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Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXII

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Capitolo XXXII

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Capitolo XXXIII
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CAPITOLO XXXII.

fossili, e animali dei contorni

di messina.

notizie storico-letterarie di

quella città.


Granito in copia che dalla parte opposta al mare circonda Messina, e si dirama ne' suoi colli, e vicine montagne. Sua natura. Cotal roccia non si dà a vedere a strati, ma a tumori, e ad ammassamenti irregolari. Falso ch'essa dia ricetto a testacei di mare, siccome era stato supposto all'Autore. Dimostrasi d'onde nato sia questo errore. Specie distinta, e forse nuova di madreporite annidante in una crosta lapidea di carbonato calcario che copre buona parte del granito. Descrizione di questa madreporite, e sua petrificazione. Altra specie di madreporite. Ambedue [p. 6 modifica]adoperate da' Messinesi per far calce. Originali di questo doppio piantanimale non esistenti in quel mare. Esempli consimili in altri testacei fossili del Genovesato, e delle vicinanze di Costantinopoli. Vena di carbon fossile, e sue qualità. Pietra arenaria che vassi rigenerando dentro all'acqua in quella porzione di Litorale che guarda Messina. Tempo richiesto per questa rigenerazione. Componenti di tal pietra. Analisi del glutine che lega l'arena, e la converte in pietre. Utilità di tali pietre per far macine da mulini. Breccie e pudinghe generatesi in grazia di cotal glutine. Freccie di ferro, medaglie antiche, e scheletri umani ritrovati dentro a queste petrificazioni. Cotal petrificante principio oltre l'avere esteso i suoi effetti a qualche altezza sopra il livello dell'acque, quando il mare era più elevato, è molto verisimile che vestito abbia d'una crosta arenaria lo stesso fondo del canal di Messina. Esso canale all'età nostra più angusto in grazia di questo impietrante principio. Gravi [p. 7 modifica]fondamenti di sospettare che per tal cagione sia per chiudersi affatto, e che la Sicilia sia un giorno per riunirsi alla Calabria. Granito sempre sottostante ai carbonati calcarj. Probabile che sottogiaccia alla Città di Messina, e che forse serva di base al suo Stretto. Cotesti luoghi non presentano verun indizio di vulcanizzazione. Abbondanza d'insetti quivi esistenti ben diversamente da quanto si osserva all'Isole di Lipari. Alcuni uccelli di passo nelle nostre contrade, sono stazionarj nel suolo messinese. Stato in cui erano una volta in Messina le scienze comparato a quello in cui si trovano presentemente. Ospitalità de' Messinesi verso i Forestieri. Partenza dell'Autore per Napoli.

Questa Città dalla parte opposta al mare è circondata dal granito, ed è facile che sia una continuazione di quello di Melazzo. Mi si affacciò questa roccia appena ch'io escj dall'abitato per la Porta de' Legni, e ch'io mi trovava [p. 8 modifica]a venti piedi circa di altezza sopra il livello del mare. Quivi essa comincia a distendersi in un amplo ammasso formante all'ouest uno scosceso pendìo, su cui è edificata una porzione delle antichissime mura di Messina. Hanno elleno adunque per appoggio il granito che è dei più comuni, essendo i prossimi principj suoi il quarzo, il feldspato, e la mica. Questa è di due fatte, una a sfoglie membranacee argentine suddiafane, insiem sovrapposte: l'altra a lustranti squamette bruno-nericcie, opache, per lo più solitarie. Quì il feldspato che tiene la parte dominante è bianco-succeruleo, nelle rotture brillante lamelloso, traslucente negli angoli, ha forma romboidale, ed è copiosamente sfavillante all'acciajo. Ad esso trovasi scarsamente accoppiato il quarzo in picciole massette, pingui al tatto, splendenti, suddiafane.

Nella produzione di questo granito il feldspato è stato distribuito in guisa, che in più siti forma rilegature, quà sottili di poche linee, là grosse di alcuni piedi, e queste corrono in direzioni più o meno obblique all'orizzonte, talvolta ad esso verticali. [p. 9 modifica]

Cotesto feldspato ci offre un fenomeno rarissimo ad osservarsi, e questo è che laddove la massima parte delle pietre congeneri benchè esposte alle ingiurie del tempo, e delle meteore, si conservano intatte, la presente va soggetta a considerabili alterazioni. Taluna dunque delle accennate rilegature si vede rotta in frantumi che affettano la figura romboidale, e che fra le dita si tritano fino a polverizzarsi. Ma sopra tutto andando sotto le mura apparisce questo tritume di feldspati, già in parte terrificati, per la caduta di grossi pezzi di granito, che ad esse servivan di appoggio; dal che ne è venuto che qualche porzione di loro base per mancanza di sostegno rimane in aria con pericolo di ruinare. Smuovendo poi quello sfasciume si trovano quasi intatti i grani del quarzo, e le miche. Cosiffatto scomponimento però è superficiale, giacchè a un piede o a due di profondità rotto il granito, si scopre sanissimo.

