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Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXV

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Capitolo XXXV

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Capitolo XXXIV Capitolo XXXVI
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CAPITOLO XXXV.

viaggio al cimone dell'appennino e

a barigazzo, celebre pe' fuochi

che da immemorabil tempo ivi

fiammeggiano.


Fascia di faggi che si attraversa andando al Cimone. Spaziosissimo piano erboso al di sopra de' faggi. Pietra arenaria che s'incontra tra via. Fuochi fatui prima dell'alba osservati sopra del Cimone. Questo monte superiore in altezza al restante di quella parte dell'Appennino. Sua descrizione, e materiali onde è composto. Loro stratificazione. Nessuno indizio di corpi marini. Credenza universale di quegli alpigiani che verso la parte più eminente di tal Monte esista una grossa vena di nobilissimo marmo mischio. Si scopre non esser questo altrimenti un carbonato calcario, ma pietra d'altra natura. [p. 87 modifica]Fontane perenni che sgorgano dal sopracciglio del Cimone. Come spiegare che traggan l'origine dall'acque piovane. Temperatura dell'aria in quell'altissimo vertice quando li 11. Agosto venne visitato dall'Autore. Insetti colassù dimoranti, che nell'ore notturne si facevan letargici. Prove di fatto che il Cimone dalla vetta al piede è composto di pietra arenaria. Montagna di Barigazzo, e sue adjacenze descritte. Come da quell'altura mirasi con maravigliosa chiarezza la catena centrale degli Appennini, la direzione dei loro strati e la fascia de' faggi che ad una prefissa altezza ne riveste il dorso. Carbonati calcarj nei siti bassi di Barigazzo, non mai nei più elevati. Sepolti sempre nella pietra arendaria, e contemporanei con essa nella loro formazione. Nessuna presenza in questi siti di spoglie di mare. Simili osservazioni fatte diversi anni prima dall'Autore nell'alte montagne del Reggiano. Ragionevolissimi motivi di credere che tutto il corpo dell'Appennino [p. 88 modifica]modanese e reggiano sia un immensa congerie di moli arenarie. Loro stratificazione orizzontale, o di poco allontanantesi da tal posizione, sembra essere un evidente prova che debban la loro origine al mare. Si rende ragione perchè ad onta di questo le moli arenarie non alberghino mai reliquie di viventi marini. Il granito non è affatto forestiere agli Appennini. Più saggi trovati nei monti Parmigiani, Piacentini, Ligustici, ec.

Nel dopo pranzo dei 10. Agosto dell'istesso anno partj da Fanano per il Cimone, e la sera mi ricoverai in un tugurio di pastori nel sito che chiamano i Faggi, per cominciar ivi la zona di questi alberi. Sorto dal letto un ora dopo la mezza notte proseguj il mio viaggio col favore d'un bellissimo chiaro di luna, determinato di trovarmi su l'eminenza del Monte prima del giorno, per poter di lassù vagheggiare il sole nascente. Superata dunque quella fascia di faggi, che per traverso si stende quasi d'un miglio, e fatto più in alto [p. 89 modifica]qualche ulterior cammino, entrai in un larghissimo piano erboso che guarda la Lombardia, chiamato Piano Cavallaro, per servir di pascolo nella state ai cavalli. Fino a questo luogo la salita non è disagevole, ma il restante del cammino per arrivare al Cimone è ripidissimo, e tutto ingombro di massi di sasso arenario il qual posso dire che da Fanano a quel sito accompagnò sempre i miei passi.

Un ora e mezzo prima dell'alba superato aveva quella sommità, nascostasi già la luna sotto dell'orizzonte, ma quelle tenebre venivano tratto tratto diradate da un luminoso e giocondo spettacolo. Quando giunsi ai faggi su l'imbrunir della notte non andò guari che un gruppo di nubi temporalesche spinto da un impetuoso vento di ouest coperse il nostro orizzonte, e versò un diluvio di pioggia e di picciola gragnuola, durante la burrasca sì frequenti e sì vivi ne erano i lampi, e per quegli eccheggianti dirupi sì fragorosi si udivano i tuoni, che pareva l'aer tutto ne divampasse, e quel tratto di monte fosse per iscoscendere e diroccare. Ma un ora appresso rasserenossi il cielo, se non che [p. 90 modifica]quando mi accostai al Cimone tornò ad apparire da più nubi velato. Pervenuto poscia alla cima cominciai a vedere nell'oscurità della notte più fiamme volanti, o come dicono fuochi fatui sull'alto dell'atmosfera, la più parte scorrenti sotto il mio zenit. Al giudizio dell'occhio non mi parvero niente più bassi di que' fuochi fatui, che altre volte veduto aveva sul piano ed in riva al mare medesimo. Nè trovai che la loro velocità fosse niente maggiore. Fin quasi al far del giorno di quando in quando seguitai ad ammirarli, e sempre con le medesime circostanze. Quindi argomentai che se que' fuochi non differivano sensibilmente sia per la lontananza, sia per la rapidità dagli altri simili, che nottetempo alle volte veggiamo dal fondo delle pianure, è forza dire che questa meteora si accenda ad elevatezze assai più grandi di quelle che pensano i più.

