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Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXVI

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Capitolo XXXVI

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Capitolo XXXV Capitolo XXXVII
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CAPITOLO XXXVI.

osservazioni e sperienze fatte intorno

ai fuochi di barigazzo.


Locale di questi fuochi, e loro fenomeni. Originati dal gaz idrogeno. Pioggia inutile a spegnerli, ove non sia combinata con un gagliardo vento. Come ad arte se ne ottenga lo spegnimento. Bolle di gaz idrogeno che escono dal sito dove ardono, se questo sito riempiasi d'acqua. Qualità del terreno sopra cui ardono, e delle pietre ad esso mescolate. Colore che queste prendono dalla fiamma che le investe. Come da tal colore si possa trarre argomento sicuro del luogo preciso in cui ardono i fuochi, quantunque quando vi si va, si trovino spenti. Scintille d'una pietra focaja, e brace accese, ma non fiammeggianti inette a riaccendere i fuochi spenti. Menoma fiamma idonea a produr [p. 114 modifica]tale effetto. Attività di questi fuochi sperimentata coll'accostarvi legne verdi. Distanze a cui nottetempo sentesi il puzzo, e il calore di questi fuochi. Allora più amplificati per alcune sottili fiammelle che più non feriscon l'occhio all'apparire del giorno. Accrescimento considerabile de' fuochi smuovendo il suolo dove ardono. Ragione di ciò. Le fiamme in tal modo accresciute niente producono di fuligginoso. Diminuzione de' fuochi coprendo con terra l'area brucciante. Altro picciolo incendio fatto nascere in una gorgogliante pozza vicina ai fuochi, dopo l'averla vuotata. Come questo incendio possa farsi perenne. Le sopra narrate osservazioni instituite dall'Autore nel 1789. Le seguenti nel 1790. Apparecchio pneumatico-chimico a mercurio, reagenti e barattoli colassù portati per analizzare i gaz idrogeni generatori de' fuochi di Barigazzo, e d'altri siti circonvicini. Que' fuochi da più mesi ardevano quando l'Autore vi ritornò per la seconda volta. Niun segnale di contratta fuliggine dopo sì lunga [p. 115 modifica]accensione, pietre però in parte alterate. Pozzetta prossima ai fuochi ribollente di vescichette gazose, e manifestante nel fondo un calorico minore di quello dell'atmosfera. Buca profonda fatta dove ardono i fuochi, e questi in quel punto aumentatisi sopra ogni credere. Qualità della terra incontratasi in questo scavamento, e fiatore di gaz idrogeno da presso quasi insoffribile. Queste fiamme rigogliose non vegnenti tutte dal fondo della buca, ma in massima parte da orizzontali crepacei. Varietà di fenomeni osservati in essa, e loro puzzo e calore sentito a notabili distanze. Carbonati calcarj spatosi in breve tempo mezzo calcinati da queste fiamme novelle. Fuliggine che producono. Esami di questa, e della terra sottoposta a' fuochi, trovata nel fare la buca. Apparente accrescimento dell'incendio al venir della notte, per alcune sottili fiamme di giorno invisibili. Cagione dell'incendio grandemente più esteso nell'aprimento della buca. Modo di estinguer l'incendio, e di raccogliere il gaz [p. 116 modifica]idrogeno, senza riempiere d'acqua la buca. Suo calorico nell'atto che esce eguale a quello dell'atmosfera. Oltre allo scoprirsi che il gaz della pozza è una derivazione di quello che forma i fuochi trovasi che la corrente di questo gas scorre per vie sotterraneamente orizzontali, che verisimilmente metton foce in qualche apertura del prossimo monte composto d'una insigne massa di sasso arenario. Carbonati calcarj calcinati in parte dopo averli tenuti per quattro giorni esposti a queste fiamme. Fornace da calcina fatta in seguito dove ardon que' fuochi riesce mirabilmente utilissima a quel Paese, e seguita ad esser tale anche adesso. Altro esempio del gaz idrogeno avvampante, sostituito altrove con felice esito al fuoco delle fornaci da calce. Cercasi se essendo imminente la pioggia, o questa cadente, i fuochi di Barigazzo sieno sempre più grandi, e più vivaci, siccome è comune credenza di que' paesani. Trovata dall'Autore soggetta a molte eccezioni questa credenza. Sue osservazioni sopra i temporali [p. 117 modifica]dell'Appennino paragonati a quelli dell'Alpi.

Dopo l'aver dato un idea litologica generale degli Appennini Modanesi e Reggiani, e nominatamente di Barigazzo, posso io con maggior animo accostarmi a far parole de' rinomatissimi suoi fuochi. Ardon questi in una pendenza esposta al sud, e sono ad un sesto di miglio dalla pubblica strada. In due tempi diversi vennero da me visitati, nel 1789, e nel 1790. Quando vi andai la prima volta, che fu a dì 16 Agosto, erano spenti. La guida che mi ci condusse, e che soleva condurvi altri Forestieri, che viaggiando si arrestano a quella vicina osteria, nella quale io alloggiava, mi disse che il giorno precedente ardevano, ma che per un temporale seguito di notte si erano estinti, non già per la pioggia, che quantunque dirotta è impotente a far questo, ma per il vento impetuosissimo che aveva soffiato. Il temporale era effettivamente insorto con la maggior furia di vento. Ma tosto si riaccesero, lasciato cadere un solfanello ardente nel mezzo [p. 118 modifica]d'un breve piano polveroso e nudo d'ogni sorta di vegetabile. Prima dunque ch'esso toccasse quel piano, surse improvviso una fiamma, da principio picciola, ma che in un momento diramossi, e si estese per tutto il piano, come se fosse stato seminato di grani di polvere d'archibuso che preso fuoco in un punto portata avesse subitamente l'accensione all'altre parti. I fuochi nell'accendersi misero quel suono, che fa sentire un picciol fascio di legna, quando dopo l'aver fumato si accende. Formavano un gruppo di fiamme, che alla base non arrivava in giro a due piedi, le più alte ascendevano a un piede e mezzo, e le più basse a pochi pollici. Quelle nel fondo si vedevan cerulee, e verso la cima bianco-rosseggianti, queste in ogni parte apparivan cerulee. La prova venne fatta tre ore prima del tramonto del sole. Vedrassi in seguito che in riguardo a siffatte apparenze l'avvertimento del tempo merita d'esser marcato. L'odore che facevan sentire era quello del gaz idrogeno quando arde, e che quelle fiamme derivassero veramente da tale emanazione cominciai ad averne la seguente pruova. [p. 119 modifica]

