Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXVI
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CAPITOLO XXVI.
osservazioni dell'autore fatte
a scilla, e a cariddi.
Quasi confuso latrar di cani, che odesi accostandosi allo scoglio di Scilla, prodotto dall'urtarvi contro le onde del mare. Naturale ritratto che da questo lato ne fanno Omero, e Virgilio, volendo animar Scilla. Quale appariva cotesto scoglio a' tempi del greco Poeta, tale si dà a vedere anche adesso. Nessuno abbassamento di quel tratto di mare da quell'epoca in poi. Pericoli grandissimi di rompere contro gli scogli di Scilla, quando la corrente vada dal sud al nord, e soffj a un tempo istesso impetuosamente libeccio. Marinai messinesi destinati dal Pubblico a soccorrere i bastimenti in pericolo. Facilità somma di naufragare, ove non si prevalga di tale soccorso, ancorchè quelli che sono alla direzione dei bastimenti forestieri siano sperimentatissimi nell'arte nautica. Tempesta insorta nello Stretto di Messina, osservata dall'Autore, e bravura di que' marinai nel trarre a salvezza nel Porto un pericolante naviglio. Precisa situazione di Cariddi. Fino al presente riputata un veracissimo vortice. I frammenti de' navigli da essa inghiottiti vengon portati dalla corrente, secondo l'opinione di alcuni, 30. miglia al di là di Cariddi. Fatto comico-tragico riferito su tale proposito. Fenomeni della corrente dello Stretto, ora ascendente, ora discendente. Visita dell'Autore a Cariddi. Quale ne sia l'apparenza, veduta primamente dal lido. Osservata in seguito da vicinissimo, poi dentro lei istessa, andandovi sopra con barca. Scopresi non esser Cariddi altrimenti un vortice, ma un incessante ribollimento di acque agitate, che ascendono, discendono, si urtano, si respingono. Cosa accada ad alcuni corpi appostatamente lasciativi cader dentro. Niun baratro o voragine sottogiacente a Cariddi. Profondità del mare dove essa giace, minore d'assai che verso il mezzo dello Stretto. Neppure in mar tempestoso può dirsi Cariddi un vortice. Come spinti dentro di lei vi si perdano i bastimenti. Recente naufragio in lei accaduto senza apparimento di vortice. Origine di questo errore. Nessuno de' molti Scrittori che ragionano di Carriddi dice di essersi trasferito su di essa per esaminarla. Cariddi dodici miglia distante da Scilla, quantunque Omero dica esservi vicinissima. Inverisimile un tale cangiamento nello Stretto di Messina, per cui Cariddi siasi di tanto allontanata da Scilla. Cangiamento fattovisi in questo secolo, molto posteriore di tempo alle narrazioni d'una mano di Scrittori che fissan Cariddi nel sito istesso dove trovasi presentemente. Verità, e spiegazion fisica di quel detto passato in proverbio, che chi cerca di scansar Cariddi si fa preda di Scilla. Scilla, e Cariddi due luoghi formidabili per le tempeste, e pei naufragj, secondo gli Antichi. Ben diversi a' tempi presenti. Ricercasi donde tanta differenza. Nata verisimilmente dal perfezionamento dell'arte del navigare. Esempli nell'Adriatico, e al Capo di Buona Speranza.
Scilla, e Cariddi, secondo il favoleggiar de' Poeti, sono due voracissimi mostri marini, che tengon maisempre aperte le spaventose lor bocche, per inghiottire i miseri naviganti, l'uno in agguato al destro, l'altro al sinistro capo dello Stretto di Messina, là dove l'Italia, e la Sicilia si affrontano.
“Dextrum Scylla latus, laevum implacata Charybdis
Obsidet, atque imo barathri ter gurgite vastos
Sorbet in abruptum fluctus, rursusque sub auras
Erigit alternos, et sidera verberat unda.
At Scyllam caecis cohibet spelunca latebris
Ora exertantem, et naves in saxa trahentem.
Prima hominis facies, et pulchro pectore virgo
Pube tenus: postrema immani corpore pristis
Delphinum caudas utero commissa luporum”[1].
Io non ho avuta difficoltà di valermi de' versi d'un Poeta in un libro consecrato alle ricerche della verità; nè l'avrò tampoco di produrre or quelli di un altro Poeta; conciossiacchè di mezzo a queste esagerate e fantastiche descrizioni di Scilla, e di Cariddi, vi si riscontri il suo vero, d'altronde porgono argomento a interessanti ricerche.
Creduto avrei però di meritare le maggiori riprensioni, se trovandomi alle sponde dello Stretto Messinese, cercato non avessi di accostarmi a questi due luoghi, cotanto risaputi, e cotanto celebri per gli stessi naufragj. Presi prima le mosse su d'un battello alla volta di Scilla. Gli è questo un altissimo scoglio da Messina distante 12. miglia, che cade a piombo sul lido della Calabria, al di là del quale siede la picciola Città, che porta cotal nome. Quantunque non facesse quasi vento, pure a due miglia dallo scoglio cominciai ad udire un fremere, un tuonare, e quasi un confuso latrar di cani; e fattomi più dappresso, non penai a scoprirne la verace cagione. Cotesto scoglio nella inferior parte apresi in più caverne, una delle quali è spaziosissima, da' Scillani Dragara denominata. Le onde pertanto agitate, con empito entrando dentro di esse, e per attorno frangendosi, riversandosi, confondendosi, e levando alto spruzzi, e bolle schiumose, creano que' moltiplici svarianti fragori. Mi accorsi allora quanto acconciamente Omero, e dopo lui Virgilio, volendo animar Scilla, e ritrarla al naturale, la rappresentino insidiosa nella oscurità di una vasta caverna, quegli attorniata i fianchi da rabbiosi latranti mastini, questi dai lupi, per amplificarne l'orrore.
