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Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo I

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Capitolo I

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Introduzione Capitolo II

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CAPITOLO I.

visita al vesuvio nel tempo di una

sua eruzione.


Insensibilità dei Napoletani per le mediocri, e picciole eruzioni di questo Vulcano. Fenomeni che vi osserva l'Autore quando giunge a Napoli. Grandinate di sassi infocati, e fumi acido-sulfurei, che gli vietano l'accostarsi da presso al suo cratere. Stranezza di un fenomeno relativo alle grandinate. Sua spiegazione. Torrente di lava già rappigliatasi sopra terra nel sito, donde prima era scaturita. Osservazioni fatte in un ramo di questa lava tuttavia moventesi dentro di una caverna. Progetto di misurare la quantità del calorico delle Lave correnti. Altre osservazioni sul medesimo torrente, che a qualche distanza dalla sua scaturigine esce liquido di sotterra. Curiosa cataratta che forma nel suo viaggio. Lunghezza, e larghezza [p. 2 modifica]di questo torrente, e sua fine. Fenomeni di questa eruzione confrontati con quelli di altre anteriori vesuviane eruzioni. Erronea opinione di alcuni, che le Lave correnti non abbiano liquidità, ma mollezza soltanto, paragonabile a quella di una pasta intrisa d'acqua. Componenti di questa lava. Osservazioni sopra una lava del Vesuvio corsa nel 1785. Prove che i sorli, e i feldspati delle lave esistevano innanzi nelle rocce primordiali.

Allorchè li 24. Luglio del 1788. io giunsi a Napoli, sebbene questo Vulcano non fosse in uno stato d'inazione, pure i suoi accendimenti non movevano la curiosità de' Napoletani, i quali per la contratta abitudine di averlo sempre dinanzi agli occhi, non sogliono mettersi in voglia di visitarlo, se non se nelle grandi, e rovinose eruzioni. Vedevasi egli allora continuamente fumicare di giorno, e dagli elevati fumi generavasi un bianco nuvolo, che copriva il sommo del Monte, e che da' venti di nord-est spinto, e assottigliato stendevasi in larghe [p. 3 modifica]fila sino all'Isola di Capri. Di notte si rendevano cospicue a riprese le fiamme, senza però che da quella Metropoli si udisse il suono di alcuna sotterranea detonazione. Nell'ore altresì notturne foscamente rosseggiava al sud del cratere un breve tratto di suolo, che dagl'iniziati nelle cose vulcaniche di quel Paese dicevasi essere un principio di lava corrente. Recato mi sarei senza dilazione sul luogo, se eglino consigliato non mi avessero a differirne la visita, facendomi credere per la pratica cognizione che hanno della loro ardente Montagna, che quella eruzione, che al mio arrivo colà era picciolissima, dopo qualche tempo si sarebbe estesa molto di più. E la dilazione secondò le mie brame, che eran quelle di vedere se non se nelle maggiori sue furie il Vesuvio, qualche almeno non ordinaria sua commozione; il che avvenne al restituirmi dalla Sicilia a Napoli ne' primi di Novembre, giacchè allora per una rottura apertasi di fianco nel Monte, usciva un profluvio di lave, che copriva buon tratto di via, e che sotto l'aspetto di una rosseggiante fascia cominciai a vedere al di là di Capri, innanzi che [p. 4 modifica]apparisse il giorno. Il perchè senza indugio li 4. dello stesso mese inoltrai i miei passi a quel Vulcano, pernottando al Romitaggio del Salvatore, due miglia distante dalla sommità dell'infocata Montagna. Più ore innanzi di coricarmi, furono da me impiegate nell'osservarla colla maggiore attenzione, e l'occasione non poteva essere più propizia, per non risplender la luna, nè trovarsi il cielo da nubi offuscato. Quivi adunque si rendevano visibilissimi i suoi getti, in apparenza di una rossa fiamma, che ascendendo allargavasi, e durava pochi secondi, poi dispariva. I getti erano a riprese diseguali, succedendosi l'uno all'altro dopo un tempo più, e meno lungo, senza che però gl'intervalli di riposo oltrepassassero mai cinque minuti primi. Sorto dal letto quattr'ore prima del giorno proseguj il cammino alla volta dell'incendio, da cui, conforme abbiam detto, interpolatamente si sollevavano le fiamme, ma pel maggiore accostamento più vivaci apparivano e più amplificate; ed ogni getto era susseguito da detonazione più o meno forte, proporzionata cioè alla quantità del getto medesimo: [p. 5 modifica]circostanza, che per l'allontanamento non era stata prima dal mio orecchio avvertita, e che mi si rendeva più sensibile ancora, via via che più mi accostava alla bocca del Vulcano. Solamente quando a volo di uccello vi era lontano di un mezzo miglio, gli ardenti getti non precedevano che d'un momento le detonazioni. Lo che si accorda colle leggi della propagazione della luce, e del suono. Ma in tanta vicinità non più all'occhio manifestavansi sole fiamme, ma ad esse era frammischiato un nembo di pietre infiammate, che nelle maggiori cacciate venivano spinte a grande altezza, indi piombate sul declive della Montagna, facevano schizzare una quantità di vivaci scintille, e rotolavano per buon tratto all'ingiù, fino a giungere a poca distanza da' miei piedi. Le quali pietre in seguito da me esaminate, non eran che brani di lava, che rassodatisi nell'aria, acquistata avevano forma globosa. Quelle grandini di lava erano dunque un impedimento per non avvicinarmi di più alla vulcanica fornace. Pure non perdetti ogni speranza, lusingatone dalla seguente osservazione. Le grandinate non erano [p. 6 modifica]verticali, ma tutte alcun poco piegavano all'ouest; mi recai adunque all'est del Vesuvio, dove in effetto non cadevan le pietre, ancorchè avvicinato mi fossi di più alle fauci dell'incendio; ma un vento dall'ouest improvvisamente sopraggiunto, mi strinse con mio dolore ad abbandonare l'impresa. Posciachè ove prima il fumo prorompente dal cratere si sollevava dirittamente, e formava una elevata colonna, l'impeto del vento insorto lo spinse all'opposta parte, la quale in pochi istanti come da foltissima nebbia ne rimase coperta, e però trovandomi inaspettatamente avvolto nel fumo che abbondava di sulfurei vapori dovetti in fretta abbandonare quel luogo, e trasferirmi più basso, dove non sofferiva cotesto incomodo. Privo del sospirato piacere di appressarmi maggiormente agli orli del vesuviano cratere per espiarne più da vicino le infiammazioni, per quanto almeno mi si poteva dalla prudenza accordare, non mi mancarono altri oggetti istruttivi, senza dipartirmi da quella Montagna. Ma prima di tesserne la narrazione, diciamo di un curioso, e inaspettato avvenimento. [p. 7 modifica] Più sopra si è ragionato delle detonazioni, che accompagnavano le grandinate. Ora è necessario l'aggiungere, che non evvi costanza nel fatto. Passato essendo io in quel luogo più basso del Monte, quivi le detonazioni erano sensibilissime, e mettevano quel romore, che fa sentire una poderosa mina, che scoppj. Quando ecco, non senza mio stupore, che cessano improvvisamente le detonazioni, non ostante che seguitino a giuocare vigorosamente le grandinate. Ne contai 18., senza l'accompagnamento del più picciolo strepito. La diciannovesima grandinata, quantunque non superiore alle altre, fu seguita dalla sua detonazione. Così avvenne di altre undici: sebbene in appresso si ebbero altre grandinate in silenzio; e queste anomalie furon di nuovo replicatamente notate; di modo che le detonazioni mi parvero più presto accidentali, che necessariamente connesse con le esplosioni. Mi confermai in questo sentimento coll'autorità dell'illustre mio Amico Abbate Fortis, che in seguito dissemi in Napoli di avere egli pure talvolta nel Vesuvio osservata cosiffatta incostanza. [p. 8 modifica]

