Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXI
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CAPITOLO XXXI.
pescagione nel medesimo stretto dei
così chiamati cani di mare.
Sono specie diverse di Squali. Pericolosa tal pesca a cagione degli squali grossissimi, che alcuna volta tragettano quel Canale, quali sono sopra ogni altro i formidabili squali carcaria. Brutti esempli che questi ultimi hanno dato contro gli uomini dentro al Porto istesso di Messina. Esempli egualmente funesti in più altre parti del Mediterraneo. Squarcio enorme di bocca nei maggiori carcaria, attissimo ad inghiottire uomini intieri. Ritrovati qualche volta tali dentro ai loro stomachi. Spoglia d'un grosso squalo venuta all'Autore dello Stretto di Messina dopo il suo ritorno in Lombardia. Suoi caratteri presi dall'abito esteriore del corpo. Più ordini di denti, e loro configurazione. Questi caratteri quadrano in parte, ma non in tutto con quelli dello Squallus maximus descritto dai Naturalisti, quindi si pende a credere che queste pesce sia una specie diversa, e da altri non descritta. Osservabili somiglianze fra la posizione de' suoi denti, e quella che hanno i denti dello squalo carcaria. Opinione dello Stenone che moltissimi denti nei cani carcaria, sono di nessun uso, dimostrata falsa dall'Herissant. Osservazioni dell'Autore che confermano questa fisica verità. Grandezza dei carcaria d'una volta considerabilmente maggiore di quella dei carcaria che si prendono a' nostri dì, comprovata dal confronto fra i denti fossili dei primi, e i denti naturali dei secondi. Ossa fossili in animali d'altri generi, paragonate alle naturali, atte a mostrare in questi la medesima sproporzione. Qualche cangiamento nella configurazione dei denti de' cani carcaria, e accrescimento di numero, crescendo d'età questi pesci. Denti di riserva chiusi nelle loro mandibole, i quali sottentrano a quelli che naturalmente, o per violenza vengono a mancare. Di tale vantaggio non gode il descritto squalo messinese, malgrado l’essere le circostanze de’ suoi denti appuntino le medesime che nei pesci carcaria. Singolarissima struttura dei denti in altra specie di squalo, e sua prodigiosa apertura di bocca. Neppure in questo esistono i denti di riserva, come nei cani carcaria, nonostante che paja credibilissimo che dovesse averli. Apparente inutilità di più ordini di denti in questo pesce, e nel messinese, per restar sepolti sotto la carne fungosa delle mandibole. Ulteriori esami da farsi innanzi di decidere di questa pretesa inutilità. Come l’argomento dell’analogia quando anche sembra più forte, possa indurci in errore. Ragioni di chiamar pesci i sopra enunciati squali, quantunque cotal genere riposto sia dal Linneo nella Classe degli Amfibj.
Ora passiamo a dire delle prese che quivi si fanno dei Cani di mare, che sono pesci appartenenti al genere degli Squali. Sebbene coteste prese sono accidentali, non costanti, sì per non aver eglino quivi passaggi periodici e fissi, sì per esser dura la loro carne, nè troppo buona a mangiare, sì ancora per esser pericolose coteste pescagioni, massimamente parlando dei formidabili cani carcaria. Che anzi questa specie è ardimentosa a segno, che assalisce gli uomini istessi, penetrando fin dentro il Porto di Messina, e non ha molto, come mi narravano que' popolani, che ad un pescatore quivi nuotante venne tronca di netto una coscia da uno di questi pesci, il quale poco appresso in vicinanza della Lanterna essendo stato ucciso, la conservava ancora intiera, come l'aveva inghiottita.
Questo fatto non recherà la più picciola ammirazione a chi non ignora la voracità di questi mostri marini. Nè sono rarissimi gli accidenti consimili avvenuti in qualche altra parte del Mediterraneo. Ha pochi anni che presso Nervi, e presso Chiavari della Riviera di Levante di Genova furono uccise, ed in parte divorate da questi squali due persone discese alla marina per bagnarsi. Passando per Nizza nel 1781 mi furono colà regalate le mandibole di uno di questi pesci, nel cui stomaco fu trovato un intiero fanciullo, come mi certificò tutta la Città. Conservo queste dentate mandibole, e la loro apertura è tale, che non mi lascia dubitare un momento della verità del fatto asserito. Niccolò Stenone nella sua notomia della testa di uno di questi cani preso alla distanza di alcune miglia dal Porto di Livorno, osserva che il diametro trasversale della bocca continuato da un angolo della mandibola all'altro era lungo un braccio fiorentino, e che l'altro diametro perpendicolare al primo conteneva quattro quinti di esso braccio. E però non fa punto le maraviglie che negli stomachi di questi pesci sieno stati trovati uomini intieri, sendo lo squarcio della bocca di quello osservato da lui capacissimo a riceverli (Elem. Myol.).
