Vai al contenuto

Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXVII

Da Wikisource.
Capitolo XXVI Capitolo XXVIII
[p. 192 modifica]

CAPITOLO XXVII.

meduse fosforiche osservate nello

stretto di messina.


Perchè chiamate con tal nome, o con l'altro di Gelatine, oppure di Ortiche di mare. Pochissimi Autori che ne hanno scritto, e nessuno che ne ha ordita la storia. Cenno datone dal Leflingio che solletica la curiosità, senza punto appagarla. Scarsità grande di Meduse fosforiche a petto dell'altre che non sono fosforiche. Fortuna offertasi all'Autore di ritrovarne a gran numero nello Stretto di Messina. Loro organismo, e modo onde nuotan nel mare, due cose troppo necessarie a sapersi per l'intelligenza del loro fosforeggiamento. Forma del loro corpo simile all'ombrelle di un fungo, concavo per di sotto, e convesso per di sopra. Fornite di 12. tentacoli. Maggior crassizie dell'ombrello di queste meduse nella parte più alta. Struttura nella superiore [p. 193 modifica]cavità dell'ombrello, che dà a sospettare della bocca, e dello stomaco di questi animali. Massima semplicità di tale ombrello. Corpicelli intestiniformi, e tracheiformi in essa cavità. Sottile tessuto musculoso nell'ime parti interne dell'ombrello. Si descrivono i tentacoli. Nessuna apparente circolazione di umori in queste meduse. Come si sciolgano quasi interamente in un salso liquame. Questo sale è muriato di soda. Acqua marina che forma la massima parte del volume di tai viventi. Prova di qualche organizzazione nelle parti istesse delle meduse, dove non apparisce. Sistole, e diastole nell'ombrello delle meduse cagione del loro movimento progressivo nel mare. Senza di questa alternativa cadrebbero al fondo. Sede di questa sistole, e di questa diastole residente soltanto nel sottile muscoloso tessuto dianzi accennato. Cotal sistole e diastole non vien meno trasferendo le meduse in asciutto. Cessazione di ambidue questi moti, seccandosi o corrompendosi detto tessuto. Non ben deciso dai fatti, [p. 194 modifica]se la sistole, e la diastole siano indipendenti dalla volontà dell'animale. Particolari movimenti nei corpicelli intestiniformi, e tracheiformi dell'incavo dell'ombrello. Fondati sospetti che i primi siano veraci intestini. Fosforo delle meduse, e suoi fenomeni osservati nottetempo in mare, e ne' vasi ripieni d'acqua marina. Esso è massimo nella sistole, alcun poco minore nella diastole, e minimo negl'intervalli di quiete. Non si spegne del tutto, se non quando dopo morte le meduse cominciano a imputridire. Cautele per accorgersi di un debolissimo fosforo. Fenomeni similissimi nelle meduse perite, e lasciate in secco. Le meduse perite, e per la maggior parte sciolte in liquame, e che più non risplendono, se vengano immerse nell'acqua dolce, immantinente ritornano splendide, comunicando all'acqua istessa il chiarore. Tal fenomeno non si osserva usando l'acqua del mare. La pioggia medesima cadente su meduse non più fosforeggianti fa nascere in loro brillanti lumicini, che non accade imitando essa pioggia [p. 195 modifica]con ispruzzoli d'acqua marina. La fregagione procurata dall'arte nelle meduse non solo è atta ad accrescere il lume, ma ad accenderlo, ove apparentemente spento ne sia. Mercè tal fregagione il fosforeggiamento si comunica all' acqua, e meglio d'assai alla dolce, che alla salata. Bellissimi fosfori cagionati nell'acqua di pozzo per la spremitura in essa di qualche medusa. Cessati che siano cotesti fosfori, ricompariscono per l'agitazione dell'acqua. Calorico artificiale superiore a quello dell'atmosfera, idoneo a far risorgere il lume nell'acqua, quando l'agitazione si è resa impotente. Orina umana, che per la intensità, e per la durata del fosforeggiare non è inferiore all'acqua dolce. In questa parte però nessun fluido si porta meglio del latte. Graziosi fenomeni di questo fosforeggiante liquore, o versandolo da un bicchiere, od immergendovi dentro la mano. Quanto una forte percossa del latte contro un duro ostacolo sia valevole a far rinascere in lui il fosforeggiamento perduto. Tai fenomeni [p. 196 modifica]nel latte preferibili a quelli d'altri liquori. Il fosforo di queste meduse non estendesi a tutto il corpo. Nessuna apparenza di luce nell'ombrello, a riserva de' lembi suoi. Grandissima ne' maggiori tentacoli, e menoma nella borsa che comunica con un apertura dell'ombrello che è probabilmente la bocca dell'animale. Scopresi risedere tal luce in un umore densetto, e leggermente attaccaticcio, che bagna e spalma le tre indicate parti. Perchè dotato sia della facoltà fosforica, debbe esser recente. Divario grandissimo tra le presenti meduse, ed altre assai prima dall'Autore osservate in altri mari, le quali non diventan fosforiche se non quando infradiciano, e impuzzoliscono, all'opposito di quanto accade nelle presenti. Due umori in queste meduse, uno abbondantissimo, salsugginoso, e non molesto al gusto, l'altro incomparabilmente minore, ma urente e disgustosissimo, e nelle parti dilicate incomodo alla cute istessa. In quest'ultimo risiede unicamente il lume. Le meduse sogliono frequentare i [p. 197 modifica]tratti di mare che sono in calma. Nomi diversi che hanno a Messina, e all'Isole Eolie. Probabile che si alimentino di pesciolini. Maniera da loro usata per prenderli. Sospetti che sieno veraci ermarfroditi. Si caratterizza questa novella specie di meduse. Due qualità di lucciolette marine trovate dall'Autore nel suo Viaggio in Sicilia, simili a quelle alcuni anni prima da lui osservate nel Mare Ligustico, nell'Arcipelago, e nel Mar Nero.

Nell'ordine di quegli animali, che per la tenerezza del corpo da' Sistematici si appellan Molluschi, è assai cognito un genere singolarissimo dagli Antichi e da qualche Moderno denominato Ortiche di mare, dal Linneo Meduse, e dal Reaumur Gelatine di mare. Appellazioni tutte allusive a qualche esterior carattere di tai viventi, essendo stato osservato, che in toccandoli pongono come le ortiche terrestri, che brancicati spappolansi fra le dita a guisa di gelatina, e che per la stranezza della forma quasi [p. 198 modifica]somigliano il capo della favolosa medusa. Aristotele che scriveva in Grecia, e dopo lungo intervallo Plinio che lo copiava in Italia, sono stati i primi nell'adombrare qualche tratto della vita, e delle abitudini di questi curiosi animali. Dopo di essi non so che altri ne abbia scritto, fuori del Reaumur, che negli Atti della Reale Accademia delle Scienze di Parigi dell'anno 1710. si arresta singolarmente a considerar la maniera, onde alcune specie di meduse si muovono localmente, e del Dicquemare che nel Giornale del Rozier esamina in più Memorie l'organica loro struttura diversi de' loro andamenti. Ma nè l'uno nè l'altro ragiona di una bellissima qualità che nobilita certe meduse, quella voglio dire d'esser fosforiche. Nè so che questa specie da altri sia stata descritta, e solo mi è noto, che Leflingio asserisce di averla veduta secondo che nelle sue Amenità Accademiche riferisce il Linneo in queste parole: “Doctissimus Loeflingius inter Hispaniam, et Americam vidit in alto mari medusas aliaque zoophyta, pacata aqua, dispersa per aequora, et noctu instar totidem [p. 199 modifica]candelarum lucere, et exortis ventis sensim subsidere, et lucem suffocari”.