Ad un piede e mezzo circa dall'area de' fuochi esiste una pozzetta piena d'acqua torbidiccia abbondantissima di bolle aeree, che dal fondo incessantemente si sollevano alla superficie e diromponsi. Fatta cogli idonei mezzi raccolta di cotal fluido aeriforme, levossi in fiamma all'appressarvi d'una candeletta accesa. Il simile facevan le bolle giunte alla superficie dell'acque, ed in quel momento nello stesso modo cimentate. Questa poi putiva moltissimo di gaz idrogeno. Parea dunque ch'io fossi sicuro che i fuochi provenivan dall'istesso principio.

Il primo tentativo che in loro io feci fu quello di cercare di ammorzarli versandovi sopra l'acqua col mezzo di un inaffiatojo. Si sminuivano, ma non si toglievan del tutto, e un momento appresso riacquistavano la primiera estensione e vigore. Non così avvenne fattovi passar sopra orizzontalmente e con grande impeto un cappello spiegato di panno, spegnendosi allora momentaneamente le fiamme. E però restai persuaso di quanto mi asserì la guida, e che poscia confermato mi venne dai Barigazzesi, [p. 120 modifica]non la pioggia, ma il vento, purchè sia gagliardo, produrre lo spegnimento de' fuochi.

Ottenutane l'estinzione col mentovato mezzo, feci fare una buca profonda un piede dove prima essi ardevano, la quale venne da me riempiuta d'acqua presa da un fonte vicino, con la persuasione che sì adoperando veduto avrei le bolle del gaz idrogeno attraversare quel liquido, il che avvenne, e queste non lasciarono di consumarsi in fiamma pel contatto d'un solfanello acceso, quando a fior d'acqua venivano. Se non che erano scarse e picciole, e non corrispondenti al volume de' fuochi; e congetturai ciò derivare o dall'impaccio dell'acqua sovrapposta, o dall'avere in quello smuovimento di terra chiuse in massima parte le stradicciuole, per cui quel gaz esce di sotterra. Sebbene quest'ultima congettura non quadra troppo con una esperienza da riferirsi poi. Comunque però sia, rimane sempre più dimostrato doversi i nostri fuochi al gaz sopraddetto.

Nel far la buca dovuto avendo smuovere il terreno, presi a [p. 121 modifica]considerarne la natura. Questa è una terra nata dallo scomponimento della pietra arenaria, onde sono formati i monti di Barigazzo, la quale perciò è un miscuglio di granella quarzose, di copiosissime lucicanti squammette di mica argentina, e d'una sostanza pulverulenta argilloso-calcaria. Questa terra alla superficie è nericcia, e si vede essere stata dal fuoco alterata, ma a qualche profondità non ha punto sofferto, ed è cenericcia. Insieme alla terra vi eran numerosi frantumi di arenarie. Quelli che giacevano superficialmente avevano il rosso dei mattoni, col divario che nei più sottili questo colore penetrava fino al centro, e nei più grossi fino ad una data profondità, conservando il rimanente della pietra il color naturale, che era giallo-fosco o piombato. E simil natural colore dominava in ogni parte degli altri frantumi seppelliti a pochi pollici dentro all'area de' fuochi. Di più le pietre arenarie dove si vedevano colorite in rosso, erano friabili di molto, non così nell'altre parti. E' troppo chiaro che simile colorazione e friabilità erano una conseguenza del fuoco, che alterato [p. 122 modifica]aveva questa specie di pietra. Siccome poi il gaz idrogeno non si accende che al contatto dell'aria, così facilmente intendiamo come alla sola superficie dell'area accadono in essa tai cangiamenti. Quindi è che al di là di quell'angusto spazio tale qualità di pietra non è punto tinta in rosso. Appresi adunque come da tale tintura nelle pietre si può trarre argomento sicuro che quivi ardono i fuochi, o che vi abbiano arso, ancorchè quando vi si và, si trovino spenti. Dissi abbiano arso, conciossiachè non solo sieno rosse più o meno le pietre nel circuito dell'incendio, ma anche inferiormente per la distanza di 8 in 10 piedi. E seppi da que' terrazzani che le fiamme in certi tempi occupano ancora quel luogo più basso quando sono più veementi.

Ove in altra parte di questo libro ragioneremo delle Salse, vedrassi che traggon l'origine dal gaz idrogeno, il quale nello sbucare di sotterra caccia avanti una melma semifluida che genera monticelli, e picciole correnti. Nulla di questo manifestano i fuochi di [p. 123 modifica]Barigazzo, e dove bruciavano in addietro, e dove bruciano presentemente.

Ma proseguiamo la Storia dei fenomeni, che mi si offrirono in quel giorno. Le scintille d'una pietra focaja quantunque copiosissime e vivacissime fatte cadere su l'area de' fuochi spenti, furono inette a ravvivarli. E lo furon del pari molte brace su quel luogo versate, che anzi allora a vista d'occhio si andavano queste spegnendo; lo che doveva accadere, sapendosi che il gaz idrogeno benchè facilissimamente infiammabile, fra l'altre proprietà di che gode, ha quella di spegnere il fuoco. Laddove un briciolino di carta infiammata all'area appressata risvegliò subitamente l'incendio, e nel risvegliarsi udissi quel cupo romore che udito erasi nella prima accensione.

Sperimentar volli l'attività di queste fiamme nel metter fuoco a sostanze combustibili. I luoghi convicini abbondando di faggi, feci tagliarne alcuni rami, e sovrapporli all'area avvampante. Di presente cominciarono a strepitare, e un istante appresso ad infiammarsi, avvegnacchè fosser verdi, e ben [p. 124 modifica]tosto ne nacque un falò, non altrimenti che se quei rami posto gli avessi su di un ardente focolare.

