalla via il suono sguajato d’un organetto.
Onoria. Si slacci, si slacci...
Ersilia. No, no...
Urtata, offesa dal suono dell’organetto:
Onoria. Sí, subito!
Caccia in tasca la mano per prendere il portamonete.
Corre alla finestra; l’apre; chiama giú il sonatore ambulante, gli fa segno che se ne vada; ma quello seguita a sonare; e allora lei, buttandogli una manciata di soldi, gli grida:
Ci sono malati!
E ripete il gesto: «Andate via!». Il suono s’interrompe a un tratto. Ella chiude la finestra e ritorna a Ersilia:
Ersilia. No... E come? Bisogna che mi tenga su... Ho tanta paura che neanche questo duri...
Onoria. Che cosa?
Ersilia. Sono cosí disperata, se sapesse... cosí disperata... Non mi posso reggere... Questa fascetta — ah
se la stira
Si sente dalla comune la voce di Ludovico che invita qualcuno a entrare.
Ludovico. No no, avanti; passi.
Entra il giornalista Alfredo Cantavalle, seguito da Ludovico Nota. Il Cantavalle è un giovanottone napoletano che vorrebbe essere elegante, tanto che porta perfino il monocolo, e Dio sa con quanto stento. Buon figliuolo. Fronte bassa e molti capelli, ma ancora come di ragazzaccio di scuola; viso lungo e grasso e rubicondo; grosse gambe di forma feminea su cui i calzoni pigliano subito il grinzo.
Cantavalle. Permesso? Oh, cara signorina mia: mi riconoscete?
Ludovico (presentandolo). Il giornalista Alfredo Cantavalle.
Ersilia. Sí, ricordo.
Cantavalle. M’ha riconosciuto!
Notando la signora Onoria:
Ludovico. No. È la padrona di casa.
Cantavalle. Ah, piacere!
S’inchina.
Ludovico. Sí, d’un povero vecchio.
Onoria. Proprio qua sotto le finestre! Che spavento!
Cantavalle. È morto.
Onoria. Ah, è morto? è morto?
Cantavalle. Sissignora. Prima d’arrivare all’ospedale.
Onoria. E chi era? chi era?
Cantavalle. Ancora non si sa.
Rivolgendosi a Ersilia:
A Ludovico:
Rivolgendosi di nuovo a Ersilia:
Ersilia. Sí, è stata veramente per me una fortuna.
Ludovico. Lasciamo andare, lasciamo andare!
Cantavalle. No, Maestro! Per tante ragioni! Una fortuna, perché possiamo avere adesso la vostra testimonianza. Vi par poco? Ora vi dirò... Se posso parlare qua davanti alla signora...
Accenna alla signora Onoria.
Onoria (contrariata). Mi ritiro, ma... badi che la signorina in questo momento...
Ludovico. Ti senti male?
Onoria. Si sente molto male!
Ludovico. Che ti senti?
Ersilia. Non so... non so: sudo freddo. Ho qui una smania...
Onoria. Ma venga, dia ascolto a me; venga con me di là...
Accenna all’uscio in fondo.
Ersilia. No, no...
Onoria. Ma sí, si metterà a letto...
Ludovico. Vai, vai, se ti senti cosí male.
Onoria. Si slaccerà, a letto...
Ersilia. No, grazie: mi lasci stare. Posso, posso resistere per ora.
Cantavalle. Le conseguenze del veleno, si sa! Ma vedrà che, adesso, con le cure —
Ludovico. — e la tranquillità!
Onoria. Io sono a sua disposizione, figliuola mia: si serva di me, come vuole... Se ha bisogno, mi chiami.
Ersilia. Sí, grazie, signora.
Onoria. E allora mi ritiro...
Cantavalle. Riverisco, signora.
Onoria (piano, andandosene, a Ludovico). Non la facciano parlare! Un po’ di considerazione! Non vedono che faccia ha, povera creatura?
Via per la comune. Ludovico si reca a chiudere l’uscio.
Cantavalle. Sono dolente del disturbo...
Ludovico (seccato). Vi prego, caro Cantavalle, di far presto!
Cantavalle. Due minuti, due minuti, caro Maestro!
Ludovico. Ma insomma, si può sapere che diavolo vuole ancora codesto signor console?
Ersilia (sbalordita, atterrita). Il console?
Ludovico. Lui, lui, già.