La bizzarria del fenomeno, ch'io non so essere stata notata da alcuno di que' molti, che del Vesuvio hanno scritto, non sembra a prima giunta combinabile con la causa fisica delle esplosioni. Il fuoco essendo di per se inefficace a produrle, conviene ricorrere a un fluido elastico sprigionantesi dalla liquida lava, ed in alto impellente una porzione di essa; il che sembra non potersi intendere senza detonazione. Riflettendovi però sopra, crederei di non fallire dicendo, che tale accordo avrà luogo dentro a certi limiti solamente. Ove il fluido elastico scoppj improvvisamente contro la lava, sembra non potere ciò farsi senza romore. Ma quantunque volte agisca con qualche lentezza, nullo, o poco sarà il romore, non ostante che l'ejezione sia forte. Così se l'aria atmosferica sia imprigionata fra due turaccioli di stoppa dentro di un tubo, e l'uno di essi venga subitamente con forza sospinto verso dell'altro, quest'ultimo sarà con romore cacciato a qualche distanza; ma uscirà senza strepito, o almeno con pochissimo, se l'embolo impellente accosti con qualche lentezza il primo turacciolo all'altro. Così [p. 9 modifica] l'aria stivata nello schioppetto pneumatico, siccome per la interposta valvola mette qualche morula innanzi di urtar la palla, questa è bensì cacciata con violentissimo empito, ma senza che ne nasca vero fragore.

Per le cose fin quì ragionate non vuolsi però argomentare, che quelle grandini vulcaniche da me notate senza strepito, fossero onninamente sorde. E' anzi verisimile, che non andasser disgiunte da detonazione, fattasi però per la qualche distanza a' miei orecchi insensibile.

Abbiam già detto, che la liquida lava erasi aperta la via dal sommo cratere non già, ma da un fianco della Montagna. Ecco però le osservazioni che sopra vi feci. Tra il sud e l'est a mezzo miglio dal cratere sorgevano da una pendice 60. e più fumajuoli, l'uno de' quali aveva il diametro di 9. piedi circa, e sboccava da una caverna poco profonda, e il suolo donde sollevavansi i fumajuoli, tinto era in giallo dal muriato ammoniacale, ed era compreso dal calorico in guisa, che anche a qualche distanza non vi reggeva il piede che per pochi secondi. E' troppo chiaro, che la [p. 10 modifica]cagione de' fumajuoli, e di un tanto calorico proveniva da un medesimo fonte, voglio dire dal sotterraneo incendio che a quella parte comunicava, e che per le crepature esalava que' moltiplici fumi.