Ma questo racconto è troppo tenue cosa per istruirci, e può solleticare al più la curiosità, senza punto appagarla. Nè io stupisco della mancanza di osservazioni particolarizzate intorno a un tal fosforo, pochissime essendo le meduse, che ne vanno adorne rimpetto a quelle che ne son prive. Nel mare Ligustico mi si è aperta l'occasione di esaminarne moltissime, così nell'Adriatico, nell'Arcipelago, e nel Bosforo Tracio: ma nessuna vi era che di notte apparisse splendente. Solamente questa fortuna mi si è offerta nello Stretto di Messina, e ne feci la prima scoperta allorchè visitato lo scoglio di Scilla mi restituiva nottetempo a questa Città. Quì adunque dimorato avendo più settimane, non solo per osservare Cariddi, e Scilla, ma anche gli animali, che in quello Stretto si pescano, e le produzioni fossili delle colline, e de' monti messinesi, ebbi tutta l'opportunità di studiare le ricordate meduse, abbondantissime in quel canale di mare. Ma non è possibile il dare a' miei Lettori qualche idea chiara e [p. 200 modifica]precisa di siffatto fosforeggiamento, senza prima adombrar l'organismo di questi animali, e il modo onde nuotan nell'acque, e si trasferiscono da luogo a luogo, giacchè l'uno e l'altro hanno rapporti troppo diretti, e immediati con la loro luce.

E per accostarmi al primo, la forma del corpo di queste meduse si può comparare all'ombrello di un fungo, convesso per di sopra, e concavo per di sotto, la cui circonferenza abbia il diametro di due, tre o quattro pollici, secondo la grandezza dell'animale. E a quel modo che l'ombrello in più funghi si assotiglia verso i lembi, tale assottigliamento si osserva nell'ombrello di questi animali (giacchè quindi innanzi mi varrò di tal voce) il quale anzi ne' lembi è trinciato di sottilissime frange. E laddove la concavità dell'ombrello nei funghi è per di sopra attaccata ad una coloncina centrale, a quella dell'ombrello delle meduse sono aderenti verso il mezzo quattro corpi allungati, e cilindrici, che coi Sistematici chiameremo tentacoli, oltre ad altri otto laterali, e più sottili inerenti longitudinalmente alle [p. 201 modifica]interne pareti dell'ombrello. Ma queste nozioni generali abbisognano di qualche particolarizzato dettaglio.

L'ombrello d'ognuna di queste meduse nelle parti esteriori è leggermente convesso, e quì la superficie è levigatissima, e sempre coperta di un umido velo, ancorchè l'animale sia fuori dell'acqua. La maggior crassizie dell'ombrello è nella parte più alta; va poi scemando nelle parti inferiori. L'incavo dell'ombrello presenta nella parte più elevata un'apertura, che mette in una specie di borsa gelatinosa, comunicante con quattro fori laterali. Per essi adunque entrata l'acqua marina, ne esce per l'apertura, e vicendevolmente l'acqua che penetra per questa, attraversata la borsa, ne scappa pei quattro fori. Nè sono punto restìo nel pensare, che tale apertura sia la bocca di questo vivente, e che la borsa faccia le veci di stomaco, almeno di ricettacolo, dove si digeriscano i cibi; quantunque poi non ve gli abbia mai trovati dentro, ma mi sia sempre apparita vuota.

La sostanza dell'ombrello è così dilicata, così tenera, che un filo [p. 202 modifica]agevolmente la taglia; ed insieme è dotata di tale trasparenza, che non la cede al più terso cristallo. Nella massima parte di lui il coltello anatomico, e l'occhio armato di lente non vi scoprono vasi, nè fibre, nè altre parti dissimilari, che si manifestano nei più degli animali. Presenta l'aspetto di una semplicissima gelatina omogenea. Solamente alla sommità dell'incavo si scoprono quattro picciolissime matasse di lunghi e sottili corpicelli aggrovigliati, e intestiniformi, aderenti ad un intralciatissimo ammasso di tubetti trasparentissimi, di colore argentino, e di pareti abbastanza elastiche, per conservare la rotondità del lume qualora vengano per traverso tagliati. Più esami su loro intrapresi mi hanno mostrato, che non conducono liquore di sorta. Tanta analogia con le trachee degl'insetti sarebbe ella bastante a farci pensare che tai tubetti fossero per avventura destinati al medesimo uso? Comecchè sia, non sarà disdicevole l'appellarli tubetti tracheiformi.

Nella guisa che alla parte più alta dell'incavato ombrello si mirano i descritti organizzati corpicelli, osservasi ai [p. 203 modifica]lembi interni del medesimo un altra organizzata struttura, consistente in un sottilissimo tessuto musculoso, che dall'imo fondo ascende per lo spazio di mezzo pollice, ed anche d'un intiero pollice, secondo la grossezza delle meduse; e dove esiste cotal tessuto, la somma trasparenza dell'ombrello rimane alquanto oscurata.

Ora parliamo dei tentacoli, e primamente dei più grandi, che detto abbiamo esser quattro. Questi con la parte inferiore sporgono dai lembi dell'ombrello, e con la superiore si attaccano alle parti più alte del suo incavo, prendendo in mezzo l'apertura, da noi creduta la bocca dell'animale. Ognuno di essi ha un leggiero solco longitudinale, terminato da due appendici membranose, bagnate da un umore attaccaticcio. Esaminati internamente, si scorgon composti di cordoncini musculosi, strettamente combaciantisi, e per il lungo distesi, e nel mezzo chiudono un canaletto, che da cima a fondo corre la lunghezza dei quattro tentacoli. Sono abbastanza diafani per lasciar trasparire al di fuora il canaletto, il quale contiene più molecole globose, che con la pressione del [p. 204 modifica]dito sui tentacoli si possono mettere in moto, e volendolo fare uscire dalla parte inferiore di essi tentacoli, oppure da qualunque altro punto, ivi tagliandoli per traverso.

Gli altri otto laterali tentacoli sono di molto più sottili, ma più lunghi, e questi pure oltre l'aspetto musculoso, sono per tutta la loro lunghezza nel mezzo forati. Adunque i tentacoli, così maggiori, come minori, si possono considerare come vasi o canali, quantunque, come vedremo dappoi, ad altri usi sieno destinati. Debbo però dire, che è stata inutile ogni più sottile ricerca, ajutata ancora dai più eccellenti microscopj per iscoprire circolazione o movimento di liquidi in queste meduse. Il corpo, e i loro tentacoli sono d'un bianco succeruleo trasparente, senza mescolamento d'altri colori, i quali vagamente dipingono alcune altre specie.

