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Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XX

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Capitolo XIX Capitolo XXI
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CAPITOLO XX.

digressione intorno a diverse

produzioni vulcaniche de'

monti evganei.


Viaggio fatto su di essi dall'Autore onelle vacanze del 1789., per avere un termine di confronto tra i prodotti de' Vulcani da lui visitati, e quelli delle Montagne di Padova. Descrizione di diversi saggi raccolti in questa escursione. Tre qualità di lave a Monte-Castello. Petroselci erratici ad esse frapposti, d'incerta origine. Lave del Monte del Donati, altre a base di petroselce, altre a base di pietra cornea. Prova di fatto che una di queste ha una volta formato correnti. Gli aggregati colonnari prismatici di Monte-Rosso non hanno per base il granito, ma il porfido. Monte-Ortone abbondante egli pure di prismatiche lave, ma nella configurazione meno [p. 197 modifica]caratterizzate. Lave di Monte-Merlo a base di granito. Mica nera, uno de' componenti di questo granito, la quale ha la proprietà d'essere quasi come il ferro attratta dal coltello magnetico, proprietà che divide però con altre miche de' Monti evganei. Miche dei graniti primordiali prive di questa virtù, atte però a riceverla per l'azione del fuoco. Questo importante fatto fornisce una luminosa conferma per la vulcanizzazione degli Evganei. Nodosità di quarzo seppellite in questa lava granitosa, nate verisimilmente per feltrazione posteriormente all'ignizione. Lo stesso vuol dirsi di alcune nodosità sorlacee ivi stesso rinchiuse. Sorli de' Monti Evganei, come quelli dell'altre vulcaniche Regioni, operativi su la calamita, a differenza dei sorli non vulcanici. Carbonati calcari nelle Montagne Evganee intermisti alle lave. Spesse selci di mezzo ai carbonati calcari, diverse delle quali hanno la più seducente apparenza della metamorfosi di calce in silice. Dimostrasi con le analisi chimiche non esservi [p. 198 modifica]bisogno di ricorrere a tal metamorfosi per ispiegare questo spezioso fenomeno. Globi stratosi presso Teolo, ricchi di particelle di pietra picea. Filoni di lave picee a Bajamonte e a Sieva. Gruppi di pomici imprigionati in uno di questi filoni. Confronto per via secca tra le pietre picee non vulcaniche, e le vulcaniche. La via umida dimostra che le une, e le altre cadono sotto il medesimo genere. Differenze essenziali tra le lave picee, e i vetri vulcanici. Produzioni vulcaniche di Schivanoja, di Monte-Merlo, di Mascabò, di Tremonte e della Pendise, alcune delle quali da un vivente Scrittore sono state giudicate vetro vulcanico, ma che in realtà non possiam dirle che lave picee, ed una di esse tutto al più lava vetrosa. Sbaglio di questo Autore nell'aver preso per vetro vulcanico alcuni pezzi di vetro delle fornaci di Murano presso Venezia, che casualmente esistevano su quelle Montagne. Come da questo accidente apprendiamo l'andar cauti nel giudicare intorno a qualche montagna, se sia vulcanica o no, per [p. 199 modifica]avervi trovato qualche pezzo erratico di vetro, o di altrettale produzione del fuoco, su l'incertezza se questo fuoco sia stato vulcanico o no. Come possiamo anche ingannarci nel credere vulcanica qualche località per avere produzioni veracemente vulcaniche, ma erratiche. Ciò dimostrasi per un caso avvenuto all'Autore in altro suo viaggio. Poca o niuna fede ad alcune Relazioni, per cui si pretende provare l'esistenza di antichi Vulcani. Necessità che le Relazioni di tal genere sieno litologicamente dettagliate. Come i nostri giudicj intorno alle lave possano esser fallaci. Rocce vulcaniche, che possono avere la più seducente apparenza d'esser lave, senza avere giammai formato correnti. Mancando l'altre pruove la cellulosità è uno dei mezzi sicuri per inferire che le rocce vulcaniche hanno fluito. Questa cellulosità è propria di diverse lave evganee. Singolarità dei feldspati d'una lava presso Rua, che hanno quasi tutti per nucleo centrale una porzione di essa lava. Lave di Galzignano, [p. 200 modifica]del Pigozzo, di Monte-Nuovo, di Monselice, e di Arquà. Lava di Monte-Nuovo singolare pei feldspati terrificati, e quella di Monselice per le pomici che rinserra. Lave del Catajo, una delle quali forma prismi colonnari. Riflessioni, e corollarj. I Monti evganei una volta erano Isole, come lo sono le Ponze, le Eolie, Santorine, ec. Prodigiosa loro antichità, e vicinanza a' luoghi civilizzati, due cagioni del grande deterioramento di questi Vulcani. Loro lave analoghe a quelle degli altri Vulcani più cogniti, in quanto che hanno le rocce per base. Confronto tra le rocce di questi Vulcani, e quelle degli Evganei. Profondità immensa di queste rocce. Non era dato all'uomo il conoscerla se non in grazia dei Vulcani. Tre basi diverse nelle rocce evganee meritevoli dei nostri riflessi: il feldspato in massa, che forma lave vetrose, il petroselce vulcanizzato, e tuttavia somigliantissimo al naturale, e la pietra picea. Vulcani a noi conosciuti, che vanno senza questa pietra, ed altri ne' quali più o meno si [p. 201 modifica]trova. La magnesia non è uno degli elementi della pietra picea dei Vulcani, come pensano alcuni. Bella osservazione del cangiamento del petroselce in pietra picea. Analisi chimica di ambedue le pietre che quadra con tale osservazione. Probabilità che alcune picee vulcaniche derivino dalle non vulcaniche. Fuoco nostro che egualmente vetrifica le lave evganee, e quelle degli altri Vulcani. Singolare osservazione nella facile fusione dei feldspati. Basalti evganei figli del fuoco. Una delle pietre di questi monti fatta a prismi per via secca, e altrove prismatizzatasi per via umida. Confermazione che le sole circostanze locali sono atte a decidere quale delle due vie abbia tenuta la natura nella formazione dei basalti.

Procacciato avendo io nel 1788. al pubblico I. Museo di Pavia un'ampla Raccolta di vulcaniche produzioni delle Due Sicilie, divisai nelle vacanze del seguente anno di accrescerla con altre del [p. 202 modifica]medesimo genere da ricercarsi nelle Montagne Padovane da immemorabil tempo già spente; e cotal pensiere venne da me recato ad effetto con un Compagno ch'io non poteva desiderar migliore, quale si fu il Sig. Marchese Antonio Orologio di Padova, Cavaliere ornatissimo, ed ottimo conoscitore di que' Monti, siccome lo dichiara più d'un saggio di belle e interessanti osservazioni intorno ai medesimi da lui pubblicato. Quivi adunque fatte avendo io con lui più escursioni, potei agiatamente considerare i prodotti che viaggiando mi si paravan d'avanti, e sceglier quelli ch'io riputava più confacenti alle mie idee, diversi de' quali prendo ora a descrivere, per essere opportunissimi a confrontare le rocce padovane con quelle d'altre Regioni egualmente vulcaniche da me visitate, come pure a vedere la qualità delle modificazioni quinci, e quindi cagionate dal fuoco; lusingandomi che queste comparative considerazioni sieno viemmaggiormente per allargare la sfera delle cognizioni risguardanti i Vulcani[1]. [p. 203 modifica]

Condottomi io pertanto a Giara nel Settembre del 1789. nella deliziosa [p. 204 modifica]Villeggiatura del nominato Cavaliere, situata quasi al piede dei Colli Evganei, passai con lui senza indugio alla visita dei medesimi, esaminando primamente le pietre del Monte-Castello. Questa si è una Montagnetta boscosa, da cui sorgono più punte sassose aderenti al lei corpo, e che presentano tre saggi di lave.

La prima è a base argillosa, di pasta grossolana, e nericcia, lucida in più punti per pagliette nere micacee, e tempestata di macchiuzze rossigne simili alle feldspatose di più porfidi orientali: ed elleno pure altro non sono che scagliose squame di feldspati accompagnati da' rari, e neri sorli.

La seconda lava che è bianco-grigia, a prima giunta si crederebbe un carbonato di calce, ma attentamente e nelle fresche rotture esplorata, si trova avere per base una pietra dura di corno, [p. 205 modifica]racchiudente qualche mica nera, e più punti feldspatosi.

La terza lava con alcune varietà poco da essa discordanti ha medesimamente per base la pietra cornea: il colore è bigio smorto, la pasta terrosa con odore d'argilla, ed oltre a sottili abbondantissime nere miche, dà ricetto a grosse tavolette rettangole di feldspati.

I sorli, le miche, e i feldspati di queste tre lave fondonsi alla fornace insieme alla base riducentesi in una scoria smaltina e cellurale.

Quantunque le tre nominate rocce non mostrino di aver formato correnti, nè abbiano la porosità di alcune lave, pure non ho dubitato di chiamarle con tal nome, non solo per essere parti integranti di quel monticello vulcanico, ma per appartenere a un genere di pietre degli Evganei, le quali per i fatti da addursi in seguito danno chiare pruove di aver patito fusione.

Di mezzo a queste lave esistono pezzi di petroselci di granitura finissima, i quali per esser vaganti dir non saprei se sieno stati affetti dal fuoco, oppure vomitati intatti da qualche Vulcano. [p. 206 modifica]Ognun di loro abbraccia cristallizzazioni di miche, di sorli, e di feldspati. E queste cristallizzazioni alla fornace si liquefanno, liquefatasi pure la base petrosilicea.

Dal Monte-Castello passai al vicino Monte del Donati. Alla superior parte è bicipite, e tanto su di essa che alla base svelto avendo dalla massa sassosa del Monte più pezzi, a me parve che le lave onde è composto, si potessero ridurre a due qualità, a lave con base di petroselce, e a lave con base di pietra cornea. Le prime hanno rottura netta, e talvolta concoide, tessitura fina, e compatta, con qualche abbondanza di sorli e feldspati romboidali. Il vetro che alla fornace da esse proviene è bianco con la piena fusione delle nominate cristallizzazioni.

Le lave a base di pietra di corno sono molli, mandan tutte odore argilloso, terrosa ne è la testura, e la più parte abbondano di feldspati, di sorli cristallizzati, e di nere miche esagone. Una di queste lave ha i contrassegni più manifesti di avere colato. Non solo alla superficie, ma nel più interno è [p. 207 modifica]pienissima di cavernette, dalle microscopiche fino a quelle di mezzo pollice, moltissime sono ovali, e il maggior diametro è quasi sempre diretto in un verso. L'osservazione è rilevantissima, primo perchè dimostra che questa roccia una volta per opera del fuoco era fluida, giacchè senza tale circostanza non si sarebbero in essa prodotte quelle innumerabili cavernuzze; secondo che è stata in movimento, a cagione del quale le bolle che naturalmente tondeggiano, hanno pigliata forma più o meno allungata. Questa conseguenza tanto più è sicura, quanto che in più lave liparie l'abbiam trovata veracissima. Alcune delle cavernette pel feltramento dell'acque si sono riempiute di carbonato calcare cristallizzato.

Questa lava è anche singolare per la grossezza de' suoi sorli romboidali giacchè diversi sono lunghi 10. linee, e taluno giunge al pollice. Nereggiante ne è il colore, la rottura scagliosa, e le facce sono sì vive, sì lustranti che rivaleggiano co' bellissimi cristalli di ferro specolare. E solitarj, e incorporati alla lava si fondono alla fornace in uno smalto nero compatto, scintillante [p. 208 modifica]copiosamente all'acciajo, e d'un lustro poco inferiore a quello dei sorli medesimi. Succede egualmente la fusione nell'altre lave a base di pietra cornea, vetrificatisi i sorli, i feldspati, e le miche.