A Cantavalle:
Ersilia (c. s.). Ma che forse è qua?
Cantavalle. Qua, sí: è venuto jeri a far l’ira di Dio al giornale, signorina mia!
Ersilia (tra sé, disperandosi). Oh Dio... oh Dio...
Ludovico. E di che cosa vuole una smentita?
Cantavalle. Ma di tutto, dice.
Ersilia (a Cantavalle). Vede, vede il male che io non volevo, e che lei m’aveva promesso di non fare?
Cantavalle. Io? Male? Che male?
Ersilia. Ma sí, di stampare il nome della città, la qualità delle persone!
Ludovico. Ah, dunque una smentita generale? E come sarebbe?
Cantavalle. Perdonatemi, Maestro, rispondo alla signorina: — Il nome, signorina mia — nome come nome — io veramente non l’ho stampato.
Ludovico. Ma avete fatto benissimo a smascherare —
Cantavalle. — no; io ho detto: «Il nostro console a Smirne ». Che volete che sappia il pubblico che legge, chi sia questo nostro console a Smirne? Non lo sapevo neanche io; come non lo so neanche adesso. Tutto mi potevo figurare, tranne che mi dovesse jeri piombare come un fulmine in redazione!
Ersilia (di nuovo tra sé disperandosi). Dio mio... Dio mio...
Ludovico. Ma è dunque venuto a Roma per questo?
Cantavalle. Non per questo, no! è venuto per la disgrazia della figliuola (che noi abbiamo raccontato) — e perché la moglie, dice, è come impazzita. Non si può piú vedere, là, dove avvenne la disgrazia, dice — e si capisce!
Ersilia. Sí, lo diceva, lo diceva...
Cantavalle. Per chiedere un trasferimento, insomma, mi spiego? Ha letto il giornale:
si bacia la punta delle dita
Ludovico. Ma perché?
Cantavalle. Come, perché? Ha una posizione ufficiale delicatissima da difendere, voi capite: console! Minaccia una querela al giornale, per diffamazione.
Ludovico. Una querela? Ma che diceva il giornale, infine, di lui?
Cantavalle. Un sacco di bugie, sostiene, a suo danno!
Ludovico. Bugie?
Ersilia. Io non so ancora che cosa lei abbia scritto su lui, sulla moglie, su quella disgrazia.
Cantavalle. Vi posso giurare, signorina mia, che ho scritto fedelmente quello che m’avete detto voi, né piú né meno. Col calore, sí, della commozione che ho provato, ma senza alterare d’un punto né i dati né i fatti. Potete vederlo voi stessa, del resto, leggendo il giornale.
Ludovico (che s’è recato a frugare tra le carte della scrivania). Devo averlo... devo averlo...
Cantavalle. Non ve ne curate, Maestro, ve lo manderò io.
A Ersilia:
Ersilia (balzando in piedi, con uno scatto convulso d’ira e d’indignazione, dice quasi a denti stretti): Ma non ha nulla da reclamare, nulla da minacciare, lui!
Cantavalle. E tanto meglio, allora! tanto meglio!
Ersilia (subito abbattendosi sulla greppina). Ah Dio... Come mi sento male... come mi sento male!
Presa da un pianto fitto, improvviso, scatta rabbrividendo di tratto in tratto come in brevi nitriti, che pajono anche risa, e infine s’abbandona priva di sensi.
Ludovico (correndo a lei, premuroso, col Cantavalle, a sostenerla, a confortarla). Ersilia, Ersilia! No!
Cantavalle (c. s.). Signorina! Ma no! Per carità! State tranquilla!
Ludovico. Che hai? No! Non piangere cosí!
Cantavalle. Non ce n’è ragione, signorina!
Ludovico. Oh Dio, sviene! Chiami, chiami la signora!
Cantavalle (correndo alla comune). Signora! Signora!
Ludovico (gridando). Signora Onoria!
Cantavalle. Signora Onoria! Signora Onoria! Esce.
Ludovico. No, no, Ersilia! Dio mio! Sii buona, sii buona... Non è nulla!
Rientra Cantavalle con la signora Onoria che reca in mano una fialetta di acqua antisterica.
Onoria. Eccomi! Eccomi! Oh, povera figliuola! Le reggano la testa. Ecco, cosí! Povera figliuola!
Le fa annusare l’acqua antisterica.
Cantavalle. Ecco, ecco che rinviene!
