Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXVII
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CAPITOLO XXXVII.
si rapportano gli autori che hanno
scritto sopra i fuochi di barigazzo.
altri fuochi analoghi in quelle
vicinanze dall'autore osservati.
Paolo Boccone il primo che abbia scritto dei fuochi di Barigazzo. Più inesattezze nel suo racconto, e qualche grave esagerazione per non averli egli stesso veduti, ma deferito alle altrui asserzioni. Simili difetti per l'istessa cagione notati nel Ramazzini. Galeazzi Bolognese, con maggior fondamento ha ragionato di questi fuochi per esserne stato ocular testimone. Serie di fenomeni che vi osservò nel 1719. All'epoca marcata da questo Professore que' fuochi non differivano dai presenti. Alcuni sbagli presi per la credenza che fossero originati da esalazioni sulfuree. Fougeroux de Bondaroy sembra averli osservati peggio di tutti. La loro esistenza pare si possa estendere con sicurezza fin quasi a due secoli. Altri fuochi vicini a quelli di Barigazzo chiamati dell’Orto dell'Inferno. Cagionati dal medesimo gazoso principio. Circostanze del locale, del gaz idrogeno ivi prorompente, e osservazioni e sperienze su di questo gaz instituite. Terra ai fuochi sottostante simile a quella dei fuochi di Barigazzo. Antichità di quelli dell'Orto dell'Inferno. Facilità di raccoglierne in gaz uscente in un dato tempo, e quindi di poterne assegnare la precisa misura. Fuochi appellati della Sponda del Gatto, a due miglia da Sestola, e cinque da Barigazzo. Alimentati da sei sottili vene di gaz idrogeno formanti sei fiammelle, ove vi si accosti un corpo avvampante. Questi fuochi come gli altri dell'Orto dell'Inferno per l'addietro solo conosciuti da que' montanaj. Fuochi di Vetta distanti tre miglia da quelli di Barigazzo. Descrizione che ne fa Paolo Boccone appoggiata alle relazioni dei confinanti. Per le stesse sue parole apparisce che non li vide che in lontananza. Da nessun altro Fisico prima dell'Autore osservati sul luogo. Posano sul pendio d'una montagna in sito asciuttissimo e dove una volta era corsa una rovinosa frama. Ardono in due luoghi separati, ma quando li visitò l'Autore erano spenti per un impetuosissimo vento. Come anche non ardendosi ravvisano i loro focolari. Estinti che sieno una volta non si riaccendono mai da se. Il volto appressato ai due focolari non ardenti sente un lievissimo soffio ancorchè non vi si vegga la più minuta screpolatura. Accendimento dei due fuochi procurato col solito mezzo. Loro apparenze. Si raddoppia il volume dei fuochi per lo scavamento fatto sotto di essi. Tre altri fuochi chiamati della Raìna esaminati dall'Autore in quelle vicinanze. Nel fare un cavo sotto l'area di uno di questi fuochi si scopre che il gaz idrogeno non emana dalla crosta terrosa, che copre il pendio del monte su cui ardono i fuochi, ma dal nucleo arenario di esso monte. Assai facile che da questo nucleo derivi il gaz idrogeno degli altri vicini fuochi. Soggetta ad eccezioni l'opinione di que' paesani, che ardendo i fuochi di Vetta, e della Raìna quelli di Barigazzo sono meschinissimi, e viceversa. Verisimile però esservi una interiore corrispondenza tra gli uni e gli altri, come altresì con quelli dell'Orto dell'Inferno, e della Sponda del Gatto, a tal che siano altrettante correnti di gaz idrogeno provenienti da una immensa e comune miniera del medesimo profondamente seppellita nelle viscere di que' monti arenarj. Fuliggine prodotta da due di questi fuochi. Opinione inveterata dei Vettani che i tempi piovosi facciano crescer que' fuochi non affatto priva di fondamento. Vena ricchissima di gaz idrogeno trovata dall'Autore alla Serra dei Grilli, ed incendio per la prima volta ivi fatto nascere, ignorandosi prima che quel luogo potesse ardere.
Il primo a scrivere de' fuochi di Barigazzo è stato per quanto io sappia Paolo Boccone in una Lettera inserita nelle sue Osservazioni Naturali, e che porta il titolo Osservazione attorno i Fuochi sotterranei osservati nel Modanese[1]. Quivi adunque si esprime così. “Nella Provincia di Monte Fiorino, in un Monte detto Barigazzo, gli Abitanti, e Paesani ab immemorabili hanno osservato di notte alcune fiamme, come fiaccole accese, quali anche nell'età presente si veggono continuamente dopo il tramontar del sole fino all'aurora. Escono elleno da tre o quattro spiragli, ognun de' quali può esser amplo poco più dell'imboccatura di un archibugio, ed in tempi umidi, piovosi, e tempestosi essi fuochi vengono aumentati fuor del consueto, e bene spesso producono rimbombi in quella parte simili al tuonare del cielo. In oltre vicino a questi spiragli la terra è mista di zolfo” (pag. 19 e 20).
Ragionando poi de' vicini fuochi di Vetta, di cui in seguito farò parole, egli dice “io fui spettatore di questi nel mese d'Ottobre dalle finestre dell'Osteria di Frassinoro l'anno 1682”.