Ἔνθα δ᾽ἐν Σκύλλη ναίει δεινὸν λελακύα.
Τῆς ἤτοι φωνὴ μὲν ὅση σκύλακος νεογιλῆς
Γίνεται[2].
Ma il greco Poeta mettendo sott'occhi lo scoglio albergatore di Scilla, meglio del latino finisce il quadro, là ove cel rappresenta di tanta elevatezza, che ha sempre il capo coronato di nubi, ed è sì ripido, sì liscio, sì sfuggevole, che a niun mortale conceduto sarebbe il salirlo, eziandio se di venti mani, e di venti piedi corredato egli fosse.
Οἱ δὲ δύω σκόπελοι, ὁ μὲν οὐρανὸν εὐρὺν ικάνει
Οξείη κορυφῆ, νεφέλη δέ μιν ἀμφιβέβηκε
Κυανέη, τὸ μὲν οὐποτ᾽ἐρωεῖ, οὐδέποτ'αίθρη
Κείνου έχει κορυφήν, οὔτ᾽ἐν θέρει, οὔτ'ἐν οπώρη
Οὐδὲ κεν ἀμβάιη βροτὸς ἀνὴρ, οὐ καταβαίη,
Οὐδ᾽εἰ οἱ χεῖρες γε εείκοσι, καὶ πόδες ἦεν.
Πέτρη γὰρ λίς ἐστι περιξεστῇ εικῢια[3].
Tale, son già tre mila anni, o in quel torno, appariva lo scoglio di Scilla, secondo le osservazioni di Omero, e tale oggigiorno apparisce nè più nè meno.
Tanta esattezza in questo veracemente primo Pittor delle memorie antiche, da illuminati Viaggiatori in altri suoi racconti notata, prova mirabilmente, che il pelo dell'acque del mare era ivi in quel tempo a un di presso alla medesima altezza, in cui lo veggiamo al presente; giacchè se d'allora in poi di alcune pertiche si fosse il mare abbassato, il piede di detto scoglio, che secondo le mie osservazioni non pesca molto profondo, sarebbe restato in secco. E questo io lo reputo uno dei forti argomenti, che i più notabili abbassamenti del mare sono anteriori a quell'epoca.
Questa è la posizione e la natura di Scilla. Veggiamone ora i pericoli. Quantunque la marea nell'ampiezza del Mediterraneo sia quasi insensibile, ella è però fortissima nello Stretto di Messina, a motivo delle sue angustie, ed è regolata come altrove dalle consuete periodiche elevazioni, le depressioni dell'acque. Ove il flusso o vogliam dir la corrente sia accompagnata da vento, che soffj a seconda di lei, non hanno di che temere i bastimenti; poichè o non entrano nello stretto, se queste due forze cospiranti sieno ad essi contrarie, e però in vicinanza danno fondo: o se sono favorevoli, a gonfie vele vi entrano, ed il corrono con tanta rapidità, ch'egli è un andar su per l'acque a volo. Ma allorchè la corrente vada dal sud al nord, e soffi a un tempo impetuosamente libeccio, la nave che col vento in poppa si avvisava di agevolmente superare lo Stretto, nell'affacciarsi all'imboccatura, rimane sottopresa dall'opposta corrente, e quindi combattuta da due forze in parte contrarie, per cui è necessitata a rompere fatalmente contra lo scoglio di Scilla, o a ferir di colpo nelle sirti vicine, se a tempo il Piloto non chiegga il bisognevol soccorso. Che di vero ad ovviare a siffatti fortunosi accidenti, stanno giorno e notte lungo la spiaggia di Messina 24. de' più arditi, più robusti, e più sperimentati marinai, che allo sparo del cannone del bastimento chiedente ajuto, tosto vi accorrono, e ad una delle loro agili barche il rimurchiano. E siccome la corrente, dove è più forte, non è mai distesa per l'intiera larghezza dello Stretto, ma serpeggia quà e là con più torcimenti, e meandri, sanno eglino destramente schifarli, e a salvamento condurre il naviglio straniero. Che se il Piloto, che ne ha il governo alla maestria della sua arte affidato, disprezzi cotesti soccorsi, o non li curi, per quanto prode e sperimentato egli sia, corre il maggior pericolo di naufragare. In quegli stemperati stravolgimenti del mare, in quel bollir d'onde, e avvolgersi in velocissimi giri per la violentissima corrente al nord, e pel contrariante libeccio, che addosso le precipita il mare, è inutile il gettar lo scandaglio, per indagare l'altezza del fondo, dove l'impeto della corrente seco ne porta pressochè a galla il piombino. Le gomone rinforzate, quantunque grosse il giro di molti piedi, a guisa di sottili cordicelle si spezzano. Le due, e le tre ancore ivi gettate, per esserne scoglioso il fondo, o non aggrappano punto, o aggrappando, il rapidissimo correr dell'onde tostamente la sferra. Ogni altro espediente, ed appiglio suggeriti dall'arte più raffinata del navigare, e che in altre parti del Mediterraneo, ed anche del terribile Oceano, atti sarebbero a trar di pericolo una nave in tempesta, riescono inutili in questo Stretto, spaventosamente rotto in fortuna. L'unico salutar mezzo per non essere dall'ira del vento, e dei fiotti cacciato contro gli ammontati scogli di Scilla, o per non incagliare nè circostanti renai, si è quello adunque di valersi dell'opera, e della bravura de' Messinesi marinai.
