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Viaggi per Europa/Lettera VII

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Lettera VII

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Lettera VI Lettera VIII
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Di Verona il 1.
di Marzo 1686.


VII.
C
On l’occasione d’un gentiluomo Spagnuolo, che passa alla Corte dell’Ambasciador Cattolico in Vinegia, non dovea io farmi uscir dalle mani la buona ventura di salutarvi con questa lettera; tanto più, che, con istraordinaria gentilezza, m’ha dato egli parola, di rendermi questo tal servigietto, d’inviarlavi immantinente. Addunque, per [p. 85 modifica]seguitar l’ordine altrove tenuto, io vi fò per prima più di un milion di riverenze; e vi dico, che mi sto ben di salute, più che non sperava. Poi sarete consapevole, che io Mercoledì a sera mi posi in barca; e come che, per quanto mi rammenta, la notte non potei farʼaltro, che dormire; la mattina, sullo spuntar del giorno, mi trovai giunto in Padova. Giace questa Città in fertile, ed amena pianura, bagnata da’ due fiumi Brenta, e Bacchilione; e coronata dalla parte Occidentale da’ famosi monti Euganei. Varie sono le opinioni intorno all’origine del suo nome; egli però non vien posto in quistione da persona veruna, che sia stata edificata, dopo la guerra Trojana, da Antenore, Virgil. 1. Æneid. parente del Re Priamo; così di lui parlando Vergilio.

Antenor potuit mediis elapsus Achivis
Illyricos penetrare sinus, atque intima tutus
Regna Liburnorum, et fontem superare Timavi.
Unde per ora novem, vasto cum murmure montis
It mare proruptum, et pelago premit arva sonanti.
Hic tamen ille Urbem Patavj, sedesque locavit

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Teucrorum, et genti nomen dedit, armaque fixit
Troïa: nunc placida compostus pace quiescit:

Ciò che fù imitato dal Petrarca Petrarc. lib. 1. Ep. 11., allorche disse:

Jam Patavum Antenor, flammas emensus, et undas,
   Ediderat

  E lo stesso affermò Livio, il maggiore ornamento di Padova medesima. Onde nel sepolcro d’Antenore, che quivi fuori la chiesa di S. Lorenzo si mostra, furono intagliati i seguenti versi del Lupato.

Inclytus Antenor, patriam vox nisa quietem,
Transtulit huc Henetum, Dardanidumque fugas.
Expulit Euganeos, Patavinam condidit urbem,
Quem tenet heic humili marmore cesa domus.

Dalle soprammentovate parole di Vergilio: placida compostus pace quiescit, fanno argomento alcuni dolci di sale, che veramente vi sian l’ossa di quel grand’uomo: ma questa mi pare una cosa, che non se la berrebbe nè anche Marstro Simone da Vallecchio, che abitava alla strada del cocomero. Oltre che l’esser mutato, dopo Attila, l’antico sito della Città, e la struttura dell’e[p. 87 modifica]dificio, che non pare già la più cosa antica del mondo; sono chiarissime testimonianze, ch’egli si è, anzi, che un sepolcro, un Cenotafio: e forse, che gli artefici, non è seicento anni, che son trappassati.

Le ossa di T. Livio alcun non dubbita, che venissero trovate, l’anno di nostra salvezza 1413. presso la Chiesa di S. Giustina, coll’iscrizion seguente:

v. f.
t. livius
liviae t. f.
halys
concordialis
patavI
sibi et suis
omnibus.

Io son d’avviso, che ben fecero i Padovani a drizzar poi nella piazza de’ Tribunali una mezza statua di bronzo al lor Cittadino, che una, altro, che d’oro n’arebbe meritata; però, a dirvi il vero, colla mia solita incredulità, non mi pare, che dall’iscrizion mentovata possa trarsi un certo argomento, che quelle si fussero state l’ossa del Storico; anzi più tosto quelle della figliuola, ovvero di Quarta Li[p. 88 modifica]berta, alle quali va dirizzata la pietra: e chi sa se il nostro sapientissimo Re Alfonso d’Aragona ebbe da’ Padovani, in vece d’un braccio, così valente colla penna, qualche altro avvezzo a trattar la conocchia, e ’l fuso. Ma chi ne assicura, che quel t. livius sia lo Storico, e non più tosto un’altro della famiglia Livia, che Padovana certamente si era: anzi qual maggior ragione ne farà credere, la mentovata Iscrizione appartenere a quel valoroso Scrittore, e non più tosto l’altra, che pure è in Padova.