Similmente fuori d'un altra Porta della Città, innanzi di arrivare alle colline, manifestasi il granito, sul quale anzi è fabbricato un picciol Sobborgo; [p. 10 modifica]ed è osservabile che le case aventi per fondamento cotal roccia non restarono dannificate nella terribile epoca degli ultimi avvenuti tremuoti. Ella poi si dirama nelle colline, e ne' monti che accerchian Messina, e ne va pur fornito Antennamare, che è la più elevata montagna di que' contorni, e d'onde i Messinesi traggon d'inverno la neve, per valersene nella state.

Questo granito tanto a' piedi de' colli, come su di essi, e nella elevatezza delle montagne, si alza in tumori, e in ammassamenti irregolari, ora aggruppati, e formanti un corpo unito ora interrotti da banchi di sulfato di calce, e di carbonato calcario, struttura da me pure incontrata nel granito di Melazzo. Ho trovato in questi graniti accadere quanto gli anni addietro era stato da me notato nei sulfuri di calce che giacciono alle radici di più parti dell'Appennino, come nelle colline del Reggiano del Modenese, del Bolognese, e della Romagna, non avendo io mai in questi sulfati scorto andamento stratoso, ma solamente grandi congerie, e ciascuna formata d'un pezzo solo. [p. 11 modifica]

Con queste osservazioni sul granito di Messina, e quello di Melazzo io sono ben lungi dal negare a tal roccia una verace stratificazione, sembrando questa bastevolmente provata dal Sig. di Saussure negli alpestri suoi Viaggi, ed è facile che nei due mentovati luoghi quelle punte granitose che alla superficie della terra formano gran pezzi sconnessi, e senza ordine, nel loro interiore faccian parte di strati veraci.

Innanzi ch'io salpassi per la Sicilia un Uomo colto e versato nella Storia naturale parlommi in Napoli del granito di Messina, e mi accertò che mescolati ad esso troverei più corpi marini petrificati, individuandomi il sito di tal rarità, il Monastero dello Spirito Santo, che tra ponente e libeccio è d'un quinto di miglio fuor di Città. Assicurava egli adunque, che in una stanza a pian terreno di detto edificio trovandosi da un lato un masso di granito, che per di fuora comunica con quello del monte, in esso masso vedrei più spoglie di animali marini parte seppellite nel suo interno, parte attaccate alla superficie. Ed aggiungeva che somigliante strano [p. 12 modifica]fenomeno mirasi pure in quella porzione di roccia granitosa che attornia il Monastero. Gli risposi che se il granito fosse stato di prima formazione, il fatto forse era unico; almeno finora, a quel ch'io sappia, non abbiamo esempio, che un simil granito serri nel suo seno testacei, od oltre produzioni di mare. Se poi questa roccia era di seconda formazione, cioè prodotta dalle parti del granito primitivo già decomposte, poi insieme riunitesi col mezzo dell'acque, allora non mi avrebbe sorpreso tal novità.

Dopo adunque l'avere esaminata la qualità del granito già esposta, mi recai all'indicatomi luogo, e scopersi non sussistere quanto affermatamente mi era stato asserito. L'errore però veniva coperto da un'apparenza di vero, che poteva imporre ai meno oculati. Dentro e fuori di cotal fabbrica esiste il granito; e con lui è attaccata, o a dir meglio agglutinata una crosta di carbonato calcario d'ineguale grossezza, tutta impastata per così dire di grosse madreporiti. Ove adunque la crosta è sottile, ed interrotta da rotture che sottovia lascian [p. 13 modifica]vedere il granito, è facile il pensare che su di essa riposino que' corpi marini. Si trovano inoltre conficcati nelle crepature, e negli sfendimenti di questa roccia. Abbandonandoci adunque alle prime apparenze, quanto egli è facile il credere che nel granito abbiano la lor sede? Il che però è falsissimo. Avendo io fatto rompere con picconi que' pezzi che potevano più indurre in tale credenza, ho sempre trovato non avere le madreporiti veruna relazione col granito, non trovandosi mai immediatamente attaccate alla sua superficie, non che in esso rinchiuse, ma sibbene strettamente legate alla crosta del carbonato di calce. E cotal crosta oltre al sito accennato rinviensi in altri moltissimi delle colline, e de' monti messinesi, quasi sempre sovrapposta al granito, e d'ordinario ricca di queste spoglie di mare. E siccome in più luoghi è grossa due o tre piedi, e d'altronde può tagliarsi, e pigliare non ignobile politura, gli abitanti di Messina ne profittano per le case, e fra le immense ruine della Città ne ho veduto assai pezzi, parte rotti, parte tuttavia intieri. [p. 14 modifica]