In prova del narrato fin quì, potrei recare in mezzo più d'un caso mentovatomi da persone fededegne di Messina, se testimone di veduta non ne fossi stato io stesso in un bastimento di Marsiglia, che carico di mercatanzie entrato era un giorno nello Stretto per la bocca che guarda il nord, allorchè io mi trovava su l'altura di una di quelle colline, che guardano il mare, mercè cui l'avvenimento che sono ora per riferire, era appunto sotto a' miei occhi. Per essere cospiranti la corrente, e un vento aquilonare, che allora soffiava gagliardo, quel legno a piene vele viaggiava felicemente verso il Porto, e corso avea già la metà dello Stretto, quando tutto improvviso offuscatosi di dense nuvole il cielo sorge un gruppo di venti, che in un batter di ciglia rotta la direzione della corrente, sconvolge il mare, e il mette sossopra; e appena i marinai hanno il tempo di ammainar le vele, e a null'altro più badano, che a schermirsi dai rovinosi frangenti, che si riversano addosso alla sfortunata lor nave, per ogni lato assediata e combattuta in quella gran traversia. O seguisser l'usanza praticata in mare di chieder soccorso agli altri bastimenti con lo sparo del cannone, ove per tempesta prossimo sia il pericolo di naufragare, o non ignorassero il lodevolissimo costume de' Messinesi, non indugiarono punto que' tribolati naviganti a fare col cannone due spari; nè medesimamente tardò a prestar loro il richiesto ajuto una delle barche a tale uopo destinate, che fattasi rimurchio al dibattuto naviglio, mise ogni studio per condurlo a salvamento nel Porto.
Se mi raccapricciai al vedere quegli sventurati, che ad ogni istante temeva non venisser dall'onde ingojati, furon per me uno spettacolo di maraviglia, e diletto la bravura, e la maestria degli accorsi Messinesi nel guidar sicuro attraverso di un mare sì procelloso il legno loro affidato. Sottrarsi al mortal filo della corrente, dare di tanto in tanto leggermente alla banda, torcere quando a poggia, e quando ad orza il timone, abbassar la vela, avvilupparla in parte, spiegarla, siccome ringagliardiva il vento, o allentava; eludere gl'impetuosi scontri de' fiotti, altri fendendone coll'animosamente investirli di punta, ad altri voltando cautamente il fianco, sì che dall'urto smorzata ne venisse la foga: questi ed altri artificj, ch'io esprimere non saprei furono gli adoperati da que' valenti marinai; e per tal guisa in quella orribil fortuna di venti, e di mare contrastando, e cedendo, trassero a salvezza il pericolante naviglio.
Ma di Scilla assai: passiamo ora a ragionar di Cariddi. Si osserva ella dentro allo Stretto fra lo spazio del mare, interposto ad una lingua di terra nel lido, nomata Punta secca, e ad un altra punta, dove si solleva la torre chiamata Lanterna, perchè alla sommità è fornita d'un fanale, che col lume serve nell'ore notturne di guida a' naviganti, che entrano in Porto. Consultando gli Autori che ne hanno scritto, trovo che quasi tutti la suppongono un vortice. Il primo ad affermarlo è Omero, rappresentando Cariddi qual mostro, che tre volte al giorno assorbisce l'acqua, e tre volte a vicenda la rigetta.
. . . . . . δια Χάρυβδις αναῤῥοιβδεῖ μέλαν ὕδωρ.
Τρίς μεν γάρ τ ἀνίησιν ἐπ'ήματι, τρὶς δ' ναῤῥοιβδεί
Δεινόν. (ibid.)
La virgiliana trascritta descrizione non si allontana dall'omerica, salvo l'aggiungervi una voragine o baratro sottoposto. Strabone, Isidoro, Tzetze, Esichio, Didimo, Eustazio, ec. ci ricantan lo stesso. Il Conte Buffon con piena fiducia adotta il sentimento di Omero, e ripone Cariddi fra i vortici più rinomati del mare. “Cariddi nello Stretto di Messina assorbisce e vomita le acque tre volte in ventiquattro ore” (Hist. Nat. T. II. in 12.). Strabone scrive altresì, che i frammenti de' navigli inghiottiti da questo vortice vengon portati dalla corrente fino al lido di Tauromina, 30. miglia lungi da Cariddi[4]. E a confermazione di ciò è lepido insieme, e tragico l'accidente narratoci di un certo Colas messinese, che per rimanere a lungo sott'acqua, aveva il sopranome di pesce. E' fama che Federico, Re di Sicilia, venuto a bella posta a Messina per vederlo, sperimentasse d'una maniera generosamente crudele il valor suo, stringendolo a pescare una tazza d'oro, fatta cadere dentro a Cariddi, che stata sarebbe il premio del suo coraggio: e che il valoroso marangone dopo l'aver sorpreso gli spettatori, col restar per due volte tuffato lungamente nel mare, la terza più non comparve, trovatosi dopo alcuni giorni il suo cadavere alle spiagge di Tauromina.