Avrei avuto caro il poter misurare l'altezza del Cimone, ma la mancanza dei necessarj strumenti non mel permise. Dirò solo che dappoi veduto avendolo alle radici sul Mediterraneo, sembrommi [p. 91 modifica]che al di là d'un miglio si sollevi sul livello del mare. Certa cosa è poi che al restante dell'Appennino toto vertice supra est, vedendo io da quella cima giacere più basso la suprema giogaja dell'Alpe. Quindi non è a maravigliare, se talvolta in estate il Cimone coperto di neve, quando essa giogaja ne va senza. Ciò vidi da Fanano li 24. Agosto del medesimo anno. Il giorno antecedente spirava un libeccio piuttosto caldo, che di tempo in tempo con lampi lasciava cadere rovescj di pioggia. Venendo la notte girò il vento, e si cambiò in tramontana, e la mattina de' 24. la densa nube sovrastava al crine dell'Alpe, ed appariva manifestamente piovosa, se non che in dirittura del Cimone lasciava trapelare non so che di bianco, che da que' montanai venne pronosticato per sicuro indizio di neve. L'atmosfera a Fanano era allora irrigidita notabilmente disceso essendo il mio termometro a gradi 71/2, quando nel giorno precedente marcava il grado 17. Verso le ore due pomeridiane cominciarono a dileguarsi le nuvole, e alle 3 tutto il crine dell'Alpe ne era sgombro, con questo [p. 92 modifica]divario che Piano Cavallaro, e il Cimone erano bianchissimi per la neve cadutavi, il che non si osservava punto in tutto il resto di quella corona di monti.

Dissi più sopra che superato avea quell'altura di notte per avere il diletto di veder di lassù spuntare il sole dall'orizzonte, ma fallite andarono le mie brame per essere allora all'est nuvoloso il cielo; e la qualche offuscazione nell'aria non mi permise tampoco il vedere i due mari, l'Adriatico, e il Mediterraneo, come li veggiamo in effetto ove l'atmosfera sia chiara.

Questi oggetti però di semplice curiosità vennero con usura compensati da altri al mio scopo di massima rilevanza, poichè aggirandomi su quella cima, e visitandone i contorni, e scendendo sotto di essi, e tenendo l'occhio singolarmente rivolto su di alcune nude e dirupate pendenze, potei notar senza equivoco l'ossatura del Cimone, e dell'altre alpestri montagne, con le quali verso il sud-est è in continua comunicazione. Vedeva dunque esser formate quelle sublimi masse montagnose da un aggregato di filoni di sasso arenario, gli uni [p. 93 modifica]sovrastanti agli altri, e per lo più situati orizzontalmente. E se talvolta obbliquo ne era l'andamento, miravasi però d'ordinario rivolto alla medesima parte, quindi si aveva il più solido fondamento di credere che quel gruppo di monti fosse stato prodotto dalla medesima causa, e diretta sempre ad operare in un verso. Ma di questo punto capitalissimo cadrà il taglio di ragionare più sotto.

Il Cimone presenta un rozzo cono ottuso alla sommità. E l'ottusità deriva da un piano che gira attorno 1/7 di miglio. Questo piano viene formato di sconnessi lastroni della solita arenaria, se non che a più d'uno potrebbe piuttosto appropriarsi il nome di pudinga, giacchè i grani quarzosi legati dal cemento arrivano spesse volte a mezzo pollice di diametro, e negar non possiamo che sieno stati una volta fluitati, essendo o rotondi, o per lo meno scantonati negli angoli: Quella specie di piazza sublime è vedova di piante, ed era pur senza neve, e per testimonianza delle guide che mi ci condussero, non vi si ferma quasi mai, per venir via spazzata da venti, e alle parti inferiori trasportata. [p. 94 modifica]

Partendo da quella piana cima, e piegando all'est, s'incontra a poca distanza un monticello detto Cimoncino, perchè più picciolo del Cimone, ma che in realtà non è che una diramazione di esso, e formato medesimamente della medesima qualità di pietra.

