Vai al contenuto

Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XV

Da Wikisource.
Capitolo XV

../Capitolo XIV ../Indice vol. 2 IncludiIntestazione 19 giugno 2025 100% Da definire

Capitolo XIV Indice vol. 2
[p. 231 modifica]

CAPITOLO XV.

lipari

parte prima

osservazioni fatte alla circonferenza

di quest'isola.


Necessarj ritardamenti, volendone far tutto il giro alla spiaggia. Città di Lipari, e suo Porto. Immensa Scogliera di lava, e di vetro, su la quale ergesi il Castello di Lipari. Fondamenti di credere che l'interno della Scogliera sia schietto vetro. Altre pruove dell'antica esistenza del fuoco in quel luogo tratte dalle pomici di essa Scogliera. Fuoco nostro che modifica i vetri vulcanici diversamente da quello che fanno i fuochi sotterranei. Altre osservazioni fatte dentro del Porto. Lava porfirica d'un bel rosso ai confini di esso. Uscita [p. 232 modifica]dell'Autore dal Porto, e suo giro per mare attorno all'Isola, presa la direzione al nord. Enormi guasti cagionati dal mare all'ime falde dell'Isole Eolie, vantaggiosissimi per lo scoprimento de' prodotti vulcanici. Altra lava rossa porfirica. Bizzarro scorrimento di altra lava. Campo Bianco così chiamato per essere un'intiera montagna di bianche pomici. Se ne espongono in dettaglio le differenti specie. Analisi delle medesime, e di altre qualità di pomici per via umida. Discussione delle diverse opinioni intorno a questo genere di vulcaniche produzioni. Monte della Castagna composto di vetri, e di smalti. Come si trovino sul luogo. Vetri capillari. Altri che si possono considerare come formanti il passaggio dalle pomici al vetro. E' inverisimile che il vetro passi in pomice, come credono alcuni. Simiglianze, e differenze tra l'uno, e l'altra. Enumerazione d'altre qualità di vetri, una delle quali è somigliantissima alla così detta agata d'Islanda, o alla pietra gallinacea del Perù. Lave vetrose del [p. 233 modifica]Monte della Castagna. Questo Monte, e Campo Bianco con le loro adjacenze formano una massa vetrificata del giro di otto miglia. Maggiore amplitudine di questo vetro ne' tempi andati. Su' fianchi di queste montagne nessun segno caratteristico dell'esistenza degli antichi Vulcani. Prove però irrefragabili che altre delle descritte sostanze vetrose hanno colato, altre sono state su per l'aria vibrate dalle fauci vulcaniche. I feldspati, e li petroselci sono d'ordinario la base di queste vetrificazioni. Questione se le parti del vetro incorporate o continuate con diverse lave sian nate da un colpo di fuoco più veemente, o dall'esser elleno più facilmente vetrificabili. Fenomeno singolarissimo su tal proposito. Universale sterilità sopra questo estesissimo tratto di paese vetrificato. Norma poco sicura nel misurare le epoche delle lave dalla maggiore o minore conversione in terra vegetabile. Multiplicità di lave decomposte dagli acidi sulfurei, e variamente colorate dall'ossido del ferro al di là del Monte della [p. 234 modifica]Castagna. Decomposizione di altre lave cagionata dai medesimi acidi, ed altri smalti, e pomici che s'incontrano alle falde dell'Isola, seguitandone il giro per mare. Delicatissimi sorli, e ingemmamenti di elegantissimi cristalletti quarzosi, e calcedonj, originati per feltrazione in alquante lave decomposte. Due grossi scoglj nell'angusto canale che divide Lipari da Vulcano. Questo canale ne' tempi andati doveva esser più angusto. Conghiettura che una volta non ci esistesse, e conseguentemente che queste due Isole fossero quivi insieme attaccate. Forma del Monte della Guardia osservato sul mare. Sue radici di lave, di pomici, di vetri. Prodigiosa copia di eruzioni vetrose componenti questo Monte.

Se quest'Isola per l'ampiezza sua, per la Città che la illustra, pel numero degli Abitanti, pel commercio, e per l'agricoltura signoreggia su l'altre tutte che la attorniano, le quali anzi da lei [p. 235 modifica]prendon la denominazione di Liparie: è altresì cara agli occhi del fisico Indagatore per la copia, per la varietà, e per la pellegrina bellezza delle vulcaniche cose che chiude nel seno. Il Sig. Dolomieu ne' quattro giorni che vi soggiornò, raccolse quella messe, che non si poteva aspettar maggiore dal più oculato, e più infaticabile Litologo. Ma è troppo facile il comprendere, che un'Isola che gira attorno diciannove miglia e mezzo, doveva lasciar dopo lui ubertosi campi da mietere. Nei diciotto giorni che colà mi trattenni, posso dire di non aver quasi mai allontanata la mano dalla falce. Pure confesserò di buon grado di avere lasciato addietro più d'un manipolo, che volentieri avrei raccolto dappoi, se quel suolo vulcanico stato fosse meno lontano dal suolo lombardo. Io quì però a proceder con quell'ordine che si può maggiore negli esami di quest'Isola, racconterò primamente l'osservato da me alle falde di lei, girandola attorno sul mare, e scendendo a terra quantunque volte il credea consentaneo; poi narrerò quanto ho discoperto nel suo interiore, e nella estensione de' suoi Monti, e quindi le mie [p. 236 modifica]Relazioni verranno comodamente divise in due Parti.

parte prima

osservazioni fatte alla circonferenza

di lipari.


In cotesto giro, per volerlo fare compiutamente, vi ho speso più giorni di quello ch'io avrei creduto. Oltre il tempo necessariamente impiegato nell'arrestarmi con la barca a poca distanza dal lido per considerare i varj andamenti delle vulcaniche materie, quando una volta illiquidite dalla potenza del fuoco giù fluivano verso il mare; oltre a quello ch'io doveva spendere nel calare a terra, e nell'espiar dappresso coteste materie, e spezzate con adatti ingegni farne le opportune raccolte; oltre il tempo in fine da me posto nel salire, o piuttosto aggrapparmi su ripide pendici, e scoglj, e greppi che sporgon dall'onde, tenendo dietro al corso delle eruzioni, era necessitato di perderne altro non poco per le insorgenti traversie che interrompevano i miei disegni. Quante volte [p. 237 modifica]intraprendeva io il giro dell'Isola a mare in bonaccia, e spianato come un piacevolissimo lago, quando improvvisamente era forza di dar volta col mio legnetto, e tornare addietro per una sopraggiunta fortuna di vento, o contrario, o soffiante ancor di traverso, giacchè allora volendo continuare il cammino, poteva correre il maggior pericolo d'essere stretto sottovento alla terra, che è quanto dire di naufragare. Raro non era ad accadere che per un tratto di viaggio il mare era quietissimo, ma dove il litorale piegava, e facea gomito, trovavasi rotto, e stravolto per un residuo di passata burrasca, o come dicono di mar vecchio, ch'io non poteva affrontare senza paura di dare alla banda con la barca, e traboccare da un lato. Chi non ignora l'indole del mare che circonda le Eolie, sa come per poco sconvolgesi, e si leva in tempeste.

Stendesi la Città di Lipari a guisa di anfiteatro attorno del lido, e al di là è sormontata da schiera d'intrecciate Montagne, e per d'avanti se le spiana sotto il suo Porto, formato da un seno di mare, che s'addentri fra terra, e ne [p. 238 modifica]diparte le rive[1]. Lascio di parlare d'un altro picciolissimo seno al sud, atto a dare asilo ai soli legnetti, che strascinare si possono a terra. Cominciai le mie inquisizioni nel Porto istesso, sotto il Castello della Città, il qual torreggia da una immensa Scogliera di lava cadente a piombo su l'acque, ignuda di piante, a riserva d'alcuni piedi di fichi d'india[2], nati e cresciuti ne' di lei crepacci[3]. Questa lava è a base di feldspato, di grana fina e compatta, di rottura squamosa, secca al tatto, e scintillante, quasi a guisa di focaja, all'acciajo. Ha color di cenere, che in più luoghi tira al piombato. E' poi gremita d'una immensità di corpicciuoli, che difficilmente si distinguerebbero, per esser troppo simili nel colore alla pasta fondamentale, se conformati non fossero in altrettanti globetti. Ma questa lava va congiunta a gran massi di vetro, che formano un tutto con lei, senza che vi sieno [p. 239 modifica]divisioni o spartimenti di mezzo. E' adunque la medesima lava che in più luoghi ritiene la sua natura, e in più altri si è a vetro ridotta. Diversi tratti di questo vetro si veggon seminati anch'essi di tai corpicciuoli, ma altri sono schietto vetro. Desso in generale è compattissimo, ha il colore nero smorto, la rottura piuttosto a pezzi irregolari, che a strie ondeggianti, come è proprio de' vetri. Oltracciò ha un non so che di untuoso al tatto, e all'occhio che non si osserva ne' vetri vulcanici i più perfetti. Coll'acciajuolo manda scintille come la lava, ma questa è affatto opaca, quando il vetro agli angoli, e nelle sottili costole ha un grado considerabile di trasparenza. Solamente apparisce opaco dove sono i globetti, per essere porzioncelle di lava. Quantunque questa nelle fratture non abbia il lustro del vetro con cui è continuata, tuttavia segandola e pulendola, non gli è in questa parte per niente inferiore. Ne conservo più mostre segate, e pulite, metà vetro, e metà lava, le quali pe' due colori diversi formano il più nobil contrasto. [p. 240 modifica]

Ho fatta su questa qualità di vetro un'osservazione troppo meritevole d'essere ricordata.

Saravvi a cagion d'esempio un masso di vetro qualche sei o sette piedi lungo, e quattro o cinque piedi grosso, che attentamente guardato si scuopre segnato di bigie venuzze fra se parallele, per cui apparisce come formato di più o meno strati. E se in una di tai venuzze si conficchi la punta d'un grosso piccone da poderoso braccio adoperato, e si faccia leva, il masso dall'un canto all'altro si fende in due, seguendo la direzion della vena, e con pari facilità si ottengono nuove divisioni nel vetro, usando il medesimo artificio nell'altre vene, venendo così il masso ad esser bellamente in più tavolati diviso, in proporzione cioè del numero delle venuzze che il corrono, laddove per qualunque altro verso si cerchi di separarlo, va tutto in fregoli, e in minuzzame. Se poi guarderemo i piani delle divisioni, troveremo che ogni vena risulta d'un sottil foglio di particelle terrose, e come scoriacee, il qual toglie che gli strati vitrei non combacino insieme perfettamente. Coteste [p. 241 modifica]vene, che tagliano il vetro di traverso, per lo più hanno la direzione dall'alto al basso. A miei occhi sembra evidente, che que' tavolati o suoli di vetro alle vene frapposti sono tante colature diverse. La formazione poi delle vene terrose la concepisco nata così. La prima colatura, cioè dire la più bassa di tutte contenendo particelle più leggieri, e meno fusibili del restante del vetro liquefatto, queste sono venute a galla, e raffreddandosi la corrente vetrosa hanno prodotto, o piuttosto lasciato alla superficie un primo velo polveroso, che ha in seguito impedito il perfetto combaciamento della seconda colatura venuta dappoi su la prima: e questa seconda da somiglianti sottili materie imbrattata ha tolta la piena adesione alla terza colatura, e così vogliam noi argomentare dell'altre. Onde quelle molte colature hanno poi fatto nascere i massi di vetro che ora veggiamo, segnati con quell'apparenza di venuzze, per cui agevolmente si sfaldano. Ma più sotto dovendo noi ragionare d'altri vetri, verrà in taglio di ritornare a così fatta scissile struttura.

Tali furon le cose da me osservate [p. 242 modifica]in quella Scogliera, e in alquanti suoi pezzi caduti sul lido, giacchè malgrado l'andar composta di dura lava, e di vetro, pure per le assai crepature in essa nate nel raffreddamento, ha tratto grandi rovine, nè lascia d'essere tuttavia ruinosa, non senza pericolo che un giorno la sua caduta seco avvolga l'altra del Castello. Ma non posso partire da questo luogo, senza toccare altre circostanze, che danno a credere, che l'interno della Scogliera sia un grande ammasso di vetro. I fiotti del mare dall'incessantemente flagellarla l'hanno corrosa in più siti, ma sopratutto verso il mezzo, per cui ne è nata una spaziosa caverna. Essendo questa nell'inferior parte coperta dall'acque, vi entrai dentro con battello, ed osservai che le sue pareti sono schietto e solido vetro.

In altre parti dove pur batte il mare, ed ha rotto più o meno la Scogliera, salta agli occhi la medesima pasta vetrosa. Di più se dalla marina si ascenda al Castello, la pubblica strada, che è su la lava, in più d'uno de' suoi lati mostra il vetro. Su la picciola piazza poco lungi dalla Casa del Castellano se ne alzano [p. 243 modifica]pure di terra grossi scaglioni, e dal piano della Città ne sportano in fuori grandi verruche. In due siti di essa Città avendo fatto scavare, mi si manifestò pure il medesimo vetro. Per queste mie osservazioni in uno raccolte sono adunque chiaro di credere, siccome diceva, che l'interno eziandio di quello smisurato scoglio sia vetro. Si vede adunque che quand'anche girando l'altre parti dell'Isola, non ci riuscisse di scoprirne la natura, questi soli fatti sarebbero più che bastanti per dichiararla vulcanica. E un intelligente, ma pigro Viaggiatore che approdando a Lipari, non si curasse di scorrerne che la Città, in poco d'ora fatto avrebbe quella scoperta, che in altre Regioni quantunque una volta sottoposte al fuoco, non ci riesce talora di fare in più giorni.

Sebbene quì non terminano le incontrastabili testimonianze dell'antica esistenza del fuoco in questo medesimo luogo. Spesso interviene che i vetri abbiano a compagne le pomici. Queste di fatti non sono che un vetro non interamente perfetto. Alzando adunque gli occhi ai ripidissimi massi di vetro, e di lava, [p. 244 modifica]che a guisa di muraglia scendono in mare, ad essi frapposti si mirano diversi strati pomicosi, e la mano stringendo un lungo bastone armato di punta di ferro, può aggiungere a taluno d'essi, e farne cadere dei piccioli pezzi. Senza che il litorale istesso ne presenta gran cumuli. Cotesta pomice è di doppia fatta. Altra pesante e compatta, altra leggiera e porosa, ed ambedue di color cenerino. La compattezza della prima non è però tale, che con poca forza non si lasci rompere in zollette, e queste sfarinare fra le dita. Al tatto è secca ed aspra, ha molti tratti filamentosi e scricchiola sotto il dente, qualità che convengono alle pomici ordinarie. La sua struttura non è però sempre a filamenti, ma qua e là fitta in modo, che non ne lascia ravvisar l'orditura. La lente per altro fa scorger per tutto che questa pomice è di natura vetrosa; anzi all'occhio nudo brillano una infinità di punti luccicanti, che si direbbono minutissimi feldspati, se l'occhio armato non li riconoscesse per veraci particolette di vetro. Negar non possiamo che cotesta pomice sia della medesima natura della lava [p. 245 modifica]della Scogliera, vedendosi di fatti in più luoghi la lava perdere a poco a poco la solidità, e la finezza della grana, e prendere i caratteri di questa specie di pomice.

L'altra specie è piuttosto squamosa che filamentosa, e le squame hanno un grado di più di vetrificazione dell'altra, anzi la confluenza di alcune ha fatto nascere in più luoghi de' piccioli arnioni di nero vetro. E' tuttavia leggiera di molto, e ciò per la vacuità, onde è ripiena. Suole essere questa pomice in continuazione con l'altra, e la giudico nata da un maggior grado di fuoco che ha ricevuto. Fatte le dovute ponderazioni locali su questo miscuglio di lava, di vetro, e di pomice, che forma il corpo della Scogliera, mi parve di veder chiaro che sono state più correnti venute giù da' fianchi, e fors'anche dalla sommità della contigua montagna, detta della Guardia, e colate fino al mare, giacchè la direzione dall'alto al basso è a quella parte, e i filamenti stessi delle pomici esser sogliono in dirittura di detto monte. A riserva di que' globettini, che sembrati mi sono porzioncelle di lava, essa [p. 246 modifica]lava, il vetro, e le pomici non manifestano feldspati, ne sorli, ne altri corpicelli stranieri, o perchè già fusi dal fuoco, o fors'anche perchè non ci esistevano. Come poi cotal fuoco nel fonder quegli ammassamenti di feldspato, donde è derivata la Scogliera, su cui siede il Castello di Lipari, abbia agito per modo che tal pietra ora sia rimasta semplice lava, ora sia passata allo stato di vetro o di pomice, sarà d'altro luogo il filosofarvi sopra, per dover produrre altri analoghi accidenti seguendo a ragionar di quest'Isola.

