Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XII
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CAPITOLO XII.
basiluzzo, bottero, lisca-bianca,
dattolo, panaria, saline.
Basiluzzo in parte formato di lave granitose. Sua sterilità. Disabitato. Bottero, e Lisca-Bianca. Due scogli in molti siti dai vapori acidi decomposti. Gaz idrogeno sulfurato, che esce dal mare presso quegli scogli. Fondamento di credere che sottovia covino ancora i semi del fuoco. Dattolo risultante di lave in massima parte decomposte. Panaria formata di lave granitose. Fruttifera, e abitata. Probabilità che questo gruppo di Scogli, e d'Isolette sieno l'avanzo d'uno spaziosissimo antico Vulcano. Ossatura delle saline generata da un ammassamento di correnti di lave. Cammino di esse fatto al sud dell'Isola. Loro diversa stratificazione, e natura. Qualche residuo di crateri su le sommità di quest'Isola. Graniti naturali sottoposti alla fornace per confrontarli con quelli, che per l'azione de' fuochi sotterranei concorsi sono alla formazione di Basiluzzo, e di Panaria. Fuoco fortissimo richiestovi per la loro fusione. Fuoco egualmente forte per la rifusione di esse lave granitose. Conseguenza che sembra essere naturalissima della grande efficacia de' fuochi vulcanici richiesta nel produrre le lave di granito in queste due Isole.
Quantunque io comprenda più Isole in questo Capo, tuttavia dovrò esser brevissimo. Alcune sono più presto Scogli, che Isole, e d'altronde sono state tutte sì diligentemente esaminate dal Commendatore Dolomieu, che poco mi rimane da aggiugnervi. Le prime cinque sono frapposte a Lipari, e a Stromboli: e l'oculare ispezione ci mostra chiaro, che ciascheduna è lavoro del fuoco.
Basiluzzo alla circonferenza gira due miglia; di poche pertiche si solleva dal mare, e al sud ha un seno angusto, dentro cui entrai con la barca la mattina del giorno 7. di Ottobre, quando da Stromboli ritornava a Lipari. Quivi messo il piede, giunsi in pochi istanti per una viottola tortuosa alla sua sommità. Sovra di essa apresi un piano di non molta estensione, ed è questo l'unico luogo a coltura, per la raccolta di scarso frumento, e scarsi legumi. Questa esile vegetazione nasce in grazia di una sottile crosta di lava decomposta, sotto cui si scopre tosto la lava solida, che in più siti è granitosa, apparendo a chiare note il quarzo, il feldspato, e la mica, come prima di me aveva osservato il più volte lodato Naturalista francese. E girando per l'Isoletta, ci accorgiamo che quasi tutto il restante è composto di lave analoghe. Due sole picciole casette, spettanti a' proprietarj di quel meschinissimo fondo, sono piantate lassù, in vicinanza di rovine di antiche fabbriche; e fu tra queste rovine che trovai un pezzo di porfido rosso, picchiato di feldspati rossigni. Da prima pensai, se fosse un prodotto vulcanico, ma un momento appresso ne abbandonai il pensiere, sì perchè in tutto l'Isolotto non iscopersi più simile roccia, sì perchè il pezzo in questione meglio da me esaminato, trovai essere un antico porfido Egiziano, il quale anzi era stato dall'arte pulito in un lato, nè aveva punto sofferta l'azione del fuoco. Quindi la circostanza del sito in cui era, mi fece credere o che appartenuto avesse a que' diroccati edifizj, o più veramente che recato vi fosse da quelli che una volta gli abitavano.
I conigli sono i soli animali, che soggiornano in Basiluzzo; ma questi ridotto avevano a disperazione i pochi Isolani ivi dimoranti, per divorare le loro biade, finchè presero l'util partito di oppor loro un nemico, che poteva assalirli dentro le sotterranee lor tane, voglio dire i gatti.
