Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XLII
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CAPITOLO XLII.
osservazioni e sperienze intorno alla salsa
di sassuolo, precedute dalla descrizione
fattane da alcuni scrittori.
Si riferiscono le Relazioni di Plinio, di Frassoni, del Ramazzini, e del Vallisneri. Stato in cui trovavasi la Salsa di Sassuolo, quando nel 1789 venne visitata per la prima volta dall'Autore. Sua figura conica, e interrotte bolle gazose che escono dal di dentro del cono. Potevasi allora dire oscura ed ingloria, confrontandola colle eruzioni in altri tempi avvenute. Situazione della Salsa presente niente diversa dall'antica descritta dai soprammentovati Autori. Il gaz che ne esce è idrogeno. Cose osservate nello scavamento fattovi sotto. Si descrivono alcune forti eruzioni accadute alquanti anni prima che colà si portasse l'Autore. Seconda sua gita alla Salsa suddetta nel 1790. Ragguaglio delle circostanze che pochi giorni prima accompagnata avevano una sua gagliarda eruzione. Terza di lui escursione nel 1793. Novelle Salse subalterne ivi generatesi. Salsa di Sassuolo infinitamente più estesa di quella della Maìna. Sterilità di quel luogo. Materie nei tempi presenti, e nei passati eruttate che mostrano di non essere state il menomo che affette dal fuoco. Sussistendo gli spaventosi incendj dell'età passate riferiti da rispettabili Autori, si spiega come questi sono stati impotenti a vulcanizzare i corpi dalla Salsa lanciati in quelle straordinarie eruzioni. Le due Salse della Maìna, e di Sassuolo non presentan vestigio di antiche paludi, o di frane ivi corse. Quindi non sussiste il pensamento dello Scrittore dell'aria infiammabile delle Paludi, che il gaz idrogeno della Salsa di Sassuolo venga originato da sostanze vegetabili od animali decomposte. Analisi chimica del gaz idrogeno, dell'acqua, e della terra di questa Salsa. Quale esser possa la derivazione di cotesto indeficiente gaz. Il petrolio oltre all'esistere attorno alla Salsa nel naturale suo stato di fluidità si trova combinato con la terra, e forma il carbon di pietra. Si spiegano i principali fenomeni di questa Salsa
Se la Salsa della Maìna non è stata, ch'io sappia, fino ad ora conosciuta che da' Paesani, quella di Sassuolo era da lungo tempo notissima per gli Autori che in diverse epoche ne hanno scritto, quali sono tra gli altri il Frassoni, il Ramazzini, il Vallisneri. Ma i due primi ce la dipingono a colori sì tetri, sì spaventosi che in noi risveglian l'idea di un verace avvampante Vulcano. E forse tale pittura ebbe la prima sua origine da quella che ne fa Plinio, riferita dagli stessi Autori che è la seguente: “Factum est ingens terrarum portentum. L. Martio, ac Sex. Julio Consulibus in Agro mutinensi. Namque montes duo inter se corruerunt, crepitu maximo adsultantes recedenserque, inter eos flamma fumoque in caelum exeunte interdiu spectante e via Emilia magna Equitum Romanorum familiarumque et viatorum multitudine. Eo concursu villae omnes ellisae, animalia permulta quae intra fuerant, exanimata sunt” (L. II. Cap. 83.).
Non v'ha dubbio che a questo luogo della Salsa abbia voluto alludere il latino Naturalista, giacchè se arso avesse nel modo descritto stata sarebbe visibilissima dalla Via Emilia. E la medesimezza del sito viene confermata da quanto egli dice al Cap. 107. dell'istesso Libro: “exit ignis in Mutinensi Agro statis Vulcano diebus”.
I sintomi di questa Salsa così vengono enfaticamente rappresentati dal Frassoni, quando nel 1660 dettava il suo Opuscolo De Thermis Montis Gibii. “In sinistra montis (relativamente a quelle terme) quae occidentem spectat, in via quae Saxolum ducit, ad dimidiam fere montis partem collis conspicitur glareosus, qui dicitur la Salsa, cujus in vertice hiat spiramentum unde cum strepitu, quasi ollae ebullientis caenum quoddam violacei coloris insigni bituminis nigritati quanti immixtum expellitur, quod creta est purissima, maximeque mollis, bitumen sulfurque impense redolens. Si vero foramen per quod caenum exit, occludatur, in loco proximiore exuberat illico extumescitque adjacens terra, fermentique ad instar hiascit, ingenti crepitu e novo hiatu caenum erumpit; quod si hiatus idem hasta obturetur, mirum quanto nisu ea detrudatur; si vero saxa in eundem injciantur, insigni illa cum fragore in barathrum illud occurrunt, cujus si fundum funibus pertentetur, vix pertingatur”.
