Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXIX
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CAPITOLO XXXIX.
tentativi fisici e chimici per esplorare
la natura dei gaz idrogeni dei
fuochi di barigazzo, e dell'altre
circonvicine montagne.
Come questi diversi gaz nei prossimi principj convengon fra loro. Confronto fra il gaz di questi fuochi (che quindi innanzi chiamerassi gaz naturale) e il gaz metallico idrogeno. Differenze negli odori fra questi due gaz. Altre rilevanti differenze nell'accendimento dei due gaz naturale e metallico. Ragion fisica di queste differenze. Altro divario considerabilissimo risguardante l'accensione di gran lunga più voluminosa nel gaz idrogeno naturale, che nel metallico. Fenomeno piacevolissimo obbligando ad escire l'infiammato gaz idrogeno naturale da tubetti annessi a vesciche riempiute di esse. Divario grande, ripetuto il tentativo col gaz metallico. Scintille del battifuoco urtante una pietra focaja inette ad accender ne' vasi il gaz idrogeno naturale, come pure quando condensato esce dai tubetti. Sua accensione ricorrendo ad alcuni sulfuri di ferro. Attività dell'acceso gaz metallico, maggiore di quella dell'acceso gaz naturale. Diversità di fenomeni nelle accensioni, fatta una saponata col gaz naturale e col metallico. In queste artificiali accensioni il gaz naturale non manifesta fumo di sorta. Prove che dentro a' vasi facendo ardere il gaz naturale, generasi acqua. Meno però abbondante che sperimentando il gaz metallico. Gaz idrogeno naturale specificamente più leggero dell'aria, e meno del gaz metallico. Differenza nei fenomeni dando fuoco a bolle d'acqua insaponata piene di gaz naturale, e ad altre piene di gaz metallico. Fenomeni che si osservano nelle accensioni del gaz idrogeno naturale mescolato in diverse dosi, ora con l'aria comune, or col gaz ossigeno. Il gaz naturale più presto del metallico spegne i lumi, e reca la morte agli animali. Fondati sospetti che i gaz naturali fin quì ricordati non sieno puri, ma imbrattati da sostanze straniere. Non contengono gaz ossigeno, ma solfo in dissoluzione. Ricerche se essi avvolgano del gas acido carbonico. La presenza di questo gaz non manifestasi con l'acqua stillata, nè tampoco con l'acqua di calce, con la tintura di eliotropio, e con gli alkali. Per l'opposito questi reagenti dimostrano come la così detta aria infiammabile delle Paludi và unita al gaz acido carbonico. Si fa vedere come molti luoghi paludosi quantunque abbondanti di piante sono affatto privi di quest'aria. Gli allegati reagenti non dando indizio di gaz acido carbonico nei gaz idrogeni naturali, determinano l'Autore a ricorrere all'infiammazione di essi gaz sopra l'acqua di calce. Con tal mezzo rendesi sensibile il gaz acido carbonico, e si viene a fissarne la precisa quantità.
Nei precedenti Capitoli si è veduto nove essere cotesti fuochi, uno a Barigazzo, il secondo all'Orto dell'Inferno, il terzo alla Serra dei Grilli, il quarto alla Sponda del Gatto, due a Vetta, e tre alla Raìna. Il gaz adunque di ognuno di essi venne da me raccolto ed esaminato su luoghi. Ma debbo dire non senza qualche sorpresa di non aver trovato un solo di questi gaz, il quale porti con se qualche attributo, qualche proprietà che lo contraddistingua dagli altri. Questa identità di principj venne adunque a confermarmi nella conceputa idea, che questi moltiplici fuochi derivino dal medesimo gaz sotterraneamente nascosto, e del continuo riproducentesi, il quale diramandosi per diversi cuniculi, fuori ne esca dove ardono i fuochi, perchè ivi trova aperta la via. E questa identità mi esime di ragionare partitamente di ognuno di essi, e però i miei tentativi si aggireranno intorno a quelli solamente di Barigazzo, e dell'Orto dell'Inferno, per essere questi due luoghi vicinissimi all'osterìa, dove alloggiava, e dove aveva il necessario corredo di strumenti per le mie sperienze.
Uno degli scopi de' miei Saggi quello essendo di confrontare gli effetti del gaz de' nostri fuochi, (che quindi innanzi chiamerò gaz naturale), con quelli del gaz idrogeno metallico, di ambidue questi gaz feci amplissima provvisione. Il gaz metallico mi veniva fornito, altro dal ferro, altro dallo zinco esposti all'azione dell'acido sulforico allungato con acqua, e l'uno e l'altro ridotti in pezzetti procurava che fosser purissimi.