Accostandosi la sera mi ritirai all'osteria, che è posta sulla strada in dirittura de' fuochi, voglioso però di rivisitarli innanzi che facesse giorno. Tornai adunque ad avviarmi ad essi un ora prima che sorgesse l'alba, e a 55 piedi di distanza da loro cominciai a sentire il puzzo del gaz bruciante, e ad 11 piedi il calore. Debbo però dire ch'io era sotto vento, spirando un leggero nord che veniva a me dopo l'avere traversato le fiamme. L'incendio era un poco più grande che nel giorno precedente a motivo di alcune fiammelle che lambivan la terra pel color azzurro per la sottigliezza, e per il poco calore somiglianti a quelle dell'alchool. Ma queste all'apparir del sole più non ferivano l'occhio e però l'incendio tornò all'estensione primiera.

Allora mi entrò in pensiero di vedere a quai cangiamenti soggiaceva smuovendo con zappa a poca profondità la terra dell'area brucciante. Immediatamente le fiamme sorser più alte, più [p. 125 modifica]rigogliose, più strepitanti, ed acquistarono un giro quasi doppio di quel che avevano un momento prima, e il raddoppiato incendio si mantenne di poi costante. Niun fumo sensibile mandarono mai, e le pietre che sporgevan dall'area, e che attorniate erano dalle fiamme, non divenner punto fuligginose. In quel commovimento di terra poco fuori dell'area smossa era nata una picciolissima fiamma, niente più elevata d'un pollice e mezzo. Lì appunto feci dare un colpo di zappa, e senza il menomo indugio il volume della fiamma si rese per lo meno sei volte più grande. Zappando attorno attorno l'incendio amplificossi anche di più, dentro però a certi limiti, oltrepassando i quali ogni lavoro nella terra si rendeva frustraneo. Non è difficile il render ragione di questi fenomeni. Smuovendo la terra si aprono novelle vie all'uscita del gaz idrogeno. Questa uscita però è fissata ad un sito, al di là del quale il gaz non si estende, per non estendersi più oltre la sotterranea sua vena.

Che se sopra l'area smossa ed amplamente fiammeggiante si mettan [p. 126 modifica]cumuli di terra, e di pietre, che altamente la ricopran tutta, e questi cumuli si calchino co' piedi, si sminuiscono i fuochi, ma non si tolgon del tutto. Allora adunque qua e là saltan fuori delle punte di fiamme, e se con nuova sovrapposta terra ci riesca d'impedirne l'esito, se la trovano immantinente in altre parti di que' cumuli. Che se di questi l'area rimanga spacciata, e quindi come prima ritorni, riacquista il primiero vigore l'incendio. Dopo questi diversi tentativi su i fuochi, se ne fece un novello nella vicina pozza dianzi accennata. Si vuotò di tutta l'acqua che conteneva, rimanendone però bagnato il fondo pantanoso, il quale si sentiva fischiare, e si vedeva come bollire per il gaz idrogeno che ne usciva. Era facile l'indovinare che applicata una fiamma a quelle bolle si sarebbe creato un altro incendio, come effettivamente successe, ma per l'acqua che di là basso scaturiva fù di breve durata. Ben diversamente egli accadde rifaccendo l'esperimento in altro modo. Tornata a riempiersi d'acqua la pazza, e a farsi in apparenza bollente immersi in essa fin quasi all'appice un [p. 127 modifica]imbuto grande preso dalla vicina osteria, obbligando così il gaz ad uscire in luogo asciuto dall'apice aperto. Allora accostato avendovi un accesa candeletta, apparì una lingua di fiamma azzurrognola, che formò all'aria libera una bellissima fontana di fuoco, che seguitò a farsi vedere sopra l'imbuto finattantochè restò immerso nell'acqua, e se con adatti ingegni fermato lo avessi in quel luogo, non è a dubitare che la fontana sarebbe stata perenne.

Queste furono le investigazioni che in que' due giorni intrapresi, riserbato essendomi all'entrante anno di accrescerle, e nel tempo istesso di visitare gli altri vicini fuochi, giacchè nella prima visita non mi era dato il potermi di più trattenere su quell'alpestre luogo. Espressamente adunque io ci tornai a dì 4 Agosto del 1790. Sebbene io non era contento dei soli esami fisici di que' fuochi: voleva anche instituire le debite analisi su i gaz idrogeni generatori di essi, e però meco portai l'Apparecchio pneumatico-chimico a mercurio, oltre a più reagenti, e più barattoli pe' fluidi aeriformi. Mi si dirà forse che poteva [p. 128 modifica]esimermi da questa ultima fatica, meco recando a Pavia i gaz idrogeni da analizzarsi, o confinati in vesciche ben chiuse, o meglio ancora dentro vasi di vetro di collo angusto, serrato con turacciolo smerigliato, e a maggior sicurezza tenuti capovolti con poca dose d'acqua sovrapposta alla parte interna del turacciolo. Ma per conto delle vesciche, praticamente ho veduto che i gaz rinchiusivi coll'andar del tempo più o meno si alterano, sia per gli aliti che da esse nel diseccarsi ne emanano, e a' fluidi imprigioniati s'incorporano, sia per qualche comunicazione che verisimilmente viene ad aprirsi trà que' fluidi, e l'aria esteriore, sia fors'anche per ambedue le cagioni. I vasi di vetro, nol niego, sono un ottimo mezzo per preservare i fluidi idrogeni, ma come portarli a 130 e più miglia senza pericolo di rottura? Tutto al più ho potuto fare questo trasporto in piccoli saggi, de' quali renderò conto nel decorso delle presenti mie investigazioni. Praticai adunque su questi gaz il metodo che tengono i più accurati Analisti di acque, che è quello di esaminarle su' luoghi.