“Conspectum fuit pluries diversis temporibus in hoc monte, qui totus cavernosus est, bituminisque ac sulphuris plenus, ingens incendium, quod signa nonnulla praeveniunt, quorum insigne illud est, maximeque mirandum, viam siquidem illam, quae Saxolum a montibus ducit, licet rectam atque detritam, jumenta omnia toto illo triduo antequam conflagratio fiat, adeo abhorrent atque aversantur, nulla vi, minisque cogere illa possint qui illis praesunt, ut vel eò accedant, vel ibi pedem figant, quin refractaria omnino stupido quasi pavore consistunt, atque retrograda aliam sibi tutiorem sequntur viam. Incendium istud praecedunt etiam intra cavernas mugitus ac terraemotus toto hoc tractu frequentes, tandemque flamma e novo hiatu, quem in summo colle incendium fecit, exiliens ad astra pertingit, quam consequitur, repentinus horrendusque fragor, quasi montes, ut Plinius ait, concurrant, immensaque tunc erumpunt Saxa, quae dum in aera protruduntur, a descendentibus excepta colliduntur in barathrum, proprio utraque pondere impelluntur, fragoremque quasi aeneorum tormentorum miris augent modis. Haec saxa excipit vis magna ignis; fumique adeo tenebrosi, ut ipsi aeri nubes offundant, et solis quasi eclipsi laborantis lumen crassioribus nebulis obumbrent, attratumque ac pullatum reddant, flammisque identidem corruscantibus, noctem dies, diemque nox mutua quadam consequentia excipiat. Ex hac ingenti conflagratione igneum quasi flumen in subiectam vallem Saxolum versus evomitur, perseverantque haec portenta usque dum consumpta incendj materia ejecti cinerum, terrae, markasitarum, ac lapidum globi collem alium priore deleto flammisque penitus consumpto astruant. In ipso publicae calamitatis aestu dum igneo turbine vexantur omnia, concutiunturque ac sternuntur, multa obveniunt damna, ut cuique sors mala tulerit, quibus obnoxia sunt, nedum adjacentia praedia, casae, sac pecora, verum et non raro homines ipsi”.
La descrizione che 38. anni appresso ne fa Bernardino Ramazzini, molto più breve dell'esposta, è la seguente. “Satis curiosa est hujus vulcanii spiramenti (la Salsa di Sassuolo) observatio. In summitate Collis parva planities sedet, in cujus medio hiatus visitur crateris forma, cujus diameter tres ulnas circiter non excedit, unde materia quaedam bituminosa continuo sursum protruditur, ac ad modum pultis ebullit. Interdum vero, impendentibus praecipue magnis temporum mutationibus, ex illo hiatu ingentes flammae erumpunt, una cum Saxorum, et cretaceae materiae projectione, tanto quidem fragore, ut in ipsa Civitate interdum noctu praesertim, strepitus non secus ac aeneorum tormentorum exaudiri soleat. A Senioribus loci accepi Collem illum ex hujusmodi materie et saxorum rejectione notabiliter in altum excrevisse, et subjectam vallem ferè complanasse ...... Mihi quidem hujusmodi conflagrationem videre non obtigit, rem tamen visu horrendam esse ajunt, ut incolae, ac viatores procul effugiant, ne a flammarum et saxorum crepitante grandine obruantur.”
E dopo l'aver riferito l'aborrimento per quel luogo che provan gli armenti, ove sia in prossima disposizione a vomitar fiamme, secondochè aveva prima avvertito il Frassoni, soggiunge “Materia porro quae ex illo hiatu erumpit, cinerei coloris est, sulphureumque ac bituminosum odorem redolens, mollisque est, ut pedem intra craterem immittere periculosum sit” Ramaz. Op. omn. T. I.