Dal Monte del Donati io mi recai a Monte-Rosso, famoso per l'ammassamento delle sue colonne prismatiche. Il primo ad indicarle è stato il Ferber (l. c.), e vengono poi descritte dal Cav. Strange[2], il quale osserva che sono quasi perpendicolari all'orizzonte, fra se parallele, che diversificano nella forma, e nella grandezza, e che sembrano intimamente connesse col corpo petroso della Montagna. Ito sul luogo, l'osservazione di questo Inglese l'ho trovata verissima, ma gli è d'uopo ch'io mi spieghi di più intorno alla natura di questo colonnare aggregato ch'egli chiama granitoso. Al di dentro, e al di fuori di queste prismatiche colonne saltano subito agli occhi i feldspati, la mica, e i sorli. I primi sono romboidali, lunghi una o due [p. 209 modifica]linee al più, e larghi la metà circa, suddiafani bianchicci, poco brillanti alla superficie, ma moltissimo nelle rotture, ed ivi gatteggianti. La mica per lo più nera, ma talvolta giallo-dorata, è a prismetti schiacciati esaedri opachi laminosi lucidissimi; e i maggiori di poco avanzan la linea. Queste due pietre sono piuttosto abbondanti, ma scarseggiano i sorli, per lo più lineari. Tutte e tre poi sono imprigionate in una pasta petrosilicea, per la decomposizione fatta terrosa, e quasi pulverulenta alla superficie delle colonne prismatiche, e divenuta del colore di foglia morta, ma interiormente conservante il carattere del petroselce, scintillante più o meno all'acciajo, e di un colore grigio nericcio. La fornace converte la sostanza di queste colonne in uno smalto pendente al nero, con poche ma grandi bolle, con la fusione dei sorli, ma non intiera dei feldspati.

Per questa descrizione si raccoglie che questo ammasso di colonne non può dirsi propriamente granitoso, convenendo la comune dei Naturalisti, e dei moderni Chimici più accreditati, che per granito s'intende una roccia o pietra composta [p. 210 modifica]di due o più sostanze spesso cristallizzate, insieme unite senza apparenza di un fondo o cemento che le leghi. Quì però le miche, i sorli, e i feldspati sono inzeppati dalla pasta silicea; onde più convenientemente tali colonne denno godere la denominazione di porfiriche: e lo stesso si vuole affermare del rimanente della massa di Monte-Rosso, sendo presso a poco formato della medesima roccia.

Sotto quel gruppo basaltiforme esistono numerosi globi dell'istessa roccia e ch'io giudico essere pezzi di prismi caduti, e fatti rotondi dall'erosione degli angoli per lo scomponimento sofferto dal tempo, e dalle umide meteore, dir non potendosi che la globosa figura sia nata dal rotolamento cagionato dall'acque, ivi non essendovi traccia di rivo o torrente; e d'altronde la decomposizione in essi è notabile.

Monte-Rosso è isolato, e alla circonferenza ha il giro d'un miglio e mezzo circa. In altra parte di esso esiste alle sue radici uno scavamento fatto fare una volta da' Monaci Benedettini di Praglia per levar pietre, ma da qualche tempo abbandonato, e le pareti di quel [p. 211 modifica]cavo manifestano pure conoscibili prismi, quantunque non sì bene caratterizzati come gli ora descritti. E se in altre parti si cavasse il Monte, è facilissimo che se ne troverebbero altri gruppi.

Sebbene non è questo il sito solo ferace di queste pietre figurate, trovato avendone prodigiosi ammassi a Monte-Ortone, rozzamente formati a dir vero, ma pur conoscibili. Constano d'una lava grigio-cenerina, a base di petroselce, segnata in più luoghi da sottili zone rossigne fra se parallele. Molti feldspati romboidali lucenti e diafani, e poche nere pagliette esagone di mica sono immerse nella base di questa lava, la quale mutasi alla fornace in uno smalto bigio-nericcio con la fusione dei feldspati, e delle miche. In più parti adunque di questo Monte, dove è stato scavato, si manifestano gl'informi prismi, e risaltano anche con le loro teste dai dossi, e dalle sue cime, il che apparisce seguendo la strada che a Praglia conduce. Il Monte è formato di cotal lava, che superficialmente scomposta è passata in terriccio, dove prosperano molti olivi. Simile decomposizione osservasi a [p. 212 modifica]Monte-Rosso, la cui terra è in buona parte un tritamento di miche, di feldspati, e di sorli.

Gli Evganei che formano masse per lo più coniche, altre isolate, altre nella base contigue, oltre l'andare massimamente composti di lave, diversi hanno a queste frammischiati carbonati calcari. Questi due generi di pietre riescono fruttuosi ai Veneziani, valendosi delle lave, chiamate masegne, per lastricare le pubbliche strade, e dei carbonati per far calce: quindi sono ivi più cave in attualità di lavoro, nel tempo che altre o esauste, o divenute poco proficue, si veggon già derelitte. In due di queste cave, l'una a Monte-Rosso, l'altra a Monte-Ortone, essendomi alquanto trattenuto, passai all'indagine di altre, per essere opportunissimi questi scavamenti per iscoprire più in là della superficie le sostanze lapidose, ch'io andava esaminando. Mi condussi adunque a Monte-Merlo, dove ne esiste una grandiosa profondata dentro la lava. Per trarne le pietre, che sono assai dure, usano i lavoratori questo ardimentoso artificio. Un uomo legato per traverso da una fune [p. 213 modifica]si fa discendere fino ad un prefisso segno di profondità per le verticali ed alte pareti dello scavo, ed ivi si assicura col raccomandare alle parti superiori l'altro capo della fune, ed intanto egli così ciondolone con picconi ne rompe dei pezzi, valendosi singolarmente di alcune verticali fessure, che altamente ne tagliano le pareti. Sa anche al bisogno preparar mine, per farne balzare in aria molti scheggioni.

In questo scavamento, ed in altro minore, nè molto lontano, la lava del Monte è veramente granitosa, e il granito ha per base il feldspato, sì abbondante che si usurpa la massima parte della roccia. E' superfluo il descriverlo, essendo similissimo, eziandio per la cristallizzazione a quello di Monte-Rosso, e di Monte-Ortone. Oltre ai feldspati, che pel loro brillare, e per gli altri caratteri esclusivi enunciano subito la loro natura, offronsi all'occhio certe macchiette bianche, che a prima giunta tengono l'occhio indeciso a qual sorta di pietra appartengano; ma attentamente esplorate, e sotto certi punti di riflessione di lume, le riconosciamo esse pure [p. 214 modifica]per veri feldspati, ma in parte calcinati. Ai feldspati vanno congiunte le solite miche esagone con qualche punto sorlaceo.

Questo granito liquefatto dal fuoco vulcanico mi richiamò alla memoria l'attività grande richiesta al fuoco nostrale per la fusione dei graniti non vulcanici, e talora anche vulcanici, di che ragiono nel Capitolo XII. Sebbene riflettei dopo non esser forse quì stata necessaria tanta veemenza, per andar priva di quarzo la presente lava granitosa, uno degli elementi che componeva i graniti da me sperimentati, e che è senza fallo de' più restj alla fusione. Ho veduto effettivamente che dessa lava, ove sostenga a lungo il calorico della fornace, dà un prodotto vetroso di color nero, e quasi omogeneo, conoscendovisi dentro soltanto alcuni feldspati per le bianche macchiuzze.

Poco innanzi ho nominato la mica nera, uno dei componenti di questo granito. Quì aggiugnerò che levata dalla roccia vulcanica, ed accostata al coltello calamitato, vi si attacca come se fosse un granel di ferro. La quale proprietà [p. 215 modifica]però ella la divide con altre miche nere delle rocce vulcaniche commemorate fin quì, e con quasi tutte quelle che nominerò poi. Dirò che questo curioso fenomeno prima di trasferirmi agli Evganei appreso lo aveva in Venezia dall'illustre Naturalista Sig. Gio. Arduino. La maggior parte delle strade di quella Dominante è lastricata di queste rocce padovane, e fu in alcuna di tai rocce che mi fece vedere l'indicato effetto. Egli veramente era d'avviso che quelle nitide nereggianti pagliette fossero piuttosto particelle di ferro, che miche; ma l'avtopsia mi ha dichiarato che appartengono a questa pietra, giacchè sotto la lente le veggiam tessute di tenere sfogliette dilicatissime, e suddiafane, che tocche dalla punta d'un ago si mostran flessibili, ed elastiche, e l'una dall'altra si separano. Al fuoco poi, come è detto, si vetrificano, e il vetro è semitrasparente, e nericcio.

La proprietà in queste miche d'esser in tal guisa magnetiche io non l'ho trovata in nessuna fra le moltissime da me esaminate, le quali entrano nella composizione dei graniti non affetti dal [p. 216 modifica]fuoco vulcanico. Nel mio ritorno per terra da Costantinopoli in Italia preso avendo gli esemplari delle pietre componenti le montagne che doveva attraversare, ho potuto far raccolta di buonissimo numero di graniti, che per le località conosceva non esser vulcanici. Molti altri mi trovo averne dell'Alpi nostre, e d'altre Regioni non vulcaniche, e col magnetico coltello cimentato avendo le miche, che quale elemento entrano nella più parte di questi graniti, non se n'è offerta pur una, qual che ne fosse il colore, che mostrato mi abbia segnale di attrazione. Dirò bene di averla in diverse di loro trovata, dopo che per qualche tempo le ho lasciate al fuoco. Questa esclusiva prerogativa nelle miche evganee è adunque una pruova, che sentita hanno la presenza di questo agente, e viene ella mirabilmente a confermare la vulcanizzazione dei medesimi.

Prima di lasciare le cave di Monte-Merlo dirò brevemente di due fatti, non immeritevoli dell'attenzione dei Leggitori. Primamente non è raro il trovare dentro alla lava granitosa delle nodosità di schietto quarzo, grosse un pollice, [p. 217 modifica]due, e talvolta fino a cinque. Egli, oltre l'essere scintillantissimo all'acciajo, siccome è proprio di tal pietra, ha colore leggerissimamente ametistino, è diafano, alquanto pingue al tatto, solido, e di figura indeterminata. Ma come mai questi nodi quarzosi, che sono sanissimi, esistono eglino nell'interno di questo granito vulcanico? Io non posso persuadermi che preesistessero alla ignizione, mentrechè questa venuta dappoi doveva alterare il quarzo, spogliarlo della trasparenza, renderlo screpolato, e friabilissimo; tutto questo essendo accaduto al medesimo tenuto per poco alla fornace. Dirò inoltre che lasciate per un solo quarto d'ora due di queste nodosità in un crogiuolo posto su gli accesi carboni, perduto il colore ametistino hanno preso una più che superficiale apparenza bianchiccia, con iscrepolature, e friabilità patentissima. Quindi non crederò che sieno state colte tra via, e ravviluppate dalla lava quando correva, come succede quantunque volte gl'ignei torrenti incontrano nel cammino estranee pietre. Avviso adunque che quelle massette di quarzo sien nate posteriormente al [p. 218 modifica]raffreddamento della lava granitosa pel feltramento dell'acqua, che gravida di molecole di quarzo, penetrato abbia in alcuni piccioli cavi, riempiendogli a poco a poco di esse, nella guisa che spiegato abbiamo essersi formati que' globi calcedonici dentro le lave di Lipari (Capitolo XV.).

L'altro fatto è molto analogo al primo, e può essere per egual maniera spiegato. Risguarda esso alcuni grossi arnioni di sorlo, che annidansi in questa roccia vulcanica, e che nel modo istesso del quarzo si scoprono nel farla in pezzi. Sono eglino adunque formati di un ammasso di prismi sorlacei romboidali, ma insieme talmente stivati e confusi, che un solo prisma intiero ottener non possiamo. A riserva di loro maggiore grandezza somigliano in tutto a quelli della lava cavernosa a base di pietra di corno del Monte del Donati, di che sopra abbiam ragionato. Ma questi sorli, come gli altri tutti delle rocce evganee concorrono a far palese la loro vulcanizzazione per la proprietà istessa di che godon le miche nere di questa Contrada. Io parlo del loro magnetismo. Il Barone Dietrich descrivendo i Vulcani del [p. 219 modifica]vecchio Brisach dimostra, che l'azione su la calamita dei sorli neri cristallizzati è una qualità privativa di quelli che sono vulcanici. Quantunque su tal proposito io non nomini in questo libro, per quanto mi ricordo, che i sorli di Monte Rosso dell'Etna, notando la forte loro attività nel muovere l'ago magnetico (Capitolo VII.), non è però ch'io non mi sia presa la pena di fare i medesimi esami in assaissimi altri sorli de' Campi Flegrei, e dell'Isole Eolie, e asseverantemente dirò di averli trovati tutti forniti di tale virtù. Laddove questa virtù non mi si è resa niente sensibile in undici specie di sorli, di qualunque colore si fossero, parte staccati dai graniti, parte trovati solitarj. Questa riflessione, ragionando io de' Monti evganei, era troppo importante per farla sentire.

