Viaggi per Europa/Lettera VIII
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| Di Milano a’ 4. di Marzo 1686. |
Quanto a me, giunto, che fui in Verona, appena ebbi acconce le valige in un’albergo, e men’andai nel Castel vecchio, o Cittadella, a veder l’antico anfiteatro, che fino al di d’oggi si chiama l’Arena, come fù in costume appresso gli antichi; e ciò perche d’arena il solajo spargevasi, per agio de’ gladiatori. Questo edificio pur si vede, e non si crede come in piè sia rimaso, malgrado tanti Barbari, che disolaron l’Italia. La sua circonferenza, sarà di mille palmi, e forse più, poiche vi si contano al di fuori 72. archi di giusta grandezza, e tale, che sostengono tre altri ordini di archi, e finestre a guisa del Coliseo di Roma: e così anche in una parte, che sta intera, si osservano i quattro ordini d’architettura, Dorico, Jonico, Corintio, e Composto. Al di dentro non ha meno di 43. gradi, che girano intorno: pensate, che numero di persone potea sedervisi. Di presente vi si esercita la Nobiltà nello giostrare, correr l’anello, e simili giuochi cavallereschi.
Andai poscia a vedere il museo del Conte Francesco Moscardo, adorno invero di bellissime anticaglie, e rarità. Intorno a un vaso di marmo, di figura ovale, si leggono queste parole ΑΝΤΛΗϹΑΤΕ ΤΟ ΥΔΩΡ ΜΕΤΑ ΕΥΦΡΟϹΥΝΗϹ, ΟΤΙ ΦΩΝΗ ΚΥΡΙΟΥ ΕΠΙ ΤΩΝ ΥΔΑΤΩΝ, cioè Attignete l’acqua con allegrezza, perche la voce del Signore è sopra l’acque. Credeva io sul principio, che fuss’egli stato un battisterio; ma considerata l’angustia dell’orificio, mutai parere; tanto più che ne’ tempi antichi soleano, o bambini, o adulti, che fussero, battezzarsi in altra guisa, che oggi non si costuma. Notai anche in una picciola Iscrizione posti due ii, in vece d’un e, come Valiirius per Valerius. Questa differente ragion di scrivere s’incontra sovente ne’ marmi, altrove scolpiti, che dove la pura favella Romana era dal volgo conosciuta.
Quanto alla Città, ella fu anticamente detta Brennona, come edificata da Brenno, Capitano de’ Galli; avvegnache altri a’ Toscani la di lei fondazione attribuiscono. Il sito, l’aria, le vicine amene campagne, e ’l fiume Adige gareggiano in renderla insieme bellissima, e di tutte vettovaglie abbondevole: nè vi manca buon pesce così dell’Adige, come d’altri fiumi, e del vicino lago di Garda altresì, dagli antichi detto Benaco. Le muraglie della Città son forti, gli edifici maestosi, e belli (mercè de’ marmi, che si truovano nel suo territorio) le strade spaziose, diritte, e ben lastricate; i quattro ponti sul fiume magnifici; nè v’ha cosa in somma, che non sia vaga, e gentile. Oltre il mentovato Castel vecchio v’ha due altri Forti in luogo rilevato, detti di S. Pietro, e di S. Felice, i quali fur fabbricati da M. Cane della Scala, Signor di Verona. Le Chiese non ebbi agio di vederle: fummi detto però, che son molte, e belle; sopra tutta la Cattedrale, e S. Attanagio.