E in effetto oltre al fatto vicino a Nizza accaduto, ne leggiamo un altro più memorabile descrittoci dal Signor Brunnih nella sua Ichthiologia Massiliensis. Quì però gioverà riferire le stesse sue parole, venendo esse a circostanziare il racconto per modo, che malgrado l'apparente stranezza sua non possiamo ragionevolmente rivocarlo in dubbio. “Capiebatur tempore quo Massiliae fui, piscis eius speciei (squalus carcarias) 15 pedum longitudine. Major duos abhinc annos occidebatur haerens in littore urbes inter Cassidem et la Ciotat. Ventriculo tenuit duos scombros thynnos, parum laesos, hominemque integrum cum vestitu omnino intactum, omnes ut apparuit breve ante tempus devoratos. Testes oculati, inter multos alios, fuere Dominus Garnier, Secretarius Regis Galliae, qui praeclara corallii rubri fabrica urbis Cassidis pauperes sublevat multos, ut et Rev. Dominus Boyer, Parochus Urbis la Ciotat dictae; uterque eruditione simul ac fide satis pollentes”. (l. c. p. 5. 6.).
Questa ampiezza di bocca, e di gola nei cani carcaria oltre all'esser tale naturalmente, fassi anche maggiore per la grande elasticità dell'ossa mandibolari, che sono di natura cartilaginosa. Così i serpenti possono ingozzare animali più voluminosi di loro, per dilatarsi allora considerabilmente le mandibole; e una vipera manda giù un topo che sia il doppio più grosso di lei.
Quando io era a Messina non ebbi la fortuna di veder preso alcuno di questi Cani di mare. Solamente dopo il mio ritorno a Pavia l'Abbate Grano si compiacque mandarmi la spoglia di uno di qualche considerabil grossezza, ucciso nel suo Stretto, e che si accosta per alcuni caratteri allo squalus maximus del Linneo quantunque per altri caratteri essenzialmente ne differisca. Cotal pesce ch'io mi sappia non essendo stato fino ad ora da altri descritto, reputo confacente di supplire io in questa parte, fermando singolarmente la penna nel divisare i diversi ordini dei denti che ha, la loro configurazione, e rispettiva positura sul piano delle mandibole, e nel toccare altre circostanze ch'io giudico le più accomodate a fissarne i caratteri, e a confrontar questo pesce con qualche altro di specie diversa nel medesimo genere.
Il suo corpo, un pochino piatto su la schiena, se si consideri dalla punta del muso fino alla radice della coda è lungo piedi 8, pollici 9, e la sua maggiore grossezza è piedi 5, pollici 1.½. Appuntato ne è il muso, tondeggiante il capo, lo squarcio trasversale della bocca, che apresi sotto il muso, ha di diametro pollici 7.½, e quello dall’alto al basso pollici 7. La mandibola superiore è più lunga dell’inferiore: il mezzo di ambedue tondeggia, meno però quello della prima, che l’altro della seconda.
Fra la punta del muso, e gli occhi esiston due fori rozzamente rettangolari, il cui lato maggiore è orizzontale, ed è lungo linee 7, e il minore che è verticale, ne conta 3, e questi due fori passano da banda a banda la cute del pesce.
Gli occhi piuttosto grandi giacciono ai due lati del capo. Gli spiragli, che sono cinque per banda alla regione del collo, ne molto fra se approssimati, corrispondono per la grandezza alla mole dello squalo, e crescono in lunghezza a proporzione che più si accostano al capo. La pinna anteriore dorsale, che sollevasi alquanto al di sotto della metà del corpo, è lunga pollici 3, è rotonda all'estremità, e va congiunta ad un appendice lanceolata verso la coda.
Ognuna delle due pinne pettorali giace orizzontalmente; ha due piedi di lunghezza, ed uno di larghezza dove si attacca al corpo, ed ambedue hanno l'origine al di sotto immediatamente dell'ultimo spiraglio più lontano al capo.
Le pinne ventrali sono lunghe ciascheduna pollici 2., lanceolate alla cima con un appendice verso la coda. La pinna anale tondeggia all'estremità, ed è lunga pollici 2, e ritrovasi alcun poco al di sotto della regione della pinna posteriore dorsale.
La coda è biloba, o a dir meglio bicuspide, formata di due pinne in dentro lunate, e che terminano in punta. La pinna superiore ha pollici 22. . Il colore del corpo è grigio-nero, meno però nella faccia inferiore.