Per le fin quì compendiate autorità è adunque manifesto, che Cariddi fino al presente è stata riputata un veracissimo vortice, nel che si accordano i Viaggiatori così antichi, che recenti, che scritto hanno di questo luogo.
Siccome adunque mi ritrovava sul sito, avvisai di accostarmi il più ch'io poteva a Cariddi, per certificarmi presenzialmente del fatto. Ella è distante dal lido di Messina 750. piedi all'in circa, e da' Paesani è chiamata calofaro non già dal bollimento dell'onde, siccome altri han supposto, ma da καλὸς, e φάρος, cioè bella torre, destinata di notte a porger lume ai bastimenti, per esister Cariddi presso la Lanterna[5]. Il fenomeno del calofaro si osserva quando la corrente è discendente. Chiamano i piloti corrente, o rema discendente quella che entra da settentrione, e rema montante l'altra che viene da mezzodì. La corrente monta o discende allo spuntare o tramontar della luna, nè dura nello Stretto più di sei ore: solamente nell'intervallo dell'uno, e dell'altro periodo vi resta una quiete, che non è maggiore d'un ora, nè minore d'un quarto d'ora. Allorchè allo spuntare, o tramontar della luna entra la corrente da settentrione, e fa mille angoli d'incidenza col lido, tarda molto per giungere al calofaro. Questo ritardo giunge talvolta sino a due ore. Qualche fiata però all'entrare della corrente, si vede la medesima immediatamente sul calofaro, e questo per le fatte osservazioni è un indizio sicuro di tempo cattivo. Ammaestrato dai più esperti piloti di queste pratiche notizie, me ne valsi per fare senza pericolo cotesta visita. La barca che mi ci conduceva, era corredata di quattro sperimentatissimi marinai, che all'accorgersi che dentro io vi entrava con qualche ribrezzo, m'incoraggiarono, e mi promisero di farmi da vicinissimo vedere il calofaro, anzi di menarmici sopra, senza che avessi nulla a temere. Osservato dal lido, mi appariva in sembianza d'un gruppo d'acque tumultuanti, e a mano a mano che mi ci appressava, il gruppo diveniva più esteso, più agitato, più eminente. Fui condotto fino ai lembi, ove alquanto mi arrestai, per farvi sopra i dovuti esami. Scopresi allora senza ombra di dubbio non esser questo altrimenti un vortice. Insegnan gl'Idrologi, che per vortice nell'acqua corrente s'intende quel corso in giro ch'ella prende in certe circostanze, e che questo corso o rivoluzione genera nel mezzo una cava conoide capovolta, più o meno profonda, la cui base all'intorno colmeggia, e le interne pareti girano a spira. Ma niente di questo ravvisai nel calofaro. Era esso circoscritto da un giro circolare, tutto al più di 100. piedi: e dentro a que' limiti non eravi cavo di sorta, non moto vertiginoso, ma un incessante ribollimento di acque agitate, che ascendevano, discendevano, si urtavano, si respignevano. Questi irregolari movimenti però eran placidi in guisa, che non vi era a paventar di nulla nell'andarvi sopra, siccome feci. Solamente per la continua agitazione barcollava il mio picciol legno, e conveniva far uso indefesso de' remi, perchè stesse ritto, nè spinto fosse fuor del calofaro. Alcuni corpi da me lasciativi dentro cadere, se erano specificamente più gravi dell'acqua, vi si attuffavano, ne' più ricomparivano: se più leggieri, restavano a galla, ma d'indi a poco l'agitamento dell'acqua gli spingea fuor di quel giro.
Quantunque da queste osservazioni convinto io fossi, che sotto al calofaro non si apriva alcun baratro o voragine, conciossiacchè allora vi dovesse essere un vortice atto ad ingojare i galleggianti, pur m'invaghj di rintracciarne il fondo con lo scandaglio, e trovai che la maggiore sua profondità non oltrepassa li 500. piedi: di più con meraviglia appresi, che al di là del calofaro verso il mezzo dello Stretto la profondità ne è doppia.