Presane una tra mano, non disciogliesi subito, siccome è stato scritto di altre. Rimane da prima intiera, eziandio brancicandola, e le dita nel premerla sentono una mediocre resistenza. Solamente in seguito di alcuni minuti [p. 205 modifica]comincia a mandar acqua, e continua a farlo in appresso. E non è il calor della mano, o la pressione, che produca simile effetto; tutto al più questa ultima cagione lo accelera. Ponendola adunque su di una tavola, o sopra qualunque altro corpo, di lì a poco prende a gocciolare, e seguita finchè quasi tutta siasi convertita in liquamento trasparentissimo; il che accade dopo un giorno, e mezzo, o due al più. Taluna di queste meduse ascende al peso di once 50, e tenuto esatto conto del liquamento, in che a poco a poco si è ridotta, col farlo entrare in un vaso, il suo peso si trova mancar di pochissimo da quello delle once 50: e di questo calo a buona ragione si può accagionare la parte del liquore svaporata durante lo scioglimento della medusa. Quel che rimane di lei sono alcune sottili ed aride pellicelle, che pesate montano a cinque o sei grani. Gustato questo liquore, ha il salsugginoso dell'acqua marina, e fatto svaporare a siccità, lascia nel vaso una quantità di muriato di soda, poco minore di quella che fornirebbe un pari volume d'acqua marina. Cotesto salso sapore si [p. 206 modifica]sente egualmente, tocca con la lingua la medusa nell'attuale suo scioglimento, oppure quando di fresco è tratta dal mare, e lavata nell'acqua dolce, purchè il toccamento segua dove l'animale è stato allora tagliato. E' adunque chiaro che l'acqua marina penetrando l'organico tessuto constituisce la massima parte del volume di questi animali. Il qual fenomeno, secondo ch'io avviso, è singolarissimo. Almeno dei molti molluschi marini da me esaminati non mi ricordo di averne in tal genere trovato un simile.

Debbo dire che cotale disfacimento del corpo delle meduse, oltre all'accadere tenendole in secco, succede del pari nell'acqua marina posta ne' vasi, ove questi sieno angusti, e l'acqua di spesso non venga rinnovata. La cagione in ambi i casi è la medesima, la lesione voglio dire, e la rottura delle parti solide, per trovarsi le meduse fuori dello stato naturale, in grazia di che i liquidi non più imprigionati nel corpo, stretti sono ad uscirne. E però si rende chiaro abbastanza, che malgrado la niuna apparenza di organizzazione nella [p. 207 modifica]massima parte del corpo delle meduse, questa però non possiamo negarla o almeno siam forzati ad ammettere una dilicatissima sostanza spugnosa e bibace, che attragga, e dentro se custodisca l'acqua del mare, quantunque per la trasparenza, e fors'anche per l'estrema sottigliezza del tessuto, si renda invisibile.

Esaminata tanto che basti la forma, e la struttura delle nostre meduse, ragion vuole, secondo che abbiamo proposto, che passiamo a divisarne i naturali movimenti, i quali dir possiamo il principale attributo, che le caratterizza per veraci animali. Tai movimenti non differiscon da quelli delle meduse non fosforiche, e consistono in una quasi continua restrizione, e dilatazione dell'ombrello. Se adunque stando chini su di una barca guarderemo attentamente una nuotante medusa, allorchè il mare è tranquillo, scorgeremo porgere avanti con direzione obliqua al livello dell'acqua la convessità dell'ombrello, ed occupare il posterior luogo i suoi lembi: questi poi ad ogni cinque o sei secondi subitamente contrarsi, e un momento dopo allargarsi. La medusa, che sta sempre [p. 208 modifica]immersa nell'acqua, e che in conseguenza ne ha sempre piena la cavità dell'ombrello, ad ogni restrizione o sistole spigne avanti l'acqua rinchiusa, e l'obbliga ad urtare le interne parti di esso ombrello, e con tale urto la medusa fa un passo. Poco appresso fa nascere un altra sistole, per cui da un novello urto che dall'acqua riceve è spinta più in là, e ripetuta incessantemente cotal sistole, un momento appresso seguita dalla dilatazione o diastole, l'animale progredisce localmente nel mare. Intanto i tentacoli sporgono dagli orli dell'ombrello, in lungo distesi, e insieme aggruppati. E questo reciproco movimento, che quindi innanzi per servire alla brevità chiamerò oscillazione, è necessario alla medusa per nuotare, e recarsi da luogo a luogo, altrimenti va al fondo, per essere specificamente dell'acqua marina più grave.

Quest'ultimo fatto, oltre all'esperienza avutane nel Canale di Messina, l'ho verificato anche meglio ne' vasi pieni d'acqua marina, dove rinchiuso avea più meduse. Quì poteva anche avvertire più circostanze relative all'oscillazione, che dato non mi era di notare [p. 209 modifica]nella nativa loro abitazione. Poteva, a cagione d'esempio, marcare quanto ad ogni sistole si abbrevia la periferia dell'ombrello, la quale si accosta a quella di un circolo; e vedeva che l'abbreviamento era di due linee, di tre, o di quattro al più. Mi accorgeva che l'oscillazione risedeva soltanto nell'ombrello, e che era affatto indipendente dalla borsa, e dai tentacoli grandi e piccioli; conciossiacchè recise interamente tutte queste parti, l'oscillazione proseguiva ne più ne meno. Vedeva inoltre che quantunque ella si manifestasse per tutta l'ampiezza dell'ombrello, buona parte però di esso si moveva per consenso.

I seguenti tentativi me lo mostrarono chiaramente. Con sezion trasversale e parallela ai lembi io levava verso le parti superiori un pezzo circolare di ombrello del diametro d'un pollice. Quel pezzo più non oscillava, e rendevasi sordo a qualunque stimolo. All'incontro l'oscillazione si aveva, e a lungo seguitava nel rimanente dell'ombrello. Questo rimanente lo sminuiva di più, col recidere trasversalmente dall'ombrello una novella circolare porzione. Neppure in [p. 210 modifica]questa porzione si manifestava alcun segno di oscillazione, intanto che essa continuava in quel residuo di ombrello. Con novelle recisioni venni in fine a scoprire la sede, e l'origine dell'oscillazione nelle meduse. Di sopra ho ragionato di un tessuto sottilmente musculoso, che dai lembi dell'ombrello s'inoltra per un dato spazio su l'interno delle sue spareti. Espiato alla lente si trova composto di un immenso numero di sottilissime fibre carnose trasversali, fra se parallele, e sommamente aderenti alla sostanza gelatinosa dell'ombrello. Dall'agire di cotai fibre trasversali e dal loro rilassarsi dipende tutto il giuoco della oscillazione. Ogni qualvolta dunque elleno si accorciano, la porzione dell'ombrello, alla quale sono attaccate, è stretta a restrignersi, il che non può accadere senza che il restante dell'ombrello vada soggetto a restrignimento. Quindi si ha la sistole nella medusa. Dal che intendiamo anche la diastole, nata dal rilassamento delle medesime fibre. Finchè adunque priva l'ombrello di una porzione, dove non esistono le fibrille musculose, in esso l'oscillazione sarà nulla: non così [p. 211 modifica]ove vada unito ad una porzione delle medesime, siccome l'esperienza, e l'osservazione me ne hanno ammonito. Levato di fatti un anello di medusa senza le fibre carnose, e a maggiore chiarezza e precisione del tentativo, postolo in asciutto su di una tavola, non era mai che oscillasse; ma oscillava bene, e per lungo intervallo, ove esso partecipasse attorno attorno di un giro di queste fibre. Se poi su la tavola stessa veniva collocato il solo anello, che dà ricetto a tali fibre, il quale nelle maggiori meduse ha di larghezza oltre un pollice, curioso era il vedere, come ad ogni sistole diveniva considerabilmente più angusto.