Da Basiluzzo passai a Bottero, e a Lisca-Bianca, due Scogli abbondanti di croste di sulfato di allumina, e la più parte formati di lave imbiancate, e decomposte a segno che si polverizzano. Apparisce manifesto che tali decomposizioni sono state l'effetto di acidi vapori, senza che presentemente però ve ne sia più segnale. Solamente presso i due Scogli esala un puzzo di gaz idrogeno sulfurato, e seguendolo dove è più forte, siamo ben tosto condotti a un sito sul mare, dal poco fondo del quale prorompe un diluvio di bolle aeree, che giunte con celerità al pelo dell'acqua si rompono. Ed è questo gaz il generatore di cotal odore. Il mare non poteva essermi più favorevole per far raccolta di questo fluido aeriforme, poichè laddove andando da Lipari a Stromboli era tutto sconvolto, e ondeggiante, nel mio ritorno si trovava in pienissima calma. Con alcuni barattoli adunque meco tradotti nel Viaggio alle Due Sicilie ne misi insieme bastante quantità per farvi sopra alcuni esami, giunto ch'io fossi a Lipari, il risultamento de' quali narrerò quì, giacchè le circostanze il richieggono. Questo gaz pertanto all'appressarvi il lucignolo acceso d'una candela, si levava in fiamma, senza però detonar quasi nulla; l'accensione era lenta, e la fiamma turchino-rossiccia. Era dunque un gaz idrogeno sulfurato, siccome viemmeglio il conobbi dall'aver deposte nel vaso in cui lo accendeva, alcune particelle di solfo. La poca profondità del mare, da cui usciva un somigliante gaz, e la sua pienissima quiete, mi diedero agio ad un altro tentativo, e questo fu di lasciar discendere mediante una cordicella, e leggermente cadere sul sito preciso dell'eruzione gazosa uno di que' termometri, che pei diversi invogli che li circondano, indugiano così a ricevere, come a perdere la temperatura, nella quale si trovano. Levatolo adunque prestamente di là, dopo l'avervelo lasciato tre quarti d'ora, vidi che il mercurio era asceso a gradi 28.⅓ sopra il gelo, quando allora l'ambiente dell'atmosfera non marcava che i gradi 20.½. Usciva dunque da quel fondo insieme al gaz idrogeno sulfurato una calda esalazione, la quale dava a credere, che sottovia covassero ancora i semi del fuoco. L'altezza dell'acqua era di 11. piedi, e chiaro appariva che quel fondo era una continuazione dello scoglio di Bottero.
A un miglio scarso da Lisca-Bianca, e da Bottero sollevasi dall'acqua all'ouest un terzo scoglio nomato Dattolo, la cui formazione si dee pure alle lave, ma quì eziandio in massima parte decomposte, ed alcune si veggono colorate in rosso dal ferro. Dice il Sig. Dolomieu, che dal piede di esso sgorga una polla d'acqua bogliente. Tutte le mie diligenze per iscoprirla sono state frustranee. I marinai conduttori della mia barca, i quali eran di Stromboli, e che per fare più volte la settimana la traversata dalla lor patria a Lipari, conoscono palmo a palmo quel tratto di mare, e gli scogli da' quali è interrotto, volevano persuadermi di non avere mai veduta, nè udita nominar questa fonte. Pur nondimanco non oserò di negarla, ed accagionerò piuttosto la loro poca avvertenza, e la mia. E supposta la realtà di essa, sarà questa una conferma, che la conflagrazione sotto quegli Scogli non è spenta del tutto.
Proseguendo il cammino da Stromboli a Lipari offresi finalmente Panaria, non già scoglio, ma Isola, il cui circuito al litorale oltrepassa le otto miglia, quantunque essa di poco s'innalzi sul mare. Quì pure la roccia che ha servito alla sua costruzione è il granito vulcanizzato, ma in più luoghi essendosi superficialmente scomposto, e d'altronde trovandosi frammischiato ad altre materie più facilmente decomponibili, ne è nato in più parti dell'Isola un pingue terriccio, dove vigorosamente vegetano gli ulivi, ed altre piante fruttifere coltivate da più famiglie in essa abitanti.