Del rimanente gli abitatori giungono al novero di 40. m. e tutti di vivace ingegno, e di ottimi costumi. Per lo passato corse la stessa fortuna, che Padova, Vicenza, ed altre Città vicine; fino a piegare il collo al giogo de’ Vineziani, i quali vi mandano di presente un Podestà. Vi dirò una cosa strana molto, cioè che quando costui entra, a prender possesso della sua carica, sembra anzi che venga un Vescovo, che un Governadore: imperocchè suonansi tutte le campane, ed ei se ʼn va dritto a visitar la Chiesa di S. Zenone, e la Cattedrale. Indi venuto in piazza, ed assissosi nella solita sedia del Capitello, fa una brieve concione al popolo, e riceve le insegne della sua prefettura. Negli affari di somma importanza può egli assembrare il Consiglio generale di 72. Cittadini, ovvero Diputati dell’Utilità del Comune; altrimente si serve de’ dodici (del medesimo corpo) che successivamente entrano in governo cadaun mese. Tiene ancora sotto di se un Vicario Dottore, un Giudice del Criminale, due del Civile, e un Cancelliere, tutti a spese del Comune.
Il dì vegnente presi a fitto un calesso sino a Brescia per 20. lire, e subitamente mi posi in cammino. Fatte 14. miglia, trovai Peschiera, Fortezza posta tra due fiumi, ch’escono dal lago mentovato, e custodita ordinariamente da mille soldati de’ Vineziani. Ella avrà due miglia di circuito, e un quarto di diametro; se pur non presi errore quando la travversai. Dopo 30. altre miglia pernottai con tale agio nell’osteria, detta delle Bertole, quale io vorrei, ch’avesse un mio capital nemico. O lo scelerato oste! o l’indegno albergo! E’ mi parve quella notte d’esser non già nelle mani di Circe, ma del Ciclopo, o di Scirone: e perciò, prima che l’Alba sorgesse, io fui saltato di letto, et posto in calesso. Circa le 12. ore giunsi in Brescia, per esser quelle sette miglia di strada assai buone; e vi dimorai tanto, quanto potei comprarmi un pajo di pistole, per recare avanti cavallo, e qualche altra cosellina.
Quel che posso dirvi di questa Città si è, ch’ella è posta in sito piano, tra i due fiumi Mela, e Navilione; il primo da Occidente, l’altro da Oriente: ed è bagnata da un’altro fiumicello, che s’appella il Garzo. Il Castello però sta sopra una collina, dov’è guarnigione di 400. soldati. Il suo territorio è soprammodo ampio, ma fora poco fruttifero senza l’ajuto de’ fiumi suddetti, da’ quali, con artificiosi canali, vien l’acqua alle campagne distribuita: e in tal guisa produce con abbondanza quanto fa di mestieri per sostener la vita umana, e per diletto altresì.
Ha di circuito (come dicono) cinque, miglia, con buone difese. Le abitazioni de’ Cittadini non pajono gran satto nobili; avvegnache siano eglino assai ricchi, ed amatori del fasto. I più ragguardevoli edifici son, per mio credere, il palagio, e la Chiesa Vescovale, e ’l palagio ancora del Podestà. Non v’ha tanti gentiluomini, quanti in Verona; ma dall’altro canto è più popolata; essendovi circa 50. m. persone, di cui la maggior parte (per così dire) attendono a fabbricare armi, e fare altri lavori d’acciajo.
Il Governo non è in poter de’ cittadini, ma di due Prefetti; e perciò tolte le passioni, la giustizia truova meglio il suo luogo: ciò ch’è richiesto massime nelle Città simiglianti, ove è copia di bravi, ed accattabrighe. I Vineziani presero a signoreggiarla, da lei medesima chiamati, sin dal 1426. nel quale scosse il duro giogo di Filippo Maria Visconti Duca di Milano: però tolta loro nel 1502. da Lodovico XII. Re di Francia, e poi passata sotto l’Imperador Massimiliano, sotto Carlo V. e di nuovo sotto Francesco I.; appena la ricuperarono nel 1512. Da indi in poi, ben sapete da’ nostri Storici che altri disagi ha patito, e come oggidì si truova alla medesima Repubblica sottomessa. Se riguardiamo poi i tempi più antichi, sperimentò primamente il furor de’ Goti, (che non dovea già ella aver più benigna sorte dell’altre) poscia degli Unni; e quindi fu dallo ’mperador Marziano ristorata. Venuti i Longobardi in Italia, stette sotto il dominio di essi, da Alboino sino a Desiderio Re, che fu vinto da Carlo Magno. Dapoi la morte di costui ebbe varj Signori; e in tempo di Ottone fu anch’ella annoverata fra le Città libere, sino ad Arrigo VI. che la spoglio di libertade, e di mura. Sorte poscia le fazioni de’ Guelfi, e Ghibellini, (nomi troppo fatali alla bella Italia) M. Mastino della Scala ebbe agio d’impadronirsene: ma non durò gran fatto quella Signoria, che avea colla frode acquistata; imperocchè Azzo Visconti a forza scaccionnelo, e quindi la sua stirpe la possedette sino a Filippo Maria, di cui è detto.