La lava, e il vetro della Scogliera posti in distinti crogiuoli alla fornace, si sono fusi in un vetro bianco-grigio squagliatisi altresì i rotondi corpicciuoli, che prima vi apparivano dentro. Cotal vetro è incredibilmente cavernoso. Un quarto d'ogni crogiuolo era riempiuto da una delle suddette sostanze, e ciascheduna nel liquefarsi si è tanto esaltata, che ha fatto un colmo rilevato di molte linee su i labbri del crogiuolo, nè potendo più sostenersi diritta è colata da un lato.

Le due fatte di pomici quantunque [p. 247 modifica]originate dal medesimo feldspato, che ha servito di base alla lava, e al vetro, dato hanno con l'istesso fuoco un risultato diverso, mentre anzi che amplificarsi nel volume, si sono impicciolite, ritenuto solamente il primiero colore.

Recherà peravventura qualche maraviglia cotal eccessiva gonfiezza nel nominato vetro, la quale suppone una prodigiosa copia di bolle gazose, che lo hanno investito, quando niente di questo si osserva in esso, allorchè è stato tormentato dal fuoco. Ma noi vedremo in appresso, che quefto che questo è un fenomeno quasi ordinario ai vetri, e agli smalti vulcanici compatti, trasferiti alla fornace, il qual fenomeno prenderò in considerazione, quando ragionerò della natura delle gazose sostanze, che frequentemente gonfiano più o meno diversi prodotti vulcanici. Mio presente divisamento si è quello di adunare dei fatti. Dirò solamente su questo proposito di non avere mai trovata simil cosa nella rifusione non solo del vetro fattizio ordinario, ma di quello eziandio che generasi talvolta nelle fornaci per cuocer tegole, e matoni. Sono pochi anni che mi fu dato un [p. 248 modifica]grosso pezzo di vetro decantato per vulcanico, di che alquanto dubitai, poichè quantunque nel peso considerabile, e nella molta durezza andasse in accordo co' vetri vulcanici ne differiva però per certe macchie, e sfumature cilestri, e per certe stelluzze indicanti un principio di cristallizzazione nel vetro, le quali due cose non sono mai state da me vedute nei vetri de' Vulcani. E messe le dovute diligenze per iscoprirne con sicurezza l'origin sua, venni finalmente a lume che questo vetro era stato tolto da una fornace, che cuoce embrici. E lo stesso però da me rifuso alla fornace da vetri, ritenne la primiera solidità, e compattezza, senza manifestare il menomo poro o bolliccina: e a luogo di gonfiarsi nel crogiuolo, e prendere una superficie convessa, si abbassò, e la prese concava. Sopra due altri vetri analoghi ho sperimentato lo stesso.

I lembi del Porto di Lipari formano al lido una curva, che al sud comincia alle radici del Monte Capiscello, e al nord-est finisce con quelle del monte della Rosa[4]. Dopo adunque di avere [p. 249 modifica]esaminata la porzion litorale contigua al Porto, la quale sottogiace al Castello e nel destro fianco al Monte Capiscello, scorsi il restante di quella curva fino alla base del monte della Rosa. Le cose che quì notai sono primamente un tufo soprapposto ad una lava, e che per l'industria de' contadini si è convertito in terreno adattato per piccioli vigneti: poi un ammasso di precipizj, e dirupi, parte caduti nel mare, e parte minaccianti di cadere, dove oltre a scorie di color ferrigno s'incontrano vaghissime brecce vulcaniche d'una lava a base di petroselce, che lega pezzuoli di vetro, e di pomice. Sebbene io non posso ricordar questo luogo, senza che mi torni alla memoria il fatal pericolo, che avrei corso, se due giorni appresso visitato lo avessi. La visita venne fatta li 21. Settembre, coll'esaminare le brecce al lido cadute, e l'altre più numerose e più pregievoli attaccate al dirupato piano inclinato, che mette in mare. Ma questo piano il dopo pranzo de' 23. suddetto quasi tutto scoscese, e rovinò. In quell'ora io dormiva nella Casa gentilmente cedutami dal Consolo di Lipari, e situata [p. 250 modifica]sul Porto. Rovinando, il romore fu sì fragoroso, che improvvisamente mi risvegliò, nè da prima seppi comprendere, se questo fosse un rovinoso colpo di fulmine, o un veemente tremuoto, o una insorta tempesta di mare: e accorso alla finestra conobbi che il fracasso veniva da quella pendice, la quale però non mi lasciava altro scorgere, fuorchè un immenso polverio, che la copria tutta. Il fragore avrà forse durato cinque minuti: e di lì a poco diradata la nube polverosa vidi che questa si era eccitata da un diluvio di sassi precipitati nel mare, e buon numero de' quali precipitava tuttavia. Da due affetti contrarj fui preso allora, che potentemente mi scossero l'anima, l'uno di ribrezzo, e d'orrore, in considerando che stato sarei irreparabilmente perduto, se posticipato avessi due giorni e mezzo la mia gita colà, l'altro di compiacimento, e letizia nel vedermi campato da tanto infortunio. La numerosissima caduta delle pietre generò un gran solco longitudinale nella pendice, e una picciola lingua nel mare: e il dì appresso essendomene state recate diverse, trovai che erano pezzi di lave, [p. 251 modifica]parte a base di pietra di corno, parte a base feldspatosa. Queste avevano la granitura fina, e qualche diafanità nelle sottili schegge, quelle erano grossolane, ed opache. Avvicinatomi poi con la barca a quel dirupato fianco di monte, il vidi composto di vulcaniche pietre sconnesse, e per la troppa pendenza facilissime al cadere: e le giudicai frammenti di lave staccatesi per la lunghezza del tempo da una rupe sorgente più alto, e accumulatesi pur di sotto a poca lontananza dal mare.

Pervenuto alle radici del monte della Rosa, dove ho detto finire il Porto di Lipari, mi si affacciò sul lido una pietra, che per la singolarità attrasse la mia attenzione. Forma ella uno scoglio che in parte sporge dal mare, ed in parte vi si nasconde dentro, oltre a più pezzi staccati, e fatti rotondi pel rotolamento dell'onde. Su le prime fu da me creduta un diaspro. Oltre il fondo rosso di sangue che manifestava, e il forte scintillare che faceva all'acciajo e l'essere opaca, aveva granitura piuttosto fina, e pressocchè la durezza del quarzo. In mirandola mi tornò alla mente il diaspro, [p. 252 modifica]che qualche anno prima osservato aveva, e raccolto a Schemnitz nella Bassa Ungheria sotto il monticello del Calvario, del qual diaspro conservansi alquante mostre in questo pubblico Imperiale Museo, sembrandomi allora queste due pietre fra se somigliantissime. Ma considerata attentamente la pietra, mi accorsi non esser semplice, quale si è il diaspro, ma composta, per andar fornita di scagliette rossigne di feldspati, oltre più sorli, e che quindi aveva i caratteri del porfido, che ha per base la pietra cornea dura. Ma cotesto porfido è egli nello stato naturale, ossibene in quello di lava? Lave di color rosso e d'un rosso acceso, confesso che per l'addietro non ne aveva più mai vedute, nè so che ad altri toccato sia di vederne. E quel rosso porfido erratico che trovai a Stromboli, mi lasciò dubbioso, se stato fosse sì o nò affetto dal fuoco. Vero è che moltissime lave alle stufe di Lipari, e altrove, hanno questo colore, siccome vedremo nel seguente Capitolo; ma egli è nato per la decomposizione sofferta dalla forza degli acidi sulfurei, e dall'azione del ferro: e allora mostrerò che fin dove si è [p. 253 modifica]steso il potere di cotesti acidi, e conseguentemente la decomposizione, ha penetrato il color rosso, e così diciamo del bianco, del verde, ec.: ma dove la lava si conserva tuttora intatta, ritiene il natural colore o bigio o piombato o ferrigno, senza mai avere mescolanza di un rosso acceso. Ma questo scomponimento nol veggiam punto nella produzione, di che ora ragiono. Questa diligentemente espiata non possiam tuttavia escluderla dal novero delle vere verissime lave, senza potersi dire d'altronde che la rossezza di lei sia un effetto della calcinazione come si osserva in alcune lave, non manifestandone ella il più picciolo indizio. Quì adunque conviene usare una di quelle modificazioni, che l'esperienza ci ha stretti di praticare in più altri canoni fisici, che a principio si riputavano generalissimi, e che trovato abbiamo andar soggetti a più d'una eccezione. Due sono le ragioni di fatto, su cui fondo l'affermazione, che cotal roccia porfirica passata sia alla condizione di lava: la cellulosità in più siti di lei, e la direzione delle cellette. Ove le circostanze locali non decidessero, le lave [p. 254 modifica]compatte non di rado lascierebbero in forse l'Osservatore, se sieno o nò d'origine ignea, per non essere state dal fuoco contrafatte in guisa da perdere i caratteri della pietra, donde provennero. Non è così delle cellulari, sapendosi che questa loro configurazione non può derivare se non se da fluidi aeriformi messi in azione dalla possanza del fuoco. Ma questa cellulosità si trova appuntino nella presente roccia. Le cellette in molti e grossi pezzi ne sono sì spesse, che occupano forse una metà del volume del sasso: le più grandi arrivano a cinque linee, le più picciole a un quarto di linea; ma tra le due estreme misure ne ha una immensità d'intermezze. Degno è d'esser notato che le celluzze non sono superficiali, ma per l'interior della massa s'inoltrano, come lo dimostra la rottura a due o tre piedi di profondità: il che preoccupa, e toglie l'opposizione che far si potrebbe, che anche le pietre di non vulcanica origine talvolta sono cellulose; sapendosi che le cellette, o minute cavità quì sogliono essere superficiali, nate cioè dalla corrosione di alquante parti esteriori pel feltramento dell'acque [p. 255 modifica]piovane. Con questa prova si accorda l'altra più valida ancora, e che riguarda la direzione delle cellette. Esse adunque sono tutte dirette per un verso sì ne' pezzi staccati, e scantonati dall'acque marine, sì nelle parti stesse dello scoglio: e la direzione delle cellette nello scoglio è sempre rivolta dal monte della Rosa al mare, giacchè formano elissi più o meno acute, il diametro maggiore delle quali è invariabilmente in tale postura. E si vuole far sentire che il maggior diametro supera bene spesso il minore del doppio, e del triplo. Oltre adunque all'esser questa una verace lava porfirica, gli è chiaro che fluiva una volta dal detto monte al lido del mare; e nel suo movimento a questa parte la naturale rotondità dei vani si è tramutata in ovale. Quasi sempre ho veduto in picciolo simil fenomeno nelle lave, e ne' vetri rifusi. Finchè la squagliata materia resta nella capacità de' crogiuoli, le bolle esser sogliono orbicolari; ma si fanno elittiche nelle parti di essa, che riversate dagli orli colano su la faccia esterna de' crogiuoli, e in dirittura di questa faccia si trova per lo più il maggior diametro delle elissi. [p. 256 modifica]

Questa qualità di lava non mostra però in ogni suo pezzo il colore sanguigno, essendovene alcuni d'un rosso cupo, non ostante che nell'essenziale vi sia quinci e quindi identità di principj. Questa lava nel fondersi alla fornace ha raddoppiato il volume con un colmo vetroso alla parte superiore, liscio brillante semitrasparente, e d'una tintura verdazzura: ma il suo interno è una scoria vetrosa nerissima, cavernosissima, affatto opaca, e per la durezza scintillante al focile. Con l'osservazione di questa non volgar lava terminai il mio giro attorno al Porto di Lipari, che forse si estende a due miglia. Giusta il mio divisamento doveva adunque fuori di esso circuire l'Isola: il che feci prendendo le mosse al di là immediatamente dalle radici del monte della Rosa, e dirigendo i miei passi verso il nord. Per un tratto di trecento e più piedi si solleva dal mare una rupe altissima d'orribile e spaventoso aspetto per grandi lame petrose debilmente appoggiate a piccioli sporti, e nel rimanente pendenti in aria, e minaccianti cadere, siccome molte sono già cadute, e mezzo infrante alla spiaggia. Dirò [p. 257 modifica]con illibato candore che dopo il caso avvenuto dell'altra rupe piombata in parte dentro del Porto, mi batteva il cuore nel petto nel dovere avvicinarmi a questa, per esaminarne le pietre; pure il desio di scoprir cose nuove la vinse: anzi dovuto avendo in seguito avventurarmi spesso a simili minaccevoli oggetti, per guardar da vicino, e per minuto i contorni litorali dell'Isola, contrassi poscia un'ardimentosa abitudine, che mi faceva affrontare i più apparenti pericoli. Mi si conceda di dirlo in passando. Le Isole Eolie, ma sopra ogni altra Lipari, Felicuda, e Alicuda sono alla base più o meno diroccate dal mare, per lo grande ondeggiar che vi fa. I diroccamenti più bassi dagli scavamenti ivi nati ne ingenerano dei più alti, e questi dei più elevati ancora, intanto che col volger degli anni giù precipitano mezze montagne; al che grandemente contribuisce la natura stessa delle lave pei fessi, e per le crepature, di che sogliono abbondare, per tacere l'influenza in tai guasti delle umide meteore, e degli altri elementi distruggitori. Intanto alle spiagge si accumulano immense macerie, che dalla [p. 258 modifica]foga de fiotti rimangono in avvenire distrutte, per dar luogo ad altre, e così lentamente è forza che segua l'impicciolimento dell'Isole. Ma queste rosure dell'acque, questi spezzamenti di pietre, questi squarciati seni di scoglj sono preziosi agli occhi del fisico Indagatore. Aggirandosi egli su le cime, e su i fianchi delle contrade vulcanizzate, può fare, nol niego, rilevanti scoperte. Ma queste non andranno più in là della superficie. I lavori più addentro fatti dal fuoco, le sostanze di lui quando più, quando meno modificate, e talvolta considerabilmente alterate, fino a cancellarne l'impronta della pietra primitiva, e più altre combinazioni cagionate sotterra da questo irrequieto elemento, non arriveremo giammai a conoscere se non se con rotture, e guasti, che superiori sono alle forze degli uomini. Ma queste rotture, e questi guasti, fino almeno a un certo segno, li produce in assaissimi luoghi il mare. Ne abbiamo già recato in mezzo qualche esemplo nel giro litorale delle altre Isole: ne addurremo dei nuovi nel rimanente di quelle che visiteremo; e ne fornisce un imagine parlante l'aspetto [p. 259 modifica]della rupe mezzo diroccata, e minacciosa, di che adesso abbiam preso a parlare. Al dissopra ella è coperta da un alto suolo di terra, per cui rendesi impenetrabile al guardo. Ma alla spiaggia la veggiamo svelatamente, e la riconosciamo prodotta da una lava a grossi strati, aventi l'obliqua tendenza al mare. Cotesta lava è medesimamente porfirica, a base di petroselce, fornita di feldspati cristallizzati, e il colore, come nell'altra, è pur rosso, ma alquanto cupo. Oltrecciò non è niente porosa, ma al sommo compatta e solida: quindi pesantissima, e la sua grana più pende al siliceo, che al terroso. Ed essendovene al lido grandi lastroni, questi per la solidità, e per la bellezza, ove acconciamente venisser politi, potrebbero fare splendida comparsa nei nobili edificj, non altrimenti che i porfidi non vulcanizzati.

Il grado di calorico che fonde l'altra lava porfirica, è atto soltanto a rammollir la presente, e a farle prendere l'interna configurazione del crogiuolo, e ad appicarsi ai lati tenacemente. Piglia allora il color nero, e perduta la [p. 260 modifica]compattezza, si riempie di ritonde bollicelle. Sebbene in un grado più intenso di calorico liquefassi anch'ella in uno smalto, quanto nero, altrettanto bollicoso, rimasti però intatti i feldspati, siccome lo sono stati nello smalto dell'altra lava porfirica.