Mi restava dunque a conchiudere da questi fatti che in Cariddi non esisteva allora alcun vortice. Dissi allora, poichè esser poteva che diversamente andasse la faccenda, ove burrascoso fosse quel mare. Ne addomandai adunque i piloti, quelli massimamente che per la sperimentata loro perizia erano stati destinati dal Pubblico a soccorrere in occasion di tempeste i legni stranieri, e che più volte veduta avevano nelle maggiori sue furie Cariddi. Il risultato di loro risposte fu il seguente. Quando adunque la corrente, e il vento sono contrarj, e nella più dirotta lor veemenza, e quando sopra tutto spira scilocco, il bollire, il riversare, e il sollevarsi dell'onde del calofaro è di gran lunga più forte, più impetuoso, più amplo, dentro cui appariscono tre o quattro picciolissimi vortici, e più ancora, secondo che l'estension del calofaro, e la violenza sono maggiori. In siffatte circostanze se dalla corrente, o dal vento spinti vengano piccioli legni dentro al calofaro, si veggono aggirarsi attorno, ondeggiar, barcollare, ma non mai restare ingojati: e solamente van sotto, e si perdono, ove si riempiano d'acqua per le sollevate onde, che loro precipitano addosso. Se poi v'incappino bastimenti di gran corpo, quivi incagliano subitamente, e qualunque vento, e ministerio di vele sono impotenti a trarneli fuora; e dopo l'essere stati agitati, e sbattuti per ogni verso da' fiotti, se non sopraggiungano i piloti del Paese, che sanno cavarli per il giusto filo, siccome essi dicono, della corrente, vengono furiosamente cacciati contro la vicina spiaggia della Lanterna, dove rompono, e i miseri che vi son dentro, la più parte beon la morte, ed annegano[6].
Pesando il giusto valore di questi fatti, ci accorgiamo che resta molto a levarsi di quanto è stato scritto intorno a Cariddi. Veduto abbiamo quanti Autori, cominciando da Omero, e venendo giù fino a' nostri tempi l'hanno descritta o supposta per un vortice vero, ossia una grande voragine in se stessa aggirantesi, entro le cui fauci quantunque volte entri una nave, è spinta al centro, e avidamente inghiottita. Ove la corrente sia sul morire, oppure sia nulla, niente si verifica di tutto questo, ed è anzi allora Cariddi innocente, come senza replica ne sono stato convinto dalle osservazioni mie stesse. Quando poi imperversa, ed è pericolosissima, non presenta tampoco allora cotesto incavo o voragine vorticosa, ma un semplice bollir fortissimo, e gorgogliar d'onde, mercè cui generansi que' vorticetti, che per ciò sono accidentali, e d'altronde niente da temersi. Tanto poi è lungi che Carriddi in quel tempo faccia suoi i bastimenti entrativi dentro, e se li trangugi, che anzi li ricusa, e ne li caccia lontano da se.
Questo errore è nato, come tanti altri nelle cose naturali. Omero nel Viaggio di Ulisse per lo Stretto di Messina è stato il primo a descriver Cariddi qual vortice immenso, che assorbisce l'acqua, e la rigetta, ed altrettanto fa de' bastimenti, coll'esempio stesso di alcuni compagni rapiti al suo Eroe. Gli altri dappoi, sieno Poeti, o Prosatori, Storici o Geografi lo hanno seguito, senza che alcuno ci narri d'essersi presa la pena di recarsi sopra luogo per osservare il fatto co' proprj occhi, non eccettuandone lo stesso Fazello Siciliano, per lo più diligente, ed esatto nei racconti della sua Patria, il quale nella descrizione che fa di Cariddi, dà chiaramente a vedere di non averla mai osservata, e termina la narrazione con l'erronea già sopra ricordata supposizione, che le cose da Cariddi inghiottite, per sottomarine correnti sieno trasportate alla piaggia tavrominese (l. c. ).
Fra tanti trovo solamente che il Cluverio sembra a prima giunta di aver fatta cotal visita, il quale perciò merita quì d'esser trascritto. “Ego sane cum Charybdis noscendae gratia aliquot dies Messanae subsisterem, et ab hominibus eius loci, maxime vero nautis, non siculis modo, et italis, sed et belgis, britannis, et gallis, qui hoc fretum frequentes navigant, diligentius eam rem siscitarer, nihil omnino certi ab ipsis perdiscere potui, adeo scilicet totum negotium omnibus obscurum et incognitum erat. Tandem tamen reperi Charybdim, quae Incolis patriis vocabulis dicitur calofaro sub praedicta ad Messanensem portum pharo esse mare rapide fluens, atque in vortices actum: quod non τρὶς ἐπ'ἢματι, ut tradit Homerus, idest singulis diebus ter, absorbet ingenti gurgite, removitque aquas, sed quoties vehementiori fluctu fretum comitatur” (l. c.)
Dal dire egli adunque di aver trovata Cariddi, si potrebbe credere, che osservata l'avesse sul luogo istesso, ove ella è. Il vero è però ch'ei non lo esprime. E trattandosi d'un fatto che a lui stava sì a cuore di scoprir nettamente, e del quale non aveva potuto avere contezze sicure dagl'istessi marinai di Messina, è forte a presumere, che questa particolar circostanza non l'avrebbe taciuta. E siccome stando sul lido si vede Cariddi, dall'essersi soltanto ivi recato, e dall'avere ver lei gli occhi rivolti, asserir poteva con verità di averla scoperta. Gli altri aggiunti, che Cariddi è un rapido mare, che dentro a' suoi gran vortici assorbisce l'acque, e fuori le caccia, quando è più procelloso, troppo mi persuadono, che non ne aveva la giusta idea; e però resta a conchiudere che acchettato siasi su l'antica pregiudicata tradizione intorno a Cariddi.