Ma finendo di parlare di questi arnioni, o gruppi sorlacei, io giudico questi pure essersi generati nella roccia granitosa per feltramento, col solo divario, che i gruppi quarzosi sono restati amorfi, e i sorlacei confusamente si sono cristallizzati, probabilmente per la più [p. 220 modifica]facile tendenza delle integranti molecole a pigliar forma determinata.

Vedute alcune delle cave che forniscono rocce vulcaniche, mi feci a visitar quelle che sono destinate per trarre il carbonato di calce, giacchè di cotal pietra non iscarseggian gli Evganei. Tali sono quelle della Battaglia, delle Frassinelle, e di S. Giacomo situate alle pendici del Monte-Grande sopra Teolo. Assai prima di giungere alla lava della Battaglia s'incontra detto carbonato, che è scissile, e sfaldasi facilmente a lamine per lo più orizzontali. Grande si è l'ampiezza di cotesta cava, tagliata a picco, ed alta in più luoghi 45. in 50. piedi. Consta massimamente di questa pietra, che è eccellente per far calce. E' tutta a strati di varia grossezza, da quelli d'un pollice, e forse meno, fino a taluno di un piede. Non è sì frequente il rinvenire strati lapidei, che così bene conservino il parallelismo fra se, e con l'orizzonte, come questi. Di mezzo ai carbonati si trovano numerose selci, o pietre focaje, già notissime per la menzione fattane da altri Scrittori, mentrechè gli Evganei in quella parte dove hanno [p. 221 modifica]carbonati calcari, sogliono avere anche selci. Nell'esaminar quelle della cava della Battaglia, ne trovai diverse in una combinazione col carbonato calcare, che ha il più seducente aspetto per far credere che la calce siasi in silice trasmutata. Ma a metter sott'occhio questa apparenza di metamorfosi è necessario dare un cenno di descrizione di questo carbonato di calce, e di questa selce. Il primo adunque è bianco, compatto, non molto pesante, di particelle impalpabili, morbido al tatto, di rottura netta, e qualche volta concoide, co' frammenti ottusi, e amorfi. Con molta effervescenza sciolto rimane dagli acidi. Sì dentro che fuori spiccan sovente in questa biancheggiante pietra nere macchiuzze dendritiche non ineleganti. Il colore della selce è carniccino cupo, qualche volta bruno, ed anche nero, la granitura compattissima e finissima, la rottura liscia, quasi sempre a concoide dilatata, i frammenti angolosi, acuti alle estremità, e semipellucidi. Ha pesantezza più che mediocre, la lima non la intacca, ed è sfavillantissima all'acciajo. Malgrado però tanta durezza la più parte di queste selci sotto il [p. 222 modifica]martello vanno facilmente in minuti pezzi, e in ischegge. Alcune di loro nella cava della Battaglia sono frapposte agli strati dei carbonati di calce, ma spesso anche continuano co' medesimi, ora a vero dire con division tagliente, ma spesso ancora con insensibili gradazioni, e questo ultimo caso è abbastanza lusinghiero per dare a pensare, che la calce insensibilmente passi in silice, siccome è stata opinione di molti. Saravvi adunque a forma d'esempio, un pezzo che per qualche tratto è bianco; ma questo colore insensibilmente svanisce, sottentrando una sfumatura rossigna, che via via va crescendo, e il pezzo acquista da ultimo quel rosso o bruno o nero risentito, che è proprio di questa selce. Al cangiamento nel colore si accorda quello della durezza, divenuta successivamente maggiore, e in conseguenza della scintillazione all'acciajo, primo nulla, dove bianca è la pietra, poi debolissima nel rosso mortificato, e fortissima nel rosso risentito o nel nero. Di più se dall'un capo all'altro del pezzo si faccia correre una traccia di acido nitrico, dove bianco è il colore nasce il bollimento, il qual però fassi [p. 223 modifica]meno sensibile nei punti bianco-rossicci, e sempre più diviene oscuro nei semplicemente rossicci; perdesi in fine ogni moto di effervescenza, dove la scintillazione, e la rossezza sono vivaci. Questi caratteri tuttavia all'occhio chimico nulla decidono sul nostro proposito. Imperocchè lasciando a parte il colore diverso, che non ha mai portato diversità nelle specie dei tre Regni, la durezza, e lo scintillare non escludono la presenza del carbonato di calce, poichè quantunque la non scintillazione col battifuoco si desse per l'addietro qual carattere distintivo dei carbonati calcari, si è però dimostrato esservene diversi, che godono di questa proprietà. Posseggo alcuni saggi di marmi da me presi più anni addietro nelle cave di Carrara, i quali non sono scarsi di scintille, battuti all'acciajo, massimamente ne' siti dove sono spatosi. Altrettanto vuol dirsi della effervescenza cogli acidi, essendovi diversi carbonati, che non muovon punto gli acidi, quantunque ne rimangano benissimo sciolti.

Ad avere però contrassegni meno equivoci, se poteva aver luogo la metamorfosi di calce in silice, avvisai di [p. 224 modifica]ricorrere all'analisi chimica, sottoponendone alcuni frammenti del medesimo pezzo, altri affatto bianchi, altri bianco-rossicci, altri del tutto rossicci, altri pienamente rossi. Eccone pertanto i risultati. Ne' primi frammenti la dose della calce è stata grandissima, e picciola quella della silice, ommettendo ora il gaz acido carbonico, e la minima quantità di allumina. Nei secondi grande la dose della calce, e mediocre quella della silice. Nei terzi mediocre la dose della calce, e grande quella della silice. Negli ultimi grandissima la dose della silice, e minima quella della calce. Per questi fatti a me sembra di veder chiaro, non esservi alcun bisogno di ricorrere a immaginate metamorfosi, potendosi independentemente da esse spiegare le esposte gradazioni nella medesima pietra. Quelle selci, che costituiscono il medesimo strato coi carbonati calcari, danno a vedere d'essersi formate contemporaneamente ad essi, quando cioè prodotti si sono que' molti sedimenti per le acque del mare cariche di particole calcari miste alle silicee. Allorchè queste ultime erano abbondantissime nel medesimo luogo, per [p. 225 modifica]la forza di affinità si sono agglutinate, formando nella precipitazione strati silicei continuati coi calcari. Ove poi le particelle silicee rimpetto alle calcari scarseggiavano più o meno, si sono unite con queste ultime, generando le misture delle due terre, secondochè abbiam mostrato nelle fatte analisi.

Non si dee però tacere, che non infrequentemente coteste selci non hanno diretta connessione coi carbonati calcari, ma vi si trovan soltanto frapposte sotto forma di globi, e di lenti, vestite esteriormente di quella crosta grigio-bianchiccia, che osservasi in una moltitudine di altre selci. E' facile che la genesi di questi globi e di queste lenti silicee sia posteriore, nata per feltrazione dopo la formazione degli strati calcari.

Nulla dirò di altre cave ad uso di calcina, situate in altre parti degli Evganei, nè delle loro selci, per non differire essenzialmente dalla cava sopra descritta.

Ma ritornando alle pietre d'origine ignea, prendo ora a ragionare di un genere di lave, le più nobili, le più vistose che forniscano alcuni Vulcani. [p. 226 modifica]Presso Teolo sorge un picciol Colle, detto il Monte del Boldù, massimamente formato di globi petrosi di varia grossezza, fatti a strati, tenacemente connessi, con un nucleo centrale. Questi globi di colore ferrigno sono sparsi in ogni parte di punti lucenti, a prima vista da me creduti micacei. Ma con attenzione esaminati scopriamo essere altrettante particole di pietra picea, che è il pechstein dei Tedeschi. Guardate alla luce viva si appalesano bionde, dove più, dove meno, e ciascuna è dotata d'un grado di trasparenza. Vanno meccanicamente unite piuttosto che combinate con una base granellosa, a me paruta pietra cornea molle: e la fornace trasmuta i globi in uno smalto quanto nero ed opaco, altrettanto solido e compatto.

Questa osservazione mi fece sperare, che in altre parti degli Evganei trovato avrei schietta la lava picea; e la rinvenni di fatti in una vallicella al sud sotto Bajamonte, dove in seguito io mi condussi. Quivi ella forma un filone lungo piedi 35. incirca, e largo piedi 9.½. Superficialmente è alteratissima, tanto che con le dita si sgretola. Più addentro ha [p. 227 modifica]mollezza minore, ma senza mai andare scompagnata da molta friabilità. E i pezzi in che si rompe il filone, pigliano bene spesso forma ovoide, la quale seguita ad aversi, ove si riducano a pezzi minori. Per trar fuori vivace il colore di cotesta pietra, conviene bagnarla, sapendosi che la bagnatura in un sasso greggio vale per mezzo pulimento. Allora si offerisce in lei il verissimo aspetto delle pietre picee. Presenta ella dunque in alcuni siti una rossezza, quando pallida, quando risentita, e quando pendente al giallo, somigliando allora a certe qualità di ambra. Ma in altre parti il colore è un misto di ceruleo, di verde, di bianco, ognuno però sommamente sbiadato. Le fratture sono sempre amorfe, di superficie diseguale, e di un debil brillante. Le schegge più delicate tralucono, come è proprio di alcune picee. Cotal lava dentro serra con ineguale distribuzione feldspati a forma piatta, ma friabili, e poco lucenti. Ogni colpo dell'acciajuolo via ne porta dei pezzetti, senza mai trarne scintille.

Poche ore di fornace spogliano de' proprj colori questa roccia, faccendole [p. 228 modifica]prendere il cenerino, le tolgono la friabilità, e la mollezza, e la rendono atta a dare qualche scintilla, e allora somiglia ad una pasta di porcellana. Continuato di più il calorico, rimane il color cenerino con l'apparenza di numerosissime bolle, e la lava passa ad uno smalto omogeneo vescicolare con la fusione dei feldspati.

La picciola valle di Bajamonte non è però il sol luogo, dove ritrovai la lava picea. Più altri ne sono forniti, che ora mi piace indicare. Tali sono Monte-Sieva, e i suoi contorni. Quivi adunque se ne veggono alcuni banchi o filoni situati a direzioni diverse all'orizzonte, e talvolta perpendicolari. La lava di uno di questi ha perappunto il colore, e il lustro della pece, e va accompagnata da più feldspati. Nell'abito esteriore non differisce dalla picea antecedente. Ha però con se una singolarità, che la rende pregevolissima agli occhi del Vulcanista. Le pomici sono un genere di produzioni che seco portano dimostrativamente la testimonianza del fuoco. Ed un Viaggiatore che su' monti si abbattesse in qualche filone d'incerta origine, il quale passasse [p. 229 modifica]immediatamente allo stato di pomice, sarebbe a buona dirittura autorizzato a caratterizzarlo per vulcanico. Altrettanto avverasi nella presente roccia picea. Ella dunque dà ricetto a' gruppi più o meno grossi di pomice fibrosa leggera cellulare, non già semplicemente incastratavi dentro, ma formante con esso lei un sol corpo, a tal che chiaro apparisce essere state alcune parti di questa roccia che per un colpo più forte di fuoco, o fors'anche per essere più facilmente vetrificabili, sono passate alla condizione di pomice.

Nel medesimo Monte-Sieva oltre una lava a base di petroselce per la compattezza somigliantissimo ai petroselci naturali, fusibile però alla fornace, appresentasi un altro filone di lava picea, ma di ampiezza grandemente maggiore, e che è posto quasi verticalmente. Penetrando ben addentro nel filone scopronsi pezzi di lava picea bellissimi, e conservatissimi. Per lo più ha il colore della resina, un lustro elegante, grana fina, molta compattezza, netta e liscia rottura, co' frammenti amorfi, e nelle punte suddiafani. Non è però dura abbastanza per metter scintille [p. 230 modifica]dall'acciajo percossa. Neppur questa va disgiunta dai feldspati, quì aventi aspetto vetroso.