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Giunto la seconda volta a Barigazzo, eran più mesi che i suoi fuochi ardevano, così testificato avendomi gli uomini di quell'osteria, ne altri potevan saperlo meglio di loro non tanto per la somma vicinanza, ma sì ancora per non esservi ornato Forestiere che correndo la posta, ed arrestandosi all'Osteria per cambiar cavalli, non cerchino di condurlo a vedere i fuochi, per l'avidità di trargli di tasca qualche danajo. Li rividi infiammati ne più ne meno come l'anno precedente, e posti nel medesimo luogo. Ad onta però di questa non interrotta diuturnità di bruciare, niuna parte dell'area manifestava la più picciola traccia di fuliggine; solamente alcuni pezzi di arenaria nel precedente anno da me lasciati dentro a quel circuito, e che allora erano intatti, si vedevan coperti per un principio di calcinazione d'una sottile crosta rossiccia, friabilissima.

La pozzetta prossima ai fuochi, e da me già interrita, tornata era a riempiersi d'acqua, per essere stata via portata la terra da un rivoletto ivi corrente in tempo di pioggia. Ne rimane poi sempre satolla per gemervi dentro un filo [p. 130 modifica]d'acqua originato da tenuissima superiore scaturigine. Ribolliva la pozza come in addietro per un prodigioso numero di galozzole di gaz idrogeno, del quale grandemente putiva conforme il solito. Quando vi andai il termometro marcava all'ombra gradi 163/4, ma nel fondo di quell'acqua gradi 21/2 di meno.

Lasciando i fucchi quali erano, sembravami che poco o nulla accresciuto avrei le acquistate notizie. Laddove forse mi sarei di vantaggio istruito, cercando di far nascere un incendio di gran lunga maggiore, e questo avvisai di potere ottenerlo, facendo cavare a qualche considerabile profondità la terra, dove ardevano i fuochi. Ma prima conveniva spegnerli, il che ottenni sebbene a stento, facendovi versar sopra, tutto ad un colpo, un secchione di acqua. Veduto abbiamo che l'area de' fuochi giace in una pendenza della montagna. Adunque più basso a 16 piedi da essi cominciossi ad aprire una fossa, che volendo continuarla orizzontalmente fin sotto i fuochi, stata sarebbe 7 piedi più profonda di loro. Si fece larga piedi 61/2. Appena venne levata nel sito più basso la superficiale [p. 131 modifica]corteccia del suolo, che la sottostante terra mostrossi bagnata e fangosa. Nero ne era il colore, luciccava per moltissimi punti micacei, e mandava un fortissimo odore di gaz idrogeno. Venne in quel giorno continuata, e finita la fossa fin sotto l'area de' fuochi, della quale però una porzione si lasciò intatta. La cavata terra continuò a farsi vedere della medesima fatta, se non che dove prima ardevano i fuochi la dura crosta superficiale era più grossa pel loro calorico insinuatosi alquanto all'ingiù. L'odore però o a dir meglio il puzzo del gaz idrogeno era sì veemente, sì acuto, che rendevasi quasi insoffribile. Il termometro posto a contatto di più luoghi della buca, e delle sue sponde, non diede mai verun contrassegno d'interno calorico. Allora io entrai dentro di essa, mettendomi alla distanza di tre piedi dal sito, sopra cui prima era incendio, e ad uno de' lavoratori ordinai che su di esso lasciasse cadere un infiammato solfanello. Nel momento che toccò la terra levossi una fiamma sì voluminosa, che riempiè la metà della fossa, e che fu a me molestissima per l'eccessivo calore [p. 132 modifica]cagionato in quell'istante alle gambe, alle mani, al volto, oltre l'avermi bruciato in parte le ciglia e i capelli, non ostante l'essere io scappato in somma fretta per l'inferiore apertura della fossa. Opinato aveva che quello scavamento potuto avesse accrescer l'incendio, ma non mai tanto, come con sorpresa mi toccò di provare.

Le fiamme adunque avevano l'altezza di 8 piedi circa, e la circonferenza alla base di 5. Non venivan già tutte dal fondo della fossa, ma dal lato, massimamente che guardava il nord. Quivi erano diverse larghe crepature quasi orizzontali, e da esse sbucavan le fiamme forzate là dentro a prendere una orizzontale direzione, poi uscitene si rivolgevano verticalmente all'insù. Cominciai dunque ad accorgermi che quella inesausta miniera di gaz idrogeno ha le sue strade per uscir di sotterra, non già dirette dal basso all'alto, ma obblique, anzi pressochè orizzontali, in vicinanza almeno della superficie della terra. Era troppo importante il fare sopra questi novelli fuochi novelle osservazioni e disamine. Il sole non oltrepassava d'un [p. 133 modifica]ora il meriggio, ed era splendidissimo. Guardando al dissopra della punta di quelle fiamme ammassate, vedevasi come un aura tremolante che si alzava a 25, ed anche 30 piedi, e che per la sua trasparenza lasciava vedere gli oggetti al di là di lei, come alcuni faggi, e il corpo della montagna, tale però che rintuzzava alquanto i raggi solari, e quindi su la terra faceva nascere una irrequieta penombra. Quest'aura miravasi dovunque esisteva il fuoco, ma più sottovento, verso dove faceva una curva. A mano a mano che più in alto saliva, diveniva più rara. Sottovento sentivasi il fetore del gaz avvampante a 200 piedi e a 34. il calore il quale però a 5. soli piedi si rendeva insopportabile, allor quando soffiava contro di me quell'aria infocata. Del rimanente l'incendio non solo allora, ma in seguito non comunicava che a poca lontananza il suo calorico al circostante terreno.

Lo strepito delle fiamme somigliava quello di molte brucianti fascine, ed udivasi a 150 piedi. Il colore era pure similissimo, di che piacquemi avere una convincente prova col far accendere vicino ai fuochi un gran fascio di secchi [p. 134 modifica]rami di faggio, le cui fiamme effettivamente fecero vedere quel vivo rosseggiante, che dopo l'incavo fatto manifestavano i fuochi di Barigazzo. Esse fiamme avevano altresì per di sopra presso a poco la medesima aura tremolante.

I carbonati calcarj di questo Paese abbondano di rilegature spatose, nè questi mancano attorno a' fuochi. Quindi è che ivi non si dà quasi un passo senza abbattersi in frammenti di spato. Alcuni di essi erano nella fossa, anzi avvolti da' fuochi medesimi, come io ve ne aveva veduto alcuno prima di farla. Ma dove allora io non mi accorsi che sofferissero cangiamento sensibile, per l'opposito quelli della fossa perdevano la trasparenza, e decrepitando andavano in frammenti, prova tra l'altre evidentissima d'un più intenso acquistato calorico.