Dietro a questa esposizione cerca di render ragione della causa di cotesti fuochi, e di loro accensione che suppone spontanea, ricorrendo a sotterranee effervescenze di sali acidi ed alkalini, ed in mezzo recando l'esempio di alcune sostanze spiritose che quantunque fredde prendono fiamma, insieme mischiandole.
Considerando questi due squarci di Lettera, non è a dubitare che se il Boccone fu testimone di veduta de' fuochi di Vetta, non fu di quelli di Barigazzo (altrimenti in maniera consimile si sarebbe espresso), ma si attenne ai racconti dei Paesani, e tai racconti in più d'un luogo non sono stati sicuramente dei più veridici. Al dire di questo Scrittore le fiamme di Barigazzo si veggono dopo il tramontar del sole fino all'aurora. Essendo all'età nostra visibilissime di giorno, io non peno a credere che fosser pur tali per l'addietro, e sono piuttosto d'avviso che chi ne informò il Boccone non si fosse preso l'incomodo di andare sul luogo ma è facilissimo che le mirasse soltanto in qualche lontananza, e allora certo prima di quel mio scavamento non si rendevan sensibili che di notte.
Nell'articolo di lettera trascritto si narra che que' fuochi uscivano da tre o quattro spiragli di maggior diametro del calibro d'un archibugio. Non oso oppormi del tutto a cosiffatta affermazione. Dico solamente di avere costantamente veduto, negli esami fatti intorno a moltissimi gaz idrogeni brucianti, che ove la terra donde escono è bagnata e cedente, l'aprono e vi formano un picciol foro da cui seguitano a sortire, quantunque neppur questo sia costante. Ma ogni qualvolta la terra sia sbricciolata ed asciutta, cotal foro mai non osservasi, quando nato non vi fosse per altra cagione. Così l'area dove prima dello scavo ardevano i fuochi Barigazzesi, era affatto priva di buchi, e d'aperture, e il sottilissimo fluido gazoso scappava fuori da' meati impercettibili al senso.
Per ciò che si spetta all'aumentarsi de' fuochi nei tempi piovosi e tempestosi, io ne rimetto il giudizio a quanto ne ho detto sul finire del precedente Capitolo.
Non crederò d'esser tacciato di troppo ardimentoso se riputerò favolosi i rimbombi in qualche modo emulanti i tuoni, che di frequente produconsi da que' fuochi, giacchè se a que' tempi si fossero uditi, non v'ha dubbio che in questo secolo si udirebbero di tanto in tanto, quando sono affatto sconosciuti ai più vecchi Barigazzesi. Così se presentemente vicino ai fuochi, anzi in tutto quell'estesissimo tratto dell'Appennino, io non ho trovato vestigio di solfo, penso che tal minerale non vi esistesse tampoco all'età del Boccone, e la supposizione dell'esistenza del zolfo colà penso esser nata dall'idea popolare che abbiamo che i fuochi che vengon di sotterra traggan dal zolfo acceso il loro alimento.
Bernardino Ramazzini in una sua Lettera de' 15 Luglio 1698, aggiunta al Trattatello del Petroglio di Monte Zibio di Francesco Ariosto, tocca egli pure incidentemente questi fuochi, ma senza dire di averli visitati, e le inesatte contezze ch'egli ne dà, e che ora passo a riferire, bastantemente palesano ch'egli si è giovato delle altrui esagerate asserzioni. “Extant praeterea aliis in locis similia spiramenta, quae noctu et interdiu flammarum globos cum strepitu eructant, ut in loco quodam dicto Barigazzio; quare totus hic tractus Mutinensis, et Regiensis agri, qui ad Appennini radices iacet bituminosae ac sulphureae materiae valde ferax est” (pag. 16).
Ma il Fisico che con maggior fondamento ha ragionato di questi fuochi è il Dottor Galeazzi bolognese, il quale dopo l'essere stato sul Cimone passò a Barigazzo per osservarli nel 1719. Io quì adunque compendiate riferirò le sue osservazioni stampate nel primo Tomo degli Atti dell'Accademia di Bologna. Essendo egli per tanto sul luogo uscivano dalla terra molte e diverse fiamme, spesso alte un piede, e talvolta due, nel colore simili alle comuni. Si estendevano in ampiezza quasi a sei piedi, ma nelle più forti eruzioni giungevano ora a venti ora a trenta piedi, siccome gli narravano quegli Abitatori. L'odore era come di zolfo, il che facea vedere che l'alimento di quelle fiamme derivava da materia sulfurea. Tenuissimo ne era il calore, poichè quando il termometro fu quasi dentro alle fiamme, l'alcohol si sollevò solamente otto linee parigine. Se la terra di dove si alzan le fiamme venga battuta con gran forza, improvvisamente e per qualche tempo cessano di farsi vedere, per uscir dopo in altra parte più copiose e più veementi. Non hanno tempo prefisso, ma così d'estate come d'inverno appariscono quando non cadano dirotte pioggie, e non soffino impetuosissimi venti. Si fa egli poscia a render ragione di queste fiamme, valendosi della credenza che sieno originate da esalazioni sulfuree, le quali al tocco dell'aria si accendono nella guisa che fa il fosforo di Lemery, e di Ombergio.
