Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXIV
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CAPITOLO XXXIV.
appennino modanese litologicamente
osservato.
viaggio da sassuolo a fanano, e da
fanano al lago scaffajolo posto su la
cima più elevata dell'appennino.
Diverse specie di testacei marini nelle colline Modanesi, e Reggiane. Come si trovano dentro la terra. Sparimento di cosiffatte spoglie ascendendo le montagne verso Fanano. Apparimento di petrosi carbonati di calce. Pietra arenaria che comincia a farsi vedere andando più in alto. Varietà, e stratificazione di tal pietra, ed uso che ne fanno que' montanai. Giogaja più eminente dell'Appennino, e andamento dei suoi filoni chiaramente visibili dal Borgo di Fanano. Decomponimento dell'arenaria opportunissimo a render fruttifero questo Paese, che in se sarebbe sterilissimo e ingrato. Niun corpo straniero rinchiuso in essa pietra, a riserva di alcuni carbonati calcarj. L'epoca di loro formazione e quella dell'arenaria sembrano essere state una sola. Sasso chiamato de' Carli poco sotto Fanano, singolare per essere tempestato di eleganti cristalli quarzosi. Descrizione di questi cristalli. Andamento de' filoni arenarj posti al di sopra di Fanano, e guardanti il sud, privi di carbonati calcarii. Gruppo di case di alpestri montanai, chiamato l'Ospitale di Lamola, attorniato dall'arenaria. Produzioni vegetabili che ivi raccolgonsi. Regione de' faggi cominciante poco al di sopra dell'Ospitale. Fascia quasi orizzontale che formano sulle spalle dell'Appennino. Diversità nella loro vegetazione. Filare di grossi rami di faggio conficcati in quell'alpestre suolo, che serve di scorta a' viandanti per non perire in tempo di altissime nevi. Accostandosi di più alla vetta dell'Appennino appariscono sole magrissime praterie, senza però che internamente venga a perdersi la consueta pietra arenaria. Lago famoso chiamato di Scaffajolo, posto su la più alta cima dell'Appennino. Sua estensione ed origine. Parlasi incidentemente d'un altro Lago su le montagne reggiane esaminato molt'anni prima dall'Autore. Popolari pregiudizj su la natura di questi due Laghi. Continuazione dell'arenaria dove esiste il Lago, e in tutti que' contorni. Fontane che al sud, e al nord scaturiscono poco sotto del Lago. Opinione di que' Paesani poco fondata, che da esso traggano l'alimento. Nel ritorno dal giogo altissimo dell'Appennino all'abitato parlasi di un numero sopra ogni credere grandissimo di topi singolari, abitatori della boscaglia de' faggi sopra ricordata, come delle trote moltiplicanti nel torrente Leo presso Fanano, e della naturale loro abitudine d'essere stazionarie in quel luogo senza mai trasferirsi altrove.
Le colline Modanesi e Reggiane sono seminate in più luoghi di testacei marini, quasi mai petrificati, ma o conservati nello stato naturale, o più o meno calcinati. Ne ha degli univalvi, e dei bivalvi. Tra i primi sono conoscibili il buccino galea, reticulatum, lo strombo tuberculatus, il murice trunculus, il troco muricatus, umbilicalis, la patella mammillaris, il dentalio elephantinum, minutum, la serpula spirillum triquetra, glomerata; e fra i secondi la folade dactylus, il soleno siliqua, la tellina fragilis, il cardio aculeatum, serratum, la cama cor, l'ostrea maxima edulis (Lin.). Nè mancano diversi tipoliti di conchiglie singolarmente nell'ordine dei buccini, de' cardj, delle telline, e taluno mostra i patenti vestigj di qualche pinna con picciolissimi e logori avanzi del guscio di lei.
Rarissimo è che questi nicchi, e questi nuclei sieno incorporati alle pietre, ma d'ordinario si trovano mescolati alle semplici terre o cretacee, o marnose, scavando le quali ne saltano fuori dei nuovi, come si vede ne' campi a coltura, e nelle sponde dei torrenti corrose dall'impetuosità delle piene.
Più d'una volta accade che secondo i diversi generi, e le diverse specie di conchiglie fossili, diversi e separati sono i siti ne' quali si trovano: onde in un tratto di terra vi saranno a forma d'esempio, sole patelle, nell'altro soli dentali, in un terzo sole ostriche o sole telline, e così diciamo del resto, ma il più spesso queste diversità di generi le veggiam miste insieme, e confuse.