Proseguendo il mio viaggio coll'allontanarmi viemmaggiormente dal Porto, alquanto più in là della rupe porfirica, il mare forma un seno dentro terra, attorno al quale sono edificati radi tugurj, dove vivono a stento pochi Isolani mercè di un vigneto, che male risponde ai loro sudori. Canneto è il nome di questo luogo, e al di sopra pende una corrente di lava a base argillosa, analoga a quella dell'Arso in Ischia[5]. Continuata e andante non è adunque questa lava, ma come la Ischiana è rotta, ineguale, e qua e là rilevata per più monticelli. L'esteriore sua faccia offerisce in grande quella di una terra arata da più vomeri con irregolar direzione, i quali smossi ne abbiano, ed alzati gran cumuli, lasciandone più bassi li frapposti intervalli. Oltre la presente, e quella [p. 261 modifica]dell'Arso, diverse altre lave sono però state da me vedute così conformate, e la cagione di tal conformazione potrebbe essere la seguente. Spesso accade che le lave quando scorrono, trovino intoppi tra via, che ne turbino il corso. Ove adunque in uno d'essi si abbattino, si arresteranno, o rallenteranno il movimento; ma questo nelle parti posteriori continuando, sarà cagione che il volume della lava si sollevi in quel luogo, formando un rilevato, che per sentire il freddo toccamento dell'aria non indugerà a perdere la fluidità, e a congelarsi in sasso. La lava intanto torcerà il cammino ad altra parte, se l'ostacolo sia impenetrabile, e se per caso altri ne incontri, seguiranno nuovi arresti, o ritardamenti, e quindi si genereranno altri tumori, e così la lava rimarrà in più siti da montagnette interrotta. Esser anche potrebbe che le lave scorrendo talvolta sopra piani cavernosi (di che non van senza più Monti vulcanici) ora in parte vi si profondassero dentro, e quindi poco risaltasser dal piano, ora ne uscissero, e formassero aggregamenti all'aperto. Per tal guisa verrebbero a creare le picciole interpolate montuosità. [p. 262 modifica]

Ma già con la barca io era presso a Campo Bianco, distante tre miglia dal Porto di Lipari, così chiamato per essere un'alta ed estesa Montagna non d'altro formata, che di bianche pomici. Da lungi veduta sembra dalla vetta alle falde coperta di neve. Pressochè tutte le pomici a diversi usi destinate in Europa sono tratte da questa immensa miniera. Qua dunque ne vengono bastimenti Italiani, Francesi, e d'altre Nazioni per caricar questa merce, e il capitan del naviglio che mi condusse a Lipari, intrapreso aveva egli pure a questo fine un tal viaggio, per rivender poi cosiffatta mercatanzia a Marsiglia, donde prima aveva salpato. Ma oltre il motivo che può invaghire ogni colto Viaggiatore a fare per diporto una gita a questo Monte, io era animato, e spinto da un più nobile, e più affaccente per un Filosofo, a ricercarlo con occhio non solamente curioso, ma giudice. La pomice, quantunque universalmente ammessa per prodotto del fuoco, pure quanto alla sua origine, è uno di que' corpi, che ha messo in dispareri i Chimici non meno che i Naturalisti, così moderni, che [p. 263 modifica]antichi. Si può dire che abbia fatto nascere non minor numero d'opinioni, e di bizzarrie, che la tanto per l'addietro agitata natura dell'ambra gialla, e dell'ambra grigia. Lasciando però dall'uno de' lati le stranezze, ci contenteremo di toccar di volo esser piacciuto al Pott, al Bergman e a Demeste di pensare, che le pomici siano amianti dal fuoco scomposti, al Vallerio litantraci, o schisti calcinati, al Sage marghe scorificate, ed in fine al Commendatore Dolomieu graniti dal fuoco, e dalle aeriformi sostanze resi tumefatti, e fibrosi.

A chiarir vero in sì intralciata, e difficil materia, io non vedeva mezzo migliore, che d'intraprendere i più minuti, e i più accurati esami sul luogo, di raccogliere, e attentamente considerare le pomici più istruttive, e più confacenti al divisato scopo, e di farvi sopra ulteriori ricercamenti dopo il mio ritorno a Pavia, secondochè è stato da me adoperato nel rimanente degli altri prodotti vulcanici. Campo Bianco è una Montagna che quasi a perpendicolo si leva sul mare, e che mirata in prospetto mostra di avere un quarto di miglio in altezza, [p. 264 modifica]sopra un miglio dimezzato in lunghezza. E' spogliata di piante, tranne poche infruttuose, che crescono anche alla greppa in su la punta dell'Alpi. Mille solchi per il lungo ne scavano il dorso, tanto più profondi, e capaci, quanto più alla base si appressano, generativi per le piogge, troppo possenti ad intaccare, e a corrodere sostanze sì facilmente cedenti, quali sono le pomici[6]. Il mare ha pur fatto al piede di lei grandi devastamenti, mercè i quali giungiamo a scoprire un grosso filone di lava orizzontale, su cui va a morire l'ultimo pelo dell'acqua, quando è in calma. Cotal filone, sul quale posa la grande alzata delle pomici, è adunque nella sua formazione anteriore di tempo. Contemplando poi attentamente questo strabocchevole corpo di pomici, si riconosce non esser già un tutto solido, e formato dirò così d'un pezzo solo, ma risultare da un aggregamento di numerosissimi letti di pomici successivamente sovrapposti, i quali letti si distinguono dal colore, e sporgono in più siti da quell'alzata, e sono pressochè tutti orizzontali, nè [p. 265 modifica]dissimili nell'andamento alle stratificazioni tanto frequenti nelle montagne di carbonati calcari. Ogni letto di pomici non forma già un tutto unito, di guisa che dire possiamo che le pomici abbiano colato a riprese diverse, producendo ogni colata un letto o suolo, ma sibbene va composto di un ammasso di palle pomicose insieme unite, ma senza adesione. Dal che vedesi che le fuse pomici sono state in alto vibrate dal Vulcano, prendendo in aria forma globosa, e conservandola per il pronto rappigliamento seguito. Sono di questa foggia più eruzioni di pomici de' Campi Flegrei, e quella nominatamente, che coperse in parte, e seppellì la infelice Pompeja. Gli scavamenti fatti per disotterrare e mettere all'aperta luce del giorno alcuni tratti di quella Città, palesano manifestamente che furono replicati getti di picciole pomici operati dal Vesuvio, i quali in immensa copia ivi caduti si sollevarono in grandi congerie a strati o suoli diversi.

Una quantità di queste pomici liparesi si veggono primamente rappallottolate alla spiaggia di Campo Bianco, ma dubitando io che al loro tondeggiare [p. 266 modifica]concorsa fosse l'agitazione dell'acque, volli affidare le mie osservazioni a quelle piuttosto che attualmente forman que' letti; il che ottenni, aggrappandomi su d'un lato di quell'alzata dove la salita era malagevolissima, non già insuperabile. Quivi adunque, quali più, quali meno tirano al globoso, e diversificano nella grossezza, altre essendo come le nocciuole, altre stendendosi ad un piede, per tacere d'innumerabili differenze frapposte. Quantunque il fondo del colore sia bianco in tutte, in alcune però inchina al gialletto, in altre al grigio. Galleggiano su l'acque, all'acciajo non danno fuoco, nè muovon punto l'ago magnetico. La rottura è secca e ruvida al tatto, gli angoli e le parti più sottili leggermente tralucono, e la testura in tutte, purchè si guardi alla lente, dassi a vedere vetrosa. Ma cotal testura spesso diversifica, e le diversità vogliono essere divisate. Altre adunque sono sì compatte, che all'occhio non si manifesta il più sottil poro, nè il menomo segnale di andamento filamentoso. Espiate con l'occhio armato, e a luce viva sembrano un accozzamento di ghiacciuoli [p. 267 modifica]confusi e squamosi. La compattezza però non toglie loro il soprannuotare all'acqua. Altre poi abbondano di pori, e di maggiori vacuità, per lo più tondeggianti, e la tessitura risulta di filamenti, e di striscioline spesso fra se parallele, lucide argentine bianchissime, e che a prima giunta si direbbon setacee, ma che al tatto presentano l'usitata ruvidezza delle pomici. E le addotte diversità non si avverano soltanto in differenti globi pomicosi, ma bene spesso nel medesimo ancora. Egli è poi indubitato non esser queste differenze intrinseche, ed essenziali alle pomici, ma accidentali, provenienti dall'azione de' fluidi aeriformi, che in in più luoghi dilatandole, quando eran liquide, hanno fatto nascere quella moltitudine di pori, que' filamenti, e quelle strisce sottili, che dimostrano la separazion delle parti, laddove altre pomici per andar scevere da cotesti gaz hanno conservata la compattezza, che esigevasi dalla forza di aggregazione. Le fratture delle pomici compatte si scoprono in qualche sito tinte d'una sfumatura nericcia, ma insieme lucida: la quale però bene esaminata non è che una [p. 268 modifica]maggiore, benchè lievissima vetrificazione della pomice stessa, provenuta o da un colpo di fuoco un pò poco più energico, o dall'essere ivi le parti più facilmente vetrificabili. Le pomici fin quì descritte con le loro varietà formano una di quelle specie, che i Liparesi vendono a' Forestieri.

In nessuna di esse al giudizio dell'occhio, vestito ancora di lente, annidano corpi stranieri. Pure cotal giudizio è erroneo, siccome nel mostra la loro artificiale vetrificazione. Tenute adunque alla fornace per un'ora, si fanno soltanto più friabili, ed acquistano un colore lionato. Ma continuato per più tempo l'istesso calorico, si condensano in una massa vetrosa, e suddiafana, ed è per entro a questa massa, dove si manifestano più cristalletti feldspatosi bianchi, che nelle pomici non apparivano, per avere gli uni, e le altre il medesimo colore. Tali pietruzze non si disascondon però in ogni pomice rifusa, o perchè non ci preesistesser difatti, o perchè la rifusione sia giunta a squagliarle, e a farne con la base una massa omogenea. Questo si è adunque uno de' molti casi importantissimi, [p. 269 modifica]per cui col fuoco nostrale giungiamo a conoscere, e a caratterizzar per composte alquante produzioni vulcaniche, che prima creduto avremmo semplici.

Ma a dare dovuta pienezza, e compimento alle mie ricerche intorno alle pomici di Campo Bianco, io non doveva contentarmi delle intraprese in quella particella della Montagna, ma mi conveniva l'estenderle molto più in là, aggirandomi sui luoghi principali di essa: lo che feci in compagnia di due Liparesi, che non potevano essermi più giovevoli, giacchè vivendo essi su i guadagni degli scavamenti delle pomici, conoscono a palmo a palmo quel Monte, e la diversità delle pomici, onde è composto. Ma con parole esprimere non potrei le difficoltà ch'io incontrai in queste escursioni. Pei frequenti affossamenti profondi cagionati dall'acque piovane, spesso necessitati siamo di mettere il piede su gli orli di essi, e facendo disavvedutamente un passo falso, o vi cadiam dentro, con probabilità di non escirne sì facilmente, o corriamo il maggior pericolo di precipitare nel mare. L'abbagliante bianchezza delle pomici, non dissimile a quella della [p. 270 modifica]neve, accresceva i miei timori, per aver fatte quelle gite nell'ore del giorno, in cui venivano tali pietre altamente dal sole irraggiate. Sappiamo che la neve, oltre l'abbagliare la vista, porta con se l'incomodo, ove alta sia, e caduta di fresco, dell'immergervisi più o meno la persona, che sopra vi cammina; e tale incomodo doveva pure incontrarlo dalle pomici stesse. In più siti di Campo Bianco sono polverizzate, e cotesta polvere tratto tratto è alta di molti piedi; e se il vento l'agita, e la toglie da un lato, la accumula altamente nell'altro. Tuttavolta in mezzo alle molestie, e alle fatiche superai questi ostacoli, animato, e sostenuto da quell'accesissimo desiderio, che fa affrontare al viaggiatore Naturalista i più gravi disastri, e che non può essere ben conosciuto, e apprezzato, se non da chi imprende le cosiffate pellegrinazioni. Dirò adunque, non senza sentimento di compiacenza, che con la scorta, e l'ajuto dei due Liparesi, non vi fu angolo della Montagna ch'io non visitassi; anzi giunto alla sua cima, e veduto ch'ella continuava con altra Montagna, che pure ha i piedi sul mare, e [p. 271 modifica]che medesimamente è formata di pomici, visitai anche questa, e con tali visitazioni venni a capo di passare sotto i miei occhi le diverse specie di pomici, che vi si trovano, o a dir meglio che formano questo spazioso tratto dell'Isola, le quali specie descriveremo partitamente, procurando insieme, come per noi si potrà, di servire alla brevità.

E primamente ragionerò di quelle, che formano un ramo di commercio per Lipari, essendo destinate agli usi della società. Sebbene una di queste è già stata bastantemente posta in veduta, per la descrizione fattane dianzi. Solamente quì aggiugnerò, ch'ella è frequente in Campo Bianco, ma a pezzi staccati, e non mai formando correnti; il che dà sempre più a vedere, che è stata da' Vulcani lanciata, e che non è mai corsa a guisa delle lave.

La seconda specie viene tagliata da' lavoratori in paralellepipedi, che hanno pollici 22. circa di lunghezza, ed 8. di larghezza. Cotesta pomice è d'un berettino sudicio, non ricovera estranie sostanze, mette qualche scintilla sotto l'acciajo, ed è leggiera per modo, che qualche [p. 272 modifica]pezzo galleggia su l'acqua. Viene formata da un accoppiamento di bolle pomicose insieme come incollate, e tendenti qual più, e qual meno alla forma allungata. Prolissa opera sarebbe, e forse infruttuosa il dettagliarne le svariate grossezze. Dirò soltanto che dalle bolle infinitesimali ascendiamo fino a quelle che oltrepassano il pollice, quantunque queste sieno meno numerose dell'altre. Ognuna è friabilissima, per esser dotata di sottili pareti, e queste sono sempre semivetrose. Il vetro di molte è bianchiccio, ed ha qualche trasparenza, quando in altre è cupo, e quasi del tutto opaco. Nella presente qualità di pomice, che non sò essere stata descritta da altri, e che merita tutta l'attenzione, vorrei render chiari i miei concetti. Si è detto che più lave, ed altre vulcaniche produzioni, nel rifonderle si fanno cellulose. Cotesta idea, se volessimo trasferirla alla pomice nostra, sarebbe male applicata. Una lava per tal guisa modificata dagli elastici gaz continua a formare un tutto da se, solamente interrotto da que' moltiplicati vani. La pomice, di che ora favello, è in massima parte il risultato di tante [p. 273 modifica]vescichette invetrate, che quando pel fuoco erano ancor tenere, sembrano essere rimaste insieme attaccate. E per la globosa loro forma non aderendo che in diversi punti, hanno lasciate molte vacuità visibilissime nella rottura dei pezzi. I cavatori dopo averla ridotta in paralellepipedi, se la recano sul dorso, e la trasferiscono alla marina, faccendone grandi ammassamenti, per esitarli, ove la opportunità si presenti. Non si credesse però che nel Monte suddetto si estraesse questa fatta di pomici dove che sia. A ritrovarne la vena, per usare la loro espressione, gli è d'uopo fare grandi scavamenti, e di spesso inutilmente si fanno. Quì accade, mi aggiungevano essi, come nella pescagion del corallo, che s'intraprende sovente all'azzardo. Scoperta poi che ne abbian la vena, le tengon dietro, e la scavano; al cui laborioso travaglio vengono occupati più uomini per intiere settimane, essendo lunga quando cencinquanta, quando dugento, e quando anche trecento piedi, e grossa a proporzione. E coteste vene appo loro portano il nome di faraglioni. Ho amato di recarmi sul luogo, non appieno [p. 274 modifica]soddisfatto delle loro asserzioni, che ho però trovato veracissime. La polvere pomicosa, e grandi ammassi della prima specie di pomici insieme ad alcuni erratici vetri, soglion servire come di tetto a coteste vene. Le quali con occhio filosofico espiate danno a credere essere stati tratti longitudinali di pomici, che una volta hanno colato. Le loro bolle, soventemente allungate secondo la direzion della vena, sembrano farne sicura testimonianza.

Il Sig. Dolomieu, che è stato il primo a pensare che molte pomici sieno corse a guisa delle lave, osserva che a Campo Bianco le pomici leggiere stanno sopra le pesanti, come nelle ordinarie correnti delle lave quelle che sono porose occupano le parti più alte.

Dirò di aver trovato io pure così fatta disposizione, la qual però più volte fallisce, veduto avendo che se gli scavamenti s'inoltrino al di sotto della vena, che forma la seconda specie di pomici, rinvengonsi bene spesso ammassamenti di leggerissima pomice polverosa. [p. 275 modifica]

Un primo colpo di fuoco della fornace ingrossa le pareti delle vitree vescichette della seconda specie, e ne sminuisce gl'interni vani, e un fuoco più allungato gli annichila, e trasmuta la pomice in un vetro fitto scuro omogeneo, duro, e le cui scintille schizzan copiose all'acciajo.