Ho giudicato opportuno di trascrivere queste due Relazioni su la nominata Salsa fatte nel passato secolo per poterle confrontare con quella che venne pubblicata dal Vallisneri l'anno ii. del corrente, e con quanto ho osservaosservato io stesso in questi ultimi tempi. La somma delle cose vedute da questo illustre mio Concittadino si è questa. Quel luogo gorgogliava del continuo, aveva allora una sbocca del diametro di due piedi, dalla quale veniva vomitata picciola quantità di acqua alquanto Salsetta insieme al fango, che del continuo alzandosi e spruzzando colava giù da un fianco, portando seco del petrolio nero e fetente. Il sal marino fioriva attorno alla Salsa nella terra diseccata dal sole. I gorgoglj uscenti dalla bocca fangosa eran più spessi battuto co' piedi il terreno, che allora sottovia profondamente romoreggiava. Il giro della Salsa circoscritto da altre eruzioni era di dugento passi, e quando essa infuriava diveniva per detto de' paesani tutto quel tratto una infernale voragine vomitante fiamme, fumo, fango, sassi, e marcassite. Verso il mezzodì, osservò egli, una collinetta formata dei vomiti della terra medesima che vomita la Salsa (Vall. Op. in fogl. T. II.).
Passo ora a narrare quanto in tre epoche diverse io vi notai, la prima delle quali fu nell'Ottobre del 1789, ed ebbi il compiacimento di far quella visita in compagnia di S. E. il Sig. Marchese Gherardo Rangone, Cavaliere per l'assennatezza, pel sapere, e per generoso incoraggiamento per le scienze superiore ad ogni mio encomio. Alla distanza dunque d'un buon miglio da Sassuolo giace ella su di un monticello al sud, attorniata da un rialto di terra e di pietre, e si solleva in un cono terroso alto due piedi, che porta alla cima un imbuto capovolto del diametro d'un piede, da cui escono interrotti gorgoglj del diametro di 4 in 5 pollici, che appena appariti si rompono. Quì pure l'imbuto è formato di cenerina terra argillosa, sommamente intrisa di acqua, per cui spinta all'insù dalle bolle trabocca dagli orli dell'imbuto, e cola alle parti inferiori. Stando chino si sente l'oscuro romorio delle bolle ascendenti, e se allora battasi co' piedi la terra, vengono alla superficie più pronte e più numerose, siccome osservato aveva il Vallisneri. Ed è la stessa ragione per cui in simile circostanza i fuochi di Barigazzo, diventano più rigogliosi, in quanto che la pressione de' piedi obbliga la terra molle e cedente a restrignersi, e quindi a spremer fuori il fluido imprigionato ne' suoi sfendimenti.
Allora chiamar potevasi la Salsa di Sassuolo oscura ed ingloria, vedendosi quanto estese erano state in altri tempi le sue eruzioni, che avevan di giro tre quarti di miglio, ed erano corse all'ouest fino al sottoposto piano che comunica con la pubblica strada. La terra vomitata era per tutto la medesima, voglio dire argillosa, e le pietre che con lei erano uscite dalla bocca della Salsa consistevano in carbonati calcarj amorfi con diverse cristallizzazioni spatose, ed in una moltitudine di sulfuri di ferro.
Considerando la situazione della Salsa descritta dai summentovati Autori, e confrontandola con la notata da me, si vede ch'ella è sempre stata nel medesimo luogo a riserva di alcuni subalterni spiragli che di quando in quando si sono aperti in altri siti vicini. Così al sud-ouest a cento piedi circa dalla circonferenza della Salsa bollivano altri gorgoglj caccianti fuori il medesimo fango argilloso, che faceva un picciol colmo, ma che non era mai corso che a quindici o venti piedi. Medesimamente li presso bulicava quasi del continuo in cinque luoghi distinti l'acqua nel fondo di un fossatello.