Pochi passi al di là di questo sito manifestavasi l'apertura per dove tre mesi prima sgorgò la lava, siccome attestommi la guida; ma al mio arrivo colà più non esciva, che anzi la sua corrente ivi acquistato aveva la saldezza della pietra. Bensì a qualche cinquanta passi più basso nella medesima direzione al sud si vedeva correre la lava dentro una buca, senza che però traboccasse dai lati. Poi in luogo inferiore ancora, a due miglia circa dal sommo cratere del Vesuvio, scaturiva di sotterra la lava, formando all'aria aperta una lunga corrente. Ma prima di dire di essa egli è d'uopo fermare alquanto la penna nel descrivere i fenomeni troppo curiosi della lava moventesi dentro alla buca anzidetta. Questa si accostava alla figura ovale: il suo giro era di 23. piedi, le pareti quasi verticali erano alte piedi 4.½, e vedevasi incavata nella lava già indurita di questa ultima eruzione. Scorreva [p. 11 modifica]adunque dentro a questa grotticella l'infuocata lava, che ne riempiva tutto il fondo, con movimento dal nord al sud. Da lei del continuo sollevavasi un'ondata di fumo, che riverberando la luce della lava arroventata, creava nell'aria un rosseggiante splendore, che di notte feriva la vista a notabil distanza. Ma questo fumo medesimo siccome ingombro di esalazioni acido-sulfuree, era per me un ostacolo a rimirare la liquida lava, ogni qualvolta per la quiete dell'aria esso andava verticalmente all'insù. Se non che di tanto in tanto insorgeva qualche soffio di vento, che da un lato torceva l'ondata fumosa, e allora trasferitomi all'opposta parte, poteva senza disturbi intraprendere le mie indagazioni. In que' favorevoli intervalli fattomi adunque chino su quella buca, tali erano le apparenze della picciola corrente, le quali fedelmente quì riferisco. Per essere la distanza tra l'estremità inferiore del mio corpo, e la lava di soli cinque piedi, veemente ne era il calorico che mandava, non però insoffribile, sì veramente che di tempo in tempo me ne allontanassi alcun poco. Fluiva, come ho detto, lungo quella [p. 12 modifica]fossa dal nord al sud, poi nascondevasi dentro alla scavata lava indurita. La sua superficie aveva il rosso di bracia, senza però la menoma apparenza di fiamma. Non avrei saputo meglio paragonarla, che al bronzo fuso dentro una fornace. Detta superficie quà e là era coperta di candente schiuma: e a volta a volta generavansi su lei più tumori, che un momento appresso dirompevano con sensibil romore. Talora altresì sollevavasi la lava in piccioli ed umili getti o zampilli, che un istante appresso ricadevano, tornando ivi ad appianarsi la lava.

La somma mia vicinanza a quella fusa materia, da prima contemplata nelle tenebre della notte, poi nella viva luce del giorno, rimoveva dalle mie osservazioni ogni ombra di equivoco o abbagliamento. E questa vicinanza stessa mi fornì l'opportunità di discendere a qualche sperimentale tentativo. Fui vago di lasciar cadere su l'andante lava qualche corpo pesante; e la circostanza del luogo non mi permise il valermi che di pezzi di lave, che attorniavano quella caverna, ivi non essendo materia d'altro genere. Nell'atto che i pezzi urtavano [p. 13 modifica]la fluente lava, mettevano quel sordo suono, che avrebbero fatto sentire percuotendo la terra molle. Nel tempo stesso formavano nella lava un incavo, per cui vi si seppellivano per un terzo circa del loro volume, e in tale stato eran rapiti dalla corrente. Altrettanto accadeva, usando pezzi maggiori, ed anche con forza cacciandoli all'ingiù, se non che allora i generati incavi si facevano più profondi.

Da questo esperimento venni a lume della velocità della lava, certo essendo che la sua misura era la stessa, che quella del sasso da lei trasportato. In mezzo minuto adunque di tempo faceva il viaggio di piedi 10.½. Si moveva adunque con grande lentezza. Nè era punto a stupire, leggerissima essendone la pendenza. Vedremo più sotto, che i pezzi di lava ch'io sperimentava, erano probabilmente della qualità stessa di quella, che fluiva: onde su le prime io stentava a capire, come non s'immergessero del tutto dentro di lei, notissimo essendo che i corpi dallo stato di fluidità passando all'altro di solidità, diventano più compatti; ma un momento di [p. 14 modifica]riflessione mi convinse che il fatto non dovea procedere diversamente. I solidi pezzi di lava, ch'io gettava là dentro, erano pieni zeppi di vani, i quali non potevano aver luogo nella lava liquida, o almeno non dovevano essere sì numerosi. Quella adunque doveva essere più leggiera di questa. L'altra ragione che rileva anche più, è desunta dalla tenace liquidità della lava, che osta alla piena immersione della lava solida, ancorchè questa specificamente fosse più grave. Così per somigliante cagione ho veduto, che facendo cadere anche con qualche forza un solido globo di vetro dentro una massa liquida del medesimo, non vi rimane totalmente immerso, ma sopra in parte vi nuota.