Un altro effetto considerabile in poche ore produssero le novelle fiamme, e questo fu l'annerimento attorno alla terra, e alle pietre che lambivano, derivato da un sottilissimo velo di fuliggine; quando per l'opposito le vecchie fiamme niente lasciato avevan di simile dopo l'aver arso per più mesi. [p. 135 modifica]

Raccolte alcune pietre così annerite, ed alcuni pezzi di quella terra cavata dallo scavamento, e che era inzuppata d'acqua, e fetente di gaz idrogeno, meco li portai al mio alloggio per farne i seguenti esami. Quanto adunque alla fuliggine era questa una materia impalpabile polverosa, senza odore. Appena toccata tingeva le dita, col soffio della bocca si staccava da corpi, cui era unita, posta su la lingua era insipida, e su gli accesi carboni non ardeva, nè fumava, nè dava odore di sorta. Per conto della terra venne da me posta su vivissime brace. Dapprima l'odore di gaz idrogeno si fece più acuto, poi svanì, l'acqua ond'era imbevuta a poco a poco svaporò, la terra nel seccarsi si fece bigia, senza mai dare la più picciola fiamma, nè il minimo sentore di bitume o di solfo, o di qualunque altra sostanza, che riscaldata, o fatta ardere mandi odore.

Quel giorno istesso prima che facesse notte mi ricondussi ai fuochi che avevano quell'ampiezza e quel vigore, con che li aveva lasciati. Il loro colore era il medesimo, cioè un rosso vivo di fiamma. Che anzi cominciando a [p. 136 modifica]imbrunire si fecero all'occhio più estesi per alcune fiamme che per la troppa rarezza, di giorno non si vedevano. Sul piano adunque della fossa a poca distanza dalle fiamame maggiori cominciarono a cadere sott'occhio delle fiammicelle cerulee a guisa di sottili lingue, che ora apparivano, ora scomparrivano, ma che all'oscurarsi di più si fecer costanti. Assai altre fiammelle tinte del medesimo colore spuntavano attorno all'incendio e venivano ecclissate dal lume diurno: Dissi che fatto lo scavo l'altezza dell'incendio era di 8 piedi, aggiungo ora che oltrepassava i 9 nell'oscurità della notte, non già penso io per esser cresciuto, ma sibbene per la sottigliezza delle fiamme alla sommità, che di giorno non si rendevan conspicue. Del rimanente a riserva di queste fiamme azzurre nottetempo comparse il restante dell'incendio seguiva a mostrare la piena rossezza che manifestava di giorno. La più parte de' Barigazzesi accorse a questo per loro nuovo spettacolo, attestandomi tutti di non avere mai veduto un ampiezza sì grande di fuocho.

Ma quale nell'aprimento di quella fossa può esserne stata la cagione? [p. 137 modifica]Crederei di bene appormi col riffonderla nella maggior copia di gaz idrogeno uscente liberamente in tal circostanza dà crepacci della terra, donde prima sbucar non poteva per la sovrastante crosta terrosa.

Ma se grande fu la mia compiacenza nell'avere fuor dell'usato aggranditi que' fuochi, avrei anche dopo desiderato di vederli spenti, per far qualche osservazione sul gaz idrogeno che incessantemente uscir doveva da quelle larghe fessure. Sebbene io vedeva che la medesima loro ampiezza era un ostacolo a questo spegnimento. Fu inutile un amplissimo secchio d'acqua versato contra di essi: smorzavansi in un luogo, e continuavano ad arder nell'altro, e alcuni momenti appresso si repristinava l'incendio. Da questo appresi però che maggior quantità di acqua produr poteva la totale estinzione. Poco al di sopra de' fuochi sgorgano al nord-ouest tre picciole fontane, che più basso unitesi ne formano una abbondante, che rade il pendio dove essi ardono. Quest'acqua è limpidissima, nè sembra di avere veruna comunicazione con le gazose [p. 138 modifica]emanazioni, che formano il presente Soggetto, non avendone punto l'odore, e andando priva interamente di bolle. Siccome adunque allato de' fuochi forma più gorghetti, pensai di farne empiere più secchioni, e di riversarli ad un tempo su i fuochi, come tosto venne eseguito, i quali a vero dire si smorzarono interamente. Bibacissimo essendo però il terreno della fossa, in pochissimo d'ora quelo laghetto d'acqua venne assorbito. Ciò nondimanco il calore ai lati seguitò a farsi sentire più ore. Come fu ridotto alla temperatura dell'atmosfera, lo che conobbi mediante il termometro, entrai nella fossa, che tuttavia non lasciava di mandare il solito acutissimo odore, e mi accostai ai crepacci di dove prima uscivan le fiamme, per aver prove della presenza del gaz idrogeno, che dopo la loro estinzione non dovea desistere di venir fuora dai medesimi. La prima cosa io appressai l'orecchio alle bocche de' crepacci per vedere s'io udiva qualche romoretto o fischio del gaz che sortiva. Ma di nulla potei accorgermi. Vi applicai il rovescio della mano, e allora sentii un lievissimo venticello. Vi [p. 139 modifica]metteva contro de' fili di seta pendenti all'ingiù, e tenuti fermi nel capo superiore con le dita. Questi subitamente prendevano ad oscillare, ed incurvavansi alla volta di me. I presenti due fatti formano adunque una dimostrazione d'un invisibile fluido, che di là dentro ne usciva, e questo fluido esser non poteva che il gaz ch'io andava cercando. Sebbene potei viemmeglio accertarmene pel seguente tentativo. Fra queste fessure eravi un forellino del diametro d'una linea circa, dal quale scappava fuori una porzioncella di quel fluido, come la mano rovesciata, e il filo appressatovi lo facevan palese. Dentro adunque vi conficcai un lungo tubetto di ottone, il quale coll'altra estremità era strettamente legato al collo d'una vescica in se stessa ristretta, e perciò spogliata d'aria, e ve lo lasciai immerso per qualche tempo, spiegata avendo intanto la vescica, perchè il gaz con più facilità entrar vi potesse. Vi entrò in effetto, sebbene con qualche lentezza, e come la vescica ne fù in parte riempiuta, col galletto venne turata, e levatala di là feci accostare all'estremità [p. 140 modifica]del tubo un ardente solfanello nel mentre ch'io con le mani comprimeva la vescica, dopo l'aver lasciata per un mezzo giro di galletto libera l'uscita al rinchiuso gaz. Egli adunque momentaneamente si accese, e formò una lingua fiammeggiante che durò finchè rimase nella vescica qualche porzione di questo fluido. Era io adunque sicurissimo che il venticello che provava il rovescio della mia mano posto davanti a' crepacci, e l'incurvamento de' fili, erano l'effetto del gaz idrogeno che usciva da loro, e che è l'unico autor di que' fuochi. Quantunque il gaz che veniva fuori da quelle aperture non si facesse sentire niente caldo alla mano, doveva però certificarmene di più col termometro, da cui appresi che aveva la medesima temperatura dell'aria circostante.