Applicata ai gorgoglj della Salsa e agli altri ora accennati la fiamma d'un solfanello, videsi dall'accensione che questo era gaz idrogeno. Allora divisai che venisse fatto uno scavo, dov'era il cono terroso della Salsa. Via via che discendeva, la terra diveniva appicaticcia, e sempre più in ragione del continuarsi di questo lavoro, cosicchè a cinque piedi di profondità convenne desistere dal seguitare lo scavo, giacchè i badili e le zappe vi rimanevano talmente invischiati, che quantunque maneggiati da uomini robusti non potevano distaccare la terra. A quella profondità non si perdevano di vista i gorgoglj, e stando con l'orecchio teso, si sentivano romoreggiando ascendere dalle parti inferiori. Quella viscosità di terreno impedì adunque di continuare più basso le ricerche, siccome era mia mente di fare lo stato pertanto della Salsa si poteva allor dire queto e pacifico. Seppi però da' paesani che tre anni prima seguita era una gagliarda eruzione, e da quelli che da lungo tempo abitano una casa a 180 piedi distante da cotal luogo potei averne un minuto ragguaglio. Adunque sparito allora quel picciol cumulo appuntato di terra che si osserva quandola Salsa è tranquilla, creossi improvvisamente una gonfiezza di tenerissimo fango del giro di molti piedi, che un momento appresso con romore simile a un picciol colpo di cannone scoppiò, e nel tempo istesso venne lanciata altissimo una immensità di terra da fumi accompagnata, che ricadeva poscia su la Salsa istessa, e nei contorni di lei. Un momento appresso nasceva un altra gonfiezza consimile, che nel rompersi faceva lo stesso strepito, e vibrava su per l'aria i medesimi pezzi di terra, e così era di altre successive esplosioni. Alcuni più arditi e che al centro dell'eruzione si avvicinaron di più, mi narravano che non videro già essersi formata in quel tempo caverna o sotterranea voragine, ma solo apparirvi una cavità poco profonda un momento dopo che scoppiato era il tumore. Così infuriò la Salsa per lo spazio di tre ore, poi a poco a poco la gonfiezza e i getti di terra si fecer minori, e dopo alcuni giorni tornò alla primiera situazione con formare l'ordinario cono troncato, e mandar fuori bolle, e scarsa quantità di fluente belletta. Quella eruzione fece nascere una corrente fangosa che si inoltrò all'ingiù del monte per la lunghezza di mezzo miglio.
Gli uomini di quella casa mi parlarono di altre anteriori eruzioni, ch'eglino stessi avevano vedute; dicendomi che una di queste gettò fuori a molta distanza un masso, e che con esso, rotto in più pezzi, si fece copiosa calce; e che in altra eruzione tremava la casa, e il suolo circostante, e allora sprofondò l'aja in un lato. In queste violente eruzioni mi attestaron tutti d'accordo, che nottetempo visibilissima ne era la fiamma.
Queste sono le notizie ch'io trassi da quella prima mia escursione alla Salsa di Sassuolo, la sostanza delle quali si legge nella Memoria sopra i Fuochi di Velleja del celebre mio Collega Don Alessandro Volta, chieste avendomele egli stesso, ma che quì come in proprio luogo cadevano opportunissime.
Li 12. Luglio 1790. rivisitai la Salsa, con tanto maggior piacere, per non essere che 29. giorni che fatto aveva una novella eruzione. Il cono troncato alto 4 piedi circa, e largo alla base 11, formava interiormente un imbuto arrovesciato, la cui base aveva il diametro di 3 piedi ed uscivano a riprese, e con sordo romore scoppiavano delle bolle gazose, e nell'uscire cacciavan fuori il solito acquoso fango formante più rivoletti su la pendenza del colle. Lì attorno pullularono quattro altri minori coni manifestanti in picciolo gl'istessi fenomeni. Era ancor fresco il colamento della vomitata materia, che aveva di lunghezza verso il declive della collina 112 piedi sopra 32 di larghezza. Tal materia, che non era che la solita cenerognola argilla, alla superficie per disseccamento vedevasi screpolata e divisa in sottili sfoglie, come accade alla belletta de' fiumi per espansioni cacciata fuori dell'alveo. Ma internamente era mollissima, come appariva conficcandovi dentro un bastone, ed anche andandovi sopra co' piedi, giacchè si sentiva cedere il terreno, ed in qualche sito dov'era più molle si correva pericolo di profondare. Dove finivano i lembi della corrente terrosa, miravasi alta piedi 3. Ma fatto avendo io uno scavo presso la bocca donde era uscita, la sua altezza era di piedi 7. Le sostanze mescolate alla corrente erano sulfuri di ferro, carbonati calcarj con rilegature spatose, frammenti di pietre margacee.
