Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo IV
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CAPITOLO IV.
laghi di agnano, e d'averno.
monte nuovo. promontorio,
e caverna di miseno. scoglio
delle pietre arse. procida.
Lago d'Agnano stato una volta uno spaziosissimo cratere vulcanico. Tinche e Rane che alimenta questo Lago. Mostruosità animali supposte ivi una volta, e smentite dal Vallisneri. Il Lago di Averno presenta la bocca di un altro antico Vulcano. Falso che questo Lago non dia ricetto agli uccelli. Niuna esalazione malefica in lui. Materie vulcaniche di Monte Nuovo. Lave pomicose, e smaltine in esso osservate. Soda, che fiorisce in una grotticella del suo cratere. Curiosa qualità di amfibj ritrovati in questo luogo. Caverna di Miseno ricca di sulfato alluminoso, e di pomici. Pozza d'acqua sul suo piano, gorgogliante per più bolle gazose. Cratere vulcanico tuttora conoscibile del Promontorio di Miseno. Pomici erratiche ivi esistenti, che inzeppano feldspati conservatissimi. Lava, pomici, e smalti della medesima indole, che si trovano allo Scoglio delle Pietre Arse, e a Procida. Friabilità grande di questo smalto, non ordinaria agli smalti vulcanici, e verisimile cagione di essa.
Malgrado la moltiplicità di questi Campi Flegrei, io quì prendo a descriverli tutti, o piuttosto ad accennarli, poichè quantunque ognuno sia vulcanico, scarsi però sono gli oggetti, e poco fra se diversi, che offrono.
Non credo esservi alcuno, che revochi in dubbio, che il catino riempiuto d'acque, e denominato Lago d'Agnano, sia già stato la bocca di un Vulcano. E di vero ne ha l'intiera sembianza, rappresentando un imbuto capovolto, che suole essere l'ordinaria configurazione dei crateri vulcanici. E il presente doveva essere amplissimo, girando attorno quasi due miglia. Oltre una turma d'anitre selvagge che dentro ci vidi, cotesto Lago alimenta una moltitudine di tinche, e di rane. Le une, e le altre godevano in questo sito di una pretesa celebrità smentita a' tempi del Vallisneri. Forse non sarà disdicevole, che a modo di piacevole intramessa io ne trattenga per un momento il Lettore.
Si sa che le rane innanzi di acquistare la forma della specie, hanno quella di verme, chiamato comunemente girino, apparendo formate d'un corpo orbicolare, e d'una coda; e sappiam del pari che questi girini appariscon rane per gradi, mettendo da prima le gambe posteriori, poi le anteriori; e ritenuta allora per qualche tempo la coda, simulano la più bizzarra figura, con essa coda rappresentando la metà inferiore d'un pesce, e col corpo globoso, corredato di gambe, le divise di rana. Quindi per gl'inesperti nelle cose naturali possono allora aversi per animali mostruosi, quasi che per metà fosser pesci, e per l'altra metà fossero rane. Una di queste mal intese mostruosità da un credulo Napoletano fu data a vedere, e ad ammirare in Milano al sullodato Naturalista di Reggio, celebrandola nativa del Lago di Agnano, che a lui detta possedeva la virtù di generar mostri, metà rane, e metà tinche. Ma non vi era bisogno d'un Vallisneri per conoscere, e compatire tanta dabbenaggine. Il girino che gli fornì materia di ridere, non d'imparare, era di straordinaria grossezza, dal che egli argomenta esser le rane di cotal Lago delle più grandi; ma convien dire che quel curioso animale fosse di tutt'altro paese: e forse poteva esser d'America, sapendosi che questo genere di amfibj cresce colà a dismisura. Di fatti i ranocchi del Lago d'Agnano non li rinvenni niente più grandi dei comunali; ed il simile fu de' girini, che per essere sul terminare di Luglio, eran già adulti, anzi parecchi gettata la coda, prese avevano le fattezze di rane.
Le sponde, e il fondo di questo Lago sono di tufo, raramente interrotto di frammenti di lave, e di pomici, senza però che appariscan mai, fin dove almeno può arrivar l'occhio, filoni o strati di lava. E però io argomento che quella eruzione sia stata in tutto, o in massima parte fangosa.
Que' riflessi, che all'Osservatore si offrono spontanei nel vedere il Lago di Agnano, gli si offron del pari, trasferendosi a quello d'Averno; non cadendo dubbio che sia stato egli pure il cratere di un antico Vulcano. Aorno lo chiamavano i Greci, per andar privo di uccelli, e ciò probabilmente per qualche alito pestilenziale, che allora esalava, e ne gli uccideva. L'Autore de' Campi Flegrei narra, esser caso rarissimo il vedere su questo Lago uccelli acquajuoli, e che quando ci vengono, non è che per pochissimo tempo. Il vero è però che le volte tutte ch'io vi andai, vidi nuotarvi a galla, e soggiornarvi un nuvolo di foliche; e que' paesani mi assicurano riboccar esso nel verno di uccelli acquatici. Nè so vedere qual nociva cagione possa presentemente distorli da cotesto luogo, dove trovano esca abbondante, e gradita, non avendo io potuto scorgere attorno, e dentro il Lago veruno indizio di malefiche esalazioni.