I denti della mandibola di sotto sono 64, lasciano però nel mezzo di lei uno spazietto vuoto, largo oltre un pollice. Formano tanti gruppi, uno separato dall'altro, e la direzione de' gruppi è trasversale dal di fuori al di dentro della mandibola. Ogni gruppo risulta da quattro ordini di denti, a riserva dei quattro, due per parte che più si avvicinano al nominato vuoto spazietto, che ne abbracciano cinque per ciascheduno. Cotesti denti, che a cagione dei gruppi separati non sono contigui, si osservan bianchissimi, un po’ curvi, con la punta più o meno piegata verso la gola. La faccia che guarda l’esteriore della bocca è appena convessa, ma più assai l’opposta; gli orli sono angolosi, e taglientissimi, non però fatti a sega, e la loro punta è acutissima. I denti più piccioli esistono alla radice della mandibola; sono lunghi linee 4, larghi 3½ alla base. Ma a mano a mano che si avvicinano al mezzo di lei, si fanno maggiori, e i più grandi hanno di lunghezza linee 15 sopra 7½ di larghezza.
Quanto narrato abbiamo dei gruppi, del numero, forma, e grandezza dei denti della mandibola inferiore, si avvera per intiero in quelli della mandibola superiore. Solamente quì non si trovano i quattro gruppi a cinque ordini di denti, contenendone ogni gruppo quattro e non più. Inoltre cotai denti sono diritti, non curvi, e se v'ha curvatura in taluno, questa è picciolissima.
Alcuni denti del primo ordine delle due mandibole sono rotti, probabilmente pei combattimenti con altri pesci, od anche nel afferrar la preda per ingojarla. Nessuno poi è dentro gli alveoli, ma sono tutti impiantati nelle mandibole dentro una carne dura e fungosa. Quì però bisogna far considerazione, che il primo ordine esce fuor della bocca, ed è quasi verticale al piano delle mandibole, ma gli altri ordini sono orizzontalmente poggiati su di esso piano con le punte verso la gola, e in tutto o in parte seppelliti nella carne fungosa, che nel preparare la spoglia di questo squalo per il Museo è stata da me levata, e i denti sollevati, perchè tutta quanta comparisse dei denti l’armatura. Aggiugnerò che in ambedue le mandibole alcuni denti dell'ordine ultimo erano alla base teneri ancora, e semicartilaginosi, e l'interior cavità era piena d'una sostanza albiccia, e tenerissima.
Per accettarci, se il pesce che i Sistematici chiamano squalo massimo, sia veramente quello che ora è stato da me descritto, converrebbe confrontare la datane descrizione con quelle che ci sono state da altri lasciate. La migliore che abbiamo si è quella del Vescovo Gunner stampata nelle Memorie dell'Accademia di Norvegia, ch’io non ho potuto vedere, ma che al dire del dottissimo Broussonet è incompletissima (Rozier an. 1785). Il Linneo si è valuto di tal descrizione in questo Cane di mare, da lui caratterizzato così: Squalus maximus dentibus caninis, pinna dorsali anteriore maiore.
Gunner.
“Habitat in oceano arctico, victitans medusis”. Gunner. “Corpus magnitudine certans cum balaenis, simillimum s. carchariae, sed absque foraminulo ante aut post oculos. Pinna ani parva paulo post regionem pinnae dorsalis posterioris”.
Ma per attestazione del Fabricio (Fauna Groënl.) questo grande animalaccio, anzi che di meduse, si nutrisce di marsuini, e d'altri piccioli cetacei, che ingolla intieri.
Giusta dunque l'esposizione linneana i caratteri dello squalo massimo sono, che ha i denti canini, la pinna anteriore dorsale maggiore della posteriore, quella dell'ano alcun poco di dietro della regione della pinna dorsale posteriore, e che è privo sì d'avanti che di dietro agli occhi del picciol foro, che ritrovasi in più squali.
Ove questi tratti caratteristici vogliansi confrontare con la descrizione che di sopra ne ho dato, li troviamo perfettamente fra se concordare, a riserva dei denti che nel nostro pesce essendo pel lungo angolosi e taglienti, dire non si possono propriamente canini, e del picciol foro al di sopra degli occhi, il quale secondo Linneo o piuttosto Grunner non esiste nello squalo massimo.
La realtà di coteste due note caratteristiche nel presente squalo potrei confermarla con l'esempio d'un altro assai minore della medesima specie preso nel mare di Marsiglia, quando nel 1781 mi ci recai espressamente per fare in quella pescosissima Città un ampia collezione di pesci marini per il pubblico Museo di Pavia, che in allora ne era quasi del tutto mancante. Cotal pesce dalla punta del muso fino all'origine della coda lungo piedi 5.½, e grosso piedi 2, pollici 7, in ognuno dei caratteri sopra indicati quadra onninamente col descritto squalo messinese; e però in lui sono patentissimi gli angoli solidi longitudinali, e acutissimi dei denti egualmente che i due fori situati al di sopra degli occhi, e al di sotto della punta del muso, dalla quale sono distanti pollici 3.½, e dall’occhio pollici 1, linee 9. Mi sovviene che quando a Marsiglia ne feci l’acquisto, cioè a dire poco appresso che venne pescato, introdussi la tenta nei due fori, la quale penetrò fin dentro la bocca.