Ma le cose fin quì statuite su la località di Cariddi, non quadran punto con quanto ne dice Omero: e però è troppo necessario sentirlo lui stesso. La Dea Circe adunque presso questo Poeta porge i seguenti ricordi ad Ulisse, che navigar dovea per lo Stretto di Messina.
Οἱ δὲ δύω σκόπελοι, ὁ μὲν οὐρανὸν εὐρὺν ικάνει . . . . .
Τὸν δ᾽ ἕτερον σκόπελον χθαμαλώτερον όψει Οδυσσεύ,
Πλησίον ἀλλήλων καὶ κεν διοῒστεύσειας.
Τῷ δ᾽ἐν ἐρινεός ἐστι μέγας φύλλοισι τεθηλώς
Τῷ δ'ὑπὸ δια Χάρυβδις αναρροιβδει μέλαν ύδωρ.
Cioè: “Vi sono due scogli, l'un de' quali con l'acuta sommità tocca il cielo..... Vedrai l'altro scoglio più basso, o Ulisse: e questi due scogli sono sì vicini l'uno all'altro, che con un trar di saetta li raggiugneresti. In quest'ultimo si alza una grossa, e fogliuta selvatica ficaja, sotto cui la Diva Cariddi assorbisce la nera acqua”.
Il primo scoglio quì mentovato da Omero è Scilla, siccome a lungo si esprime dappoi: e presso l'altro scoglio, per detto di questo Poeta, è situata Cariddi: e la lontananza di uno scoglio dall'altro è secondo lui di un getto di dardo, καί κεν διοιστέυσειας: lo che non si accorda punto con la situazione presente di Cariddi, distante da Scilla per ben dodici miglia. Che hassi dunque a pensare di cosiffatta discordanza? Che forse Omero, usando della libertà conceduta ai Poeti, parlato quì abbia iperbolicamente. Dir non saprei se i Conoscitori in poesia sieno per accordargli tanta licenza. O più veramente che Cariddi fosse una volta vicinissima a Scilla, ma che pel lunghissimo volger d'anni, e di secoli cangiato abbia di luogo, innoltrandosi fin sotto a Messina? Cotal riflessione potrebbe peravventura con qualche favore essere accolta, se in tempi remoti avvenuto fosse qualche considerabil cangiamento allo Stretto, del che a noi certamente non consta, e d'altronde pare che una mutazione allo Stretto, notabile in guisa che la rinomata Cariddi cangiato avesse situazione, stata non sarebbe verisimilmente pretermessa da' Siciliani Scrittori. Vedrem solamente al Capitolo XXIX. essersi in questo secolo fatto più angusto il più fiate ricordato Stretto, ma d'altra parte sappiamo che da molto tempo innanzi a tale avvenimento esisteva Cariddi, ove or la veggiamo. E di vero con l'antichissima, nè mai interrotta tradizione de' Messinesi, affermante un tal fatto, consuona l'autorità di preclarissimi Scrittori, italiani, latini, e greci. “Charybdis, ex parte Siciliae, paulo supra Messanam”. Così Fazello, e Ovidio: “Hinc ego dum muter vel me zanclaea Charybdis devoret”; ed è troppo noto che Zancle suona lo stesso che Messina. Tzetze presso Licofrone: “ή Χάρυβδις περὶ Μεσήνην εστί”, cioè: “Cariddi giace attorno a Messina”. Similmente Strabone dopo l'avere mentovata Messina, ha: “Δεικνυται και Χάρυβδις μικρὸν πρὸ τῆς πόλεως ἐν τῷ πορθμῷ”, cioè a dire: “Cariddi si fa vedere nello Stretto alcun poco davanti alla Città”, per tacere di altri che ricordan lo stesso.
Per tutte queste ragioni, e storici documenti rimane adunque a conchiudersi, che per rispetto alla località di Carriddi, Omero non sia stato troppo esatto, nè è gran peccato il dire che in questo luogo de' lunghi suoi versi egli abbia dormicchiato. Negar non possiamo l'accuratezza a diverse delle sue descrizioni di più siti della Sicilia: donde è forza argomentare ch'egli o viaggiato abbia a quelle parti, siccome è sentimento di molti, o almeno che ne sia stato da altri puntualmente istruito. Ne siano in fede gli scogli di Scilla. Ma quanto è del supposto vortice di Cariddi, e della situazione di lei, crediamo di poter dire con verità, o ch'egli non siasi accostato a questo luogo, o che le relazioni avutene lo abbiano indotto in errore.
Ma sul proposito di Scilla, e di Cariddi, ha egli fondamento quel detto, passato in proverbio, che chi cerca di scansar Cariddi, si fa preda di Scilla? adattato poi dagli Antichi a coloro, che per fuggir dall'un male, si abbandonano, e precipitano in un peggiore.
