Viaggi alle Due Sicilie e in alcune parti dell'Appennino/Capitolo XXXVIII
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CAPITOLO XXXVIII.
digressione intorno ad alcuni fuochi
d'altre regioni derivati dal medesimo
principio gazoso:
Fuochi di Velleja ne' colli Piacentini fatti conoscere al Pubblico dal chiarissimo Autore delle Lettere sull'aria infiammabile nativa delle Paludi. Scopre il medesimo Fisico che l'origine de' Fuochi di Pietra-Mala si dee al gaz idrogeno. Osservazioni posteriori di Razoumowsky che provano che l'attività di questi ultimi fuochi arriva a vetrificare le pietre. Singolarità sorprendente di questo fatto, non mai per ombra veduto dall'Autore ne' fuochi da lui descritti. Si esaminano gli Autori che in epoche successivamente più rimote scritto hanno di questi ultimi fuochi, per vedere se una volta stati fossero molto più attivi che adesso. Conclusione che sussistendo la vetrificazione narrata dal Sig. Razoumowsky, è forza dire che un fuoco rimesso produca alla lunga gli effetti della fusione, e della vetrificazione, che produconsi in minor tempo da un fuoco energico; e che se questo non succede ne' fuochi di Barigazzo, e negli altri vicini, ciò nasca probabilmente per la natura di quelle pietre più difficile ad esser alterata dal fuoco di quello sieno le pietre dell'ardente terreno di Pietra-Mala. Questo memorabile esempio c'insegna come qualche vetrificazione de' Vulcani possa esser figliuola del gaz idrogeno. Si accenna la famosa Fontana ardente del Delfinato, e si dimostra come il Sig. Montigny ha dato nel segno nell'assegnarne la cagione. Ingiuste opposizioni mossegli dall'Autore delle Lettere sull'aria infiammiabile nativa delle Paludi. Chiarissima prova tratta dai fuochi delle montagne Modanesi, che il gaz idrogeno infiammabile non compete esclusivamente alle Paludi, come era stato supposto.
Le modanesi Montagne, non sono le sole in Italia che vantino questi curiosi incendj. E' da lungo tempo che godono di tale celebrità quelli di Pietra-Mala e da qualche anno è già conto un altro picciolo incendio presso Velleja ne' colli piacentini mercè la diligenza del chiarissimo Autore delle Lettere sull'aria infiammabile nativa delle Paludi. Egli appostatamente vi si trasferì, e quantunque gli esperimenti per ciò che risguarda il raccoglier quel gaz, e l'accenderlo, e il riconoscerlo per la così detta aria infiammabile fossero stati quasi tutti prima di lui instituiti dall'erudito Parroco di Velleja, siccome con commendabile ingenuità confessa l'Autore, dobbiamo tuttavia sapergliene grado per averli fatti conoscere al Pubblico. A maggior agio egli esaminò questo gaz infiammato, e trovò che il suo odore non differiva da quello del gaz infiammabile dei fossi, che dava però qualche fuliggine, che ardeva d'una fiamma azzurrognola, ma alquanto chiara, e maggiore di quella del gaz dell'acque stagnanti; e come lui non si accendeva con la scintilla elettrica, se non misto all'aria atmosferica, il cui volume fosse per lo meno otto volte eguale a quello del gaz di Velleja (Opus. scelt. di Mil.).
Il medesimo Indagatore nel 1780. visitò i Fuochi di Pietra-Mala, e quantunque moltissimi Viaggiatori prima di lui avessero scritto, seppe trovar tuttavia un posto che restava da riempiersi, e che era per se stesso capitalissimo, con lo scoprire che tai fuochi non sono altrimenti alimentati da esalazioni sulfuree o bituminose, come era stato creduto, ma dal gaz idrogeno, e le prove ch'egli ne apporta sono superiori a qualunque eccezione (l. c.)
