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Viaggi per Europa/Lettera XIX

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Lettera XIX

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Lettera XVIII Lettera XX
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Di Parigi il 1. di
Maggio 1686.


XIX.
P
Iacesse a Dio, e tutti gli amici usasser con meco, come voi fate; che certamente io mi direi il più ben’ avventurato uomo, che giammai al mondo stato sia; e a quest’ora altre, e migliori cose saprei, ch’ora non so. Ma questo si è un bene più tosto da deside[p. 291 modifica]rarsi, che da sperarsi; sì lontani son gli uomini oggidì dalle strade del giusto, e dell’onesto. Quanto gentilmente mi fate avveder degli errori! quanto modestamente mi riprendete! con quanta saviezza il vero mi fate comprendere! Ho ricevuto questa settimana una vostra stimatissima lettera de’ 28. di Marzo, nella quale fra gli altri favori, mi avvertite con dolcissime, dotte, e soavi parole, ch’io presi un granciporro, dicendo, esser T. Livio morto nel iv. anno di Cesare; e verisimilmente più tosto in Roma, che in Padova: poiche spressamente Eusebio narra In Chron., che ciò accadde in Padova, e nel iv. anno di Tiberio. Se pur merito questa fede, vi assicuro, che mio intendimento si fù, in quella lettera, di scrivere, il iv. anno di Tiberio Cesare; ma la parola Tiberio mi fuggì dalle dita, come suole accadere a tutti coloro, il di cui pensiere, scrivendo, velocemente precede la penna; e ’l non essermene poscia avviato nasce dal mio antico, avvegnache biasimevol costume, di non legger giammai le lettere, una volta scritte. Quanto all’esser morto egli in Padova, confesso la mia smemoratezza; e se volete, chiamatela stupidità, e balordaggine; perche io [p. 292 modifica]non so come iscusarla: e mi contenterei, che questo si fusse il più grave errore, che avrò da commettere a’ miei dì: avvegnache dall’altro canto, non sarebbe già questa per avventura la prima mensogna di Eusebio; il quale non potea affermar per indubbitato, ciò ch’era avvenuto alquanti secoli prima di lui.

Per quel, che tocca alle cose mie, credea d’avermi a rimanere almeno qualche altro mese in questa Città; quando all’improvviso m’è stato d’uopo mutar consiglio, per molte, e giuste cagioni. Dimani adunque, coll’ajuto di Dio, mi partirò in compagnia di alcuni gentiluomini Franzesi, e farò la strada di Calais, per passare in Inghilterra: e se sono stato trascurato in veder tutte le belle cose di Parigi, ed ora in van mi dolgo del mio procrastinare, ben mi sta. Contuttociò, affinche non abbiate voi allo ’ncontro a lagnarvi di me, non vo lasciar di farvi sapere alcun’altra particolarità. Primamente il Teatro dell’Opera si è picciolo con 33. palchetti soli: ma dall’altro canto le scene sogliono aver del prodigioso; e così anche i balli, e i concerti di strumenti. Ne ha tutta la cura il medesimo Maestro di Cappella, che compon la musica, [p. 293 modifica]cioè Giovanni Battista Lullì Fiorentino: e come che il teatro sempre è pieno, e si paga mezzo scudo l’entrata, ne viene a lui un guadagno incredibile; tal che lo riputano uomo di mezzo milione. Questi giorni s’è rappresentata l’Armida: e quando io vi fui, vidi, oltre a molte dame di Corte, venirvi anche Monsignor lo Delfino, e Monsieur, preceduti da una compagnia delle Guardie del Corpo; essendone un’altra rimasa in ordinanza, avanti il Palagio. Il Duca d’Orleans portava al sinistro lato appeso l’Abito dello Spirito Santo, con un nastro di color cilestro. Egli si è di mezzana statura, di faccia alquanto lunghetta, e segnata da vajuoli. Monseigneur, prima d’entrare all’Opera, andò a visitare il Marechal de la Feuïllade. Oltreacciò v’ha in Parigi due altri teatri, uno per la commedia Franzese, l’altro per l’Italiana. In quest’ultimo sono andato alcuna volta senza pagare, mercè di Giuseppe Barioletti Messinese, rappresentante da Pascariello, col quale avea fatto conoscenza. Egli fu, anni sono, in Inghilterra, ed ebbe dal Re Carlo II. una medaglia d’oro di cencinquanta scudi di valsente. Il primo vanto in questo teatro si è di Domenico Bolo[p. 294 modifica]gnese, che fa da Arlecchino: ed è in tal grazia della Corte, a cagion di sua accortezza, che non ha meno di seimila scudi l’anno di stipendio. Considerate, che si fa conserva de’ suoi detti graziosi, per darsi alle stampe, col titolo di Arlequiniana, a guisa delle Scaligeriana, Menagiana, e simiglianti. La fortuna non ha così favorito il nostro’ Fricanzano, avvegnache tanto rinomato in Napoli: credo perche i Franzesi non intendono, e non ponno aver piacere di quelle goffe parole da Pulcinella.