La prima cosa fu quella di sentir l'odore di questi due gaz non infiammati, poichè quantunque detto avessi che accostandosi ai luoghi dove ardono i già descritti fuochi, si facesse chiaro l'odore di gaz idrogeno, era però opportuno sentire più da vicino l'uno e l'altro. Accostata dunque alle narici la bocca d'un vaso in quell'istante aperto, e pieno di gaz naturale, poi fatto lo stesso con altro vaso consimile riempiuto di gaz metallico; conobbi bensì che nell'essenziale convenivano questi due odori, ma che quello del gaz idrogeno naturale aveva di più un non so che di disgustoso, e quasi fetente, che mi pose in qualche sospetto che fosse gaz idrogeno solforato.
Sono passato all'infiammazione, e allora oltre al rendersi più forte l'odore del nostro gaz, faceva anche sentire un leggerissimo puzzo di petrolio. Quanto ai fenomeni della infiammazione, eccone il principale risultamento, dopo iterate e reiterate sperienze. Ove i vasi sieno angusti, e più angusta la lor bocca, l'accensione del gaz idrogeno naturale cagionata dall'accostamento d'una candeletta accesa produce senza rumore una fiammella cerulea, breve, ascendente alcun poco sopra l'orificio del vaso, e niente internantesi nel suo ventre, la quale fiammella in un momento va a morire. Applicata di nuovo alla bocca del vaso la candeletta, risvegliasi una seconda fiammicella minore della prima, ch'essa pure in breve svanisce. Così è d'una terza, d'una quarta accensione, e dirò che talvolta sono giunto a contarne fino a sette, ma l'ultime appena eran sensibili, e in ragione che impicciolivano si facevano sempre più azzurrine. E se dopo queste successive decrescenti infiammazioncelle immergeva l'ardente candeletta nel vaso fino a toccarne il fondo, riteneva il suo lume, prova sicura che più non eravi gaz idrogeno, ma che sottentrata vi era l'aria atmosferica.
Il fenomeno era diverso, sperimentando negli stessi vasi il gaz idrogeno metallico. L'accendimento veniva accompagnato da picciola ma sensibile detonazione. La fiammella internavasi nel vaso; e non di rado il gaz in una volta sola tutto andava in fiamme, poichè non ne appariva più segno, appressando il lume alla bocca del vaso, o immergendolo in esso.
Se poi si sperimentino vasi di maggior capacità, e di maggiore apertura, come il metallico, così il gaz naturale arde tutto ad un colpo, con queste differenze però che il primo fa esplosione, non il secondo, ma mette un sordo romore simile a quello d'un soffio; in oltre la fiamma di quello è rossiccio-cerulea, quella del gaz naturale ceruleo-bianca; la prima quasi in un baleno passa dall'orificio del vaso al fondo, la seconda discende lentissimamente.
Non sembra difficile il render ragione di queste diversità di fenomeni. Il gaz idrogeno naturale non essendo sì puro come il metallico, siccome quinci a poco vedremo, la sua fiamma è anche più debole, e quindi più facile a spegnersi, e però ne' vasi di angusta gola appena nata finisce. Intendiam poi come si abbiano novelle accensioni, giacchè distrutto per la prima combustione lo strato superficiale del gaz che è in immediato contatto col gaz ossigeno atmosferico, senza cui non si avrebbe accensione, sottentra uno strato novello, a motivo della maggior leggerezza di questo gaz relativamente all'aria atmosferica: e così diciamo della terza, della quarta accensione ec. fintantochè vi resti gaz naturale nel vaso. Per l'opposito ne' vasi di gola e di ventre capace più esteso essendo il volume del gaz, questo continuerà ad ardere fino all'intiera sua consumazione, concedendo l'ampiezza della bocca l'ingresso maggiore all'aria atmosferica.
Ma l'accendimento dei due gaz mi ha manifestata un altra differenza nel suo genere singolarissima: e questa è che l'infiammato volume del gaz idrogeno metallico è il doppio circa del volume non infiammato, quando nel gaz naturale è forse decuplo. Me lo mostrava la seguente osservazione. Empieva del primo gaz un vaso grande e di forma cilindrica, e lo accendeva. In quel momento la fiamma oltre all'occupar tutto l'interno del vaso, spandevasi all'insù, e a giudizio dell'occhio tutto l'acceso volume raddoppiava quello di esso gaz innanzi l'infiammazione. Ma col gaz naturale instituito l'esperimento nel medesimo vaso, la fiamma sopra di questo faceva una espansion tale, che insieme all'interna accensione uguagliava a un di presso dieci volte la mole di esso gaz prima di accendersi. Quindi è che qualunque sia la forma de' vasi, purchè abbiano considerabile ampiezza l'infiammazione del gaz idrogeno naturale di molto diffondesi più sovra di essi, che quella del gaz metallico.