Leggesi nel Rozier T. XXIX. an. 1786. una Dissertazione del Conte de Razoumowsky sopra i medesimi fuochi di Pietra-Mala, la quale conferma la realtà del gaz idrogeno, ma muove insieme alcune difficoltà contro le osservazioni ivi fatte dal citato Autore, le quali a luogo più opportuno cadrà il destro di esaminare. Intanto ragionerò brevemente di un effetto singolarissimo prodotto da questi fuochi, e non avvertito ch'io sappia da altri prima del Sig. Razoumowsky. Consiste questo in una vetrificazione da lui osservata in alcune pietre esistenti sul focolare dove ardono quelle fiamme. Ma il fenomeno è troppo sorprendente perchè io non lo riferisca ne' termini stessi del dotto Viaggiatore. Dopo adunque l'avere osservato che tutti i frammenti di pietre che coprono quel brucciante terreno sono avanzi di scogli di quella parte dell'Appennino, e che questi scogli sono composti di strati di pietra margacea o calcaria, nota che alcuni di tai frammenti sono ridotti a vera calce, “ma che altri mostrano contrassegni ancor più evidenti e più decisi dell'azione del fuoco, offrendo delle parti vetrose in molti luoghi, la loro massa è nera, e quasi per tutto piena di gonfietti, e di porosità.”
Questi strati marnosi e calcarj sono intersecati da suoli d'una pietra arenaria – – – – – e i frammenti di essa da noi ritirati dalla fiamma di Pietra-Mala mostrano vestigj di alterazioni meno considerabili che nelle pietre mentovate, ma che sono però conoscibili. Alcuni sono conglutinati, e provato hanno un leggiero grado di fusione, altri sono coperti d'una incrostatura vetrosa” (pag. 179. 180.)
Supponendo che questo Viaggiatore abbia ben veduto (e come pensare diversamente d'un fenomeno che basta aver occhi per conoscerlo senza paura di errare, e d'altronde raccontatoci da un Naturalista per altre sue Opere conosciuto onorevolmente in Europa?) candidamente confesso che cotal vetrificazione emmi stata di non lieve sorpresa dopo l'avere attentamente esaminato gli effetti dei fuochi, che sono stati l'oggetto primario dei due precedenti Capitoli. Osservato aveva che quando nei loro focolari esistono pezzi pietrosi, che sono per lo più arenarj, questi pezzi contraggono bensì un principio di calcinazione, e diventan rossi, ma ad onta di tutte le diligenze fatte ricorrendo ancora alle lenti, non mi hanno mai manifestato il menomo segnale sia di vetrificazione, sia di semplice fusione. Neppur l'una o l'altra mi sono apparite quando di tanto ho accresciuto le fiamme di Barigazzo. Solamente le pietre arenarie più presto son divenute rosse, e i carbonati calcarj si sono convertiti in calcina. E al certo quelle fiamme erano allora di molto superiori per l'attività a quelle di Pietra-Mala, che sono debolissime. E il citato Conte le riconosce per tali, trovato avendo per un calcolo di approssimazione che il grado di calorico che trasmettono ai corpi è minore a un di presso della metà di quello che viene comunicato dai nostri più deboli fuochi artificiali, come si è quello degli ordinarj cammini (l. c.).
Riflettendo io su questo fatto veramente maraviglioso, mi andò per l'animo se mai per l'addietro i fuochi di Pietra-Mala stati fossero grandemente più attivi che adesso, e però mi feci a consultare coloro che in tempi diversi ne hanno scritto, cominciando da quelli che hanno immediatamente preceduto Razoumowsky, e ascendendo ad altri di tempi anteriori.
L'Autor delle Lettere sull'aria infiammabile delle Paludi dice che le fiamme di Pietra-Mala sono leggiere assai tenui e che abbruciano un poco le scarpe, e che per questa loro tenuità a sole chiarissimo punto quasi non si vedono (l. c.).
Il Barone di Dietrich nelle sue Annotazioni al Ferber quantunque avverta che sono vivissime, e che consumano il legno, la carta, e l'altre materie infimmabili, marca però che danno poco calore.
Quando nel 1772. furono visitate dal Sig. Ferber erano sottilissime, facevano però indurare per la calcinazione le pietre argillose e margacee poste nel loro focolare, e le pietre calcarie divenivano tenere, e si riducevano in polvere (Lett. sop. la Min.).
Assai anni prima con molta accuratezza osservate aveva e descritte queste fiamme il Marchese Scipione Maffei, e per conto dell'attuale nostra ricerca sappiamo da lui che il loro fuoco era d'alquanto minore intensione ed attività delle fiamme ordinarie, che abbruciava però ciò che sopra ci si poneva (della Formazione de' Fulmini).