Da questi cimenti ne nacquero altri, che sarà bene accennarli. Tagliava per traverso in più pezzi l'anello dell'ombrello fornito di fibre musculari. Ciò non pertanto ogni pezzo oscillava. E quì maravigliosamente appariva il giuoco delle fibre in azione. Adunque esse di tanto in tanto improvvisamente si facevan più brevi, e allora il pezzo, diveniva più corto, e più grosso. Un momento appresso ritornavano alla primiera [p. 212 modifica]lunghezza, e assottigliatosi il pezzo, faceva altrettanto. Tai movimenti ne' pezzi recisi emulano bellamente quelli di un verme, che strisciando si allunga e assottiglia, indi si accorcia, ed ingrossa.

Levava con delicatissime mollette il musculoso tessuto ad una porzione di anello. Di presente in lei venia meno ogni oscillazione. Succedeva quasi lo stesso, se ne tagliava solamente in più luoghi le fibre.

Da questi esperimenti evidentemente raccolsi, primo che la sede della oscillazione è riposta nel sopra descritto musculoso tessuto: secondo che la parte gelatinosa dell'ombrello oscilla per la immediata comunicazione, che ha nelle parti inferiori con questo tessuto: terzo che l'oscillazione non vien meno, ancorchè le meduse dall'elemento nativo si trasferiscano in terra. Per ore 24. le meduse più grosse poste in luogo asciutto, non lasciano di oscillare, malgrado il sofferto scioglimento, per cui ritengono appena un terzo del loro volume. Solamente verso la fine di questo tempo l'oscillazione diviene picciola lenta interrotta. E quando anche la crediamo [p. 213 modifica]affatto mancata, non lascia sovente di risvegliarsi per lo stropiccio e per le punture fatte al tessuto musculoso dell'ombrello. Che anzi reciso l'anello gelatinoso della medusa, al quale è strettamente attaccato questo tessuto, e fattone in brani l'anello, ogni brano con tali artificj ripiglia per qualche tempo l'oscillazione. A far breve, questa allora soltanto finisce, quando quell'aggregato di fibrette trasversali o per mancanza di umidità si secca, o per soverchio di questa si corrompe, e si sface.

Tanta pertinacia di movimento nelle meduse moribonde, e nelle meduse a bocconi recise, sembrerebbe una incontrastabile pruova, che il medesimo è indipendente dalla volontà dell'animale, come lo è il ritmo del cuore in una rana, in una testuggine, in una serpe, ove strappato sia dal torace di simili amfibj. Pure non ardirei assolutamente affermarlo. Parecchie volte osservava in qualche basso fondo del Canal di Messina le nuotanti meduse. Taluna dopo l'essersi col mezzo della oscillazione sostenuta per qualche tempo a fior d'acqua, lasciato di oscillare, soavemente [p. 214 modifica]calava al fondo, tiratavi dal proprio peso. Quivi restava immobile un quarto d'ora, mezz'ora, ed anche più. Poi ripigliata l'oscillazione, si vedeva a poco a poco ascendere, e restituirsi alla superficie dell'acqua. Tale altra medusa, se la profondità a forma d'esempio stata fosse di quattro piedi, si sarebbe immersa fino a due, poi insorta la oscillazione, novellamente tornava a galla. La cessazione di questo moto, e la repristinazione di esso nelle addotte circostanze, non par che dipendano dall'arbitrio delle meduse? Lascio tuttavia all'illuminato Lettore il farne giudizio, a me bastando su tal proposito la schietta e fedele narrazione dei fatti.

Non voglio preterire un movimento d'altra natura, che si osserva ne' maggiori tentacoli, e nei lunghi e sottili corpicciuoli intestiniformi. E per conto dei primi, possiam dire che cotal moto si scorge meglio, ove siano staccati dall'animale, che allora quando fanno un tutto con lui. Se adunque rasente la concavità dell'ombrello, alla quale si attaccano, vengan recisi, e pongansi su la palma della mano, scorgesi in loro un [p. 215 modifica]lieve divincolamento che rendesi anche più sensibile nelle membranose loro appendici, e che persevera in esse, quantunque dai tentacoli staccate. Ma cotal moto in breve finisce, non ostante che questi corpi sieno tratti dalle più vivaci meduse.

Più durevole, ed anche più forte si è il movimento dei corpicelli intestiniformi, che detto abbiamo formare come quattro matassine, le quali son poste presso ai fori laterali dell'ombrello. Se adunque o si lascino in luogo, o si levino dall'animale, e si stendano su qualche piano, o dentro l'acqua marina, presentano que' fenomeni stessi, che con piacere osserviamo negl'intestini, a cagion d'esempio d'un cane, se da lui tuttora vivo si strappino, e si osservino. Sappiamo che per qualche tempo non cessano di mostrare il moto peristaltico, per cui a guisa di vermi, o di onda placida ora in un sito, or nell'altro vanno e ritornano. Sappiamo inoltre che cessato ogni movimento, per poco si risveglia (almeno per un dato tempo) mediante gli stimoli. Simili moti ho scoperti nei sopra descritti intestiniformi [p. 216 modifica]corpicini, i quali avendo io ritrovati internamente concavi, e contenere nella loro cavità una liquidissima dilicata materia, non esiterei molto a crederli veraci intestini. D'altronde la composizione delle loro tonache, come pur quella de' tracheiformi tubetti è d'indole diversa dal rimanente del corpo. Almeno allorchè questo per lo scioglimento è massimamente consunto, quel doppio genere di piccioli tubi conservasi intiero; anzi negl'intestiniformi il movimento vermicolare sussiste ancora.