Non è del presente mio istituto il far parola di testacei d'altre vicine regioni; dirò solamente che dalle colline modanesi passando alle bolognesi, indi a quelle della Romagna, e con direzione contraria dalle reggiane andando alle parmiggiane, alle piacentine, e alle situate nel nostro oltrepò, in assaissimi di questi luoghi esistono le siffatte spoglie di mare.
Che se nel modanese ci trasferiremo al di sopra delle colline, e comincieremo a salir le montagne, i testacei si perdon di vista. Li 26. Luglio del 1789. da Modena presi le mosse verso Fanano, per avviarmi in seguito ai siti più alti dell'Appennino, indi ai vicini Fuochi di Barigazzo. Al di sopra di Sassuolo verso Formiggine que' colli abbondavano di cotesti corpi marini, ma neppur uno seppi rinvenirne nei luoghi di maggiore elevatezza. Vidi bensì che dove prima assaissimi tratti erano puramente terrosi, più in alto cominciarono a sporger dal suolo i petrosi carbonati di calce, e questi dove più, e dove meno numerosi mi accompagnarono quasi a Fanano di poche miglia lontano dall'altissimo giogo dell'Appennino. Grossolana d'ordinario è la pasta di queste pietre, alcune formano più suoli o banchi quasi mai paralleli all'orizzonte, ma ad esso più o meno obliqui, ed anche verticali. Quantunque nel carbonato di calce soventemente abbian nido i marini testacei, anzi spesso ne constituiscano il fondo, pure non potei mai scoprirvi la più picciola reliquia o impronta di loro.
Uno scarso miglio prima ch'io giungessi a Fanano finj di vedere cotal pietra, e ne sottentrò un altra che per formare la membratura delle parti sublimi del nostro Appennino, e per trovarsi di mezzo ad essa i fuochi di Barigazzo e gli altri circonvicini, vuole essere in dettaglio descritta. Questa è arenaria, dai Toscani appellata macigno, o pietra serena. Quì adunque ai due lati della pubblica via mi si presentarono spaziose moli di cotal pietra di cui poscia trovai pieno Fanano. Gli è questo un grosso Borgo dell'alte montagne di Modena, famoso per gli Uomini celebri in arme, in pietà, e in lettere, che ha prodotto, e tra gli ultimi vanta all'età nostra un Corsini, e un Sabbatini, ambidue delle Scuole Pie, de' quali il solo nome può equivalere al più splendido elogio. Il suo materiale adunque è formato pressochè tutto di pietra arenaria, senza eccettuarne i pavimenti delle strade, e i tetti delle case. I Fananesi non hanno latomie onde valersene ne' loro edificj, ma traggono coteste pietre dalle vicinissime circostanti montagne, preferendo quelle che a tale uso giudican migliori. Imperocchè quatunque cadan tutte sotto il medesimo genere, differiscono però fra se moltissimo sia nella pasta più o meno fina, sia nella diversità della grana, sia nella maggiore o minore saldezza. L'assunto però da me preso esige ch'io quì mi faccia a descriverne le differenze, almeno le più importanti; e cotal descrizione me ne risparmierà altre non poche ch'io dovrei fare ragionando di questa parte degli Appennini, per andare generalmente composta di sassi congeneri.
Primamente sono osservabili certe arenarie di grana sì grossa, che si potrebbero prendere per pudinghe a piccioli grani. Molti adunque di questi grani per lo più tondeggianti, arrivano al diametro di quattro linee, e sono tutti d'un quarzo suddiafano, un cotal poco lattiginoso, e somigliante a certi calcedonj. Il cemento che li lega ha poca solidità, e facilmenre viene intaccato dal tempo e dalle meteore. Quindi cotesta pietra poco mettesi in opera per le fabbriche.
La grana d'altre arenarie è meno grossolona, il cemento più fino e più durevole, e perciò riescono opportune per gli edificj. E' però vero che dopo una lunga serie di anni cotal cemento superficialmente si sgretola, rimanendo le molecule quarzose mezzo scoperte, quindi con tenue forza agevolmente si staccano.
Ma ne ha di molte, le cui particelle quarzose sono sì minute, che l'occhio se non armato di lente non arriva a discernerle. La pasta del glutine esser suole medesimamente sopraffina, e questa fatta di arenarie sogliono preferirla ad ogni altra.
Il glutine di queste diverse generazioni di pietre non è mai schietta calce, ma o ne contiene sol picciola dose, o è tutto o quasi tutto argilloso. Le granella quarzose, qualunque ne sia la mole non vanno mai disgiunte da abbondanti pagliette di mica argentina, simili a' minutissimi brillanti lustrini sù d'un fondo piombato, che è il colore della base di tali pietre.