Resta ora darvi qualche contezza del Governo. Ma che: ho io forsi a far qualche libro della Francia, quando vi ha tanti autori, che ne fan parola? Basterammi addunque dir brievemente di Parigi, che, nello spirituale, con molto zelo, e diritta disciplina, comanda l’Arcivescovo; nel temporale, con ampia potestà, il Re: e veramente quando lo stato Monarchico, viene altrimente amministrato, nulla si fa di buono; ed egli è assai facile, che passi in Aristocrazia: oltrechè i miseri sudditi, in vece d’un Signore, ne han tanti, quanti sono i principali del Reame, o coloro, c’hanno in balia il Principe. I quattro Schiavini col Prevost des Marchands si fanno ogni due anni, e s’adoprano [p. 295 modifica]intorno agli edificj pubblici, alle piazze, e a tutto ciò, che riguarda lo splendore, e bellezza della Città; siccome fra di noi i Diputati, che diconsi della Fortificazione, e mattonata. Essi ne conservan di più le chiavi; stabiliscono il prezzo, e le misure delle cose necessarie alla vita; appruovano gli artefici, e in fine comandanoi Capitani du Guet, cioè a dire de’ birri, che vanno attorno per la Città di notte tempo: il che forse vien fatto a simiglianza del Præfectus vigilum, istituito da Augusto in Roma Tit. Digest. de off. Pręf. Vigilum., il qual comandava a sette squadre di soldati, ed era giudice di varj delitti; e questo volle dire Pedone Albinovano, parlando di Mecenate Pæd. Albin. Eleg. 1. de obitu Mæcen.:

― ― Romanæ tu vigil Urbis eras.

Prima d’Augusto suronvi anche i Triumviri incendiis arcendis, che aveano pari giurisdizione di gastigare i ladri, rapitori, incendiarj, e simili; ond’ebbe a dir Plauto Plaut. in Amphitruon Sc. 1.:

― ― qui hoc nottis solus ambulem!
Quid faciam tunc, si tres-viri me in carcerem compegerint

avvegnache mi paja non bene osservarsi il costume dal Comico, ponendo un’uficio Romano nella favola Greca. Da lui medesimo abbiamo, che impacciavansi i triumviri eziandio delle meretrici peg[p. 296 modifica]giori certamente de’ ladri) per quelle parole, da me osservate nell’Asinaria In Asinar. Act. 1. sc. Sic. cinè.:

― ― Nam jam ex hoc loco
Ibo ego ad tres-viros, vostraque ibi nomina
Faxo erunt capitis. te perdam ego, et filiam, etc.