Ma notizie anche più estese e più circonstanziate di questi fuochi ci ha lasciato Monsignore Bianchini, ito a vederli nel Dicembre del 1705., così che quanto ai diversi e curiosi fenomeni che presentavano all'occhio, siamo più istruiti a quell'epoca che nelle recentissime, non eccetuata quella in cui ha scritto l'Autor delle Lettere sopra l'aria infiammabile delle Paludi.
Egli poi dice che gettato avendo sopra queste ardenti fiamme alcuni rami di spine, e d'altri arbusti bruciarono come se fossero stati gettati nel fuoco ordinario, e che induravano le zolle di terra, e le pietre ivi esistenti, comunicando sì alle une che alle altre un colore più di bruciato che quello che si trovava nelle zolle di terra, e nell'altre pietre vicine. Degno egli è di riflessione come secondo le osservazioni di questo Accademico le fiamme qua e là in venti luoghi diversi disperse occupavano uno spazio presso a poco di cento trenta piedi in quadrato (Accad. R. delle Scien. 1706.)
Il Falloppio ha queste parole: “In Agro Florentino, in monte quodam qui est prope Castellum Florentiolam vocatum, evomitur continuo ignis, quamvis die non appareat nisi fumus, prope magnum solis lumen” (De Thermis).
E Girolamo Cardano: Ignis qui interdiu latet, et solum noctu videtur, quemadmodum in Appennini Mugellano vidimus innoxius est arboribus, atque etiam herbis. (De Subtil.)
Potrei di non poco accrescere il numero degli Autori, che scritto hanno su questi fuochi, ma mi astengo di farlo per essere i loro racconti presso a poco i medesimi che i trascritti fin quì. Da questi poi non possiamo nè punto nè poco inferire che ne' tempi andati l'attività de' fuochi di Pietra-Mala sia stata maggiore che a' giorni nostri. La loro leggerezza, e tenuità, il vedersi appena di giorno, il poco calore che danno, la loro intensione minore di quella delle fiamme ordinarie, queste sono bastanti prove per poter dire fondatamente, che la loro possanza nelle marcate epoche non era superiore di quella che manifestano presentemente. Che se i medesimi Autori hanno osservato che i corpi combustibili postivi sopra bruciano come nel fuoco ordinario, che la terra e le pietre s'indurano, e le calcarie si polverizzano, tutto questo è ottenibile in un grado di calore alquanto più rimesso di quello de nostri focolari.
Ritornando ora alle vetrificazioni osservate dal Sig. Razoumowsky alle pietre poste nel terreno ardente di Pietra-Mala, siccome negar non possiamo che sieno cagionate da que' fuochi, così è forza convenire con questo Naturalista, che un fuoco benchè rimesso produce alla lunga tutti gli effetti cogniti della fusione della vetrificazione, ec. E questo fatto mirabilmente si accorda con le mie esperienze, per le quali dimostro che quel fuoco de' nostri forni che rimanendo sempre eguale è inetto a squagliare in pochi giorni le pietre, le squaglia per la durata di molti (Capitolo XXIII). Che se i fuochi di Barigazzo e gli altri circonvicini non vetrificano punto le pietre, questo nasce verisimilmente dalla natura di esse più difficile ad alterarsi dal fuoco di quello siano le pietre del focolare di Pietra-Mala.
