Viaggi per Europa/Lettera XI (parte II)
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A Madama Camillotta Pepini.
| Da Vienna a’ 13. di Settembre 1686. |
Parigi
Avendo io veduto, che tutti i venturieri, per ristorarsi a bell’agio dalle passate fatiche, prendeano il cammino inverso questa Città; tolsi ancor’io congedo da alquanti amici, che non erano per anche presti a far viaggio, e mi posi a’ 4. del corrente in una commoda barca: e così, navigando sopra il sinistro braccio del Danubio, vidi dopo tre leghe le rovine di Vaccia, che nella sinistra ripa, per lo spazio di mezzo miglio Italiano, sopra un’agiata collina si distendeano; con un mezzano Castello, ridotto al medesimo stato, anch’egli, dalle vicende della presente guerra. La sera pernottammo poco quindi discosto, che l’andar contra la corrente del fiume, tirati da cavalli, ne facea far poco cammino.
Il dì seguente passammo primamente per Vicegrad, poscia per la Fortezza di Strigonia, e finalmente la sera restammo a dormire sulla ripa del fiume, avendo fatto in tutto il dì circa nove leghe. Ne parve quella notte stare a disagio sulle nostre coltri; ma peggio ne avvenne la sera de’ 6. in Gomorra, dove ci avevamo fisso nella immaginazione di avere a trovare i più be’ letti spiumacciati del mondo: ma che? nè per danari, nè per carità potemmo trovare albergo; ed, avendo in darno girato per tutta la Terra, ci ritirammo alla fine in una povera casetta, ove tutta notte vegghiammo senza letto, e senza alcun mezzano modo da ristorare le afflitte membra.
Come che chi mal dorme si leva pertempissimo, non così tosto vedemmo la mattina de’ 7. sorgere la desiata luce, che presi de’ cavalli a fitto, ne partimmo alquanti amici; mettendoci in compagnia di altri, che dovean fare lo stesso cammino. Non istemmo guari, e smarrimmo la strada: ed era il paese cotanto disabitato, che non si trovava persona, che per pietade ne la insegnasse. Con non leggiera fatica in tanto giugnemmo, fatte cinque leghe, prima di mezzo dì in Raab, o sia Giavarino, Città posta sulla destra ripa del destro braccio del Danubio, il quale poco più sopra dividendosi, ed a capo di nove leghe riunendosi, forma l’Isola, appellata Sèget-Kösz. La Città è di figura quadrata, cinta da pochi anni a questa volta di buone mura, e fortificazioni all’uso moderno, con fossi pieni dalle acque dello stesso fiume, sopra le quali son due ponti dalla parte di terra. In uno de’ bastioni si è l’alloggiamento del Governatore. Le strade son larghe, benche fangose. Vi ha una bella Piazza, un bel Collegio di PP. Gesuiti, e un palagio ancora per l’Imperadore. Ne’ tempi passati è stata questa Città anche fortissima, per quanto si estendeva quel modo di fortificare; perche i Re di Ungheria la teneano come per freno alle invasioni de’ Turchi; et, si altiora repetamus, era ella, e l’Isola di Schutt il più gran rifugio degli Ungheri nelle guerre, che, per lo spazio di otto anni, ebbero a sostenere da Carlo Magno. Fu ella contuttociò espugnata nel 1594 da Sinan Bassà, con un grande esercito di Barbari, ed ingegnosamente ritolta loro da gl’Imperiali a’ 19. di Marzo 1598.
Desinato, che avemmo in Raab, prendemmo la strada di Altenburgh, distante quindi cinque leghe: e perche sentiva noja dall’andare a cavallo, io m’acconciai per lo meglio in una carrozza, ch’era di ritorno a Vienna, con buona pace degli altri compagni. Andammo per un paese assai piano (che voi direste à perte de vuë) simigliante di molto alla Puglia piana del Regno di Napoli; tutto pieno di abbondanti, e lieti pascoli: amando meglio gli Ungheri possedere, e nutrire copiosi armenti, che, con lunga, e paziente fatica, coltivare il terreno.
Altemburgh è cinta di semplici fortificazioni di terra, essendo stata presso che distrutta da’ Tartari, e Turchi, che andavano all’assedio di Vienna. Ella è abitata metà da Cattolici, metà da Luterani, a guisa di Giavarino.
La mattina degli 8. mi posi nella stessa carrozza; e, fatte sei leghe in quattr’ore, giunsi a desinare nella Città di Pruc, lasciando al ponte di lei i confini di Ungheria, ed entrando insieme nella Città, e nell’Austria. I Contadini, che incontrammo per istrada, in rispondendo alle nostre dimande si esplicavano la più parte con delle parole latine. Pruc è mezzo disabitata, e, benche gli anni passati si difendesse assai bene dagli assalti Turcheschi, ella è però cinta di deboli, e mal composte mura. Dalla scarsezza degli abitatori viene che le campagne, e pianure all’intorno quantunque da se stesse fecondissime, non hanno però chi coll’industriosa fatica faccia lor rendere il dovuto frutto; pochissimi essendo anche i miseri villaggi abitati, o, che non si veggano dal Barbaro, e militar furore distrutti. Dopo desinare trovammo per istrada luoghi più culti, e più frequentati; ed al fine di quattro leghe entrammo in questa Città di Vienna: gran mercè a’ buoni cavalli. Circa un quarto di lega da lei distante vidi il bel palagetto Imperiale, detto Kepnitz, edificato in forma quadrata in quel luogo appunto, ove furono i padiglioni, e lo alloggiamento di Solimano, venuto ad assediarla. Egli vi ha un bel giardino, e un ragguardevole Parco, con delle fiere rinserrate di varie sorti.