Questo gruppo di Scogli, e d'Isolotti riconosce adunque l'origine sua da sottomarine accessioni. Ma penserem noi che ognuno d'essi debba il suo innalzamento ad un particolare Vulcano? O più veramente che questi Scogli, e queste picciole Isole null'altro siano che gli avanzi d'un antichissima Isola maggiore in gran parte rovinata da' prepotenti flutti marini? Di quest'ultimo avviso è il Sig. Dolomieu, e ne apporta ragioni di fatto molto plausibili, congetturando che quest'Isola sia Euonimos, la settima fra le Eolie, che per detto di Strabone giace a sinistra per andare da Lipari in Sicilia, nel qual sito si trovano appunto i descritti Isolotti. Lascio di recare in mezzo queste ragioni, e queste congetture, potendo ognuno leggerle, ed apprezzarle nel proprio Autore.
A notte inoltrata del medesimo giorno fui di ritorno a Lipari, dove aveva il mio alloggio, è di dove di tempo in tempo soleva escire per far le mie gite all'altre Isole circonvicine. In quel dì per essere sempre stato placidissimo il mare, non potemmo mai mettere alla vela, e quindi ci convenne fare tutto quel traverso a forza di remi. Tanta tranquillità in quel tratto di mare abitualmente tempestoso è caso ben raro, e un simil giorno non potei colà più goderlo. All'indomane partj per le Saline, dove per la prossimità giunsi con picciol levante in meno d'un'ora. Le Saline così a' nostri giorni chiamate pel muriato di Soda, che in un angolo della spiaggia si cava, anticamente portavano il nome di Δίδυμη, cioè Gemella, per apparire da lungi un'Isola bicipite, quantunque guardata da presso sia anzi tricipite, per terminare nella superior parte in tre punte. Fra le Eolie, questa dopo Lipari è la più grande, avendo il circuito oltre a 15. miglia. Fattone il giro alle radici, e attraversate le parti di mezzana altezza, e le più eminenti, conobbi essere la sua ossatura, e il di fuori un ammassamento di correnti di lave. Il Sig. Dolomieu ne ha considerato, e descritto diverse, ed io ho fissata la mia attenzione singolarmente su quelle, che dalla parte del sud scendono in mare. Si vede che hanno colato dal sommo delle Montagne, e che poco meno che a perpendicolo sono precipitate fin dentro all'acque, facendo il cammino d'un miglio e più. Ma si ravvisa insieme che queste correnti riconoscono epoche distinte. In più luoghi si mirano profondamente spezzate, nè saprei dire se le spezzature sieno provenute allorchè le lave raffreddandosi contratte si sieno, ed in più siti aperte, ovvero s'elleno nascano da rosure prodotte dall'acque piovane, o se dobbiamo recarle ad altra cagione. Comecchè sia, tali rotture sono altrettante quasi che dissi sezioni anatomiche, per cui si manifesta che la lava posta alla superficie è accavallata ad un'altra, e questa a una terza, e così diciamo d'altre più interne. Nè dee tacersi che d'ordinario sono fra se specificamente diverse. Convien dunque dire che tante sieno state le correnti dalle parti più alte delle Montagne al sud, quanti si contano gli strati distinti di lave. Ed è verisimile che se potessimo penetrare nel nocciolo dell'Isola, tutta o quasi tutta si vedrebbe somigliantemente configurata. Questa certamente è la genesi di quasi tutti i Monti vulcanici. Da principio sono tenue cosa, proporzionati cioè alla mole della prima eruzione. In ragione poi del numero, e dell'estensione di queste, si aumentan di massa e di volume, e a capo di tempo acquistano considerabile ampiezza. Tale di fatti sembra essere stato il producimento dell'immenso corpo dell'Etna, tale quello del Vesuvio, dell'Isole di Lipari, e di più altre ardenti Montagne. Non negando io però che alcune sieno figliuole d'una sola eruttazione, come è avvenuto al Monte Nuovo presso Pozzuolo, e al Monte Rosso su' fianchi dell'Etna.