La terza specie, di che vanno in traccia quegl'Isolani, e che cavano ne' siti stessi, ove esiste la seconda, e che riducono pure a paralellepipedi, ha ella altresì la qualità d'essere un composto di bolle, ma diversificanti dalle antecedenti per più ragioni. Quelle, siccome abbiam visto, sono insieme agglutinate in alcuni punti, ma in alcuni altri sono separate; e però sovente senza romperle possiamo staccarle. Queste per l'opposito sono mediante diversi spazietti solidi fra se incorporate in guisa, che tentando la separazione di una, ne nasce la rottura dell'altre contigue. Quì i gaz elastici investendo la sostanza pomicosa in moltissimi punti, l'hanno espansa in ogni parte in gonfietti, o cavernette, presso a poco come veggiamo nella pasta lievitata, e cotta. E' degno di osservazione, [p. 276 modifica]che non rade volte nel rompere una vescichetta ne incontriamo una seconda interna, e concentrica. Ma corre un altro divario tra queste due pomici. Le vescichette della specie seconda sono tutte più o meno invetrate. Moltissime della terza specie non hanno quasi indizio di vetro; sono friabilissime, e d'un rosso mortificato.

Questa pomice, priva essa pure d'ogni tessitura fibrosa, è specificamente più leggiera dell'acqua. Per averla conviene diseppellirla, togliendo di mezzo grossi pezzi di bianca pomice della prima specie, da' quali è avvolta, e giace d'ordinario in lunghi spazj, in dirittura dei quali le vescichette sono talvolta allungate, il che darebbe a sospettare, che questa pure, quando era liquida, formasse picciole correnti. Non rinchiude mai corpi stranieri.

Alla fornace si condensa in una massa oscura di vetro quasi opaco, poco poroso, ma duro abbastanza per isfavillare all'acciajo.

E queste sono le tre qualità di pomici, che si cavano, e vendono a Lipari. La prima suole adoperarsi per dar [p. 277 modifica]polimento a diversi corpi, e l'altre due si usano per le volte, e per gli angoli delle fabbriche. Quì però non terminano le pomici, che meritano d'essere considerate dal Naturalista, e che ora giova di ricordare. Nella estensione adunque di Campo Bianco, e delle sue adjacenze se ne offre una quarta specie di tessitura filamentosa e nerissima. E' di tatto aspro, quasi niente porosa, pesante a segno che va al fondo dell'acqua, e dà fuoco mediocremente all'acciarino. Anche questa pomice non alberga sostanze straniere. Quantunque considerata in massa sia opacissima, pure i suoi filamenti solitariamente presi, e alla luce viva guardati, si scorgono diafani, e soltanto offuscati da un colore nericcio. La seconda, e la terza specie sono vescicolari. Quì le vescichette non hanno parte alcuna. Le fila, onde questa quarta specie è composta, sono tutte dirette per un verso, che è quello della corrente. Gli è d'uopo adunque notare, che quantunque su' fianchi di Campo Bianco si trovi erratica cotesta nera pomice, in una sua rupe però cadente quasi a perpendicolo sul mare, forma un intiero filone, pressocchè [p. 278 modifica]orizzontale, che dai 7. piedi s'ingrossa fino ai 12., ed allungasi oltre ai 60. Se però sul luogo fisserem lo sguardo alla struttura di questa pomice, oltre allo scorgerla filamentosa, quale dianzi l'abbiam descritta, troviamo frequentemente che l'andamento de' filamenti conserva fra se il parallelismo, e che dal monte sono diretti alla volta del mare. Quindi pare non rimanga alcun dubbio, che quel filone rappresenti una verace corrente di pomice.

Da prima mi era corso per l'animo, che il color nero di questa pomice provenisse dal ferro. Ma ho sospettato dappoi che sia piuttosto l'effetto d'una sostanza bituminosa, pel grave odor di bitume che manda, fregandone fra se due pezzi. E la suspizione mia si è poscia verificata, dall'aver perduto il nero questa pomice, ed acquistato un colore sbiancato, sottoposta per poco alla fornace. Allungato di più quel fuoco, si è conformata in una pasta vetrosa.

Ma nell'ordine delle pomici non evvi produzione, che più meriti le nostre considerazioni, quanto quella, di cui ora mi fo a ragionare per aver data [p. 279 modifica]origine a non picciola parte delle pomici di Campo Bianco. Questa è una lava a base di feldspato, che per tutta la Montagna, e ne' suoi contorni si allarga in rupi, e in iscoglj di enorme grandezza. Ha color grigio, l'occhio fra il siliceo, e il vetroso, la pasta meno fina della quarzosa, un picciol grado di trasparenza agli angoli, e durezza idonea per scintillare al battifuoco. Esaminando diligentemente questa lava, si ravvisano in lei i successivi passaggi dalla lava alla pomice. Diversi pezzi adunque presentano l'abito esteriore or ora descritto. In altri comincia la lava a intenerirsi, a farsi friabile, ed aspra al tatto, senza però perdere l'aspetto siliceo-vetroso. In più altri si dà a vedere l'incominciamento del carattere pomicoso. Alcuni seni della lava, alcune grotticelle lasciano apparire dei fastelletti fibrosi bianchicci argentini leggieri friabilissimi, ma non discernibili che alla lente. Questi sgrigliolano sotto il dente, si polverizzano fra le dita, ma insieme danno a sentire una grana aspra, ec. a far breve si riconoscono a chiare note per verissima pomice. Rompendone altri pezzi, i fastelletti si scorgon più fitti, [p. 280 modifica]più grandi, sino ad occupare buona parte della lava. Intanto questa fassi più lieve, anche dove non sono i fastelletti, per essere divenuta la testura più rara, quantunque niente porosa. E quivi l'unghia stessa la intacca, e la rompe: e l'occhio abituato alle pomici vi ravvisa le note caratteristiche di esse, quantunque non sì appariscenti, come negli aggregati filamentosi. Finalmente non è raro trovar massi di lava, che in un lato ritengono i caratteri del feldspato, e nell'altro sonosi trasmutati nella prima specie di pomice, essendo a lei similissimi pel colore, per la leggerezza, per la struttura, e per gli altri esteriori caratteri. Anche in questa pomice rinvengonsi più feldspati cristallizzati, come esistono pure nella lava generatrice, e quasi niente sono dal fuoco pregiudicati. Ed ecco chiaramente scoperta l'origine della prima specie descritta. Piacemi notare come un di più, che questi massi di lava, dove anche non appajono pumicosi, se si tritino, e polverizzino, la polvere che ne risulta, è similissima, senza eccettuarne il biancheggiante colore, a quella, che in immensa copia veste, e penetra il [p. 281 modifica]Monte, la quale non è che uno sfarinamento delle pomici della prima specie. La fornace riduce questa pomice ad una qualità di vetro somigliante a quello della prima specie.

Tutte queste circostanze confermano sempre più la medesimezza di questa pomice, derivata dal feldspato con l'altra in primo luogo descritta. Solamente dobbiam dire, che se grandissima parte di questa qualità di pomice non ha formato correnti, ma in pezzi staccati è stava a diverse riprese su per l'aria vibrata dalle vulcaniche fucine, come più sopra si è fatto vedere, un'altra porzione veracemente abbia fluito, quella cioè che in più luoghi di Campo Bianco alla lava feldspatosa va unita.

Ma merita cotesta lava d'essere considerata sotto altro aspetto. Fin quì veduta l'abbiamo producitrice della pomice, ora la vedremo producitrice del vetro. A persuadercene non abbiamo che ad instituir brevemente un novello esame su di essa, faccendone passare sott'occhio altri pezzi tolti dalla stessa Montagna. Alcuni adunque senza perdere l'apparenza del feldspato, cominciano a [p. 282 modifica]mettere delle venuzze di vetro, riempiendosi nel tempo stesso d'innumerabili minutissime bollicine medesimamente vetrose. Ma questo vetro diversifica da quello delle pomici, in quanto che è più perfetto, più trasparente. In altri pezzi le bollicine si mirano ingrandite, e le picciole vene di vetro fatte più spesse. Quì pure rompendo qualche masso, o tenendo dietro a grossi filoni, ci abbattiam qualche tratto a riscontrare in essi qua gruppi di lava feldspatosa, là gruppi di vetro vescicolare, altrove pezzi di vetro massiccio.

Ma d'onde può mai essere che la medesima roccia in alcuni luoghi si trasmuti in pomice, in altri diventi vetro? Poichè quantunque la più parte delle pomici sieno vetrose, il loro vetro però, siccome abbiamo accennato, è ben longi dall'avere la perfezione del vetro presente, il quale diversifica eziandio dalle pomici in questo, che quantunque formi masse vescicolari, queste masse tuttavolta per la durezza non possono compararsi all'ordinaria friabilità delle pomici. Così crederei nata tale diversità. Un determinato grado di calorico ha prodotto una [p. 283 modifica]semivetrificazione nel feldspato, per cui si è trasmutato in pomice. Un tal grado non era dunque bastante che alla produzione di queste pietre. Un calorico più forte, o forse ancora tirato più a lungo ha cagionato una compiuta fusione, cioè a dire un vetro perfetto, fatto talvolta bollicoso per l'abbondanza delle gazose sostanze onde era penetrato.

Sette varietà di questi vetri cellulosi, che tutti sono cenerogoli, provata avendo più ore la fornace, si sono nella rifusione rimpiccioliti di volume, e quindi il vetro novello si è massimamente spogliato della moltitudine de' vuoti, che innanzi aveva.

Ma rifaccendomi al discorso delle pomici, si vede adunque quattro essere le specie, onde massimamente sono formati Campo Bianco, e i suoi contorni.

Mi si potrebbe forse obbjettare, che la seconda, e la terza specie da me spiegate non appartengono propriamente al genere delle pomici, essendo ambedue vescicolari, quando uno de' caratteri delle pomici è la tessitura filamentosa.

Io convengo senza esitare, che assai pomici, che nelle Arti si adoperano per [p. 284 modifica]pulire diversi corpi, sono di questa fatta. Ma altre adoperate ne' medesimi lavori, e forse egualmente numerose, e che nissuno ha mai dubitato non esser pomici, non hanno sensibil traccia di filamenti, ma il tessuto è unito compatto equabile. Chiunque può rimanerne convinto da se con l'esame delle pomici venali. Di più quelle stesse che sono filamentose, non ritengono costantemente questo carattere: e la prima specie ne somministra cumulatissimi esempj. Sul luogo presso la marina se ne soglion trovare grandi masse, tagliate a pezzi da' Liparesi per venderle. Ho adunque veduto, che a quel modo che più pezzi hanno l'orditura filamentosa, più altri ne vanno senza, così esteriormente, come al di dentro. La medesima osservazione è stata da me fatta su que' brani erratici di che abbonda la Montagna. Se adunque il tessuto filamentoso non è un carattere essenziale alle pomici, io non veggo perchè le pietre della seconda, e della terza specie non debbano essere veracemente pomicose, avendo esse l'altre note che caratterizzan le pomici. Vogliamo aggiungere, che a Lipari, e nel commercio sono [p. 285 modifica]sempre state riconosciute per pomici, e i nomi sacri alle Arti non si denno cangiare, ove la necessità non ci stringa di farlo.

Da questa mano di osservazioni fatte a Campo Bianco cominciamo ad acquistar lumi intorno all'origine delle pomici, veduto essendosi che quelle della prima, e della quinta specie riconoscon per base il feldspato. E lo stesso si è pur mostrato dell'altre della Scogliera, su cui è fabbricato il Castello di Lipari. Ma restiam tuttora nell'oscurità per conto della seconda, terza, e quarta specie, per averle sempre trovate nello stato di compiuta pomice, senza abbattermi giammai in alcuno di quegli strati o massi di lava, che mostrandomi i primi principj di queste pomici, mi lasciassero insieme riconoscere la natura della pietra generatrice. A sapere pertanto a quai generi di pietre appartengano queste tre specie, necessario era l'analizzarle per via umida; il che ho fatto. E quantunque rimanga manifestata la base della prima, e quinta specie, come pur quella della Scogliera, tuttavia ad accertarmene vieppiù, ho amato di soggettare eziandio [p. 286 modifica]queste tre pomici al medesimo cimento. E giacchè versava in queste operazioni, volli ad un ora sperimentar qualche pomice d'altri Paesi, cioè dir quella che scarsamente ritrovasi all'Arso in Ischia, e che ho descritta al Capitolo V., come pur altre due dell'Isola Santorine nell'Arcipelago, Regione affatto vulcanica, come ognun sa. Sono tutte e due bianche, e galleggianti su l'acqua, ma il tessuto di una è compatto ed equabile, quello dell'altra pieno di pori, e sommamente filamentoso. Eccone pertanto i risultati:

Prima specie di Campo Bianco.

Silice |||
 60,3
Allumina |||
 23,  
Magnesia |||
 6,  
Calce |||
 6,  
Ferro |||
 3,  

Seconda specie.

Silice |||
 80,  
Allumina |||
 6,  
Magnesia |||
 3,  
Calce |||
 4,7
Ferro |||
 4,8
[p. 287 modifica]

Terza specie.

Silice |||
 80,  
Allumina |||
 4,  
Magnesia |||
 2,  
Calce |||
 4,  
Ferro |||
 5,3

Quarta specie.

Silice |||
 84,5
Allumina |||
 4,  
Magnesia |||
 3,  
Calce |||
 2,1
Ferro |||
 4,2

Siccome questa quarta specie manda odore bituminoso, prima di analizzarla è stata sottommessa alla distillazione a fuoco d'arena, da cui ho avuto di fatti poche goccioline di petrolio, soprannuotanti ad una pozzetta d'acqua raccoltasi durante l'operazione nel recipiente che comunicava con la storta, dove era la pomice polverizzata. [p. 288 modifica]

Quinta specie.

Silice |||
 61,  
Allumina |||
 22,7
Magnesia |||
 6,  
Calce |||
 5,8
Ferro |||
 3,  

Pomice della Scogliera del Castello di Lipari.

Silice |||
 63,  
Allumina |||
 24,  
Magnesia |||
 5,6
Calce |||
 3,  
Ferro |||
 2,  

Pomice dell'Arso in Ischia.

Silice |||
 54,  
Allumina |||
 26,3
Calce |||
 3,  
Magnesia |||
 8,2
Ferro |||
 7,  
[p. 289 modifica]

Pomice prima di Santorine.

Silice |||
 66,8
Allumina |||
 4,2
Magnesia |||
 14,7
Calce |||
 11,  
Ferro |||
 3,  

Pomice seconda di Santorine.

Silice |||
 69,  
Allumina |||
 3,  
Magnesia |||
 19,  
Calce |||
 6,  
Ferro |||
 2,  

Faccendomi ora a considerare i principj prossimi di queste diverse pomici analizzate, veggo che quelli della prima, e quinta specie di Campo Bianco, come pur gli altri della pomice della Scogliera del Castello di Lipari si accordano perfettamente con le analisi finora intraprese in parecchi feldspati da diversi Chimici, e nominatamente da Mayer, Fabroni, Heyer, Vestrumb, e Morell. [p. 290 modifica]

Quanto poi alla specie seconda, terza, e quarta, in queste pure quadrerebbe l'accordo, se la dose della silice non fosse alquanto più abbondante, e quella dell'allumina più scarsa. Il che però non mi sembra bastante motivo per escludere il feldspato da queste tre pomici; sì perchè non conosco altra pietra fin quì nota, e chimicamente analizzata, a cui possano a più ragione che al feldspato competere gl'indicati principj; sì perchè le specie di questa ultima pietra essendo numerosissime, non è maraviglia se taluna diversifichi alquanto dall'altre nelle dosi delle parti costitutive; il che si osserva quasi in ogni genere di pietre.

Passando poi alla pomice dell'Arso in Ischia, chiaro apparisce dai componenti principj, che la sua base è una pietra cornea, onde appunto deriva quella corrente di lava.

Finalmente perciò che si spetta alle due pomici dell'Isola vulcanica di Santorine, risulta dalle addotte analisi, che la loro base è stata un asbesto, o una pietra almeno analoga ad esso. A persuadercene basta confrontar le due analisi [p. 291 modifica]con le molte del Bergman sopra diversi asbesti[7].

Accostandomi adesso ad esaminar le varie opinioni intorno all'origine delle pomici, raccogliesi per le cose ora notate, che il sentimento di questo Chimico svedese, come pur quello del Pott, e del Desmeste, che le pomici si debban ripetere dagli asbesti, non è privo di fondamento; solamente hanno il torto nel volerlo produrre esclusivamente, mostrato essendosi che la base delle pomici di Campo Bianco, e della Scogliera del Castello di Lipari è un feldspato, e che quella delle pomici dell'Arso è una pietra cornea.