Questi due Laghi giacciono all'ouest di Napoli presso Pozzuolo, al quale è pur vicino Monte Nuovo, così detto, perchè da' sotterranei fuochi prodotto nel 1538. Picciola è la sua elevatezza, e mirato dal Porto di Pozzuolo, sembra un cono ottuso, ma giungendo su la cima, si scopre non essere questo cono, che una parte esteriore del cratere, i cui orli superiori formano un circolo, che ha forse di diametro 150. piedi.
All'uso degli altri Vulcani le interiori pareti del cratere verso il fondo si restringono, e tanto esse, che detto fondo, come l'esterno di Monte Nuovo costano di un tufo friabile, in più luoghi vestito di piante. Il mare bacia le falde di questo Vulcano, le quali se si scavino alcun poco, così dentro l'acqua, che fuori, si senton caldissime. Ed il medesimo effetto proviamo razzolando il fondo del cratere. E dalle prodotte scavazioni sollevansi di subito tenui, e caldi fumi. Nelle viscere di Monte Nuovo covano adunque tuttora le ultime reliquie de' vulcanici accendimenti.
Nell'esterne pareti del Monte sono conficcati più pezzi di lave, meritevoli di riflessione per la singolare loro indole. Portano un carattere di mezzo tra la lava, e la pomice: quindi le chiamerei lave pomicose. Hanno la leggerezza, e la friabilità delle pomici compatte. Il dente che in certe pietre vuole esser giudice, le riconosce, rompendole, per pomici. Il tatto ne è secco, ed aspro, siccome avviene in simil sorta di produzioni vulcaniche. La struttura però non è punto fibrosa, al contrario di quel che osserviam nelle pomici vulgari, ma granosa, e similissima a quella di assai lave; come lo manifesta anche l'aspetto interiore. Siffatta produzione la reputo adunque rilevante, per essere un punto di mezzo tra le lave, e le pomici. La base di queste pietre è un sasso di corno, mescolato a poche squame feldspatose. Tai pietre si appiccano appena alla lingua, e mettono un picciolo odore d'argilla. Il loro prodotto alla fornace dà uno smalto compatto, grigio-nero, translucente negli angoli, e che manda qualche scintilluzza all'acciajo.
Verso il fondo interno del cratere risalta pure dal tufo la medesima lava, penetrata dai feldspati, ma più compatta, e più pesante, ed oltracciò intersecata da eleganti e lustri filoncelli di nero smalto di varia grossezza. Sono in forse, se questa smaltina vetrificazione sia stata una conseguenza di un grado maggiore di fuoco, che ivi ricevuto abbia la lava, o più veramente, se in que' siti stata essendo forse d'indole diversa, sia andata soggetta a più perfetta fusione, divenendo smalto, quando nell'altre parti è rimasa nella condizione di lava.
Ai lati di quel fondo medesimo mirasi dentro al tufo una grotticella, non so se per caso così nata, o piuttosto dall'arte, abbondantissima di fioriture saline, a prima giunta da me credute di muriato ammoniacale, o di sulfato alluminoso. Ma l'urinoso, ed urente loro sapore, il color verde che danno al siropo di viole, ed altre loro qualità, che proprie sono della soda, le quali quì lascio per brevità, decidono senza replica, che vengon formate di questo sale. Oltre poi quelle fioriture, le picciole cavità, gli angoli della Grotta, e il suo piano sono più o meno coperti di polvere della medesima soda.