Sebbene cotesta lava, quale ora l'abbiamo descritta, non forma da se sola quel grosso filone, ma è sempre a pezzi, d'ordinario piccioli, strettamente legati da una sostanza petrosa, che ad essi ha servito come di glutine o cemento. E questi pezzi non sono già stati fluitati, e perciò fatti più o meno rotondi, ma veggonsi amorfi, e acuti negli angoli. Quindi cotal lava manifesta d'essere stata sfracellata da qualche violento agente, quale ch'egli sia stato, ed in seguito presi, e imprigionati i suoi pezzi da sostanza petrosa, che bene esaminata non è che un sottilissimo agglutinato polverizzamento della medesima pietra picea, il quale anche rinserra petruzze d'altri generi.

Al Catajo, luogo di delizia del Sig. Marchese degli Obizzi, esistono grandi scavamenti in una falda del Monte, fatti nella medesima pietra picea brecciata, se non che quì non ho veduto che minutissimi, ma copiosi frammenti di cotal [p. 231 modifica]pietra, legata egualmente da un fondo congenere.

In altra parte di esso Monte ricomparisce la medesima pietra, non però brecciata, ma formante da se sottili filoni, e somigliantissima a quella di Bajamonte.

I tentativi al fuoco su la prima specie di lave picee sono stati intrapresi su l'altre, non eccettuata la base delle nominate brecce, e ne ho ottenuta la stessa qualità di smalto cenerino, e cellulare.

Ho chiamato le descritte lave col nome di picee, somigliando esse nell'abito esteriore alle pietre che portano tale denominazione, con l'esempio anche del Dolomieu, che ragionando di lave simili da lui trovate ne' Monti padovani, e all'Isole Ponze, le appella pur tali. Vuole però che le une differiscano dall'altre per una rimarcabile proprietà, consistente nella facilità estrema del fondersi che si osserva nelle picee vulcaniche, e nella infusibilità delle vere ad un fuoco violento[3]. [p. 232 modifica]

Fornito essendo di buon numero di pietre picee non vulcaniche, volli alla fornace sperimentarle. Queste erano nove, tre dell'Isola dell'Elba, una cenericcia, e quasi opaca, l'altra semitrasparente, e giallognola, e la terza opaca, e pendente al nero. Tre di Germania, la prima gialla, la seconda rossa, e la terza nera, e ciascheduna opaca. Le tre ultime de' Pirenei, una rossigna, l'altra verdognola, e la terza d'un colore tra il verde, e il ceruleo smorto, e tutte e tre scarsamente trasparenti negli angoli. Le sei prime al tormento di ore 48. di fornace non hanno dato segno di liquefazione, fattesi soltanto bianche leggerissime, e polverizzabili al tocco delle dita. Non così quelle de' Pirenei, convertitesi in un bellissimo smalto bianco, scintillante all'acciajo, e minutamente bollicoso. Le pietre picee della Sassonia, esistenti in siti non vulcanici sono esse pure ad un legger fuoco fusibilissime, come osserva Delamétherie (l. c. ).

Diverse sono le analisi fatte nei pechstein o pietre picee. In una di queste trovò il Bergman massima dose di [p. 233 modifica]silice, picciola di allumina, e picciolissima di calce.

Un'altra analizzata da Wiegleb diede

Silice |||
 65.
Allumina |||
 16.
Ferro |||
 5.

Le altre 14. parti per compiere le 100. restaron disperse nella operazione[4].

Una terza fornì a Gmelin

Silice |||
 90.
Allumina |||
 7.
Ferro |||
 3.

Fino ad ora non essendo state ch'io sappia chimicamente analizzate le lave picee degli Evganei, volli addossarmi io questo travaglio nelle tre menzionate di sopra, e tali ne furono i risultati. [p. 234 modifica]

Lava picea sotto Bajamonte

Silice |||
 71.
Allumina |||
 18.
Calce |||
 4.
Ferro |||
 5.

Lava picea del Monte-Sieva in pezzi bellissimi e conservatissimi

Silice |||
 73.½
Allumina |||
 14.    
Calce |||
 8.    
Ferro |||
 3.⅓

Lava picea dello stesso Monte-Sieva, ma che serve di cemento o base ai nominati pezzi

Silice |||
 68.¾
Allumina |||
 19.    
Calce |||
 8.    
Ferro |||
 2.    

Ove le tre mie analisi su le picee vulcaniche dei Monti padovani vogliansi paragonare a quelle di Bergman, di [p. 235 modifica]Wiegleb, e di Gmelin, troviamo che la parte dominante in queste sei pietre è la silice, che l'allumina vi è in mediocre o picciola dose, ed in picciola egualmente la calce, ed il ferro per conto di quelle pietre, dove esistono questi due principj. Egli è dunque evidente che queste sei pietre cadono sotto il medesimo genere. E l'infusibilità in diverse picee non vulcaniche non porta seco essenzial differenza dalle vulcaniche, nella guisa che nel genere dei petroselci, alcuni alla fornace si fondono, ed altri rimangano refrattarj. Oltrecciò non è sempre vero, che le picee vulcaniche si fondano facilissimamente. Quelle del Monte del Mussato, delle quali or ora prendo a dire, esigono più giorni di fornace per essere veracemente fuse. Alcune lave picee delle Isole Ponze, che sono d'un biondo smorto, e di rottura netta e liscia, dopo più ore di fornace non fanno che tingersi d'un rosso cupo, e la fusione non si ottiene che verso le ore 30. E' singolare come quasi tutte le lave picee vulcaniche, qualunque ne sia il colore, ne' primi tempi che prese vengon dal fuoco nostro, rosseggino. [p. 236 modifica]

Queste lave picee, che oltre ai divisati luoghi rinvengonsi in altri moltissimi dei Monti evganei, hanno fatto credere al Padre Terzi, religioso Benedettino, altro non essere che grandi ammassamenti di veracissimo vetro, ed ha, son già pochi anni, fatto pubblico questo preteso suo ritrovato in alcune lettere intorno agli Evganei. Fra gli altri siti egli dice di averne scoperto grossi filoni nel Monte del Mussato, e a Brecalon. La novità della cosa fu di qualche sorpresa ad alcuni Padovani amatori di cose naturali, di moltissima poi al Sig. Ab. Fortis, che assaissime volte percorso avendo que' Monti per esaminarne le fossili produzioni, non si era mai abbattuto nel decantato vetro. Ad accertarsi adunque del fatto, egli con altri intelligenti portossi su' luoghi, e non penò ad accorgersi dell'equivoco del novello Naturalista, che preso aveva le lave picee per vetri. E questo equivoco a disinganno del Pubblico da lui si dimostra in una dotta sua Memoria sopra parecchie località de' Monti padovani.

Nel Settembre del 1792. il Sig. Marchese Antonio Orologio, ed io fatta [p. 237 modifica]avendo una corsa agli Evganei per visitare nel suo Villeggio di Galzignano questo preclaro Fisico, egli ci condusse al Monte del Mussato, dove esistono i supposti filoni di vetro, e con lui vedemmo altro non essere che grosse masse di semplicissima lava picea di natura analoga alle ricordate di sopra. Del che in seguito rimaso sono maggiormente convinto da alcune mostre di là prese, e meco recate a Pavia. Questa lava picea è di doppia qualità, l'una interrotta da sottili tracce di bianca terra, che si attacca alla lingua, e che manda odore argilloso, per cui la lava spesso apparisce come in pezzetti divisa, e in più d'un luogo imprigiona corpi stranieri, alcuni de' quali per le ricerche vulcaniche rendonsi importantissimi. Ciò sono pezzetti di pietra di corno, mostranti quella porosità, che li caratterizza per lave veraci. Tale si è un frammento di due pollici intracchiuso in una di queste mostre, conservatissimo, ed insieme cavernosissimo, e le cavernette sono ritonde ed elittiche, dando così a vedere di avere appartenuto a qualche corrente. L'altra lava picea dell'istesso Monte, ragionando [p. 238 modifica]almeno su gli esemplari meco portati, quanto al colore, che è quello di trementina, ma molto più cupo, e meno vivace, come pure alla pasta, questa lava è analoga all'antecedente, se non che forma masse da se sola, ed abbonda in feldspati amorfi, e di poco o niun lustro. Fra le picee degli Evganei da me vedute questa è la più compatta, la più pesante, la più dura. Ma non vi abbisognan che gli occhi per ravvisar subito il massimo divario tra queste lave picee, e il vetro vulcanico. L'idea di vetro vulcanico è presa da quella che noi abbiamo de' vetri nostri comunali. E sappiamo che questi portan con se quai caratteri inseparabili l'esser vivi e lustranti alla superficie, l'andar composti di particelle indiscernibili, il rompersi in pezzi angolosi, sottilissimi ai lembi, ed acuti e taglienti alle punte, e l'aver le rotture o affatto lisce e sfuggevoli, o più spesso striate ondeggianti e ricurve, per tacere della trasparenza, qualità nota ad ognuno, e nel vetro pregevolissima. Nè più nè meno si osserva nel maggior numero de' vetri vulcanici. Ben diversamente nelle lave picee, d'ordinario d'un [p. 239 modifica]lustrore smorto e appannato, di pasta fina sì, ma non mai comparabile a quella del vetro, meno lisce nelle fratture, meno sottili, e niente taglienti nelle vive costole, e negli angoli, e di pochissima o niuna diafanità. Per un altro carattere si contraddistinguono da' vetri vulcanici, i più de' quali sono duri abbastanza per trarre scintille dall'acciajo, che è quanto dire per fonderlo. Per contrario dalle lave picee rammemorate non ho mai potuto cavare una meschina scintilluzza, per quanto vi urtassi dentro con buoni acciajuoli. Sono elleno adunque men dure del vetro vulcanico, e la minor durezza si dà anche manifestamente a vedere dai pezzetti, che ad ogni colpo ne saltan via. A queste evidenti disparità vogliamo aggiungere il peso, in parità sempre maggiore nel vetro de' Vulcani, che nelle lave picee.

Se il chiarissimo Padre Terzi ama di restar persuaso, che quei diversi filoni degli Evganei, ch'egli chiama vetro, nol sono nè punto nè poco, se ne convincerà in un momento, dopo che ne ha fatto fondere qualche picciola porzione alla fornace. Il prodotto che ne nasce [p. 240 modifica]troverà essere un vero smalto, ragionando pur anche dei filoni del Monte Mussato, il quale smalto mostra subito un aspetto vetroso, che non appariva punto nella lava picea, d'onde è provenuto. E perciò le lave picee si debbono escludere non solamente dalla classe dei vetri vulcanici, ma da quella eziandio degli smalti.

Quando nel 1789. col più volte nominato Sig. Marchese Orologio viaggiai nelle Montagne di Padova in traccia di oggetti vulcanici, ci recammo ambidue a Praglia nell'antichissimo e grandioso Monastero de' PP. Benedettini, ivi accolti e trattenuti con le dimostranze della maggiore ospitalità dal prelodato Padre Terzi, il quale dopo il pranzo condottici nel domestico suo Gabinetto di prodotti vulcanico-marini da lui ritrovati negli Evganei, ce ne favorì alcuni con le rispettive località, che stimo meritevoli d'essere quì ricordati.

Il primo, che secondo le sue indicazioni esiste a Schivanoja, è un impasto di feldspato amorfo bianco e friabile, e di neri sorli prismatici brillantissimi, molto analoghi ad alcune specie di [p. 241 modifica]turmalini. Da tale impasto alla fornace si ottiene uno smalto nerissimo della maggior compattezza, seminato però di bianchi punti, che sono i feldspati non appieno vetrificati. L'ago magnetico a lin. I.4/5 è sensibile a questi sorli.

Il secondo prodotto, che è di Monte-Merlo, forma un aggregamento di bianchissimi feldspati lucidi di color cangiante, semicristallizzati, e che alla fornace producono un bianco vetro spugnosetto, ma duro.

Il quarto che è pure del medesimo Monte, al primo aspetto farebbe credere d'essere una pomice, per galleggiare su l'acqua. Ma esaminato a dovere, scopresi una scoria vetrosa, nelle solide parti atta per la durezza a scintillare, battendovi su l'acciajo, così rigonfiata, e resa spugnosa per l'azione del fuoco, e delle sostanze aeriformi. La fornace la invetra perfettamente.

