Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXV
| Questo testo è riletto e controllato. |
| ◄ | Capitolo XXIV | Capitolo XXVI | ► |
CAPITOLO XXV.
stato in cui dall'autore fu trovata
messina dopo i tremuoti del 1783. Si
accennano in questa occasione gl'infausti
accidenti avvenuti a quell'infelice città.
Popolo di Scillani in quella fatal circostanza annegato da' fiotti del mare. Fuga lunghissima di palagi in massima parte diroccati longhesso la curvità del Porto. Prodigioso numero di fabbriche dentro la Città cadute o minaccianti di cadere. Trabacche di legno, sotto cui tuttavia ricoveravano i Messinesi nel tempo che fabbricavano novelle case più acconcie a resistere alle rovinose scosse de' tremuoti. Ree affezioni cagionate dalla paura, che tuttora ingombrava i loro animi. Si marcano i diversi formidabili scuotimenti allora accaduti, circostanze che li antivennero, e li accompagnarono. Altri tremuoti in seguito, ma successivamente più deboli. Le fabbriche che avevano per base il granito furono le meno manomesse. Il Molo fatto in un suolo poco stabile, tutto sprofondato, e seppellito entro il mare. Enumerazione degli edifizj più considerabili che rovinarono. Incalcolabili i danni sofferti per la distruzione dei monumenti dell'Arti, e per la perdita degli averi rimasti sotto le ruine, o inceneriti dagl'incendj appiccatisi dopo il tremuoto in diverse parti della Città. Premure del loro Re per far rifiorire Messina. Gran tempo richiestovi per riparare le immense perdite.
Prima del mezzo giorno dei 14. ottobre lasciai le Eolie, e in una feluca da Lipari mi avviai a Messina, di là distante 30. miglia, dove però non giunsi che dopo un giorno, tra per essermi trattenuto qualche ora nell'osservare i graniti di Melazzo, e per aver dovuto remigar sempre i marinai per mancanza di vento. In quell'Isole lasciar doveva ogni idea di Vulcani, o tuttora vivi, o già estinti, mentrechè quella parte della Sicilia ch'io radeva, non dà mostra alcuna d'esserne mai andata soggetta. Non dirò per questo che in diverse epoche provato non ne abbia le ree conseguenze, s'egli è vero, come credo esser verissimo, che i terremoti parziali, quelli cioè che si fanno sentire per un tratto non molto esteso di paese, e a poca distanza di qualche Vulcano, da lui immediatamente o mediatamente ne riconoscan l'origine. Imperocchè quale altra Isola più della Sicilia ne ha sofferto i danni, e ciò per nodrire in seno gl'incendj etnei? Allorchè io viaggiava in quelle parti suonavano ancora su le bocche di tutti gli orribilissimi effetti de' tremuoti del 1783. Nel farmi con la Feluca dentro alle foci dello Stretto di Messina, alcuni di que' terrazzani che navigavano meco, mi mostravano col dito steso la spiaggia di Scilla, dove un intiero popolo in quell'infausta circostanza affogò. Conciossiacchè sopravvenuta una formidabile scossa verso il mezzodì de' 5. febbrajo dell'anno suddetto, e temendo di altre gli Scillani, si riffugirono sul lido, quando alle ore otto italiane della notte seguente insortane un altra fortissima, sollevò per sì gran modo le onde, che tutta coperse la spiaggia, e di mille e più uomini ivi attendati, insieme al Principe stesso del luogo, neppur uno potè piangere la fatal calamità, di ritorno alle vedove case. Quell'onde furiose innoltratesi nello Stretto, penetrarono fin dentro al Porto di Messina, e per poco non affondarono i bastimenti ivi ancorati.
Pervenuto ch'io fui in faccia di questa Città, cominciai a veder le rovine, e i disastri, cui in quella fatal epoca andò soggetta. La curvità del Porto prima era adorna pel tratto di più d'un miglio d'una fuga continuata di superbi palagi a tre piani, chiamata volgarmente la Palazzata, abitata da Mercatanti, e da altre civili persone, e che formava una specie di Amfiteatro del più dilettoso e più magnifico aspetto. Il piano superiore, e una porzione di quel di mezzo si vedevano da un capo all'altro diroccati, non senza sfendimenti, e grandi rotture nel piano inferiore, restando così senza abitatori quell'immenso Fabbricato.
Entrato in Messina, la vista degli oggetti mi si fece sempre più trista e spiacevole. A riserva delle strade più ample, e più frequentate, le altre tutte erano ingombre di rimasugli di cadute fabbriche, o ammassati ai due lati, oppur tuttavia giacenti nel mezzo e che impedivano l'attraversarle. Assaissime case ritrovavansi ancora nel medesimo compassionevole stato, in che furon lasciate dagli scuotimenti della terra: altre cioè interamente sprofondate, ed agguagliatesi al suolo, altre per una metà rovinate, e per l'altra tenentisi in piedi, anzi in aria per le stesse rovine, che loro servivano di contrasto e puntello. Quelle poi che a gran ventura eran campate da tanto infortunio, era quasi a miracolo che non rovinassero, per larghe fessure alle pareti o su gli angoli apertesi. Il Duomo si annovera fra li edifizj più fortunati. Egli è spazioso, di gotica architettura, e il suo interno poco o nulla dannificato. Lo nobilitano molte colonne di granito tratte da un Tempio degli antichi Greci, che una volta nel Faro esisteva, come pure elegantissime intarsiature a divisa dei più bei diaspri della Sicilia.