Questo carbonato calcario di colore giallo-rossigno è duro fra i congeneri, di equabile superficie, e alla maniera delle selci le sue fratture sono concoidi. E' pura calce, sciogliendosi con grande effervescenza interamente dall'acido nitroso, e dalla decomposizione per l'acido sulfurico ne nascono bellissimi cristalli selenitici. Cotal pietra adunque stendesi sopra il granito, ed evvi talmente appiccata, che è più facile romperla, che staccarla.

Le madrepore, cui dà ricetto, sono di una specie sola, e questa a prima giunta la credetti la m. turbinata del Linneo, ossia la trochiformis del Pallas. Di fatti le somiglia per la grossezza, per la figura che ha d'un paléo, e per essere talvolta schiacciata. Ma differenze più rilevanti mi stringono a statuirla di specie diversa, quella per dì sopra essendo emisferico-concava, inferiormente senza peduncolo, e lunghesso il corpo striata; quando la nostra presenta un minutissimo incavo imbutiforme nella superior parte, oltre l'essere pedunculata, ed esteriormente liscia. Consultando poi i due citati Naturalisti, che più e [p. 15 modifica]meglio d'ogni altro scritto hanno delle madrepore, non trovo veruna altra specie, che abbia i sensibili caratteri della presente; onde prendo a crederla nuova, e forse nel novero di quelle che rinvengonsi soltanto fossili. La sua maggior grossezza è di tre pollici e mezzo.

Intorno all'impietramento ecco quanto ho rilevato da moltissime, parte intiere, parte ad arte spezzate. Nelle più i vuoti lamelloso-stellati riempiuti sono dal carbonato calcario. Taluna però offre questi vuoti sceveri d'ogni materia. Queste madrepore sono circondate da una buccia o scorza grossa mezza linea, attaccata, o piuttosto continuata al restante del corpo; e questa buccia penetrata dal sugo del carbonato si è petrificata, ma la petrificazione si accosta più allo spatoso, che al semplice calcario. In effetto ella è semitrasparente, un po' lucida, la sua grana è fina, e più dura che la ricordata crosta. Il colore si accosta a quello d'un ambra sbiadata. Non diversa è la petrificazione delle lamelle stellate, e del peduncolo. Sonomi accorto cogli usitati mezzi, che questa più fina petrificazione [p. 16 modifica]è puramente calcare. Nessuna madreporite esiste o calcinata, o nello stato naturale, e però in tutto è seguita vera petrificazione.

Oltre qualche camite, e tellinite ho trovato in compagnia delle madreporiti dentro al carbonato di calce una elicite di mezzana grandezza, che merita d'essere ricordata. Il guscio che è bianco, ha l'esteriore apparenza d'essere conservatissimo, ed è segnato per cinque cordoncini trasversali. Ma appena che viene un po' poco intaccato dall'unghia, si sfalda subito, e va in polvere impalpabile, dando a vedere d'essere stato calcinato. Il nucleo poi che esteriormente è liscio è picchiettato di machiette dendritiche, nelle maggiori volute risulta dell'ordinario carbonato, e nelle più sottili di trasparente spato.

Grandissimo è il numero di queste madreporiti, radi essendo i pezzi del descritto carbonato calcario esteso all'ouest, e al sud di Messina, che non ve le abbiano dentro affollate. E la loro sterminata quantità può raccogliersi anche da questo che di tal pietra lumachella sono costrutte quasi interamente le mura [p. 17 modifica]della Città, che hanno il giro di quattro miglia. Sebbene a due miglia da essa incontrasi a libeccio altra pietra congenere, ma tenera e quasi polverizzabile, che è un immenso ricettacolo di madreporiti più picciole e di specie diverse ma non caratterizzabili per la quasi intiera disorganizzazione sofferta. Di cotal pietra, oltre a quella delle madrepore maggiori, valgonsi i Messinesi per far calcina, e però andando su luoghi vi si veggono molte cave da cui per tale uso si è estratta la pietra, e si va estraendo tuttora. Siccome però cosiffatti escavamenti vanno congiunti ad ammaestramento, non sarà fuor di proposito il descriverne uno.