Vienna, o sia Wien è la medesima, secondo alcuni, che la Fabiana degli antichi, così detta da Annio Fabiano, Prefetto già della Legione X. che dicesi essere stato al comando di queste contrade, e forse alla custodia de’ limiti della Dacia, e Pannonia. Volfango Lazio vuol, che sia la Iuliobona di Tolomeo, o la Vendo di Strabone, o pur la Vindobona, mentovata nell’Itinerario di Antonino, detta, con poca diversità, Vendobona da Aurelio Vittore. Altrove viene appellata Vendomana, e da Plinio Viana. Certi la chiamano ancora Ala Flaviana. Da un’antico marmo però, trovato gli anni passati presso alla porta di Sotein, si scorge, che Vienna si fusse Municipio, e chiamata da’ Romani Vindobona; e che il nome di Fabiana abbia potuto venire dalla Cohorte Fabiana, che vi era di guernigione.
Lasciando però a’ dotti antiquarj le sì minute considerazioni, è situata questa Città in luogo piano sulla destra ripa del destro braccio del Danubio, a gr. 37. 45. m. di longitudine, e a 48. gr. 20. m. di latitudine. Il suo circuito sembrami minore di Torino in Italia. Vi ha delle buone strade, palagi, e botteghe di varie sorti di mercatanzia; avvegnache il più degli edificj siasi di legno. Le mura, e fortificazioni son tutte all’uso moderno, fabbricate di pietre, e di mattoni, e ben terrapienate. Da sei porte si passa per ponti levatoj ad altrettanti Borghi, distrutti ora da’ Turchi. Dalla Porta rossa (la di lui cortina a destra è bagnata in parte dall’acqua del fiume) si esce al Borgo detto Leopoldstat, ch’è un’Isola, formata dalle due braccia del Danubio. Dalla Porta nova si va al Borgo Rosau, da quella di Sotein al Borgo Sotion, da Porta di Corte a Santo Ulrico, dalla Porta d’Italia, ovver di Carintia al Borgo Viden, e dalla Porta d’Ungaria al Borgo Land-strazen.
Nel 1236. fu fatta Città Imperiale da Federigo II. ed ebbe per insegna un’aquila d’oro a due teste coronate in campo nero. Fu già saccheggiata tre volte da gli Unni, ed Avari, cioè in tempo di Lodovico, figliuol di Arnolfo, di Corrado, e di Arrigo Imperadori. Nel 1276. sostenne cinque settimane di assedio da Ridolfo di Haubsburg. Nel 1529. quello, che vi pose Solimano Imp. de’ Turchi, con’un’esercito di 300. m. combattenti, e con tutti quegl’ingegni, e macchine da guerra, che di que’ tempi si mettessero in opera. Egli, essendovi stato da’ 26. di Settembre fino a’ 25. di Ottobre, fu costretto finalmente, non senza gran dispetto, tornarsene a casa sua, scemato sopra ogni credere di gente, e di riputazione. Con ugual forza è stata di nuovo cinta da’ Barbari nel 1683. ma dopo alquante settimane convenne, che si salvassero colla suga coloro, che già credeano di porre un giogo di dura schiavitudine a tutto intero il Cristianesimo.
L’Austria, in cui Vienna da’ Geografi viene allogata, dividesi in superiore, o Trans-anisiana, ed inferiore, o Cis-anisiana, dal fiume Aniso, altramente Ens, che le separa. Di tanta ampiezza, che per lungo si cammina in sei dì, e per traverso tre. Confina da Oriente coll’Ungaria, da Mezzodì con la Stiria, da Ponente colla Baviera, e da Settentrione colla Moravia. Ella ubbidiva ne’ tempi di Trajano a’ suoi proprj Re; da’ quali, secondo le varie vicende del Mondo, passò, col passar degli anni, or sotto la Signoria d’uno, ora d’un’altro Principe. Ma, senza cominciar tanto da lontano, quello, che chiamasi di presente Arciducato di Austria ebbe origine nel 926. che Arrigo I. Imperad., per raffrenare le scorrerie de’ Norici, e degli Ungari, che tutta Lamagna infestavano, diede la cura, e la Signoria dell’Austria, a Leopoldo, suo nipote, figliuolo di Alberto de’ Conti di Bamberga della casa di Svevia. Da Ottone I. fu Leopoldo fatto solamente Marchese di Austria. Poi da Arrigo II. nel 1156. o da Federigo Barbarossa (che ben non mi rammenta) fu questa Signoria mutata in Ducea nella Dieta di Ratisbona; e finalmente nel 1245. da Federigo II. Imperadore venne creato Arciduca il valoroso Federigo il Guerriero, e confirmatigli tutti i privilegj, conceduti alla di lui Casa dal Barbarossa, ed aggiunta nelle armi la croce di oro, presa dalla sommità della corona Imperiale.