All'epoca dunque marcata dal Galeazzi che è di 75 anni a questa parte, si vede che que' fuochi non differivano sostanzialmente dai presenti. Erano fiammelle più o meno alte, per la rarezza fornite di poco calorico, come il sono anche adesso, ove la corpulenza sia picciola. Riferivano gli abitanti di di quel tempo che erano suscettibili di accrescimento, come riferiscono quei d'oggidì. Ardevano in ogni stagione come, ardono presentemente, quando le pioggie combinate a venti dirotti non ne cagionino l'estinzione. Che se quelle fiamme sembravano al Professor bolognese non differir nel colore dalle ordinarie, questa era verisimilmente un ottica illusione nata dalla viva luce diurna, che toglieva il naturale loro azzurro, inseparabile da esse quando son picciole, il quale azzurro sicuramente si sarebbe reso sensibile verso il tramontare del sole.
Nelle seguenti cose però io non posso convenire con lui. Primamente che battendo forte l'area de' fuochi, di subito cessin le fiamme, e la cessazione duri per qualche tempo, veduto avendo io per l'opposito che si fanno più alte e più brillanti, quantunque per pochi stanti gettassi sopra di essa qualche grossa pietra, ovvero alzandomi di terra col corpo, la percuotessi co' piedi. Simil fenomeno era stato notato ne' fuochi di Pietra-Mala. Secondariamente che il loro odore sia come quello del zolfo, trovato avendo che è poco meno di quello del gaz idrogeno puro; e appena dir possiamo che sia quello del gaz idrogeno solforato, avendone un cotal poco l'odore. Per queste ragioni, e per essersi scoperto il verace principio produttore di queste infiammazioni, rimane finalmente dimostrata l'insussistenza della sua ipotesi per lo spiegamento di queste fiamme.
Mancherei all'assunto mio di riferir tutti gli Autori che innanzi a me scritto hanno di questi fuochi, se non rapportassi ciò che ne dice Fougeroux de Bondaroy negli Atti dell'Accademia Reale dell'anno 1770. Breve essendo questo tratto, trascriverò le sue stesse parole voltate in italiano.
“A dieci leghe circa da Modena in un luogo detto Barigazzo esistono ancora cinque o sei bocche, dove appajono delle fiamme in certi tempi che estinguonsi per un impetuoso vento: vi sono pure dei vapori che dimandano l'avvicinamento di un corpo infiammato per pigliar fuoco. Ma ad onta degli avvanzi non equivoci di antichi Vulcani spenti, che sussistono nella più parte di queste montagne, i fuochi che vi si veggono oggidì, non sono novelli Vulcani che si formano, giacchè questi fuochi non gettano alcuna sostanza vulcanica”.
Per le cose fino ad ora esposte intorno alla litologia degli Appennini Modanesi, e ai fenomeni risguardanti i fuochi di Barigazzo, potrà di leggieri accorgersi il Lettore della confusione e della inesattezza di questo racconto. Lasciando dall'uno dei lati che la distanza da Modena a Barigazzo non è di dieci leghe, ossia di trenta miglia, ma sibbene di quaranta cinque, quì si vengono a distinguere le fiamme che si suppongono temporarie e spontanee da quelle che si eccitano mediante l'accendimento di certi vapori per l'accostamento di un corpo infiammato. Ma noi veggiamo che questa distinzione è insussistente, e che viene a confondere la natura delle cose, non essendovi quivi fiamme spontanee, fiamme che escono da più bocche, ma tutte quante vengon fuori da sottili meati della terra, ed abbisognano dell'appressamento di un altra fiamma per esistere. E' pure equivoca ed insignificante l'espressione, che i fuochi che vi si veggono oggidì non sono novelli vulcani che si formano, giacchè questi fuochi non gettano alcuna sostanza vulcanica. Siccome è falsissima la supposizione, che nella più parte di queste montagne sussistano non equivoci avanzi di antichi Vulcani spenti. Vorrei che questo dotto Fisico mi sapesse individuare dove ritrovasi una qualche reliquia di vulcani, un pezzo di lava, a cagion d'esempio, un frammento di smalto vulcanico, di pomice, di pozzolana, di tufo vulcanico, un resto di vecchissimo cratere, ec.. Ma son sicuro che nei nostri Appennini non potrà mai indicarmi con sicurezza una sola di queste vulcaniche produzioni, e crederei di fargli il maggior torto, se volessi credere che con occhio non da vulgar viaggiatore, ma da esploratore della natura pellegrinato avesse in quelle parti.