Tutte queste arenarie sono schistose, non mai però divisibili in lame grandi e distinte, come è proprio di più altri schisti. Il vero schisto quello che sfaldasi, e di che a Fanano si valgono per coprire i tetti, non è però lontano dall'altro imperfetto, che anzi in più luoghi sporge fuori da esso in grossi lastroni, che con subbie vengon ridotti alla sottigliezza che si vuol dare alla pietra. La sua base è marnoso-argillacea, microscopiche le molecole di quarzo che serra, e le squamette micacee argentine, sopra ogni credere numerosissime. A motivo della mica la rottura di questo schisto è squamosetta, e come ondata, la durezza e il peso mediocri, l'odore terroso, e livido turchiniccio il colore.
Queste grandi masse di sasso arenario onde è circondato Fanano e i suoi contorni, sono filoni d'ordinario orizzontali, e questi penetrano nel più interno de' monti, e passano fino alla parte contraria. Senza uscire di questo Borgo ne abbiamo una luminosa prova. Rimpetto ad esso, e alla distanza d'un quarto di miglio ergesi ad sud un piccol monte di questo sasso, ma quasi d'una metà da cima a fondo caduto, per cui ne è nata una ripidissima ed alta rupe. In essa dunque l'orizzontalità de' filoni è patentissima, e andando sul luogo si vede che senza interrompimento è continuata ai lati, e alla parte opposta del monte situata di rincontro alla rupe. Egli è a pan di zucchero, e si direbbe formato di tanti rotondi tavoloni, di diametro successivamente minori, e gli uni sopra gli altri orizzontalmente poggiati. Non tutti però i filoni di quella montagna arenaria hanno simile orizzontal posizione, essendovene più d'uno situato obliquamente, ma che però fa sempre un angolo di pochi gradi con l'orizzonte, e nessuno ne ho mai veduto che lo tagli ad angoli retti.
Differiscon di molto fra se questi strati o filoni, essendovene diversi della grossezza di cinque piedi fino a dieci, quando altri non giungono a un pollice. Così è della diversità della grana quarzosa, che anzi nel medesimo filone ha dei pezzi dove è grossolana, quando altri l'hanno finissima.
Ragionando di rocce stratificate si osserva che più volte gli strati non si toccano immediatamente, ma sono fra se discosti di qualche intervallo per la interposizione d'un sottil suolo o di semplice terra, o di pietra specificamente diversa dal rimanente della roccia. I filoni di che ora favello si combacciano gli uni cogli altri perfettamente, come si rende chiaro guardandoli in luogo quando sono uniti, e d'un modo ancor più deciso ove con subbie e cunei se ne separino grossi pezzi.
La posizione di Fanano non può essere più felice per osservar davvicino la giogaja più elevata dell'Appennino, colà chiamata il Crine dell'Alpe. All'occhio comincia questa all'est, gira circolarmente al sud, e và a finire all'ouest col Cimone, così denominato per la sua grande elevatezza superiore a quelle non solo di essa giogaja, ma del restante dell'Appennino, che da una parte s'innoltra nella Romagna, e dall'altra nel Parmiggiano, nel Piacentino, e nel Genovese. Nuda è in massima parte cotesta giogaja, tutta quanta costrutta, come vedrem quinci a poco, di sasso arenario, e visibilissimo si è l'andamento dei filoni, per esser distante a volo di uccello circa due miglia, e rendesi ancor più conspicuo per un buon cannochiale. Drizzando adunque lo sguardo al Cimone, si mirano dalla cima fino a due buoni terzi di sua elevatezza i filoni, non già orizzontali, ma leggermente dechinanti dal nord all'ouest, ed anche al sud, avendo cioè la testata più alta al nord, e la più bassa all'ouest, o al sud. E cotal direzione distendesi per buon tratto nella giogaja continuata al Cimone, quantunque in altre parti l'inclinazione dei filoni sia diversa, sempre però di poco allontanandosi dalla orizzontalità.
Meno per la decomposizione della grana quarzosa, che per quella del glutine o cemento che la lega, cadono le pietre arenarie in dissoluzione come ne fà chiara testimonianza la maggiore friabilità che hanno sempre alla superficie, e che deriva dal caldo e dal freddo, dalla umidità e dal seccore, e dalla combinazione di altre struggitrici cagioni. Questa decomposizione congiunta a quella delle piante rende fruttifero un paese che sarebbe in se stesso sterilissimo e ingrato, venendo a formare una crosta di terra vegetabile più o meno grossa, secondo i siti o declivi o piani, o incavati, nella qual oltre i cerri, i roveri, le quercie, e ne' siti più alti i faggi, allignano felicemente numerosi boschi di castagni, che sono il maggiore, e più proficuo prodotto de' Fananesi. Poichè quantunque il formento non sia pianta cereale ignota a quel suolo, ne scarseggia però in guisa che appena può servire a qualche benestante per la famiglia. Non mancano tampoco i vigneti, ma questi rinvengonsi qualche miglia prima di arrivare a Fanano, e verdeggiano in alcune gole della bassa montagna, giacchè più in alto il freddo autunnale preverrebbe la maturità delle uve.