t. livius. c. f. sibi
et suis
t. livio. t. f. prisco. et
t. livio t. f. longo. et
cassiae. sex. f. primae
uxori
Siasi però quella, che si dice, non perche vi è il sibi, et suis divien certo, esservi state poste l’ossa di colui, che la fece: anzi par verisimile, ch’egli morisse, e fusse onorevolmente sepellito in Roma. Ma quando pure dir si voglia, che l’ossa fussero state riportate nella patria; in tal caso non sarebbe mancato o parente, od amico, che iscrizione più onorevole posta avesse sulla sua tomba. S’aggiugne [p. 89 modifica]un’altra più grave causa di dubbitare, la qual si è; che nel quarto anno di Cesare, nel quale dicesi esser morto Livio, non era per anche di nuovo introdotta l’antica costumanza, di sepellire i cadaveri interi: ma si bruciavano tutti, eccetto alcuno di persona tanto miserevole, che non lasciava tanto, da potersi comperar le legna. Addunque, che cecità di mente si è questa, credere, che si trovassero l’ossa, di T. Livio, così belle, ed intere, che scelto poscia ne fusse il braccio destro, per farne un presente ad Alfonso? So ben’io, che i corpi non giugneano a bruciarsi affatto; e perciò consumato ch’era il fuoco, ossa legebantur; e nell’urna le ceneri, e in altro luogo i frantumi d’ossa si riponeano: onde giudiciosamente il nostro Pontano, dell’uno, e l’altro fece menzione in que’ versi Ponta. lib. 2. Amor.:

Ossa quoque in Patriam misera transmitte parenti;
Accipiat cineres testa paterna meos.

E quando tutt’altro mancasse, v’è la legge delle XII. Tavole, appo Cicerone Cic. lib. 2. da legibus., ove vien comandato. Homini mortuo ne ossa legito, quo post funus faciat. Ma non perciò siegue, che possa dopo il bruciamento ri[p. 90 modifica]manere un braccio intero, in modo che chiaro si scerna, essere il destro, o ’l sinistro. Sicchè bisogna pur conchiudere, che di quella pietra, chi sa come trovata, si fusse ne’ secoli seguenti alcun’altro servito, per far più durevole il sepolcro d’un qualche tale. E come ha potuto ciò arrivare? mi dite: un Re quasi schernito, e tanti valentuomini della sua Accademia trascurati, in pesar le ragioni da voi addotte? Signor mio: le cose, che si desiderano, facilmente si credono; ed empiuto una volta di vento, o di adulazione il capo di quei letterati d’Alfonso, come potea penetrarvi la verità meschinella? Siamo noi nati in un secolo, in cui, grazie al Cielo, si vanno a bell’agio scoprendo tutte le dappocaggini, e sciempezze degli antichi; e troppo arremo noi a fare, per ripescar tutte in una volta le secchie, che son cadute ne’ loro pozzi.

Per tornare alla Città, ella ne’ passati secoli ebbe, sino a tre cinte di mura, ed oggidì non ne ha meno di due; l’esteriore, che gira sei miglia, l’interiore tre. Non corrisponde però alla di lei ampiezza il novero degli abitatori; e se la prudentissima Repubblica, a cui soggiace, non vi mantenesse lo studio, istituitovi già da [p. 91 modifica]Carlo Magno; ben fora di presente spopolata, e d’ogni sua antica gloria caduta. Questo Studio, o vogliam dire Accademia, si vede con buona simmetria fabbricato; e quel che monta assai più, con ottimo provvedenza di buoni Maestri fornito.