Facendo una general riflessione intorno a quanto i ricordati Autori hanno scritto sopra questi fuochi, egli è troppo chiaro che il Galeazzi quantunque nel principale non abbia toccato il segno, nè poteva a quel tempo tanto aspettarsi, merita ciò non ostante la preferenza per riguardo agli altri, per essere di gran lunga più istruttive le sue osservazioni. Pure dobbiamo anche saper grado ai tre altri Scrittori, se non altro per sapersi da loro che dal tempo in che scrisse Paolo Boccone, fino a dì nostri essi fuochi non hanno desistito di ardere. Sebbene narrando egli per testimonianza di que' paesani che ab immemorabili sono stati osservati ardere, la loro esistenza conviene allontanarla molto di più, e a me sembra che senza timore di esagerare si possa estendere fin quasi a due secoli, raccogliendolo dalla seguente notizia avuta dal menzionato Sig. Turini quando con lui osservava que' fuochi. Egli aveva allora 64 anni: un suo Zio morto di anni 77 non solo più volte gli aveva detto di averli sempre veduti ardere, ma gli affermava che i suoi antenati dicevan lo stesso, i quali narravan di averlo altresì udito dire da' loro progenitori, e da altri vecchi Barigazzesi. Ma l'epoca di 200 anni fissa il tempo della memoria di questi fuochi, non già quello in cui hanno cominciato ad ardere, il quale è probabilissimo che sia molto più antico. L'addotta epoca però a me basta per poter entrare con più fondamento nella ricerca delle sostanze che incessantemente, e per sì lungo tempo sono alimentatrici di questi fuochi.
Passo intanto a ragionare di alcuni altri fuochi di que' contorni e primamente di quelli dell’Orto dell'Inferno. Viene così chiamato un rivoletto all'est di Barigazzo, e distante da lui un miglio e mezzo, che quando è secco facilmente prende fuoco, accostandovi qualche fiamma. Giace in luogo basso attorniato da elevate pendici del consueto sasso arenario, coperte però abbastanza di terra vegetabile per poter ridurle in parte a coltura. A 35 piedi prima di giunger colà sentii l'odore del gaz idrogeno, quantunque allora non fosse avvampante. Il picciol rivo non menava acqua, il suo letto però era coperto di più pozzette nate da una debolissima scaturigine che metteva dentro di esso. Alcune di loro eran chiarissime, senza colore e senza odore, e l'acqua di queste era quetissima e priva di bolle aeriformi: Altre ne mandavan fuora in poca quantità, e si mantenevano egualmente chiare, non così quelle che ne abbondavano, mostrando all'occhio un non so che di torbido, per la terra onde restavano imbruttate nello sbuccar dal fondo che facevan le bolle: il sapore era alquanto disgustoso, come l'odore. Il termometro che all'ombra segnava gradi 16 1/2 (erano le ore 8 del mattino, 7 Agosto 1790) nel fondo delle pozze calò 1/2, ed in una più profonda dell'altre gradi 2. Il letto del rio oltre molte pietre arenarie fluitate era coperto d'una belletta argillosa mista a particelle quarzose e micacee. Il fondo delle pozze, senza bolle era vestito di verdi conferve, e l'acqua ricettava qualche insettuccio aquajuolo: per l'opposito nè piante nè animali esistevano nelle pozze gazose. Al dire d'una famiglia di contadini che abita al nord all'intorno 250 piedi da quel luogo, la sorgiva è perenne, ma il rivolo corre nei tempi solamente piovosi. Troppo bene sapevano che accostando un corpo infiammato a quelle bolle, prendevan fiamma, per loro attestazione però di poca durata, se uscivan dall'acqua; per l'opposito ardevano a lungo, se venivano accese in luogo asciuto. Così per esperienza mia propria ritrovai accadere. Ma io ed un uomo di quella casa stentammo moltissimo ad accendere quivi i tratti che erano asciutti, e convenne trovarli tentando, poichè nè bolliva il terreno, nè all'occhio manifestavasi punto screpolato. Ventun getti tra grandi e piccioli di gaz idrogeno uscivan dalle pozze, il massimo de' quali aveva il diametro di un pollice e mezzo, e del continuo faceva un rilevato colmo su l'acqua. Un larghissimo imbuto per la base immerso nella pozza donde usciva il massimo getto, mi rinnovò l'aggradevole spettacolo della pozza de' fuochi di Barigazzo, conciossiachè applicata all'aperto apice una candeletta accesa, ruppe improvvisamente dall'apertura una fiamma strepitante, alta per di là d'un piede, e non ispegnentesi che per una forte ventilazione. Con diletto contemplai a lungo questa fiamma, e nel colore, nell'efficacia, nell'odore, nel romore si diede a vedere somigliantissima alle più rigogliose di Barigazzo. Applicato il fuoco ai minori gorgoglj senza far uso dell'imbuto, se questi radevan le sponde, l'appicata fiamma seguitava ad ardere, lo che non accadeva sollevandosi di mezzo all'acqua.
Quì pure feci fare uno scavo, ma l'acqua che inferiormente d'ogni parte gemeva mi contese l'aggrandire le fiamme. La terra che si scavava era simile nell'odore, nella nerezza, nell'inzuppamento dell'acqua, e nei principi prossimi (siccome scopersi per le analisi in seguito fatte) a quella che sottogiace ai fuochi di Barigazzo. Questi non meno sono antichissimi. Vecchi ottuagenarj del paese mi attestavano non solo di averli ivi sempre veduti, ma d'essere stato ad essi riferito altrettanto da' loro avoli. Mi affermarono che per siccità vuote essendo le pozze del rio, coll'appressamento d'una fiamma si crea un esteso incendio, che sarebbe perenne, se per gonfiamento del rivo, o per impetuosità di vento non venisse tolto. Siccome il gaz idrogeno attraversa l'acqua, e viene alla superficie, non era difficile per via d'un imbuto, e di vesciche raccoglierlo tutto, e poter dir con sicurezza la copia in un dato tempo uscitane. Il maggior orgoglio ne forniva dunque pollici 115 1/2 per ogni minuto primo, e gli altri insieme presi 132. Lascio innumerabili bollicelle che a mia voglia faceva sortire dal bagnato terreno contiguo all'acqua, operandovi de' fori con un legno appuntato. Essendo adunque quel luogo una miniera inesausta e ricchissima di gaz idrogeno, potei con questo non altrimenti che col gaz di Barigazzo intraprendere quel maggior numero di prove analitiche ch'io voleva, delle quali per disteso altrove ragionerò.