Questa scoperta passa il più volte nominato Fisico ad applicarla ai Vulcani, pensando che il loro fuoco non ha bisogno d'esser sì attivo, e sì violento per produrre effetti tanto possenti, come da alcuni è stato creduto, ma che agisce lentamente, e come per gradi (l. c.). Che i fuochi vulcanici sieno alle volte poco efficaci, io non l'ho negato, ragionando di essi, la moltiplicità però dei fatti mi ha stretto a pensare generalmente in contrario (Capitolo citato). Quindi non posso non discordare da quanto senza limitazione asserisce questo Viaggiatore. Per altro stupisco alquanto come dopo l'avere egli scoperto che il gaz idrogeno in combustione arriva in fine a vetrificare le pietre; pensato non abbia che per simil cagione succedan talvolta ne' Vulcani simili vetrificazioni, per andare spesso accompagnati da tale gazosa sostanza. Il dottissimo, e per molte importanti opere pubblicate meritamente riputatissimo Sig. Senebier di Ginevra, a cui tanto debbo per l'interessamento che si compiace di avere per le letterarie mie produzioni, non pur col farmi il distinto onore di recarne diverse in francese, come ha preso a fare della presente, ma eziandio per le obbliganti sue lettere piene di dottrina, e per me tanto istruttive, questo rispettabile e pregiato mio Amico così a me scriveva nel giorno 21 Settembre 1793. “Sembrami che dovreste far qualche saggio sopra la forza riscaldatrice del gaz idrogeno infiammato; questo potrebbe darvi dei lumi intorno agli effetti del fuoco vulcanico. Veggo nella vostra Introduzione che il gaz idrogeno che arde a Barigazzo calcina la terra calcaria. Non sarebbe egli adunque possibile che in certe circostanze questo gaz facesse del vetro”? Facilmente egli allora ignorava la scoperta del Sig. Razoumowsky, per la quale apparisce che la sua congettura non era azzardata. Ed io altresì non sono alieno dal pensare che appunto qualche vetrificazione vulcanica sia figliuola di questo gaz, quando cioè qualche grossa vena di esso sbucando di sotterra ed accendendosi seguiti a lungo con le sue fiamme ad investire alcuni filoni fusibili esposti all'azione dell'aria atmosferica. E tanto più presto o a parlar più giusto con minore lentezza succederà la conversione in vetro, se più voluminosa sarà la massa di questo gaz avvampante, con l'esempio de' fuochi Barigazzesi per la calcinazione coloranti più presto in rosso le pietre arenarie, quando vennero da me fatti più voluminosi.
Dietro alla bella osservazione del Conte Razoumowsky erami venuto alla mente qualche altra non disutile idea intorno ai Vulcani, che m'astengo dal produrla per non dilungarmi di troppo dal principale mio scopo. I fuochi adunque di Pietra-Mala di Velleja, di Barigazzo, della Raìna, di Vetta, senza ora omettere i recentissimi della Serra dei Grilli sono que' fuochi che ardono nell'Italia, e che riconoscono il perenne loro alimento dal gaz idrogeno. Fuori di essa ne ha diversi che traggon l'origine dal medesimo principio, tra quali è famosa la Fontana ardente del Delfinato, della quale dirò una parola, per potersi meritamente chiamare il Sig. Montigny dell'Accademia delle Scienze di Parigi che la esaminò nel 1768, il precursore di questo fluido. Un transunto de' suoi esami si legge nella Mineralogia del Delfinato del Sig. Guettard, e tra l'altre cose merita la più attenta considerazione la spiegazione che dà quell'Accademico di questa Fontana, (che non è che un picciolo bruciante terreno) espressa nei seguenti termini. “Noi vi accostammo un zolfanello acceso, in un momento la fiamma si sparse sopra quella parte di suolo che con una zappa avevamo scoperta ....... Ogni colpo dato in questa terra smossa faceva uscire un getto di fiamma rossiccia, simile a un di presso a quella che si fa nascere e che si osserva sopra la gola d'un fiasco, dentro cui è stata fatta una dissoluzione di ferro dall'acido vetriolico indebolito ........ Questa infiammazione si dee attribuire qualche sotterraneo vapore che si sviluppa, o che trova nuovi passaggi per ispandersi nell'aria a misura che si razzola il terreno ....... I pezzi di pietra che tratti venivan fuori dall'incendio mandavan tutti un odore somigliante a quello della dissoluzione del ferro per l'acido di vetriolo”. Quindi egli pensa che questo vapore infiammabile venga prodotto dall'azione dell'acido vetriolico sopra una terra ferruginosa, e nominatamente su le piriti marziali. Quanto al principio generatore di quel fuoco egli è adunque evidente che il Sig. Montigny apposto si era al vero. Solamente lascia indeciso se cotal principio fosse da lui conosciuto per un fluido permanente, ovvero per una semplice esalazione.