Giace questo al sud su l'eminenza d'una collina verso le Cateratte. Un fianco di rupe è tagliato a perpendicolo, e l'altezza del taglio è di 34 piedi, e la sua lunghezza di 95. E dentro al taglio evvi un profondo affossamento artificiale derivato da essa pietra in più riprese ivi cavata. Il taglio apresi in molte e larghe fessure tempestate di bellissimi cristalli spatosi; e quindi formano altrettante nobili geodi cristallizzate. I [p. 18 modifica]cristalli sono echinati, i maggiori lunghi un pollice e mezzo, e ciascuno rappresenta una piramide triangolare, che finisce in una punta acutissima. Le acque che hanno penetrata la rupe erano sì strabocchevolmente piene di questo sugo spatoso, e il luogo sì acconcio per la sua cristallizzazione, che non evvi foro, nè screpolatura che vestita non sia d'una crosta di quarzo cristallizzato.

Le madrepore quantunque guaste dal tempo, e forse da altri agenti distruggitori, e quindi disadatte ad essere specificamente definite, quanto è però del genere, sono con sicurezza riconoscibili, nulla essendovi di più ovvio che il trovarne dentro e fuori di quella escavazione assaissimi pezzetti forniti delle loro lamellose stelluzze. Ma l'osservazione più rilevante si è, che se ci prenderemo la fatica di esaminar per minuto la terra, in cui sono avvolte, scopriamo essere la massima parte un tritume delle stesse madrepore. E fattane in questo luogo la scoperta, troviamo la stessa cosa ne' siti di mezzo, e nei più bassi di quella collina, e dell'altre aggiacenti. E quinci possiamo far giudizio, [p. 19 modifica]che tutte, o quasi tutte quelle picciole montagne sieno state prodotte dallo scomponimento di somiglianti viventi. I quali però volendo dare ascolto ai Messinesi pescatori non rinvengonsi punto nel loro mare, come neppur sono reperibili l'altre madrepore esistenti nel petroso carbonato di calce, che copre il granito.

E questo è pure il sorprendente e difficil fenomeno notato da più d'un Autore, che gli originali dei testacei, e di altri animali marini quasi mai esistono in quel mare presso cui su la terra ritrovansi petrificati e fossili. Di che noi altrove dato abbiamo due insigni esempli, l'uno d'una specie di pettini, onde una catena di montagne è formata nella Riviera di ponente di Genova, l'altra d'uno spaziosissimo monte non d'altro costrutto che di telline in vicinanza di Costantinopoli, non ostante che nei mari confinanti a questi due luoghi non rinvengansi punto cosiffatti testacei (Società Italiana). Scendendo dalla collina delle Cateratte nella Valle delle Travidelle esiste a fior di terra una vena di carbon fossile. La sua estensione in giro è di quindici o venti piedi, [p. 20 modifica]sendo però facilissimo che internamente si allarghi di più. E' inzeppato da uno schisto argilloso friabilissimo, che in un dato verso si sfalda in lamine, e secondo questo verso corrono i filoncelli del carbone. E' notissimo in quel paese, quantunque non ne facciano uso, ne mai sia stato cavato, non abbisognandone, come mi dicono i Messinesi, per l'abbondanza di legna che hanno nell'interno, oltre quella che loro viene dalla Calabria. Questo fossile alla superficie promette poco, ma scavatolo alla profondità d'un piede lo trovo essere di buona qualità. Ha compattezza, lustro, nerezza e solidità, nè è punto mischiato ad altre sostanze. Al fuoco è lento ad accendersi, mandando da prima un fumo disgustoso, poi una fiamma piuttosto vivace ed allegra, e convertendosi in seguito in una brace d'intenso calore di qualche durata, la quale risolvesi in fine in una cenere di color di mattone. Ed è ben credibile che in escavazioni più profonde migliore ne sia la qualità. E però sarei d'avviso che un tal prodotto non fosse da trascurarsi, e se esso risparmiasse le spese delle legne [p. 21 modifica]che si comperano dai Calabresi, tenue non ne sarebbe l'utilità.

Questo carbon fossile è divisibile in lame di varia grossezza, e tra queste lame spesso si manifesta una picciola curiosità naturale. Ciò sono alcune raggiate cristallizzazioni di solfato di calce, trasparenti e lucidissime, co' raggi obliquamente troncati. Ciascuna è frapposta, non mai attaccata al litantrace.