Sono stato attentissimo, se quelle immense masse di arenaria rinchiudono corpi stranieri. Nè contentato mi sono della superficie, ma come è mia ordinaria usanza ne' miei Viaggi montani, feci spezzare più massi, senza però trovarvi mai altre sostanze forestiere, che petrosi carbonati calcarj a' Fananesi troppo cogniti, valendosene per fare calcina. Presi a considerare se queste pietre sieno avventizie all'arenaria, formatesi ivi per feltramento, ma nessuna indicazione locale potei averne, che anzi ritrovansi così bene ad essa incorporate, che l'epoca di loro formazione, e quella dell'arenaria sembrano essere state una sola. Qua e là i carbonati calcarj formano più filari che sportano in fuora dall'arenaria, e non è mai che manifestino verun segnale di corpi marini.
Non sono tanto rari que' Villaggi di montagna i cui abitatori non vantino qualche rarità del Paese, e non si facciano un pregio di condurvi a vederla i Forastieri amatori di curiosità naturali. Essendo mio albergatore a Fanano il Sig. Dottor Bartolommeo Iacòli, e conoscendo io quivi il Padre Muzzarelli delle Scuole Pie, ambidue vantaggiosamente cogniti, l'uno per la Medicina, l'altro per l'umana letteratura, premurosi com'erano di secondare i miei desiderj, mi parlarono di tre luoghi, che per loro avviso meritavano d'essere da me veduti; il primo era Sasso de' Carli, il secondo il Lago di Scaffajolo, e il terzo il Cimone. Il secondo e il terzo prima di andare a Fanano mi eran cogniti per fama, e divisato aveva di visitarli, non così il primo che mi giunse nuovo, e recatomi sul sito, non ebbi a pentirmi di avervi fatta una breve corsa.
Questo sasso al nord-est di Fanano, è distante da lui sei scarse miglia, giace poco al di sopra del torrente Leo in una nuda e bassa collinetta, ed ove il sole sia chiaro si vede da lungi più pel vivo suo luccicare, che per la mole. Andandovi da presso si scorge ciò nascere dall'essere quasi tutto tempestato di brillantissimi cristalletti di quarzo. La pietra ha di circonferenza alla base piedi 230. all'incirca, e 70. di altezza, e la sua forma è irregolare. All'ouest è tagliata a piombo, non così verso gli altri aspetti, ed è in queste parti che possiamo salirla, benchè con difficoltà, ed anche con qualche pericolo. Sendo da cima a fondo ripiena di larghe screpolature, molti pezzi sono già caduti, e molti altri cadenti. Sì gli uni che gli altri, come il rimanente della pietra presentano nelle faccie una immensità di spiritosissimi cristalli quarzosi, da quelli di un punto fino agli altri di 3/4 d'un pollice. Quarzosa ne è pur la matrice, e dove da qualche vano venga interrotta quivi prende figura cristallizzata. Nessuno dei cristalli è fornito del suo prisma, ma tutti hanno o una sola piramide esagona piantata nella matrice, o composti vengono di due piramidi per le basi insieme unite, e questo è il caso più frequente ad osservarsi. Diversi cristalli non hanno colore, in altri è rossigno, ma nei più è avvinato, e penetra nel loro più interno. Il tempo e le ingiurie delle stagioni non hanno loro apportato il menomo pregiudizio, sia alla durezza, sia all'acutezza degli angoli, sia all'interiore loro struttura.
Il pregio adunque di questo sasso consiste nell'essere un ammassamento di silice, parte amorfa, parte passata allo stato di cristallizzazione. Lascio da parte alcune rileggature spatose che attraversano il quarzo, e alcune massette di tenera steatite, sepellite nelle sue screpolature, e che a me parute sono essere ivi nate per feltrazione.
Quell'aggregato quarzoso ha questo anche di osservabile, che non comunica con altre pietre, essendo circondato da terra margacea, nè in quelle vicinanze esiste la pietra arenaria, che comincia solamente a trovarsi accostandosi di più a Fanano.