Ludovico. Bisogna portarla di là, a letto!
Onoria. Aspetti, aspetti!
Ludovico. Ersilia!
Onoria. Su, su, figliuola mia! Ecco che è passato tutto! Su!
Ludovico. Su, su, coraggio, Ersilia!
Cantavalle. Non è niente, non è niente, signorina!
Ersilia (con voce quasi allegra, di stupore bambinesco). Oh Dio, sono caduta?
Ludovico. No, perché? Ma ci hai fatto prendere uno spavento!
Ersilia. Non sono caduta?
Ludovico. Ti dico di no!
Onoria. Provi, provi se può levarsi in piedi!
Ludovico. Ecco, sí: piano piano!
Ersilia. Perché? — M’è parso di cadere... Come se tutt’a un tratto, non so, fossi diventata di piombo...
Guarda anche il Cantavalle, ma subito, appena lo vede, ne ha come un terrore nervoso e balza in piedi.
Vacilla, è per cadere; subito Ludovico e la signora Onoria la sorreggono.
Ludovico. Ma no, via, Ersilia, che cos’è?
Ersilia (si ripara, convulsa, dalla vista del Cantavalle e tenta di fuggire). Via! Via! Via!
Onoria (c. s.). Sí, via, andiamo di là...
La conduce con Ludovico verso l’uscio in fondo.
Ludovico. Sul letto, sí! Ecco, ti sorreggiamo noi...
Onoria. Piano! piano! E io starò con lei... Si stenderà...
Ludovico. Un po’ di riposo... e tutto sarà finito...
Ersilia. Non posso vedere... non posso sentire piú nulla...
Onoria (davanti all’uscio, a Ludovico). Lei resti qua, resti qua! Ci bado io!
Via con Ersilia per l’uscio in fondo.
Ludovico. Mi pare che si potrebbe finire di tormentare questa disgraziata!
Cantavalle. Non lo dite a me, che sono tanto addolorato, caro Maestro! Ma questo è niente! C’è purtroppo un altro guajo, che la signorina ancora non sa!
Ludovico. Un altro guajo?
Cantavalle. Eh sí! È meglio che ve ne avverta. È venuto a dirlo in redazione lui stesso, il console.
Ludovico. Ma mandatelo al diavolo!
Cantavalle. Aspettate! Non me ne dovrei vantare, ma colossale, Maestro mio, è stato veramente colossale l’effetto del mio «pezzo». Pare che la fidanzata del giovanotto, indignata dall’inganno fatto qua alla signorina, abbia mandato a monte il matrimonio, capite?
Ludovico. Ah sí?
Cantavalle. Colossale, come effetto! Tanto piú che, scoperto l’altarino, non solo l’indignazione della fidanzata, ma pare abbia fatto nascere anche il rimorso in lui, nel giovanotto, capite? Per la commozione generale del suicidio come l’ho raccontato io! Ha perduto la testa!
Ludovico. Quel tenente di vascello?
Cantavalle. Lui. Si chiama... aspettate... mi pare, Laspiga. Totalmente la testa! È venuto a dircelo il console.
Ludovico. E come lo sa, lui?
Cantavalle. Ma perché pare che sia andato a trovarlo al Ministero degli Esteri il padre della promessa sposa, che gliel’ha detto.
Ludovico. Ah, è un bellissimo imbroglio!
Cantavalle. Già! Anche per voi, Maestro, che vi ci trovate in mezzo.
Ludovico. Io?
Cantavalle. E io, come no? eh! Mi ci trovo in mezzo pure io, minacciato d’una querela...
Ludovico. Ma questo padre della fidanzata?
Cantavalle. Fa il diavolo a quattro! Perché la figlia, sí, sulle prime s’è indignata; ma poi — capirete alla vigilia delle nozze pianti, convulsioni, disperazione — uno scombussolamento... Siccome il console conobbe questo Laspiga là a Smirne, ed ebbe là la signorina come istitutrice —
Ludovico. è andato a chiedere informazioni a lui?
Cantavalle. Pare!
Ludovico. E figuriamoci come gliel’avrà date! La incolpano anche della morte della bambina!
A questo punto, dalla comune rimasta aperta si precipita in iscena esagitato, sconvolto, col pallore e il tremore di chi non dorme da tante notti e ha quasi perduto la testa, Franco Laspiga. Ha ventisette anni, è biondo, alto, smilzo, veste con eleganza.