Non vogliam dipartirci da questo Vulcano senza dire d'una osservazione analoga a quella del Lago d'Agnano risguardante viventi del medesimo genere. Sono questi adunque certi ranocchietti, che in copia vidi saltellare su le tufacee pareti esterne, ed interne del cratere, ogni volta che davvicino mi accostava ad essi. Avevano mezzo pollice di lunghezza sopra un quarto di larghezza: la figura era compiutamente di rana, il colore fosco-giallo, i piedi anteriori dotati erano di quattro dita, e i posteriori di cinque, senza che questi fosser palmati: il che constituisce una essenzial differenza tra questa specie di rane, e l'altre delle nostre contrade. Ma donde mai l'origine di cotesti amfibj? Delle tante, e sì svariate specie di rane europee (e sotto un tal genere col Linneo comprendo anche i rospi) non emmi noto esservene una sola, che non nasca nell'acque, e che per un tempo non vi soggiorni, finattantochè gettata la maschera di girino pigli le divise di rana. Ma Monte Nuovo non solo allora era aridissimo, ma dagli abitanti in que' contorni io seppi, che quando anche lunghe e dirotte piogge allagan la terra, il fondo del cratere (sito unico dove potrebber raccogliersi l'acque piovane) le beve tutte avidamente, o piuttosto le tracanna. Nè può andare diversamente la cosa, per esser composto d'un raro spugnosissimo tufo qua e là da' crepacci aperto. L'acqua più vicina essendo quella del Lago d'Agnano, mezzo miglio distante dal sito de' nominati amfibj, si potrebbe congetturare che di là fosser partiti. Ma cessa la congettura, per trovarsi le rane di quel Lago di specie onninamente diverse. Dirò adunque candidamente che la presenza di tai bestioluzze colà, fu per me un enimma, che probabilmente avrei sciolto, forse non senza qualche utilità della Scienza, se dato mi era di soggiornare a lungo in quella contrada vulcanica.
Prima di giungere al Promontorio di Miseno, troviamo il suo Porto, che è un catino sicurissimo, per essere d'ogni intorno da' rialti circondato. E questo puranche era il Porto della Flotta Romana sul Mediterraneo. I rialti sono di tufo, e in un fianco di essi mirasi poco sopra il livello del mare una spaziosa apertura, fabbricata dall'arte, denominata la Caverna di Miseno, dove fiorisce del continuo il muriato d'allumina. Cotesto sale a' terrazzani è ignoto, o almeno da loro negletto. Pure estraendolo, l'utilità non sarebbe picciola, sopra tutto amplificando la Grotta (lo che riescirebbe agevolissimo per la tenerezza del tufo) giacchè non è a dubitare che le fioriture saline si accrescerebbero in ragione dell'ampliata superficie.
Sul piano della Caverna evvi una pozza d'acqua, ora più, ora meno gorgogliante per molte bolle gazose che si alzan dal fondo. L'acqua ha presso a poco il calorico dell'atmosfera, e il gaz dall'odore sembra idrogeno sulfurato, ma non ho avuto bastante comodità per conoscerne direttamente le proprietà. Le pareti, e la volta della Caverna sono sparse di pomici ordinarie, racchiudenti diversi feldspati, alquanto calcinati, e perciò privi della natia lucentezza, senza però aver perduta la naturale cristallizzazione, che è romboidale.
Al di là del Porto di Miseno si solleva dal mare il suo Promontorio, che forma un Monte tufaceo di non dispreggevole altezza, dalla cui cima si offrono mille punti di maravigliose vedute. La genesi sua si dee ella pure a un Vulcano, siccome ricavasi dal cratere tuttora conoscibilissimo, quantunque in molta parte distrutto al sud dai flutti del mare.
Scorso buon tratto di questo Promontorio, mi si sono presentate mezzo immerse nel tufo più lave, sì compatte che porose, ma comuni ad altri Vulcani, e tutte erratiche. Mescolate ad esse esistono diversi pezzi di pomici medesimamente erratiche, non dirò solo sparse, ma gremite di feldspati. Nell'esteriore d'un pollice quadrato di queste pomici ne ho contati 14., e 47. nel suo interno. Sono a tavolette di più sfoglie, della durezza poco meno del quarzo, e presentan quel lucido cangiante, che suole andare indiviso dai feldspati. Il fuoco adunque non mostra di avere niente potuto contro di essi, non ostante che convertito abbia la base in pomice, che è quanto dire in una verace vetrificazione.
In faccia a Procida, e poco distante da lei sporge dal mare un breve ed umile scoglio, in adietro sol noto a' pescatori, denominato Scoglietto dalle Pietre Arse, perchè effettivamente è un miscuglio di pomici, di smalti, di lave. Il primo tra' Fisici, che lo ha scoperto, è stato l'Abbate Breislak, il quale se non ricusò d'essermi compagno agli altri Campi Flegrei, provò la maggior compiacenza di condurmi a questo Scoglio, siccome a luogo di sua appartenenza. La dimora di due ore fattavi sopra, fu per me fruttuosa. La sua elevazione dal pelo dell'acqua è di pochi piedi: e però ne' tempi burrascosi dee necessariamente restarne tutto coperto. Ricercandolo attorno con la barca, si vede essere le sole punte dello Scoglio, che risaltan dal mare, e che le parti laterali vi si nascondono dentro. Quindi è più che credibile che una volta fosse grandemente più esteso, e che dall'urto de' fiotti sia stato massimamente demolito.