Livio Liv. lib. 39. fa menzione oltrcacciò de’ quinqueviri. Utque ab incendiis caveretur, adjutores trium-viris quinque-viri, uti cis Tyberim, suæ quisque regionis ædificiis præessent. Ma per non saltar più da palo in frasca, come si suol dire, questi Schiavini di Parigi finito l’uficio, divengon nobili, ed han titolo, e trattamento di Chevalier. La loro origine in vero si è più, che dubbiosa; e benche ne’ Capitolari di Carlo Magno v’abbia menzione degli Scabinii; questi nondimeno non faceano, che un’altra spezie di Giudici Criminali: e se vogliamo starne a quel che ne racconta Marquardo Frehero nel suo libretto, de occultis Vvestphaliæ Judiciis, l’autorità di essi in alcuni luoghi di Germania, si era orribile, e più che spaventevole. In certe Città picciole non si chiamano Eschevins, ma Maires, ed altrove Consoli; a simiglianza forse delle antiche colonie Romane, i di cui ii-Viri si truovano eziandio nelle antiche iscri[p. 297 modifica]zioni, appellati Consoli: siccome dottamente van divisando il Reinesio nelle sue pistole, e ’l gentilissimo, e dotto Sig. D. Carlo, vostro nipote nelle sue Antichitadi Grumentine, le quali è pur troppo gran peccato, che non escano ormai alla luce.

Per le controversie de’ Mercatanti, v’ha le Juge des Marchands, con quattro Consoli, che denno esser sempre Cittadini di Parigi.

Quanto alla Giustizia, s’amministra ordinariamente dal Prevosto di Parigi, ch’è uomo di cappa corta, come fra di noi il Reggente della Vicaria; ed ha sotto di se tre Luogotenenti, cioè Civile, Criminale, e Particolare, con alquanti Consiglieri, ed Avvocato, e Proccurator Fiscale. Alla carica di Luogotenente del Civile va annodata quella di Conservatore de’ privilegi del Re. Da questo Tribunale s’appella al Parlamento, ch’è composto della Grande Chambre, e di cinque altre: e benche per lo Reame v’abbia altri Parlamenti d’uguale autorità; pure, a cagion della presenza del Re, si giudican quivi, in grado d’appellazione, le cause altresì delle Provincie. Nel Gran Consiglio, composto d’un primo Presidente, e 24.Consiglieri, si tratta degli affari più importanti della Coro[p. 298 modifica]na: per quel che tocca alla famiglia del Re, ha ella il suo Giudice competente cioè il Luogotenente del Grand Prevost della Casa Regale: e tutti questi Ministri, sin’ora mentovati, s’assembrano in un luogo, non guari discosto dal Palagio, dirimpetto alla Parrocchia di S. Germano. Del rimanente Veggasi il Davity de l’Europe to. II. pag. 140 sino a 180., mal mio grado, bisogna, che mi taccia, per non divenir oltre misura nojoso, e perche so, che da’ libri ne siete abbastanza, e forsi meglio di me informato: onde non occorre, che io m’affatichi, per darvi ad intendere, che sia la Chambre des Compts, la Cour des Aydes, tanti altri differenti Tribunali.

Circa la Monarchia potrò anche passarmela leggiermente, non essendo l’antichità di lei cosa gran fatto nascosta; e come i Franchi, venuti da Lamagna, scacciassero tratto tratto dalle Gallie i Romani, e ’l loro Regno vi stabilissero, imperando Galerio: se non che potrebbe venire in quistione, se Faramondo nel 420. stato ne fusse il primo Re, o pure, qualche tempo prima, Marcomiro suo padre, o Mellobaude, di cui fa menzione Ammiano Marcellino Ammian. lib. 31.: eique Mellobaudem junxit pari potestate collegam, domesticorum Comitem, Regemque Francorum, virum [p. 299 modifica]bellicosum, et fortem: avvegnache non avessero allora i Franchi stabilita lor sede nelle Gallie. Si dubbita anche, se Faramondo stato fusse il vero autore della legge Salica, la qual comandava: In terram Salicam mulieres non succedant: anzi gl’Inglesi (che a cagion di tal legge molte, ed aspre guerre hanno già avute co’ Franzesi) affermano Georg. Horn. Orb. Imper. Regni Galliæ Can 1. et Fellerus in Animadv., non essere mai stata al mondo, e doversi riputare un bel ritrovato di Filippo di Valois. Che che sia di ciò, egli si è anche palese, come dalla prima fondazione della Monarchia sino al dì d’oggi, non altro, che tre differenti schiatte han dominato. La prima de’ successori di Faramondo, o di Meroveo, detta de’ Merovingi, la qual fini in Childerico IV. per la sua codardia confinato in un Monistero, negli anni del Signore 751. La seconda cominciò in Pipino, figliuolo di Carlo Martello, e venne detta de’ Carolingi da Carlo Magno suo successore. Ella finì con Luigi V. nel 987. perocchè Ugone Capeto Conte di Parigi (discendente da quel Wittekindo Duca di Sassonia, spogliato di sua Signoria da Carlo Magno) avendo ottenuta uguale, anzi maggior potestà di quella, che aveano già avuta i Maestri del Palagio, sotto la prima [p. 300 modifica]schiatta; morto Luigi, si fece Re di Francia: in picciolo spazio di tempo domato il Duca di Lorena, che diceasi della stirpe de’ Carolingi, e pretendea succeder nel Reame. Della stirpe de’ Capetingi erano i Valois, terminati in Francesco I. e sono i Borbon, che di presente gloriosamente regnano.