In un altro esperimento di gran lunga più importante io mi sarei volentieri esercitato, ma non mi fu conceduto l'intraprenderlo, per non aver meco gli idonei strumenti, giacchè non mi sarebbe mai caduto in pensiere di abbattermi a un luogo, dove sì davvicino, e con tanta evidenza veduto avessi la lava fluire. Consisteva questo nel tentar di scoprire il grado di calorico, che aveva la [p. 15 modifica]lava corrente, e tale esperimento era comodissimo il farlo dentro a quella grotta. Siccome poi le mie circostanze non mi permisero una seconda visita al Vesuvio, e d'altronde questi sfendimenti che diano ricetto alle lave fluenti non sono rari nelle eruzioni vulcaniche, mi farò lecito il proporre que' saggi, che avrei tentati io stesso, se fossi stato fornito de' necessarj mezzi; su la lusinga che all'offerirsi qualche altra analoga circostanza possano forse recarsi ad effetto da taluno de' pochi Naturalisti di Napoli, cui stanno a cuore le vesuviane osservazioni.

Primamente adunque su la lava di quella cavernuzza posto avrei due qualità di corpi, altri infiammabili, altri fusibili, obbligandoli per via di acconci ingegni a restar fissi nel medesimo luogo; notando puntualmente il tempo richiesto per l'accensione dei primi, e la liquidità dei secondi. Indi gli uni, e gli altri soggettati gli avrei al fuoco nostrale, finchè ottenuto ne avessi i medesimi effetti, marcando i divarj nel tempo tra il fuoco vulcanico, e il nostro. Così conseguito avrei un termine di confronto, [p. 16 modifica]utile per la proposta ricerca. Ma un saggio più istruttivo, e di maggior precisione era quello di valersi del termometro del Sig. Wedgewood, il cui uso esser poteva il seguente[1]. Ad esplorare il calorico superficiale di quella lava, vi si poteva fare cader sopra uno o due dei noti cilindri di allumina, chiusi dentro la loro picciola muffola fatta della medesima terra, affidata ad una catena di ferro, acciocchè dalla corrente non venisse via rapita, e sottratta all'osservazione. E di là dopo molte ore levati i cilindri, il loro accorciamento stato sarebbe la misura del calorico provato da essi, e conseguentemente dalla lava superficiale, su cui riposavano.

Ma di questo sol tentativo stato non sarei appien soddisfatto. Col ministero dello stesso termometro avrei anche voluto esplorare il calorico interno di quella lava, proccurando d'immergervi dentro alcuni di que' cilindri imprigionati in un cavo globo di ferro di molta crassizie, appeso ad una catena dello [p. 17 modifica]stesso metallo. L'infusibilità del ferro nelle comunali nostre fornaci mi pareva mallevadrice, che quel globo dovesse tener forte contro gli ardori della liquefatta lava. E se mai fosse avvenuto il contrario, la sua liquefazione tenuto avrebbe luogo di termometro, e questa sarebbe stata una bella dimostrazione del veementissimo di lei calorico.

Non ignoro, che da queste misure non potevasi prender norma precisa pel calorico dell'altre lave, dovendo questo necessariamente variare in ragione della maggiore e minore profondità della lava fluente, dell'avvicinamento e allontanamento all'incendio, e della diversa qualità delle lave. Pure questa sarebbe sempre stata una scoperta rilevantissima, nè saprei abbastanza esprimere il rincrescimento ch'io provai di non avere potuto farla io stesso.

Quì però poteva cadere il dubbio, se quel globo di ferro fosse stato valevole ad aprirsi la strada attraverso la lava, per la troppa sua tenacità alla superficie. Il qual dubbio pareva però non dovesse attendersi, se i pezzi di lava porosa prodigiosamente più leggieri di [p. 18 modifica]tal metallo, si profondavano nella liquida lava fino ad un terzo del loro volume. E quando anche non avesse potuto fendere quello strato superficiale, che pel toccamento dell'aria esser doveva men liquido, si poteva rompere per altra via, e quindi subito immergere il globo immediatamente nella liquidissima lava.

Io non dissimulo, che questi, ed altrettali cimenti sono fastidiosi, incomodi, e diciamo anche rischiosi. Ma quale si è quel tentativo scevero da' disagi, e da ogni timor di pericoli, che possa intraprendersi su i Monti gettanti fuoco? E chi ama agiatamente sperimentare, e senza incomodi, lo consiglierei di non visitare Vulcani.

Ma è tempo di proseguire la narrazione delle vedute cose in quella vesuviana eruttazione. Quantunque la lava escita fosse di sotterra da foro piuttosto angusto, erasi però di molto amplificata nello scendere per il pendìo del Monte, e formato aveva subalterni torrentelli, ma per lo spazio d'un miglio dal sito donde era sboccata, acquistato aveva superficialmente solidità lapidea. Volli scorrere cotesto spazio, malgrado le [p. 19 modifica]difficoltà di andarvi sopra, sì per essere tutto composto di picciole sconnesse scorie, su cui con fermezza non poteva il piede appoggiarsi; sì pel grande calorico, che tuttora esalava, molesto in guisa alle piante, che fui stretto a cangiarmi le scarpe, sendo le prime rimaste logore, e mezzo arse. Oltre due altre grotte alla descritta consimili, ed oltre a più fori infuocati, dentro cui mirando, liquefatta appariva la lava, come fuso apparisce il vetro in una fornace, che arda a tutto potere: si scorgevano mirabilmente in quel tratto gli andamenti delle lave già corse, ed or rappigliate. Qua rimanevano i canali, per dove fluito avevano, ma vuoti: là ritenevano avanzi di lave, ed altrove ne eran ripieni. Talun di loro somigliava un tubo cilindrico, e tale altro aveva forma parallelepipeda. Tutti poi cotesti canali, dentro a' quali colate eran le lave, avevano la direzione al sud. Non era mestieri di molta attenzione, per accorgersi, che sotto quelle lave solide, su cui camminava, correvan le fluide. L'orecchio lo ammoniva subito dal picciolo, ma distinto suono che udivasi sottovia. [p. 20 modifica]