Queste accensioni si ottenevano tranquillamente, lasciando ardere i gaz senza veruno impulso esteriore. Ebbi novelli accidenti, novelli risultati, faccendoli uscire da tubetti del diametro di una linea e mezzo annessi a vesciche riempiute di essi, e più o meno dalla mano premute. Lo spettacolo nelle tenebre riesciva giocondissimo. Se adunque compressa lievemente la vescica obbligava a sortir dal tubetto il gaz idrogeno naturale, e questo per un momento si esponeva ad un accesa candela, generavasi una lingua infiammata lunga oltre a sei pollici, e quasi queta del tutto. Il colore alla base era azzurro, ma rosso-bianco nel restante, e singolarmente nell'apice. Se cresceva la pressione, la fiamma si facea strepitante e più lunga, e formava un cono avente la base sul foro del tubetto, e l'apice alla parte contraria. Premendo anche di più, oltre allo strepito maggiore il cono allungavasi da sedici in diciotto pollici, e allora la base non era contigua al foro del tubetto, ma di due o tre pollici spiccata da lui, ed era mirabile il vedere come questa base per l'impetuosità del gaz uscente formava un cavo tanto maggiore, quanto la pressione era più vigorosa. I colori di questo cono formavano un misto di azzurrino, di biancheggiante, di rosso. E questo grazioso fenomeno seguitava ad apparire finchè qualche porzione gaz rimaneva nelle vesciche.
Ripetuto l'esperimento col gaz idrogeno del ferro, egli è ben lontano che la scena sia stata all'occhio tanto aggradevole. Per quanto comprimesi la vescica turgidissima di questo gaz, l'infiammato cono non oltrepassava i tre pollici, la base era poco o nulla staccata dal tubo, e l'incavo appena conoscibile. Bianco-rosso, ed azzurro ne era il colore, la detonazione sensibilissima, sol però allora che il gaz si accendeva, e la base del cono a quando a quando lasciava vedere dei punti crepitanti, e più lucidi del rimanente della conica fiamma. Il qual fenomeno per le belle osservazioni dell'illustre Sig. Senebier deriva dalle molecole del ferro che s'infiammano. Il gaz tratto dallo zinco ha prodotto i medesimi effetti che quelli del ferro, a riserva della detonazione alquanto più forte.
Attesa l'eterogeneità del gaz idrogeno naturale, intendiam facilmente come la sua fiamma sia più voluminosa di quella del gaz metallico. In questo tutte le parti combustibili si toccano, o sono almeno fra se vicinissime, e quindi bruciano senza essere allontanate dalla dilatazione di altre straniere: all'opposito questo allontanamento dee accadere per la sua eterogeneità nelle parti accendibili del gaz naturale.
Le scintille del battifuoco urtante una pietra focaja fatte cadere dentro di un vaso pieno di gaz idrogeno naturale sono state inette ad accenderlo. Niente hanno operato di più sull'istesso gaz nell'atto che usciva dalle vesciche. In questo caso però si è ottenuta più d'una volta l'infiammazione, sostituendo alle focaje uno di que' sulfuri di ferro da cui esce una pioggia di vivacissime strepitanti scintille, per lo più foggiate a stelluzze, ove dall'acciajo vengan percossi, come sono stati alcuni sulfuri di ferro dell'isola dell'Elba.
Alla distanza d'una linea dal foro del tubo metteva una lamina sottile di piombo, poi voltato il galletto concedeva libero l'esito al gaz idrogeno naturale dalla vescica, e lo accendeva, intanto che questa veniva compressa dalla mano. Essa lamina adunque così rimaneva investita dal calore del gaz infiammato, e vedeva richiedervisi quasi tre secondi, acciochè per la fusione del metallo rimanesse forata. Dove per contrario in meno di due secondi ritenute le medesime circostanze, perchè ogni cosa fosse pari, ebbesi l'istesso foro nella lamina con la fiamma del gaz idrogeno del ferro. Prova chiarissima che la sua attività è maggiore di quella dell'idrogeno naturale.