Due altre produzioni, una di Mascabò presso Praglia, l'altra di Tramonte, erano verissime lave picee, quantunque da lui credute verissimi vetri.

Non ebbi tempo di accertarmi delle località delle narrate produzioni, le credetti [p. 242 modifica]però veracissime: almeno posso affermar questo di due altri prodotti, di che ora passo a parlare, trovato avendoli ne' precisi luoghi indicatimi da questo Religioso. Giace il primo al piede di un'altissima rupe denominata la Pendise, e forma un filone, che va dall'est all'ovest, e che a giudizio del Padre Terzi è di vetro. Certamente se gli si levi la corteccia, la quale come in infinite altre sostanze lapidose è in decomposizione, e conseguentemente ha perduto in gran parte i caratteri esteriori, e si esamini quel masso nel suo interiore, l'occhio dell'Osservatore da prima è lusingato a giudicarlo per vetro verace. L'aspetto è liscio e brillante come quello del vetro, con qualche untuosità però, la quale è propria di alcuni vetri vulcanici meno perfetti. Considerando però i pezzi di recente rottura posatamente, e con maggior attenzione, non ritroviamo in essi i caratteri che qualificano il vetro vulcanico, non avendone la finezza della pasta, non mai le ondeggianti strie alla superficie, non i lembi taglienti, nè gli spigoli acuti. Quindi senza timor di ferirci possiam brancicarne i frammenti, e le [p. 243 modifica]schegge, il che non è conceduto impunemente co' vetri vulcanici. Sappiamo inoltre che le rocce primordiali quando passano per opera de' fuochi sotterranei alla natura di vetro, non sono più riconoscibili, giacchè perdono la primitiva loro struttura, riducendosi elleno, e le sostanze straniere che rinserrano, come i sorli, e i feldspati, a una massa similare e omogenea. Per l'opposito il filone in questione non ismentisce l'origine sua, scorgendosi provenire da un petroselce di colore oscuro verdigno, di rottura un poco scagliosa e concoide, di granitura mezzanamente fina, pressocchè nulla scintillante all'acciajo, e avente alle punte un leggerissimo grado di trasparenza. Ben lungi poi dall'aver fatto i feldspati le miche con la base una pasta omogenea (esistendovi scarso numero de' primi, e abbondantissimo delle seconde) sì le une che gli altri sono nello stato della maggiore conservazione. I feldspati manifestano forma cristallizzata, ma è impossibile il definirla dove il petroselce non è stato alterato. Non così nella crosta superficiale, la cui base essendo stata in parte distrutta, serra lentamente queste [p. 244 modifica]petruzze, le quali con la punta d'un coltello facilmente si staccano intiere, e allora si vede che sono cristalletti prismatici a facce tetraedre rettangolari. Cotesto filone nol possiamo adunque per verun conto chiamar vetro, ma tutto al più una lava vetrosa.

Allato di quella roccia vulcanica ne esiste un'altra di base congenere, e con le medesime miche, e feldspati, ma d'un verde sbiadatissimo, e assai più dura, priva però del brillante dell'altra. Tutte e due queste rocce danno alla fornace uno smalto cenerognolo con l'intiera liquefazione dei feldspati, ma non già delle miche, le quali lasciano punti nericanti dentro lo smalto.

L'altro prodotto, di che andai in traccia, secondo l'indicazione del Padre Terzi, è del pari a giudizio suo un vetro vulcanico, ma erratico, che esiste presso la Chiesa di Valsanzibio. Come ne ebbi presa in mano una mostra, e fu da me per ogni verso con l'occhio ricercata, vidi che egli questa volta non si era ingannato, e seco lui mi congratulai del felice suo ritrovato. Aveva di fatti quel saggio i caratteri più [p. 245 modifica]indubitati di veracissimo vetro. Era dei neri, e scintillava molto bene all'acciajo. Arsi dunque di voglia di trovarlo sul luogo, e però senza indugio ne andai a Valsanzibio. Quivi effettivamente ne rinvenni più d'un pezzo, non già conficcato in terra, nè di mezzo a qualche scoglio o roccia, ma erratico sul suolo, come i sassi sparsi nelle pubbliche strade. Il che fu a me di qualche sorpresa. Addomandatine poscia alcuni contadini che quivi trovavansi, mi dissero, che alcuni pecorai tolto avevan quel vetro dai grotteschi, che attorniano le fontane del giardino del N. U. Barbarigo, poco distanti dalla Chiesa di Valsanzibio, e che poscia trovatolo cosa inutile, lo avevano in que' contorni gettato. Accostatomi adunque a que' grotteschi, conobbi senza ombra di equivoco che era della medesima fatta, e seppi poi dai custodi del giardino essere stato preso di mezzo alle scorie delle fornaci di Murano presso Venezia.

Finirò d'indicare i saggi vulcanici degli Evganei, che nel suo Gabinetto di curiosità naturali compiacquesi di farmi vedere il Padre Terzi, col nominare un altro esemplare, secondo lui, di vetro [p. 246 modifica]vulcanico, che vagante si trova a Monte-Merlo. A questo pure non può negarsi l'appellazione di vetro. Egli similmente è nero compatto e pesante. Non essendo io stato sul sito, nulla posso pronunciare di sua origine. E' possibile che cotal vetro sia un prodotto di quegli antichissimi Vulcani, dopo che il Sig. Strange al numero 62. del citato suo Catalogo ragionato fa menzione di alcuni pezzi di vetro fossile, solitarj però ed accidentali, ritrovati in alcune parti degli Evganei. Ma non evvi tampoco assoluta repugnanza ch'esser non possa vetro di fornace. Comecchè sia, l'accidente del vetro di Murano c'insegna di andar cauti, e di sospendere il nostro giudizio intorno a qualche montagna, se sia stata vulcanica o no, per avervi trovato qualche pezzo vagante o di vetro, o di scoria, o di altrettale sostanza derivata dal fuoco, su l'incertezza se questo fuoco sia stato vulcanico o no. Che anzi i ritrovati pezzi quantunque effettivamente fosser vulcanici, dobbiamo ciò nondimanco tenerci dubbiosi intorno alla vulcanizzazione di quel luogo, ove i medesimi si trovassero erratici. Posso io stesso [p. 247 modifica]addurne un caso nella visita fuggitiva ch'io feci a Capo-Colonne, Promontorio dell'Attica, distante ventun miglia da Atene, quando nel 1785. vi approdai nel recarmi con l'Eccellentissimo Bailo Cavaliere Zulian a Costantinopoli. Quivi io vidi più pomici sparse sul suolo con qualche mio stupore, giacchè quel luogo non mi dava indizio d'esser vulcanico. Erano di quelle che per la leggerezza soprannuotano all'acqua, ed essendo globose mi cadde in sospetto che fossero state fluitate. Disceso dal Promontorio, su la cima del quale esistevan le pomici, ed itomene alla spiaggia presso un angusta lingua di terra battuta dal mare, trovai su questa tre altre pomici consimili, che mi diedero lumi bastanti, onde inferire che le esistenti a quell'altura, sovrapposta 160. piedi circa al livello dell'acque, eran di quelle che il mare rigettato aveva al lido, portate poi colassù dagli uomini, non potendo essere accaduta diversamente la cosa. Altronde adunque venivano pel trasporto dell'onde, sapendosi che più Isole dell'Arcipelago sono vulcaniche, e che Santorine è una [p. 248 modifica]immensa miniera di pomici (Capitolo XIX.).

Quelle eccezioni che si posson fare a certe relazioni, che pretendono d'origine vulcanica un paese per ciò solo, che erratici vi si trovano alcuni pezzi manifestanti l'impronta de' sotterranei fuochi, mi sia permesso il dire, che hanno egualmente luogo verso di altre in tal genere niente più decisive. Qua esistito ha un Vulcano, perchè le materie che vi si trovano, sono nerissime, e quindi portano i caratteri del fuoco. Là abbiam fondamento di portare l'istesso giudizio per lave che squarciato hanno il seno d'un monte, o per banchi vulcanici frapposti ad alcuni de' suoi fendimenti.

Non sono rari gli Autori, che senza altro aggiungere usan di tali, o di equivalenti espressioni per denotare a' Lettori lo scoprimento di qualche antico Vulcano. Non nego io già la possibilità di esso ne' luoghi da loro indicati, ma dico bene che gli assegnati caratteri sono equivoci, e che esser possono anche fallaci. Vero è che assai produzioni vulcaniche sono nere, variando poi questo [p. 249 modifica]colore dal nero del ferro al nero bigiccio. E' vero egualmente che per lunga età non viene a cancellarsi da diverse produzioni vulcaniche questo colore, siccome nel mostrano alcune lave dell'Isole Eolie. Ma è fermo del pari che in più altre sfuma la nerezza, e col tempo si perde, come lo manifestano il più delle lave del Vesuvio, e dell'Etna, le quali quantunque a principio sogliano più o meno tendere al nero, pure questo colore insensibilmente sbiadisce, e da ultimo somiglia quello della terra volgare. Basta gettar l'occhio su le correnti fresche, quelle di mezzana età, e le vecchie di questi due Vulcani per accorgersi di sì fatte successive degradazioni. Ma non ogni lava, benchè di recentissima data, nereggia. Quel colore, che è proprio delle rocce primordiali, spesso non isvanisce dopo l'essere state tormentate dal fuoco. Così il colore di molte lave si accosta al nero, perchè tale si era quello delle rispettive rocce primitive, come il veggiamo nelle lave a base di pietre di corno. Ed in altre è grigio cenerino, ed anche bianco, per derivare da rocce somigliantemente colorite, quali [p. 250 modifica]soventemente sono i feldspati, e i petroselci. E cotal diversità di colori, or nero ora grigio or cenerognolo ora più o meno bianco, appartenenti alle rocce primitive, conservasi non di rado negli stessi smalti, e vetri provenienti da queste diverse rocce fuse alla fornace dentro a' crogiuoli. E' adunque chiarissimo che il semplice colore è insufficiente per la sicura indicazione di un Vulcano.

Illusorie, non che inconcludenti io reputo poi le espressioni dirette a provare l'esistenza di vecchi Vulcani, perchè ci esistono filoni o materie vulcaniche; che torna allo stesso, che dire esservi dei Vulcani perchè vi sono Vulcani. E quando anche per le proprie osservazioni costasse all'Autore avere tali materie veracemente sofferta l'azione del fuoco, a persuaderne però il Pubblico, egli non può esimersi dall'individuarle, se pozzolane a modo di esempio, o ceneri, o vetri, e smalti, o scorie, oppur lave. Che anzi per servire alla precisione, e all'esattezza che nell'osservare si esige dal presente oculatissimo Secolo, è inoltre necessario caratterizzare queste diverse sostanze vulcanizzate; e poco [p. 251 modifica]servirebbe l'addurre in pruova di un Vulcano spento qualche indicata corrente di lava, ove non fosse convenevolmente descritta, dipendendo in fine dalle esatte descrizioni dei prodotti affetti dal fuoco ogni avanzamento di questa scienza. Con l'esempio de' più accurati Mineralogi così adoperano i migliori Vulcanisti viventi, tra quali in questa parte primeggia Faujas de Saint-Fond, come lo dichiara la sua Mineralogia de' Vulcani.

