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Viaggi per Europa/Lettera III

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  Di Vinegia
6. Febbrajo 1686.



III.

P

Er ademplir la mia promessa, e per fare insieme cosa grata a V. S. sommi adoperato, con ogni possibile studio, e sollecitudine in questi giorni, per avere qualche spezial notizia intorno al modo, con cui questa Repubblica si governa, e da tanti secoli in libertà si mantiene: ma egli mi pare di aver gittato via le parole, e ’l tempo; perciocchè le sue regole sono oltremodo nascoste, e solo dagli effetti può formarsene qualche conghiettura: e in somma quel che mi pare d’aver potuto comprendere si è, che questa medesima credenza si è quella, a cui sono i Veneziani tenuti della conservazion di loro stato. Egli non ha dubbio, che la relazione, scrittane dal Sig. Amelot de la Houssaje, contien delle cose belle assai; e non solo verisimili, ma presso che evidenti dimostrazioni di ciò, ch’è suo proponimento di far conoscere: però son io d’opinione, che la più parte sieno più tosto uscite dal suo cervello, che di bocca altrui; stando quì le persone di qualità molto ben sode al macchione, e in sul tirato, per molto ch’altri s’affatichi di por[p. 37 modifica]le in campo,e scalzarle, come si suol dire. Addunque, torno a dire, per confermamento dell’ultima particella della diffinizioni, scrittavi nell’altra mia, che, veggendo noi una Repubblica da tanti secoli, con somma gloria, e riputazion conservarsi, forz’è, che le diamo pur questa laude, cioè; governarsi ella con regole, d’una perfettissima ragion politica. Così giudicano gli uomini: dagli effetti fanno argomento delle cagioni. E quantunque l’esperienza ne insegni, non tutte le cose, con ottimo provvedimento disposte, con pari felicitade al desiato fine condursi; pure il più delle volte veggiamo, che la Fortuna è figliuola della Prudenza, e che le cose ben pensate, meglio sogliono riuscire.

Or per quel che tocca a’ Maestrati, che la reggono, non voglio prender miga a darvene qualche contezza, nè anche così all’ingrosso; poiche mi rammenta d’avervi più d’una fiata veduti nelle mani i libri del Contarini, e del Giannotti; e per conseguente ne potrei ben’io apprendere alcuna cosa da voi, più tosto che altrimenti. Quanto al luogo però, in cui si radunano, dirovvi, che la sala del Gran Consiglio è tutta maestrevolmente di[p. 38 modifica]pinta, e capace di ben mille persone. Nel piano di essa veggonsi lunghe file di banchi, l’una presso l’altra; e ciascheduna fatta in modo, che avendo sedie dall’uno, e l’altro lato, non viene alcuno a voltar le spalle al compagno, ma si riguardano volto con volto. In un lato poi della medesima sala, dove il solajo è alquanto più rilevato, sta la sedia del Doge, fitta nel muro, a simiglianza de’ scanni a fianco; in cui dalla parte destra seggonsi tre Consiglieri, e un de’ Capi della Quarantia Criminale; e da sinistra pari numero di Consiglieri, e gli altri due Capi della medesima Quarantia. Dirimpetto al Doge, cioè nel lato apposto della sala, siede un de’ Capi del Consiglio de’ Dieci; nè guari lontano uno degli Avvocati del Comune. Nel mezzo due Censori, alquanti gradi sopra il piano della sala: e in fine negli angoli gli Auditori vecchi, e nuovi.

Nel Consiglio de’ XII. e nella Quarantia ho udito questi giorni difendere alcune cause, con mio grandissimo piacere: perocchè non parlavano già gli avvocati, ma fortemente gridavano; non disputavano, ma tenzonavano: e poi con quella loro favella, da fare ismascellar delle risa anche le statue. Dall’altro canto v’è questo lo[p. 39 modifica]devolissimo costume appo loro, che senza impacciarsi con paragrasi, e digesti, studiansi solamente, con acconce parole, ed argomenti, tratti dalla ragion naturale, e ben disposti, giusta le regole della Retorica, gli animi de’ giudicanti disporre: il che forse adiviene, perche non sempre costoro sentono molto avanti nella Ragion Civile, e meno nella Canonica; e perciò anche non si presentano allegazioni, ma una semplice nota di quel, che si dimanda. S’aggiugne, che a qualsivoglia famoso avvocato, e per qualsisia importante negozio, non vien conceduto maggiore spazio di parlare, che un’ora e mezza: costume, se non erro, osservato dagli antichi, i quali coll’orologio ad acqua il tempo a ciò stabilito misuravano; onde si dicea dare aquam, e dicere ad horam, come mi pare d’aver letto appresso Quintiliano, e notai una volta un bellissimo luogo di Filostrato nella vita d’Apollonio di Tiana Philostr. in vita Apoll. lib. VIII.. Quei, che sotto tal regola parlavano, dicebant ad clepsydram; e perciò Marziale un tal Ceciliano beffando, ebbe a dire: Martial. lib. VI. ep. 36.