Una viva immagine di quanto quì accenno può esser tratta dall'acque placidamente correnti nel verno in certi fossati dell'Italia settentrionale. In questi, ove rigida sia la stagione, rappigliasi l'acqua da prima superficialmente alle sponde, poi nel mezzo, creando una crosta di ghiaccio, la quale di notte in notte va crescendo in grossezza: intanto il fluido acqueo, se abbia molta profondità, seguita a correr di sotto, ampliandosi però sempre più la crassizie del ghiaccio, capace dopo molti giorni di sostenere uomini, e pesi maggiori. Se adunque allora vi si fermi sopra, e si stia con le orecchie tese in ascolta, odesi il romore dell'acque sottoccorrenti; come io più volte l'ho sperimentato ne' contorni di Pavia, dove lentamente si fa correr l'acqua, acciocchè nel tempo invernale rappresa e indurata dal freddo, servir possa nella calda stagione ad uso delle ghiacciaje. E cotal romore l'ho trovato per nulla diverso da quello della lava vesuviana, che moveva di sotto alla lava solida, siccome eccitato da analoghe cagioni, vuol dire dagli urti negli obici, che tra via incontra questo doppio [p. 21 modifica]nere di fluenti materie. E la cagione del congelamento in entrambe è la stessa, cioè la privazione, o a dir meglio la diminuzion del calorico.

Proseguendo il cammino al sud per la scesa del Monte, giunsi in fine dove sopra terra correva la lava. Ne' siti più larghi aveva di fronte 22. piedi, e 18. ne' più angusti, e la lunghezza del torrente era di due miglia, o in quel torno. Volendo confrontar questa lava con altre del Vesuvio, descritte da diligenti Osservatori, le quali preso han di cammino le cinque, e le sei miglia, con proporzionata larghezza, e con molteplici subalterne diramazioni, ella grandemente ne perde. Pure considerata in se stessa, e singolarmente da uno, ne' cui occhi non sieno mai entrate a stamparsi simili immagini, non può non sorprendere, e potentemente non iscuotere l'anima. Viaggiando negli Svizzeri grande, nol niego, fu l'impressione fatta sopra di me dalle ghiacciaje, dal vedere nel cuor della state immense montagne di ghiaccio, e di nevi sopra immense montagne di pietre, tremando dal freddo su quelle punte agghiacciate, avvolto nella mia pelliccia, [p. 22 modifica]quando nelle vicine basse pianure languiva pel soverchio calore. Ma di molto fu più forte e più vivo l'effetto ch'io provai alla vista di quella lava corrente, somigliante allora a un fiume di fuoco. Ella rompeva da una buca incavata nella lava rappresa, con la tendenza al sud. Per trenta o quaranta passi dal sito, donde scaturiva, aveva color rosso, meno acceso però che quello della lava, che correva dentro alle nominate caverne. Per tutto questo tratto la sua superficie si gonfiava in tumori, che al momento nascevano, e al momento struggevansi. E potei accostarmivi a dieci piedi: il calore però ch'io provava era assai forte, e quasi insoffribile quando l'aria commossa, e attraversante la lava, veniva spinta alla volta di me. Sopra lanciativi dei brani di lava dura e compatta, lasciavan di se un leggerissimo incavato vestigio: il suono nella percossa quasi emulava quello d'un sasso che urti contro d'un altro, e que' soprannuotanti pezzi seguivan poscia il movimento della corrente. Ella da principio discendeva per un piano inclinato, che con l'orizzonte formava un angolo di 45. gradi [p. 23 modifica]all'incirca, e ad ogni minuto era il suo viaggio di 18. piedi. Ma al di là dei trenta, o quaranta passi dalla sua scaturigine la superficie della lava perduti que' tumori, non manifestava, che grosse lastre similmente di lava, di un rosso sommamente smorto, le quali di frequente insieme cozzando mettevano un confuso romore, e venivano insieme condotte dalla sottostante corrente.

Mirando tutto ciò con attenzione, conobbi donde veniva questa diversità di apparenze. La lava come era escita di sotterra, cominciava per l'impressione dell'aria fredda, a perdere della sua liquidezza; quindi assai poco cedeva all'urto de' corpi solidi; la perdita da principio non era però tale, che le togliesse il superficialmente fluire. Ma questo in seguito veniva meno per l'accresciuto induramento; e allora la lava superficiale pel diseguale restringimento delle parti si divideva in lastroni, che sarebbero restati immobili, se dalla sottocorrente materia tuttavia liquida, per non andare esposta al tocco immediato dell'aria, non fossero stati via con lei trasportati, nel modo che l'acqua viva d'un canale [p. 24 modifica]seco porta nuotanti lastre di ghiaccio.