Pareva che le notizie fin quì avute dovuto avesssero appagare le mie brame, e al certo io ne era contentissimo. Pare mi restava ancora da certificarmi d'una cosa, e questa era se quelle crepature orizzontali che servivano come di canali all'uscita del gaz idrogeno continuavano verso il monte con la medesima [p. 141 modifica]direzione, oppure se si rivolgevano al centro della terra. La ricerca era importantissima, venendosi così in qualche modo a fissare la località della miniera di cotesto gaz. Prevalendomi adunque della estinzione de' fuochi la fossa venne allungata verso il monte sette altri piedi. Ma nel tempo stesso fu eseguito un altro lavoro. Vuotata la vicina pozza, e di più scavata oltre ad un piede, vidi che quella vena di gaz idrogeno non veniva dal fondo, ma dai lati che guardavano la montagna. Avvisai pertanto di unirla, se era possibile, alla vena maggiore, alla produttrice de' fuochi, per via d'una picciola gora fattavi, che andando all'insù, metteva dentro alla fossa, la quale verso il fine terminava in un larghissimo cavo circolare. In questo nuovo lavoro trovata essendosi la medesima terra nera bagnatissima, e fetente di gaz idrogeno, questo era un indizio quasi certo che attraverso di essa passata fosse la sua corrente. In diversi luoghi della gora, e della fossa si lasciaron cadere più pezzi di carta accesi, ma sempre senza effetto: non così quando cadder radendo le pareti [p. 142 modifica]superiori del cavo circolare. Tostamente con grande strepito si riprodussero i fuochi, ma di qualche maggiore estensione che dopo il primo scavamento, e videsi che l'accensione si fece non già nel fondo, ma alle pareti, alla distanza d'un piede dal piano sottoposto. Quì adunque, come nella prima cava, uscivan le fiamme da piccole ma numerose fessure che internavansi nelle pareti con direzione poco meno che orizzontale. Oltre adunque l'aver trovato che il gaz della pozza è una diramazione di quello che forma i fuochi, scopersi ancora che la corrente di questo gaz non isbocca sottovia almeno in quel luogo, ma scorre per vie orizzontali, che verisimilmente metton foce in qualche apertura del prossimo monte, che detto abbiamo essere un enorme masso di pietra arenaria. Dentro ad esso adunque inchinai a credere che covasse l'indeficiente miniera alimentatrice di questo fluido aeriforme. E di vero sembravami impossibile che fosse seppellita in quella crosta di terra che sovrasta alla radice lapidea di esso monte, non potendo ella per la sua sottigliezza allogare quel prodigioso numero di [p. 143 modifica]materie, quali che esse sieno, che sono necessarie ad alimentare per sì lungo tempo cotesti fuochi. Ma riserbomi a luogo più opportuno il discutere questo punto interessantissimo.

Nella mia dimora di 15 giorni a Barigazzo, ora li lasciava accesi, ora con l'indicato mezzo dell'acqua li estingueva, per potermi procacciare con le vesciche secondo l'artificio sopra enunciato quella copia di gaz che abbisognava per le mie esperienze. Per quattro giorni seguiti continuarono ad ardere. Uscite dalle crepature della parete superiore del cavo circolare, si rivolgevan con impeto all'insù, soperchiando di alcuni piedi la superficie del terreno. Quando intraprendeva queste curiose ricerche io era privo del termometro di Wedgwood, e quindi misurar non poteva il grado di calorico che avevano, volli tuttavia tentare un esperimento, che quantunque nulla decidesse di preciso, poteva somministrar qualche idea della loro attività. Sopravia di quelle fiamme rigogliose feci fare una volta di lastre di carbonati calcarj, cosicchè nella inferior faccia ne restasse del continuo investita, e ve la [p. 144 modifica]lasciai ne' quattro giorni che arsero. Aveva in vista di sapere se più o meno si convertivano in calce. Così avvenne effettivamente. Esaminate adunque le lastre che di sotto per la contratta fuliggine eran divenute nerissime, trovai che per la grossezza di due terzi di pollice, ed in taluna d'un pollice convertite si erano in verissima calcina, che bagnata si riscaldava, che stemperata con acqua, ed unita all'arena faceva presa, ed aveva l'altre qualità tutte che proprie son della calce.

Allorchè mi occupava di queste sperienze favoriva spesso d'intervenirvi il Sig. Michelangiolo Turini di Acquaria di Sestola, uomo industriosissimo, e che reputa inutile ogni speculazione, ove questa non apporti danaro. Veduto egli dunque quel mio saggio di calce entrò in pensiere di fabbricare una picciola fornace da calcina dov'erano i fuochi, giacchè ivi non mancavan le pietre a tal uopo, e d'altronde cotte che erano, si poteva col beneficio dell'acqua vicina estinguere il fuoco, e con massima facilità riaccenderlo. A pochi passi la strada pubblica carreggiabile in tutto l'anno [p. 149 modifica]era di vantaggio grandissimo o per lo smercio della calcina, o per condurla altrove. Egli adunque confidommi questa sua utile idea, ed io non ebbi che a commendarla. Dopo la mia partenza di là comperò a bassissimo prezzo il picciol tratto di terra dov'erano i fuochi, recò ad effetto lo stabilito divisamento, e a dì 18 Ottobre 1790 mi scrisse nei seguenti termini.