Preveggo che alcuni difficilmente si persuaderanno che le pomici di qualche Vulcano abbian per base l'asbesto o l'amianto, riputandosi queste due pietre magnesiache quanto rare, altrettanto povere. Nel che però s'ingannano, sapendosi per le osservazioni de' Fisici, e dei Viaggiatori ritrovarsi ambedue in [p. 292 modifica]moltissime regioni, come nell'Isole dell'Arcipelago, in Asia, in Persia, nella Tartaria, per tacere della Savoja, della Svizzera, e dell'Italia. Ci consta non meno che in qualche paese l'asbesto è abbondante a segno, che forma intiere rupi, come nella Siberia. Conservo alcuni grossi pezzi di asbesto a fibre parallele, morbide grigio-verdognole, difficilmente separabili, regalatimi in questi ultimi anni da un mio Scolare di Chiavenna ne' Grigioni, e da lui tolti dal monte Uschione, vicinissimo alla sua Patria, il quale è pieno di cotal pietra.

Parlando delle pomici a base asbestina o amiantina, solamente è forza supporre, che in questi casi il fuoco vulcanico sia stato poderosissimo, noto essendo per gli esperimenti di d'Arcet, di Saussure, e di Hermann quanto tali pietre resistano al fuoco de' fornelli spinto alla più alta temperatura. E gli asbesti di Chiavenna, del Genovesato, della Svizzera, della Savoja, della Corsica, e d'altre regioni europee, da me tenuti a lungo nella fornace da vetro, rimasti sono refrattarj, perduta soltanto la pastosità, e la pieghevolezza che avevano. [p. 293 modifica]

Io poi per la grande affinità tra alcuni serpentini, e l'asbesto, non esiterei molto a credere, che trovandosi il focolare di qualche Vulcano dentro di essi, potesse questi pure convertire in pomici.

Ma non posso mica io entrare nella già citata opinione del Vallerio volente esser le pomici carboni di pietra, o schisti calcinati; come neppure in quella del Sage, pensante che sieno scorie margacee. Imperocchè quanto al primo veduto abbiamo esser le pomici non già in uno stato di calcinazione, ma sibbene di vetrificazione. Riguardo poi al secondo, la sola autopsia basta a far conoscere l'essenzial differenza tra le scorie, e le pomici.

Resta in fine a far parola del pensamento del Sig. Dolomieu, che le pomici provengano dal granito. Egli adunque a Lipari su' luoghi stessi da me visitati dappoi, esaminate avendo con la maggior diligenza le pomici, e fissati per preferenza i suoi riflessi intorno alle meno dal fuoco alterate, siccome le più acconce a conservare qualche carattere della primitiva lor base, fece le seguenti scoperte. Primamente trovò in alcune [p. 294 modifica]pomici un resto del granito ordinario, cioè il quarzo, la mica, e il feldspato; e notò che queste tre sostanze, che secondo lui servono l'una all'altra di vicendevol fondente, acquistano per l'azione del fuoco una specie di vetrificazione, che tiene un luogo di mezzo tra lo smalto, e la porcellana, e che può compararsi ad una fritta alquanto gonfiata. Vide inoltre che per gradi prendevano la tessitura fibrosa e rara, e l'altre qualità della pomice, cosicchè rimase persuaso che il granito, e lo schisto granitoso sono le primitive materie che mediante il fuoco vulcanico passano allo stato di pomice[8].

Come giunsi la prima volta al Monte delle pomici, non è a dirsi se fui attentissimo per verificare l'accennato scoprimento; nè riescito essendomi la prima volta, rivisitai in altro giorno quel luogo, e stata essendo la seconda visita niente più fortunata della prima, ve ne feci altre due consecutive, ma con pari infelice successo. E siccome con la più [p. 295 modifica]minuta diligenza fu da me ricerco ogni angolo di Campo Bianco, ed ogni altro sito dove a Lipari esistono pomici; e d'altronde bastava occhi per ravvisar subito coteste rocce granitose, tramutate più o meno in pomici per l'azione del fuoco, oso dire con filosofica libertà, che qualche tratto fui tentato a pensare, che colà più non ne esistesse, per averle via tutte quante portate il Viaggiatore Francese.

Comunque però sia, io ammetto di buon grado questo suo ritrovato (e come recarlo in dubbio, se egli ci attesta di avere a più dotte persone mandati alcuni saggi di cotesti graniti passati per gradi alla condizione di pomice?) in grazia del quale resta provato che le pomici oltre all'aver per base la pietra cornea, l'asbesto, e il feldspato, derivano ancora dal comunale granito. E possiamo anche aggiungervi il petroselce, giacchè le pomici altre volte vomitate da Stromboli si debbon ripetere da questa pietra (Capitolo XI.). E se gl'Investigatori della natura abbattendosi in pomici d'altre regioni, combineranno le osservazioni locali con le chimiche [p. 296 modifica]soluzioni, non sarà forse difficile che trovino qualche pomice derivante da altro genere di pietre.

Quanto alle pomici a base di granito, conviene però riflettere che il sotterraneo fuoco che le produsse, doveva esser fortissimo, siccome è forza che sia tale quello de' nostri fornelli, che è valevole a ridurre ad una pasta omogenea, quale si è quella delle pomici perfette, il granito composto di feldspato di mica, e di quarzo. Di questa mia affermazione può fornir chiare prove il Capitolo XII.

Se da Campo Bianco mirato in prospetto proseguiremo il cammino su l'acqua, rasentandone sempre a sinistra la base, quivi il Monte apparisce di fianco, e questo fianco è similmente formato di pomici, e pieno di solchi e fossati diretti alla volta del mare. Con questo si attaccano altri monticelli, medesimamente bianchi, perchè di sole pomici formati pur essi[9]. Al di là di loro sorge una Montagna d'altra indole, chiamata della Castagna, che nella porzione [p. 297 modifica]che s'immerge nel mare si estende a un miglio scarso, e nella circonferenza oltrepassa le quattro. Ma chi crederebbe che questa Montagna fosse interamente un prodotto di smalti, e di vetri? Innanzi di leggere il più volte commendato Libro del Cavaliere Dolomieu, sapeva che Lipari è ferace di queste vetrificazioni: e la lettura di esso me ne aveva accresciuta l'idea. Ma ignorava profondamente, che in un sol luogo ammassate fossero in copia sì sterminata, onde formarne una intiera Montagna; e mi compiaccio d'essere io il primo a farne parola. Le considererò adunque primamente come si trovano in luogo: poi ne diviserò le specie, e le varietà principali.

Forse non saprei meglio comparare un tratto di queste vetrificate sostanze, che ad un largo fiume il qual rotto in mille spezzamenti venisse giù di balzo in balzo da precipitosa pendice, e che da acutissimo freddo improvvisamente soprappreso si agghiacciasse, e in agghiacciando mettesse per ogni dove sfendimenti, e aperture, cosicchè l'appendice apparisse di poi vestita d'un ghiaccio increspato e ondoso, ma tutto insieme [p. 298 modifica]da grandi lastre diviso. Tali sono i sembianti di alcune di queste vetrificazioni esaminate sul dorso del Monte della Castagna, ma guardate al lido, l'aspetto si appresenta diverso. Per gli alti rodimenti fattivi da' colpi di mare, conosciam subito che sotto quello strato vetroso in lastroni diviso, ve ne sono altri, e poi altri egualmente vetrosi, ma di colore, d'impasto, e di andamento diversi; e forse questi al di sotto ne occultano altri, ma invisibili per rimanere da' soprastanti coperti. Diversifica pure la crassizie di questi strati, e il superiore a tutti è grosso, dove meno, un piede e mezzo, e dove più fino a dodici. Essendo più elevato degli altri, non ha sofferto l'impeto de' marosi, se non se nelle parti più basse, e le più alte hanno colato sopra gli scoglj, prendendo a luogo a luogo la loro configurazione. Del rimanente questi corpi vetrosi tra per lo violento agire del mare, e per mettere fessure in più luoghi, si spezzano di leggieri presso la spiaggia, e però su di essa, e ne' bassi fondi marini vi si trovano a gran numero, ma per l'arruotamento del fiotto più o [p. 299 modifica]meno ritondati, e in tutto fatti simili a' sassi scantonati, che formano la ghiaja de' fiumi.

Facciamoci ora a descrivere le qualità diverse delle sostanze vetrificate componenti il Monte della Castagna, intorno alle quali non potremo esser brevissimi per l'affluente loro ricchezza, e per meritare ciascuna qualche distinta comemorazione.

I. E giacchè le pomici sono state l'argomento degli ultimi nostri discorsi, faremo principio da un corpo vetroso, che può considerarsi qual punto di passaggio da quelle ai vetri. Non mica che questo corpo non sia vetro verace, ma è sì leggiero che a guisa di più pomici nuota su l'acqua, e manifesta quasi quella fragilità, che accompagna sempre le pomici. Quindi ogni colpo del focile lo scheggia, e di rado manda scintille. Oltracciò in più d'un luogo ha cavernette interrotte da' fili vetrosi, siccome è proprio di molte di tali pietre. Ma quì la vetrificazione è più innoltrata che nelle pomici. Il vetro è bianco-grigio trasparente, in parte scaglioso, e in parte involuto e contorto per la frequenza dei [p. 300 modifica]vani, che interrompono l'andamento della struttura. Esiste in pezzi erranti alle falde della Montagna, e taluno galleggia sul mare, scherzo dell'onde.

II. Con questo ha più d'un rapporto un secondo vetro alquanto più pesante, e ch'io chiamerei reticolato, per esser formato di occhietti o maglie a guisa d'un reticello. E' a strati sopra strati, e la faccia d'ogni strato è rivestita come d'un foglio terroso, e mezzo pulverulento, ed in grazia di questi foglj il vetro facilmente si fende.

III. Ne' Paesi vulcanizzati è cosa tanto rara il trovare del vetro capillare, cioè ridotto per la fusione alla sottigliezza dei capelli, che non se ne arrecano che quattro esempli, da che diligentemente si esaminano le produzioni de' fuochi sotterranei. L'uno fornito ci venne per una eruzione nell'Isola di Borbone nel 1766., il secondo da una Vesuviana nel 1779., il terzo da una di Vulcano nel 1774., come ha scoperto il Cavaliere Dolomieu, e del quarto esempio fa testimonianza il Sig. Faujas il quale nella cavità d'una lava basaltina, raccolta da Besson nelle Cave [p. 301 modifica]vulcaniche di S. Sebastiano di Roma, osservò un numero grande di filuzzi capillari, tre in quattro linee lunghi, di sostanza trasparente, e vetrosa.

I vetri del Monte della Castagna in Lipari ne somministrano abbondantemente del capillare, che io considererò una terza sorte di quelli, di che mi occupo presentemente. Diversi adunque di quelli che hanno tessitura molto rara, e in conseguenza sono leggieri, se si esaminino internamente, sogliono abbondare di crepature, che da un capo all'altro de' pezzi si stendon talvolta. E per tal verso percossi, facilmente dividonsi in due. Ora egli è in questi vani, dove il vetro si è assottigliato massimamente, emulando in più luoghi la minutezza dei capelli, col formare quando viluppi delicatissimi, somiglianti a finissima lana, quando filetti tendenti tutti da una banda. Ma la finezza in molti è tale, che il solo alitarvi sopra, li mette in moto, e li rompe. Sono trasparenti, e d'un lustro argentino, la lunghezza in molti è di due pollici, ed oltre ai visibili all'occhio nudo, se ne svelano altri assaissimi, ricorrendo alla lente. La [p. 302 modifica]loro genesi non par difficile a spiegarsi, derivata verisimilmente dalla viscosità del vetro, essendo ancor liquido, e dalla distensione, cui soggiaceva nel prodursi pel raffreddamento quelle aperture.

Queste folte selvette di fila vetrose da occhio non troppo istruito guardate, potrebbero indurre nella credenza, essere le medesime una specie di pomice sopraffina: ma un momento di matura riflessione fa conoscerne la differenza. Quì giova ripeterlo, perchè troppo cade al proposito. Uno de' caratteri sensibili delle pomici, almeno della massima parte, è quello d'esser vetrose. Ma questo vetro è sempre di qualche grado al di sotto del verace vetro vulcanico. Ora i fili testè ricordati sono pienamente vetrosi. Di fatti hanno la trasparenza del vetro, e toccandoli si sentono lisci, come lui, quando quelli delle pomici meno che opachi, ed aspri al tatto. Questi ultimi si possono impunemente trattare sotto le dita, dove i primi, quando sieno grossetti, s'internano nella cute, e ne fanno uscire il sangue; il che è proprio delle punte del vetro. Vero [p. 303 modifica]è che assai pomici riconoscono in origine la medesima base che i vetri vulcanici: il fuoco però quinci e quindi non ha agito egualmente, ma è stato nel vetro, o più continuato, o più forte. Quantunque ciò sia per se chiaro abbastanza, per non abbisognare di pruove, una tuttavia non mi graverò di produrre innanzi, per offerirsi quasi da se in alcune pomici leggiere e filamentose di Campo Bianco, e nel vetro presente. In ambidue questi corpi esistono feldspati cristallizzati della medesima specie. Ma nelle pomici nessun oltraggio sembrano aver ricevuto dal fuoco; conservano il loro cangiante, la struttura laminosa, e la naturale trasparenza, e durezza. Per l'opposito nel vetro che ha dato origine ai filamenti capillari, quantunque i medesimi feldspati non abbian sofferta fusione di sorta, si sono però svisati in modo, che perduti tutti gli enunciati caratteri, il dito in toccandoli, li riduce in frammenti. Solamente nei più grossi qualche punto centrale ritiene un resto della natura di questa pietra. Conservo uno di questi feldspati, che offre un fenomeno curiosissimo. Trovasi dentro ad una di [p. 304 modifica]quelle aperture, ma senza toccarne le pareti, ed è come sostenuto in aria da una corona di fili capillari di vetro, che per una estremità si attaccano a lui, e con l'altra metron capo alle suddette pareti. Il feldspato doveva naturalmente essere imprigionato dal vetro quando era fluido, ma questo nel rappigliarsi essendosi ritirate le sue pareti, e quindi nata quella cavità, ha lasciato come isolato il feldspato, comunicante solo con esso mercè di quella capillare peluria, che è una porzione del vetro stesso, ridotta in fili nel ritiramento delle parti. Il feldspato, che ha quattro linee di lunghezza sopra tre di larghezza, trovasi egli pure egualmente manomesso dal fuoco. Per gli addotti fatti rimane adunque viemmaggiormente provato, che il fuoco produttore di queste pomici è stato meno operativo di quello che ha fatto nascere il vetro: quindi non è a stupire se questo è più perfetto di quelle.

Disceso io sono a queste minute considerazioni intorno alle pomici, e ai vetri; sembrandomi che quelle modificazioni, e gradazioni che usa la natura nelle sue operazioni, obbligo sia del [p. 305 modifica]Filosofo il farle sentire, altrimenti prender volendo con soverchia generalità le cose, corriamo gran rischio di confondere oggetti grandemente fra se diversi; e per non dipartirci dall'argomento, siccome le pomici, gli smalti, e i vetri sono sostanze vetrificate, abusando d'una rigorosa Logica, potremmo insieme confonderle, unendovi anche le lave, non essendo mancati per l'addietro preclari Scrittori, che caratterizzate le hanno per veraci vetrificazioni. E questo luogo mi ammonisce di fare un breve rilievo su d'un pensamento del Sig. Dolomieu. Osservando egli che la pomice qualche volta si converte in vetro, pensa che questo vetro per un gonfiamento dell'aria interna possa passare allo stato di pomice. Di buon grado io accordo il primo, avendone anzi allegato più d'un esempio nei prodotti vulcanici, per tacere delle fusioni artificiali, in cui ho sempre veduto cotal passaggio delle pomici in vetri, o smalti; e d'altronde la cosa è naturalissima, passando così la pietra per un più forte calorico da un minor grado di vetrificazione ad un maggiore. Ma sarei difficile nell'accordare [p. 306 modifica]il secondo, diversamente dovremmo dire, che una vetrificazione maggiore ossia più perfetta passasse ad una meno perfetta. Lo che non è punto naturale, mercè che il vetro rifuso dal fuoco vulcanico rimarrà nella condizione primiera; e supponendolo allora gonfiato dai gaz aeriformi, di vetro compatto ch'egli era, si farà vescicolare, ma non già per mio avviso diventerà pomice, per mancargli quel debil grado di vetrificazione che caratterizza tal pietra. E i gaz medesimi non sono una condizione essenziale per le pomici, essendo vene diverse delle compatte, che non mostrano il menomo indizio di cotesti elastici fluidi. E d'altra parte più vetri fin quì nominati, e più d'uno che dovremo nominar poi, per le bollicelle, che soprabbondantemente li penetrano, fanno palese d'esserne stati per ogni dove compresi, senza mostrare la più picciola testimonianza di pomice.