Più oltre poi proseguendo il cammino la corrente rimanea seppellita, oltre ai lastroni, da una moltitudine di scorie, e tutto questo tumultuario aggregato di galleggianti era rapito dalla sottoposta fluente lava verso la china con velocità diseguale. Era picciola questa velocità, se poco era il pendìo e considerabile se questo divenia grande. Una volta per dieci, o dodici piedi si faceva sì ripido, che pochissimo si allontanava dal perpendicolo. La lava dunque ivi giunta formar dovea una cataratta: la formava effettivamente, e la veduta esser non poteva più dilettosa. Come adunque veniva sotto a mancarle il piano, piombava al basso, formando un grossissimo velo d'un rosso sommamente pallido, che con istrepito urtava nel piano inferiore, sul quale raccoltasi la lava, riproduceva il torrente di prima. Mi accorsi pure che quando l'alveo era angusto si accresceva la rapidità sua, siccome diminuiva, quando era capace. Osservai però, che a mano a mano, che più si allontanava dalla sorgente, il moto progressivo si [p. 25 modifica]rallentava di più: e la ragione era troppo manifesta, posciachè restando del continuo la corrente esposta alla fredda atmosfera, doveva pur del continuo perdere una porzione del suo calorico, e conseguentemente di sua liquidità.

Finalmente la lava dopo l'aver corso due miglia circa a fior di terra, scendendo sempre sulla pendenza della Montagna, arrestavasi, formando come un picciol lago ma solido, almeno alla superficie. Quivi la rossezza ignea era svanita. Solamente qualche dugento piedi più alto cominciava ad apparire, e tanto si vedeva men debole, quanto più la lava appressavasi all'apertura, donde scaturiva. Per tutto essa poi da cima a fondo sorgeva un numero infinito di fumi putenti di solfo, diversi de' quali si vedevano anche ai lati, dove la lava cessato aveva di correre, ma restava però penetrata da considerabil calorico.

Dopo l'avere scritto queste mie osservazioni sopra l'eruttata lava del Vesuvio, considerata dalla sua origine fino al suo termine, le quali io feci in compagnia del Sig. Dottor Comi Abruzzese, Giovane nelle scienze fisiche, e mediche [p. 26 modifica]d'alte speranze, ebbi talento di legger le Storie d'altre anteriori eruzioni vesuviane, dettate da Uomini fededegni, che vedute le avevan da presso, quali sono il Dottore Serao, il Padre della Torre, Guglielmo Deluc, e il Cavaliere Hamilton. Veggo che nelle cose principali i fenomeni che ho osservato io, si accordano con gli osservati da loro, e che le differenze son poche. Diamone un breve cenno. Così i torrenti di lave da essi descritti vengono accompagnati da una moltitudine di fumi, e sopraccoperti da pezzi di lave, e di scorie. Similmente la liquida lava non riceve che picciole impressioni dall'urto de' corpi duri, ed anche talvolta nessuna. Avvisa il Serao, che la lava del 1737., percossa con lunghi appuntati bastoni alla superficie, nel tempo che si muoveva, incontravasi dura a segno, che perfin risuonava. La pasta liquida e solida della eruzione vesuviana del 1754. alzata con un legno non faceva che stracciarsi, come avverte il Padre della Torre. Il Sig. Deluc mi mostrò parecchi anni sono nel domestico suo Gabinetto di Storia naturale in Ginevra, una lava dell'eruzione vesuviana [p. 27 modifica]del 1758., segnata di una lieve impronta ch'ei vi fece, allorchè sul luogo riteneva qualche mollezza. Se questo Ginevrino venisse per sorte a Pavia, e vedesse tra l'altre produzioni di questo pubblico Imperiale Museo la Raccolta che in quella mia gita io feci al Vesuvio, mirerebbe in contraccambio un cilindro di lava lungo 18. pollici, e grosso 5.½, il quale da una parte è incurvato, e fa gomito, e tal piegatura la ricevette dalle mani della mia guida, durante l'eruzione sopraddescritta, essendo ancor semiliquido. Nella eruzione altresì del 1766. quantunque corresse la lava con sorprendente velocità, pure non riceveva che leggerissima impressione da alcune grosse pietre gettatevi contro a gran forza dall'Hamilton. Il Padre della Torre notato aveva un altro fenomeno, veduto da me pure, e descritto, che risguarda l'effervescenza, e la gonfiagione della liquefatta lava.