A due miglia da Sestola, e cinque da Barigazzo esiste in una aperta lavorativa pianura un altro picciolo incendio, sol noto a' paesani, come quello dell'Orto dell'Inferno. Il sito appellasi la Sponda del Gatto, ed è questo un fosso, di cui un lato ha sei forellini, accostandosi ai quali, la mano sente un sottil venticello, e l'orecchio un fischio, ed una fiaccola accesa decide della presenza del gaz idrogeno. Dai fori adunque feci uscire sei fiamme, ma deboli, azzurrognole, e niente romoreggianti. Questi fori comunicano interiormente insieme, poichè avendone chiusi due, le quattro fiamme restanti si fecero più vigorose, e l'azzurro erasi in buona parte convertito nel color rosso bianco. Duraron le fiamme un ora all'incirca, poi finiron da se. Quel lato andava composto d'una terra argillosa bagnata, e stato sarebbe impossibile che mai trovato avessi quel luogo, se non mi ci avesser condotto due uomini che vi confinan di casa. Questi sono muratori di professione, i quali mi dissero che avevano in animo di fabbricarsi una casa dove ardon que' fuochi, rinchiudendoli nella cucina per valersene in luogo di legne, ma che dal medico di Sestola venner distolti da questa idea, per essere a lui detta quelle fiamme infernali. Probabilmente il buon medico era del paese dell'Orto dell'Inferno, così chiamato, credo io, per somigliante ragione.
Intanto presa con me buona dose di quell'aria diabolica, che pei fenomeni dell'accensione, e per l'analisi chimica trovai in seguito niente discordante da quella di Barigazzo, m'incamminai ai fuochi di Vetta, che dal Boccone nella citata sua lettera così vengon descritti: “Dall'altra parte del monte, a dirimpetto alla Terra di Frassinoro a mano sinistra del fiume o torrente Dragone, trovasi un altro Villaggio chiamato Vetta, vicino al quale parimente di notte si vede sempre una fiamma, e questa alle volte cresce all'altezza d'un uomo, perciocchè in tempi umidi s'aumenta anch'ella siccome aumentansi i fuochi e le fiamme di Barigazzo. Riferiscono i confinanti di Frassinoro prodursi questa fiamma da terreno sodo, ed alquanto polveroso, la circonferenza non è maggiore di cinque braccia, e che questo spazio di terreno sia attorno un sasso, ove non appare spiraglio alcuno che detto fuoco spiri odore di zolfo, e che si possa anche artificiosamente far pullulare, e far vagare or qua or là smovendo e agitando con qualche bastone il terreno, che confina col fuoco, e sassi sopraddetti. E' poi di tale attività questa fiamma, che brugia gli stracci, ed altri panni che se le avvicinano, o vi si gettano sopra; quindi è che la fiamma si osservi dagli spettatori alle volte mobile, ed incostante, e che si vegga alla superficie di questo sito ora in uno, ora in altro de' suoi termini.
Il testimonio e l'esperienza di molti vecchi ed abitanti in quelle contrade vicine a Frassinoro si è che questa fiamma e fuochi non fossero stati osservati se non sedici anni in qua, cioè del 1666, atteso che avanti questo tempo non era noto, nè stato osservato altro fuoco che quello di Barigazzo, che viene ad essere tre miglia in circa distante da quello della Vetta”.
Egli è osservabile che il Relatore non si portò sul luogo, ma guardò questi fuochi dall'osteria di Frassinoro cioè alla distanza di qualche miglio. Ne so che altri dopo di Lui ne abbiano scritto. Erano spenti quando vi andai, il che fu li 9. Agosto. Esistono in parte asciutissima, e senza che vi sieno acque vicine, sul declive d'una montagna, l'uno in sito più basso chiamato Sassetello, l'altro più alto detto Torricello. Posano su di un antica frana, che quando precipitò dall'alto del monte, atterrò, ed in parte con le rovine coperse molti faggi ed abeti, di cui si veggono anche i pedali, quantunque di questi ultimi alberi niuno oggidì alligni più in que' contorni. Quasi tutta la pendenza del monte è senza vegetabili, il terreno su cui ardono i fuochi è argilloso, con la solita arenaria quarzosa, e pagliette di mica, e tanto alla superficie che al di dentro è abbondantissimo di pietre arenarie. Gli uomini che mi ci condussero, e che eran di Vetta, mi raccontarono che essendo spenti, siccome erano allora, perseverato avrebbero sempre così, quando ad essi avvicinata non si fosse una fiamma, giacchè di lor vita non li avevano mai veduti accendersi spontaneamente. Accesi poi che erano, non avrebbero mai desistito dall'ardere, se qualche gagliardissimo vento non avesse soffiato, siccome avvenuto era un mese prima, per cui tutti e due rimasero estinti. Sono poco distanti l'uno dall'altro, e innanzi di ravvisarli volli osservare la loro area. La terra che la compone è polverosa, più nera che altrove, manda odore di gaz idrogeno, e dove vi si trova qualche pezzo di sasso arenario, è vestito attorno attorno d'una crosta rossicia. Il giro dell'area in uno de' fuochi è di piedi 6 1/4, nell'altro di 5 1/2. Niuno spiraglio, niun forellino manifestasi all'occhio, il mio volto però quando quasi toccava terra sentiva come un lienissimo soffio di aria. Il termometro posto su l'area non si esaltò il minimo che. Debbo far sentire che la terra non veniva riscaldata dall'immediato raggio solare, per essere il cielo di nubi coperto.