Se parliam poi del territorio, egli si stende più, e più miglia, e sempre abbondevole di tutto lo che fa mestiero alla vita umana; et ancora di salutifere acque minerali, nelle vicinanze di Abano. Se degli abitanti, eglino, benche in picciol numero, sono molto bene dalla prima, fanciullezza educati: i popolari attendono per lo più al lavorio de’ panni; i nobili di tutte le virtù cavalleresche ponno a gran ragione pregiarsi. Se delle fabbriche, così pubbliche, come private; sono primamente nel suo circuito non dispregevoli fortificazioni; quindi vedesi la Città tutta ben lastricata di selci, adorna di 38. ponti sul fiume Brenta, e di cinque vaghissime, e spaziose piazze. Finalmente si scorgono da per tutto palagi magnifici, e templi fuor di misura maestosi, belli spezialmente quello de’ Casinesi, quel di S. Antonio, e la Cattedrale, fondata da Arrigo Imperadore; di cui si mo[p. 92 modifica]stra ancora il palagio, che fù coperto di piombo. Monisteri dell’uno, e l’altro sesso ve n’ha assaissimi, e parimente ospedali. V’è, come in Napoli, un Monte della Pietà, dove col pegno si dan danari a’ poveri graziosamente, sino a una certa somma. Il Vescovo avrà di rendita circa undicimila scudi, se mi fu detto il vero. In quelle poche ore di dimora, che vi feci, non potei vedere, nè saper gran cose; ma per quel, che mi pare d’aver letto altre volte, so, che quivi ebber nascimento Valerio Flacco, scrittor dell’Argonautica; Giulio Paolo Giureconsulto, cotanto caro ad Alessandro Severo, ed altri molti di minor fama. E se vogliamo favellar dello stato della Città, ebbe Padova l’istessa sorte di tante altre d’Italia: imperocchè fu ella da Attila ridotta in cenere; poi ristorata da Narsete; e di bel nuovo bruciata da’ Longobardi. Rifatta, ed ampliata quindi da Carlo Magno, per la dabbenaggine dell’Imperadore Ottone, si governò da Repubblica sino a Federigo II. e d’allora in poi videsi, in compassionevol modo, dal crudelissimo Ezzelino da Romano tiranneggiata; e dalle fazioni degli Scaligeri, ovvero della Scala, de’ Visconti, e de’ Carraresi malmenata, fino a tanto, [p. 93 modifica]che in mano de’ Vineziani fu pervenuta: i quali dapoi, che l’ebbero una volta ricuperata da Massimiliano Imperadore; colle fortificazioni, che si veggono oggidì, presso che inespugnabile la renderono.

Per molto, che n’avessi richiesto, non seppe persona vivente darmi contezza, della famosa Iscrizione, posta da Massimo Olibio, che io mi ricordava d’aver già letta ne’ commentarj di Pietro Lotichio alla Satira di Petronio. Narrasi, che nel 1500. fu presso ad Este trovata sotterra un’urna, con alcuni versi scolpiti; e se mal non rammenta, erano i seguenti:

Plutoni sacrum munus ne attingite fures;
     Ignotum est vobis hac quod in urna latet.
Namque elementa gravi clausit digesta labore
     Vase sub hoc modico maximus olibius.
Adsit fœcundo custos sibi copia cornu,
     Ne pretium tanti depereat laticis.

Dentro v’avea un’altra urna più picciola, con queste parole

          Abite hinc pessimi fures.
Vos quid voltis, cum vestris oculis emissititiis?
Abite hinc, nostro cum Mercurio petasato, caduceatoque:
Maximus hoc maximo Plutoni sacrum facit.

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Questa consecrazione a Plutone, Dio delle ricchezze, fece confermare gli Alchimisti nella opinione della lor pietra Filosofale; a segno tale, che più d’uno animosamente si diede a spender tutto l’avere, per trovar’una cosa, che non è stata, nè sarà mai al Mondo; poiche egli è impossibile, per qualsivoglia sforzo d’umano ingegno, raccorsi pura quella sostanza, che diffusa nell’aria, feconda la terra, e conserva, col mezzo della respirazione, i viventi. Or, come ho detto, niuno seppe darmi novella di quest’urna; e perciò, restatomi nella credenza di prima, la ripongo nella prima classe delle imposture, al pari delle antichitadi Etrusche di Curzio Inghirami, della sentenza di Pilato,[1] che si disse una volta trovata in Abruzzo, e simiglianti baje.