Ma il felice incontro di quella sotterranea grotta, dove fluiva la lava, mi ha offerto qualche singolare circostanza fin quì non ricordata da altri ch'io sappia, perchè verisimilmente non veduta, [p. 28 modifica]giacchè le descrizioni di eruzioni che abbiamo, concernono sempre lave scorrenti sovra terra, dove l'aria è libera, e ventilata. Per la viva azione di cotal fluido, la lava non dee indugiar molto a rassodarsi e ne fornisce una pruova il pochissimo, o niuno incavo, che v'inprimono le pietre sopra lanciatevi, come si è veduto negli esempli allegati, e come è toccato di vedere a me pure. Ma l'angustia di quella grotticella, e la qualche sua profondità, erano un ostacolo a cotesta azione; quindi ho potuto ivi mirare la lava in uno stato, in cui non si osserva sopra terra, ritenente cioè buona parte di sua liquidezza, come nel palesavano, e i zampilli che tratto tratto schizzavan da lei, e gl'incavati vestigj, che vi stampavano i pezzi di lava su di essa caduti. E' poi evidente ch'ella doveva esser dotata di liquidità molto più grande, quando ribolliva nella vesuviana fucina, per essere allora penetrata da maggior copia di calorico, per la cui azione le parti di lei restavano più disgiunte, più separate, e quindi avevano un maggior grado di liquidezza, e di mobilità. Ma con ragioni anche più [p. 29 modifica]persuadenti si mostrerà la grandissima liquidità delle lave, allorchè spumeggiano, e gonfiano ne' proprj crateri, ove terrassi ragionamento del Vulcano di Stromboli. Insisto su di un tal punto, per vederlo contraddetto da alcuni, i quali vogliono che le lave, quando corrono abbiano mollezza soltanto, non liquidità, comparandole a una massa di pasta intrisa di molt'acqua, che discende per un piano inclinato, unicamente in virtù della propria gravità.

A compimento delle cose osservate in questa eruzione, rimane a dire della qualità della lava, onde era formata. Diversi sono i siti, in cui ne presi più saggi, i quali però a riserva di qualche estrinseca, e accidentale circostanza, fornivano la medesima natura di lava. Questa dunque è a base di roccia di corno, di color nero-grigio, di mezzana durezza, secca al tatto, nelle fresche rotture piuttosto terrosa, e che manda qualche scintilluzza sotto il focile. Questa lava mette in moto l'ago magnetico a lin. 3.½ di lontananza.

E' trita notizia presso i Vulcanisti, che assai lave del Vesuvio danno ricetto [p. 30 modifica]a granati senza colore. Si trovano pure a gran numero, sebbene piuttosto piccioli, nella presente lava. La loro rottura è vetrosa, e in taluno è visibile qualche lato, senza però saperne la qualità della cristallizzazione, non tanto per la loro picciolezza, come per essere troppo inzeppati dalla pasta matrice. Ai granati vanno uniti moltissimi sorli, del colore e del lustro dell'asfalto; vetrosi, fatti a tavolette, i maggiori de' quali giungono a cinque linee[2]. Quei che esistono nella lava della corrente non sono rimasi punto offesi dal fuoco; non così quelli de' globi vomitati dal cratere in quella eruzione, contratto avendo alcuni un principio di fusione.

Il fuoco della fornace trasmuta questa lava in uno smalto bollicoso, del color della pece, lustrante, che scintilla all'acciajo, e che resta aderentissimo alle pareti del crogiuolo. Quì i sorli si sono fusi, non così i granati, divenuti [p. 31 modifica]solamente bianchicci, senza però avere affatto perduto l'occhio vetroso[3].

Dopo l'essermi aggirato a mio talento in que' luoghi, dove agiatamente mi fu dato contemplare i fenomeni di quell'attual corrente, mi feci ad esaminarne altre dell'istesso Vulcano, ma corse in tempi anteriori, una delle quali nel Novembre del 1785. al di sotto di un terzo di miglio dal suo cratere uscita era dalla parte del Monte Somma. Ignorando io che altri fatta ne abbia pubblica menzione, non crederò opera perduta il dirne una parola, riferendo quanto osservai, andando sopra di essa, e ciò che oltre la guida mi narrarono alcuni studiosi della Storia naturale, che guardata l'avevano davvicino, quando correva. [p. 32 modifica]

Quantunque nella sua origine abbia poca estenzione (come ho veduto generalmente accadere alle lave) in seguito però si allarga assaissimo: e non è già questa a piccioli brani disgiunti, e sconnessi, come buona parte dell'altra descritta, ma forma tavoloni della larghezza e profondità di molti piedi, interrotti da abbondanti fessure. Una curiosa bizzarria offerta ci viene dalla sua superficie. Questa è scabrosissima per una immensità di corpicelli cilindrici fatti a guisa di corde attorcigliate, e che altro non sono che la lava stessa, ridotta come in fibre stirate, e contorte, quando era sull'ultimo del correre, e prossima al rappigliarsi. Quanto alla qualità, non mi è paruta diversificare dall'altra lava vesuviana già esaminata, sia nella base, sia nei granati, e nei sorli.