Lo sterminato numero delle fabbriche cadute in quel terribile tremuoto, obbligò i Messinesi a rifuggire dentro a trabacche di legno, e già assaissime ne esistevano quando io giunsi colà. Si era però cominciato ad alzar nuove case, ma ben diverse da quelle di prima. Osservato avevano che le più elevate erano state le più bersagliate; oltracciò che nello infuriare degli scuotimenti, escite essendo dalle imposte le travi, col continuo, e violento arietare contro le pareti, avevano fatto più rovine che gli stessi scuotimenti. Avvisarono adunque di rifabbricarsi umili abitazioni, e con l'ossatura di legno, stretta e combaciantesi in guisa, che al traballar del terreno, tuttaquanta concepisse il movimento. E' chiaro che tale artificio nella disgrazia di altri spaventosi tremuoti doveva giovarli.
Quantunque fosse già presso il sesto anno, da che avvenuto era quell'orribil disastro, nell'animo de' Messinesi continuava tuttora un resto di sbigottimento, di costernazione, e dirò ancora di avvilimento, e di stupidezza; conseguenze che sogliono accompagnare le grandi paure. Avevano presentissime alla memoria le circostanze tutte di quella terribile epoca; nè io poteva ascoltarle senza raccapriccio e dolore. Quell'antichissima e tante volte malmenata Città, rovinata non fu da un solo, ma da più terremoti che con successive scosse si estesero dal giorno 5., fino al giorno 7. di febbrajo del 1783. Il più rovinoso fu quello dei 5., ma corso essendo l'intervallo di alquanti minuti fra la prima scossa, e la seconda, ebber campo i Cittadini di allontanarsi dagli edificj, e di mettersi in aperta pianura. Quindi la mortalità non fu proporzionata alla quantità delle rovine, giacchè i morti non oltrepassarono il numero di 800.
In una dotta Memoria sopra i tremuoti della parte della Calabria, che guarda Messina, nel medesimo tempo accaduti, è scritto che innanzi di sentirsi la prima scossa, i cani dentro la Città si diedero ad urlare furiosamente, a tal che per ordine pubblico vennero uccisi. Addomandatone que' paesani, mi attestarono l'insussistenza del fatto, e che nessun altro fenomeno antivenne quel flagello, se non se il fuggire dei lari, e di qualche altro uccello che dal mare passarono alle vicine montagne, siccome han per costume nella imminenza delle tempeste. Un violentissimo strepito, sembiante a quello di più carra precipitosamente discorrenti sopra d'un ponte selciato, ne fu il principio contemporaneamente ad una densa nebbia sollevatasi dalla Calabria, che fu il centro del terremoto; e la sua propagazione fu osservata sensibilmente, mercè il successivo atterramento delle fabbriche, dalla punta del Faro fin dentro a Messina; quasi da quella punta preso avesse fuoco una mina continuata lungo la spiaggia, ed estesasi nell'interiore della Città. L'urto fu violentissimo, e il moto de' più irregolari. In nessuna parte fu osservato scoppiar fuoco, nè scintille. Il suolo attorno alla spiaggia si aprì in fenditure alla medesima parallele, e queste furono altresì osservate in tutte le colline sopra di Messina. E quantunque in qualche luogo durassero più d'un mese, non lasciò però misurarle lo spavento, e l'abbattimento, di che tutti eran compresi. Dopo la prima scossa fattasi sentire, siccome abbiam detto verso il mezzo giorno de' 5. febbrajo, la terra non facea che tremare, or con movimento leggiero, ora violento, quando alle ore 8 dell'entrante notte imperversò un orribile scuotimento, il quale se fu fatale agli Scillani, finì di rovinare il restante delle fabbriche Messinesi. Nè lasciarono i tremuoti di esercitare la lor forza fino al giorno 7. del medesimo mese, in cui verso le ore 22. se ne provò un violentissimo, che le rovinate fabbriche agguagliò al suolo. Da quel tempo in poi sino al mio arrivo in Messina continuarono a farsi sentire i tremuoti, ma gradatamente rallentando quasi in ragione della lontananza di quell'epoca tanto fatale. E nel 1789., e 1790. non se ne sono sentiti colà se non quattro o cinque debolissimi, e che forse in altre contrade meno sospette, ed a menti meno prevenute, non si sarebbero appresi per tremuoti[1]
Il danno fu immenso, e difficilmente può calcolarsi. Considerando le sole fabbriche, può dirsi francamente, che di quattro parti, due rimasero al suolo uguagliate, una mezzo rovinata, ed un altra gravemente danneggiata. In quest'ultima furono le case situate sul pendìo delle colline, che hanno per base il granito, come a miglior luogo vedremo (Capitolo XXIX.). Le più rovinate, anzi le prime a cadere, furon quelle che sul piano esistevano, e singolarmente su la curvità del Porto sopra un suolo meno stabile, perchè formato dalle alluvioni, e dalle deposizioni del mare. Il Molo, che accompagnava il Porto, e che oltre a un miglio si estendeva in lunghezza, e che quanto era ameno per la vista, altrettanto riesciva delizioso pei passeggi, sprofondossi entro il mare in maniera, che di lui non lasciò un vestigio solo, onde potersi dire mostrandolo, quì fu.