Potendo io sul luogo procacciarmi tutto il gaz naturale ch'io voleva, passai con esso ad altre esperienze, empiendone al solito più vesciche. Ne feci en- trare, mediante un lungo e sottil tubo qualche dose dentro all'acqua in cui era stato stemprato del sapone, per cui divenne superficialmente schiumosa. Fatta toccare coll'acceso cerino la schiuma, questa di subito levossi in un altra fiamma niente azzurra, ma d'un bianco ceruleo. Non detonò, ma mise come un picciol soffio. Iterai l'esperimento con dose molto più grande del medesimo gaz naturale, facendo insinuare nell'acqua insaponata tutto quello d'una vescica, così che generossi una schiuma alta più pollici che occupò il vano d'un intero bacino. La fiamma che all'accostarvi d'un ardente solfanello si accese, non poteva essere più superba, più vaga. Fece un alzata di quattro piedi, tutta rosseggiante, celere sì, ma in modo che l'occhio da fondo a cima potè seguirla, e il romore fu quello d'un soffio fortissimo. Tutta quanta la saponata rimase distrutta.
Quella fiamma, benchè grandissima, era tuttavia debole assai. Poichè ripetuto il tentativo col vuotamento di un altra vescica, giunse appena ad accendere un bianco foglio di carta, quantunque nel più forte delle fiamme venisse immerso.
Nelle accensioni di sopra ricordate veduto io non aveva fumo di sorta. Nemmeno questo mi apparve, con le saponate sì largamente amplificando le fiamme. Volli tuttavia provare se lasciavan qualche fuliggine, col mettere alquanto sopra di loro un foglio di carta in altri simili tentativi in seguito instituiti. Ma questa non mostrò mai ombra di annerimento. Il che però non prova che quel gaz naturale infiammato ne vada senza, veduto essendosi il contrario a Barigazzo, e vicino a Vetta: ma che per la momentanea sua durata non è bastante a lasciarvi segnale fuligginoso. Dirò bene che quel foglio di carta seguita l'infiammazione manifestava un picciol madore, il quale sembrava non potersi attribuire all'acqua del catino vaporizzata pel calore della fiamma, ma sibbene essere un risultato della combustione, osservato avendo un madoretto simile, ma non tanto sensibile, aderente alle interne pareti di vasi alti e cilindrici dopo l'accendimento di questo gaz, non ostante che innanzi fossero asciutissimi.
Su tal proposito riferirò un fatto che io reputo rilevantissimo. Prendeva due tubi cilindrici di vetro, l'uno de' quali imboccavasi nell'altro, e quel di sotto era pieno di gaz naturale, e la bocca veniva coperta da una soffice ma densa pelle perchè non isvaporasse. Un tubo era sovrapposto all'altro verticalmente. Levava la pelle, e senza indugio per una picciola apertura ai due vasi frapposta introduceva un fuscelletto acceso, che dava fuoco al gaz infiammabile, il quale per buon tratto sollevavasi momentaneamente nel tubo più alto. Quantunque i due vasi fossero prima asciuttissimi, pure l'inferiore, ma più assai il superiore manifestava alle interne pareti un sottilissimo umido velo, che in toccandolo bagnava leggermente il dito. E in ragione che io andava ripetendo le accensioni il velo acquoso si faceva più denso, intanto che dopo molte e molte accensioni ingeneravansi sottilissimi rivoletti giù cadenti per le interne pareti del vaso superiore. Quella aqueruggiola era trasparentissima e insipida al gusto. Rifatte queste accensioni negli stessi due vasi col gaz idrogeno del ferro e dello zinco, si sono avuti i medesimi risultati fuori l'essere stato quell'umidore un pò più abbondante. E la maggiore abbondanza deriva, come io avviso, dalla purezza dei due gaz metallici, nella combustione de' quali si combina più idrogeno coll'ossigeno dell'aria, che in quella del nostro gaz per l'eterogeneità sua. Vedute le curiose apparenze delle accensioni del gaz naturale formante quell'ammasso di bolle schiumose, mi rimaneva a veder l'altre del gaz metallico fatto accendere nelle medesime circostanze. Quì il suono era più forte, la fiamma rosso-cupa, ma notabilmente meno voluminosa che quella del gaz naturale.
Avrei volontieri amato di sapere, se, e qual divario vi passa tra la gravità specifica del gaz naturale, e quella del metallico, e dell'aria atmosferica, ma la mancanza della macchina pneumatica, e degli altri ingegni necessarj a pesare i fluidi aeriformi, mi vietò l'appagare in questa parte i miei desiderj. Potei tuttavia chiaramente conoscere per le sperienze che ora passo a narrare, che questo gaz naturale è più leggero dell'aria, ma più pesante del gaz metallico. Se io sturava la bocca ad un capace vaso cilindrico posto verticalmente, e pieno di gaz idrogeno naturale, e in quel momento applicava ad essa un lumicino, si aveva immediatamente l'accensione. Ma questa non seguiva se non dopo qualche istante, se invece di tenere il lumicino alla bocca del vaso, ve la teneva sopra a due o tre pollici di lontananza: e allora l'accensione in gran parte facevasi in aria. Se poi sturata la bocca aspettava otto o nove secondi ad appressarvi il lumicino, non si aveva accendimento di sorta, fosse questa al di sopra, o rasente essa bocca. E' chiaro abbastanza dipendere questa varietà di fenomeni dall'aria atmosferica specificamente più pesante del gaz idrogeno. All'aprirsi del vaso, questa entrando dentro di esso, obbliga il gaz ad ascendere: Quindi hassi la combustione ancorchè il lumettino vi stia sopra di alcuni pollici. Se poi facciasi qualche ritardo, non succede la combustione, per essere stato del tutto espulso dall'aria il gaz idrogeno. Diffatto immerso allora nel vaso il picciol lume, non si eccita la più picciola fiamma e seguita a restare acceso, come fuori del vaso, per essersi riempiuto d'aria atmosferica.