Così nel mio viaggio al Lago di Scaffajolo, come in quello al Cimone, sono stato attentissimo per vedere se scoprir vi potessi corpi marini, conoscendo ogni amatore della Storia naturale l'importanza di questa ricerca. Non fidatomi degli occhi ignudi, sono ricorso a' microscopj, esaminando l'arena di que' luoghi, sapendosi che alcuni minutissimi testacei fossili abbisognano d'essere alla lente aggranditi, per poterli discernere. Ma niente mai di simili produzioni mi è toccato di vedere nè di loro impronte nei sassi scolpite. Altrettanto affermo de' carbonati calcarj. Questi finivan tutti nelle fananesi vicinanze.

Non debbo però lasciar di raccontare che non solo a Modena prima d'intraprendere quella gita all'Appennino, ma a Fanano stesso fui assicurato esistere verso la parte più alta del Cimone [p. 95 modifica]una grossa vena di nobilissimo marmo mischio. Prevenuto di ciò feci le più minute ricerche, ma inutili, e finalmente ricorrer dovetti ad uno di quegli alpestri abitatori, che conoscendo il supposto marmo, mi condusse a dirittura sul luogo. Giace questa pietra al sud del Cimone, mezzo miglio circa al di sotto della sua cima. Esce dal suolo divisa in due masse appuntate poco fra se distanti, che probabilmente sotterra unisconsi in una sola. Non vi volle molto a conoscere non essere altrimenti un marmo, e alcune mostre che al ritorno meco portai mi misero a lume della vera natura di questa pietra. Essa è adunque argillosa con picciolissima dose di calce, la rottura è un tal poco squamosa, dolce però al tatto, di peso mezzano, e il suo fondo è rosso cupo, interrotto qua e là da sottilissime bianche venuzze quarzose e spatose. Questa pietra è circondata dall'arenaria.

Alla distanza di 1/9 di miglio dall'ottusa punta del Cimone sboccano all'est quattro fontane perenni, una delle quali detta Beccadella, è ricca a segno, che se ne potrebbe valere per un [p. 96 modifica]mulino. Queste fonti da tanta altezza scaturienti sono in opposizione al sistema quasi universalmente abbracciato, che i fonti e i fiumi derivino dalle pioggie, e dalle nevi dal sole squagliate. Giacchè in tal sistema si stabilisce qual canone che le fontane non isgorgano mai dalla regione più elevata de' monti, ma sempre da' loro fianchi, o dalle loro radici; e se per caso ne ha alcuna che esca fuori dalla sommità di qualche monte, tal sommità ha sempre in vicinanza qualche altra più eminente montagna.

Una difficoltà poco diversa da questa era già stata mossa dal Galeazzi, Professor Bolognese, quando nell'1719 visitò il Cimone (Comment. dell'Accad. di Bologna, T. I.). E i fonti che nel precedente Capitolo detto abbiamo scaturire poco sotto il Lago di Scaffajolo soffrono la medesima difficoltà, quando rispondere non si volesse che derivano dall'acque del Cimone, per esser monte più alto. Sebbene io non so con quanta ragione, stentandosi anche a capire come il Cimone istesso possa dare alimento ai quattro suoi fonti, massime per esser perenni, anche nelle maggiori [p. 97 modifica]siccità estive. E però io non saprei vedere altra risposta, se non soddisfacente del tutto almeno non affatto inverisimile, che il supporre così sotto il piano del Cimone, come sotto il Lago di Scaffajolo ricettaccoli spaziosissimi riempiuti d'acque cadute dal cielo, le quali in parte durando là dentro nella calda stagione, continuassero a fornir materia alle sottocorrenti fontane. E al certo se su quel piano del Cimone non arriva a squagliarsi la neve, per esser dai venti quasi sempre altrove recata, è però indubitabile che le pioggie ivi cadenti non traboccano dagli orli di esso piano, ma vengon tutte bevute dalla sua area, e all'ingiù tramandate, per averla io trovata abbondare di aperture, di cavernuzze, di screpoli, derivanti da quelle grosse tavole, e da que' massi arenarj disordinatamente disposti, nè punto insieme connessi.