La massima parte di lei giace in una valle sotto Massa, e di fianco al Salvatore. Prima di giungervi, dovette precipitare a piombo da un'alta rupe, e in conseguenza formare una cataratta, che mirata singolarmente di notte, creava, mi dicono, agli occhi de' riguardanti uno de' più meravigliosi spettacoli. [p. 33 modifica]Quantunque però insigne fosse la sua caduta per l'aria, e che in conseguenza perder dovesse non picciola parte del suo calorico, giunta a terra seguitava ciò nondimanco a fluire per amplissimo spazio. Dalla parte di Massa vidi che a dieci o dodici piedi avea corso presso a più quercie, che erano alle falde di un dirupo. Taluna miravasi del tutto inaridita. Più altre conservavano soltanto il verdore nella parte del tronco, e de' rami opposta alla lava. Nel suo cammino si abbattè contro una picciola Chiesa, la Madonna della Vetrana, cui manomise per modo, che d'allora in poi è rimasta deserta. Quel torrente infocato urtò di fronte, e ruppe la muraglia; il che però non esigeva grande sforzo, per esser fatta di tenere pietre di tufo, tratto dai prossimi Monti di Massa, e molto simile a quello di Napoli. Indi penetrato nella Chiesa, e bruciata in breve la porta situata alla parte opposta, e rovesciata di più una porzione del muro che la sosteneva, proseguì oltre il suo cammino, formando intanto un canale dentro la Chiesa, che per esser frenato dalle due laterali pareti fu osservato correre più [p. 34 modifica]rapidamente, che il resto della circostante lava. Di questa lava rimane anche adesso coperto il pavimento di tale edificio, come pure in parte riempiuta la contigua sagrestia, e i grossi pezzi d'infrante muraglie, che teneva in collo quando era fluida, giacciono più di 80. piedi al di là della Chiesa, circondati da quella indurata materia. Dalla medesima si veggono attorniati nella parte bassa del pedale alcuni tigli anneriti, e riarsi. Il correre della lava, da ciò che riferito mi venne, durò 15. mesi; ed anche allora quando la visitai, in qualche luogo era calda, e mandava tenui fumi, che è quanto dire 20. mesi da che cessato avea di fluire.

In un fianco del Vesuvio, un miglio circa sotto del Salvatore si apre una spaziosa gola, tanto più ampla, quanto più si discende, generata, a quel che apparisce, dalle acque piovane, e cognominata la Fossa Grande. Questa fu la via ch'io tenni per ricondurmi a Napoli, e che a me riuscì di giovevole ammaestramento. Notissimi sono i dubbj relativi ai sorli, e ai feldspati, che o congiuntamente o separatamente sogliono [p. 35 modifica]accompagnare le lave; voglio dire se formati si sieno dentro di esse, fosse quando eran fluide, fosse quando si raffreddavano, o più veramente, se esistessero nelle rocce innanzi che dal fuoco cangiate venissero in lave. Tra gli altri Fisici il Bergman reca in mezzo le ragioni favoreggiatrici dell'una parte, e dell'altra, e lascia indecisa la controversia. Vero è che dal tempo, che delle produzioni vulcaniche scrisse quel Chimico a questa parte, ha prevaluto per buone ragioni il sentimento di coloro, che avvisano, che i sorli, e i feldspati esistessero già nelle rocce primordiali. Cotal sentimento però viene di molto illustrato da diverse rocce eruttate anticamente dal Vesuvio, le quali si scoprono o a fior di terra, oppur frugando dentro alle tufacee materie di detta Fossa.

Ma scender conviene a' particolari. Un genere di queste rocce è di natura margacea, prevalendo però il carbonato di calce. Cotal genere non apparendo punto calcinato, ma trovandosi sanissimo, quali si danno a vedere le pietre congeneri non vulcaniche, ci somministra una convincentissima pruova che queste rocce [p. 36 modifica]non hanno contratto dal fuoco verun sensibile nocumento. Ora spezzandone alcune, vi si veggon dentro numerosi feldspati, che nella cristallizzazione, e negli altri esteriori caratteri sono somigliantissimi a diversi di quelli che scorgiamo in alcune lave del Vesuvio, e di altri luoghi vulcanici convicini. Più anche copiosi sono i sorli, d'un lustrante nero, altri conformati ad aghi, altri a prismi, e diversificano nella mole, fino ad essere alcuni appena visibili, quando altri longitudinalmente arrivano a 7. linee, e larghi sono a proporzione. Cotali rocce non formano filoni, o strati, nè grandi masse, ma giacciono qua, e là a pezzi erratici.

Ivi medesimo si scoprono diversi pezzi di granito per niente pregiudicati dal fuoco, il quarzo de' quali oltre la mica, è accompagnato o dai feldspati, o dai sorli, non discordanti punto dai feldspati, e dai sorli vulcanici.

Potrei aumentar la nota delle rocce lanciate da' fuochi vesuviani, senza che le abbiano punto offese, ma io avviso che le già allegate bastino a mostrare, che per intendere la presenza dei feldspati, [p. 37 modifica]e dei sorli nelle lave, e le varie loro cristallizzazioni, non abbiam bisogno di supporli così formati dentro di esse, o quando eran fluide, o allorchè divenian fredde, giacchè nella guisa che scorgiamo cotesti corpicelli vetrosi nelle lave, li riscontriamo del pari nelle sostanze lapidee, che ad esse hanno data l'origine.


  1. Vedi la mia Introduzione.
  2. La parola sorlo italianizzata, e di cui mi varrò frequentemente in avvenire, significa la pietra denominata schorl dai Francesi, e schoerlus da coloro che la scrivono in latino.
  3. Ad evitare le ripetizioni, alcune cose si vogliono quì avvertire. Primo, che per fornace, senza altro aggiunto, si sottintende adesso, e in avvenire quella da Vetrai. Secondo, che per la voce smalto s'intende con la comune de' Chimici una materia fattasi pel calorico somigliantissima al vetro, senza però averne la trasparenza. Terzo, che ogni volta che è seguita l'intiera fusione delle lave ne' crogiuoli, evvi sempre con essi la maggiore aderenza.