Se con l'aria atmosferica rinchiusa in una vescica munita del suo tubetto, e con acqua insaponata io formava una grossa bolla, ed aveva l'avvertenza di liberarla dalla goccia, che per di sotto d'ordinario evvi aderente acciocchè divenisse più leggiera, poi bellamente la staccava dal tubetto, al quale era unita, e la lasciava cadere dentro una stanza, non era mai che ascendesse, ma lentamente andava al basso, fino a toccare il solajo, e crepava. Ripetuto nelle medesime circostanze l'esperimento col gaz idrogeno naturale, e fatta una bolla per quanto poteva giudicar l'occhio della medesima grossezza, questa bolla invece di discendere ascendeva continuamente, e andava a rompersi contro la volta della stanza. L'ascesa però era molto più rapida, se l'interno della bolla veniva riempiuto del gaz infiammabile del ferro, o dello zinco. Che anzi allora stentava a formarsi una bolla di qualche ampiezza, giacchè prima di giunger tale, veniva dal circostante aere spinta all'insù, e per restare tuttavia attaccata al tubetto si dirumpeva.
Queste curiose sperienze molte e molte volte replicate, sono sempre tornate a capello. Oltre adunque al confermarsi con esse che il gaz idrogeno naturale è specificamente più leggiero dell'aria, rimane provato che la rispettiva sua leggerezza viene superata da quella del gaz infiammabile metallico. Quando le bolle ascendevano mi prendeva la curiosità di toccarle con l'ardente candeletta. Quelle che eran piene di gaz metallico, nel rompersi producevano una picciola infiammazione rossa, non senza sensibile scoppio, e l'altre che contenevano gaz naturale non detonavano, ma la fiamma chiaro-rubiconda era di gran lunga più voluminosa.
Ho voluto vedere quello che accade nelle accensioni del gaz idrogeno naturale mescolato in diverse dosi, ora con l'aria comune, ora col gaz ossigeno, e dopo replicati tentativi ne ho ottenuto i seguenti risultati.
Da una metà di aria, e da un altra di gaz naturale si ha presso a poco l'accensione istessa che si ottiene col puro gaz naturale, a riserva d'esser la fiamma alquanto più chiara.
Un poco più della metà di aria fa nascere un principio di detonazione, la fiamma è più splendente, si risveglia più presto, e più rapidamente si precipita dalla cima del vaso fino al fondo.
Da un terzo di gaz narurale, e da due di aria, la detonazione è men debole, l'accendimento più presto, ma minore la fiamma.
Rendesi anche più picciola crescendo di vantaggio la dose dell'aria, e sminuendo quella del gaz naturale quantunque allora più sensibile ne sia la detonazione.
Un decimo di gaz naturale, ed il restante di aria, non lascia in picciolo di fare accensione, e detonazione.
Finalmente nè accensione, nè detonazione più non si ottengono con un diciottesimo di gaz naturale mescolato al rimanente di aria.
Con una metà di gaz naturale, con l'altra metà di gaz ossigeno d'ottima qualità, perchè tratto dall'ossido di mercurio, la fiamma è stata più brillante, più rapida, e la detonazione più forte che facendo uso nelle esposte esperienze dell'aria comune.
L'esplosione è stata anche più romorosa, ma la fiamma più picciola benchè più vivace, con due terzi di gaz ossigeno, ed uno di gaz naturale.
Crescendo di più il gaz ossigeno sopra il gaz naturale, la detonazione a poco a poco si fa sorda, e la fiamma sempre minore, ed in fine non si ha nè l'una, nè l'altra, ma sola coruscazione nella fiamma.