Credo superfluo il particolarizzare le diverse qualità delle lave, giacchè come avvisatamente pur nota Dolomieu, sono comunali ad altri Vulcani. Toccherò solo in generale che niuna ve n'ho trovata, che dire si possa veramente semplice, ma abbondano tutte, dove più, dove meno, di feldspati, e di sorli, e il petroselce, e la pietra cornea ne sogliono esser la base. De' fuochi vulcanici generatori delle saline non esiste più oggigiorno che la sola antica memoria in queste correnti di lave, ed in qualche residuo di crateri su l'alto di que' Monti.
Ragionando di Stromboli abbiam veduto, che le rocce naturali, che per la loro fusione prodotto hanno quest'Isola, sono state porfiriche, derivandone le basi o da un petroselce, o da una pietra di corno. Si è ora mostrato, che dai medesimi generi di rocce traggono massimamente l'origine le Saline. Ma procede diversamente la cosa nella formazione di Basiluzzo, e di Panaria, le cui rocce per l'azione del fuoco convertite in lave, sono granitose. Ed è facile che quel ragionevolmente supposto amplissimo Vulcano, che una volta sorgeva dal mare fra Stromboli, e Lipari, e del quale presentemente esistono soltanto in Basiluzzo, Dattolo, Panaria, ec. picciole reliquie, dallo stesso sasso originato ne fosse. Secondo pertanto il metodo ch'io mi sono prescritto di soggettare al fuoco nostro alcune rocce naturali, analoghe a quelle, onde provenute sono le Isole Eolie, ragion vuole che presentemente io scriva degli effetti provati da diverse mostre di graniti sottoposti alla fornace. E dirò che il sapere quanto i graniti sono generalmente parlando restj alla fusione pel fuoco nostrale, questo fu per me un eccitamento, uno stimolo a metter mano a queste sperimentali ricerche.
Le fornaci che ardono in Pavia, per un tempo dell'anno non tengon fuso che il vetro ordinario, quello cioè che soffiato in vasella è poco trasparente, gialliccio o verdognolo, e che esser suole pieno di puliche. Ma in altro tempo vi sta dentro liquefatto il cristallo, destinato ai medesimi lavori, e questo si è un vetro bianco diafano, e più puro. Il fuoco per lavorare il vetro è meno attivo di quello per lavorare il cristallo. La massima parte delle produzioni vulcaniche riferite in quest'Opera, come pure delle rocce naturali analoghe, si è fusa alla fornace, quando lavoravasi il vetro. Ma ben diversamente è accaduto ai saggi di graniti, di che passo ora a discorrere. O non hanno fatto che rendersi friabili, per l'indebolita affinità di aggregazione tra le parti, o tutto al più alcuni pochi vestiti si sono superficialmente d'una esilissima vernice vetrosa. Dovetti adunque valermi per essi della fornace, quando strutto vi era dentro il cristallo, e allora il calorico è presso a poco gradi 87.⅝ del Termometro di Wedgwood, il qual calorico secondo le sue osservazioni non arriva ad esser minore gradi 2.½ di quello che fa insieme conglutinare le verghe del ferro[1]. Ecco pertanto i risultati di più specie di graniti tenuti per ora 48. seguite in questo calorico.
I. Granito delle Montagne di Baveno nel Milanese. Questo granito che forma gran parte delle principali Fabbriche private, e pubbliche di Milano, di Pavia, e di altri Paesi della Lombardia Austriaca, e che ha per constituenti principj il quarzo, la mica, e il feldspato, porta con se due varietà, essendo il feldspato in alcuni massi bianco, ed in altri tinto d'un rosso di carne più o meno sbiadato.