Finalmente col solito artificio semplicissimo d'una fiammella li riaccesi, l'un dopo l'altro. Nell'accendimento fecero presso a poco il romorio de' fuochi di Barigazzo la prima volta che li visitai. Le due aree restaron coperte di fiamme, presso a poco della medesima altezza la quale tutto al più era d'un piede e mezzo. Il colore nel centro della fiamma era rosseggiante, ed azzurro ai lembi. Uniti insieme due cappelli spiegati di panno, e fattineli con grande celerità volar sopra, mi riescì di smorzarli pienamente. Allora feci ivi cavare una fossa circolare di diametro maggiore dell'area, e profonda quattro piedi. Quì non essendovi sorgiva di sorta, come ve n'è presso i fuochi Barigazzesi, la terra cavata quantunque meno dura che alla superficie, non aveva l'inzuppamento che fu notato a Barigazzo. L'odore però fortissimo del gaz idrogeno sembrommi lo stesso. Venne poi lasciato cadere sul fondo delle due fosse un pezzo di carta accesa. Di presente si risvegliaron le fiamme, e più vigorose di prima, ma non tanto come per l'esempio di Barigazzo mi sarei aspettato. Venivano circoscritte dal giro dell'area, non da quello della fossa. Si erano niente più che duplicate nel volume. E facendo un sol corpo eran divenute quasi interamente rosse. Il calore erasi a proporzione accresciuto. Un verde tronconcello di faggio messo sopra di esse, cominciò quasi subito a fumare, indi ad accendersi, e a confonder le sue fiamme con quelle dell'incendio, fino a ridursi da ultimo in cenere.
Questi furono i tentativi su i fuochi di Vetta, ed io credeva che più nulla mi restasse da osservare, quando intesi dalle mie guide esservi in que' contorni tre altri fuochi, detti della Raìna. Non doveva io adunque lasciar di vedere ancor questi, massimamente per non essere stati fino allora cogniti che a que' montanaj. Si trovano sul dosso del medesimo monte. Questi pure non fiammeggiavano, mandavan però l'odore che li caratterizza. Per le notizie già acquistate, io stesso senza che mi venissero additati conobbi a più di 70 piedi il sito dove erano, per essere ingombro d'un buon numero di sassi arenarj pel fuoco già divenuti rossi, a differenza dei circonvicini che eran grigi. L'area del primo che visitai girava attorno undici piedi, e tutta si accese al cadervi sopra un fuscelletto infiammato. Parve il romore di tre o quattro fascine istantaneamente accendentisi. Le fiamme adunque avendo di circuito 11 piedi, e salendo a piedi 4 1/2 all'incirca, superavano considerabilmente quelle de' fuochi di Vetta. Quindi a 60 e più piedi da essi udivasi il romor che facevano, e a 100 piedi si sentiva l'odore. Quantunque il sole da nuvole venisse coperto, pure al di sopra di essi appariva quell'aura tremolante da me già marcata ne' fuochi Barigazzesi. Il color dominante era il rosso vivo con qualche tintura cerulea dove erano più sottili. Sulla schiena medesima di monte, ma in sito più eminente esistono gli altri due fuochi, più piccioli però dal già descritto, come lo manifestò la loro accensione. Un dopo l'altro vennero adunque tutti e tre accesi e a questi unendo i due altri di Vetta, cinque erano i fuochi che nel tempo istesso avvampavano. Cotesti fuochi colà si appellano Solfanare, e i pastori li usano per riscaldarsi in inverno.