“Stante la promessa fattale di tentar la prova col fabbricare una piccola fornace da calcina nel fuoco di Barigazzo, io ho il piacere di dirle che fabbricata che fu, vi rappicai il fuoco al solito, e la fiamma quando vi fu messa tutta la pietra mostrava di fare di più di quello che avesse mai fatto, e in dodici giorni buona parte venne cotta perfettamente, e se trovo occasione, le ne manderò un picciol sacchetto già preparato.”

Egli non indugiò ad obbligantemente trasmettermelo, e la ricevuta calce, fu trovata ottima, anche a giudizio de' medesimi fornaciaj. Ne' seguenti anni ha continuato a profittare di questo vantaggio, ed anche nell'Ottobre del 1794 [p. 150 modifica]ho saputo da un mio amico che dalla garfagnana si restituiva nella Lombardia, e che passò per Barigazzo, che que' fuochi erano allora adoperati per una cottura di calcina.

Io mi credeva d'essere fin quì stato il primo nel concorrere a convertire il gaz idrogeno avvampante in un ardente fornace da calce, quando scorrendo dopo le Transazioni Filosofiche, trovo farsene da lungo tempo il medesimo uso in Persia, come apparisce da una breve Memoria del Sig. James Mounsey, impressa nel 1748 n. 487. Questa però quantunque sia stata riprodotta nel Compendio delle Transazioni fatto dal Sig. Gibeline, pure non essendo tai libri nelle mani di tutti, mi lusingo che non verrà disaggradito un transunto di essa, massimamente per le immediate relazioni che ha col presente Argomento.

A tre miglia del Mar-Caspio nella Penisola di Abscheron se venga smossa superficialmente la terra formante una sottil crosta sopra un suolo pieno di scogli, e alle parti smosse venga applicato il fuoco, la fiamma si eccita subitamente, e più non si estingue quando non [p. 151 modifica]vi si getti sopra della terra, che la soffoca facilmente. Uno spazio di terreno di due miglia ha questa maravigliosa proprietà, e dentro di esso esiste un antichissima fabbrica ove vivono dodici preti Indiani, ed altri devoti adoratori del fuoco, che secondo le loro tradizioni arde da più migliaja di anni. La fabbrica è a volta, con muraglie piene di fessure, alle quali applicando un lume si genera una fiamma che istantaneamente si diffonde per tutto dove sono altre fessure, ma che anche di leggeri si spegne. Senza provvisione di legna, ma con questa sola fiamma si cuocono in quell'abitacolo le vivande, adattando i vasi a certe cavità fatte a posta, e fanno le veci di torcie alcune canne vuote immerse nel terreno, che accostandovi un lume ardono per di sopra d'una fiamma bianca senza distruzion delle canne, e che non si estinguono se non coprendole d'uno spegnitojo fatto appostatamente.

Per far calcina coi carbonati calcarj fassi una cavità dove si ammucchiano, e ad essa accostato un lume comparisce senza indugio la fiamma, che con istrepito si spande attraverso a quel [p. 152 modifica]mucchio di pietre, e dopo l'aver continuato a bruciar per tre giorni, la calce è bella e fatta. Cotesta fiamma non manda fumo, nè odore per quantunque grande ella sia.

A un miglio e mezzo da questo ardente terreno esistono delle sorgenti di nafta bianco infiammabilissimo, e ad otto o nove miglia ritrovasi il petroglio. Se ne servono per far bollir gli alimenti, ma porta con se questo incomodo, che tutto quello che si fa cuocere con questo bitume ne sente il gusto e l'odore.

Pei fatti fin quì narrati nessuno, credo io, metterà in dubbio che i fuochi della Penisola di Abscheron non sieno generati dal gaz idrogeno. Convien però dire ch'egli abbia qualche particolarità, che non sì facilmente si manifesta negli altri gaz congeneri. La prima è che nell'ardere non fa sentire odore di sorta; e la particolarità è tanto più ammirabile, quanto che verisimilmente egli è un prodotto del nafta che lo circonda. La seconda che la fiamma che esce dalla sommità delle canne conficcate in terra è bianca, quando in analoghe circostanze quella del gaz idrogeno naturale è più [p. 153 modifica]o meno azzurra. Io l'ho veduto nei fuochi di Barigazzo, e in altri di che parlerò poi. Quantunque il fuoco in massa rosseggi, pure se formi una fiammicella diventa azzurro, siccome più sopra ho accennato. Cade quì opportunamente l'esperimento dell'imbuto immerso nella gorgogliante pozza, che torna allo stesso che quello delle canne, la sommità del quale imbuto ho ricordato che mandava fuori una fiammella tinta in azzurro. La terza particolarità si è quella di ridurre a calce i carbonati calcarj nel brevissimo giro di tre giorni. Presso di noi otto o nove giorni son necessarj per cuocer con legna la calcina nelle fornaci. Il fuoco di Barigazzo di cui ho io di molto accresciuta l'efficaccia, ne addimanda dodici, anzi per la espressione del Sig. Turini in dodici giorni buona parte (della pietra calcaria) venne cotta perfettamente, si fa chiaro che neppure dopo quel tempo la cottura si era estesa compiutamente per tutta la grossezza delle pietre. Quale attività penserem noi dunque esser quella de' fuochi del gaz idrogeno di Persia, se in soli tre giorni si ottiene [p. 154 modifica]perfetta calce? Massimamente non potendo noi dire che questo fuoco si faccia operare come in un fornello da riverbero, null'altro faccendo que' buoni Indiani che ammontare in quel cavo le pietre, e per di sotto appiccare il fuoco al gaz idrogeno. E volendo noi ragionevolmente dubitare che questo gaz esser possa tanto efficace; converrebbe ricorrere a carbonati calcarj di que' Paesi, che fossero di gran lunga più calcinabili al fuoco de' nostri. Comunque però ciò sia, gli è fermo che in qualche angolo di Persia ed in questo d'Italia si fa calce col gaz idrogeno infiammato, non altrimenti che col fuoco di legna nell'ordinarie fornaci, e questi due esempli pe' vantaggi che ne ridondano, meriterebbero d'essere accresciuti con altri, singolarmente se tai fuochi ardessero in luoghi dove scarseggiano gli alberi.