Quì però non posso trattenermi da una riflessione intorno alle lave in generale, cadendo ella troppo opportunamente per quelle dei Monti padovani. Per la voce lava ognuno sa che intendesi una liquefatta lapidea sostanza, che è stata in movimento. Ove una Montagna sia conica, ed abbia un imbuto rovesciato alla cima, o caratterizzati contrassegni di esso, ed ove da questo imbuto come da punto centrale divergano verso le parti inferiori più suoli lapidosi, con l'andamento a guisa di onde, ovvero con diseguaglianze e tumori, non possiam rivocare in dubbio la presenza delle lave. Ne siamo egualmente sicuri, quando altrove a noi costi della vulcanizzazione [p. 252 modifica]della montagna, e che veggiamo que' suoli petrosi spiccarsi dalla sua sommità e tendere in basso cogli enunciati andamenti, non ostante che non vi apparisca indizio di cratere. Chi salito alla cima di quelle fra l'Isole Eolie, dove più non esistono manifesti crateri, non si accorge subito di cospicue correnti di lave? Ma esser vi ponno dei casi in una montagna già stata tormentata dal fuoco, in cui per mancanza delle addotte locali circostanze restiamo sospesi, se le rocce vulcanizzate, che si offrono allo sguardo, abbiano veracemente colato. E questa sospension di giudicio si formò in me, quando da prima visitai gli Evganei, ed era appoggiata alle stesse mie osservazioni relative alle rocce primordiali, e alle lave sperimentate alla fornace. Rifletteva io adunque che le rocce degli Evganei potevano non aver fatto correnti, e in conseguenza non esser lave, e manifestare nè più nè meno i sensibili marchi del fuoco, anzi quelli delle lave vetrose, con l'esempio de' miei tentativi alla fornace, i quali toccherò di volo per non dilungarmi dal principale mio assunto. [p. 253 modifica]

Al Capitolo XI. io ragiono della fusione di più porfidi a base di pietra cornea, e petrosilicea. Ecco pertanto quello che si osserva qualche tempo innanzi alla fusione. I pezzi, ancorchè prima fossero di rottura scabra e angolosa, prendono una superficie liscia, e vetrosa. Nell'interno la grana acquista aspetto più vetroso, che siliceo, in quelle rocce eziandio, che essendo a base di pietra di corno, avevano l'apparenza terrosa. I pezzi a riserva di attaccarsi insieme per alcuni punti, conservano la figura, e gli angoli di prima. E la circostanza della figura ha luogo negli altri casi, che passo ora a ricordare.

Il feldspato del Monte S. Gottardo, ossia l'adularia del Padre Pini, perduto il color gatteggiante, e la diafanità, diventa interiormente candida, semismaltina, e al di fuori vetrosa.

Nei feldspati d'Ischia l'invetramento penetra per qualche linea al di dentro.

Per alcune stoviglie di Pavia si usa una terra, dal luogo d'onde si cava, denominata biella, resistente molto al fuoco, e composta d'ordinario di [p. 254 modifica]allumina, silice, e pochissima calce. Alla fornace da vetrai suole essere refrattaria. Qualche volta però va soggetta a fusione, ove la dose della calce non sia tanto piccola. Di questa ultima sorte di terra fatto avendo io delle sferette, e dei cubi minuti, ho veduto che restando sol quattro o cinque ore alla fornace, la vetrificazione s'interna a 2/3 di linea, ed anche ad una intiera linea, e la porzione centrale fassi semivetrosa.

Effetti analoghi manifestan le lave. Prendono nell'esterno un aspetto vetroso o smaltino, al di dentro meno sensibile; in alcune però più punti interiori diventan vetrosi, non ostante che queste lave prima non avessero un solo atomo di vetro. Generalmente poi perdesi nelle lave quella grana, e quel tessuto che testifica le rocce primordiali d'onde provennero, e tutte o quasi tutte si direbbero lave vetrose.

Ecco adunque un prodigioso numero di produzioni fossili, che hanno i sembianti più seducenti di lave, e di lave vetrose, malgrado non essere andate soggette a liquefazione, faccendone una irrefragabile pruova i pezzi, che usciti [p. 255 modifica]dalla fornace ritengono a capello la configurazione che avevano innanzi di entrarvi.

Ammaestrato da questi fatti confesso che la prima volta che misi il piede su gli Evganei, e che mi si parò innanzi un teatro di cose ben diverso da quello che offerto mi avevano le Isole Eolie, non che l'Etna, e il Vesuvio, fui preso da' dubbj, se le numerose rocce formanti in massima parte cotesti Monti dovessero l'origine loro a vulcaniche eruttazioni, o più veramente se preesistito avessero ai sotterranei incendj, i quali non avessero fatto che penetrarle, ed agire potentemente su di esse, qua e là scolpendovi indelebili tracce di loro, lasciandole però in luogo, siccome le veggiamo presentemente. Ogni dubbietà però fu da me tolta, e restai persuaso che que' moltiplici ammassamenti di rocce fossero ignee eruzioni, o vogliam dire correnti di lave, e la cellulosità di alcune fu mallevadrice troppo sicura di mia persuasione. E' indubitato che i gaz elastici generatori dei pori, e delle cellette nelle rocce dal fuoco investite, non potranno scolpirvele, se non se queste rocce sieno nelle loro parti intenerite a segno [p. 256 modifica]da cedere all'urto espansivo delle aeriformi sostanze, il che giustamente dee succedere nell'attuale loro liquefazione. E quantunque ciò sia per se chiaro abbastanza, i miei saggi alla fornace lo comprovano con la maggiore evidenza. Ove adunque i porfidi a base petrosilicea, o di pietra di corno, e generalmente le lave compatte prendono la semplice invernicatura vetrosa, e qualche aspetto pur vetroso interiormente, senza però che i pezzi vengano a conglutinarsi, e a formare una sola massa uniforme, non è mai o quasi mai che ricettino bollicelle. Queste per l'opposito sono patenti, e numerose, ove la fusione sia compiuta, e tanto più capaci, quanto maggiore è il grado di liquidezza dei corpi lapidei sottopposti al fuoco. La cellulosità nelle rocce vulcaniche è adunque un deciso carattere che una volta erano state fluide. E diverse rocce degli Evganei sono appunto cellulose. Io già l'ho fatto vedere in più d'una, ed ora mi apparecchio di mostrarlo in alcune altre. Intorno a che dirò, che certa pendenza di uno de' Monti evganei, il quale non posso ora nominare, per avere irriflessivamente [p. 257 modifica]obbliato di notarlo ne' miei Giornali, senza però che la dimenticanza renda il fatto meno sicuro, tale pendenza, io diceva, è composta d'una roccia a base di pietra di corno seminata di cristalletti feldspatosi, e piena sì alla superficie, che nelle interne parti di rotonde vacuità, quali nè più nè meno sogliono generarsi nelle lave dai fluidi aeriformi.

Seguendo io adunque per poco a dire delle lave evganee, osservo che una delle bullose, e d'una insigne bullosità, esiste in immensa copia lungo la strada, e ai lati di essa, la qual conduce da Bajamonte a Rua. Questa lava a base di pietra di corno, e che dà grave odore di argilla, ha colore di foglia morta, granitura quasi arenosa, e gran numero di rotondi vani, da quelli d'un punto fino ad altri di 7. linee. Ma molti di questi vani vengono occupati da globetti di carbonato di calce cristallizzati, generativisi dentro per feltrazione. Questa lava fornisce alla fornace uno de' soliti smalti neri ed opachi, e l'abito esteriore dà a credere che sia antichissima.

Al sud-ovest di una pendice di Rua esiste in grosse masse cadute dall'alto [p. 258 modifica]del Monte una roccia vulcanica, i cui feldspati pe' corpi stranieri dentro loro rinchiusi, fanno un'eccezione a quelli delle innumerabili lave in questo libro descritte. Tal roccia dunque, che secondo i diversi pezzi ha colore or cenerino, or rossigno, ora paonazzo sbiadato, è a base di petroselce con grana terrosa, ed oltre a diverse miche esagone co' lati a sghembo, è accompagnata da trasparenti feldspati cubici, e prismatici, e talvolta amorfi, vivamente scintillanti all'acciajo, e formanti brillantissime lame. I più grandi arrivano a linee 5.1/3. Quì pertanto ogni feldspato strettamente serra una porzioncella della base petrosilicea, la quale gli serve come di nucleo, ed occupa buona parte della sua area. Ma quì come mai è accaduta cosiffatta singolarità? Io non veggo come poterla spiegare, se non supponendo, che quando le particole integranti dei feldspati disseminate nella base terrosa e liquida, si unirono per la forza di aggregazione in massette cristallizzate, ognuna di tai massette imprigionato abbia una parte più o meno grandicella di cotesta base. La rarità del fenomeno suppone però una circostanza [p. 259 modifica]locale, che abbia avuto diretti rapporti con questa singolare combinazione, e che ignoro quale ella si fosse.

I feldspati si liquefanno così bene alla fornace, e con la base si confondono in modo, che ne risulta un vetro solido bianco semitrasparente, punteggiato di nero per le miche di questo colore rimaste quasi refrattarie.

Lascio altra lava porosa similmente di Rua, e due compatte a base di corno, esistenti in que' contorni, perchè volgarissime, e piuttosto mi arresto su di una a strati obliqui all'orizzonte, che incontrasi ai fianchi della strada che da Galzignano conduce a Ciesa. Ella è bianca, della compattezza dei fini carbonati di calce, ai quali perciò nell'apparenza, nelle rotture, e nel peso somiglia; scintilla qualche poco all'acciajo, e distinguesi dall'altre lave per numerosi punti d'un verde tenero, che spiccano nel fondo bianco; ma per essere con nettezza veduti addimandano la lente, da viva luce accompagnata. Ingranditi allora i punti verdi, troviam che sono una terra semipolverosa che con la punta d'un ago si stacca, e che suole esser frapposta [p. 260 modifica]agli screpoli di massettine amorfe di quarzo lucido bianco trasparentissimo. Ignoro se cotal polvere sia uno scomponimento del quarzo, il che però non par verisimile, per trovarsi nel più interno della lava, dove non è stata niente alterata; o più veramente se sia una sostanza estranea, e avventizia. Oltre i grani quarzosi la base petrosilicea di questa lava contiene rari e picciolissimi feldspati, che pel cangiante luccicamento, per la forma romboidale, e per le componenti laminette non si possono confondere con le granella quarzose.

Dir bisogna che la base di questa lava posta alla fornace servito abbia ad esse granella di flusso, giacchè ne deriva uno smalto omogeneo e bianco, senza il più picciol segnale dei grani quarzosi, non che dei feldspati.

In nulla dissimile da cotal lava si è quella che esiste da ambe le parti della strada nel luogo detto il Pigozzo, dirimpetto al Catajo, se non che i grani quarzosi non sono mai accompagnati dalle verdi macchiuzze; ed ella pure alla fornace fa nascere il medesimo vulcanico prodotto. [p. 261 modifica]

In Monte-Nuovo meritano d'essere ricordati più massi di una lava a tale ridota di decomposizione, che la sola pressione del dito la polverizza. È a base argillosa con abbondanza di feldspati conservanti la figura prismatica, ma essi non meno polverizzabili. E' raro nei Vulcani trovare feldspati sì deteriorati, eziandio dove hanno più agito gli acidi sulfurei. Quì per altro non apparisce vestigio di essi, e però lo scomponimento sembra derivato dagli umidi elementi, e da altre cagioni dell'atmosfera. Nel rompere questa lava si disascondono alcuni prismetti ottagoni, ed esagoni con troncatura obliqua, meno molli della base, da cui sono legati, e che non appartengono punto al genere dei sorli, e dei feldspati; e per gli esteriori caratteri non sembrano essenzialmente diversificare dalla lava istessa.

Nel novero delle lave picee commemorato ne abbiamo una sopra le altre preferibile agli occhi del Vulcanista per le pomici che rinserra. Monselice che fra gli Evganei è monte isolato, e di mezzana grandezza, va in parte composto d'una bianca lava argillosa, e di aspetto [p. 262 modifica]terroso, la quale offresi nelle medesime circostanze. Solamente laddove le pomici della lava picea sono una derivazione delle parti di lei dilatate e tumefatte per le gazose elastiche sostanze, quelle della presente lava sembrano avventizie, consistendo in candidi globetti, facilmente separabili dalla base, dalla quale probabilmente sono stati presi quando fluiva. A riserva della minor mole, somigliano alquanto ai globuli pumicosi di Pompeja presso il Vesuvio, e gli uni, e gli altri alla fornace producono uno smalto analogo.

Questa lava oltre alle pomici ricetta eleganti cristalli feldspatosi, che con essa alla fornace si vetrificano per intiero.

Il Monte di Arquà fu l'ultimo ch'io visitai. E' formata la sua cima di una lava bigia compatta, scintillante all'acciajo, a base di pietra cornea con cristalletti micacei, e feldspatosi, fusibili alla fornace; e cotal lava manifestasi in qualche sito a strati pressocchè orizzontali.