Septem clepsydras magna tibi voce petenti
Arbiter invitus Cæciliane dedit.
At tu multa diu dicis, vitreisque tepentem

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Ampullis potas semisupinus aquam.
Ut tandem saties vocemque, sitimque rogamus
Jam de clepsydra Cæciliane bibas.

Ma egli mi pare di recar fiori a Flora, e frutte ad Alcinoo, rammentando a voi sì fatte cose, che per la continua lezione de’ buoni autori, sonovi divenute ben comunali. Che che sia di ciò, danno il lor voto i Giudici in questo modo. Per la sentenza affermativa pongono una palla bianca, fatta di pezza di lino, entro un vaso dello stesso colore; per la negativa una verde in un verde; e in caso dubbio una quasi rossa (che non afferma, nè niega) in un bossolo parimente rosso: il tutto in piena audienza, e in presenza eziandio delle parti. La più bella costumanza si è, per mio avviso, questa, di poter in tal luogo qualsivoglia persona star col suo cappello in testa (forse per segno di libertà) e ancora mascherata, come più le torna in piacere: e pure o il gran delitto, che ciò sarebbe in Napoli!

Contigua al Gran Consiglio è l’Armeria, fornita non già di gran numero d’armi, ma deʼ più belli, e rari arnesi, che siano in Europa: posciache oltre quelli, che la Repubblica stessa in varj tempi, ed occasioni ha comperati; molti altri le sono stati [p. 41 modifica]stati da potentissimi Monarchi mandati in dono; che maravigliosi sono oltremodo, e per lo lavorio, e per la ricchezza. Fra gli altri deesi porre in considerazione una macchina, a guisa di scoppietto, che nello stesso tempo dà fuoco a 400. miccie: e certamente potrebbe essere di grande utilità in occasion di tumulto popolare, o altro simile accidente. Insegne Turchesche ve n’ha senza novero; benche maggior copia ne debba essere delle Veneziane in Costantinopoli: e fra le cose più pellegrine, una bellissima fontana di cristallo; e una testa di S. Marco, fatta a penna, i di cui tratti non sono già semplici linee, ma bensì una quasi invisibile scrittura del Vangelo della Passion del Signore; la quale altrimente non si può leggere, che mediante l’ajuto d’un cristallo ben convesso. Questo luogo l’ha in custodia il Capo Bargello di Vinegia, (detto il Capitan grande) e quando io vi fui, per poco non lo stimai vescovo; posciache avea egli una veste ben lunga di color paonazzo, foderata di damasco chermisi, ed orlata di pelle; ed una berretta in testa, come quella de’ nobili. Rende questa carica sino a tre mila ducati l’anno. [p. 42 modifica]

Il dì della Purificazione andai al vespro in S. Maria Formosa, perche dovea assistervi il Doge, giusta l’antica costumanza. Quanto all’origine di ciò, egli convien sapere, come ne’ passati secoli così in Vinegia, come ne’ vicini luoghi di Terra ferma, le donzelle più belle si concedeano in matrimonio a coloro, che maggior somma di danajo per ottenerle offerivano; e tal danajo poscia alle più sparute, affinche trovassero marito, per ragion di dote, si distribuiva. Moltiplicatasi con tal mezzo la gente, un’altra più bella usanza s’introdusse: e fù che, fatti gli sponsali, le donzelle tutte si riduceano in S. Pietro a Castello, detto Olivole, con seco stesse recando la lor dote; e quivi la notte della Purificazione a dormir se ne stavano. La mattina venuti gli sposi con tutto il parentado, ascoltavano unitamente la messa solenne; e quindi celebrate le nozze, lieti, e contenti, colle desiate donne, alle lor case tornavansi. Gl’Istriani di ciò consapevoli, e nemici in quel tempo della Città, tolta l’occasione, di nascosto se ne vennero una notte su ben corredati legni; e prima che alcun potesse tanta temerità gastigare, n’ebbero le donzelle, e le doti portate via. Per sì fatto [p. 43 modifica]accidente levatosi grandissimo rumore in Vinegia, ad un’ora furono armati molti legni: spezialmente gli abitatori della contrada di S. Maria Formosa sopraggiunti i rapitori a Caorle, ove la preda si divideano, orrenda stragge crudelmente ne fecero; e le addolorate donne, con l’altre cose alla patria ne riportarono. Richiesti costoro da’ Signori, che alcuna grazia, in premio di lor valentia, dovessero sicuramente dimandare: non altro, eglino risposero, se non che, in ricordanza di tal fatto, ogni anno nella nostra Chiesa, col Principe, venir debbiate. Replicò il Doge: e se per avventura piovesse? ed eglino di nuovo: vi manderemo i cappelli per la pioggia, e s’avrete sete vi daremo anche da bere. Per adempimento addunque di lor promessa i Cassellari, e i venditori di frutte mandano al Principe due cappelli, nel dì della Purificazione, e due fiaschi, uno di vin bianco, l’altro di rosso, coperti di melaranci; che poi si pongono sopra due pergami presso l’altar maggiore della Chiesa suddetta. Una simile cerimonia usano i PP. Olivetani col Patriarca, il dì dell’Ascensione; presentandogli un bacino di castagne monde. [p. 44 modifica]