Dopo l'avere ragionato dell'organismo, e dei moti appartenenti alle nostre meduse, dobbiamo farci a descrivere la singolare proprietà che hanno di esser fosforiche. Il qual fenomeno forma il primario oggetto del presente discorso. Se adunque a notte incominciata su di un basso legnetto entreremo nello Stretto di Messina, recandoci ne' luoghi preso terra, dove l'acque sono in piena calma, le meduse, che quivi sogliono essere più frequenti, manifestano un principio di luce, che crescendo le tenebre acquista intensità, ed ampiezza, rappresentando ogni medusa una fiaccola [p. 217 modifica]vivace, che si dà a vedere a qualche cento passi all'intorno, ed accostandoci a lei, quel brillante fosforo lascia discernere la forma del suo corpo. Cotal lume, ove il vespertino crepuscolo sia estinto è di un bianco vivace, che ferisce l'occhio, quando anche l'animale a 35. piedi giaccia sott'acqua. Siccome egli oscillando si trasferisce da luogo a luogo, così il lume è errante, ed è più forte nella sistole, che nella diastole. Talvolta per un quarto d'ora, per mezz'ora, e di vantaggio, è continuato, ma qualche altra improvvisamente si estingue, senza più ricomparire, se non se dopo un trascorso intervallo. Questa interruzione di lume mi indusse a sospettare, che esso dipendesse dalla oscillazione delle meduse, la quale per qualche tempo rimanendo sospesa, sospendesse pure ogni fosforeggiamento. Così sappiamo essere interrotto il picciol fosforo delle terrestri volanti lucciolette, il quale ad ogni vibrazione del corpo si accende, e nei movimenti di quiete si spegne. Somigliante alternazione è stata da me scoperta nelle lucciole marine. Ma dentro al canale di Messina non era sì facile [p. 218 modifica]l'avverare, o il distruggere le mie sospizioni. Avvisai adunque di esaminar le meduse ne' vasi pieni d'acqua marina, dove più giorni restan vivaci, quando questa frequentemente si rinovelli, e la capacità de' vasi sia grande[1]. Quì il fosforeggiamento per nulla essendo inferiore a quello che in mare si osserva, potei perspicuamente vedere, che fino a quando le meduse non interrottamente oscillano, esso è continuo, e solamente più acceso nella sistole, che nella diastole, siccome osservato aveva sul mare. Ma venendo meno o del tutto, o per intervalli l'oscillazione, il fosforo indebolisce si fattamente, che da occhi men cauti si giudicherebbe spento interamente. Posso io stesso addurne la seguente pruova. Nella stanza dove io dormiva nel mio Albergo in Messina, esistevano da più giorni in alcune secchie piene d'acqua di mare molte meduse. Dimenticato avendo di fare cangiar l'acqua in una secchia, le meduse rinchiusevi [p. 219 modifica]sofferto avevano moltissimo, nè più oscillavano quando le visitai; lo che fu una sera poco appresso il tramonto del sole. Il fosforo allora più non appariva, se non quando maneggiando le meduse, le faceva per un po' di tempo oscillare. Per tre ore seguite di quella notte io restai nella medesima stanza, sedente al tavolino per notare le cose osservate nella scorsa giornata; ed in quel tempo corso essendo due volte con l'occhio sulla secchia, la trovai pienamente oscura, nonostante che in altra camera fosse stato trasferito il lume della candela. Pure levato essendomi innanzi giorno, e nella oscurità appressatomi alla secchia, che giaceva in un angolo della stanza, non lasciavano le moribonde meduse di tramandare una pallida sì, ma patentissima luce, della quale mi accorsi innanzi di farmi sopra al vaso, abbenchè elleno fossero abbandonate ad una intiera quiete.

Era facile il ripetere l'esperimento in altre meduse, ed era importante il farlo; e l'esito di eguale successo fu coronato. Dirò inoltre, che non cessano affatto di risplendere, se non quando dopo morte cominciano a imputridire. [p. 220 modifica]Raccolsi adunque che il fosforeggiamento in questi animali non possiam dire che abbiasi interpolatamente, voglio dire quando oscillano, ma che nelle oscillazioni è massimamente più grande e più vivace, rimanendo però negl'intervalli di quiete un debil lume, che non può essere avvertito, che avendo gli occhi purgati dalla luce de' circostanti oggetti, come conceduto mi era, quando appresso l'avere dormito in una stanza tenebrosa, passava prima del punger dell'alba a questo genere di osservazioni. E cotal pratica, imparata dall'esperienza, emmi stata fruttuosissima in più altri tentativi sul fosforeggiare delle meduse, i quali in seguito riferirò.

Che se invece di affidar le meduse all'acqua nativa, si lascino in secco, il lume continua a manifestarsi assai chiaro, finchè persevera l'oscillazione, cioè a dire per non breve durata, decrescendo però insensibilmente in ragione della diminuzione di cotal moto; il che succede egualmente dentro de' vasi. E quì pure quella specie di barlume negl'intervalli all'oscillazione frapposti languidamente l'occhio ferisce. [p. 221 modifica]

Ma sul proposito delle meduse poste in asciutto mi si è offerto un fatto, che per la qualche stranezza sua giudicato avrei accidentale, se per replicate prove tornato non fosse l'istesso. Giaceva da 22. ore su d'un bianco foglio di carta una medusa, che cessato aveva di vivere, e che anzi per la maggior parte si era sciolta in liquame. Ogni traccia luminosa in lei era smarrita. Trovandomi avere sulla tavola un bicchiere pieno d'acqua puteale, quasi senza riflettervi ve la cacciai dentro, e subito calò al fondo, dove rimase immobile: ma con mia sorpresa immantinente si fece splendida, e tale ne fu lo splendore, ch'io legger poteva i grossi caratteri. L'acqua altresì divenuta era chiarissima, ed immersovi un dito, lo vedeva con la maggior distinzione. Pensato avendo che altrettanto, e forse meglio avvenir dovesse nell'acqua del mare, lo empiei di questa, versata via quella di pozzo. Sull'istante ogni luccicamento disparve. Alla salsugginosa surrogai di nuovo la dolce, e ricomparì bellissimo il fosforo.

Analogo a questo fenomeno, di che non saprei render ragione, fu il [p. 222 modifica]seguente. Un altra medusa già morta, e che da qualche tempo più non si scorgeva splendente, trovavasi in secco su d'una finestra delle mie stanze nell'ore notturne. Sopraggiunta allora una pioggia leggiera, ogni goccioletta, che cadeva su lei si trasmutava in un brillante lumicino, e in pochissimo d'ora ne rimase tutta vagamente vestita, ed ornata. Lo che non accadeva punto, imitando io la pioggia con ispruzzoli d'acqua marina.

Fin quì quasi sempre considerata abbiamo la luce delle meduse, quale si offre da se. Ora gettiam lo sguardo su quella, che fa nascer l'arte. Dico adunque che la commozione delle loro parti non solo è atta ad accrescerne il lume, ma ad accenderlo, ove apparentemente spento ne sia. Faccendole passare dal mare ai vasi, brillantissimo ne è il fosforeggiamento: tuttavolta cresce d'intensità, se prese fra le dita si agitino dentro all'acqua, o veramente se il loro corpo senta lo stropiccio della mano. Similmente se pel lungo soggiornare dentro a' vasi ne infievolisca la luce, questa rinvigorisce per la fregagione. Ed il simile succede in asciutto. Ove poi [p. 223 modifica]perduta siasi ogni apparenza di luce, co' mentovati artificj si riacquista subitamente. Questi accrescimenti però e questi risorgimenti di fosforeggiamento sono passeggieri, estendendosi poco più in là del tempo, in che da noi agitate vengono le meduse. Inoltre il ricomparire del lume non ha luogo se non quando l'animale conserva qualche interezza nelle parti; altrimenti l'opera della mano, o di qualunque altro corpo torna frustranea.