A tutte queste lave, ch'io trovai su' luoghi in compagnia del più volte commendato Sig. Marchese Orologio, [p. 263 modifica]e che ho spiegate in questo Capitolo, ne aggiugnerò poche altre del sopra nominato Monte del Catajo, osservate dappoi da questo illustre Cavaliere, giacchè allora per mancanza di tempo non potemmo arrestarci che per pochi momenti alle sue falde. Egli adunque per la vicinità della villereccia sua abitazione a quel Monte, ne visitò ogni sua parte, ne raccolse i pezzi più importanti, e notonne le località: ed a mia istanza si compiacque mandarmene a Pavia i saggi con le rispettive descrizioni, le quali accorciatamente riferirò, faccendomi soltanto lecito di cangiarne qualcheduna, ove ho creduto che potesse abbisognarne.

I. Lava. E' una delle più belle degli Evganei. Il feldspato in massa ne constituisce la base, ma dai caratteri esteriori peniamo a riconoscerlo, avendolo il fuoco trasmutato in lava vetrosa. E' cenerina compatta, non però molto dura, per le abbondanti fessure che ha. Comprende miche e feldspati cristallizzati, e lo smalto che fornisce alla fornace, simile a quello delle lave picee, forma con le miche e i feldspati fusi una massa omogenea. [p. 264 modifica]

Questa lava, sopra la quale si alza il nobil Palagio del Sig. Marchese degli Obizzi, occupa al sud un tratto esteso delle falde del Catajo, e diramasi anche al nord-est, quantunque per esser quivi nella massima decomposizione, perda i caratteri di lava vetrosa, e prenda quelli di terrosa, e pulverulenta. L'occhio tuttavia sperimentato vi scorge dentro i lineamenti vetrosi: e facilmente mi persuado che fatto uno scavamento profondo in questa lava scomposta, giungeremmo a scoprir meglio la natura vetrosa, nella guisa che con somigliante industria penetriamo l'indole verace dell'altre pietre sì naturali che vulcanizzate, dagli agenti roditori superficialmente manomesse.

Nell'interno di questa lava decomposta si nascondon più globi di un petroselce, de' più caratterizzati che esistano nello stato naturale. Essendo egli vagante, non ardisco di annoverarlo alle lave. A guisa di assai pietre congeneri è circondato da bianca crosta argillosa, che si attacca alla lingua, e diversi punti micacei, e laminette feldspatose conficcansi nel suo interno. [p. 265 modifica]

L'ardore della fornace lo imbianca, e lo copre d'uno sbozzo di vetro superficialissimo, senza però che perdano i pezzi la primitiva figura.

II. Lava. Ritrovasi ad un quarto dell'altezza del Monte, ed innalzasi fino al vertice. Esiste anche a pezzi staccati longhesso le sue pendici. La base di questa lava è un trappa compatto pesante, di particelle finissime, interrotto da squame feldspatose, ed ha la nerezza del ferro. La fornace lo cangia in uno smalto bulloso, ritenente però il primiero colore.

III. Lava. Questa specie rimane in parte sepolta dentro a quella del numero II., ed in parte ne esce formando tortuosi filoni di varia grossezza tendenti a varie direzioni, uno de' quali interseca la lava vetrosa decomposta del numero I. La base di questa lava è un petroselce compattissimo, e di grana fina, accompagnato da cristalletti micacei, e feldspatosi. E' colorito d'un bigio livido, che pende al nero. La sua fusione alla fornace è completa, sì veramente che ne senta il calorico per ore 38. [p. 266 modifica]

IV. Lava. E' bianca, leggera, e decomposta, non altrimenti che alcuni tratti di quella del numero I. La base è argillosa, e si attacca alla lingua; sani però sono i piccioli cristalli di mica nera, e di feldspato che serra. Anche questa lava, stesa in filoni esce dal seno di quella del numero II.

Il suo prodotto alla fornace è un vetro suddiafano e cenerino, con lo squagliamento de' feldspati. Ma la presente lava ha la particolarità di avere fortemente intaccato i crogiuoli. Combinatasi adunque con la loro terra ha formato attorno le pareti un elegante vetro smeraldino trasparentissimo.

V. Lava. Oltre ad alcuni banchi di lava picea concorrenti alla formazione del Catajo, se ne vede uno presso la sommità verso il sud-est, interotto da innumerabili bianche strie sottilissime e parallele, che formano un curioso contrasto con le frapposte strie rossigne della lava picea. E le strie bianche, per quanto ho potuto comprendere, sono la stessa lava decomposta, e forse resa tale pel feltramento delle piogge insinuatesi per le sottili fessure della lava. [p. 267 modifica]

Trasmutasi alla fornace in uno smalto analogo a quello dell'altre lave picee, con la liquefazione dei feldspati che ha dentro.

VI. Lava. Viene così indicata dal Sig. Marchese Orologio. “Presso la sommità della prima vetta (sendo bicipite il Monte del Catajo) evvi un amplo piano irregolare con molti alti e bassi, ch'io non son lungi dal sospettare per un antichissimo cratere diroccato dal tempo, e riempiuto dagli stessi suoi margini rovinati. Quivi ritrovansi de' massi enormi di una specie di breccia o pudinga composta di piccioli frammenti di molte varietà di lave, uniti e stretti in una argilla indurata”.

Fattomi a guardare attentamente questa breccia, la trovo meritevole di tutta l'attenzione. Il sorlo nero in massa ne constituisce la massima parte. E' in pezzetti attorniati da una crosta terrosa cenerina, che si attacca alla lingua, e che è uno scomponimento del medesimo sorlo. La crosta in qualche pezzetto è superficialissima, ma in altri s'interna più o meno, ed in taluno lascia solo un nero punto sorlaceo nel mezzo. D'ordinario [p. 268 modifica]questi piccioli pezzi sono angolosi; quindi mostrano di non essere stati fluitati. Tutti quanti vengon legati da scarso cemento di un giallo sbiadato, di aspetto vetroso, ma egli pure per la decomposizione alterato. La breccia riducesi al fuoco in una scoria nereggiante e schiumosa.

La decomposizione di questa breccia pare che sia una conseguenza delle meteore, e del tempo. I frammenti sorlacei palesan chiaro di aver preesistito alla sostanza vetrosa, che passandovi sopra quando fluiva, si è loro attaccata addosso, e ne ha fatto un sol corpo con lei. Eglino poi esser potrebbero un tritume di lava antichissima a base di sorlo in massa, quando opinar non volessimo, che dalla impetuosità dei gaz elastici rotto qualche filone di sorlo, e dall'urto dei pezzi ridotto in minuzzoli, fosse stato fuori vibrato da una vulcanica bocca, senza che il sottostante fuoco gli avesse fusi o alterati.

VII. Ed ultima lava. Quantunque ella sia specificamente la stessa del numero II., merita però distinta menzione per la modificazione in che si è [p. 269 modifica]conformata. Verso la metà circa dell'altezza del vertice della montagna presentasi al sud-ovest un incavato dirupo, di dove spargono due ordini, l'uno più elevato dell'altro, di prismatiche colonne, tutte quante verticali. La loro altezza diversifica da quelle d'un piede ad altre di tre. Considerando quel dirupato squarcio di Montagna, cui sono aderenti, e il giro di essa, si scorge che quando era intiera, que' prismi colonnari di poco si dilungavano dal lei punto centrale. La base di questa colonna è adunque un trappa, nella pasta, e nei feldspati che allaccia somigliantissimo a quello del numero II.

Questa pietra a due scarse linee mette in movimento l'ago magnetico, e può servire di pietra di paragone qualità avvertita dal Cronstedt nei trappa svedesi. [p. 270 modifica]

RIFLESSIONI E COROLLARI.


L'insieme dei fatti nel presente Capitolo rammemorati se in se stesso riesce per noi istruttivo, in quanto che ci erudisce intorno all'indole di diverse rocce vulcaniche de' Monti Evganei, l'istruzione fassi di gran lunga maggiore, ove a noi piaccia l'instituire di volo un saggio comparativo tra questi Vulcani, e gli altri dell'Italia, e de' suoi confini, o già spenti, o attualmente brucianti. Ammaestrato dall osservazione, e dall'esperienza niente esservi d'isolato nella natura, ma tutto esser connesso, tutto graduato con varietà di rapporti, e per conseguente nulla potersi da noi sapere per se non se mediante i confronti, nell'altre mie Opere fisiche proposto sempre mi sono quale oggetto primario de' miei studj, e delle mie ricerche il ravvicinare i fatti ch'io andava scoprendo, l'analizzargli, il paragonarli fra loro, e co' fatti analoghi discoperti da altri Autori; e nel libro che ora pubblico dipartito [p. 271 modifica]non mi sono da cotal metodo, parendomi questo il più addattato per allargare i confini della Fisica, ed accrescere il tesoro delle utili cognizioni. Sotto questo punto di veduta scriverò io adunque le seguenti brevissime riflessioni.

Quantunque il mare sia ora di qualche miglia discosto dai Monti di Padova, è però fuor d'ogni dubbio che anticamente gli allagava, come lo dimostrano i carbonati calcari, e le loro orizzontali stratificazioni, oltre ai testacei marini ritrovativi sopra, e rammemorati da più Autori. Sembra egualmente indubitato per le osservazioni dei Sigg. Strange[5], e Abbate Fortis[6], che questo gruppo di picciole montagne e di colline formava una volta altrettante isollette vulcaniche alla maniera dell'Eolie, delle Ponze, di Santorine, e d'innumerabili altre Isole analoghe. Solamente negli antichissimi Vulcani di Padova è [p. 272 modifica]venuta meno ogni visibile ignizione, non rimanendo di questa che qualche occulto fomite nelle famose loro Terme. E cotanta antichità è senza esitanza la cagione per cui cotesti Monti malgrado il conservare esattamente la figura che li caratterizza per vulcanici, veggonsi grandemente all'esterno pregiudicati, privi essendo de' loro crateri, per la caduta probabilmente delle loro pareti, e per l'interrimento cagionato dalle piogge; e d'altronde mancando della più parte delle lave scoriacee e porose, ridotte in terriccio per l'industria degli uomini. La massima vicinanza di tai luoghi ad altri da gran tempo civilizzati può avere grandemente contribuito a toglierne il primitivo aspetto selvaggio e a renderli mediante la coltivazione in buona parte proficui, a preferenza di altre Regioni da lunghissimo tempo non lancianti fuoco, ma poco popolate.

Opportunissimo è il considerare come le lave degli Evganei hanno la massima analogia con le eruttate dagli altri Vulcani più conosciuti, in quanto che non sono mai pietre semplici, ma tutte quante composte, o vogliam dir rocce. [p. 273 modifica]Le lave dell'Etna, per l'ordinario a base di pietra cornea, o di sorlo in massa, vanno congiunte a feldspati, a sorli cristallizzati, o crisoliti. I feldspati, i granati, i sorli cristallizzati sono incorporati alle lave dei Vulcani Eolii, base di petroselce, di pietra di corno, di feldspato, e di sorlo in massa. Il petroselce, la pietra cornea, e il granato non vanno disgiunti dai sorli, dai feldspati, dalle miche nelle lave del Vesuvio[7]. Quelle d'Ischia a base di pietra cornea abbondano in feldspati (Capitolo V.). Le Isole Ponze, oltre alle granitose, forniscon lave silicee, accompagnate da' sorli, da' feldspati, e da miche; e S. Fiora nella Toscana va composta di lave granitose[8].

Analoghe cose abbiam vedute ne' Monti Evganei. Alla base delle loro lave, che è un sorlo o un feldspato in massa, una pietra picea o cornea, oppure un petroselce, si trovan congiunti la [p. 274 modifica]mica, il feldspato, e il sorlo cristallizzati, oppur grani quarzosi. E quantunque considerato io non abbia che una parte di questi Monti, pure dagli estesi esami fattivi dal Sig. Strange siamo autorizzati a dire che il nucleo di tutti va composto di questo sasso. Ecco adunque come i fuochi sotterranei, antichi devastatori d'una gran parte dell'Italia, e delle sue adjacenze, hanno avuto il loro focolare dentro a rocce di varie qualità, e chi sa a quale immensa profondità gettano elleno sotterra le loro radici? Dissi sotterra, poichè quantunque per la violenza de' fuochi vulcanici ne sporgano dalla superficie in grandi e numerose masse al di là e al di qua della catena degli Appennini, non concorrono però mai, o quasi mai alla formazione di essi, risultando questi massimamente, per quanto ho potuto osservare in più tratti dei medesimi, di carbonati calcari, di steatiti, di pietre arenarie, e d'una specie di schisto quarzoso micaceo, sul quale in gran parte si appoggian le Panie. Non è però improbabile che quest'ordine di rocce, ma non affette dal fuoco, giaccia [p. 275 modifica]sepolto sotto il gran corpo degli Appennini.