Dopo queste gite su i colli, e su le montagne Messinesi, da me fatte in buona parte col lodato Abbate Grano, fui da lui condotto alle sponde del mare in faccia alla Città per vedere una rarità ben più vera, che quella delle madrepore dentro al granito. Ella consiste in una pietra arenaria, che si va formando, e che ove venga tolta, si riproduce. Oltre a Fazzello che ne ha parlato, come lo comportavano i tempi d'allora, il Sig. di Saussure nelle sue Alpi ne dà un cenno, assegnando la vera cagione di un tale riproducimento. Dietro a questi due Autori non ricuso di parlarne anch'io, per la novità delle cose che mi lusingo di poter produrre. [p. 22 modifica]

La pietra non si rigenera mai se non se dentro all'acqua, e quivi è dove sono occupati più uomini in cavarla, servendosene massimamente per macine da mulini. E levato che ne abbiano qualche grosso pezzo, sono sicuri di vederlo nel luogo stesso rigenerato. Ma è troppo naturale che cotale rigenerazione non fassi di subito, ma con qualche estensione di tempo. Cavata dunque la pietra arenaria da un sito, se vi si torni dopo tre o quattro anni, trovasi che l'arena ha acquistato un primo grado di consistenza, ma che però cede in guisa, che il debil cemento che ne lega i granelli sotto le dita si rompe. Acciocchè esso diventi forte vi si richieggono dieci o dodici anni, e ve ne vogliono trenta o in quel torno, perchè si faccia fortissimo. Sul braccio di S. Ranieri presso la Lanterna, e quasi dirimpetto a Cariddi, vidi una macina bella e lavorata, che aveva un piede di grossezza, e sei di diametro, cavata da un grosso pezzo di arenaria, che sotto stava di pochi pollici al pelo dell'acqua. Ed avendo attorno più scheggie, che gli scarpelli nel dirozzarla spiccate [p. 23 modifica]avevan da essa, ne presi alcune per farne l'esame. Le parti componenti sono squamette di mica, rari minuzzolini di neri sorli cristallizzati, e di feldspati, e ridondanza di grani di quarzo. E i tre ultimi componenti hanno gli angoli smussati, e s'accostano alla figura orbicolare per lo stropiccio sofferto nel mare. Questa pietra scintilla in qualunque parte si percuota con l'acciajo.

Pare a prima giunta che i lei componenti rimangano insieme strettamente uniti per la sola forza di aggregazione, non apparendo verun cemento, o sostanza glutinosa che insieme li leghi. Ma aguzzando la vista contro di essa, troviamo che ogni granellino è attorniato strettamente da una pellicina, mercè cui uno è in più punti conglutinato all'altro, e tutti formano un corpo unito, e assai duro. Di fatti se con la punta d'un coltello si faccia forza contro d'un grano, e si distacchi dall'altro, nei punti del distacco vedesi sempre rotta la pellicina, quantunque i due grani rimangano intatti. Spesso ancora il grano si distacca in modo che l'attorniante pellicina per metà resta intiera, [p. 24 modifica]rappresentando allora una fossetta che era la nicchia del grano stesso. Rastiando la pellicina si scorge essere una terra lapidefatta, finissima, opaca, e d'un sudicio cenerino. L'analisi di questa terra ci dimostra andar composta di molta calce, e di poca dose di argilla e di ferro.

Se poi si passi dove il mare batte la spiaggia, e smuove la volubile arena, troviam subito sott'acqua le croste di cotal pietra. Esse sono a strati orizzontali, e molte hanno di grossezza più piedi. I cavatori ne staccano adunque degli intieri tavoloni, mettendo la mano a quelli, che poco s'internan nel mare, non già che più basso non siavi egualmente la pietra, ma perchè riescirebbe di difficile anzi quasi d'impossibile escavazione. Uno strato poi si separa con non molta fatica dall'altro, per trovarsi sempre fra strato e strato un sottil filoncello di materia men dura; altrimenti se la pietra fosse tutta d'un pezzo simile, non si potrebber levare le grandi tavole ad uso dei mulini, e d'altre opere. Questo suco terroso stemperato adunque nell'acque del Canal di Messina, ed insinuatosi tra l'arena, [p. 25 modifica]ivi accumulata, a poco a poco spessisce, ed indura, e ne lega tenacemente e cementa i granelli, formandone una sola consistente pietra.

Cotal cemento della natura oltre alle arenarie produce breccie, e pudinghe; ed è pure osservabile che lega insieme e forma dei tutti uniti con grossi frammenti di una roccia a sfoglie, di cui non seppi vederne alcuno esemplare attorno a Messina. Questa risulta di particelle di quarzo bianco ed opaco, e di mica dorata le une e l'altre quasi in egual dose distribuite. La direzione delle sottili squame micacee è secondo quella per cui tende la pietra a dividersi. Scintilla per via del quarzo, quantunque per l'abbondanza della mica non sia molto dura. Fondesi alla fornace in una nera scoria vescicolare, prodotta dalla liquefazione della mica, restando intatto il quarzo, che acquista solo bianchezza maggiore. Sul lido adunque, e dentro al mare incontransi sovente dei pezzi di questa roccia dal ricordato cemento conglutinati.