Fra gli Edifizi che rovinarono, più considerabili furono la già ricordata Palazzata, detta ancora il Teatro marittimo, il Palazzo del Re, quello del Senato d'una maestosa architettura, la gran Loggia de' Negozianti, il famoso Collegio degli Studi col gran Tempio annesso, la Chiesa, e Casa Professa degli ex-Gesuiti, il Palazzo Arcivescovile con la Basilica di S. Niccolò, il Seminario de' Cherici, la Sala de Tribunali, la Chiesa dell'Annunziata de' Teatini, quella de' Carmelitani, e del Priorato de' Gerosolimitani, e molte altre fabbriche pubbliche, così sacre che profane, senza parlar de' Palagi de' Magnati, e de' facoltosi Cittadini, tutti con vaga archittetura costrutti.
Non possono calcolarsi tanpoco i danni sofferti per la distruzione di tanti monumenti delle Arti, delle Biblioteche, e delle Gallerie di pitture, di cui Messina era adorna, essendovi altre volte sommamente fiorita quest'Arte imitatrice.
Egualmente incalcolabile si è la perdita degli averi rimasti sotto le rovine, o inceneriti dagl'incendj; che dietro al terremoto si appiccarono in diverse parti della Città. Aggiungansi le spese per la costruzione delle trabacche, e delle capanne, necessarie per accogliere la popolazione, e mettere al coperto l'avanzo de' mobili, e delle merci sottratte alle rovine, le quali spese furono grandissime, e somme, per l'altissimo prezzo, a cui in un istante montarono tutti i materiali di costruzione, ed il salario de' fabbricatori, e degli altri artigiani.
Nel mezzo di tante perdite, e di tante spese, che dovevano necessariamente impoverire il Paese, non si sentì il fallimento d'un sol Negoziante: il che coronerà d'eterne lodi Messina, non essendovi presso i Negozianti di mala fede circostanza apparentemente più favorevole per accusare un fallimento, quanto un tremuoto.
Il Re delle due Sicilie non ha ommesso nulla per far rifiorire Messina. L'ha sollevata da tutti i pubblici aggravj; le ha erogato del suo parecchie considerabili somme, accordato Porto Franco, Giurisdizione di Magistrati, ec. Tuttavolta le immense perdite, non ostante tutti i soccorsi, hanno bisogno di gran tempo per ripararsi.
Le fabbriche si sono in seguito considerabilmente accresciute, e perfezionate, di modo che possiam dire essersi presentemente rifabbricata più della metà del Paese: quindi la popolazione ha abbandonate in proporzione le capanne, e si è ritirata in Città.
Questo succinto racconto degli ultimi formidabili tremuoti di Messina, e delle loro conseguenze, ho creduto non dovere esser discaro alla dotta curiosità dei lettori. Passiamo adesso a narrare le cose da poi osservate nel famoso suo Stretto, e ne' suoi montuosi contorni, parendoci le une, e le altre di commemorazione degnissime.
- ↑ Non è però che ne' seguenti anni non sien tornati a impaurire que' Popoli. Ecco quanto da Messina mi scriveva l'Abbate Grano li 11. maggio 1792. “Ieri abbiamo avuto un intiera giornata piena per così dire di tremuoti. Se ne sono contati fino a trenta, ma quasi tutti leggieri, e senza nessun danno”.
Colgo con vero piacere l'opportunità di questo luogo per rendere dinanzi al Pubblico la meritata giustizia, e per attestare la mia più viva riconoscenza a questo chiarissimo mio Amico, Nobile Messinese, ora nominato, che più d'una volta dovrò nominare dappoi.
Esercitatissimo siccome egli è negli studj della Fisica, e della Storia naturale, volle accompagnarmi nelle diverse mie escursioni nei contorni della sua Patria, e la dotta sua compagnia mi fu molto proficua. Nè solamente mi giovò vicino, ma eziandio assente, giacchè per secondar le mie brame si compiacque fornirmi diverse notizie locali, che potevano rendere più interessanti i miei racconti relativi a quel Paese; e la sua diligenza e circospezione nell'esaminar la natura, e il sincero amore per la ricerca del vero non lasciano dubitar punto della veracità di siffatte notizie.