Io non ho fatto escursioni ne' Monti vicentini, i quali sappiamo essere d'origine vulcanico-Marina. E d'altronde siam privi d'una esatta litologia di quell'interessante Paese. Ma dai saggi avutine da qualche mio amico, e nominatamente dal Sig. Gio. Arduino, e più ancora dai discorsi seco lui a Venezia tenuti, comprendo chiaramente che le lave di colà hanno la roccia per base, e questa roccia ora è un petroselce, ora una pietra di corno: e i corpi stranieri imprigionativi dentro sono sorli, feldspati, e miche. Qualche volta la roccia vulcanica è granitosa.

Escirei del mio istituto, se quì mi arrestassi a considerare la natura delle sostanze petrose intaccate fuori dell'Italia da' fuochi vulcanici, e descritte da' sperimentati, e fededegni Naturalisti. Dirò solo che vengon da loro circonstanziate abbastanza per riconoscerle tutte o quasi tutte per rocce o pietre composte. Siccome poi i fuochi dei Vulcani internansi a prodigiose profondità, lo che deducesi dalle Montagne che fanno sorgere sopra [p. 276 modifica]la terra, ne viene che tali rocce oltre al constituire numerose catene di Monti altissimi, si profondano immensamente, in que' luoghi eziandio, dove ignoreremmo che esistessero, se non venissero alla luce per le eruzioni ignee. Veggiam quindi a quanto si estendan le rocce nella costituzione della corteccia che attornia il Globo, e che è l'unica parte di esso conceduta all'uomo di potere indagare, ma che tuttavia sì addentro non avremmo mai conosciuta senza lo sboccamento di questi fiumi infiammati, che l'hanno squarciata.

Tre basi diverse nelle rocce evganee hanno fissati i miei riflessi, il feldspato in massa, il petroselce, e la pietra picea. La prima pietra per l'azione del fuoco si è convertita in una lava vetrosa, di cui non ho veduto l'eguale negli altri Vulcani da me esaminati. Si è detto che all'Eolie il feldspato in massa è concorso alla formazione di molte lave; ma queste non possono mai godere il nome di vetrose: o ritengono tanto o quanto l'abito esteriore del feldspato, oppure esso feldspato è passato immediatamente in vetro o smalto. [p. 277 modifica]

Il petroselce forma egli altresì quasi una eccezion generale per rapporto agli Eolii vulcani. Veduto abbiamo come assai delle loro lave sono a base di petroselce. Questa pietra quasi sempre conserva in esse bastantemente i caratteri primordiali. Pure è accompagnata da un principio, dirò così, di fibrosità e di espansione nelle parti, che rende non oscura mostra d'essere stata dal fuoco intaccata. La sola lava a base petrosilicea del cratere di Vulcano ne va esente (Capitolo XIII.). Per contrario diversi dei petroselci evganei miransi nel tessuto, nella grana, nella compattezza, nelle rotture sì perfettamente simili ai petroselci naturali, e più caratterizzati, che si scambierebber con essi, se non trovassimo esser passati alla condizione di lave. Questa particolarità però non è privativa dei Vulcani evganei, appartenendo anche all'Isole Ponze, come in numerosissime lave a base petrosilicea viene dimostrato dal Sig. Dolomieu. Queste lave poi saranno sempre per noi meravigliose, non potendo capire per le idee che abbiamo del fuoco nostro, come una tal pietra possa [p. 278 modifica]liquefarsi, e fluire senza perdere pur uno de' naturali suoi lineamenti.

Finalmente le lave a base di pietra picea, abbondantissime ne' Monti evganei sono per noi un terzo riflessibile oggetto. Non consta che l'Etna, e il Vesuvio ne abbiano mai vomitato un frammento. Così è del rimanente degli altri Campi Flegrei. Nella sola Lipari fra tutte le Eolie ne ho ritrovato qualche pezzo erratico, passato però piuttosto allo stato di smalto (Capitolo XVII.). Quantunque rara, non è però la pietra picea vulcanica privativa agli Evganei. I Vulcani dell'Ungheria, e quelli dell'Alvernia ne somministrano di nobilissime; resta però a sapere se entrino nel novero delle lave, o vogliam dire se abbian formato correnti. Siamo sicuri essere in questo numero, non altrimenti che le picee evganee, quelle dell'Isole Ponze per le osservazioni del Dolomieu. Secondo poi questo Autore simil genere di lave in queste due regioni hanno per base il feldspato con magnesia sovrabbondante[9]. [p. 279 modifica]E in una Nota al suo libro su l'Isole Ponze ragionando delle lave del Vicentino, avverte ritrovarsi di mezzo a loro alcune produzioni di pietra picea, ch'egli però non considera come un vero prodotto vulcanico, ma piuttosto come una concrezione formatasi posteriormente per lo scomponimento delle materie vulcaniche, che contenevano molta magnesia. Dal che raccogliesi essere la magnesia, a detta di questo Autore, uno de' principj costitutivi delle picee de' Vulcani. Il vero è però che nelle tre sopra esposte analisi delle lave picee dei monti Sieva, e Bajamonte negli Evganei non ho rinvenuto un atomo di questa terra.

L'Abbate Fortis nelle lave picee del Monte Brecalon, credute vetro dal Padre Terzi, dice di aver trovato il manifesto passaggio del petroselce alla lava picea[10]. E confrontando le altrui analisi del petroselce con le mie nelle tre nominate picee, si vede effettivamente che sono in accordo; con la sola poco [p. 280 modifica]valutabile differenza, che il petroselce suole andar privo di ferro, il quale ritrovavasi in menomissima dose nelle mie lave picee analizzate.

Per altro mostrato essendosi che le pietre picee non vulcaniche, e le vulcaniche cadono sotto il medesimo genere, non sarei lontano dal credere, che diverse di queste ultime fossero una derivazion delle prime.

Fra le moltissime mie ricerche intorno alle rocce dei Vulcani delle Due Sicilie io ho sempre avuto in veduta l'apprendere a qual grado di fuoco nostrale si fondono, per potere così in qualche modo argomentare l'attività de sotterranei incendj che le liquefecero. Non diversamente ho usato nelle rocce vulcaniche degli Evganei, valendomi dell'istesso fuoco, cioè della fornace da vetro. E quanto alle basi di coteste rocce, veduto abbiamo già come neppure una sola si è mostrata refrattaria, non eccettuatone i petroselci più duri, e più compatti, che hanno formato correnti. Fusibili quasi egualmente si sono mostrati i feldspati, e le miche, di che tanto son ricche le evganee lave. [p. 281 modifica]

La facile fusibilità dei feldspati è stata in me di qualche sorpresa, contrapponendola alla infusibilità se non costante, almeno frequentissima dei medesimi nelle rocce degli altri Vulcani, esposte al medesimo grado di fuoco. Ed avendone io del pari ottenuta la fusione, ove gli evganei feldspati erano staccati dalle basi, non poteva dirsi che queste avesser loro servito di fondente. Un sì rimarcabil divario pare non possa provenire, che dalla diversa dose dei principj costitutivi, quando pensare non si volesse che cogli evganei feldspati oltre agli elementi comuni a tal pietra, se ne fosse combinato qualche altro facilitante la loro fusione; quantunque l'occhio non si accorga nè dell'uno nè dell'altro per essere ne' feldspati fusibili, e negli infusibili somigliantissime le esteriori apparenze.

Per conto poi della qualità di fusione al fuoco nostro nelle lave de' Monti evganei, si è ritrovata l'istessa che nell'altre lave, voglio dire smalto oppur vetro, siccome apparisce dai sopra divisati racconti. Anche in queste vulcaniche produzioni si è dunque col fuoco nostro [p. 282 modifica]distrutta quella struttura primordiale caratteristica, che lasciata vi avevano le accensioni di sotterra.

Nella guisa che i basalti di Vulcano, e di Felicuda sono figli del fuoco, lo sono egualmente quelli di Monte-Rosso, di Monte-Ortone, e del Catajo, per essere parti integranti delle continuate rocce vulcaniche, la qual verità non era sfuggita agli occhi sagaci del Cavaliere Strange, e di qualche altro avveduto Naturalista. Ed è a riflettersi come il sasso trappa si è al Catajo per via secca prismatizzato, ed ha preso nella Svezia analoga configurazione per via umida, come altrove è stato indicato. Lo che sempre più ci ammonisce, non potere noi decidere che per le circostanze locali quale delle due vie sia stata l'autrice di queste forme basaltine.

Ma queste due vie si sono insieme unite nella formazione dei Colli, e delle Montagne di Padova, come si fa chiaro dalla mescolanza dei carbonati calcari alle lave. Questa combinazione, che non si trova all'Eolie, ma ne' Monti vicentini, al Vesuvio, nei Vulcani spenti di Val di Noto in Sicilia, in quelli del [p. 283 modifica]Portogallo, e della Germania vicino al vecchio Brisach, e probabilmente in altre Montagne vulcanizzate, mette in voglia l'Indagatore delle cose naturali di ricercare quale di questi due agenti contrarj sia stato anteriore di tempo. Io m'astengo da questa intralciata questione, che per altro sembra tolta per le osservazioni dell'Abbate Fortis, essendo stato mio unico divisamento in quel picciol viaggio ai Monti evganei il raccoglier su i siti le valcaniche produzioni di alcuni di essi, senza troppo impegnarmi ad esaminarne le località, e il darne poscia fedelmentele descrizioni, ad oggetto di estendere di più le idee intorno ai Vulcani.


  1. A prima giunta parrà forse superfluo ch'io scriva delle produzioni evganee, dopo che ha pubblicato di esse un Catalogo ragionato il Sig. Cav. Strange. E' indubitato che se questo rispettabil Ministro è tanto benemerito della Storia fossile di questi Monti, per essere stato uno de' primi a scoprire, e a far palese la loro vulcanizzazione, dobbiamo altresì sapergli grado pel Catalogo che vi ha annesso, e che forma come un'Appendice di questa Storia. Ma oltre l'esserci noi due sovente abbattuti in oggetti dissimili, nel trattare un analogo argomento ci siamo prefissi scopi diversi. Io ho avuto in mira di descrivere litologicamente, e quindi caratterizzare i prodotti evganei, che nella mia pellegrinazione ho incontrati, nella guisa stessa che ho fatto alle Due Sicilie. Il Sig. Strange si è contentato di darne delle semplici indicazioni; nè crederò di sminuire punto il merito del chiarissimo Autore, dicendo che queste indicazioni non sono sempre delle più sicure, per essere un tal difetto meno imputabile a lui, che al tempo in cui ha scritto, non essendo che pochi anni, da che la Mineralogia de' Vulcani si studia a tutto rigore.
    Prendo l'opportunità di questa Nota per prevenire una dimanda, che mi potrebbe esser fatta, e questa è perchè cagione dando io un saggio litologico de' Vulcani Padovani, non lo abbia accennato nella Introduzione, nella quale tocco i Capi principali dell'Opera. Dirò pertanto non esser già che quando io scriveva l'Introduzione non vedessi l'importanza dell'oggetto, legando le mie osservazioni fatte negli altri Vulcani con quelle degli Evganei. Ma allora di questo picciolo nuovo Viaggio non poteva dir nulla, perchè trovavasi rozzo ed informe ne' miei Giornali, nè sapeva, se avuto avessi tanto di ozio per distenderlo, siccome mi è riescito dappoi.
  2. Opusc. Scelt. di Milano T. I. in 4.
  3. Annotaz. alla Dissert. del Bergman intorno ai Prodotti vulcanici.
  4. Kirwan. Miner.
  5. Lettera Geologica del Sig. Caval. Strange.
  6. Memoria Geografico-Fisica intorno la vera situazione dell'Isole Elettridi degli Antichi.
  7. Gioeni l. c.
  8. Dol. l. c.
  9. Annotaz. al Bergm.
  10. L. c.