Buona ragion vorrebbe, che facessi io quì un panegirico di Luigi XIV. ma quando anche avessi valore da poter ciò degnamente adempiere; forse che non da tutti sarebbe ricevuto in buona parte: massime da coloro, i quali son pregiudicati dalla antipatia delle nazioni dominanti: basterammi nondimeno fare un come sommario della sua vita, e non sarà picciola lode. Egli nacque da Luigi XIII. e d’Anna d’Austria, sorella del nostro Gloriosissimo Re Filippo IV. a’ 5. di Settembre l’anno di grazia 1658. e fù detto al sacro fonte Luigi Augusto Diodato. In età di quattro anni, e otto mesi succedette alla Corona, morto essendo suo padre a’ 12. di Maggio 1643. dal qual tempo sino alla sua consecrazione, celebrata a Reims il dì 7. di Luglio 1654. fur tenute le redini del governo da sua madre, Principessa di sommo, e incomparabil valo[p. 301 modifica]re. Nel 1659. si fece tra lui, e la Spagna la famosa pace de’ Pirenei: e ’l seguente anno tolse per moglie la Serenissima Infanta Maria Teresa d’Austria, dal qual matrimonio nacque Monsignor lo Delfino il 1. di Novembre 1661. Nel 1664. mandò in Ungheria un potente soccorso all’Imperadore, e tale, che seppe vincer la ricordevole battaglia di Raab contro i Turchi. Tre anni appena passati, scese in persona nella Fiandra; e, toltosi Tournay, ed altre piazze di gran conseguenza, rivolse l’animo alla Franca Contea di Borgogna: e sulla fine di Febbrajo 1668. ne fù divenuto Signore, non ostante la potenza Spagnuola, e’ rigori del Verno: conciossiccosache poi la rendesse per un trattato di pace, conchiuso ad Aix la Chappelle. Taccio dell’ambasceria, mandatagli dal G. Signore nel 1668. e dirò solamente della magnanima impresa, condotta a fine contro l’Ollanda nel 1672. allora quando, alla testa di fioritissimo esercito, seppe in men di tre mesi imporre il giogo a ben 50. Cittadi nemiche. Egli è vero, che un corpo di Ollandesi cinse di forte assedio Vvoerden, e ’l Principe di Oranges Charles-Roy: ma che prò? se i primi incontanente fuggirono dal valo[p. 302 modifica]re del Marechal de Luxembourg; e ’l secondo ogni speranza ebbe perduta; soccorsa la piazza dal Conte di Montalt. Nel 1673, si fece Signor di Mastricht, e ’l seguente anno di bel nuovo della Franca Contea; mentre i suoi Capitani altre palme mietean nella Lamagna, e ne’ Paesi Bassi; dove a’ 10. d’Agosto accadde la rinomata battaglia di Seneff. Il 75. non fu meno propizio alla Francia, a cagion della presa di Limbourg, fatta dal Duca d’Anguien: ma niuno le sarà mai più glorioso del 76. essendo dal Re in persona stata presa la Città di Condè, dal Duca d’Orleans Bouchain, dal Marechal di Schomberg liberata Mastricht, già sei mesi assediata dal Principe d’Oranges; dal Marechal d’Humieres presa la Città di Arras in Artois, e ’l Forte di Linck in Fiandra; e finalmente dal Marechal Duca di Vivonne bruciata l’Armata di Spagna, e d’Ollanda entro il porto di Palermo. Sulla fin del vegnente Aprile il Re ebbe prese le piazze di Cambray, et Valenciennes; e ’l Duca d’Orleans quella di S. Omer, e guadagnata la battaglia di Mont-cassel contro l’Oranges. Volle questi ricompensare in alcun modo la sua perdita assediando Charle Roy; e forsi, ch’egli di suo intendimen[p. 303 modifica]to fora venuto a capo. (siccome a’ Collegati riuscì di ricuperar Filisburgo, e Treveri) se non fusse la seconda volta veņuto a disturbarlo il Luxembourg. Fribourg anch’ella venne in mano del Re sulla fine dell’anno; e nel seguente 1678. Gand: nè altrimente arebbe potuto fermarsi il corso di sue vittorie, se non seguìa la pace tra lui, e gli Spagnuoli, e Ollandesi; e poscią tra lui, e l’Imperadore; altre piazze egli rendendo, e di altre ritenute facendo fortissimo riparo a’ suoi Reami. In fine nel 1680. e 81. occupò il Contado di Chiny nel Luxembourg, la Città d’Aremberg, e quella di Strabourg, da noi detta Argentina, come gli Storici assai ampiamente van divisando.