A questa mia gita al Sasso de' Carli successe l'altra al Lago di Scaffajolo (detto anticamente scalfagiuolo), il quale se ha celebrità per essere su la cima cima dell'Appennino, la sua fama diverrebbe più grande, se vero fosse che gettatovi un sasso dentro, si facesse nuvoloso il cielo, ed insorgesse la più orribil tempesta, come pretende il Geznero, e come prima di Lui scrisse il Boccaccio. “Scalfagiuolo (piacemi riferire le sue parole) Lago piccolo è nell'Appennino, il quale tra la regione di Pistoja e Modena s'innalza, e più per miracolo, che per la copia delle acque memorabile. Perocchè (come danno testimonianza tutti gli abitatori) se alcuno da per se, ovver per sorte sarà che getti una pietra o altro, in quello che l'acqua muova, subitamente l'aere s'astrigne in nebbia, e nasce di venti tanta fierezza, che le quercie fortissime, e li vecchi faggi vicini o si spezzano, o si sbarbano dalle radici. Che potrò dir io degli animali, se alcuni ce ne sono? E così la tempesta tutto dì a tutti nemichevole alcune volte persevera”.
Mi avviai adunque a quel Lago situato al sud di Fanano, prendendo la via che per me esser poteva la più istruttiva, coll'ascendere a lenti passi il torrente Leo, che prende origine poco al di sotto di quella elevatezza. Conosciuto aveva sperimentalmente quanto per acquistar lumi intorno alla natura, e agli andamenti di qualche gruppo o catena di montagne giovevolissimo sia l'andar dietro a que' fiumi o torrenti, che in mezzo a profonde gole ne radono le fondamenta, sì perchè da que' fondi alzando in alto lo sguardo giungiamo a scoprire la posizione degli strati e dei filoni di esse montagne, sì perchè le pietre di que' fiumi o torrenti rotolate ci forniscono una anticipata contezza della natura di quelle montuosità. Il letto adunque del torrente Leo, che unito all'antica Scultenna forma il Panaro è ricco della solita arenaria, ma conformata in palle, dove più, dove meno rotonde, figura che a poco a poco hanno acquistata pel rotolamento dell'onde. Presso Fanano l'arenaria fluitata trovasi in compagnia del carbonato calcario, ma cominciando ad ascendere lungo quel torrente, il calcario si perde, e i globi di arenaria restano soli e sempre più grossi, e meno tondeggianti quanto più all'insù ci innoltriam nel torrente.
In tanto esso viene ad imprigionarsi quasi fra due immense muraglie dentro a due altissime e ripidissime rupi, che offrono all'occhio con la maggior distinzione e chiarezza i diversi filoni, onde sono formate, e si vede che tutti dalla cima delle rupi fino alle radici o sono orizzontali, o poco si dilungano da tale postura, e non ve n'è alcuno che composto non sia della stessa arenaria.
Tale si è l'aspetto di quel gruppo di monti che è frapposto a Fanano, e all'Ospitale di Lamola, distante a retta linea poco più d'un miglio dal Lago di Scaffajolo. Questo Ospitale è un pugno di case di montanari, i quali per accostarsi alla Toscana parlano un dialetto meno lombardo che a Fanano, e sì gli uomini che le donne hanno una carnagione che fa invidia agli abitatori delle Città, non ostante che l'acqua e le castagne loro servano ordinariamente di bevanda e di cibo. Quì comincia veramente a farsi sentire la rigidezza del clima. Quantunque corresse il giorno 6. di Agosto quando vi andai, pure la segala, e il formento marzuolo de' pochi e meschini campicelli che ivi si coltivano, metteva appena fuori la spiga, e spesso accade che innanzi d'ingiallire, e condursi a maturità restano queste biade dalla neve soprapprese e sepolte. Così è da alcuni castagni i quali quantunque colà sieno di grosso ed alto fusto, e perciò sembrino allignarvi felicemente, pure l'inclemenza del luogo quasi mai non permette a' frutti il poter giungere a perfezione. Anche colassù l'arenaria è la pietra dominante, o a dir meglio l'unica, e questa in lame divisa serve di coperchio a quelle umili case.