Coteste due circostanze, l’una dei denti pel lungo angolosi, ma più assai l’altra dei fori alle tempia si denno annoverare fra le note distintive e caratteristiche; e quella dei fori insieme all’altra della pinna anale si valutano in guisa dal Broussonet, che nella eccellente sua Memoria sopra le differenti specie di Cani di mare gli servon di fondamento per dividerli in tre ordini, l’un de’ quali abbraccia le specie fornite di pinna anale, e di fori alle tempia, il secondo quelle che hanno la pinna anale senza fori, e il terzo quell'altre specie, in cui esistono i fori, non già la pinna anale. E per essere secondo le osservazioni grunneriane lo squalo massimo senza i fori, viene da lui collocato nel secondo ordine.
E’ adunque forza il dedurre o che il Grunner sia stato inesatto osservatore; e che quindi sfuggiti gli sieno dagli occhi i fori, e i denti angolosi, o che lo squalo da lui descritto sia di specie diversa dal mio; del che piuttosto vorrei persuadermi, non sapendo indurmi a pensare, che due cose le quali al primo osservare il pesce saltano agli occhi, o non sieno state da lui vedute, oppur pretermesse. Mi confermo nel mio pensamento dall'essere stato notato che lo squalo nominato dal Grunner, dal Linneo, e dal Broussonet è abitatore dei mari del nord, quando quello di cui ho fin quì ragionato non è raro nel nostro Mediterraneo, e nel Canal di Messina si prende sovente in estate, e qualche fiata di mostruosa grossezza, fino ad essere tre o quattro volte più grande della spoglia di là pervenutami.
Nel farne la descrizione ho detto, che a riserva del primo ordine di denti, che in alto risalta dal piano delle mandibole, gli altri ordini sono orizzontalmente posti con le punte verso la gola, e seppelliti entro la carne di esse mandibole, e che nessun di loro ha la radice chiusa negli alveoli, ma immersa in cotesta carne. Questo fatto però non è esclusivo, trovandosi anche lo stesso nello squalo carcaria, come ha avvertito Stenone, il quale dopo l'avere notato che: “interiores (ordines dentium) inferiora versus recurvati gingivarum molli et fungosa carne ita delitescebant clausi, ut non nisi resectis gingivis in conspectum prodirent”, soggiunge: “cui usui dentes ita incurvatos natura destinarit, non perspicio, cum carnes intra sepulti escae comminuendae nulla ratione potuerint inservire. Retinendae praedae, ne diffugiat, forsitan et diffringendae maiori, quam quae ventrem subire possit, primi ordinis inserviunt; reliqui vero, nisi materiae necessitate dicantur facti, non video cuius gratia sint confecti”. l. c.
Giusta dunque questo esimio Notomista i numerosissimi denti coricati su le mandibole, e coperti da carni tenere e fungose sono di niun uso per cotesto pesce. Ma non ignorano gl'Ittiologi non così avere dopo pensato Herissant, il quale dietro all’esame di più mandibole di cani carcaria ha trovato, che i denti più o meno coperti da dette carni, sono denti di riserva per quelli dell’ordine anteriore, in quanto che venendo a mancare uno o più di questi, gli altri sottostanti si sollevano dalla carne fungosa, e vanno ad occupare il sito dei mancanti (Mem. de l'Ac. 1749).
Esistendo nel pubblico Museo un picciolo cane carcaria, ed alcune separate mandibole di esso, era difficile che temperar potessi la mia curiosità dal non esaminar questo fatto, e dal non intraprendere ad un tempo qualche comparativa osservazione co' denti dello squalo messinese, per avere a un di presso la medesima positura che quelli del carcaria.
Il carcaria del Museo, compero l’anno scorso alle Coste dell’Africa dal Sig. Abbate Rosa uno dei due Custodi di questo Regio Stabilimento, si può dire un pigmeo rimpetto agli adulti della sua specie, essendo la sua lunghezza di soli piedi 6 circa, e la maggiore grossezza di piedi 3, pollici 4. Il primo ordine dei denti della mandibola superiore sporge appena fuor della bocca, con leggiera curvatura della punta verso l’interno della mandibola. Il secondo ordine incurvasi di più verso la gola, gli altri ordini si spianano su di essa, e in buona parte vi si nascondono dentro. La lunghezza dei denti maggiori è di linee 4½ sopra 3½ di larghezza. Le medesime apparenze si appresentano dai diversi ordini di denti della mandibola inferiore, a riserva d’esser minori, e non fatti a sega, come sono quelli della mandibola superiore. Ma l’essicazione, e l’induramento delle mandibole in questo squalo, che non conveniva guastar nella bocca, per essere consecrato al Museo, m’impedivano il tagliar la carne fungosa, e lo scoprire i denti per farvi attorno quelle ricerche, che fatto avea nello squalo di Messina.