Gli uomini destinati a cavar queste pietre dal mare per farne mole da [p. 26 modifica]mulino mi narravano che dentro alle arenarie talvolta ritrovato avevano freccie di ferro, e medaglie antiche, e che dieci anni avanti vi scopersero l'intiero scheletro di due uomini, e quattro anni prima quello di un altro, e che questi scheletri eransi conservati nello stato naturale di ossa senza punto essersi petrificati. Che poi li avevan rotti e dispersi, per non saper di che farne, come eglino mi dicevano, guastando così questi preziosi depositi della nostra specie, ciascun de' quali conservato nella pietra potea nobilitare qualunque più cospicuo Museo. Questi racconti mi vennero confermati da più cittadini, e fummi anzi aggiunto che il teschio di uno di questi scheletri circondato dalla pietra arenaria, e interiormente riempiuto di essa era stato acquistato da un medico di Messina, e che ritrovavasi tuttora presso di lui. Non è a dire s'io mi affrettai di addomandarne quel medico, e la sua risposta a me data palesò in lui babuassaggine maggiore ancora di quella dei cavatori che infranti avevano, e via cacciati quegli umani scheletri, giacchè ei mi disse che di [p. 27 modifica]quell'osso di morto preso avendo paura i parenti di casa gettato lo aveva per la finestra. Con mio dolore non poter adunque neppur vedere una reliquia di questi carcami; voglioso sopra ogni altra cosa di sapere se veramente quell'ossa fossero nello stato naturale, senza principio sensibile d'impietrimento. Ma le mie voglie sono state in seguito appagate per le notizie compartitemi dall'Abbate Grano, per cui si ricava che que' cavatori non si apponevano al falso, giacchè riescito essendogli di vedere un osso umano, che a lui parve crurale, notò che subita non avea petrificazione di sorta. Ignorando io poi se la niuna petrificazione di tali ossa sia una conseguenza di quel cemento inetto a produrla, o più veramente del tempo troppo breve per farla nascere, verisimile essendo che quegli scheletri appartenessero ai Saraceni quando signoreggiavan Messina, e giusto nel ricordato Braccio di S. Ranieri sappiamo che avevano il lor cimitero. Cotesto Braccio è il luogo ordinario d'onde si tragge l'arenaria, per questo appunto colà chiamata pietra di S. Ranieri, non già perchè non esista [p. 28 modifica]altrove, ma per essere ivi più comoda. Di vero e nel fondo dello Stretto medesimo, e lungo il suo littorale ella si manifesta del pari. Quando io mi trovava alla pescagione del corallo di rimpetto al picciol Borgo denominato la Pace, sei miglia al nord da Messina, io era attento nell'esaminare i pezzi di scoglio che la rete schiantava dal fondo, e che ora erano adorni di qualche branca corallina, ora ne andavano senza. Le più volte tai pezzi sono esteriormente un semenzajo di viventi piantanimali, e di minuti testacei, e al di dentro un accozzamento degli uni e degli altri già periti, e permischiati a terrosi carbonati di calce. Ma talora eziandio il pezzo pescato è un ammasso di pietra arenaria più o meno fina, più o meno grossolana. Nè potea dirsi che erratici fossero nel fondo del mare cotesti pezzi, giacchè troppo fresca manifestavano la rottura seguita nello svellerli dallo scoglio con cui erano continuati. A riserva del luogo della rottura, il restante superficiale di essi formava una selvetta di ramosi piantanimali. Que' pescatori conservavano nelle loro case un numero [p. 29 modifica]grandissimo di questi da loro chiamati scogli del corallo, che acquistai tutti, e dentro e fuori minutamente esplorai. Quì pure il maggior numero era senza pietra arenaria, ma alcuni pezzi constavano unicamente di essa, e questi altresì per le cospicue fratture mostravano d'essere stati staccati dagli scogli congeneri. Io per tanto non esiterei nel credere, che il fondo dello Stretto di Messina venisse coperto dalla medesima lapidea crosta arenaria, che sì copiosamente si cava in vicinanza della Lanterna. Nè dee punto sorprendere che di rado si peschino cotesti pezzi, stantechè la loro durezza, e la forte adesione agli scogli, difficilmente permette che vengano staccati dagli ordigni pescherecci.