Lasciai quell'altissime montagne poco prima del mezzodì, e allora divenuto era sereno il cielo, e il termometro all'ombra segnava il grado 131/4, all'opposito quando colà si faceva giorno, non ascendeva che al grado 7 e 1/3. Tal [p. 98 modifica]differenza di temperatura che fu a' nostri corpi sensibile, lo era incomparabilmente di più a' que' pochi e minuti viventi, che rinvenni su quell'altura. Questi erano insetti, e tra essi lo scarabeus fimetarius, verisimilmente ivi dimorante per gli escrementi de' cavalli, che pascono nel vicino Piano Cavallaro, l’apis rostrata, la tipula lunata, il tabanus bovinus, e alcune larve. Ne' gradi adunque 71/3 queste bestioluccie pel freddo erano immobili e letargiche, ed ammirai come per l'istinto che hanno tutti gli animali per la propria conservazione, non eran già esse in quel grado di freddo esposte alle fitte dell'aria aperta, ma si tenean celate e difese sotto quelle lastre petrose. Fattasi dippoi all'avvicinarsi del meriggio l'atmosfera più calda, escite da que' nascondigli correvano intorno, e taluna prendeva la fuga col volo. Un somigliante, ma più ancora marcato fenomeno osservato aveva, sono già parecchi anni all’Anghirina, montagna forse non meno elevata del Cimone, ma molto più fredda, situata sopra Purlezza, a qualche distanza del Lago di Lugano. Due [p. 99 modifica]giorni in traccia di curiosità naturali ebbi a dimorarvi verso la metà di Agosto, e allora notai che dalle 11. del mattino, sino alle due pomeridiane alcune farfalle eran vivaci e volavano di pianta in pianta in cerca di fiori per suggerne il mele, e nel restante della giornata non movevano punto di luogo, perchè affette da letargia.

La direzione ch'io presi partendo dal Cimone era conforme a' miei disegni. Veduto aveva i materiali ond'esso è composto nella mezzana, e nella superiore sua altezza. Mi restava da esaminarlo alle radici, e a tal fine disceso per la pendice del Cimone, la quale declina all'ouest, andai quell'istesso giorno a Fiumalbo distante miglia 41/2 e giacente in una profonda valle. Viaggiando per questa discesa camminai sempre su l'arenaria, che non si allontanò anche da me in quel Villaggio, e però mi fu forza conchiudere che dal sommo all'imo è composto il Cimone di tale petrosa sostanza, dalla parte almeno che guarda la Lombardia. Ebbi poi altre prove confermatrici del medesimo fatto per due visite ch'io feci in seguito in [p. 100 modifica]due altri luoghi, dove cominciano le radici del Monte.

Mi restava in fine da esaminare Barigazzo e i suoi contorni, per conoscere con più fondamento la località de' suoi fuochi. Mi ci condussi passando da Fanano a Sestola, picciol Borgo nell'alta montagna di Modena, il quale ha fama per un Forte che nei tempi antichi esser doveva poco meno che inespugnabile per la ripidezza de' fianchi. Cotesto scoglio, conforme i monti fin quì descritti, è arenario, e a filoni che si abbassano alcun poco dall'ouest all'est. Alcuni inframmettono sottili filoncelli margacei o argillosi.

Il rimanente del cammino sino a Barigazzo, che a retta linea non arriva forse a tre miglia, ma che per le continue salite e discese oltrepassa le otto, viene accompagnato dal medesimo sasso, con tale divario però che alla superficie di esso sono incastrati più pezzi di carbonato calcario con frequenti rilegature spatose. E questa mescolanza di arenario e calcario è la medesima a Barigazzo, e nei luoghi circonvicini, anzi colà si valgono di tal pietra per fare [p. 101 modifica]calcina. Quì però non dobbiam pretermettere un altro fossile assai frequente in queste parti, ed è il sulfuro di ferro, per lo più cristallizzato, ora isolato, ora facendo corpo con la pietra arenaria. Barigazzo è picciolissimo Villaggio distante da Modena 45 miglia, in mezzo al quale passa la strada Ducale che dalla Lombardia conduce in Toscana. Questa strada veramente bellissima e reale è stata in più luoghi tagliata dentro all'ossatura de' monti, come in un fianco del nominato Villaggio apparisce, e nel taglio che è verticale, e fatto nel sasso arenario, l'andamento de' filoni non può essere più chiaro, più deciso, e tutti hanno la direzione dall'ouest al nord, e al nord-est.