IV. Finora preso abbiamo in considerazione que' vetri del Monte della Castagna, che portano un tessuto più o meno raro, adesso considereremo quelli più o di struttura compatta; è però la quarta sorte sarà presa da quello, che si può [p. 307 modifica]dire che formi quasi la metà del Monte. Sebbene mirato superficialmente, e come ritrovasi in luogo, sembra piuttosto una terra rossiccia, che un vetro. Questo si è un velo effettivamente terroso e rossigno, che veste la superficie del vetro formante immensi lastroni, il qual velo quantunque in più luoghi abbia pochissima adesione con lui, giacchè la semplice bagnatura con l'acqua lo leva, in più altri luoghi evvi però attaccato sì fattamente che forma l'ultima buccia del vetro, e quindi lo giudico una superficiale decomposizione di esso. Al di sotto di tal velatura terrosa apparisce il vetro, il quale è conservatissimo, e come se stato fosse adesso fuso dal Vulcano. Se si eccettuino alcuni rari seni, dove la sua struttura è spugnosa, egli è compattissimo e solidissimo, e quindi di gran lunga più pesante delle tre altre qualità. Ha colore olivastro, ed è trasparente, sperandone al vivo lume le più tenui scaglie, ma compare opaco, guardandolo in massa. Sfavilla benissimo all'acciajo. Si sa che rompendo pezzi di vetro perfetto, le rotture sono striate, ondeggianti, e ricurve. Qualche rottura nel vetro [p. 308 modifica]presente si è tale, ma le più sono concoidi, siccome accade spezzando le selci. Oltracciò la sua pasta non è pienamente omogenea, rinchiudendo più punti feldspatosi. L'aspetto altresì non è vivo e brillante come quello del vetro, ma un poco untuoso, e appannato. Per queste ragioni cotal prodotto più si accosta allo smalto, che al vetro, quando chiamar nol volessimo uno di que' corpi vulcanici, che considerar possiamo qual punto di mezzo tra gli smalti e i vetri. Nei descritti vetri di Lipari ho già notato, che alcuni sono intersecati da venuzze, o sfoglie terrose, per cui vengono facilmente in più lastre divisi; somigliante cosa si osserva nel vetro presente. In esso accade quel che veggiamo in alcuni marmi; se si prendano al taglio per la vena si dividono senza grande fatica in ampie lastre; e per qualunque altro verso si tenti dividerli, vanno in ischeggie, e in frammenti. Alcuni cavatori di pomici che nelle mie gite a Campo Bianco, e al Monte della Castagna mi hanno fatta utile compagnia, a mia istanza cacciato avendo a forza di poderosi martelli qualche conio di ferro in quelle venuzze [p. 309 modifica]terrose, hanno staccato dal masso comune di questo vetro dei tavoloni, lunghi cinque piedi, e larghi tre, e aventi la grossezza di due. Al piano d'ogni tavolone era attaccato un velo di materie terrose ma dure, che sempre più mi conferma nel credere, siccome già dissi, essere stata materia refrattaria alla fusione, la quale essendo più leggiera del vetro fuso, ne è ascesa alla superficie, comprovandolo anche la fusione artificiale da me fatta di questo vetro ritenente tuttavia qualche porzione di detta terra, la quale a stento si è fusa, non ostante che il vetro gonfiato siasi in uno smalto schiumoso.

Questo vetro intacca leggermente il fattizio, e se il tagliente angolo di un pezzo si faccia correre con forza sul piano d'un altro, vi crea una polvere bianca e impalpabile.

V. Questa sorte di vetro merita a tutta ragione cotesta appellazione, essendo non solamente il più perfetto fra i vetri vulcanici dell'Isole Eolie, ma quello eziandio che non la cede punto alla così detta agata d'Islanda, o alla pietra gallinacea del Perù, che credesi essere la pietra ossidiana degli Antichi. Nei [p. 310 modifica]grossi pezzi nerissimo è il colore, e intiera la opacità, ma le sottili sfoglie sono bianche, e trasparenti. L'opacità, e la nerezza dir possiamo che stiano in ragione diretta dello spessore. Questo vetro, che è compattissimo trovasi libero da bolle aeriformi, e da ogni eterogeneità, ha qualche maggior durezza di quello della quarta qualità; e però intacca di più il vetro fattizio, ed è più sfavillante al focile. I suoi lembi sono acuti e taglienti.

Il Sig. Faujas avendo avuto alcuni saggi del miglior vetro di Lipari, vi fa sopra qualche osservazione, opportuna ad essere quì ricordata. Egli conviene che questa specie è la medesima che quella d'Islanda: avverte però che ne diferisce, per essere a lui paruto di un pulimento alquanto più grasso, e meno vetroso; di più che nelle rotture non ha quell'ondeggiante striata squamosità, che è propria delle masse dei vetri veraci[10].

Convien dire che i suoi saggi non sieno stati de' migliori. I pezzi almeno [p. 311 modifica]ch'io colà raccolsi prendono un pulimento, e un lustro di tanta squisitezza, ch'io non saprei qual vetro artificiale ricever ne potesse un più nobile, e più elegante. Oltracciò questo vetro in massa essendo opaco, diventa un verace specchio. E quindi non peniamo a credere che gli antichi Peruviani usassero di un simil vetro tagliato e pulito per farne specchi. Similmente non si può rompere il mio vetro senza che mostri le ondose squame leggiermente striate, che asserisce il Vulcanista francese di non aver vedute nel suo. Scrivendo ne ho sott'occhi un pezzo di recente frattura, dove queste onde sono circolari, e quasi concentriche, riempiendo un'area di due pollici e mezzo, e il centro comune è il punto che ha ricevuto la percossa; e rassomigliano a quelle in certa guisa, che attorno a se fa nascere un sassolino caduto verticalmente nell'acqua tranquilla.

Non posso a meno di non fare un'altra riflessione. Dice Faujas, che i lembi di questo vetro allorchè sono sottillissimi, se si presentino al chiaro lume, sono alcun poco trasparenti. La trasparenza nelle parti più sottili del vetro da me [p. 312 modifica]trovato, ragguagliata a quella del nostrale, certamente ne perde. Non è però sì meschina, quale si vorrebbe da questo Fisico. Una scheggia grossa tre linee e mezzo presentata alla fiamma d'una candela, concede in parte il passaggio de' raggi. Un'altra grossa due linee frapposta all'occhio, e agli oggetti esteriori permette il confusamente vederli; se poi abbia la crassizie di mezza linea, e il piano della scheggia si collochi sopra d'un libro, con la maggior chiarezza il leggiamo. Disceso io sono a questo minuto dettaglio, per viemmeglio mostrare la perfetta qualità di questo vetro.

L'opacità di lui guardato in massa, deriva da una sostanza sottilissima, forse bituminosa, incorporata alla pasta vetrosa, e che a guisa di nebbia la offusca, la quale sostanza si toglie, ove per alcune ore resti questo vetro ne' crogiuoli rifuso, giacchè allora diventa bianco.

Osserva il Bergman, che il vetro islandico sottoposto al fuoco difficilissimamente si fonde da se solo. In questa parte il presente di Lipari è differente. In breve comincia a rammollirsi alla [p. 313 modifica]fornace, e dopo più ore passa ad una completa fusione.

Cotesta fatta di vetro non è però la più ovvia al Monte della Caftagna. Quivi adunque raramente è sparsa in gran massi, ma solitarj; ne dir saprei se sieno reliquie di correnti, oppur pezzi eruttati dalle gole ignivome. Di più quì succede come nelle pietre più pregiate, e vo' dire che il medesimo pezzo non è sempre per tutto egualmente prezioso. Spezzando adunque di que' massi, ne troveremo talvolta una porzione che è vetro purissimo, quale il già descritto, e l'altra imperfetto, sì perchè la fusione non è stata universale, apparendovi dentro corpi alla base stranieri, sì perchè questa base è piuttosto smaltina, che vitrea. Tai corpi sono feldspati, ma in un aspetto novello. Niente è più comune, che il trovare feldspati nelle lave, e qualche fiata nei medesimi smalti e vetri. Ed oltre il narratone da altri, questo libro ne abbonda in esempli. Ma sempre i feldspati con divisione immediata e tagliente sono incastrati in simili produzioni. Quì procede diversamente la cosa. Ogni feldspato è attorno attorno circondato da [p. 314 modifica]una buccia, la quale se ci riesca di staccare intiera dallo smalto rappresenta un globetto di una o due linee d'un chiaro cenerino, e di pasta vetrosa. E rompendo il globetto ci troviam dentro semifuso il feldspato: non già staccato dalla buccia, ma formante con essolei un sol corpo. I globetti sono in gran numero, e talvolta per la confluenza formano gruppi. Tutti poi spiccano mirabilmente in grazia dello smalto, che è nero. Lo spezioso innesto delle bucce coi feldspati lo giudicherei in tal guisa formato. Quando lo smalto era fluido, ed assiepava i feldspati, ha servito alle loro parti esterne di fondente, e si è combinato con esse, e da tale combinazione ne è nata quella buccia, nel tempo che l'interiore dei feldspati ha preso soltanto una mezza fusione, per non essere in immediato contatto con lo smalto. Egli è poi probabile che i feldspati esistessero anche nel vetro perfetto, ma essendo in lui stato probabilmente più attivo il calorico che nello smalto, gli avrà disciolti onninamente, riducendo l'intiera massa ad un fondo similare. Così una compiuta omogeneità di parti si è ottenuta alla fornace da [p. 315 modifica]questo smalto riboccante di tali estranei globetti.

VI. Ragionando degli Scogli del Castello di Lipari, dissi esser formati d'una lava cenerina a base di feldspato, la quale passa in più luoghi in vetro. Ivi notai che la lava non meno che gran pezzi di vetro sono seminati di globetti di sostanza apparentemente non dissimile dalla base. Nel principio del Monte della Castagna, non lungi da un tugurietto, dove alberga uno de' cavatori delle pomici, esiste una corrente di vetro analogo, che quì formerà la sesta sorte, la quale con più rami cade in mare. Ma questo vetro ha pasta più raffinata, e più lustrante, e la sua rottura è quale veramente si osserva nel vetro; e però per la bellezza sua di poco è inferiore a quello della quinta sorte, anzi se la bianchezza, o a dir meglio il nessun colore è pregio distinto nè vetri vulcanici (rari estremamente essendo quelli di tal qualità) il presente degno è di commendazione. Non già che esente sia d'ogni colore, avendo egli come una nebbia oscuretta, per cui guardato in massa apparisce nereggiante; tuttavia ne [p. 316 modifica]lembi si dà a veder bianco. I corpicciuoli poi tondeggianti e cenerognoli, de' quali è ricchissimo, fanno il più vago e il più appariscente contrasto, per cui il vetro si manifesta bizzarramente tigrato. Ho grossi pezzi della quinta qualità segati, e puliti. Il color di pece, di che godono li rende certamente vistosi. I marmi più neri, e più scelti di Varenna, e di Verona, per la finezza dell'impasto, e per la nobiltà del lustro, a fronte di essi infinitamente ne perdono. Ciò nonostante per l'uniformità del colore non fanno la bella vista, come cotesto vetro tigrato, ove dall'artefice ricevuto abbia un dilicato pulimento. Sul litorale del sito, dove ne è corso il torrente, ne giaccion pezzi d'ogni grandezza, scantonati e resi rotondi dall'incessante agitazione del mare. Ne ho meco recato più d'uno del diametro di mezzo piede, e d'un piede. Malgrado l'impeto poderoso de' marosi, che per tanto tempo li ha arrotati, rimasti sono al di dentro sanissimi. E consegnati avendoli al segamento, e alla pulitura, ne sono esciti piccioli deschi, che esser non ponno più all'occhio graditi. Tavole di questa fatta [p. 317 modifica](e colà non mancano insigni pezzi per procacciarsele) come mai spiccherebbero in ogni più sontuosa, e più splendida Galleria!

Ma lasciando le speziosità che allettano, ed incantan la vista, e passando agli oggetti, che solleticano, ed interessano la curiosità del fisico Indagatore, noi troviamo, che i corpetti cenerini in cotal vetro rinchiusi, non sono che punti di lava a base di feldspato; ed esaminando in più luoghi la corrente di questo vetro, ci accorgiamo essere in continuazione con la stessa lava a base feldspatosa, onde costano quegli orbicolati corpicciuoli: quindi non esiteremo ad inferire essere cotesta pietra, che ha data l'origine così alla lava, come al vetro. Intanto poi troviam questo seminato di quelle particole di lava, per non avere elleno provata la piena fusione della massa vetrosa. Quindi è pure che alcuni pezzi sono composti parte di vetro, parte della medesima lava. In taluno di questi pezzi stanno rinchiuse picciole geodi di sottili fila di vetro, lucidissime e trasparenti, somiglianti in miniatura al riccio della castagna. [p. 318 modifica]

VII. Se questo vetro ha dei rapporti con quello della sesta sorte; non lascia di avere delle differenze. E' perfetto come lui, ma più carico ne è il colore. Quì pure abbondano i globetti, ma terrosi, e polverizzabili. Ognuno nuota in una distinta nicchia, o tutto al più vi è attaccato per pochissimi punti.

La descrizione di questo settimo vetro me ne risparmia altre non poche, giacchè i vetri che descriver dovrei accolgono più o meno somiglianti globetti, differendo solamente la base che li rinserra, la quale si è dove più, e dove meno vetrosa. Nei vetri, che quì ommetto, toccherò solo un'osservazione, che reputo non indifferente. Diversi di essi, eziandio nel loro più interno, son fessi, e le fessure arrivano sovente a un pollice di larghezza, e a tre di lunghezza. Le fessure non sono affatto vuote, ma soventemente interrotte da sottili liste di vetro nei due capi raccomandate alle interne pareti. Le liste più larghe arrivano a quattro linee, e le più strette ad una scarsa linea. Rompendole hanno la fragilità del vetro, e cotesto vetro è dei più perfetti, non avendo colore, ed [p. 319 modifica]è insieme trasparentissimo. Ognuno può intendere la formazione di queste listerelle, derivata nel modo stesso, con cui ho detto potersi concepir quella del vetro capillare dentro a simili fenditure nel vetro della terza qualità.

VIII. La presente ed ultima sorte delle vetrificazioni del Monte della Castagna potrà essere determinata da uno smalto, che ha il colore, e il lustro dell'asfalto, la granitura scagliosa, un debolissimo grado di trasparenza alle punte delle rotture, peso e compattezza considerabile, non ostantechè sia friabilissimo. Giace in massi solitarj, nè troppo frequenti, e i pezzi in cui si rompe hanno la proprietà di pigliare forma globosa. Alcuni di questi globi somiglian quelli, che ha ritrovato il Sig. Dolomieu all'Isole Ponze. Io ne ho due favoritimi dall'Abbate Fortis, ma osservo che eccetuatane la globosità differiscono nel rimanente. I globi colà trovati sono a sfoglie sopra sfoglie, composte di smalto imperfetto, non scintillano all'acciajo, e rinchiudono feldspati, e miche, quando la pasta dei nostri contiene per caso radissimi feldspati, sfavilla all'acciajo, ha [p. 320 modifica]l'occhio vetroso, e non è a lamine o sfoglie.

Alcuni pezzi di questo smalto, rotti e staccati da que' massi, per un tratto sono schietto smalto, e per l'altro lava. Questa poco scintilla all'acciajo, la sua grana pende al terroso, e per quanto ho potuto accorgermi, ella è a base di pietra cornea molle, da cui conseguentemente deriva tale smalto.

Queste sono le principali vetrificazioni offertemisi nelle diverse mie andate al Monte della Castagna, lasciando da parte molte altre, che reputo superflue, giacchè a riserva di alcune varietà, appartengono essenzialmente alle finora descritte. Gioverà però avvertire, che più d'una di queste conserva tuttora i manifesti segnali di avere una volta fluito sul dosso, e lungo le falde della Montagna, siccome apparisce da grossi cordoni, e fila vetrose che manifesta, come accade in picciolo al vetro fuso nelle fornaci, ove alla vista dell'aria fredda si faccia cadere per la lunghezza d'un piano inclinato.