Il suolo di questi tre fuochi è medesimamente arido e polveroso alla superficie. Mi prese voglia di osservarne l'interno, e a far questo mi rivolsi a quel fuoco della Raìna, che era il più spazioso. Ad ottenerne però l'intento conveniva spegnerlo innanzi. Ma io nol poteva con l'acqua, per esserne troppo lontana. Presi adunque il partito di conseguir ciò per una veementissima ventilazione di più cappelli, la quale però riescì frustranea, come fu senza effetto l'accumulazione sopra l'ardente area di una quantità di terra sbriciolata, e di pietre, conciossiachè se in un luogo si distruggevan le fiamme, seguitavano ad arder nell'altro, e se quì pure smorzavansi per nuova terra sovrapposta, fuori saltavano in altre parti. A forza di cumuli sempre maggiori potei una volta vederli spenti del tutto. Ma che? Dopo alcuni minuti sbucarono attraverso di essi sottili punte infiammate, poche da prima, poi numerose, le quali non fu mai possibile di togliere. Non potendo dunque venire a capo di quanto bramava, e volendo pure prender notizia del terreno all'area sottoposto, presi la determinazione di far scavare quel sito attraverso delle vampe istesse con zappe a lungo manico, perchè i lavoratori non restassero offesi dal soverchio calore. La fossa, il cui circuito era più esteso di quello dell'area, venne profondata fino a piedi 5 1/3 con l'accrescimento oltre al doppio dell'incendio. La terra per l'altezza di 77 pollici continuò ad essere arida, ma più sotto si fece molle, senza però mai essere intrisa d'acqua. A 4 piedi e mezzo di profondità le pietre arenarie erano più spesse e più grosse che alla superficie, disgiunte però fra loro, ma a piedi 5 1/3 formavano un corpo solo, e vi era ogni apparenza che fossero continuate con le grandi moli arenarie che costituiscono l'interna ossatura di que' monti. Adunque più là di piedi 5 1/3 non si potè scavar con le zappe per l'incontrata resistenza lapidea. Ma questo impedimento istesso divenne utilissimo a miei rintracciamenti. Quel masso arenario veniva interrotto da cinque fessure, ed era giusto da esse che sortivan le fiamme formatrici dell'incendio. Scopersi adunque che il gaz idrogeno non emanava dalla crosta di terra che copre quel montuoso pendio, ma sibbene dal nucleo arenario lapideo. Dal qual nucleo è pur facile che derivi anche quello che è l'autore degli altri fuochi di Vetta, e della Raìna, giacchè volendo anche supporre che alcuni di loro fatta abbiano la prima loro comparsa nel 1666, come riferisce Boccone, per relazione de' paesani, egli è inverisimile che le sostanze in questa crosta non molto grossa rinchiuse, generatrici del gaz idrogeno, sfruttate non siensi di esso in questo spazio di tempo.
Quando nel 1719 osservò il Galeazzi i fuochi di Barigazzo, que' paesani gli dissero esservi un interna comunicazione fra essi e quelli di Vetta, argomentandolo dal vedere che quelli cessando, questi ne escono in maggior copia. Cotal opinione nella mia gita colà continuava la medesima sì a Vetta che a Barigazzo, e i Vettani veduta l'accensione dei cinque fuochi da me prodotta, mi dissero che quelli di Barigazzo, se allora avessero arso, siccome ardevan di fatti, stati sarebbero meschinissimi, la qual cosa però non verificossi punto, che anzi la sera di quel giorno istesso essendovi io ritornato, li rinvenni sì vivaci, sì estesi come lasciati li aveva il mattino. All'indomane di buonissima ora li feci spegnere, e dopo ritornai a Vetta. Al mio arrivo colà dovevano adunque i cinque fuochi essere alquanto più vigorosi che il dì precedente, se stata fosse verace la loro credenza. Pure a me parvero pienamente gli stessi. Quanto è poi dell'interiore corrispondenza dei fuochi di Vetta, e della Raìna con quelli di Barigazzo, io non trovo assurdo tal pensamento, che anzi opinerei di buon grado che i fuochi della Raìna insieme ai Vettani, quelli di Barigazzo, e gli altri dell'Orto dell'Inferno, e della Sponda del Gatto fossero l'estremità di altrettante correnti di gaz idrogeno provenienti da una immensa e comune miniera del medesimo profondamente seppellito nelle viscere di que' monti arenarj. In questa ipotesi l'accendimento d'un fuoco non pregiudicherà punto all'altro, giacchè o s'infiammino, o no, questi canali all'aria aperta sboccanti seguiranno ad uscire col medesimo invariabil tenore.
In quella mia seconda visitazione ai fuochi della Raìna, e di Vetta li due per lo scavamento venuti più estesi facevano anche sentire a più distanza l'odore e il calore. I crepacci del masso arenario per dove passava il gaz idrogeno acceso erano divenuti neri per la contratta fuliggine, la quale medesimamente tinto aveva più o meno le pareti della fossa, dove singolarmente andavano a ferire con più violenza le fiamme. Non mandavan già esse verun fummo sensibile, siccome non mi è apparso a Barigazzo, nè all'Orto dell'Inferno, era però di gran lunga più densa quella specie d'aura tremante, che ho veduto e notato sovrastare ai fuochi prodotti dal gaz idrogeno quando sono vigorosi, la qual aura per la chiarezza del sole cominciai a veder da lungi a 250 piedi. Cotest'aura io la giudico prodotta, parte dalla fuliggine diradata e sottilissima, parte dai vapori acquosi, nati dalla infiammazione di questo gaz, trovato avendo che simili incendj non vanno mai scompagnati da sensibil madore.