Tanto potei eseguire con libertà in due mandibole isolate, che per farle intenerire misi a macerare nell'acqua, e che per essere staccate dal corpo, mi era dato di maneggiare a modo mio dalle quali ne trassi le seguenti notizie. I denti della mandibola superiore sono triangolari, per di fuora piatti, per di dentro appena convessi, trinciati a sega negli orli, lunghi linee 8, e larghi alla base linee 6, parlando sempre di quelli che si accostano alla punta della mandibola, o che per qualche tratto giacciono lateralmente, giacchè verso le radici di lei sono notabilmente più piccioli. Quattro ne sono gli ordini; i denti del primo risaltano quasi verticalmente dal piano della mandibola, con le punte però piegate ai lati. Ne mancano quattro, nè si veggono surrogati dai denti dell'ordine secondo: si osserva però che quattro di questi denti, che appunto sottovia corrispondono ai mancanti, si sono sollevati, e spinti innanzi verso gli anteriori che mancano, e quindi si hanno buone ragioni di credere che col tempo occupato avessero il loro posto. Tanto più che gli altri tutti dell'ordine secondo sono stesi quasi orizzontalmente, coi vertici seppelliti nella carne fungosa e lo stesso è del terzo, e del quarto ordine, con questa specie di regolarità, che i denti del secondo ordine riposano su quelli del terzo, e questi su gli altri del quarto. Liberando in parte la mandibola dalla carne fungosa, si scopre che i denti del quarto ordine sono teneri, o almeno che non hanno la durezza degli altri.
Passando a considerare i denti della mandibola inferiore, non ho saputo trovare altro divario tra essi, e quelli della mandibola superiore, fuor solo l'essere proporzionalmente più minati, convenendo poi con loro in tutte l'altre circostanze, fra le quali non è da ommettersi che ai lembi sono fatti a forma di sega, e che fuori del primo ordine gli altri tre vengono dove più, e dove meno occultati dalla carne mandibolare. Quì pure si osservan rotti alla radice due denti del primo ordine, che mostrano ancora la sottile e lunga fossetta, dove nella mandibola erano impiantati, in parte però riempiuta di due denti del secondo ordine entrati in lor luogo.
Ebbi adunque a toccare con mano che i denti del secondo ordine incurvati verso la gola su le mandibole degli squali carcaria, non sono già materiae necessitate facti, come opina Stenone, ma destinati dalla natura a supplire a quelli del primo ordine, ogni qualvolta vengano a perdersi, secondochè ha scoperto Herissant, ed io mi compiaccio di avere il primo dietro lui confermata sì ingegnosa, e sì nobile osservazione. Ed essendo i denti del terzo, e del quarto ordine, non altrimenti che quelli del secondo, e del primo, aderenti alla carne fungosa, che è movibile alle parti anteriori della bocca, io non provo alcun dubbio nel credere, che rompendosi alcuni dei denti del secondo ordine, già sottentrati nell’ordine primo, quelli del terzo non vengano a supplirvi, e così faccian gli altri dell’ordine quarto; a tal che i denti dei tre ordini posteriori dire si debbano suppletorj di quelli del primo.
Versando io negli esami di queste due mandibole, e considerando il giro amplissimo dei loro bordi, che è quanto dire quello della bocca dello squalo, a cui appartenevano, il qual giro si è di pollici 30.½, non ostante la picciola mole dei denti (veduto essendosi che i più grandi sono lunghi linee 8, e larghi 6) mi feci a riflettere quanto smisuratamente capace esser doveva la bocca e conseguentemente il volume del corpo di que’ carcaria, i cui denti con vocabolo impropriissimo appellati glossopietre si trovano fossili, ed hanno talvolta qualche pollice di lunghezza. Esistono presso di me alcune di queste glossopietre, una delle quali ha di base linee 32, e di altezza linee 35, e in ogni verso considerata esser non può più somigliante ai denti a sega del cane carcaria di questo I. Gabinetto. Se adunque i denti di cotal pesce che ha di lunghezza piedi 6 sopra 3 di grossezza, sono larghi soltanto linee 3.½, ed alti linee 4.½, quanto immensamente più voluminoso dovrà essere stato il carcaria, che quel suo dente gigantesco ha lasciato dentro la terra? Quanto prodigiosamente larga esser doveva l’apertura della sua bocca, e delle sue fauci!
Dobbiamo inoltre prendere in considerazione che ho tacitamente supposto, che la glossopietra appartenesse ai denti maggiori di tale squalo, quali sono quelli della mandibola di sopra verso la sua punta, e che sporgono dalla bocca, giacchè in qualunque altro sito delle mandibole sono minori. E però se la glossopietra fosse stata nell'ordine di questi denti minori, la proporzione sarebbe cresciuta di più, mentrechè se trovato si fosse qualche dente fossile di lui, che preesistito avesse nella mandibola superiore, e verso il suo mezzo, non v’ha dubbio che il volume di questo dente sarebbe stato più ampio.