Anche su questo ne ho interrogato que' bravi piloti. E quali per esserne istruito poteva io prendere a migliori maestri? Mi attestavano essi adunque, che se non sempre, più volte almeno avverasi questo infortunio, ove contro non vi si vada con pronto e proporzionato riparo. Sottratta venga all'infuriar di Cariddi una nave, la quale dall'impeto prepotente di ostro sia spinta lungo lo Stretto alla bocca del nord: ne uscirà felicemente, ove altro non le si opponga in contrario. Ma all'impensata metta un gagliardissimo libeccio; turbato allora il diritto cammino si farà ella bersaglio dei due venti, ed essendole conteso o di dare addietro, o di procedere oltre, sarà forzata a torcere una via di mezzo, che è quanto dire verrà spinta contro Scilla, se da marinai non sia prontamente soccorso. Mi si aggiungeva, che nelle burrasche insorger suole un vento di terra, che giù scende per una gola della Calabria, e promuove l'impeto della nave verso quello scoglio.
Innanzi di farmi a ragionare di Scilla, e di Cariddi, ho amato di leggere la massima parte degli antichi Autori, che ne hanno scritto. Veggo che quasi tutti dipingono a tetri e spaventevoli colori questi due siti malagurosi, come se fosser la sede delle tempeste, e dei naufragj. Tanta terribilità però, e tante rovine egli è ben lontano, che oggidì si osservino, accadendo anzi rarissime volte che perisca chi naviga in quel Canale, purchè o fornito sia della bisognevole arte, o altrui la domandi. Donde adunque sì gran differenza fra i tempi andati, e il presente? Sarebbe mai che Scilla, e Cariddi cangiato avesser natura, col farsi meno pericolose? Quanto è della prima, mostrato abbiamo che questa ipotesi viene contraddetta dal fatto, essendo ella adesso, quale si era a' tempi di Omero. Per conto della seconda, per la ristrettezza maggiore fattasi allo Stretto messinese, Cariddi sarebbe anzi al presente più da temersi che una volta, notissimo essendo, che un braccio, un canale, uno Stretto di mare tanto maggiormente sono pericolosi, quanto sono più angusti. Piuttosto avviso che un tanto divario sia provenuto dall'arte del navigare, che una volta come bambina e senza forze non ardiva correre in aperto mare, ma andava terra terra, quasi tenendosi con una mano appoggiata al lido.
Alter remus aquas, alter tibi radat arenas.
Tutus eris; medio maxima turba mari. (Propert. l. 3.)
Ma col tempo, con lo Studio, e con l’esperienza fattasi più grande, più istrutta, più coraggiosa, fino ad attraversare i più gran mari, osa sfidare le più dirotte tempeste, e si ride di que’ suoi puerili spaventi.
Sebbene a mostrare la ragionevolezza del mio pensamento per rispetto al mare di Messina, non ho mestiere di farmi a que’ primi secoli di rozzezza; il Secolo presente ragguagliato al passato può fornirne una luminosissima pruova. Quel tratto dell’Adriatico che separa Venezia da Rovigno nell’Istria, non è certamente dei più felici per la navigazione. Il pericolo d’esser balzati in sei ore da un lato all’altro ad investire alla spiaggia, la frequenza de’ rabbiosi venti che il dominano, i bassi fondi che quivi non mancano, per cui le sollevate onde non sono punto andanti, e spianate, ma rotte e irregolarissime, mettono nella più seria riflessione chi prende con bastimenti a solcarlo. Nel secolo decimo settimo frequenti ne erano i naufragj, i quali di tanto atterriti avevano i Rovignesi, che chi per sue bisogne, o per altro grave affare era in necessità di andare a Venezia, si dava più morto che vivo; e se era padre di famiglia, solea far testamento prima di mettersi in viaggio. L'Avvocato Costantini, oriondo di quel Paese, ed uomo assai colto, mi narrava una state ch'io colà mi trovava, di aver letto più d'uno di tai testamenti, che si custodiscono in quel pubblico Archivio.
Ma a' giorni nostri il far questo tragetto, non dirò già che sia un divertimento, un sollazzo, che anche adesso per la non infrequenza delle tempeste, gli è d'uopo stare in guardia, ma quasi mai porta seco sinistri accidenti. Io per tre volte ho fatta questa velata, senza avere avuto di che temere. Onde è nato questo divario fra l'età passata, e la nostra, se non se dal perfezionamento della nautica marinaresca? Oltre all'esser probabile, che i Rovignesi marinai d'allora non fossero sì esperti, come i presenti, si valevano di certe barche d'una forma, e d'una costruttura sì male intese, come mi riferiva il nominato Costantini, che non potevano tenersi contro alla violenza del vento, e del mare in tempesta, ma dopo breve dibattimento soperchiate dall'onde profondavano. Quelle per l'opposito che colà da qualche tempo si fabbricano, di figura piuttosto ampla, e piatta, e di considerabile saldezza, dette volgarmente bracère, insultano le più furiose libecciate, e sono in reputazion grande ne' circonvicini Paesi. Ecco adunque un tratto di mare, dove per l'addietro si rompeva sì facilmente co' bastimenti, e i naviganti ne provavano a sì gran costo delle lor vite gli effetti, reso oggigiorno praticabilissimo, e per niente pauroso, col solo ministero dell'arte nautica perfezionata.