Cotal paese si può dire veramente alpestre, come nel dimostra la sua elevatezza, e gli alberi che vi allignano, essendo quasi tutti faggi, massimamente alla parte del nord. E questo fassi anche manifesto dal minor caldo che vi domina relativamente a Fanano, per cui quando le biade sono quivi già mietute, a Barigazzo le poche che vi si trovano, sono anche in erba. Al di sopra di [p. 102 modifica]esso sorge al nord-ouest un monte, che in quelle vicinanze è il più elevato, detto il Cantiere, d'ogni intorno vestito di faggi, e che senza frappor dimora volli salire la prima volta che mi recai a Barigazzo. Da quella eminenza apresi al sud a guisa di amfiteatro la catena dell'Appennino, e tra gli elevatissimi monti onde è formata, il Cimone per l'altura tiene il primo seggio. Di lassù non può meglio vedersi l'andamento dei componenti filoni, e non meno sono osservabili i boschi de' faggi sottostanti alla catena, e che rappresentano un oscura fascia, non mai oltrepassante cogli opposti lembi una prefissa altezza, e una prefissa profondità, ed ove l'occhio rivolgasi all'ouest vede continuare la fascia col medesimo tenore di luogo dove a quella parte continuano gli Appennini. Senza fallo questa regolarità e costanza di andamento ne' faggi è un effetto del clima, e di altre combinazioni locali, per cui non possono vivere e moltiplicare che in quella zona di terreno come non vivono e non moltiplicano che in tale e tale altro determinato luogo innumerabili altre piante. [p. 103 modifica]

Il Cantiere per la natura della pietra non è punto diverso dagli altri monti fin quì descritti, e i suoi filoni, giacchè egli pure ne abbonda, corrono dall'ouest al nord e al nord-est, siccome abbiam detto del fianco di monte che è stato aperto per dar luogo alla pubblica via. Inutilmente alla sua cima e ai lati vi cercai il carbonato calcario. Questo non comincia a trovarsi che presso i fuochi di Barigazzo, ed è poi frequente nei siti alquanto più bassi. Qui il carbonato ha quelle relazioni con l'arenaria, che ho trovato avere in altri siti dove ad essa è mescolato, cioè non riempie mai qualche cavità di lei, di modo che possiam pensare essersi quivi generato per feltrazione, ma evvi incorporato dentro, e forma un tutto solo col sasso arenario, e spesso conviene romper questo per avere dei pezzi di carbonato. Quindi non possiam rivocare in dubbio la contemporaneità della formazione di queste due pietre. Tal carbonato forma dei banchi, o verticali, o molto obbliqui all'orizzonte, di rado orizzontali, grossi talvolta più piedi, e tale altra pochi pollici con una infinità [p. 104 modifica]di grossezze intermedie, e questi banchi con una testata sporgon dal sasso arenario, e nel rimanente vi sono dentro sepolti. Non è mai che rinserrino spoglie di viventi marini. La loro grana è grossolana anzi che no: la durezza simile a quella delle pietre congeneri, il colore cenerino-rossigno, le recenti scheggie non hanno determinata figura, tutti poi questi carbonati si sciolgono con molta effervescenza dagli acidi, e fanno calce eccellente. Del resto instituito il confronto tra volume e volume, il carbonato calcario (considerato almeno dove manifestasi all'occhio) non arriva forse alla centesima parte della pietra arenaria in que' siti stessi dove esiste confuso con lei.

Questa escursione che nel 1789 io feci su' monti di Modena era stata preceduta di alcuni anni da due altre ne' monti di Reggio. Di una di queste io parlo nella mia seconda Lettera relativa a diversi Oggetti montani, scritta al Sig. Bonnet (Società Italiana T. II. Par. II.), ed avverto sul presente proposito come massimamente consta di pietra arenaria stratificata tanto dalla banda [p. 105 modifica]della Garfagnana, quanto di quella della Lombardia, quel lungo tratto dell'Appennino, vulgarmente chiamato Alpi di S. Pellegrino. Della seconda gita io aveva già assai tempo prima fatto parola in due mie Lettere al Cavaliere Valisneri (Raccolta Calogeriana T. cit); e quantunque quivi non mi faccia a parlare della natura delle pietre di que' monti, per avere allora in considerazione un Soggetto diverso, posso però osservare che per lo più vanno composti del medesimo sasso. Ed a quel modo che nella escursione in primo luogo notata io affermo di non avere mai trovato corpi marini, altrettanto posso asserire con sicurezza della seconda.