Ciascuna delle otto fatte di vetri, e di smalti si è rifusa perfettamente alla [p. 321 modifica]fornace. Ragionando del vetro comparto della Scogliera del Castello di Lipari, e notando ivi lo straordinario gonfiamento preso alla fornace, avvertj che questa tumefazione suole esser compagna in generale della rifusione al fuoco nostro dei solidi vetri, e smalti vulcanici. Allora io aveva in veduta quelli del Monte della Castagna, cinque de' quali, quantunque compatti e solidi, alla fornace si sono sollevati in un grosso tumore sopra il crogiuolo, non ostante che innanzi la rifusione non ne occupassero che un terzo. Descrivendo altri vetri liparesi vedremo avverato l'istesso fenomeno, che come riflessibile verrà a miglior luogo di questo libro discusso.

Entriamo ora a commemorare le lave più rilevanti del medesimo luogo, avendo queste rapporti diretti co' vetri, e con gli smalti, per andar marcate da qualche impronta di caratterizzata vetrificazione. Così mi lusingo che avremo adombrata la storia de' prodotti vulcanici di questa famosa Montagna.

Sia la prima una qualità di lava a base di petroselce, dura e compatta, e a proporzione pesante, di aspetto siliceo, [p. 322 modifica]di un livido turchiniccio, la quale manda scintille all'acciajo, ed è ricchissima di sorli neri, e romboidali conservatissimi. Nel tempo che fluiva ha imprigionati dentro più corpi d'indole diversa da lei, i quali per essere angolosi, e di coste taglienti dimostrano che quando furon presi, non erano in attuale fusione. Il loro colore di matton cotto, e le screpulature frequenti che hanno, e la loro fragilità, mi inducono a pensare che sono stati calcinati, probabilmente allorchè furon presi dalla corrente.

Ma questa lava è a spruzzi segnata, ed in più luoghi eziandio venata di nero e opaco smalto, più duro di lei, e però più sfavillante all'acciajo, d'occhio tra il siliceo, e il vetroso, e di grande compattezza dotato. I sorli in lui sono inalterati. Questa lava è a strati, ed estendesi molto in alcune gole del Monte.

L'estrema nerezza ed omogeneità dello smalto, in che si è alla fornace ridotta cotesta lava, a prima giunta non lascia discernere la presenza dei sorli. Pure la lente ve li scopre dentro. Scorgesi però che hanno perduta la [p. 323 modifica]cristallizzazione, ed acquistata la globosità, sicuro carattere della fusione, ed il nero colore si è tinto d'un verde mortificato. La rifusione ha fatto conoscere, che in questa lava sono immerse diverse scagliette di feldspati, cui non aveva io prima potuto vedere, malgrado il soccorso della lente. Il loro color bianco, e un poco cangiante, li fa discernere attraverso del fondo nerissimo dello smalto rifuso.

La seconda lava a base di feldspato, in parte bianca, ed in parte lionata, ha lucida granitura, e rinchiude feldspati amorfi, e disugualmente distribuiti, scarseggiandone in alcune parti, e soprabbondandone in altre. In più siti ella è schietto vetro, in massette distribuito di vario colore, essendovene del nericcio, del cenerino, e del bianco, e quest'ultimo è così trasperente come il vetro fattizio.

Questa lava è piuttosto rara, almeno io non mi sono abbattuto che in due pezzi verso la metà della Montagna, e per gli angoli, e le rotture che avevano, ho giudicato che staccati si fossero da qualche masso più grande.

Ella è una delle pochissime che [p. 324 modifica]stenta a fondersi alla fornace, riducendosi in fine in uno smalto nero poroso, ma senza la fusione dei feldspati.

Grigia è la terza lava, dura compatta pesante, ruvida al tatto, e granellosa. E' a base di petroselce, schizza sì vivaci e copiose scintille all'acciajo, che si potrebbe surrogare alle pietre focaje. Guardata nella oscurità alla fiamma d'una candela luccica vivamente per una immensità di punti, e a prima vista darebbe a credere che tempestata fosse di picciole zeoliti cristallizzate, e brillantissime, oppure di sorletti i più spiritosi, ma aguzzando l'occhio alla medesima, massimamente nelle recenti rotture, scopriamo che tai punti sono particelle di vetro sparse in massima copia per tutto il corpo della lava.

In una falda del più volte nominato Monte esistono prodigiosi ammassi di questa lava, ma a pezzi erratici, che lasciano nell'incertezza d'onde una volta sia escita.

Il prodotto di questa lava alla fornace è uno smalto nericcio omogeneo compatto, e suddiafano ai lembi, dove ha maggior sottigliezza. [p. 325 modifica]

La quarta specie a base feldspatosa, dà ella pure ricetto a molte piazzette vetrose, appartenenti però più alla natura dello smalto, che a quella del vetro.

Bianchissima essendo questa lava, darebbe a credere d'essere stata decomposta dagli acidi sulfurei e la qualche sua friabilità potrebbe accrescer peso alla credenza. Ma più d'una ragione ci convince del contrario. Primieramente l'inguria che da questi acidi ricevuto avesse la lava, si sarebbe estesa allo smalto, avendone io dato le pruove negli smalti, e nei vetri di Vulcano sensibilmente pregiudicati da questi volatili sali, quando lo smalto presente è sanissimo. Secondamente siccome questi aliti agiscono alla superficie delle vulcaniche produzioni, così la decomposizione, e l'imbiancamento non sogliono internarsi moltissimo, e spesso il nocciuolo di tai prodotti ritiene il colore, e la primitiva compattezza. Anche questo fatto si è toccato con mano nelle lave della Solfatara, e de' suoi contorni (Capitolo II.); e il vedrem di nuovo avverato in quelle di Lipari non lungi dalle sue Stufe. Ma la presente lava, che è in massi erratici della [p. 326 modifica]grossezza di molti piedi, ha pari bianchezza, e friabilità alla superficie, e nelle parti più interne. Per ultimo questi aliti nel decomporre i prodotti de' Vulcani levano l'asprezza delle parti, e rendono la superficie liscia, e più o meno morbida al tatto, quando questa lava in ogni sua parte fa sentire la medesima asprezza. Quì giova aggiungere, che nelle minute mie inquisizioni al Monte della Castagna non ho trovato angolo dove siami potuto accorgere dell'influenza degli aliti sulfurei su di esso.

In poche ore di fornace riducesi questa lava ad uno smalto grossolano, e poco unito, dove appajono ancora più parti non vetrificate, ma in maggior tempo passa ad un vetro verace omogeneo cavernosissimo.

La quinta ed ultima lava può essere considerata in più aspetti, e ciascuno merita distinta menzione. Quì il fuoco, e gli elastici fluidi hanno fatto nascere accidenti diversissimi nel medesimo prodotto. Narriamone i principali. Se adunque qualche masso si rompa in molti pezzi, troviamo che taluno ha più fenditure, alcune stese in lungo, e che sembran [p. 327 modifica]nate dal ritiramento delle parti nel raffreddarsi, altre tondeggianti, e che probabilmente sono state prodotte dall'urto dei gas elastici. Queste fenditure sono attorniate da fibre aggomitolate, e in mille versi contorte, simili a quelle che rabescano talvolta gl'incavi di diverse pomici. Ma laddove le fibre delle pomici, almeno più fine, sono lustranti, e argentine, quelle di che or ragioniamo, hanno un grigio smortigno, e una struttura niente vetrosa.

Altri pezzi della medesima lava, oltre all'andar senza di quelle fessure, diversificano per altri rapporti. I dianzi accennati hanno leggerezza, e spugnosità analoga a quella di alcune ossa abbruciate, e grande friabilità, per l'opposito i presenti sono compatti duri pesanti, e lascian rilucere microscopici punti di vetro.

Altri in luogo di punti hanno il fondo vetroso, ma tutto interrotto da minuti globetti di lava.

Altri in fine si veggon passati in vetro, che sarebbe purissimo, se da taluno dei nominati globetti non venisse interrotto. Il colore di questa lava, ove non siano parti vetrose, è cenerino, e [p. 328 modifica]la sua base, per quanto avviso, è una pietra di corno. Il suo prodotto alla fornace fornisce uno smalto scoriaceo.

Dopo l'avere esposte le precipue vulcaniche produzioni di Campo Bianco, e del Monte della Castagna, che sono le pomici, i vetri, gli smalti, e le lave più o meno vetrose, tornerà in acconcio il farvi sopra alcune riflessioni prima di continuare i racconti su le cose da me vedute nel restante del litorale dell'Isola. Quantunque Campo Bianco, e il Monte della Castagna si sieno disegnati come due distinte Montagne, sono però sì connesse fra loro, e continuate, che a giusta ragione considerar le possiamo come una sola, o almeno come formanti un gruppo solo nell'Isola. La medesimezza quinci e quindi delle produzioni conferma in certa guisa l'unità di questo gruppo. Non si dà quasi un passo, dove sono le pomici, che non s'incontrino erranti pezzi di vetro, e al Monte della Castagna di mezzo ai vetri si trovano frequenti le pomici. Anzi una parte delle solide si cava da questo luogo, rimuovendo i massi del vetro, sotto i quali restan sepolte. Quantunque poi cotesto [p. 329 modifica]gruppo montuoso stando sul mare sembri isolato, salendone però le cime, troviamo che all'ouest si spande larghissimamente, come vedrem meglio facendo parola delle Stufe di Lipari. E però non crederei di appormi al falso, asserendo che cotal gruppo di monti considerato in tutta l'amplitudine sua, ha il giro di otto miglia, nè minore è l'estenzione delle sue vetrificazioni, ove per esse vogliansi intendere anche le pomici, per non esser di fatti che un vetro meno perfetto. Ma quanto mai questo tratto di sostanze vetrificate esser doveva più spazioso alla parte del mare ne' primi tempi dopo la formazione dell'Isola! Abbiam già veduto come le acque piovane, che dalla cima di Campo Bianco scolano verso il mare, corrosa ne abbiano profondamente e scanalata la sua pendice. Si sono pur descritti i notabili guastamenti che vi hanno fatto, e che del continuo vi fanno i marini flutti, come anche si fa palese dalle congerie di pomici lungo la marina cadute, e da quelle che rasente Campo Bianco galleggian su l'onde, e non soffia un nord, o un nord-est, che al Porto di Lipari [p. 330 modifica]trasportata non venga copiosa merce di queste leggierissime pietre. Sono pur grandi i devastamenti che tutto giorno va soffrendo il vetroso Monte della Castagna alle parti che sono flagellate dall'onde marine. I quali devastamenti quanto ancor per l'addietro sieno stati considerabili, lo manifestano piccioli scoglj di vetro dentro al mare, i quali non è a dubitare, che in antico non facessero un tutto continuato con esso Monte, separatisi da lui per lo spezzamento, e la distruzione de' vetri frapposti.

In questo estesissimo gruppo di Montagne, e nelle loro adjacenze non troviamo segno caratteristico dell'esistenza degli antichi crateri. Vero è che in più d'un luogo veggonsi abbassamenti di terreno, che affettano rotonda figura: ma lasciano affatto nella incertezza, se state sieno aperture di Vulcani, non mancandone di simili, ed anche più speziose in contrade non vulcanizzate. Malgrado però tanta oscurità non possiamo mettere in dubbio, che Campo Bianco, e il Monte della Castagna sieno il risultato di successive eruzioni, diverse delle quali hanno formato correnti, ed altre sono [p. 331 modifica]state in alto lanciate. Delle prime allegato abbiamo più testimonianze così nelle pomici, come nei vetri. I pezzi solitarj ed erratici di queste medesime sostanze provano la verità della seconda cagione. E per ciò che risguarda i vetri, oltre a quelli così solitariamente disseminati al Monte della Castagna, s'incontrano nel modo stesso sparsi a Campo Bianco. I getti di tai corpi lanciati dai Vulcani hanno anche penetrato al di là di questi luoghi, avendo io cominciato a trovarli qua e là erranti tra le lave, innanzi di arrivare a Campo Bianco. Quanto poi alle pomici, ci siamo già trattenuti nel far vedere che alcune guise a Campo Bianco manifestano i più patenti caratteri d'essere state dalle vulcaniche bocche su per l'aria vibrate. Questa crederei pure essere stata l'origine della pomice polverizzata, di cui Campo Bianco ribocca. Da prima pensato aveva, che fosse un effetto della erosione, e sfracello superficiale, derivato dal fregamento dell'acque piovane, e dalle impressioni dell'atmosfera, ma in più d'un profondo scavamento fatto sul luogo, dove o non penetrano le piogge, o se vi penetrano, [p. 332 modifica]sono inette a corrodere per mancanza d'impeto, avendo io trovato la medesima ridondanza di polvere pomicosa, ho giudicato che questa sia stata piuttosto vomitata dal medesimo Vulcano, che vomitava le pomici. E questa effettivamente è l'usanza dei Monti gettanti fuoco, i quali nel tempo che scaglian lave, ed altri corpi infuocati, gettan nembi di cenere, che attentamente esaminata, non suol essere che un tritume de' maggiori corpi lanciati. Simil fenomeno io lo notai nelle piogge tempestose del Vesuvio, quando mi ci accostai, ed è stato da me pure osservato, e descritto nelle ejezioni di Stromboli.

Secondochè abbiam veduto le rocce primordiali, che per la loro liquefazione hanno fatto nascere Campo Bianco, il Monte della Castagna, le loro adjacenze, e la grande Scogliera del Castello dell'Isola, sono stati le più volte feldspati, e petroselci, ora convertiti in pomici, ora in vetri e smalti, ora in lave mischiate, più o meno a parti vetrose. Nel descrivere queste parti vetrose, e i grossi massi di vetro che sono in continuazione con queste lave, nulla ho [p. 333 modifica]pronunciato, se stato sia un colpo di fuoco più veemente che qua e là trasmutato abbia la lava in vetro, o più veramente se la lava affetta dal medesimo calorico sia passata in vetro, per essere alcune sue parti più facilmente vetrificabili. Ambedue le opinioni sembran probabili, e forse secondo le diverse circostanze l'una, e l'altra potrebbe aver luogo. Ove una lava per qualche tratto conservi la natura di lava, indi a vetro riducasi, non veggo difficoltà nel supporre, che la vetrificazione abbia avuta origine da un più intenso calorico. Ma ogniqualvolta grandi masse di lava non solo nelle parti esteriori, ma nel nucleo più interno manifestino punti di vetro, non sembra troppo naturale il credere, che provengano da colpi di fuoco in que' punti di lava più forti, ma piuttosto dalla maggiore attitudine della lava stessa ad invetrarsi in que' luoghi.

E quì si apre l'opportunità di accennare un fenomeno, che merita un momento di riflessione. Aggirandomi su que' fianchi di Campo Bianco, e del Monte della Castagna, mi si affacciavan talvolta massi isolati, che giurato avrei [p. 334 modifica]esser vetro, e al di fuori lo erano veramente, e questo vetro pendeva al giallo o al turchino, era liscio quanto mai, e prometteva d'esser finissimo. Ma che? Spezzato un di que' massi, era egli una pura pretta lava, vestita d'una leggierissima vernice di vetro, non altrimenti che la terra cotta delle stoviglie è al di fuori coperta d'un sottilissimo vetro. Pensai su le prime ad un colpo di fuoco, che stato fosse più gagliardo alla superficie di quelle lave, quando eran fluide, che al di dentro. Ma la seguente osservazione mostrommi l'insussistenza del mio pensamento. Più d'uno di que' massi erano angolosi, ed in alcuni luoghi facean vedere vecchie rotture, aventi talvolta la figura concoidea. Due pezzi inoltre potei unirli insieme, e dal perfetto combaciamento mi accorsi, che una volta formavano un tutto più grande. Ora cotal vernice di vetro, che di spessezza aveva circa ⅙ di linea, era egualmente distesa su quegli angoli, su quelle rotture, e su i piani per cui i due pezzi perfettamente si commettevano insieme. Era dunque forza l'argomentare che quella invernicatura era stata posteriore all' [p. 335 modifica]azione del fuoco. Ma d'onde, e come provenuta? Confesso candidamente d'ignorarlo. Dirò soltanto di aver notato, esaminando su' luoghi i vetri vulcanici, che taluna nelle parti più esposte all'azione dell'aria, e delle meteore contrae un opalizzante gratissimo all'occhio, ma affatto superficiale. Chi sa che quella cagione, qual ch'ella sia, che atta è a dar quella patina sì graziosa al vetro, non sia la stessa che agendo su di certe lave, loro faccia prendere quella vernice vetrosa? Nulla però su questo oso decidere.