Poco al di sopra dell'Ospitale comincia a farsi vedere la regione dei faggi. Da principio sono bassi, e piuttosto frutici che altro, ma a mano a mano che maggiormente si ascende diventan più elevati, e nel mezzo di quella regione si alzano rigogliosissimi, e formano foltissime ed oscure boscaglie. Osservava con qualche occhio di ammirazione come la sommità del tronco di alcuni altissimi faggi porta scolpiti nella corteccia diversi caratteri. Ma seppi dappoi che vi erano stati incisi dai Viaggiatori quando in inverno passando dal suolo lombardo al toscano la neve arriva a quell'altezza, e per esser gelata alla superficie e indurita, permette l'andarvi sopra senza pericolo di profondare. Esiste in effetto colà un antica strada, che da Modena conduce a Pistoja. Questi alberi formano una fascia quasi orizzontale sul dorso dell'Appennino, la quale di traverso non arriva ad un miglio. A quel modo che verso i principj dalla parte dell'Ospitale di Lamola detto abbiamo esser poco alti i faggi, così è verso il fine della fascia, che guarda il Lago di Scaffajolo. Nel primo caso credo ciò nascere dal non esservi quella fredda temperatura, che addimandasi dalla natura di questi alberi, sapendosi che aman sempre i luoghi alpestri, in prova di che sebbene a Fanano e ne' luoghi convicini vi abbia osservato alcuni piedi di faggio, questi però rimangon sempre bassissime macchie, e sterpagnoli. Non così possiam dire nell'altro caso, ne io mi penso che attribuire si debba ad una cagione contraria, cioè al freddo soverchio, ma piuttosto alla crosta terrosa ivi molto sottile, per cui le radici poco internandosi, non ricevono che scarso alimento. Ed io vidi che a pochi pollici scavando il terreno, troviam di subito il sasso arenario. Credo però concorrervi quale altra cagione il soffiar del libeccio la cui impetuosità su quelle alture è grandissima. Di fatti laddove più basso i rami de' faggi per ogni lato attorniamo il tronco, ed hanno la guardatura a tutti i venti, siccome è proprio degli altri alberi, quelli che terminano quella zona gli hanno rivolti e piegati alla parte che è opposta a questo vento.
Dopo la regione de' faggi, se più in alto si prosegua il cammino, s'incontra una fila di secchi e lunghi rami di questi alberi, i quali rami sono stati ivi conficcati per servire di scorta ai viandanti in tempo delle altissime nevi. Imperocchè restando di esse allora tutto coperto, facilmente potrebbono smarrire la via che conduce in Toscana, e precipitare in un vicino burrone, che chiamano il Fosso de' Morti, per trovarsi talvolta in quel fondo alcuni uomini dalla neve soffocati, e quando passai per colà non era gran pezzo che a primavera inoltrata sette cadaveri furono in quel precipizio scoperti.
Ascendendo di più si perdono affatto ogni maniera di alberi, di arbusti, di sterpi, e in quella vece s'incontrano magrissime e salvatiche praterie, appena idonee a dare alimento ai cavalli nella più calda stagione, e fu di mezzo ad esse che li 6. di Agosto restavano ancora reliquie di neve in forma di lunghe striscie, ma poco profonde. Attraversando questi erbosi tratti, io non perdetti mai di vista il principale mio oggetto, che era quello di sapere la natura delle sottogiacenti pietre, le quali per via di poco profondi scavamenti scopersi essere arenarie, come lo era stato fino allora il rimanente delle meno alte montagne da me visitate.
Pervenni in fine al desiderato Lago, scopo e meta di quel breve mio viaggio. Giace egli veracemente su l'altissimo giogo dell'Appennino, di guisa che dalle sue sponde miransi ad un tempo i degradanti monti della Lombardia, e della Toscana. Cotal luogo chiamasi Alpe della Croce. La lunghezza del Lago era di 480. piedi, e la larghezza di 178. circa: picciola però l'una e l'altra in agguaglio di quella che ha in altre stagioni, come scorgevasi dai manifesti segnali di estensione, a cui l'acqua era giunta altre volte. Ella è chiarissima, e dolce, senza però dar ricetto ad alcun pesce; e quanto è d'altri viventi, io non seppi vedervi dentro che qualche larva di libellule, e svolazzarvi sopra alcuni di questi insetti, e nominatamente la libellula grandis, e la vulgarissima (Lin.).