Che poi l'arenaria rinvengasi al lido fuori eziandio del sito, donde suole cavarsi dai Messinesi, ella si è questa una incontrastabile verità, giacchè da Messina andando fino alla punta di Peloro ritrovasi ovunque alla spiaggia, che anzi tutti i bassi scogli ad essa sourastanti, tutti i massi degl'incavi, e delle umili colline, quelli singolarmente che rasentano il mare, non sono [p. 30 modifica]formati che di tal pietra, e sempre disposta a strati, ove più dura e più fina, perchè composta di più minute arene, ove più friabile, e più grossolana per la interposizione di ghiaje, di ciottoli, di frammenti di testacei, e d'altre sostanze eterogenee. E questi impietramenti non v'ha dubbio che sieno accaduti quando il mare allagava que' luoghi. Questo petrificante principiò estendesi adunque largamente per tutto lo Stretto; e siccome a Peloro, dove lo Stretto non arriva a tre miglia vanno con maggior rapidezza convertendosi in pietra que' luoghi, che prima erano dal mare occupati, non sarei lontano dal pensare che ivi la Sicilia fosse un giorno per riunirsi alla Calabria. Sanno quegli Abitanti per una esperienza avvenuta per così dire sotto i loro occhi, che la punta del Faro, ossia la estremità di Peloro in questi ultimi trent'anni si è prolungata in mare oltre a 200 piedi; di guisa che essendo stata pe' tremuoti del 1783 ivi rovinata la Torre del Fanale, o Lanterna, è stato di necessità rifabbricarla più innanzi. E lo stesso deve essere accaduto ad altre Torri colà [p. 31 modifica]preesistenti, conciossiachè la ultimamente distrutta era stata eretta nel secolo sedicesimo in un sito più al mare vicino, che un altra già vecchia, le cui rovine rimangono molto addietro in un suolo oggigiorno da vigneti coperto; e questa probabilmente non sarà stata la prima.

Ne possiam dire che il mare con le sue correnti, e con l'imperversare de' venti possa distruggere e ritogliersi quelle arene, che alla punta peloritana continuamente vi accumula; giacchè queste arene per la forza del glutinoso principio si consolidano in moli durissime atte a resistere agli urti impetuosi dell'onde.

Qui però nascer potrebbe un dubbio, che conviene prevenire, e togliere. Gli è fermo che lo Stretto di Messina per l'antichità è anteriore alla memoria degli uomini. Se adunque nel brevissimo giro di trent'anni si è di tanto alla spiaggia peloritana fatto più angusto, perchè già da molti e molti secoli in qua per l'insuperabile ostacolo dell'accresciuta pietra arenaria non si è tolto del tutto? [p. 32 modifica]

Il dubbio sarebbe fondato, se le osservazioni locali non mostrassero che quando il mare copriva le colline, e le montagne di Messina, sì abbondanti in madreporiti, non erano in esso sensibili gli effetti dell'impietrante glutine. Veggiam noi che a riserva de' bassi scogli che dalla spiaggia risaltano, il restante di quelle eminenze non è mai legato da tale cemento, ed è senza mescolanza di pietre arenarie. Solamente in una collinetta fra le Gravidelle, e le Cateratte mirasi un cumulo considerabile di arena quarzosa, che cavasi anche di sotterra, ma poco o niente agglutinata, la quale perciò dà a veder chiaro di non essere mai stata investita da quel suco. E' adunque forza l'inferire che a' tempi antichissimi quel mare ne fosse privo, o almeno ne contenesse in picciolissima dose, o per non incontrare banchi atti a fornirlo, o per incontrarne di quelli, la cui saldezza non permettesse all'acque di distruggerli, e quindi sopraccaricarsi delle minutissime lor particelle.

Contraendo in poco le sostanze finor divisate in questo breve tratto della Sicilia, queste si riducono al carbonato [p. 33 modifica]calcario al granito, al litantrace, e alla pietra arenaria. Chi ben considera la posizione e l'andamento del granito chiaramente s'accorge che questo è sempre posto al di sotto di esso carbonato, come deve accadere per essere di formazione anteriore. In effetto la prima pietra che poco sopra il livello del mare s'incontra andando verso i monti è la granitosa, poi vengono li carbonati calcarii, che formano buona parte de' monti stessi, e che abbastanza palesano la loro origine animale. Quivi il granito sporge qua e là in tumori, ma il più spesso rimane sepolto da questo genere di pietre. La Città di Messina siede sopra deposizioni di mare; ma ma non esito a pensare, che sottovia esista il granito, il quale, come diceva, giudico essere una continuazione di quello del Capo di Melazzo, ed è facile che serva di base al fondo dello Stretto sopra cui probabilmente esiste la pietra arenaria.

I tratti di terra da me indagati non presentano indizio di vulcanizzazione. Solamente il mare getta alle volte delle pomici alla spiaggia, ma vengon portate da Vulcano o da Lipari, comparendo [p. 34 modifica]quando soffiano venti boreali. Oltre al granito e alla pietra lumachella, che formano una porzione delle fabbriche rovinate di Messina, vi ho anche trovato più pomici sì leggere che pesanti, come diverse lave. Queste pure siccome ne sono stato accertato da que' Cittadini, venivan tradotte ne' tempi andati dall'Isole Liparie per uso di fabbricare, ma oggigiorno non se ne servono più. Egli è adunque sicuro che in questa parte della Sicilia, siccome in altri moltissimi, non hanno mai esistito vulcanici incendj[1].