Le Armi del Re di Francia son tre gigli d’oro in campo azzurro, ridotti a tal novero da Carlo VI. poiche prima ve n’avea senza conto. Alcuni ne danno autore Clodoveo, primo Re Cristiano: altri affermano, non esservene stata orma, nè vestigio prima di Luigi VII. e che tutti i gigli sulle antiche tombe, scernesi, esservi stati aggiunti appresso: ma dall’altro canto alcuni contendono, esser cosa antichissima, perch’essendo stata trovata in questo secolo la tomba del 1. Childe[p. 304 modifica]rico a Tournay (sẹ mal non mi rammenta) tra le altre insegne, v’avea dentro certi gigli d’oro, che ora si conservano, con tutto il rimanente del Sepolcro, nella libraria Regia: avvegnache la più parte degli intendenti le abbia giudicate api, e non altrimente gigli. Lo scudo, a differenza degli altri, tiene al di sopra una Corona Imperiale chiusa, la qual termina in due gigli d’oro: e all’intorno sono i collari de’ due ordini di cavalleria, S. Spirito, e S. Michele.

Il primo di questi fù istituito da Arrigo III. nel 1579. e sinora non è punto scemato di pregio, come a molti altri è avvenuto: anzi egli si è nella più alta stima, che immaginar si possa; imperocchè il Rè medesimo n’è Gran Maestro, e ’l novero giammai non dee trapassar il cento, se bene gli uficiali usino eziandio l’abito, e ’l collare. I Cavalieri han da provar nobiltà di quattro discendenze; e portano a un nastro di color cilestro ligata la Croce dell’Ordine, la quale è d’oro, e risomiglia nella figura a quella di Malta: nel mezzo però ha smaltata da una parte una Colomba bianca, e dall’altra S. Michele. L’abito si è di velluto chermisì, con fodera gialla, e tutto tempestato di fiamme d’oro. [p. 305 modifica]

Eccomi al fin della predica. Ego totus sum in vasis colligendis, perche domani alla più lunga mi partirò, e ho già data la metà di 25. Franchi, ch’è il prezzo d’un luogo di carozza sino a Calais. Mi raccomando alla vostra buona grazia, e vi fò profondissima riverenza.