Passo adesso a raccontare i fenomeni di questa novella eruzione comunicatimi dagli abitatori della casa vicina, i quali per averli eglino stessi veduti, mi parvero meritar piena fede. Addì 13 adunque del precedente giugno prima delle ore 10 del mattino, essendo da più giorni sereno il cielo, e l'aria tranquilla, la Salsa cominciò a far sentire sotterraneamente dei piccioli romori, che d'intensità andaron crescendo, e alle 10 1/2 improvvisamente dalla bocca venne cacciato del fango, prima a poca altezza, poi più grande, giungendo in seguito le cacciate a perdita di vista su per l'aria con tale fracasso, che udivasi a qualche miglia di giro. Mi narravano che era come un gran lievito che gonfiava, poi con istrepito crepava, e allora i pezzi del fango venivano in alto balzati. Intanto la vicina casa dalla cima alla base tremava, e furono stretti di abbandonarla, ritirandosi a qualche distanza. Le grandinate non durarono più di ore 4, quantunque la colante fanghiglia continuasse il suo corso per due giorni seguiti, fattasi però sempre minore, e nel giorno terzo tornò a formarsi il solito cumulo di terra, che continuò poi lo stesso, quale io ve lo aveva trovato. Fummi mostrato da que' paesani un sasso di natura calcaria del peso all'incirca di libbre 800 eruttato alla distanza di 20 piedi nel più forte della grandinata.
Nella prima mia visita del 1789. dissi trovarsi al sud-ouest un altra vicina, ma picciola Salsa vomitante fango per l'uscita di più bolle gazose. Le circostanze erano le medesime quando ci venni la seconda volta, tranne l'essere le bolle non già interrotte, ma continue, per cui con un corpo infiammato generavasi una fiamma ardente in mezzo alla fanghiglia, non già perenne, ma che durava però più d'un quarto d'ora. Trovai tuttavia una novità, e questa fu un altro spiraglio, 10 piedi all'incirca lontano dal secondo, posto medesimamente in cima d'un minuto cono troncato, che a volta a volta mandava fuori vesciche aeriformi, e fanghiglia. Sette adunque tra grandi e piccole eran le bocche da cui usciva il gaz idrogeno, giacchè in tutte sette levavasi in fiamma accostandovi un ardente candela.
L'ultima gita ch'io vi feci fu li 2. Novembre 1793. La Salsa principale era formata d'un solo cono troncato, alto un piede e mezzo, dal cui centro radissime e piccolissime uscivan le bolle. E però era in un uno stato di massima quiete. Dall'altra picciola Salsa al sud-ouest in forma di sottil cono troncato scattava incessantemente una fila di bollicelle, e all'est di lei non lungi 45 piedi se n'era formata una terza più gorgogliante della seconda e i contadini di quella casa mi dissero che sul piano della loro stalla ne era nata una quarta che a più riprese bolliva, ma che venne tolta per avere con mattoni coperto quel piano. L'accensione delle bolle gazose in questi luoghi diversi da me procurata mi mostrò non essersi fatto verun cangiamento dopo le due prime visite in cotesto gaz infiammabile. Vidi adunque che la Salsa di Sassuolo ha una estensione immensamente più grande che quella della Maìna, facendosi strada, ed uscendo da luoghi diversi, e talvolta nuovi il suo gaz, sì però che il generatore delle eruzioni è sempre fisso ad un sito, non ostante che in alcuni tempi sia meno abbondante che quello delle Salse subalterne.
Ho detto che le vecchie eruzioni di questa Salsa girano attorno tre quarti di miglio. Per tutto questo tratto non vi nasce fil d'erba a motivo del muriato di soda, che altamente ne penetra la terra, come tra poco vedremo, e per tutto poi questa terra è argillosa, come il sono gli altri convicini colli. Atteso le ignee eruzioni de' tempi andati descritte dal Frassoni, e dal Ramazzini, ho fatto sul luogo le più accurate ricerche se vi sieno corpi che manifestino la sofferta azione del fuoco. Ma nulla di ciò vi si osserva, o a dir meglio si osserva tutto il contrario. I semplici carbonati calcarj e gli spati mescolati alle diverse colate sono conservatissimi, quantunque sia noto come presto si risentano al fuoco. L'argilla che per esso facilmente indura e diventa rossa, conservasi intatta. Lo stesso è degli abbondanti sulfuri di ferro sì facili a scomporsi dal fuoco; eppure tutti questi corpi diversi sono stati nelle ejezioni vomitati dalle viscere della Salsa.