E' stata da me veduta quella parte degli Appennini che guarda la Lombardia, pochissimo l'opposta che corrisponde alla Toscana. Ma non sarei molto restio nel credere che questa pure quanto all'essenziale venisse costrutta di somiglievoli materiali. Certo è almeno che per le diligenti Osservazioni del Dottore Targioni la pietra arenaria è il materiale più abbondante dei monti della Toscana, e che co' suoi smisurati ammassi forma [p. 106 modifica]ampie giogaje nell'Alpi di quel Paese, e di queste ne numera molte, come può vedersi ne' suoi Viaggi della Toscana. Osserva poi molto giudiziosamente, come le radici di cosiffatta arenaria sono spaziosissime, e si stendono a grandi lontananze, quantunque ricoperte da altre pietre, e sopra tutto dai carbonati calcarj. Il che egli dimostra dalle verruche, dagli spicchi, dalle protuberanze del sasso arenario, che in diverse distanze saltano fuori dalle pietre di genere diverso.

Quantunque nelle altezze massime e medie de' monti da me visitati rinvenuto non abbia niente di simile all'osservato dal Toscano naturalista, mi sono però trovato in qualche accordo con lui, esaminandone le falde, in tanto che a me sembra non esser fuori del naturale che le immense moli arenarie del nostro Appennino discendano fino alle ultime sue radici. Parmi poterlo dedurre dalla seguente osservazione. Poco sopra Scandiano, Castello situato quasi al piede delle Colline trà Modena e Reggio, si alza al sud-est un umile montagna, tutta quanta di sasso arenario, [p. 107 modifica]piena di rupi scoscese, e di precipizj, e questo sasso, parte nudo, parte da' campi coperto s'innoltra al sud, poi piegando al sud-est fà nascere altri dirupi maggiori, che vengon chiamati Ripe della Scaffa. Ma nuovamente nascostosi sotterra, più non ricomparisce in quella direzione che ha Castellarano, Villaggio poco distante dal fiume Secchia, ivi formando un nudo ed amplo sasso arenario, su cui siede il suo Castello. Dalla parte poi di ouest getta egli un altra lunghissima radice, ma sotterrata da tratti montuosi calcarj, e da solfati, di calce, che passa sotto il torrente Tresinaro, indi a due miglia torna a farsi vedere scoperta, formando in buona parte le rive del minor torrente Fasano. Non posso io già affermatamente asserire che queste masse arenarie che concorrono a constituire una porzione delle radici del nostro Appennino, si trovino in una non interrotta continuazione con quelle che ne formano la mezzana, e la superiore ossatura, per andar le prime altamente coperte di grossissime croste di terre, di carbonati calcarj, ed altre sostanze lapidee. [p. 108 modifica]Tuttavolta crederei che i fatti allegati fossero abili a fornire qualche non irragionevol sospetto che tale sia stato l'andamento della natura nella costruttura del nostro Appennino.

Si è veduto come questo gran corpo di monti viene massimamente costituito da un aggregato di banchi arenarj orizzontali, o che di poco si scostano da tal posizione. Il che dà a vedere ch'egli è stato un lavoro dell'acque, e queste acque non possono essere state che quelle del mare, per cui nati sono que' diversi letti accumulati gli uni sopra degli altri, formando in tal maniera quelle moli montuose. Io poi non mi farò a cercare se questa formazione di banchi o strati orizzontali si debba al lungo e tranquillo soggiorno del mare sopra i nostri Continenti, o più veramente ad una violentissima azione dell'onde sue, come cerca di provare nella profonda sua Memoria su le pietre composte, e su le roccie il Sig. Dolomieu (Rozier T. XXXIX. an. 1791), giacchè tale ricerca stata sarebbe intempestiva al mio scopo. Ma mi si potrebbe dimandare perchè cagione il mare nella formazione di [p. 109 modifica]queste montagne arenarie non vi ha lasciato alcuna sua reliquia, detto avendo io andar prive onninamente di corpi marini. Questa dimanda però, ossia obbjezione che vogliam dirla era stata preoccupata dal celeberrimo Sig. di Saussure in un caso somigliantissimo al nostro là ove mostra nel T. I. de' suoi Viaggi alpini come le pietre arenarie dei contorni di Ginevra sono senza spoglie di Mare, non ostante che da esso traggan l'origine. Quivi adunque saggiamente egli avverte, come il mare non produce dovunque conchiglie, e come sovente delle cagioni locali, principj acidi a forma d'esempio, le alterano, e ne impediscono le petrificazioni, ed anche la conservazione. E nei suoi Viaggi in Italia fa vedere come alcuni colli della Toscana biancheggiano a così dire per la smisurata copia di conchiglie fossili che hanno, quando altri vicini non ne mostrano pur segnale, non ostante che quinci e quindi comune ne sia l'origine.