Ma trattando dentro all'acqua le meduse, passa in lei questa proprietà del fosforeggiare; il che per altro si verifica ancora lasciandovele dentro immerse: e l'esperimento succede viemmeglio nell'acqua dolce, che nella salata, veduto avendo che in eguaglianza di cose il chiarore della prima è quasi doppio di quello della seconda. Adunque con le nostre meduse possiam creare fosfori artificiali.

Emmi piaciuto di eccitarne alcuni con l'acqua di pozzo, siccome ai medesimi più accomodata, e di provare con essi alcuni curiosi tentativi. In tredici once di quest'acqua posta in un bicchiere di cristallo furono da me [p. 224 modifica]spremute due grosse meduse, pescate allora dal mare. L'acqua si fece torbidiccia, ma insieme talmente splendida, che illumiava assai bene una stanza. Ma il fosforo non fu di molta durata. Dopo 22. minuti cominciò ad ecclissarsi, e scorsa un ora e mezzo finì. Quì però l'agitazione fu valevole a restituirlo, come detto abbiamo che fatto lo aveva nelle meduse apparentemente non più fosforiche. Se adunque con un bastoncello, od anco con le dita commoveva l'acqua del bicchiere, lo splendore ricompariva, sempre tuttavia minore in proporzione del tempo trascorso. Vidi però, che quanto più l'agitamento dell'acqua era gagliardo, tanto più intenso brillava il fosforo. Il quale per altro cessata l'agitazione era poco più che momentaneo, nella guisa a un di presso che si è detto delle meduse.

Sebbene quando l'acqua per la commozione delle sue parti non è più atta a fosforeggiare, può divenirlo mediante il calorico. Quando mi esercitava in queste sperienze la temperatura era tra il grado 21. e 24. del termometro reaumuriano. Se adunque dentro a questi gradi [p. 225 modifica]l'acqua ne' bicchieri, quantunque sommamente commossa, più non desse luce, la ripigliava però nel 30.mo, e rendevasi anche più vivida in una più alta temperatura, purchè non fosse troppo forte, giacchè allora del tutto estinguevasi.

Oltre l'acqua sperimentai altri liquori, e taluno che creduto avrei inetto ad imbeversi del lume delle meduse, lo scopersi opportunissimo. Tale si fu l'orina umana, che per l'intensità, e per la durata del fosforeggiare non fu inferiore all'acqua dolce. Ma nessun fluido si portò meglio del latte. Questo era vaccino. Una sola medusa adunque, e questa di mezzana grandezza, brancicata dentro a 27. once di cotesto latte, lo rese tanto risplendente, che a 3. piedi si potevano leggere i caratteri d'una lettera. La durazione di questo fosforo fu anche maggiore di quella dell'acqua. Dopo undici ore, da che ve lo aveva instillato dentro, conservava qualche lucidezza. Ed ove questa veniva tolta, l'agitazione del latte la restituiva, come pure il calorico, quando l'agitazione a tale effetto era divenuta impotente. [p. 226 modifica]

Ripetuta nel medesimo latte l'esperienza, lo versai dal bicchiere, e lo lasciai cadere sul pavimento della stanza, ansioso di vederne le conseguenze. Quando era in aria formava una specie di cataratta bianchissima, e splendentissima, e quando toccava il suolo, creavasi improvvisamente un laghetto di luce, eziandio più forte, ma che pochi stanti dopo ecclissava, e fattasi sempre più pallida e smorta, a capo di cinque minuti o in quel torno del tutto finiva.

Se la mano venga immersa nel latte fosforeggiante, indi ne sia estratta, si dà a vedere nobilmente inargentata, quantunque tal colore prestamente svanisca, ma tosto anche ritorna, sebbene momentaneamente, o stropicciando la mano, o scaldandola. E cotal luce oltre le carni si appicca egualmente ai pannolini, come io l'osservava in uno sciugamani, che con un suo lembo toccato aveva il latte luminoso. E il ricomparire del lume già spento torna quì lo stesso o col fregamento o coll'accresciuto calorico de' pannolini.

Quando m'interteneva in queste fisiche curiosità, mi avvidi quanto una [p. 227 modifica]forte percossa del latte contro di un duro ostacolo sia valevole a far rinascere in lui il fosforeggiamento perduto. Quel latte che al più forte scuotimento dentro a' vasi si mostra refrattario a dar luce, se si lasci cadere sul pavimento, in quel che lo percuote, si fa risplendente; e più vivace ne è il lume, se più violento ne sia l'urto. Così nell'ore notturne se versava cotal liquido da un alta finestra, finchè rimaneva in aria, non lasciava discernere alcun chiarore, ma nel ferire la terra, brillava di vivacissima luce, che in breve però si facea morticcia, e dispariva.

I fenomeni fin quì ricordati non competono però al latte esclusivamente ad altri liquori. L'acqua, nominatamente la dolce, li manifesta, ma il latte nella vivezza, e nella tenacità del fosforo è preferibile a tutti.

Ma un rilevante problema richiedeva da me ogni possibile attenzione per tentare di scioglierlo. Il fosforo nelle nostre meduse si estende egli a tutto il corpo, o ad alcune parti soltanto? Lo scioglimento non poteva ottenerlo da esse, allorchè nuotan nel mare. Oltre che [p. 228 modifica]i tentacoli per giacer sottovia, rimangono allora in parte coperti dall'ombrello, l'agitazione spontanea delle meduse, e quella che suole avere il mare, null'altro mi lasciavan discernere che un globo di luce. Mi restava dunque a far queste indagini su le meduse nell'acqua de' vasi, che procurai che fosser di vetro, potendo così veder tutto il corpo, quando l'animale brilla all'oscuro. Sebbene da prima non mi fu dato l'avere quelle precise contezze ch'io andava cercando. Tratta del mare una medusa, e posta vivacissima ed oscillante in un vaso ripieno di fresc'acqua marina, pareva che tutta quanta fosse luminosa. Solamente la luce era più viva ai tentacoli grandi, e ai lembi dell'ombrello. Io restava però dubbioso se la minor vivezza nell'altre parti fosse una derivazione della maggiore, oppure se ivi risedesse più debole. Lasciai che finisse l'oscillazione per la vicina morte dell'animale. Detto abbiam già che anche allora qualche luce si rende sensibile, purchè gli occhi nostri rimanendo a lungo nelle tenebre purgati vengano da ogni lume degli oggetti esteriori. Quì cominciai ad avere [p. 229 modifica]dei rischiaramenti. In quella total quiete della medusa lucevano debolmente i lembi dell'ombrello, non le altre parti di esso: e men debolmente lucevano i maggiori tentacoli. Avvisai adunque che in queste parti fosse la vera sede del fosforo: e i fatti che or passo a raccontare mi mostrarono di non aver preso sbaglio. Se con forbice affilata a meduse allora pescate si recida attorno l'ombrello, e si separi da' lembi suoi, i quali allora vengano a formare un anello, che abbia di larghezza cinque o sei linee, e se su questo anello passi il dito, di presente fosforeggia nella parte dove è toccato. Similmente se l'anello venga in pezzetti tagliato, ogni pezzetto in toccandolo manda luce, e seguita a farlo per un tempo non tanto breve. Per l'opposito il rimanente dell'ombrello spogliato dei tentacoli, e dell'altre sue appartenenze, quantunque di estensione incomparabilmente maggiore di quella dell'anello, rimane totalmente oscuro, per quanto si stropicci, si comprima, si tagli, o in qualunque altro modo si tormenti. [p. 230 modifica]