Condotte a fine le mie faccenduole, posimi a cavallo, per venire a Bergamo. A mezza strada vidi Palazzuolo, luogo non ignobile; e in fine, dopo 30. miglia, entrai in quella Città, ch’era ancor giorno: conoscendo esser vero il provverbio, che la strada comoda sempre è brieve. Dico comoda sino alla falda del monte, sopra di cui sta Bergamo; che poi egli mi convenne, con gran fatica, salire un miglio, il quale, per la ragion suddetta, val per tre.
La figura di essa Città si è bislunga; e circondata a gran ragione di buone mura, poiche ella sta su i confini: con tutti i borghi però abbraccia lo spazio di tre miglia solamente. Gli abitanti non passano il novero di 27. m. e ciò forse addiviene, perche i Bergamaschi amano di gir vagando; e facilmente con loro accortezza divenendo ricchi, si ferman poi a far domicilio neʼ luoghi, ove la fortuna hanno sperimentata propizia. Le donne sono elleno belle, e spiritose; ma non bisogna già sentirle parlare, cotanto rozza favella è loro toccata in sorte. Eterno testimonio di lor fortezza sarà al mondo quella donzella, che prima elesse la morte, intrepidamente passandosi il petto con un coltello, che d’esser contaminata dall’Imperador Federigo. Non so se al dì d’oggi le donne Bergamasche si ficcherebbono un coltello in gola, per acquistare una simil gloria: o se quella donzella dal solo amore di pudicizia a ciò si facesse recare. Sovente accade, che una donna, benche altrui del suo amore cortese, schiferà un Principe, per non esser detta puttana d’Istoria, come già disse una . . . . . . Il Castello è guernito di 500. fanti, per quel che mi fù detto; che io non ebbi agio di considerarlo.
Edifici ve n’ha belli assai, così pubblici, come privati. Tra più ragguardevoli dee riporsi la Chiesa di Nostra Donna (ove si vede un bel sepolcro di Bartolomeo Cuglione) la Cattedrale, e quella de’ Domenicani, rinomata per lo presbiterio di bellissimo legno. Nel Monistero può vedersi una famosa libraria, fondata da Alessandro Martinenghi.
Le vicende di questa Città sono state simiglianti a quelle delle altre mentovate: e così non fa mestieri, che vi tolga più il capo con Goti, Unni, Vandali, Longobardi, Carlo Magno, Ottone, Arrigo, Scaligeri, Visconti, Massimiliano, e che so io.
Jeri in fine, tolti due cavalli sino a Canonica per sei lire, dissi: addio Bergamo. Nell’uscire mi trattener le guardie, poi che come forestiere non avea preso il bollettino, che si costuma; l’ammenda però di un sì grande errore si fu il pagar 24. soldi. Fatte 12. miglia mi trovai, ch’eran già 17. ore in Canonica, picciol villaggio; e quivi mi trattenni sino a sera. Sull’imbrunire mi posi in barca nel canale, che conduce per 18. miglia sino a questa Città, pagando 10. soldi di parte mia; e così questa mattina a 12. ore sono entrato in Milano. Penso trattenermici una mezza dozzina di giorni; ma prima di partirmene non mancherò di scrivervi. Frattanto porto ferma speranza, che non mancherete d’amarmi, come solete, e mi resto, etc.