L'una, e l'altra delle addotte cagioni mi è venuto di verificare nel Mediterraneo, e nelle Reggiane colline. Al Capitolo XXX. ho parlato della [p. 110 modifica]pescagione che i Genovesi fanno con quella specie di navigli, che chiamano Bilancelle. Dissi allora essere ad esse attaccata una spaziossima rete, i cui vani sono sì angusti che il più menomo pesciolino che dentro v'incappa, imprigionato vi resta. La parte inferiore di essa per via di piombi adattati rade il fondo del mare in guisa, che spazza e seco porta ogni corpo che vi trovi sovrapposto. Quando la rete era in moto mi sono preso trastullo di lanciare qualche trentina di piedi avanti di lei diverse pietruzzole con qualche incisione segnate, per poterle conoscere, la rete giunta a quel sito le prendeva fedelmente tutte. Dirò adunque su l'affar nostro che più volte vi eran dentro testacei e crostacei grandi e piccioli di più specie, ma che molte e molte altre non ve n'era pur uno, non ostante che le bilancelle facesser sovente il viaggio di più miglia. Era adunque chiaro che in quel tratto non esistevano siffatti marini animali. Quanto poi ai colli Reggiani ho fatta in più luoghi una osservazione [p. 111 modifica]similissima a quella che fece nella Toscana il valente Ginevrino naturalista.

Nella seconda più sopra citata mia lettera al Sig. Bonnet avverto di non avere a quel tempo mai trovato graniti su gli Appennini. Neppur seppi vedervene alcuno nel mio viaggio del 1789. Non possiam però dire che ne vadano assolutamente sforniti. Quelli del Parmiggiano, e del Piacentino non ne sono affatto privi, come io stesso ho veduto a Parma da alcune mostre nei Gabinetti del fu Professore Guatteri, e del Conte Sanvitali, e a Piacenza in quello del Marchese Casati. Sono graniti fra se somiglianti, e dei più vulgari. Per attestazione dei posseditori che hanno raccolto tali mostre, non sono state da loro staccate da grandi masse, ma trovate erratice su letti dei torrenti che discendono dagli Appennini. Simil cosa osservai io nel 1790 nel Fiume Stafora presso Voghera, dove raccolsi in piccioli pezzi fluitati tre specie di cotal roccia, da me descritta nel Capitolo XII. di questo Libro.

Ma niuno fino ad ora in questo genere di osservazioni è stato più [p. 112 modifica]fortunato del chiarissimo Sig. Abbate Spadoni, il quale nelle eleganti sue Lettere Odeporiche su i Monti ligustici, ricche d'interessanti scoperte, e di dotte riflessioni parla di due fatte di graniti ivi da lui scoperti, non già in minuti pezzi, ma in massi d'insigne grossezza. Osserva egli che questi massi rinvengonsi staccati dal corpo della montagna, e che sono probabilmente giù caduti da luoghi più eminenti. Varrebbe il prezzo dell'opera ch'egli colà facesse una seconda escursione, e che tenuto dietro a que' preziosi depositi dell'antica natura, cercasse a gran cura se sono semplicemente vaganti, oppure se fanno parte della montagna, e da quali materie sono attorniati.

Frattanto dall'insieme delle osservazioni ora apportate rimane dimostrato che questa roccia primitiva non è del tutto forestiera alla lunga catena degli Appennini, la qual cosa s'ignorava o piuttosto si negava, prima che il Libro dell'indefesso Naturalista maceratese facesse partecipi i Litologi di questa importante osservazione.