Ma a provar maggiormente con l'argomento analogico, che la terribilità di Cariddi, e di Scilla, quantunque in se adesso, come anticamente sia forse la stessa, è stata doma dal perfezionamento dell'arte suddetta, piacemi recare in esempio un altro mare, niente meno di esse ne' passati secoli infame per le tempeste, e i naufragj. Parlo del Capo di Buona Speranza, denominato Campo tempestoso dal suo scopritore, e che nel Vocabolario degli antichi marinai suonava formidabil Leone. Cotesto luogo in ogni parte pienissimo di pericoli per i due gran mari, che discendendo dagli opposti fianchi dell'Africa, quivi s'incontrano, ed urtano insieme; per la rapidissima corrente a libeccio, che ove affrontisi col mare, e col vento contrarj, genera più vortici, ognun de' quali tira in profondo i bastimenti più estesi; per gli scogli rapidissimi entro mare, dove rompono i violenti marosi, e creano picciole montagne d'onde sollevate; e dove in fine le traversie de' venti tanto più v'imperversano, quanto che quell'Oceano è più spazioso; cotesto luogo, io diceva, quanti apparecchiamenti, quante cautele non esigeva dalla nave destinata a passarlo? Sagace piloto, che più volte sperimentato lo aveva: antenne ed alberi ad accresciute funi raccomandati: gomone e vele dell'ordinario più numerose: sarte rinforzate, e raddoppiato timone, ove il primo da' suoi gangheri balzato nè fosse, oppur rotto: marinai alle lor poste con robuste funi affidati, per non essere da' grandi travolgimenti dell'onde nel mare balzati; i passeggieri chiusi sotto coperta, e la piazza lasciata libera all'agire de' marinai; robuste acette alle mani, per atterrar gli alberi bisognando: l'artiglieria al fondo della nave calata, per accrescere la zavorra: ben serrate le feritoje, ond'essa ne usciva: ed ogni commessura, ogni fesso della coperta accuratamente chiusi; queste eran l'arti per non naufragare, nel passato secolo da coloro usate che montar dovevano il Capo di Buona Speranza. Ma quanto meno vi si richiede oggigiorno per navigarlo con sicurezza? Ne ho un recente ocular testimonio splendidissimo nella persona del Signor Macferson inglese, con cui nel luglio del 1790. ho avuto il diletto di conversare in Pavia, Cavaliere pel suo sapere, pe' molti e lunghi suoi viaggi, e per le insigni Cariche sostenute riputatissimo, il quale nell'andare all'India ha dovuto per due volte aggirarsi attorno a quel Capo. La facilità di simile navigazione è adunque frutto felice dell'odierna arte marinaresca: ed altrettanto rimane a conchiudersi di Scilla, e di Cariddi, le quali per chi le passa con le dovute avvertenze, più omai non ricordano di spaventoso che il nome.
- ↑ Virgil. Eneid. lib. 3.
- ↑ Omero Odi. l. XII.
- ↑ Omero ibid.
- ↑ Καταποθέντων δὲ, καὶ διαλυθέντων τα ναυάγια παρασύρεται πρὸς ηϊόνα τῆς Ταυρομενίας. (I. VI.)
- ↑ Ho veduto, che Messina, come più altre parti della Sicilia ritengono assai vocaboli del greco linguaggio, una volta nativo a quest'Isola. Così per non dipartirmi dal presente proposito è la voce rema, proveniente da ρἐυμα, che significa flusso, e che usano per denotare la corrente di quello Stretto.
- ↑ Non saranno venti giorni, che noi siamo stati spettatori della sommersione nel calofaro d'una Polacca napoletana proveniente dalla Puglia, carica di frumento. Spirava un terribile spaventosissimo vento di levante, e scilocco, ed essa si sforzava a piene vele di guadagnare il Porto, tenendosi sempre lontana dal calofaro, ma la testa, o il taglio, come noi diciamo, della corrente opposta entrata già per il Faro, la colse, e seco la trasportò violentemente nel calofaro, ove senza poter far uso delle vele restò qualche tempo battuta dall'uno e l'altro fianco dalle onde, che finalmente o sormontandola con la loro altezza, o aprendola con la loro violenza, la mandarono a picco, e dell'equipaggio non si salvò che la metà, mercè la prontezza di due barchette de' nostri marinaj, che ebbero il coraggio di andarvi sopra immediatamente, e la fortuna oltre una porzione dell'equipaggio di salvare que' miseri naviganti. Da questo fatto Ella rileverà benissimo la maniera, onde si sommergono dentro Cariddi le navi, senza il bisogno d'un vortice.
Nota dopo il mio Viaggio in Sicilia comunicatami dal Signor Abbate Grano di Messina.
- Testi in cui è citato Omero
- Testi in cui è citato Publio Virgilio Marone
- Testi in cui è citato Strabone
- Testi in cui è citato Isidoro di Siviglia
- Testi in cui è citato Giovanni Tzetzes
- Testi in cui è citato Esichio di Alessandria
- Testi in cui è citato Didimo di Alessandria
- Testi in cui è citato Eustazio di Tessalonica
- Testi in cui è citato Georges-Louis Leclerc de Buffon
- Testi in cui è citato Federico II
- Testi in cui è citato Tommaso Fazello
- Testi in cui è citato Filippo Cluverio
- Testi in cui è citato Publio Ovidio Nasone
- Testi SAL 100%
- Testi in cui è citato il testo Eneide
- Testi in cui è citato il testo Odissea