E' notizia tritissima che il gaz idrogeno quantunque facilissimo a prender fiamma, spegne tuttavia i corpi che abbruciano, e reca la morte agli animali immersi nella sua atmosfera. Era naturalissimo il pensare che atteso le qualità fin quì ricordate non doveva esser da meno il gaz di Barigazzo, e quello degli altri fuochi circonvicini, come effettivamente successe. L'accesa candeletta spegnesi momentaneamente, immersa che sia in un vaso di angustissima gola riempiuto di cotesto gaz. Un ardente carbone scolora subito, e dopo pochi stanti interamente si estingue.
Un passero (fringilla domestica) dopo d'esser restato un pò di tempo dentro al gaz naturale di un vaso grande, ha cominciato ad aprire il rostro, e ad allungare il capo, quasi che volesse prender aria, la respirazione si è fatta frequente, e dopo tre minuti lasciato aveva di vivere.
Fu ripetuta nell'istess'ora la prova in altro passero egualmente vivace che il primo, ma praticando il gaz idrogeno del ferro. L'uccelletto non era morto che dopo tre minuti e mezzo. Il termometro in questi due sperimenti era a gradi 18 3/4, e il barometro a pollici 26, linee 9.
Nel giorno seguente mi furon portati quattro calderelli (fringilla carduelis), e quattro parussole (parus maior), e tutti otto li soggettai ai medesimi cimenti, cioè due calderelli e due parussole provaron gli effetti dell'idrogeno naturale, e il restante di questi uccellini provò quelli dell'idrogeno metallico. Anche quì il gaz naturale più presto diede loro la morte che il gaz metallico. Due calderelli e una parussola morirono in un minuto primo, e l'altra parussola in un minuto e mezzo dentro il gaz naturale. Due parussole e un calderello non erano morti che verso i due minuti, e ai due e dopo qualche secondo non era più in vita l'altro calderello valendomi del gaz metallico. Il termometro marcava gradi 20, e il barometro pollici 27. In questi confronti i vasi eran dell'istessa capacità, non vi metteva dentro che un uccelletto per volta, e il gaz che servito aveva per la morte di uno, veniva rinnovato per esperimentare un secondo.
Ma ora è da investigare quali sieno le materie straniere, che vanno congiunte ai nostri gaz naturali, giacchè la niuna loro detonazione quando ardono, la debolezza e l'azzurro delle loro fiamme, la fuliggine che lasciano allorchè formano ampli incendj, sembrano prove troppo convincenti che non sono puri. Troppo adunque era importante il discendere a questa ricerca, e quindi passerò a riferire que' chimici tentativi che al presente uopo ho giudicato più confacenti.
Quantunque la niuna vera detonazione nell'accendimento del gaz idrogeno naturale mostrasse abbastanza la nessuna sua mescolanza col gaz ossigeno, pure non era fuor di proposito il far ricorso ad altro tentativo col mescolare al gaz naturale il gaz nitroso, per vedere se si avevano vapori, o diminuzion di volume, ma non si ottenne nè l'uno nè l'altro.
Io ho mosso il sospetto che questo gaz naturale sia solforato, atteso l'odore un pò fetente che manda, quantunque a vero dire sia ben lontano dal fetidissimo, che suol caratterizzare questo gaz, conosciuto sotto il nome di gaz epatico. I tentativi però ch'io ne intrapresi a Barigazzo nel 1790. furono per la parte negativa. Nell'altre nostre vacanze del 1795. io ritornai a Fanano, la frescura di quel luogo eminente e la colta ed amabile compagnia degli abitanti avendomi allettato a passarvi i giorni più focosi del cuore della state. La breve distanza tra questa nobile terra, e Barigazzo m'invaghì di mandare a prendere buona quantità di quel gaz infiammabile, per instituire su questo particolare qualche novello cimento, poiche riletto avendo il presente Capitolo da qualche tempo già composto, io non poteva conciliare l'odore quasi di gaz solforato che esso manda coi saggi esclusivi della privazione del solfo. E fui contentissimo di questo mio divisamento, potuto avendo così rettificare le idee su questo punto rilevantissimo. I saggi onde da prima il nostro gaz non mi appariva solforato, consistevano nel non avere io ottenuta precipitazione di solfo, accendendolo dentro de' vasi. Nè di più seppi in cotesta novella epoca vedere a Fanano quando ad occhi ignudi guardava l'interno de' vasi, in cui fatta aveva la combustione. Non così fu qualora vennero di lente vestiti, al quale sussidio confesso di non essere prima ricorso. Le molecole adunque del solfo mi si resero manifestissime, e potei raccoglierne tanto che bastasse per accenderlo, e dall'odore, dalla fiamma, dal fumo penetrante e pungente venni in chiaro che veracemente era solfo, e che in conseguenza il nostro gaz idrogeno è solforato.