Quantunque all'età nostra vengan presi dei carcaria di mole colossale, non ci consta però che abbiano le alte dimensioni, che necessariamente seco porta il dente fossile da noi misurato. Nè questo dee recare stupore, verificandosi un simil fenomeno in qualche altro genere di animali, i cui denti od altre ossa trovate dentro la terra fanno chiara testimonianza d'individui enormemente più grossi di quelli che nella medesima specie vivono al presente, e moltiplicano nelle parti conosciute del Globo. Tali sono a cagion d’esempio alcune sanne elefantine di estensione grandemente maggiore delle naturali, che oggidì ci vengono dall'Asia, e dall'Africa. Nel che merita d'esser letta una dottissima, e sommamente istruttiva Memoria dell'Abbate Fortis, intitolata: Dell'Ossa d'Elefanti de' Monti di Romagnano nel Veronese. Nel 1791 a 15 miglia da Pavia pescossi nel Po in faccia di Arena un teschio di daino (cervus dama) che credetti degno di entrare nella doviziosa Collezione dell'Ossa fossili del Pubblico Museo. E' conservatissimo, trovasi nello stato naturale di osso co' suoi denti, ed è mancante di un corno. La grandezza della mole ne forma la preziosità, essendo per ben due volte e mezzo più voluminoso delle teste de' suoi simili, siccome me ne sono assicurato dai confronti con le teste di daini nati e cresciuti nello stato di libertà, e giunti al pieno loro ingrandimento. Altrettanto vuol dirsi del corno in continuazione con lui. L'anno appresso feci acquisto pel medesimo R. Stabilimento d'un insigne femore d'elefante, trovato nell'istesso luogo dove pure alquanto prima era stato pescato un teschio, che aveva tutte le sembianze d'esser bovino, ma di gigantesca grossezza.
Sebbene per ciò che si appartiene ai cani carcaria, esser potrebbe, che anche adesso giungessero alle grandissime dimensioni, che dimostrano di aver conseguito in tempi antichissimi, se non venissero uccisi anzi tempo dai pescatori, e dai marinai, per le utilità che ne ridondano in alcune regioni marittime dalle loro carni, dal loro grasso, e per fino dalle lor pelli. Altronde sappiamo che l'insaziabile golosità di questi voracissimi pesci per l'esca artificiosamente loro apprestata, ne rende facile la pescagione. Così quando ne' mari del nord si fece da prima la pescagione delle balene, ne furon prese di quelle di una esterminata grandezza; ne più se ne vider di tali continuatasi in seguito annualmente cotesta pesca.
Nota il Linneo che sei sono gli ordini dei denti negli squali carcaria, e che questi denti sono a sega. A prima giunta sembra che questo non si accordi con l'osservato da me, giacchè quanto a questi ordini si è mostrato esser quattro non sei: essendosi però veduto che quelli del quarto ordine sono teneri, è naturalissimo che i loro germi abbiano cominciato a svilupparsi dopo quelli degli ordini anteriori; e quindi è presumibile che altri ordini posteriori si manifestin dappoi. Così quantunque nel picciolo carcaria i denti della mandibola inferiore non sieno fatti a forma di sega, sono però tali nel carcaria più grande, di cui si sono esaminate le mandibole. Convien dunque dire che in questi squali saltin fuori col tempo dei denti che prima non esistevano, e che questi denti vadan soggetti a modificazioni, quale si è quella di divenir dentellati. Così i denti rinchiusi per la base negli alveoli del muso osseo e lunghissimo dello squalo sega (s. Pristis) non si manifestano nei primi tempi del viver suo.
Il fenomeno fra tutti il più notabile, e che sembra costante nelle diverse età del carcaria, risguarda il privilegio ch'egli ha di riacquistare in certa guisa i denti perduti. Ma cotal privilegio è egli limitato a lui solo, oppur ne godono altri pesci? Parrebbe dovesse estendersi a quelli che si trovano nelle circostanze, primo di avere più ordini di denti, secondo di aver questi denti non già conficcati nell'osso delle mandibole, ma nella carne molle di esse, terzo nell'essere i denti degli ordini posteriori rivolti verso la gola, e coperti dalla carne mandibolare. Queste tre circostanze appuntino insieme concorrono nello squalo carcaria. Dunque concorrendo egualmente nello squalo di Messina, sembrava che partecipar dovesse della medesima prerogativa, il che però non si verifica. Più denti, siccome abbiam notato, mancano a lui nel primo ordine. I corrispondenti però del secondo non si sono sollevati punto, ma conservano quella precisa curvatura all'indietro, che hanno gli altri del medesimo ordine.
Ma innanzi di por fine a queste considerazioni, che ho creduto abbastanza importanti per interessare i Lettori, voglio impiegar due parole nel produrre un esempio consimile a quello dello squalo di Messina, descrivendo la singolarissima dentatura di due mandibole venute con molti pesci esotici di Olanda, ed esistenti in questo Museo, le quali fanno credere che il pesce cui erano unite fosse un grossissimo squalo, ma di specie finora incognita, non trovando io almeno simile foggia di denti da altri descritta.