Franco. Permesso? — Scusino! — Ersilia? Dov’è? dov’è? È qua? Dov’è?
Ludovico (sorpreso col Cantavalle dall’irruzione improvvisa). Ma come? Chi è lei?
Franco. Sono Franco Laspiga. Quello, per cui...
Cantavalle. Ah! Il signor Laspiga! Eccolo qua!
Ludovico. Qua anche lei?
Franco. Sono stato all’ospedale: era uscita! Sono corso al giornale, dove ho saputo...
S’interrompe per rivolgersi a Cantavalle.
Cantavalle. No! Io? Eccolo!
Franco. Ah, è lei?
Ludovico (seccatissimo). Io. Ma perdio, com’è? Lo sanno tutti, allora?
Cantavalle. Eh, Maestro, voi vi scordate chi siete!
Ludovico (con stizza, alzando le braccia). Ma fatemi il piacere!
Cantavalle. Il vostro gesto ha fatto chiasso!
Franco (stordito, confuso). Che gesto? Dio mio, mi dicano! Non è dunque qua?
Ludovico (quasi inveendo contro Cantavalle). Non mi sono mica inteso di metterla in piazza, io, e di mettermi in piazza con lei!
Cantavalle. Ma no! Che dite?
Ludovico (furioso). Dico che mi sono seccato di tutto questo chiasso!
A Franco:
Franco. Ah, è qua? E dove? dove?
Ludovico. Sono andato a prenderla io all’uscita dall’ospedale. Non sapeva dove andare e le ho offerto ricetto in casa mia; pronto questa sera ad andarmene a dormire all’albergo.
Franco. Io le sono grato...
Ludovico (scoppiando, al colmo della stizza). Perché m’è grato? Perché non sono piú un giovanotto? Per questo m’è grato! Finiamola! Che cosa vuole lei qua?
Franco (subito, con foga). Io? Riparare, signore, riparare! gettarmi ai suoi piedi, farmi perdonare!
Cantavalle. Alla buon’ora! Bravo! Questo è da galantuomo!
Ludovico. Avrebbe potuto pensarci prima, mi pare!
Franco. Ha ragione, sí, non pensavo... avevo voluto, voluto scordarmene... Ho passato giorni... Ma dov’è? Di là? Me la lascino vedere!
Ludovico. Ma non vorrei che in questo momento...
Franco. No; mi lasci parlare con lei, per carità!
Cantavalle. Sarebbe forse meglio prevenirla.
Ludovico. È a letto.
Cantavalle. Perché forse, la gioja...
Franco. Ma sta ancora male? Sta ancora male?
Ludovico. È svenuta, poco fa.
Cantavalle. E l’emozione, capirete, potrebbe...
Franco (farneticando). Non pensavo, non credevo che quel sogno... Dio mio, questa fine... — D’un colpo, attraverso la mia vita... Me l’ha spezzata... Tutte quelle grida di giornalai... Mi sono sentito come afferrare e gettare a terra... Grida, grida... La mia fidanzata, il padre di lei, la madre... Anche per la scala, gli inquilini... Corsi subito subito all’ospedale... Non me la lasciarono vedere... Che male, che male ho fatto a tutti! Vedo che tutto il mondo è pieno del male che ho fatto. Me ne sento schiacciare. Debbo riparare, debbo riparare!
Cantavalle. Ma sí, sí, bravo! Non ci vuol altro! È la soluzione migliore, e io ne sono felice, Maestro! Felice!
Viene fuori a questo punto dall’uscio in fondo con le mani per aria la signora Onoria facendo cenno di tacere. Subito richiude l’uscio e si fa avanti.
Onoria. Zitti! Zitti, per carità, ché ha sentito tutto!
Franco. Che ci sono qua io?
Onoria. Appunto, sí, e trema tutta, si contorce! Minaccia di buttarsi dalla finestra, se lei entra!
Franco. Come! Perché? Non mi perdona?
Cantavalle (contemporaneamente). Ma come! Anzi... dovrebbe...
Onoria. No! È un angelo! Dice che non vuole!
Ludovico. Che cosa non vuole?
Onoria (a Franco). Dice che lei deve ritornare dalla sua fidanzata!
Franco (subito, forte, reciso). No! È finito! È finito tutto con quella!
Onoria. Non vuole che adesso per lei sia fatto male a un’altra ragazza!