In altro viaggio sono già molt'anni da me fatto su le Montagne di Reggio io fo parole d'un Lago alpestre chiamato di Ventasso, che era voce universale che non avesse fondo, e ch'io scandagliai il primo, valendomi d'una zattera formata di tronchi di faggi[1]. Altrettanto avvisai di fare nel presente Lago, ma i tronconi di faggio colassù portati e a forma di zattera insieme legati, e soprapposti all'acqua erano troppo pochi per reggervi sopra un uomo. Altronde la soverchia distanza del Lago ai faggi (unica specie d'alberi verdeggianti in que' contorni) non permetteva in quel giorno l'andare a prenderne altri, ed era di necessità ch'io co' miei compagni mi restituissi la sera all'Ospitale di Lamola, per essere in que' luoghi deserti ed orridi il solo abitacolo per dimorarvi in tempo di notte. Fui adunque privo della soddisfazione di poter misurarne la profondità, la quale per altro per gli esami fattivi attorno poteva esser grande. In alcuni luoghi vedesi il fondo del Lago, in altri non apparisce, senza che però l'acqua abbia quel ceruleo oscuro che suol dinotare profondità. Solamente verso il mezzo trapela cotal colore, ma poco risentito. Fatta poi considerazione alle circostanze locali si vede essere un catino, una picciola conca incavata nel sommo di quel monte elevatissimo, e ripieno d'acque che ricevono il loro alimento dalle pioggie e dalle nevi, e già in que' giorni caldissimi esisteva al sud poco sopra del suo livello un ammassamento di neve indurita che avrebbe fornito materia per quattro ghiacciaje.
Era ben credibile che quando mi recai a questo Lago io avessi per favolosa la tempesta che in esso risveglia un sasso gettatovi dentro, nè diversamente pensavano i ricordati due Amici, che mi furon compagni nel viaggio. Non così alcuni paesani che mi conducevano, parte dell'Ospitale di Lamola, parte di Fanano, i quali prevenuti essendo del contrario, e vedendo che le pietre ed altri solidi corpi da me lanciati in più parti del Lago non ingeneravano altra commozione fuori di quella che per simil cagione si produce in qualunque altro aggregato di acque stagnanti, e che il cielo come prima seguitava ad esser sereno e ridente, dir non saprei quanto rimanessero soprappresi ed attoniti. = Come chi mai cosa incredibil vede.
E toccai con mano che questa verognosa credenza da' tempi che scriveva l'eloquentissimo Novellier di Certaldo, e verisimilmente più addietro ancora, passata era di generazione in generazione fino a' dì nostri.
Così quando in altri tempi io mi recai al nominato Lago di Ventasso credevano buonamente quegli Alpigiani che nel suo centro vi fosse un gran vortice, accompagnato da tanta profondità d'acque che non si potesse quasi scandagliare. Col mezzo della zattera che mi diede l'agio di visitarlo in ogni parte trovai essere una pretta baja il preteso vortice, e dal piombino appresi esser l'altezza del fondo di piedi 24. circa. (l. c.). Nonostante che queste prove di fatto venissero da me instituite alla presenza di molti di que' montanari, pure sono stato accertato che in seguito hanno continuato e continuano ad esser colà in vigore i medesimi pregiudizj, nè maraviglierei punto se così andasse la facenda ne' circonvicini abitatori del Lago di Scaffajolo. Tanto egli è vero che malgrado gli sforzi de' filosofi certe pregiudicate ed erronee opinioni egli è impossibile di svellerle dall'animo del popolo e che senza interruzione vengono tramandate alla più tarda posterità. Del che però non si dorranno, credo io, gl'Investigatori della natura, sapendosi che la Filosofia è stata in ogni tempo paucis contenta judicibus.
Quell'altura di Appennino e le ripe che cìrcondano il Lago constano della stessa arenaria se non che questa ha la grana quarzosa più grossa, e men fino ne è il cemento. Trovasi a grossi pezzi, e a lastroni, massimamente attorno al Lago, e su di essi vi sono scolpiti i nomi di alcuni che iti sono a visitarlo, con espresse le date del secolo presente, e del passato.
Pago di quelle osservazioni lassù rivolsi l'occhio e i passi verso l'ouest andando sempre sul crine dell'Alpe, dilungatomi d'un buon miglio da esso Lago, e ciò per espiare la natura della pietra, che seguitò a farmisi vedere sempre la stessa. Il medesimo avvenne, calando all'ingiù verso il Pistojese, e sotto il Lago ad un quarto di miglio vidi sgorgar più fontane dalla screpolata arenaria, come nella parte opposta trovato ne aveva quasi all'istessa distanza prima di arrivare al crine dell'alpe. E' comune opinione de' paesani che quelle fontane che al sud serpeggiano verso la Toscana, e al nord verso la Lombardia, vengan nodrite dal Lago di Scaffajolo; del che non saprei persuadermi, altrimenti l'effetto sarebbe maggior della causa. Imperocchè tale si è la quantità dell'acqua che tutte insieme gettano quelle fonti, che se questa derivasse dal Lago, esso per la sua picciolezza non indugierebbe molto a seccarsi, quando è cosa notissima che è perenne. Ma di questi fonti avrò a dire di nuovo una parola quando ragionerò di altri che scaturiscono dal sopracciglio del Cimone.