Nella guisa che all'Isole di Lipari diedi un occhiata fuggitiva agli animali terrestri, ho fatto altrettanto in quelli del suol messinese. Vidi allora che per conto de' minuti viventi, quali sono gl'insetti, la natura in que' paesi dal fuoco prodotti si poteva dir quasi morta. Ben diversamente trovai succedere alle spiaggie della Sicilia. [p. 35 modifica]Conciossiachè messo appena il piede in Melazzo, mi trovai attorniato da un popolo di questi animalucci, che non eran minori di numero ne' contorni di Messina, e che non descrivo per essere dei più vulgari. Anche su gli ultimi di Ottobre erano pieni di vita pel calorico del clima, quando in tale stagione nelle nostre contrade soglion pel freddo esser letargici, e la più parte sotterra nascosti. Oltre la lucertola agile, evvi lo stellione che entra nelle case, ma che d'ordinario ne esce sul far della sera, ed è anche più moltiplicato alla campagna, dove con grave danno mangia le uve. Sappiamo che questo rettile abita ancora la parte meridionale dell'Italia, ed io ne ho veduto di molti a Genova colà malamente chiamati scorpioni, come in alcune parti della Toscana si appellan tarantole.

Il passero o merlo solitario (turdus cyaneus) tanto apprezzato per l'armonioso e passionato suo canto, in alcuni paesi è uccello di passaggio, non venendo ad abitarli che di primavera, e partendone all'accostarsi del verno. Nella Sicilia, in quella parte almeno [p. 36 modifica]dove io mi trovava, è uccello stazionario. Sul finire di Ottobre nè udiva uno ogni mattina cantare sopra di un tetto elevato che guardava l'alloggio dove io dimorava in Messina, e quegli Isolani che lo conoscono assai bene, e merlo di rocca non impropriamente lo appellano, mi attestano, che oltre al moltiplicare ivi di primavera vi soggiorna nel rimanente dell'anno, e che quelli solamente che stanno nell'alte montagne al restar coperte di neve discendono al piano.

Appresi da loro una notizia eziandio più importante, e che quadra con quelle che imparato aveva a Lipari. Si è questa, che quantunque la rondine comune e il rondon-nero (h. rustica, h. apus) sloggin da loro la più parte sul terminar dell'autunno, alcuni individui però vi rimangono nella fredda stagione, lasciandosi allora vedere in certe giornate tiepidette e serene.

Tutti sanno che verso il declinare del passato secolo fioriva in Messina una rinomata Università, e per l'affluenza grande degli Scolari, e più ancora per la celebrità dei Professori, tra' quali [p. 37 modifica]si annoverava un Borelli, e un Malpighi, che sono stati dell'italica scuola sì grandi ornamenti. Suonano ancora nelle bocche dei più culti i venerandi lor nomi, e mostrano con diletto le loro abitazioni e le scuole, dove con le loro dottrine, e con le luminose loro scoperte ammaestravano i giovani studianti, e innanzi gli ultimi tremuoti si conservavano ancora gelosamente alcune anatomiche preparazioni dell'illustre medico Bolognese, le quali in quella fatale epoca insieme a tanti altri preziosi monumenti perirono.

Presentemente evvi un Ginnasio in cui si coltivano le scienze e le lettere, e i Messinesi in generale sono di perspicace ingegno, ed avidi di sapere, ma la tenue ricompensa per le letterarie loro fatiche non è il più forte stimolo per far progressi e distinguersi. Le urbanità, le cortesie, le generose accoglienze da me ricevute in Catania le ho avute del pari in Messina, oltre al maggiore interessamento di questi obbliganti Cittadini per secondare le fisiche mie ricerche. Dovetti in fine staccarmi da loro penetrato del più vivo sentimento di gratitudine, e non senza mio dispiacimento; [p. 38 modifica]il che feci il primo di Novembre, montando a bordo di un bastimento Genovese che salpava per Napoli. Un vento sud in due giorni felicemente ci portò a Pozzuolo, dove rividi il dotto Abbate Breislak, in allora Direttore della Solfatara, e dove pure abbracciai con esuberanza di giubilo l'antico ed illustre mio Amico Abbate Fortis, ristabilito allora in salute dopo una grave malattia sofferta, e rivisitato che ebbi con loro quel non estinto Vulcano partimmo insieme per la vicina grandiosa Metropoli.


  1. Ignoro chi abbia fatto commettere al Sig. Chaptal un errore tanto badiale nel luogo della sua Chimica dove afferma, che la Sicilia è stata tutta vulcanizzata.