Franco. Ma no! A chi? Se è lei, lei, adesso, la mia fidanzata!
Onoria. Non vuole piú saperne!
Franco. Ma se sono venuto qua per farmi perdonare, per compensarla di tutto il male che le ho fatto!
Onoria. Per carità, parli piano! Non si faccia sentire!
Franco (a Ludovico). Vada, vada lei a dirglielo! A persuaderla!
Ludovico. Ma sí, è la riparazione giusta!
Franco. Le dica che non pensi piú a nulla; che io sono qua per lei; che il mio dovere prima di tutto è verso di lei; e che non faccia nulla, per carità, contro questa fortuna di poter riparare a tempo! Vada, vada!
Ludovico entra nella camera in fondo.
Onoria (ostinata). Lo fa per quell’altra!
Franco (di scatto, con irritazione). Ma se già è sconcluso tutto con quella! Tutto finito!
Onoria. Non vuole! non vuole!
Franco. Ma come non vuole? Io ormai non posso piú tornare indietro! Per me, per me stesso non posso! Perché tutto, ora, m’è rivenuto avanti.
Cantavalle. Il passato! Eh già! La rievocazione!
Franco. Una cosa che, Dio mio, non so come, mi pareva tanto lontana, tanto lontana! Come sognata! Tanto che, non so, come se non fosse stata vera quella notte lí, quella promessa... — le promesse che si fanno, perché... sí, perché allora si devono fare —
Cantavalle. E poi passa tutto...
Franco (seguitando con foga). — credetti, credetti di non dover piú farmene scrupolo; e che lo potessi, nonostante le lettere che ricevevo da lei e che distruggevo come cose non serie. È incredibile, incredibile come abbia potuto mentire, mentire a me stesso; fare quello che ho fatto — mentre per lei la mia promessa valeva, era tutto vero, vero, e non quasi un sogno, come già per me! Tanto vero che, arrivata qua, il mio tradimento — adesso lo capisco — è stato, è stato per lei come per me, che l’ho toccata fra tutte quelle grida d’un colpo, la durezza della realtà che riviene d’un tratto avanti, e schianta, annienta!
Rientra Ludovico, serio, turbato, risoluto.
Ludovico. Niente. No. Per il momento non è possibile.
Franco. Come non è possibile? Ma che dice? che dice?
Ludovico. Mi ha promesso che la vedrà domani.
Franco. Oh Dio, ma io questa notte impazzisco! No!
Ludovico. Non è possibile, le dico! In questo momento non è possibile!
Franco. Non dormo da tre notti! Me le lascino dire almeno una parola, per carità!
Ludovico (fermo, quasi con durezza). Inutile insistere!
Attenuando:
Franco. Ma perché?
Ludovico. La lasci riflettere questa notte. Io le ho parlato; le ho detto...
Franco. Ma perché non vuole? Se dice per quell’altra, è tutto finito! Ma scusi, se ha voluto uccidersi per me, perché non vuole?
Ludovico (perdendo la pazienza). Vorrà! Vorrà! Ma aspetti, santo Dio, che si calmi!
Cantavalle. E si calmi anche lei!
Franco. Non posso... non posso...
Ludovico (rabbonendosi di nuovo). Dia ascolto a me! Io ho fiducia che domani si persuaderà!
Alla signora Onoria:
Onoria (accorrendo). Sí, sí, eccomi, eccomi... Ma accendano, non ci si vede piú!
Via per l’uscio in fondo. Ludovico gira la chiavetta della luce.
Ludovico. Noi intanto andiamo via.
Franco. Ma non debbo neanche vederla?
Ludovico. Domattina la vedrà, le parlerà. Ci sarò anch’io Adesso andiamo!
Gli fa cenno d’avviarsi per uscire.
Cantavalle. Vedrà che per forza riconoscerà che è la soluzione migliore.
Ludovico (avviandosi anche lui). Per adesso bisogna lasciarla tranquilla: soffre, si dibatte... Venga, venga.
Franco (davanti alla comune). Ma io credevo che, anzi, con la mia venuta...
Ludovico (a Cantavalle, spingendolo a uscire). Avanti, avanti.
Cantavalle. Grazie, Maestro.
Esce.
Ludovico (a Franco c. s.). Passi. — La sua venuta, anzi...