Ma allora quando io era su quell'alpestre montagna di Barigazzo, e che instituiva i narrati tentativi, fui sollecito d'intraprender quello che risguardava il cercare, se il nostro gaz andasse accompagnato dal gaz acido carbonico, questo poi fosse ad esso mescolato, o ne contenesse soltanto gli elementi, che nell'accendimento facesser nascere cotesto gaz. Non era io alieno dal credere che vi si nascondesse, stante la fuliggine che lasciava il gaz idrogeno naturale dopo l'aver bruciato. D'altronde la sua fiamma più o meno azzurra pareva esserne un altro contrassegno. Di fatti io vedeva che se dopo diverse prove instituite a tentone, io univa otto misure di gaz metallico ad una di gaz acido carbonico, e dava fuoco a questo miscuglio, la fiamma acquistava quel colore azzurro che è proprio del gaz naturale. Doveva adunque praticare i mezzi conosciuti per cui giungiamo a separare il gaz acido carbonico dagli altri fluidi aeriformi.
Il primo saggio fu quello di mettere una misura di questo gaz sopra quattro misure di acqua stillata in un vaso grande con l'estremità inferiore immersa nell'acqua pure stillata di una picciola tinozza. E la linea che separava l'acqua dal gaz era contrassegnata da una sottile fasciolina orizzontale di carta, cautela troppo necessaria, e da me sempre adoperata in altri analoghi esperimenti da narrarsi dappoi.
Per più giorni restò il vaso in questa situazione senza che mai l'acqua vi si sollevasse dentro il minimo che a riserva di qualche alzamento, o di qualche abbassamento proporzionato alla diversità della temperatura; quindi non poteva dirsi che da essa fosse stata assorbita qualche porzione del supposto acido carbonico. Quel gaz naturale dopo un tal tempo non aveva lasciata la più picciola deposizione alla superficie dell'acqua.
Sapendosi che il gaz acido carbonico più facilmente si scioglie dall'acqua, ove i due fluidi sieno violentemente sbattuti, feci questa agitazione, e la continuai per mezz'ora in un vaso molto capace e chiuso a turacciolo smerigliato, dentro cui erano due misure del nostro gaz, e tre di acqua. Ma dopo sturato il vaso capavolto dentro l'acqua della tinozza, neppur quì manifestossi assorbimento di sorta.
E' notissimo che il gaz acido carbonico cangia in rosso la violacea tintura di eliotropio. Ma nessun cangiamento si osservò facendo attraversare a più riprese il nostro gaz una massa di acqua tinta in ceruleo da questa pianta.
Similmente l'acqua di calce non ha dato verun segno della presenza dell'acido carbonico mescolato al gaz idrogeno naturale. Conciossiacchè fatto entrare quest'ultimo in un vaso pieno di tal acqua, finchè la metà superiore si riempisse di lui, non si è veduto in questo liquore il più picciolo intorbidamento, nè un atomo di calce precipitata, ancorchè i due fluidi venissero gagliardamente sbattuti.
Finalmente gli alkali caustici, sono stati inetti a manifestar la presenza di questo gaz.
Dirò poi che ognuno di questi sperimenti è stato buon numero di volte ripetuto, e che il gaz idrogeno dopo di essi non ha manifestata diversità alcuna, sia nel suo accendimento, sia nel colore della fiamma, sia nel romor sordo, non paragonabile ad una verace detonazione.
Questi esperimenti mi assicuravano adunque che il gaz acido carbonico non andava mischiato al nostro gaz. Restava pertanto a cercare, se almeno venisse a formarsi nell'attuale suo accendimento. Prima però di far questo volli vedere quel che accadeva al gaz infiammabile delle Paludi, sottoponendolo ai medesimi cimenti.
A Barigazzo e a Fanano non mancano piccioli paduli. Ne ha uno non molto lungi dal primo Villaggio, pieno anche ne' grandi calori estivi d'acqua torbidiccia, di giunchi e d'altre piante palustri, senza però che dia una bolla di gaz infiammabile, anche andandovi dentro e smovendone il fango con bastoni e co' piedi. A Vetta ne esiste un altro del giro circa di 200 piedi, d'acqua stagnante e perenne, il cui fondo pantanoso è coperto d'erbacce parte verdi, parte corrotte, ma privo anch'egli di gaz infiammabile. Il così detto Lago de' Bovi situato al di là del Panaro a due miglia circa da Fanano, è un altro paduletto sempre torbido per le piante moltissime che dentro vi si scompongono, e che nondimeno, anche agitandone il fondo, non lascia vedere una menoma gallozzola di questo gaz. Le acque di questi tre luoghi sono fredde anzi che nò, per derivare da sotterranee scaturigini. Tutti e tre si resero adunque inutili al mio scopo, furono però d'altra parte per me istruttive, mentre che mi confermarono nella persuasione, che il gaz idrogeno fornito da più paludi non può chiamarsi privativo di esse, per esisterne non poche che ne vanno senza.