Il celebre Autore che ha scritto sopra l'aria infiammabile delle Paludi, e che ha tutto l'interesse per cercar di provare che, prima si conoscesse questo gaz, non si potevano spiegare i fuochi degli ardenti terreni, nella sua Memoria sopra i fuochi di Pietra-Mala facendo parole della Fontana Ardente del Delfinato porta il sentimento del Sig. Montigny intorno alla spiegazione di questo fenomeno. “Il Sig. di Montigny (dice egli) in una Memoria manuscritta di cui M. Guettard ci ha dato un estratto nelle sue opere, giunge a dire che il vapore infiammabile il quale si fa strada attraverso il terreno di cui si tratta, è simile a quel vapore prodotto dalla dissoluzione del ferro nell'acido vetriolico, che s'accende coll'accostare la fiamma d'una candela alla bocca del vaso. Dal che si fa a congetturare che succeda qualche cosa di simile sotto il detto terreno, mercè l'azione dell'acido vitriolico sopra delle piriti ferruginose. Egli avrebbe toccato il segno sostituendo solamente la parola aria o gas a quella di vapore ma la differenza solenne tra i vapori propriamente detti, e i fluidi aeriformi non era molto nota a quel tempo” (Societ. Ital. T. II. 6. ii.).
Per questo squarcio si vede che la parola vapore guasta tutto il bello della spiegazione dell'Accademico parigino. Ma o io m'inganno a partito, o la censura fattagli dee dirsi ingiusta e sofistica. Primamente basta l'esser libero da ogni contraria prevenzione per comprender subito che per la voce vapore non ha egli mai inteso i vapori propriamente detti. Secondariamente la parola vapore nel senso del Montigny equivale giustamente secondo l'uso adottato a quella di gaz o di aria infiammabile. E a dir vero il Guettard che ha scritto in un tempo in cui erano conosciuti i gaz aeriformi, e che conviene che quello della Fontana Ardente del Delfinato era verace aria infiammabile, probabilmente della natura di quella che il dotto Oppositore ha trovato nelle paludi, non si vale egli della parola vapore? Quante volte Sigaud la Fond. nel suo Saggio sopra le differenti specie di aria, per aria infiammabile non usa egli la voce vapore? E quante altre dei Chimici anche più moderni, e che si piccano del rigore delle espressioni non si valgono dell'istesso vocabolo nel far menzione del gaz idrogeno? La critica adunque contro Montigny è una pura pretta sottigliezza, e tutto insieme fuor d'ogni ragione. Nel far valere le proprie scoperte dobbiamo guardarci bene di non far torto alle altrui.
Per le mie osservazioni e sperienze intorno ai fuochi dell'Appennino di Modena si fa chiaro che il gaz idrogeno infiammabile non compete esclusivamente alle Paludi, quantunque sia stato caratterizzato per tale dal suo illustratore, imperocchè le descritte località dove ardono, mostrano bastantemente non avere ivi mai esistito paludi, e questa verità metterassi in miglior lume, quando ragioneremo delle materie producenti quelle inesauste miniere di gaz idrogeno. Di più v'ha intiere paludi che poco o nulla forniscono di questo gaz, quelle cioè che hanno un fondo arenoso, e senza piante, e che sono vedove in tutto o in massima parte di animali. Per ultimo da tale altra palude invece di uscire del gaz idrogeno, esce del gaz acido-carbonico. Io l'ho veduto in un padule al di là di Paullo di Modena, girando attorno al quale si veggono emerger dall'acqua copiose gallozzole da me raccolte ed esplorate. Oltre al non dar fiamma, hanno tutti i caratteri decisi di questo ultimo gaz. E del mio sentimento osservo essere più valenti Fisici, e Chimici, tra quali citerò Fourcroy, la cui autorità può valere per molti. “Finalmente concludo che il nome di gaz infiammabile delle paludi dato a questo essere dal Sig. Volta (Professore) non gli compete perfettamente poichè non è particolare alle paludi, poichè questo Fisico lo ha ritrovato nei terreni umidi, poichè esiste nei fiumi, negli stagni, ne' pantani, poichè i Chimici francesi alla testa de' quali si debbono mettere i Signori de Lassonne, Boucquet, e Lavoisier, l'hanno trovato in molti composti chimici, poichè finalmente io ne ho cavato da tutte le sostanze organiche in decomposizione”. (Fourcroy Mem. et Observ. de Chim.).
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