Nè varrebbe il dire, che le sostanze o fuse o calcinate, o comunque da sotterranei fuochi alterate, si trovano forse nelle vecchie eruttazioni profondamente seppellite dalle nuove. Imperocchè quantunque ogni eruzione faccia nascere un alzamento di terra, questi alzamenti però non sono durevoli come nei Vulcani, ma dall'impeto dell'acque piovane correnti dove esiste la Salsa si vanno in tutto o in buona parte struggendo. Quindi non saprei quanto sussista ciò che per testimonianza de' paesani riferisce il Ramazzini “Collem illum ex hujusmodi materie, et saxorum rejectione notabiliter in altum excrevisse”. Di fatto vera essendo questa affermazione, chi non vede che l'altezza del colle su cui gorgolia la Salsa dovrebbe superar quella dei colli che la assiepano, quando veggiamo essersi sempre mantenuta a livello di loro? Finalmente il mio occhio in più d'un luogo poteva ivi penetrare a grandi profondità, dove esistono cioè alcuni sfendimenti cagionati dall'acque, senza che mai trovato vi abbia sostanze affette dal fuoco.
Ma se in questa Salsa non è reperibile verun corpo vulcanico, avrem noi dunque a pensare delle sopra riferite relazioni di spaventosi incendj altre volte in questo luogo avvenuti? Io forte dubito che in esse siavi dell'esagerato, massimamente in quella di Plinio, uomo di natura portato al maraviglioso. Ma se non tutto, più cose almeno possono esser vere, ed intanto a noi sembrano fuori dell'ordinario, per non accadere all'età nostra quegli infocati vomiti, che forse avvenivano nelle passate. Ad onta delle quali cose non è però difficile il comprendere come il foco dannificato non abbia le materie espulse dalla Salsa, sì perchè le esplosioni probabilmente erano di poca durata, sì perchè queste venivano altamente penetratte dall'acqua.
Intanto giova mostrare in passando come questa Salsa e lo stesso vuol dirsi di quella della Maìna, è lontanissima dal mostrare sì dove ella bolle, come ne' suoi contorni il più picciolo vestigio di antiche paludi, e di stagni ovvero di frane ivi corse che seppellito abbiano il vecchio suolo, che anzi que' colli vanno del tutto esenti da cosiffatti scorrimenti di terra. Veggo che anche quì il chiarissimo Scrittore dell'aria infiammabile delle Paludi nel riportare le prime mie osservazioni intorno alla Salsa di Sassuolo non si dimentica delle sue sostanze vegetabili od animali decomposte, poichè avendo io lasciato travedere fin d'allora qualche sospetto circa i sulfuri di ferro quivi copiosi, egli esce in queste parole: “Or cosa è che produce là dentro quella tant'aria infiammabile. Il nostro Abbate Spallanzani domanda quì se non potrebbe tal aria essere prodotta dalla pirite, denominata dal Valerio sulphur ferro mineralizzatum, giacchè non solo la terra eruttata dal Vulcanetto abbonda di tali marcassite, ma quella eziandio che ne esce di quando in quando dal medesimo all'uscirne di quella semifluida fanghiglia. Ma io piuttosto inclino a credere, che abbia origine quell'aria infiammabile, come altrove, da sostanze vegetabili od animali decomposte” (l. c.).
Lasciando dall'uno de' lati la generica espressione come altrove, mostrato essendosi ne' fuochi di Velleja e di Barigazzo essere male applicata, ed attenendoci alla Salsa presente, ognun vede quanto sia fuor di proposito la sua credenza, la quale in qualunque caso era sempre azzardata, per non essere egli mai stato sul luogo. Sebbene considerate le cose ab origine, a me sembra degno di escusazione, Veduto avendo egli che il gaz infiammabile delle paludi, degli stagni, dei fossi è il prodotto della decomposizione delle sostanze vegetabili e talora anche animali, e sentito avendo ripetersi da più altri l'istessa cosa egli si è formato come un canone, che dove dalla terra esala cotesto gaz, venga originato dai medesimi corpi. Quindi da essi i fuochi di Pietra-Mala, quindi quelli di Velleja, quindi gli altri di Barigazzo. E con queste sostanze vegetabili ed animali cento volte ripetute ne' diversi suoi Opuscoli si è tanto famigliarizzato, che le applica quasi senza pensarvi alle Salse perchè queste Salse mandan fuori gaz infiammabile.