Ma tutto quel tratto dell'anello che fosforeggia, è vestito internamente di un tessuto musculoso, di cui abbiam già più sopra ragionato. Sarebbe mai questo l'autore del fosforo, o almeno concorrerebbe comunque a produrlo? Ho scoperto che nò, poichè staccatolo interamente, il fosforeggiamento si aveva come prima: ed ho altresì trovato dipender quella luce da un umore densetto, e tanto o quanto attaccaticcio, che bagna e spalma il fondo dell'ombrello: il che viemmeglio vedrem quinci a poco.

Ma non evvi parte che faccia di se mostra più vaga e più appariscente di cotal luce, come i tentacoli più grandi. Se questi adunque o separatamente, o insieme uniti si prendano fra l'indice, e il pollice, e le due dita li scorrano da cima a fondo, generasi un vivacissimo solco di luce che dura alcuni secondi; e l'esperimento medesimamente succede ove dall'animale staccati sieno i tentacoli. E possiam ripeterlo con buon successo le otto, le dieci, ed anche le dodici volte, purchè altrettante si rinnovelli il fregamento delle dita, col divario però che la luce si fa sempre [p. 231 modifica]minore. E manifestissima ne è la ragione. Quì, come ai lembi dell'ombrello, il fosforo ha la sua sede in quell'umore alquanto denso e vischioso. Dal replicato fregare i tentacoli viene portato via dalle dita, alle quali si attacca. E da ultimo del tutto vien meno ogni luce. Altrettanto si avvera nei nominati lembi, e nella borsa attaccata all'interno superiore dell'ombrello, giacchè ella pure, toccata che sia, fosforeggia alquanto; nè questa tampoco lascia d'essere superficialmente bagnata da quel viscido umore. Per i molti e variati miei tentativi non ho saputo trovare altre parti in questi molluschi, che dotate sieno di tale luminosa qualità. Queste adunque si riducono a tre; i tentacoli più grandi, che primeggiano nel fosforeggiare; a questi tengon dietro i lembi dell'ombrello, ed in fine la più scarsa luce si osserva nella borsa comunicante con quell'apertura dell'ombrello, che è forse la bocca dell'animale. E questi fosforeggiamenti si ottengon del pari dentro l'acqua marina, che fuori, brillano poi più nella salsugginosa. [p. 232 modifica]

Che poi detto umore, per quanto agli occhi nostri apparisce, sia l'artefice del lume nelle nostre meduse, si rende chiarissimo dai seguenti fatti. Se il pollice, e l'indice nell'ore notturne toccava or l'una or l'altra delle tre parti indicate, ma in ispezieltà i maggiori tentacoli, vi si attaccava una porzione di detto umore, e allora vivamente fosforeggiavan le dita. Se la mano raccolta in se stessa afferrava le radici dei suddetti tentacoli, e giù ne scendeva fin dove finiscono, l'intera palma rendevasi brillantissima ed insieme vischiosa. E se replicava il medesimo giuoco, ricompariva su la mano il fosforo, finchè quelle parti ritenevano qualche porzioncella di siffatta appiccaticcia sostanza, ed ove spogliate se n'erano interamente, più non davan luce di sorta. Per l'opposito palpando io il rimanente del corpo di questi animali, non più l'umore mi si attaccava alle dita, e queste rimanevano oscure. Se poi con un coltello raschiava detto umore, e lo faceva cadere in un bicchiere pieno d'acqua o di latte, con le dita, o una spatola ve lo stemperava dentro, i due fluidi divenivan [p. 233 modifica]fosforici. Il che non accadeva, incorporando ad essi il sugo espresso da altre parti delle meduse. Quì adunque conobbi che quando si spreme il corpo d'una medusa in qualche liquido, non è già ogni sostanza di essa, che gli comunica lo splendore, ma quella solamente di che abbiam parlato, che risiede nei tentacoli grandi, nella borsa, e nei lembi dell'ombrello. Perchè poi dotato egli sia della facoltà fosforica, gli è d'uopo che sia recente, o tolto almeno da meduse, che di poco cessato abbian di vivere. Altrimenti come è inetto ad ornarle di luce, lo è del pari a comunicarla ad altri corpi.

E quì noteremo in passando un divario rilevantissimo tra le presenti meduse, ed altre assai prima da me osservate in altri mari. Queste ultime, vivendo o morte di fresco, non sono punto fosforiche; lo diventan soltanto, allorchè infradiciano e impuzzoliscono. Quelle per contrario di che or ragioniamo, producono, siccome abbiam veduto, effetti opposti.

Per le osservazioni, e sperienze sparse in questo Capitolo si raccoglie [p. 234 modifica]bastantemente che il liquor generato dal disfacimento delle meduse, è diverso da quello del fosforo, giacchè il primo si estende, e s'interna per l'intiero corpo della medusa, e il secondo ha la sua sede in tre soli luoghi. Tuttavolta gioverà avvalorare questa pruova per i due seguenti brevissimi fatti. Spremuto dai maggiori tentacoli il sugo appiccaticcio, cessa ogni lume, come si è detto, senza che cessi però di gemer da essi novello liquore, che anzi seguita ad uscirne fino all'intiera loro dissoluzione. Di più recisi per lo traverso i medesimi ad una fresca medusa, e per conseguenza brillantissima, il piano del taglio rimane tenebroso, non ostante che da esso venga fuori abbondante liquore: e il lume splende soltanto superficialmente, cioè a dire dove risiede l'umor fosforico. Sono adunque due sostanze diverse. E di vero non ostante che per la mancanza di mezzi io non potessi analizzarle chimicamente, il solo senso del gusto basta a deciderne fondatamente. Il liquamento in che si risolvon le meduse fosforiche è notabilmente salso, e la salsedine come abbiam veduto, si ha in grazia del muriato di [p. 235 modifica]soda, di cui esso abbonda. Non è dunque a stupire, se non sia incomodo all'organo del gusto siccome ho sperimentato in me stesso. Ma lo è bensì moltissimo il liquido fosforico, che riesce anche molesto alle parti delicate della cute, se inavvedutamente giunga a toccarle. Due fiate la curiosità mi ha tentato a gustarlo con la punta della lingua. Il senso in me cagionato è stato quello di un urente bruciore, che ha durato più d'un giorno. Simile affezione, ma grandemente più dolorosa, l'ho a mal tempo in un occhio provata, per una goccia di esso casualmente sopra cadutavi. Il rovescio medesimo della mano ne sofferiva sempre alcun poco, se a lungo toccava questi animali.