Terminerò le mie considerazioni intorno a questi luoghi, trattenendomi un istante su la universale sterilità, che domina sopra di essi, malgrado l'essere anteriori alla memoria degli uomini. Se si eccettuino rari licheni attaccati alle fessure de' vetri, in tutto il Monte della Castagna non evvi vestigio di erba viva, e scarsissime, come già si è veduto, sono pur le piante, che allignano a Campo Bianco. Tanta sterilità è una conseguenza del fondo vetroso, il quale malgrado la lunghezza del tempo non si è punto scomposto in terriccio vegetabile, [p. 336 modifica]e per quanto ne appare, seguiterà per lunga tratta di secoli a conservarsi lo stesso. D'infra tutte le produzioni vulcaniche questa si è la più refrattaria alle vicende dell'aria, e degli umidi elementi. Da questa semplice osservazione possiamo apprendere, quanto male si misurino le epoche delle lave dalla maggiore o minore conversione in terra, che soffrono per l'azione combinata dell'atmosfera, e degli altri agenti struggitori, dipendendo il grado di alterazione dalla natura delle lave stesse, più o meno terrosa, più o meno vitrea. Possiamo tutto al più inferire una data sopra ogni credere antichissima in un vetro vulcanico, o in una lava vitrea, che naturalmente ridotta si fosse ad un fondo terroso, idoneo al nascimento, e alla nutrizion delle piante.

La multiplice copia delle cose che presenta questo lato di Lipari ci ha stretti ad esser lunghi, ma non potevamo adoperare diversamente senza colpa di violata esattezza. La prolissità però verrà quindi innanzi compensata dalla pochezza dei racconti, che restano a farsi intorno alle produzioni della base dell'Isola, [p. 337 modifica]poichè quantunque non ne abbiamo scorso ed esaminato che un terzo, il rimanente però ci offerisce sol pochi fatti meritevoli d'esser notati.

Al di là delle pomici ricompariscon le lave cominciando dalla Punta del Legno Nero, e si allungano in una giogaja di più miglia, che alla volta del mare discende in dirupati, e precipitosi declivi. Queste lave per la loro composizione non piccano gran fatto le voglie del Vulcanista, per confondersi con le comuni ad altri Vulcani, e soltanto egli si arresta nel considerare le loro correnti, che ora giù scendono separatamente, ora s'intersegano, e si addossano insieme aggruppate. Per tre miglia non mostrano di avere sofferta se non se quell'alterazione, che proviene dall'atmosfera, e che in loro è pochissima. Ma allorchè siamo in faccia alle Saline, e che drizziamo la barca verso il canale di Vulcano, le troviam tutte, dove più dove meno decomposte dagli aliti acido-sulfurei. Formano la più variata scena pe' diversi colori, che le soppravvestono, fra quali spiccano il rosso, e il bianco. Esaminate da presso, si trovan tenere, ed [p. 338 modifica]alcune polverizzabili, ma la decomposizione non inoltrasi che a poca profondità, conservando interiormente le lave la grana dura, e la natural compattezza. Diverse sono ricoperte da una crosta di sulfato di calce. Le lave così alterate da questi sali si stendono lunghesso il mare fin quasi in faccia di Vulcano, lasciando però qualche spazio frapposto. Tale si è quello denominato la Grotta della Signora, il qual forma spaziosi affossamenti al lido, incavati nella lava, che si può dire brecciata, risultando di pezzi di lava angolosi ed amorfi da un fondo petrosiliceo insieme riuniti. Ed essendo questa non troppo solida, è facile che l'empito de' marosi cagionato abbia in essa quelle caverne.

Proseguendo più oltre il cammino, il mare s'incurva in un seno del giro d'un miglio detto Valle di Muria, che per gl'importanti oggetti merita d'essere alquanto particolarizzato. Ai lembi del seno sorgono alte rupi scoscese di lava mezzo dirupate, e i caduti pezzi formano più ammassamenti sul lido. Più luoghi di questa lava mostrano di non essere stati alterati dagli acidi sulfurei: altri [p. 339 modifica]per l'opposito ne danno a vedere sensibilissima la decomposizione, nè in essi mancano incrostature di sulfato di calce tinte in rosso, quantunque altre si conservin bianchissime. Ma tanto in questo sito, come negli altri descritti non agiscono più cotesti aliti, nè si sente odore di solfo, nè appariscono fumi di sorta, ed è probabile, che quivi da lungo tempo ogni reliquia d'interiore abbrucciamento sia spenta. Ma fra le lave tornano in iscena gli smalti, e le pomici. Talvolta i primi sono separati dalle seconde, e tale altra una porzione del medesimo pezzo è pomice, l'altra è smalto. Questo è opaco cenerino friabile, a grana squamosa, e lo giudico a base di petroselce. La pomice è nel numero delle compatte e pesanti, e di grana filamentosa. Così le pomici che gli smalti hanno soventi feldspati, ma poco discernibili, e qualche scagliette di neri sorli.

Queste due qualità di corpi somministrano alla fornace uno smalto nero, assai bollicoso nello smalto, e meno nella pomice, fusi quinci e quindi i sorli, e i feldspati. [p. 340 modifica]

Ma di mezzo a queste lave decomposte s'incontrano accidenti bellissimi, nati credo io per feltrazione. Due quì ne recherò in mezzo dopo l'aver data un'idea della lava, dove si osservano. Ella è bianca, friabile fino ad una data profondità, e mostra manifesto scomponimento per gli acidi sulfurei. E' a base di petroselce, in più luoghi stratosa, e la stratificazione apparteneva probabilmente alla pietra, d'onde ha tratta l'origine. E' piena di cellette, e ha d'altre picciole scavature, ed è dentro di esse dove veggonsi gli enunciati accidenti. Consiste il primo in sottilissime cristallizzazioni di sorli. Dalle pareti adunque interne di varie cellette spuntano dilicatissimi sorli, che ora formano in aria un pennoncello, ora in miniatura un ventaglio, ora un fastelletto, ora sono solitarj, e guardati alla lente somigliano a setolette di colore castagno scuro. Simil fenomeno fu da me notato nelle fessure d'una lava della Solfatara di Pozzuolo (Cap. II.). Io li credo derivati da feltrazione dopo l'induramento della lava, poichè quantunque sia sommamente ovvio il rinvenire sorli nelle lave, questi [p. 341 modifica]però vi sono sempre dentro incorporati, come esistevano nella pietra matrice, non mai spiccati dalla lava, siccome li ravvisiamo nella presente.

La seconda feltrazione ha prodotto cristalletti quarzosi, e la maniera onde sono nella lava distribuiti, e il prodigioso loro numero, ci presentano un fenomeno nelle materie vulcanizzate singolarissimo. Ove adunque scabrosa è la lava, ove ha pieghe, e sinuosità, ove internasi in cavernette, e fessure, tutto è pieno di siffatte cristallizzazioni. I cristalli maggiori giungono a tre linee e mezzo, ma sono arciradissimi, e quasi sempre non ben conformati. Quei che constituiscono il più delle cristallizzazioni sono la metà circa d'una linea. Guardato adunque un pezzo di questa lava esposta al sole, la veggiamo per ogni parte scintillare. Ma fissatovi sopra l'occhio, riconosciamo uno ad uno i cristalletti quarzosi, i quali però per discernerli meglio, fia bene sottoporli alla lente. Generalmente costano d'un prisma esagono, per l'inferior parte piantato nella lava, e nella superiore terminato da una piramide esagona, con piani [p. 342 modifica]per lo più triangolari isosceli. Le piramidi però alle volte vanno soggette ad anomalie, o nel numero dei lati, o nella qualità de' piani: così è de' prismi. Dei moltissimi da me esaminati, tre soli cristalli erano terminati dalle due piramidi: il prisma rimaneva aderente a pochi punti della lava e le piramidi restavano in aria. Questa qualità di cristalletti è spiritosissima, e della più bell'acqua. Non ve n'è quasi uno che striato non sia per lo traverso, nella guisa che sogliono essere i cristalli di rocca. I meglio organizzati esistono dentro alle fossette senza però quasi mai vestirne del tutto le loro pareti, come suole accadere nelle geodi, quantunque non pochi si trovino fuori di esse sopra alcuni tratti della lava quasi piani: e questi sono frequentemente corti, e raggruppati, non senza confusione delle piramidi, e dei prismi. La lava che va adorna di questi ingemmamenti cristallini forma immense rupi e di grande elevatezza sul mare, e per qualunque verso si rompa, fin però a certa profondità, non lasciano di comparirvi per entro. Si trovano in compagnia dei sorli capillari [p. 343 modifica]descritti, ma questi sono assai di minor numero.

Non ignorasi che i cristalli di rocca rinserran talvolta dentro loro dei corpi estranei, come picciole ciocche di amianti, e d'asbesti, sulfuri metallici, molecole terrose, e sorli eziandio cristallizzati di varie grandezze. Io conservo un gruppo di guglie quarzose del Monte S. Gottardo, nel quale sono conficcati sette piccioli prismi di sorlo nero e striato. Altrettanto si verifica nei nostri cristalletti quarzosi relativamente ai sorli capillari. In comprovazione rechiamone in mezzo qualche esempio. Primamente in una fessura di lava un cristallo quarzoso nasconde in parte dentro di se un fascettino di sorli capillari, e il rimanente ne sporge fuora. Secondamente l'apice d'altro fascetto simile scappa da un lato del medesimo pezzo di lava, e co' fili allargati va a seppellirsi dentro le piramidi di tre cristalli che forman nodo. In terzo luogo qualche cristallo è passato da banda a banda da un ago di sorlo, che con le due estremità esce fuora, e da tale altro spuntano molti aghi consimili. Altre [p. 344 modifica]simili curiose bizzarrie produrre potrei, ma le allegate bastano a provare la mia asserzione, ed insieme un'altra verità, cioè che la generazione di questi sorli capillari preesiste a quella dei cristalli quarzosi, altrimenti non possiamo intendere come i primi penetrato abbiano il corpo dei secondi.

Il più delle volte ho veduto che la scomposizione delle lave si oppone alla loro artificiale fusione, e questo ha pur luogo nella lava presente. Alla fornace si è invetrata superficialmente con qualche principio d'interna fusione, ma conservando i pezzi la forma di prima. Rotti adunque diversi di questi pezzi, ho fissato l'occhio in certe cavernuzze, che secondo le precedenti osservazioni dovevano albergare di questi cristalli. Vi erano effettivamente, e con qualche mia sorpresa si mantenevano sanissimi, non avendo io veduto nelle piramidi, e nei prismi una screpolatura, un pelo: e però ritenevano lo spirito, e la trasparenza primiera. Notai che alcuni erano stati, a così esprimermi, allagati dalla lava superficiamente rifusa fino a un terzo, o ad una metà del prisma, e talora fino alla base [p. 345 modifica]della piramide; ma la porzione che soprastava alla rifusione era egualmente conservatissima. Ben diversamente era accaduto alle cristallizzazioni dei sorli, che per lo squagliamento lasciate avevano su la lava delle macchie nericce, quantunque in più d'una di queste si distinguessero ancora delle tracce di sorli.

Una terza pietra, ch'io credo pure originata per feltramento, è un calcedonio suddiafano, bianco-lattato, succeruleo, che in più pezzi reniformi si trova dentro le lave della nominata Valle di Muria, e più anche alla spiaggia del mare. I più piccioli hanno un pollice di diametro, ma i maggiori quello di otto pollici, e taluno di dodici. Pochi son quelli, che non abbiano bernoccoli, e fossette, e queste il più delle volte formano geodi di cristalletti quarzosi, ma in cui è discernibile poco più della piramide. Si sà che i calcedonj differiscono fra se assaissimo per la durezza. I presenti sono durissimi, e per la vivacità, e affluenza delle scintille eguagliano le più brave focaje. Tagliano anche il vetro fattizio, nel che però non cedon [p. 346 modifica]loro i notati cristalletti quarzosi generati per feltrazione.

Rompendo di questi calcedonj, dentro di uno esistevano due corpi stranieri, cioè un pezzetto di lava, ed un sulfato di calce cristallizzata, che verisimilmente erano stati compresi dalle particole del calcedonio, quando si trovava ancora nello stato di liquidità, o mollezza.

Coteste sostanze su le lave, e dentro di esse, e che sono forestiere alle medesime, nascono secondo ch'io avviso dal loro scomponimento, cagionato o dagli acidi sulfurei, od anche dalle ingiurie dell'atmosfera. Tolta dunque rimanendo la coerenza delle parti costitutive, queste trasportate, e depositate dall'acqua nelle cavità, e nelle fessure delle lave, quivi per l'affinità di aggregazione produrranno delle concrezioni stalattitiche secondo la diversità delle specie. Se il suco lapideo sarà un miscuglio di silice, allumina, magnesia, calce, e ferro in una data proporzione dosato, si cristallizzerà in sorli, e darà origine a cristalli quarzosi, ove sia tutto, o in massima parte siliceo. Se poi questo suco siliceo in dose sovragrande vada unito [p. 347 modifica]ad una mediocre dose di allumina, si consoliderà in masse di calcedonio, che riceveranno la forma delle cavità, dentro cui sarà entrato tal suco.

Questa ultima pietra è stata scoperta in altre lave. Tali sono gli enidri vicentini, così chiamati per le gocciole d'acqua che talvolta rinserrano. I miei non ne albergano, ma ignoro se per la mole se ne siano ancor trovati nelle terre vulcanizzate de' comparabili a questi. In alcuni il bianco latteo rotto viene da spruzzi rosati; il qual colore deriva verisimilmente dal ferro, che innanzi la decomposizione tingeva le lave.

A conchiusione del Capitolo di due sole cose mi rimane a dire, da me osservate prima di ricondurmi al Porto di Lipari, cui la Valle di Muria è lontana circa tre miglia. Primamente sono osservabili due scoglj dentro al Canale di Vulcano, uno di forma al di grosso triangolare, alto 152 piedi, e largo 80, nomato Pietra Lunga, singolare per avere come una porta nel mezzo, dentro la quale passano le picciole barche; l'altro di pari altezza, ma di maggiore larghezza, è di qualche dugento passi distante [p. 348 modifica]dal primo. La materia, onde ambidue sono formati, è la stessa, una lava cioè decomposta, a base di petroselce, e similissima a quella della Valle di Muria, che ricetta le cristallizzazioni quarzose, e sorlacee, quantunque in questa non ci esistano punto. Le lave di Lipari pendenti sul lido in faccia ai due scoglj sono in parte della medesima qualità, e però io prendo argomento di credere, che ab antico quelle lave facessero un tutto seguito coi due scoglj, non ostante che il primo ne sia lontano 240 piedi, e il secondo un buon miglio, e però il canale che separa Vulcano da Lipari, e che è assai angusto, doveva una volta esserlo di più. Che anzi avendo io osservato nelle maggiori calme più scoglj subacquei tra li due mentovati, e il litorale di Vulcano, non reputo improbabile che una volta quest'Isola fosse ivi unita a Lipari, e che per l'incessante batter dell'onde siasi col tempo formato quel canale, ossia Stretto, come più altri Stretti, eziandio di larghezza molto più grande, sono stati prodotti dal mare. L'altra cosa, di che deggio parlare, concerne il Monte della Guardia [p. 349 modifica]osservato sul mare. Quivi sollevasi biforcato, per pullularne a' suoi fianchi verso il nord-est un più picciolo detto Monte Gallina. Le radici del Monte della Guardia al sud, e al sud-est mettono in mare, ed alcuni tratti di esse sono pomicosi. Le pomici poi vengono più in alto coperte, e in dentro sepolte da altissime aggregazioni di lave corsevi sopra. Ma oltre le pomici, diverse di queste lave guardanti il sud-est lasciano apparire massi grandissimi di vetro, parte erratici, parte incorporati ad esse, e però se a queste due fatte di vetrificazioni ameremo aggiunger l'altre che giacciono sotto al Castello di Lipari, e a' suoi fianchi, e che constituiscono elleno pure una porzione di base del Monte della Guardia, si farà chiaro quanto cotesto Monte abbia egli pure abbondato in eruzioni vetrose, abbondanza che renderassi anche maggiore, ove in seguito considereremo le parti di lui più elevate.

Questi sono i fatti più rilevanti, che mi ha fornito il viaggio attorno alla base di Lipari: e se nel descriverli ho condisceso più presto alla lunghezza, che alla brevità, la copia e l'importanza degli [p. 350 modifica]oggetti, che mi si sono offerti, e ch'io doveva far gustare al Lettore, mi potranno forse servire di scusa. L'interiore dell'Isola, che ora mi accingo a considerare, mi darà occasione d'esser più breve.

Fine del II. Tomo.

  1. Tavola VI.
  2. Cactus opuntia L.
  3. Tavola VII.
  4. Tavola VI.
  5. Capit. V.
  6. Tavola VIII.
  7. Opusc. Vol. IV.
  8. L. c. pag. 66. 67.
  9. Tavola IX.
  10. Mineralogie des Uolcans.