Come a Barigazzo, così a Vetta è voce universale che i tempi piovosi facciano crescere quelle fiamme, e veduto abbiamo che così pur si pensava ne' tempi in che scrisse di esse Paolo Boccone. In una terza ed ultima mia visita fatta colà li 17. Agosto mi accorsi che que' paesani non avevano affatto il torto. Prima di mezzodì di quel giorno venne dall'ouest un temporale, che non toccò punto Barigazzo, ma che sopra Vetta e i suoi contorni versò una pioggia che durò intorno a un ora, non già veemente, ma soave, e senza strepito di tuoni e di vento. Ai fuochi che tutti e cinque ardevano mi accostai e quando cominciava la pioggia, e quando era sul finire. Nel primo caso io non mi accorsi che punto si ampliassero o nell'altezza o nel circuito. Ma nel secondo le fiamme eran divenute più alte d'un terzo di piede, d'un mezzo piede, ed anche d'un intiero, secondo la diversità de' fuochi, ed eransi fatte più romorose. E quivi trattenuto essendomi fino a sera vidi che l'accrescimento durò quasi tre ore, poi tornarono i cinque fuochi alla condizione primiera. Pareva dunque che il loro ampliamento fosse una conseguenza della caduta pioggia. Quindi confrontando questa osservazione con altre fattesi a Barigazzo in occasione di temporali, sempre più ebbi a sminuire i mossi dubbj, dal vedere che se alcune volte falliva il sentimento dei terrazzani, in altre sembrava verace.
Quantunque l'unione di questi fatti mostrasse chiarissimamente che di que' diversi gruppi di fiamme l'unico autore è il gaz idrogeno, era però necessariissimo il farne qualche raccolta per esaminarlo a maggior ozio chimicamente. Ricorsi su le prime al mezzo adoperato a Barigazzo, quando entrar lo faceva nelle vesciche per un lungo tubetto di metallo, immerso in alcuni crepacci donde sortiva esso gaz. Spenti adunque alcuni de' fuochi minori di Vetta, e della Raìna, conficava la punta del tubo nel sito dell'area dove vedeva qualche sottilissimo vano, e dove il rovescio della mano provava qualche agitazione di aria. Ma nessun fluido entrò mai nella vescica, prima da me spogliata dell'aria atmosferica. Non mi restava dunque che di ricorrere all'acqua, versandola su l'area, dopo l'averla alquanto incavata. Il sito men lontano per procacciarmela era il torrente Dragone, e fortunatamente per la pioggia in quel giorno caduta ne menava abbastanza per poterne riempir più secchi, che si versaron dentro dell'area. I quattro primi furono inutili, tanta essendo l'aridità, e la spugnosità della terra, che in pochi stanti veniva l'acqua assorbita. Ma rovesciativi sopra altri e poi altri secchi giunsi in fine a formare una pozza di qualche durata, bastantemente ricca di bolle gazose per empierne due vasi di vetro, che giusta il consueto capavolti portai con me a Barigazzo.
De' fuochi di Vetta, e della Raìna io mi credo di avere detto abbastanza, nè altri per le ricerche mie, e per attestazione di que' popolani ardevan colà. Non sarà fuor di proposito il fare una parola d'una sorgente abbondantissima di gaz idrogeno, ch'io sono stato il primo a convertire in un permanente incendio. Trovasi questa nei confini del Bolognese presso Trignano nel sito chiamato la Serra dei Grilli, da Fanano distante tre miglia. Quivi adunque su d'un terreno argilloso, privo di piante, e interrotto da copiose pozzanghere evvi inesausta sorgente di questo gaz, che ne' siti asciutti si fa palese per molti e sottili fischi, e negli acquosi da innumerabil copia di bolle. L'estensione del gaz è grande a segno, che da se sola non pure aguaglia, ma supera di molto quello che dà l'alimento ai fuochi di Barigazzo, di Vetta, e della Raìna. E' notissimo a que' pastori, e vien chiamato il luogo che bolle e che soffia. Ma nessuno per ricordanza ancor de' più vecchi lo aveva mai veduto ardere. Quindi non è a dirsi della maraviglia che presero quando all'accostarvi d'un poco di paglia accesa creossi un falò del giro di 19 piedi, che dai siti asciutti passò alle pozzanghere, formando un corpo unito di fiamme. Eran piuttosto basse, non ascendendo le maggiori che a un piede e mezzo. Io non parlo del loro colore, dell'odor che mandavano, dell'attività che avevano nell'accendere corpi combustibili, e di altre qualità esteriori, manifestato non avendomi esse verun divario sensibile per riguardo ai diversi altri fuochi summentovati. I paesani che mi ci condussero mi mostrarono a poca distanza un altro tratto di terreno, situato su d'un colle che guarda il Panaro, abbondantissimo per l'addietro di questi soffj; come essi dicevano, ma allora più non ne mandava, e mi dissero esserne stata la cagione una grossa frana gli anni addietro corsavi, la quale altamente copriva quel luogo quando vi andai.
Più non tornai alla Serra dei Grilli, seppi però da persone degne di fede che dopo tre giorni seguitavano ad ardere, e però non esitai a credere che acquistata non avessero la perennità degli altri fuochi consimili, quando da qualche esterior cagione non fosse stata interrotta. Oltre adunque ai due fuochi già noti, l'uno a Barigazzo l'altro a Vetta, provo diletto di enunciarne sei altri al Pubblico, uno all'Orto dell'Inferno, un secondo a Vetta, tre alla Raìna, ed il sesto alla Serra dei Grilli, l'ultimo de' quali dir posso di averlo io fatto nascere.
- ↑ Stampata in Bologna l'anno 1684.