Il fuoco altera la mica, e produce un principio di fusione in ambe le varietà del feldspato, che fassi ricchissimo di microscopiche bollicine, senza però servire di flusso al quarzo, che calcinandosi acquista bianchezza, perdendo insieme il vetroso, e il grado di trasparenza che aveva. Gli spigoli dei pezzi, e le taglienti punte, se sono feldspatose, si ritondano: i pezzi altresì, se sono più d'uno, si agglutinano per la qualche fusione del feldspato che li lega, ma non è mai che s'incorporino in una massa dentro a' crogiuoli; per l'opposito si fanno friabilissimi.
II. Baveno offre un altro granito, che si può chiamare diverso dal già descritto, e che per gli Edificj è adoperato non meno di lui. Egli è schistoso, e quindi agevolmente si separa in grandi lastroni. La mica, che è d'un nero lustrante, in vece d'esservi disseminata dentro in separate squamette, si stende in larghe ammassate sfoglie; e il quarzo, e il feldspato sono bene spesso a falde spiegati.
Questo granito perde al fuoco la sua saldezza senza fondersi, la mica però e il feldspato danno manifesti segnali d'essere stati rammolliti.
III. Graniti dei nostri Appennini. Quanto buona parte delle Alpi, che circondan l'Italia abbonda di questa roccia di prima formazione, altrettanto ne scarseggiano gli Appennini, massimamente formati di carbonati calcari, di pietre arenarie, di steatiti, ec. Nelle numerose mie escursioni in diversi luoghi di essi, oltre l'averla trovata rara, l'ho trovata anche poca, cioè in tenui pezzi erratici, e sovente in ciottoli fluitati, senza sapere donde ne derivasse la vena. Alcuni di tai pezzi vaganti furono da me raccolti la primavera del 1790. al piede della collina nel fiume Stafora, a poche miglia dalla Città di Voghera. Tre furono le specie di granito, la prima delle quali è la seguente.
Quattro ne sono gli elementi, il quarzo, seminato in piccioli, ma abbondantissimi pezzetti, e che ha color acqueo, la mica nera, in minutissime, e rare squamette, il feldspato piuttosto numeroso, e del colore del mele, ed esilissimi sorli nel feldspato stesso incastrati.
I pezzi, a riserva dell'attaccarsi insieme, partono dal fuoco, ritenendo quasi la figura, che avevano prima, non ostante però che alcun poco si fondano i feldspati, e compiutamente i sorli.
Il secondo granito è dei volgari quanto ai principj componenti, constando di mica, di feldspato, e di quarzo, ma è dei più duri, ed anche dei più belli che abbia veduto, ed elegantissimo si è il lustro, che prende.
Al fuoco il quarzo diventa quasi polveroso, il feldspato contrae appena una superficie smaltina, e la fusione della mica nera veste qua e là i pezzi d'una sottilissima crosta all'occhio untuosa.
Il quarzo suddiafano a piccioli grani e rari, e il feldspato a grani grossi e frequenti, sono gli elementi di questo terzo granito.
Il quarzo alla fornace diventa friabile, e il feldspeto soltanto dà segni d'intenerimento.
IV. Nel Capitolo XI. ho parlato d'un porfido Egiziano sottoposto al fuoco. Aggiungo adesso, che cotesta roccia in più luoghi di porfirica ch'ella è, diventa granitosa. Con divisione adunque o tagliente o che sfuma insensibilmente, la pasta del porfido si perde, e sottentra visibilmente il granito, composto di sorli, di copiosissimi feldspati, e di particelle argillose.
Questo granito imperfettamente liquefassi alla fornace in uno smalto bollicoso e scoriaceo.