La via ch'io tenni nel ricondurmi a Fanano fu quella stessa che avea battuta per superare il giogo dell'Appennino; il che feci per andar più sicuro delle cose da me prima osservate: e posso affermatamente dire che nel mio ritorno non ebbi che a confermarle. Nulla dunque su questo particolare io aggiugnerò, piuttosto prenderò a dire di due osservazioni d'altro genere da me fatte in questo viaggio, e che ho creduto più convenevole il riserbarle a questo luogo.
Sì nell'andata che nel ritorno presi non poca maraviglia al vedere lo sterminato numero de' topi, che occupavano la regione de' faggi. Non è esagerazione s'io dico che andavano più là del migliajo. A torme adunque correvano qua e là sul suolo, su rami de' faggi, su i tronchi, parte ascendendoli e parte discendendoli, e moltissimi o si nascondevano ne' buchi da loro aperti nella terra rasente al pedale de' faggi, o da essi ne uscivano. Pensai da prima se per ventura questi fossero topi di passo, e mi venne alla mente il topo lemmus abitatore dell'Alpi della Lapponia, ma fui accertato essere indigeni di quel luogo, e che l'usitato loro cibo sono i semi di faggio, de' quali anche si cibano ne' rigori del verno, facendo tra la terra e la neve delle stradicciuole per passare da luogo a luogo, e andare in busca di alimento. Che quell'anno però erano più numerosi dell'ordinario per la soprabbondanza di tai semi, e che se questi in qualche altro anno fallissero, o scarseggiasero, i topi abbandonati i fageti discendevano ne' luoghi più bassi, dove il terreno permette qualche coltura, disertando in erba le biade. Convien dir tuttavolta che da qualche particolar circostanza fossero allettati a restarsi in quel luogo, giacchè di tante spaziose boscaglie di faggi da me traversate in altre parti dell'Appennino, nell'Alpi, ed in altri montuosi paesi non emmi toccato giammai di vedere simil fenomeno.
Per queste osservazioni si ricava essere cotal topo nel novero di quelli che sono compagnevoli. Sarebbe stato bene il fissarne la specie, ma costoro essendo agilissimi, e al corso veloci, e da lungi fuggendo l'uomo, a stento se ne potè prendere uno, schiacciandolo co' piedi, ma deformato in guisa, che non mi fu dato di caratterizzarlo. Dirò solo esser del doppio più groffo del mus musculus, ed aver colore lionato scuro sul dorso, e nei fianchi e bianchiccio alla regione del ventre. Apertolo io vidi essersi apposti al vero que' rustici per conto dell'alimento di questi animali, avendo egli pieno lo stomaco di semenze di faggi.
Sotto a' boschi di questi alberi prende da poche sorgenti il suo nascimento il torrente Leo, e via via che si accosta a Fanano per l'influsso di altre scaturigini fassi men povero d'acque; giunto poi che sia al piano, e prossimo a metter foce nell'altro torrente Scultenna, si è già allargato a qualche considerabile ampiezza. Le trote (salmo trutta) sono quasi l'unico pesce che in esso vive e moltiplica, picciole sì, comparate a quelle di Lago, come lo sono generalmente le trote di montagna, ma più dilicate, e d'un gusto grandemente più delizioso. Curioso e facile insieme si è il modo di pescarle. Si diverte l'acqua del Leo in altra parte del suo letto; sicchè poco dopo rimane asciutto dove prima correva, a riserva di alcuni gorghetti che chiamano pozzi. Ed è in questi pozzi dove si nascondon le trote, e si pigliano con picciola rete che si allarga, e restrignesi secondochè il richieggon le circostanze.
Il soggiorno stabile e fisso delle trote si è il Leo, e se per gonfiezza, e per impeto d'acque derivato da soprabbondanza di pioggie vengano strascinte dentro a Scultenna, o al Panaro, al cessar della piena non lasciano di ricondursi al paese nativo. E questa predilezione e stabilità di domicilio per le acque alpestri è da me stata centinaja di volte veduta nelle trote di altre montagne, sia per la maggior frescura che domina in que' luoghi eminenti, sia per trovar ivi più che altrove alimento più abbondante o migliore, sia in fine per la maggiore limpidezza dell'acque, sapendosi che le trote, mondissimo animale, vanno facilmente a perir nelle torbe.
- ↑ Lettere due dell'Abbate Spallanzani ec., stampate nel Tomo nono della Raccolta Calogeriana. Venezia 1762.