Per non perdere ora il tempo, e la carta inultimente in novelle, seguitarò il mio Itinerario. Da Padova mi partii dopo desinare; e, cavalcando a gran passi, pervenni la sera a Vicenza; che vale a dire, feci dolcemente 18. miglia. Questa Città fù, con buona simmetria, fabbricata appiè de’ Monti Euganei da’ popoli forse dello stesso nome. La cinta esteriore delle sue mura è di ben quattro miglia, in [p. 95 modifica]figura quasi di scorpione, per la quale si veggono otto porte, e passar due fiumi navigabili, cioè la Brenta, e ’l Bacchilione, d’ottime anguille producitore. Gli edificj son belli assai, spezialmente il convento, detto di S. Cosmo, abitato ora da’ Domenicani, e ne’ passati secoli tenuto dagli Arriani. Bello si è anche, e magnifico il Teatro de’ Signori Accademici Olimpici, capace di ben tre mila persone; il palagio Vescovale, ed altri. Tutto il territorio, che si stende in lunghezza 70. miglia, e in larghezza 25. è fuor d’ogni estimazione ameno, e fertile; posciache lo innaffiano sino a 14. fiumi, quai grandi, quai piccioli (oltre l’acque minerali per uso di bagni) e sopra tutto v’ha gran copia di gelsi bianchi. Vi dico il vero, nè senza avervi ben lungamente pensato, tutti i luoghi, ove simiglianti acque minerali sorgono, sogliono avere un non so che di straordinario intorno alla fertilità; purche siano in una tal mezzana copia, e di caldezza temperata. E ciò forse adiviene dalla maravigliosa virtù fecondatrice del nitro, che io soglio talvolta chiamare il vero Archeo, e spirito universale; poiche veggiamo, lui tolto dal terreno, rimanersene questo molti anni sterile come re[p. 96 modifica]na; sinʼattanto, che dall’aria, e dalle piogge alquanto non n’abbia riavuto. E questa si è anche la cagione, per cui il letame allo ’ngrassamento de’ campi s’adopera, e che l’erbe, in cotal sorte di terreno allevate, vengono, più ch’altrove, gustevoli, e saporose. Or, come io dicea, con certe spezie d’acque minerali va sciolta gran, porzione di nitro; onde i vicini campi, che le beono, abbondevoli di nitro più degli altri esser sogliono; e seguentemente di migliori erbe, e frutte cortesi donatori; siccome avrete voi di già sperimentato con quelle del nostro Pozzuoli, dell’Isola d’Ischia, e del monte di Somma. Quest’ultimo non ha l’acque minerali, di cui favelliamo; ma non può negarsi altrimente, che il suo terreno non sia pregno di molti sali, che vengon su assottigliati da’ fuochi sotterranei, o gli caggion da volta in volta, con quelle piogge di bituminosa, e nitrosa cenere, ch’escono dalla sommità. Que’ luoghi poi, c’han troppo solfo, ed alume nella superficie, produr sogliono un vino nero, pontico, e spiacente, che per lungo spazio non depone il tartaro; e tale si è quel d’Ischia, e più quello, che vien nelle campagne di Pozzuoli: e perche so, che voi non ne be[p. 97 modifica]vete d’alcuna sorte, statene sulla fede mia, che così è, come il dico.

Tornando ora a Vicenza, ella fù sottoposta all’Imperio di Roma sino ad Attila; dal quale a pessimo stato recata, passò, senza gran resistenza, sotto tutti e quanti i Barbari, distruggitori d’Italia. Scacciati questi da Carlo Magno, visse in libertade sotto il patrocinio dell’Imperio, sino a Federigo II., il quale crudelmente la pose a fuoco, e a saccomanno. Indi ebbe Principi di varie schiatte; come i Carraresi, gli Scala, e’ Visconti. Finalmente nel 1404. si diede in poter de’ Vineziani, a’ quali, da Massimiliano tolta, fu non molto tempo appresso renduta.

I Cittadini sono d’ingegno, e di mano pronti, e vivono con ispezial modestia, e pulitezza. Si reggono col Consiglio d’ottanta uomini di sperimentata prudenza. Le cose pubbliche vengono da dieci Patrizj amministrate; e tutte le cause, tanto civili, come criminali, da dodici Consoli, con molta brevità decise; per tacer d’altri inferiori Giudici, che d’alquante meno importanti cose s’impacciano.

Questa mattina, mediante quindici lire, ho fatto queste 30. miglia in calesso; e così mi truovo (come sapete) in Verona, con [p. 98 modifica]intendimento di starvi sino a domani. Nell’altra, che spero di scrivervi in arrivando a Milano, farovvi una fedel relazione di tutto quello, ch’avrò quì veduto tutt’oggi, o saputo per bocca d’un Prete, molto erudito nelle cose della sua patria, col quale m’è venuto fatto di prender conoscenza. Mi raccomando addunque alla vostra buona grazia, e di tutti coloro, che stimerete miei buoni amici: e acciò la fine sia unisona col cominciamento, resto facendovi un’altro milione di profondissime riverenze, etc.

  1. Apologia di Camillo Borrelli stampat. in Nap. nel 1588.