V. Il presente granito per comprendere del sulfuro di ferro, e dell'ossido di mercurio sulfurato rosso, merita qualche dettagliata descrizione. Forma egli una Montagna nel Distretto di Feltre del Veneto Dominio, la quale all'est guarda la Valle Alta, all'ouest, l'Acqua Pezza, al sud il Bosco delle Monache, e il Vallone al nord. Si è cavata gli anni addietro questa roccia, e si cava forse anche adesso, non già per usarla nelle fabbriche, ma per trarne il mercurio, di che è impregnata, fornendone fino il 15. per 100. Queste interessanti notizie mi sono state partecipate dal Sig. Francesco Antonio Tavelli, amatore della Storia naturale, sotto la cui direzione cominciarono ad intraprendersi cotali scavamenti nel 1786. Egli mi ha regalato molti pezzi, e assai belli di questa roccia, che ho subito riconosciuta per granito. Le parti componenti sono il quarzo a grani cristallini, il feldspato a squamette lamellose suddiafane bianchiccie, e la steatite. Questa non forma già una pasta o cemento comune, che conglutini il quarzo, e il feldspato, ma è distribuita in maniera, che questi tre elementi sono insieme aderenti per la sola forza di attrazione. La steatite è d'un verde oscuro tenera schistosa. Questa è la sola parte del granito penetrata dal solfo. E però a trovarla libera da esso gli è d'uopo romperne più pezzi. Il solfo adunque ora ha mineralizzato il mercurio, ora il ferro. Alcuni tratti pertanto, grossi le sette, e le dieci linee, e non di rado un pollice e mezzo, e due pollici, hanno un rosso vivo, senza che la steatite perda però il proprio tessuto; e questi tratti granitosi, siccome di mercurio più ricchi, sono più pesanti. Altri poi lo sono meno, perchè poveri di questo metallo, e quindi il color rosso è più o meno pallido. In mezzo però a questa diversità di tinte il feldspato, e il quarzo sembrano essere stati impenetrabili al solfo mineralizzatore, e perciò ne' siti anche più scarlattini conservano i naturali loro colori, e il rispettivo grado di trasparenza. Ma il solfo in altre parti della steatite ha mineralizzato il ferro, producendo il sulfuro di ferro. Questo è d'un giallo ottonaceo, ed è molle abbastanza per decomporsi all'aria, andare in efflorescenza, e dar fuori il sulfato di ferro. Alcuni dei pezzi contenenti questo sulfato favoritimi in Venezia quattro anni sono dal Sig. Tavelli, e da me in una scatola custoditi, pochi mesi appresso li trovai sbriciolati, e vestiti d'una fioritura gialletta, e tocchi dalla punta della lingua davano un gagliardo sapore stringente per la presenza di detto sulfato, il quale di fatti si cava da quella roccia.
Tolto dalla fornace questo granito, la steatite, e il feldspato gonfiati si erano in una scoria cavernosa, rimase però senza fondersi le granella quarzose.
VI. Ma i cimenti dei numeri IV. e V. fanno meno al proposito, giacchè volendo noi intraprender col fuoco nostro un confronto tra i graniti che rinvengonsi fusi a Basiluzzo, e a Panaria, le cui parti constitutive sono il feldspato, la mica, e il quarzo, e i graniti naturali, egli è mestieri che questi ultimi risultino dai medesimi principj. E già alcuni di essi, siccome abbiam veduto, si sono messi alle pruove. Ma non ho lasciato di fare altrettanto in cinque altre specie, che non descrivo, per non crear noja al Lettore. Dirò solo in generale che il quarzo è sempre stato infusibile, la mica si è fusa in due casi, e il feldspato ha dato ogni volta segni d'incominciata liquefazione. Quindi i pezzi nei crogiuoli si sono insieme attaccati, ma senza mai fare un tutto unito, come succede nelle piene fusioni.
VII. Osservato avendo il Sig. Dolomieu che l'Isole Eolie hanno una porzione di lor base sopra il granito, s'invogliò di cercare da quai luoghi esso poteva trar la sua origine, e dopo diverse laboriosissime indagini intraprese su' monti della Sicilia, conchiuse che proveniva da rocce congeneri, che mettono nelle Montagne di Capo di Melazzo, essendo queste di fatti in parte formate di granito, e d'altronde avendo la direzione verso quest'Isola.