L'apertura delle mandibole gira attorno tre buoni piedi e mezzo, e in conseguenza è tale che un uomo di taglio non eccedente vi può facilmente entrar per il lungo. La mandibola superiore che d'avanti tondeggia, dà ricetto a cinque ordini di denti: il primo e secondo ordine rappresenta altrettanti pettini quanti sono essi denti, col divario però che i più vicini alla base e quello che è situato nel mezzo della mandibola sono più piccioli. Ogni pettine ai due lati è dentato, e i dentini sono dieci per lato, acutissimi in punta, incurvati verso la base della mandibola, e successivamente più grandicelli in ragione che si accostano al mezzo di essa. Il lato superiore risalta dalla bocca, l'inferiore guarda all'ingiù, i due lati però non sono paralleli, ma col corpo del pettine formano un piano restringentesi verso la base della mandibola, ed allargantesi alla parte contraria. I pettini (che suona lo stesso che i denti dell'ordine primo, e secondo) sono contigui, lasciando solo fra se verso la cima uno spazietto ottusangolo, e nel loro mezzo longitudinale solidamente si attaccano alla carne semicartilaginosa della mandibola.
Tali sono le cose principali da me notate nei due primi ordini di denti. Ma di sotto ad ogni secondo ordine ne salta fuori un terzo, sotto il terzo un quarto, e così diciamo del quinto. Ognuno di questi tre ordini di denti forma esso non meno un pettine dentato, i cui dentini sono pur dieci, similissimi a quelli dei due ordini superiori, se non che questi pettini non sono dentati che in un lato, e l'altro lato tenacemente si appiccica alla carne mandibolare. A riserva poi del primo ordine, gli altri quattro sono profondamente sepolti sotto uno strato di carne fungosa, che è stato d'uopo levare, per metterli in vista.
Lascio una moltitudine di dentetti allungati lisci e ottusi, situati alle radici della mandibola, e posti al di sotto dei denti a pettine. Questi denti adunque formando cinque ordini, e cotal numero quinario moltiplicandosi tredici volte in tutto il giro della mandibola, produrrebbe il complesso di 65 denti a pettine, se non ne mancasse uno de' più grandi nel primo ordine, staccatosi interamente dalla mandibola. E quando fu preso il pesce, quel distacco non potea dirsi recente, che anzi la carne fungosa era ita sopra la cicatrice, formandovi una elevatezza angolare di qualche spessore. Se adunque l'ordine secondo di questi denti, e così diciamo degli altri ordini inferiori, fosse stato destinato dalla natura a supplire alle mancanze del primo, egli è chiaro che il sottostante dente occupato avrebbe il sito del dente mancato, o che almeno si sarebbe sollevato in alto, e fatto a lui più vicino. Il vero è però che cotal dente, che creduto avrem suppletorio, non lo è stato altrimenti, giacendo nella istessa postura istessissima degli altri compagni suoi, coperto medesimamente da quello strato fungoso.
La Tavola XI. mette in picciolo sott'occhi la mandibola superiore co' denti a pettine. La lettera A indica il dente che manca.
La mandibola inferiore, più breve della superiore, e nel mezzo aguzza, è armata d'una dentatura ben diversa. Ogni dente, di due buoni terzi più minuto di quelli a pettine, è bicuspide, tricuspide, o quadricuspide, non essendovi regola costante, e le punte piegano ai lati della mandibola. Alcuni di questi denti veggonsi risaltare dalla mandibola inferiore effigiata con la superiore nella Tavola XI. Sono a tre ordini, ed ogni ordine abbraccia nel giro della mandibola quattordici denti. Quelli del secondo e del terzo ordine sono conforme il solito adagiati sul suo piano, e coperti dalla carne fungosa: gli altri del primo ordine hanno direzione quasi verticale. La base di tutti è in essa carne profondamente radicata. Neppure quì l'ordine primo è completo, mancando di alcuni denti. Ma a questi denti non sono già subentrati quelli del secondo ordine, nè vi è apparenza che dessero indizio di farlo, trovandosi così distesi su la bocca, come gli altri del medesimo ordine.
Per l'esempio di questo pesce, di cui ignoro la specie, e per l'altro del pesce preso a Messina, il quale per qualche carattere si confonde con lo squalo massimo, si rende chiaro che quantunque i loro denti si trovino nelle medesime circostanze dall'Herissant, e da me marcate nei denti de' Cani carcaria, pure non vengono come loro dalla natura privelegiati a rimettere i denti perduti per la sostituzione di quei che rimangono.