Le pietre di questo Scoglio sono principalmente di due qualità. Primo una lava a base di roccia cornea, leggiera, grigio-nericcia, di grana terrosa, e diseguale, e che quasi nulla sotto l'acciajo scintilla. Secondo una lava a base di sorlo in massa, la quale è andata soggetta a diversi cangiamenti, e modificazioni, secondo la maggiore o minor veemenza del ricevuto calorico. In più pezzi adunque non è che semplice lava, ma in altri questa lava diventa pomice, ed in altri passa in ismalto. Alcuni pezzi sono pure speziosi, per essere in parte pomice, ed in parte smalto. Da una banda dunque mirati sono bianchicci fibrosi lievi, friabilissimi. Ma più in là scema la leggerezza, e la friabilità, più unite e meno riconoscibili si rendon le fibre, si oscura il colore, e comincia a discernersi un lustro vetroso. Più oltre il fibroso del tutto si perde, la compattezza, il peso, la durezza, e il lustro si aumentano, e compajono i caratteri non equivoci di un compiuto smalto. Questo è nero, scintillante al battifuoco, e nell'aspetto somigliante all'asfalto. Ma la nerezza viene interrotta dai feldspati, comuni però anche alla prima lava a base di sasso corneo. Sono brillantissimi, alquanto fibrosi, schiacciati in tavolette prismatiche esaedre, e più d'uno ha l'estensione longitudinale di 5. linee.
Non infrequentemente interviene, che quelle produzioni vulcaniche, che si trovano in un luogo, esistano medesimamente in un altro. Ciò vuol dire che in siti diversi le terrestri materie, e l'attività del fuoco sono state le stesse; combinazione facilissima a succedere in più parti del Globo. E si trova appuntino avverata in un angolo di Procida ragguagliato allo Scoglio delle Pietre Arse. Il litorale di quest'Isola, situato all'ouest di detto Scoglio, gira attorno sei miglia, e per essere un grande ammasso di tufo, lussureggia in piante fruttifere. Cotesto tufo nel lato che guarda Ischia stato essendo fortemente corroso dal mare, offre a' riguardanti la sua costruttura, che è stratosa; la quale perciò facilmente persuade esser nata da successive fluide deposizioni. Al nord-ouest dell'Isola scende una rupe sul mare, che spiana alquanto prima di seppellirvisi dentro; e quivi è dove scopronsi e pomici e lave pomicose, e smalti sì pomicosi, che schietti, accompagnati da' feldspati, e dall'altre circostanze nello Scoglio delle Pietre Arse espresse. Onde opera perduta sarebbe s'io quì volessi arrestarmi a farne la descrizione. In una sola pietra novella mi sono abbattuto, e questa è un granito comune, che mostra patentissime le tre parti costitutrici, il feldspato ad aghi lucidissimi, il quarzo bianco-livido, e leggermente calcinato, e la mica nera, e senza splendore. Onde non par dubbioso che sia stato sottoposto al fuoco. Ma questo granito trovato avendolo staccato dai nominati prodotti vulcanici, anzi erratico sul lido, non può fornirmi luogo a' fondati discorsi.
Dalle lave a base di pietra cornea di detto Scoglio, e di Procida si è ottenuto alla fornace uno smalto compattissimo, duro, scintillante all'acciajo; e dalle lave a base di sorlo in massa, come altresì dalla pomice, e dallo smalto, originati dalla medesima pietra, è provenuto uno smalto scoriforme, e sì bollicoso, che in buona parte è uscito del crogiuolo, non ostante che ne riempiesse soltanto la metà. Ad onta però di tanta liquefazione non si è osservato ne' feldspati cangiamento sensibile.
Termino il Capitolo con una osservazione intorno agli smalti delle Pietre Arse, e di Procida. Questi hanno la massima friabilità. Un leggiere colpo di martello riduce pezzi grossi in frammenti, quando gli smalti di più altri Vulcani, come a suo luogo vedremo, posseggono considerabil durezza, superiore d'ordinario a quella del vetro volgare. Giudico cotal difetto esser nato dall'acqua marina frammischiatasi allo smalto, quando era liquido, e che veniva sollevato sul mare per l'azione del fuoco, e de' fluidi aeriformi. Così sappiamo che le liquide sostanze vetrose, le quali si rappigliano, e consolidano nell'acqua, sono più friabili, che allorquando s'induran nell'aria. E il giudizio mio tanto più fermo lo reputo, quanto che assai screpolature si aprono in cosiffatti smalti. Fenomeno che osserviam pure nel fuso vetro fattizio lasciato cadere dentro l'acqua. Noterò in passando che questi smalti quando eran fluidi, hanno involto più corpi stranieri, come pezzetti di tufo, e di lave, ghiajuole, terre di varia qualità, e simili, i quali vi si veggon dentro, ove più ove meno calcinati. Per altro la poca distanza fra Procida, e lo Scoglio delle Pietre Arse fa credere che una volta questi due luoghi fossero continuati, e che col volger degli anni sieno stati dal mare divisi.