Le disamine da me fatte sul gaz idrogeno, su l'acqua, e su la terra della Salsa della Maìna non dovevano tralasciarsi in quella di Sassuolo. Quanto e adunque del suo gaz, primamente l'odore oltre all'esser forte ed acuto, è ancor disgustoso, imperocchè non solo dà egli a sentire la natura del gaz idrogeno, ma quella eziandio del gaz solforato, e la semplice accensione di lui ne' vasi lo comprova mirabilmente per sottilissime molecole di solfo che rimangono dentro di essi. E cotesta accensione non va mai disgiunta dall'odor di petrolio. Egli poi arde più lentamente che quello della Maìna, e l'azzurro della sua fiamma è più sensibile. Colora maggiormente in rosso la tintura di eliotropio, e più grande ne è l'assorbimento dall'acqua di calce. Questi saggi chimici dimostrano adunque che il presente gaz idrogeno è carbonico, ed insieme più impuro che l'altro della Salsa della Maìna. Acceso sopra l'acqua di calce nell'Eudiometro ad aria infiammabile, diminuì al di là d'un terzo da oncie 24. di quell'acqua che usciva dalla Salsa, chiarita prima e feltrata, indi posta a svaporare ottenni poco meno di un oncia e mezzo di muriato di soda cristallizzato. In quest'acqua era dunque sciolta presso a poco la medesima quantità dell'istesso sale, che in quella della Salsa della Maìna.
Pochissima diversità trovai nell'analisi della terra. Oltre l'essere un argilla d'un bianco cenerino, e l'avere in conseguenza le qualità che accompagnano questa terra, era salata al gusto, e putente di petrolio all'odorato. Su la terra della Salsa della Maìna, ma più assai su quella di Sassuolo veduto aveva alcune macchie di sostanza nericcia, che a prima giunta preso aveva per petrolio, ma avendole separate non ne avevano punto l'odore, e appressate al fuoco non si accendevano. Quest'olio però si manifestò in essa terra per la distillazione, mentrechè da grani 3624 di essa, siccome praticato aveva in quella della Maìna, grani 3 all'incirca di tale olio erano a galla dell'acqua del palloncino del che maggiormente restai persuaso per l'accensione, e pel deciso odor suo. Ottenni di gaz acido carbonico pollici cubici 3 1/5.
Da grani 2264 di questa terra lessiviata, e ben bene edulcorata ebbi di muriato di soda grani 42 1/2.
Fatta in fine l'analisi di 100 libbre docimastiche di questa terra conseguj
La presenza del petrolio in questa Salsa, e nel suo gaz idrogeno, e la comunicazione di quest'olio co' finitimi pozzi di Monte Zibio, ci suggerisce quella medesima spiegazione intorno alla sostanza generatrice di cotesto gaz che è stata da noi addotta ragionando della Salsa della Maìna. Se non che io penso quì concorrervi un altro elemento, cioè i sulfuri di ferro sì numerosi in questa Salsa, della cui decomposizione venga ad accrescersi il medesimo gaz, sì copioso nella Salsa di Sassuolo sopra quello della Maìna, nella quale di fatto non ho saputo trovare un solo di questi sulfuri.
Quanto è poi del petrolio, non solamente egli esiste ne' contorni della Salsa nel naturale suo stato di fluidezza ma trovasi ancora alla terra indurata unito, in quanto che forma il carbone di pietra. Questo carbone sparso in piccioli pezzi nelle vicinanze della Salsa, è compatto, pesante nelle fresche rotture d'un nero lustrante, concepisce con qualche lentezza la fiamma, la quale però è durevole, e il suo fumo e folto ed acuto.
Da questo carbone infiammato, e fatto spegner nell'acqua ho raccolto buona copia di gaz idrogeno carbonico.