Non vogliamo però pretermettere, che l'eccitamento di questo molesto prurito non è ristretto a questo umore fosforico, sofferto avendolo ancora da meduse non fosforiche esaminate al Golfo della Spezia, come noto in un mio Prodromo stampato nella Società Italiana. Quindi intendiamo che Aristotile, e Plinio non avevano il torto di chiamare ortiche cosiffatti molluschi, quantunque [p. 236 modifica]d'altronde sia fermo, che alcune specie di tal genere sono affatto innocenti, come le esaminate dall'illustre Reaumur alle coste del Poitu, e le sperimentate da me nel Bosforo Tracio, e altrove.

A compimento della storia di questi animali poche cose mi restan da aggiungere. Faceva queste mie osservazioni di ottobre. Allora lo Stretto di Messina ne era abbondantissimo, singolarmente in vicinanza del Lazaretto, dove l'acqua era tranquilla. I siti del mare che sono in calma sono i più favoriti per loro; certa cosa è almeno, che per quanto oscillino le meduse, non possono tener forte contra l'onde agitate, per cui vengon cacciate alla spiaggia, come ho veduto in altre parti del nominato canale. A Messina si chiamano bromi e da que' marinai vengo accertato che ivi si trovano in ogni stagione. Ne marittimi miei viaggi attorno all'Isole Eolie, non ne ho veduto che due in tempo di notte nel Canale di Vulcano, scoperto avendole dal loro fosforo, e le trovai essere della medesima specie delle già descritte. A Lipari sono notissime, e con viva [p. 237 modifica]espressione candellieri di mare si appellano.

Una volta nel nominato Stretto ne osservai una, che per via di quell'umor viscido aveva un pesciolino attaccato ai tentacoli, e i pescatori mi attestano che simil cosa si vede non infrequentemente. Opinerei pertanto che tai minuti viventi, e forse altri analoghi servissero alle meduse di cibo, e quindi che i tentacoli fossero come una rete per impigliarli col loro visco, quantunque sieno destinati a qualche altro uso, come quello di dar luce. Questa veggo pure essere stata l'opinione di Plinio.

Ho qualche sospetto che tai molluschi sieno ermafroditi, in quanto che ogni individuo abile sia a propagare la specie senza l'altrui commercio, come si osserva in assaissimi altri viventi di mare nella classe de' vermi. Lo congetturo non già per non averne mai vedute due insieme accoppiate, ma per aver trovata medesimezza di organismo in tutte quante le esplorate da me, che ascendono a più centinaja. La somma trasparenza de' loro corpi mi offeriva l'opportunità di poterne mirare l'interno, e [p. 238 modifica]cercare se nascan da uova, o da feti; ma nulla di sicuro emmi riuscito di apprendere. Solamente in taluna delle grandi mi sono appariti a pochissima distanza dai tubetti tracheiformi dei numerosi aggregati di palline, che non ho mai vedute nelle picciole meduse; ed in altre più corpulente queste palline mi si sono offerte maggiori, il qual fenomeno mi ha fatto correr per l'animo, se peravventura que' corpicciuoli fossero uova; ma la necessità di dovere partir da Messina, lasciò mio mal grado questa importante ricerca indecisa.

Questa novella specie di medusa potrebbe nomenclarsi così. Medusa phosphorea orbicularis convexiuscula, margine fimbriato, subtus quinque cavitatibus, tentaculis quatuor crassioribus centralibus, octo tenuioribus lateralibus longioribus.

Giacchè fin quì ho ragionato della luce che manda fuori un marino animale, voglio chiudere il Capitolo col dire una parola di un altro, quanto più picciolo, tanto più numeroso. Parlo delle lucciolette marine. Il primo a scoprirne una specie è troppo noto che fu il [p. 239 modifica]Signor Vianelli di Chiozza, il quale fece vedere che lo splendore che nelle notti più oscure vagamente illumina la veneta Laguna, massimamente se da gondolette, da remi, o da qualunque altro corpo venga percossa, deriva da cotali minuti viventi immensamente moltiplicati in quel luogo.

Simil fulgore provegnente dal medesimo, o da analogo principio animato ho trovato che estendesi ancora al Mediterraneo, nel tratto almeno che corrisponde alla Riviera di levante di Genova, dove oltre alla lucciola del Vianelli ne ho scoperto cinque nuove specie (Società Italiana T. II. P. II.).

Il mare che circonda le Isole di Lipari non mi mostrò cotal fosforo vivente. Non così quello della Sicilia. Da Lipari andando a Messina, e a Catania, indi restituendomi a Lipari, tre volte mi convenne pernottare in barca sul mare. Erano cotesti siti di poco fondo, e questo fondo abbondava in alghe. Queste piante nell'oscurità della notte mandavano all'occhio mio degl'improvvisi e sottili lampeggiamenti, che crescevan di numero, e si facean più vivaci [p. 240 modifica]all'agitarle ch'io faceva con la punta d'un remo, e però mi fecer credere che ricettassero lucciole marine. Avendone in effetto da que' fondi estratte alcune ciocche, ve le trovai attaccate e brillanti. Per poterle poi agiatamente esaminare, portai meco a Messina, e a Lipari le ciocche d'alga dentro ad un vaso pieno d'acqua di mare. In due maniere, chiuso essendomi in una stanza acciecata, staccava dall'alga le lucciolette: o prendendole dolcemente con la punta delle dita, giacchè il loro lume mi ammoniva del sito preciso in cui erano; ovvero scuotendo dentro all'acqua le foglie di detta pianta, posto prima un pannolino nel fondo del vaso, giacchè nello scuotimento parecchie si distaccavano, e andavano a cadere sul panno, per essere specificamente più grevi dell'acqua marina. Allora quel panno si vedeva come ingemmato di punti luccicanti, che erano le lucciolette, di che andava in cerca. Espiate poscia a dovere sotto la lente, ne rinvenni di due specie. Siccome però non differiscon da quelle del Mediterraneo ligustico, io mi riserbo a descriverle in altra Opera, che concernerà il mio [p. 241 modifica]Viaggio di Costantinopoli, al quale andranno unite le mie osservazioni fatte sul Mediterraneo, e su l'Adriatico. Intanto dalle riferite osservazioni conchiudo, non essere la sola laguna di Venezia albergatrice di questi minutissimi viventi fosforici, ma sì ancora il mare Ligustico, e quello della Sicilia; e per dirlo innanzi tratto, eziandio l'Arcipelago, il Mare di Marmora, lo Stretto di Costantinopoli, e il Mar Nero, come apparirà dal mentovato mio Viaggio.

  1. Questa sperienza, e l'altre seguenti sui fosfori delle meduse sono quasi sempre state instituite nella oscurità della notte.