Suona per le bocche dei Barigazzesi che o essendo imminente la pioggia, o questa attualmente cadendo, i loro fuochi sono sempre più grandi, più vivaci. Questa voce per le conseguenze che seco porta se fosse vera, voleva [p. 155 modifica]esser messa all'onor delle prove. Fui adunque attentissimo nell'espiare quai cangiamenti accadevano a que' fuochi al sopravvenire di qualche temporale. E quando di là era assente e mi trovava a Fanano, dove in due anni di seguito ho soggiornato in estate intorno a quattro mesi, una persona mia confidente, e incapace di alterare i fatti, dimorante in quel tempo a Barigazzo, era premurosa di comunicarmi le cose da lei in que' fuochi notate in occasione di pioggie o di grandini ivi cadute. Innanzi però di farmi a raccontare i risultati, prego il cortese Lettore a concedermi di poter dir due parole intorno a quanto è stato da me osservato nei temporali dell'Appennino. Questi sono grandemente più radi che nelle Alpi, dalla parte almeno che guardano la Lombardia. Nei mesi più caldi dell'estate spessissimo imperversano nelle vicinanze del Lago Maggiore, del Lago di Como, e di quel di Lugano. Non è molto fuori dell'ordinario che finito un temporale ne insorga un secondo nel medesimo giorno, e qualche fiata anche un terzo, e sovente i temporali sono quivi di lunga [p. 156 modifica]durata. Ritornando un anno dai Monti de' Grigioni a Milano, e nel viaggio dormito avendo a Laveno sul Lago Maggiore, un temporale venuto la sera con fulmini, dirotta pioggia, e qualche spruzzo di grandine durò tutta la notte a riserva d'essere meno impetuoso per alcuni brevi intervalli. Dove nei nostri Appennini passano bene spesso venti giorni estivi, e alcuna volta anche un mese senza che caggia di cielo una stilla d'acqua, e mai o quasi mai all'istesso giorno un temporale è seguito da un altro. Ed è ben raro che la durata di qualcheduno oltrepassi l'ora. Standomi io a Barigazzo e a Fanano poteva quasi con sicurezza presagire il tempo buono o reo di quel giorno. Se nel mattino il crine dell'Alpe era sgombro di nuvoli, questo era un contrassegno pressochè certo della serenità di quel giorno. Ma se allora si formavano qua e là dei gruppi di nebbia, e questi gruppi di numero e di mole andavan crescendo, e gli uni si attaccavano agli altri, e via via si alzavano, e nelle parti più elevate conformavansi in bianchi e torreggianti rilevati, le più volte in qualche parte [p. 157 modifica]dell'Appennino apportavano grandine o pioggia. La direzione delle nubi temporalesche quasi mai veniva dall'est, ma dal sud al nord e più spesso dall'ouest all'est. Ho fatto un altra osservazione su la nuvola piovosa, e grandinosa. La prima frequentemente suol toccare la sommità dell'Appennino, e scenderne anche di più. Quella che è apportatrice di gragnuola si vede star sopra, ed anche di molto a quelle altissime vette.

Tre temporali, due con grandine, ed uno con sola pioggia e tutti e tre accompagnati da violentissimo vento, hanno imperversato a Barigazzo, trovandomi io colà. Non è a domandare s'io fossi accorto nell'osservare ciò che avvenne a que' fuochi all'arrivo dei temporali, nella loro durata, e partenza. Fui adunque sopra i medesimi finchè un ombrello potè guarentirmi dei primi incomodi della grandine e della pioggia. Indi mi rifuggj al mio albergo vicinissimo a' fuochi dove dall'alto d'una finestra mediante un bon cannocchiale vedeva così bene i fuochi come se vi fossi stato dappresso. Poi finiti appena i temporali mi recai di nuovo sul luogo. Dirò adunque [p. 158 modifica]che in una di queste epoche crebbe sensibilmente il volume delle fiamme: nell'altre due non seppi accorgermi di verun cangiamento. Quantunque poi in uno dei temporali la violenza del vento fosse così veemente, che atterrò moltissimi alberi, parte sbarbandoli, parte fiaccandoli nel tronco, pure fu impotente a spegner le fiamme, per essere state allora da me moltiplicate per lo scavamento che antecedentemente vi era stato fatto. L'amico che a mio riguardo si era presa la fatica di osservare i fuochi ne' tempi piovosi, mi accertò che di undici volte che piobbe su di essi, tre li aumentarono considerabilmente, e nove li lasciarono come erano innanzi. Io non poteva dunque pienamente accostarmi all'affermazione dei Barigazzesi, che quando la pioggia è sul cadere, o quando attualmente cade, i loro fuochi si fanno sempre più rigogliosi. Dimandatili poi qual ne fosse il fondamento di loro affermazione, questo appoggiavasi meno alla testimonianza dei sensi, che a un antichissima tradizione, per cui avevano sempre udito dire tali essere le vicende di quelle fiamme perenni. [p. 159 modifica]

Rifletto però che a voler decidere con più sicurezza, sarebbe mestieri prenderne esperienza in altre stagioni, esser potendo che la cosa procedesse diversamente. E però nonostante le surriferite fra se contrarie osservazioni non dobbiamo rigettare cotal tradizione, potendo io dire per proprio esperimento col Musschenbroek: “didici saepius maxima perfusus vuoluptate quam diversa phaenomena exhibeant eadem corpora hyeme aut aestate, vere aut autumno, regnante siccissimo borea, vel afflante humenti austro: atque una detexi, quamobrem quaedam tentamina a Philosophis infida appellantur, quorum nunc insperati periculosique effectus propter ingentes impetus et explosiones, quae aliis temporibus silent, inertesque sunt, nec alia phaenomena edunt, quam si lapidem quiescenti lapidi tantum imposueris, vel aquam aquae affuderis[1].”

  1. De Methodo instituendi experimenta phisica.