Per le cose finora allegate non sarà malagevole il render ragiona dei diversi sintomi della Salsa. E primieramente se sussistono, se non in tutto, nelle cose almeno più principali, le riportate Relazioni di antichi incendj avvampanti talvolta nell'aria aperta, egli è chiaro che questi sono una derivazione di quelli che si sono accesi nell'interior della terra per la conflagrazione dei sulfuri di ferro, e del petrolio, o nel naturale suo stato, od in quello di litantrace. Oltre adunque ad un grande sviluppo di gaz idrogeno, che in simili casi dee necessariamente prodursi ne concorre un altro non inferiore di calorico. Cotesti due fluidi pel loro imprigionamento urteranno contro i lati delle caverne, le scuoteranno, e faran nascere que' traballamenti accompagnati dall'altre spaventose circostanze narrate dai sopra ricordati Scrittori. Somiglianti formidabili accensioni non sappiam però che all'età nostra sieno accadute, e ciò probabilmente per essere state in gran parte consunte le materie alimentatrici, e sopra tutto il petrolio, per la grandissima estrazione, che dai prossimi pozzi di Monte Zibio da lunghissimo tempo ne vien fatta incessantemente.
Intendiamo egualmente come di tanto in tanto succedono eruzioni o puramente fangose, o unite a deboli fiamme. Egli è indubitato che i luoghi sottostanti alla Salsa debbono abbondare di vacuità, di caverne per le terrose materie, che da sì lungo tempo va fuori eruttando. Sembra egualmente certo che cotesti vani andranno talvolta soggetti più assai dell'ordinario a riempiersi di gaz idrogeno, o perchè dai corpi atto a produrlo ne venga fatto maggiore sviluppo, o fors'anche perchè l'ordinaria quantità che vassi svolgendo non trovi per di sopra l'egresso, a metivo della soverchia fangosa terra turante le aperture per dove ne usciva. Questi aggregamenti gazosi ed elastici incontrando nelle parti superiori delle caverne minor resistenza che altrove, col prepotente loro impeto le obbligheranno a sfiancare, e i rotti pezzi verranno in alto lanciati, formandosi in tal guisa que' foltissimi getti di fango che a volta a volta ammiriamo. Se la materia nel primo vomito lanciata lasciasse della Salsa aperta la bocca, seguirebbe ad uscirne il gaz senza quasi produrre eruzioni novelle. Ma siccome il fango eruttato ricade in massima parte su d'essa bocca e la ricopre, così il gaz trovando una nuova resistenza farà un nuovo urto, e quindi una novella esplosione, e così diciam di più altre, le quali osserviamo esser però sempre minori, essendo più picciola successivamente la copia dell'uscente gaz. Ed in fine liberatasi la Salsa dal sovrappiù del gaz sotto di essa raccolto, si ricomporrà allo stato primiero di quiete, o vogliam dire di menoma azione.
Egli è poi facilissimo il comprendere come in queste copiosissime uscite di gaz idrogeno nascan correnti fangose. Lo abbiam veduto, dirò così, in miniatura nelle gazose bolle che interrottamente escon dalla Salsa, giacchè ognuna fà escir fuora, e scorrere giù pel cono della Salsa un rivoletto di semifluida belletta. Adunque un ammassamento straordinario di cotal fluido impetuosamente escito di sotterra spignerà fuora una proporzionata quantità di belletta. Essa poi è mai sempre inzupatissima d'acqua, o per le pioggie ivi cadute, e penetrate in quelle sotterranee cavità, o per qualche fonte scorrente dentro di esse.
Sussistendo ciò che narrano i paesani delle fiamme qualche volta nottetempo vedute in questi fangosi vomiti, se il gaz prorompente fosse fosforato, uopo non sarebbevi di ricorrere ad altra cagione, giacchè allora cotesto gaz si leverebbe in fiamma al solo tocco dell'aria, ma un simil fenomeno non emmi mai avvenuto di vederlo nelle tre mie visitazioni alla Salsa di Sassuolo, e nei moltiplici e diversificati tentativi instituiti in cotesto gaz. Per accenderlo evvi sempre stato mestiere accostarvi una fiamma. Nè saprei dire quanto naturale fosse il supporre che il gaz idrogeno di questo luogo divenisse fosforato nelle addotte circostanze. Trovo più verisimile lo spiegar queste fiamme ricorrendo ai sulfuri di ferro, che per la loro accensione cagionino quella del gaz idrogeno; e non è a stupire, se deboli sono in guisa da non esser vedute che nelle tenebre notturne, per essere questo gaz idrogeno imbrattato in gran parte dal gaz acido carbonico.