Or entrato che fui in Chiesa, vidi primieramente preparato per lo Doge, a destra dell’altare, un baldacchino di damasco chermisì, di che era adorno parimente tutto quel muro. Poi che fu venuta l’ora del vespro vi si assise egli di sotto, e poco da lui lontano l’Ambasciador di Francia. D’amendue i lati sedeano varj Consiglieri, e Senatori; qual più, e qual meno rilevati dal suolo, giusta lor grado, e dignità. Nell’intonarsi il Magnificat prese il Doge una candela accesa nelle mani; e in fine, compiuta la festa, se n’andò ad imbarcarsi. L’accompagnamento fu nella maniera, che siegue. Precedea il clero della chiesa colla croce: seguivano indi, secondo il lor grado, i Consiglieri, e’ Senatori, vestiti di damasco chermisì; e coloro, ch’erano stati ambasciadori vi aveano di più una striscia di drappo a color di oro, adorna di ricamo. Veniano appresso due cortigiani del Doge; quello a destra portando un’origliere, per quando s’avesse a porre a ginocchio; e l’altro una seggiola pieghevole, come quelle, che usano i Vescovi in alcune occorrenze. Il Doge poi avea la vesta sottana di un bel drappo di seta bianca; e la soprana chermisì, foderata d’ermellini: la berretta era [p. 45 modifica]parimente di seta bianca, col solito corno ducale. Egli si è di statura bassa, però di buona complessione, mal grado i suoi 70. anni; e oltremodo piacevole, bel favellatore, e bontadoso, e gentile. Appresso a lui vedeasi (oltre il caudatario) un nobile, con uno stocco nudo nella destra; e un altro cortigiano, che recava l’ombrella. Le due gondole, in cui si pose egli, con tutta sua comitiva, erano chiuse di buoni cristalli, e assai maestrevolmente lavorate: al che s’aggiugnea la vaga, copertura di damasco chermisì, coll’armi sue, e di S. Marco. Vi avea quattro rematori per ciascheduna, vestiti di rosso. Il Capitan Grande comparve anch’ egli porporato in quel giorno; e fino alla sopravvesta avea di damasco chermisì, orlata di pelle dello stesso colore. In somma

E ne l’atto de gli occhi, e de le membra
Altro, che vil bargello egli rassembra.

Il seguente giorno fu il Doge in S. Marco colla stessa comitiva; però vestito di broccato bianco, al di sopra con oro, e al di sotto con argento. Nell’entrare fugli porta l’acqua benedetta da un calonaco; e poi andò dentro il Coro, e sedettesi dirimpetto all’altar maggiore, in una sedia posta nel muro a guisa di cattedra, senza [p. 46 modifica]baldacchino. Quivi da presso, in un basso scanno, si pose l’Ambasciador di Francia, e quel dell’Imperadore, (poiche lo Spagnuolo, per disputa di precedenza, non assiste giammai) però con inginocchiatojo senza origlieri. Dapoi che il Doge ebbe baciato il vangelo, e ricevuto tre incensate; lo baciarono essi parimente, ed ebbero due incensate per cadauno; e in fine, fatta la consegrazione, si replicò lo stesso, e ad ogni Senatore fu data un’incensata, e a baciare la figura di S. Marco, siccome, avean fatto i primi. Due volte vennero quattro Canonici a far riverenza al Doge; e questi nell’offertorio diede loro una moneta d’oro. Uscito della Chiesa fermossi dirimpetto i Giganti; e dato commiato a tutti que’ Signori, ritirossi a’ suoi appartamenti.

Altra notizia curiosa ora non posso darvi, se non che ieri si tenne il Consiglio de’ dieci, a cagion d’un barbaro omicidio, commesso, con intendimento di rubare, da un tal’Audino Furno Torinese in persona di suo padrone, ch’era un buon Sacerdote: ed oggi appunto è stato egli decapitato in mezzo le colonne del Broio, e ’l busto ridotto in quarti, con gran concorso di spettatori; poiche sono già quat[p. 47 modifica]tro anni, che non è stato giustiziato alcuno.

Mi dispiace, che finisca questa lettera con oggetti di tristizia; però assai più mi deve increscere di annojarvi sì lungamente colle mie filastrocche: e ben temo, che a quest’ora abbiate più d’una fiata ridetto: Date mihi pelvim. Addunque, per non abusarmi della vostra gentilezza, fie bene che, pregandovi dal Cielo ogni felicità, mi rimanga qual sempre, etc.