Ma se questi denti così rivolti verso la gola, e da quell'impaccio carnoso avviluppati, non sono destinati ad essere ivi come in serbo, per servire, rovesciandosi dal di dentro della gola al di fuora, a rimpiazzare quelli che per qualche sforzo, o naturalmente vengono meno, quale adunque potrà esserne l'uso? Certa cosa è che se durante la vita di questi acquatici animali rimangono nelle loro bocche nella medesima posizione, sono inservibili per la preda, sendo inetti ad afferrarla oppure a romperla; e medesimamente sono di niuna offesa verso i nemici, cui denno incontrar sovente cotesti pesci, sapendosi che questa classe di viventi è occupata in continui combattimenti. Direm noi dunque quì a ragione quello che a torto ne' Cani carcaria diceva Stenone? Reliqui vero (cioè i denti degli ordini posteriori) nisi materiae necessitate dicantur facti, non video cuius grada sint confecti (l. c.).
Io sono ben lontano dal volere portar giudizio intorno ai fini della natura. Ne ha moltissimi che ignoriamo profondamente, e che forse non penetreremo giammai. Tuttavia ne ha altri abbastanza manifesti per non ingannarci nelle nostre decisioni. Non v'ha dubbio, a cagion d'esempio, che i denti in più animali sieno un arme offensiva, e difensiva, oltre al servire al tritamento, e alla masticazione de' cibi; e che il loro ufficio in altri animali sia quello di addentare, e tener forte la preda, la quale uccisa che sia, venga intiera inghiottita, e passi allo stomaco. I Cani carcaria non masticano, lo che è comune ad infiniti altri pesci, ma usano i loro denti per impadronirsi della preda, valendosi di quelli del primo ordine, de' quali venendo alcuni a mancare, occupano il loro posto quelli degli ordini inferiori, tale essendo la loro destinazione. Le due specie da me descritte non possono medesimamente far agire, che i denti del primo ordine essendo questo il solo che sporge dalla bocca, e che è atto a tenere le prede che non fuggano. Ma ogni qualvolta cotesti denti cascano naturalmente, o a viva forza vengono spezzati, non si riparano più, giacché que' denti che sono suppletorj ne' Cani carcaria, non sono tali in queste due specie di pesci. Questi denti adunque di secondo, di terzo, di quarto ordine, ec. di nulla potran giovare gli animali che ne sono forniti, per conto delle prede che fanno, o che tentan di fare. Ma dovremo noi dunque chiamarli inutili? Io non avrò mai la presuntuosità di opinare così. Anche gli ordini inferiori dei Cani carcaria erano stati giudicati tali. Ma più esami in diverse loro mandibole ne hanno posto in chiaro il verace e importantissimo loro uso. Tre sole mandibole dei due più volte ricordati squali mi sono cadute sott'occhio. Forse maggior numero, ove mi riesca di averlo, potrebbe darmi in mano i desiderati rischiarimenti, massime se considerabilmente diversa fosse l'età di questi animali.
Intanto dal fin quì ragionato gioverà il far sentire, come dobbiamo andare a rilento nel valerci nelle nostre illazioni dell'argomento analogico. Quale maggiore analogia, per non dire identità, fra le circostanze che nei Cani carcaria accompagnano i denti degli ordini inferiori, e quelle che si combinano coi medesimi ordini nei nostri due squali? Quanto adunque era natural cosa l'argomentare, che tali ordini essendo suppletorj in quel pesce, lo fossero istessamente negli altri due? Eppure l'osservazione ha deciso in contrario. Dal che apparisce come affidandoci all'analogia, questa talvolta ci può indurre in errore, volendo d'una all'altra specie applicarla nel medesimo genere, come nel caso presente.
In queste sperimentali ricerche gli squali sono stati da me considerati come pesci, quantunque tolti dal Linneo da questa Classe, e riposti in quella degli Amfibj, nella quale colloca altresì le raje, i lofj, le lamprede, ec., e ciò per essersi trovati secondo lui in questi generi veraci polmoni. Ma più esatte osservazioni fatte da Vicq-d'Azyr, dimostrata hanno l'insussistenza di questo viscere, ed io l'ho pure trovata tale in diverse specie di raje, ed in alcuni altri di questi fuor d'ogni proposito creduti amfibj[1].
N. B. Scorsi essendo ne' primi quattro Tomi alcuni errori di stampa, si prevengono i Lettori che verranno corretti nel fine dell'ultimo Tomo, dove si darà l'Errata Corrige di tutta l'Opera.
Quì però sarà opportuno il toccare una inesattezza, di che si potrebbero accagionare le Tavole II. III. e V., dove le persone spettatrici de' Vulcani sono effigiate d'una grandezza che è al di là della giusta proporzione che debbono avere coll'altre parti del Disegno. Ma il Pittore ha creduto dovere permettersi questa licenza, altrimenti le rappresentate persone per la soverchia loro picciolezza non sarebbero quasi cadute sotto l'occhio dei Lettori.
Fine del Tomo IV.
- ↑ Opusc. scelt. di Milano ann. 1783. T. VI.