Pure da due luoghi mi riescì di avere quella specie di gaz idrogeno che si ottiene da diversi siti paludosi per lo scomponimento de' vegetabili. Il primo fu appena fuori di Fanano nel fondo di un prato vicino alla Casa de' Sig.ri Pasquali. Quivi l'ortolano suol tenere un angusta fossa piena di acqua, dove mettere a macerare e a disciogliersi le foglie di diverse piante, per farne concime onde impinguar l'orto. Abbattutomi per caso a un tal sito, e vedute a fior d'acqua alcune bolle, e trovate queste infiammabili, mi feci a frugar dentro con un bastone a quel putridame, ed in tal guisa snidai un diluvio di vescichette, che raccolte da un imbuto che pescava nell'acqua empierono in poco d'ora più vasi di questo gaz vegetabile. Quando mettesi in fiamma non solo non detona, ma non fa tampoco sentire quel cupo suono che rendesi dal gaz de' fuochi barigazzesi, ove facciasi arder ne' vasi. L'accensione è più lenta, il colore più azzurro, e il volume della fiamma è in proporzione minore che quello del nostro gaz. L'odore è altresì meno penetrante, men forte.
Agitando insieme l'acqua stillata, e questo gaz in un vaso capovolto, ed immerso nel tinozzo, quasi un sesto di lui rimane assorbito.
Resta pure sminuito di mole, facendolo comunicare con l'alcali caustico, e colora in rosso la tintura d'eliotropio. Il gaz acido carbonico era dunque mescolato a questo gaz. Cercai di farne la separazione, quanto almeno io poteva, con l'acqua di calce rinnovando questa più volte, finchè più non apparve in lei inalbamento di sorte e allora una detta misura di questo gaz vegetabile scemò quasi di un terzo. La fiamma non era più tanto lenta nè tanto azzurra, non detonava però e quindi era ben lungi dall'avere le eminenti qualità del gaz idrogeno puro. Il perchè opinai che oltre al gaz acido carbonico di che in tutto o in massima parte lo aveva purgato, contenesse ancora del gaz azoto, solito ad accompagnare il gaz idrogeno delle paludi, e che non poteva esser levato dagli adoperati reagenti.
L'altro sito dove potei abbondantemente procacciarmi del gaz idrogeno vegetabile fu una fossa in cui da più giorni tenevasi a macerar della canape (cannabis sativa). Lo scomponimento di questa pianta, massime nella parte polposa delle foglie, e della corteccia rendeva torbida e fetente l'acqua, sparsa qua e là alla superficie di bolle rappresentanti picciole mezze sfere. Smovendo il fondo ne venivano a galla più centinaja. Onde in brevissimo tempo ebbi di questo gaz idrogeno quella più abbondante copia ch'io sapeva desiderare. In esso tentai que' saggi chimici che tentati aveva nell'altro ricordato di sopra. Quì medesimamente si scoperse la presenza del gaz acido carbonico, ed anche in maggior quantità, ridotto essendosi il presente gaz vegetabile per replicate lavature nell'acqua di calce quasi ad una metà del volume di prima. La fiamma era rapida, tirava più al bianco che al ceruleo, ma pressochè nulla era la detonazione, e perchè divenisse forte conveniva mescolarlo con il gaz ossigeno. E però anchè quì avvisai che malgrado l'averlo quasi del tutto spogliato del gaz acido carbonico restasse con esso incorporato del gaz azoto.
Era pertanto rimarcabilissimo il divario tra il gaz degl'indicati luoghi paludosi, e quello de' fuochi barigazzesi, in quanto che al primo andava congiunto il gaz acido carbonico, non così al secondo. Mi rimaneva però, siccome ho detto, da esplorare se l'accendimento del nostro gaz seco portasse lo svolgimento o la produzione del gaz acido carbonico. Lo feci adunque infiammare sopra l'acqua di calce, rinchiudendone una data misura nell'eudiometro del chiarissimo mio Collega Don Alessandro Volta insieme a più misure di gaz ossigeno. Dopo l'accensione si ebbe intorbidamento nell'acqua di calce, e molti fiocchetti di essa lentamente calarono al fondo. Il final risultato fu che cotesto gaz infiammabile manifestò un decimo circa di gaz acido carbonico.
Come si generi questo gaz acido carbonico negli accendimenti del nostro gaz, io mi riserbo al esaminarlo nel seguente Capitolo, per cader quivi più adattata questa disamina.