Andando io da Lipari a Messina (Viaggio di 60. miglia) mi arrestai espressamente a questo Capo che giace alla metà del cammino, giudicando troppo rilevante l'esaminar questo luogo. Quivi esiste effettivamente il granito.
La mica quando nera, e quando argentina, il quarzo succeruleo, e talvolta lattato, e il feldspato rossigno o bianchiccio, ne sono i tre componenti, ora distribuiti quasi equabilmente, ora in disegualissime dosi. Qualche rara volta la mica è esagona: il feldspato altresì mostra una incominciata cristallizzazione. Cotesto granito non apparisce stratificato, ma a gran massi, che occupano in parte Capo di Melazzo, e i suoi dintorni, ed in più siti discendono fino al mare. Quivi anzi sotto l'acque miransi i rimasugli di un'antichissima Fabbrica di tal roccia composta.
Per la molta probabilità adunque che cotal granito fosse quel desso, onde Panaria, e qualche altra Isola di Lipari è composta, era troppo importante l'esperimentarlo al fuoco, come fatto aveva degli altri. E variando in lui le dosi dei tre elementi, mi valsi di cinque varietà, ciascuna posta in minuti pezzi nel proprio crogiuolo. La mica al fuoco divenne più fragile, il feldspato diede qualche segno di fusione, e il quarzo perduta la trasparenza fece molti peli. I pezzi poi ritennero pressocchè tutti la forma primiera.
VIII. A Panaria, ed in qualche luogo di Basiluzzo si trovano alcuni pezzi di granito, ne' quali non apparisce la menoma alterazione cagionata dal fuoco: e però danno a credere d'essere stati lanciati fuora dalle gole vulcaniche nello stato naturale, in che si trovavano nell'interior della terra. Cotal granito pei tre constituenti principj, e per le qualità di ognuno, è somigliantissimo a quel di Melazzo. Ma lo somiglia altresì nel mostrarsi refrattario al fuoco, in lui pure manifestandosi soltanto qualche traccia di liquefazione nei feldspati.
IX. Volli finalmente sperimentare alcuni saggi delle lave stesse granitose, che a Panaria, e a Basiluzzo hanno formato correnti. Ma l'esito non fu niente più felice, che negli altri graniti. Si mostrarono adunque refrattarie, tranne una superficialissima invernicatura di smalto nata qua e là nel feldspato. Questa si fu una delle arcipochissime lave, che fondere non potei alla fornace da' vetri.
Il complesso di questi fatti mi diede adunque chiaramente a conoscere che i cimentati graniti sono infusibili nel grado 87.⅝ del termometro di Wedgwood (quegli almeno che risultan di quarzo, feldspato e mica) quantunque continuato per ore 48. Cotal calorico, secondo che è detto, si discosta di gradi 2.½ circa da quello che produce un principio di fusione nel ferro, il quale è gradi 90. del suddetto termometro. Deliberai pertanto di commetter pure le summentovate rocce a questo calorico, anzi ad un più gagliardo, valendomi d'un fornello a vento, che compiutamente liquefà il ferro. E quì a vero dire in meno d'un'ora di fuoco la fusione in loro seguì; perfetta o poco meno nei feldspati, incominciata, e talvolta ancora compiuta nelle miche, senza qualche marca talor di liquefazione nel quarzo. Ove adunque il feldspato era superiore nella quantità agli altri due elementi, i pezzi facevano ne' crogiuoli un tutto solo ed unito, avente per di sopra un liscia superficie, o piana o concava o convessa, secondo che suole accadere nella fusion delle lave. Non avvenne però mai omogeneità nelle masse. Il feldspato, qualunque ne sia il colore, prende un bianco lattato, e si fa sommamente liscio e rilucente, e la durezza sua diventa maggiore. E' notabile come la mica, che in qualche granito era argentina, o dorata, nella fusione si fa nerissima[2].