Via, con Franco, richiudendo dall’esterno la comune. La scena rimane per un momento vuota. Si sentono i rumori della via. Poi l’uscio in fondo s’apre, ed entra agitatissima nell’atto di riagganciarsi ancora il busto Ersilia, seguita dalla signora Onoria. La scena seguente va recitata con estrema concitazione.
Ersilia. No, no, voglio andarmene, voglio andarmene!
Onoria. Ma dove, dove vuole andarsene?
Ersilia. Non lo so! Andarmene!
Onoria. È una pazzia!
Ersilia. Sparire, sparire! Giú per la strada! Non lo sol
Prende il cappellino per rimetterselo.
Onoria (trattenendola). No, no; io non glielo lascerò fare!
Ersilia. Mi lasci, mi lasci! Non voglio piú restare qua!
Onoria. Ma perché?
Ersilia. Perché non voglio piú sentire, non voglio piú vedere nessuno!
Onoria. E vuol dire che domani lei non lo vedrà!
Ersilia. No, no, nessuno! Mi lasci andare, per carità.
Onoria. Nessuno! nessuno! Lo dirò io al signor Nota! Non dubiti!
Ersilia. Che colpa ho io se mi hanno salvata?
Onoria. Lei, colpa? Ma che dice, colpa?
Ersilia. M’accusano! m’accusano!
Onoria. No! Chi l’accusa?
Ersilia. Tutti, tutti! Non ha sentito?
Onoria. Ma no! Se è venuto per farsi perdonare!
Ersilia. Che perdonare! Ho parlato di lui, perché credevo di dover morire! Ora basta, ora basta!
Onoria. E va bene! Basta! Lei lo dirà domani al signor Nota...
Ersilia. Volevo restare qua in pace...
Onoria. E perché non può restare, se vuole?
Ersilia. Perché vedrà che lo faranno seccare, stancare!
Onoria. Il signor Nota?
Ersilia. L’ha detto!
Onoria. No, non credo! Ha un po’ la testa per aria; ma è buono, vedrà che è buono in fondo, il signor Nota.
Ersilia. Ma c’è quell’altro... quell’altro...
Onoria. Chi?
Ersilia. Quell’altro, ch’io non volevo neanche nominare! Ha già minacciato una querela al giornale!
Onoria. Il console?
Ersilia. Lui! Non mi lascerà piú in pace;
Di nuovo, insorgendo, disperata:
Onoria. Ma no! Si calmi, Dio mio! Ci penserà il signor Nota a tenerlo a posto, quest’altro! Che vuole che le faccia, infine, dopo il modo con cui l’ha trattata? Si calmi, via; si calmi...
Ersilia s’abbatte, sfinita, su una seggiola.
Ersilia (disperatamente). È vero, è vero... Oh Dio, come devo fare?
Onoria. Ritorni a letto, sia buona! Le porterò qualche ristoro. Poi riposerà tranquilla...
Ersilia (piano, timida, voltandosi a lei per una di quelle intime confidenze sottintese che si fanno tra loro le donne). Ma lei capisce che... che sono cosí come m’ha veduta, e...
Onoria. E...?
Ersilia. Non ho nulla... nulla, con me... Avevo all’albergo, dov’ero scesa, una valigina: non so che ne sia piú. L’avranno sequestrata.
Onoria. Penseremo domani a ritirarla. Non si dia pena. Manderò, o andrò io stessa.
Ersilia (c. s.). Già, ma ora... ora sono nuda.
Onoria (subito, amorevole e premurosa). Ma penserò io, penserò io atutto! Lei vada a letto, che ci sono qua io! Vada, vada, che io torno subito; faccio presto...
Via per la comune.
Ersilia resta un po’ seduta, si guarda intorno come smarrita, poi reclina il capo da un lato, disperatamente stanca. Ma respira male; si passa una mano sulla fronte ghiaccia; ha paura di sentirsi di nuovo mancare; si alza; va ad aprire una finestra. I rumori della via, col sopravvenire della sera, si sono prima diradati, poi son quasi cessati del tutto. Una frotta di giovinastri passa, schiamazzando; uno canta sguajatamente una canzonetta sentimentale: “Mimosa”; ma il canto a un tratto si spezza tra sghignazzate e urla. Ersilia che è tornata a sedere presso la tavola, aspetta che la frotta di quei giovinastri s’allontani e che i rumori sguajati giú cessino; e dice con gli occhi sbarrati, quasi senza voce:
Ersilia. La strada...
TELA