Unendo tutte queste sperienze, e insiem confrontandole, si raccoglie da esse che in generale la fusion de' graniti richiede un fuoco d'alta temperatura; e con le mie sperienze consuonano quelle instituite su rocce congeneri da' Sigg. d'Arcet, Gerhard, e Saussure. Ho detto in generale, non negando io che in minor fuoco possa ottenersi la fusione del feldspato in qualche altro granito, la quale fors'anche seco tragga più o meno quella del quarzo[3]. Quantunque nella immensa serie delle lave da me fuse, e in quest'Opera descritte, i feldspati ordinariamente si mostrino refrattarj, pure qualche volta si fondon benissimo al fuoco della fornace, del quale si valgono quì in Pavia per mettere in opra il vetro ordinario, non ostante che sia più rimesso, secondo che si è detto, del fuoco che usano per il cristallo. Dimostrato lo abbiamo nei feldspati delle lave d'Ischia, i quali o uniti meccanicamente ad altre sostanze, o solitarj, si squagliano perfettamente[4]. La facilità che hanno alcuni pochi feldspati nel fondersi, e la difficoltà che provano altri di numero incomparabilmente maggiori, ho trovato nascere dalla dose diversa della silice combinata con altre terre, scarsa ne' primi, e abbondantissima nei secondi. Se adunque rinvengasi qualche granito a base di feldspato dotato di poca silice, io non veggo perchè a un moderato calorico patir non possa fusione. Rimane però sempre fermo pei dianzi allegati cimenti, che per render fuso interamente il feldspato nel granito di Capo di Melazzo, nell'analogo in pezzi erratici a Panaria, e a Basiluzzo, come pur l'altro, che constituisce il fondo delle lave di queste due Isole, per tacere quello degli altri nominati graniti, evvi necessario un possente fuoco, quale si è quello che liquefà il ferro. Sembra dunque che siamo autorizzati a credere che i fuochi vulcanici che fecer nascere Basiluzzo, e Panaria, e l'altre vicine Isolette, eran fortissimi. L'importanza di questa apparente conseguenza farassi viemmeglio sentire, quando agiteremo la questione su l'attività in generale de' fuochi vulcanici.
- ↑ Vedi la mia Introduzione T. I.
- ↑ Gioverà quì porre una breve Annotazione, che mi è andato di mente di mettere nel principio del Libro, ma che tuttavia non sarà disacconcia a questo luogo. Nelle fusioni dei prodotti valuto essendomi di crogiuoli di argilla, mi si potrebbe obbiettare, ch'io non sono sicuro se tai prodotti sono fusibili per se stessi, o per la combinazione dell'argilla de' crogiuoli. Dirò primamente che questa combinazione mi si è offerta molto di rado, e che quando è accaduta, era troppo palese per non vederla, venendo allora corroso più o meno il crogiuolo. Secondamente che il mio giudizio su la fusibilità de' corpi che esaminava, non è mai stato appoggiato a quella fusione di essi, che si ha in contatto col crogiuolo, o a poca distanza da' suoi lati, ma verso il mezzo di esso, dove questa combinazione per la troppa distanza non poteva aver luogo; tanto più che la circolar bocca di questi vasi suole avere di diametro due pollici. Quando adunque dichiaro la fusione di un prodotto, sono più che certo non avervi avuta alcuna parte l'argilla de' crogiuoli.
- ↑ Scrive Morveau al Conte Buffon, che due pezzetti di granito diverso collocati separatamente in un crogiuolo, in meno di due ore di fuoco si sono squagliati in un vetro omogeneo. Buffon Miner. T. I. in 12. Ma egli non ispecifica le parti costitutive dei due graniti, nè la temperatura del fuoco adoperato per fonderli.
- ↑ Capit. V. verso il fine.
- Testi in cui è citato Déodat de Dolomieu
- Testi in cui è citato Strabone
- Testi in cui è citato Jean d'Arcet
- Testi in cui è citato Eduard Gerhard
- Testi in cui è citato Horace-Bénédict de Saussure
- Testi SAL 100%
- Testi in cui è citato Louis-Bernard Guyton-Morveau
- Testi in cui è citato Georges-Louis Leclerc de Buffon