A Leopoldo adunque Duca succedettero ordinatamente Alberto II. Arrigo I. Leopoldo II. Leopoldo III. Alberto III. Ernesto, Leopoldo IV. Leopoldo V. Santo Arrigo II. Leopoldo VI. Leopoldo VII. e ’l suddetto Federigo, soprannominato il Guerriero, che morì ucciso da gli Ungari nel 1246. Dopo la di lui morte, essendo stata l’Austria assalita da’ Bavaresi, e dagli Ungari, gli abitanti chiamarono in loro ajuto Errico, Marchese di Meissen. Questi però funne discacciato da Venceslao Re di Boemia, il quale vi pose Ottocaro, che avea sposata Margherita, Vedova di Arrigo VI. Imperadore. Ottocaro, avendo congiurato contra l’Imperadore fu della Ducea privato, ed anche della vita in una battaglia, avuta co’ Cesarei. Venne poscia occupata l’Austria da Ridolfo Habsburgense, il quale nel 1282. diella ad Alberto, suo figliuolo, e da questi è venuta in retaggio fino all’Augustissimo Imperador Leopoldo, che oggidì felice, e gloriosamente governa.
Gli Arciduchi tengono in Vienna il lor Reggimento, o sia supremo Tribunal di giustizia, al quale sono sottoposti i Giudici minori di tutti i paesi ereditarj. Gli altri tribunali son la Camera de’ conti: il Governo dell’Austria, che decide le liti civili; e ’l Maresciallo della camera, curante le cose criminali. Entro la Città di Vienna amministrano giustizia il Senato, e Giudici, col Consolo della stessa Città.
Gli Ordini dell’Austria son quattro. I. Di Ecclesiastici, cioè Vescovi, eletti dal Sovrano; ed Abati, ed altri Prelati, eletti ciascuno dalle loro Città, e Villagi. II. Di Nobili Titolati, come Duchi, Marchesi, Conti, Baroni, etc. III. Di Nobili non Titolati. IV. Di Città libere, che si governano con loro particolari Statuti, e Maestrati: e ’l consentimento di tutti e quattro questi Ordini si è assolutamente necessario in ogni negozio d’importanza, che s’abbia a terminare, il qual però riguardi lo stato politico di essa Austria. Gli abitanti del Paese son di natura mansueti, ed umani, ma sottoposti in tal guisa al vizio dell’ebbrezza, che nè anche le femmine si astengono dal frequentar le osterie: onde non è maraviglia s’elleno in ogni luogo si pregiano di esser vagheggiate, e che quelle più delle altre si riputano, che sanno procacciarsi, e trattenere maggior copia di amanti.
L’Austria inferiore si è alquanto più fertile dell’altra, avvegnache amendue siano fertilissime di formento, e di altro cose, bisognevoli all’umana vita, sino a provvederne i paesi confinanti. Oltreche l’aria è salubre, quanto altra mai di Germania: nè vi mancano delle miniere di argento, rame, stagno, ferro, ed altre cose di minor conto.
Sono oggidì presso a due secoli, che gli Arciduchi di Austria posseggono quasi ereditario il Reame di Ungaria, e quel di Boemia (dopo l’ultima guerra tenuto qual paese di conquista) e molte altre Signorie: di modo tale che, convenendo essere appoggiata la dignità Imperiale ad un Principe, che colle sue rendite ereditarie possa conservarne il decoro; egli è adivenuto, che lo stesso Imperio è andato facendosi a poco a poco ereditario in questa Augustissima Casa: massimamente coll’arte usata di eleggere, vivente l’Imperadore, il Re de Romani, ch’ è il necessario successore a sì ampia dignità, nella guisa, che i Cesari dell’antica Roma, ed oggidì i Delfini di Franza. Il che quanto sia convenevole alla libertà Germanica, et a’ diritti de’ membri, de’ Principi, e de’ Collegi dell’Imperio, quando anche fussi a ciò sufficiente, il che certamente non è, non è mio proposito di divisare. Dall’altro canto, e la tanto magnificata libertà Germanica, e’ diritti de’ Collegi, e membri dell’Imperio non saprei dire, se sono dritti fondati sulla ragione, o pure usurpazioni, fatte sopra l’autorità Monarchica, in tempo, che stavano gl’Imperadori in basso, e travaglioso stato. Lo scioglimento di questo dubbio si dee, per mio avviso, prendere dall’origine della dignità Elettorale; non dal presente mostruoso miscuglio di Monarchia, e di Aristocrazia, dal quale traggono origine tutte le calamità dell’Imperio; se pure, a parlar senza passione, Imperio Romano egli dee appellarsi.
Il dì de’ 9. vidi la Chiesa Cattedrale dedicata a Santo Stefano. Ella è a tre navi, assai bene edificata, e fornita di buoni ornamenti. Il Campanile si è una delle più belle fabbriche di Alemagna, che fù cominciato nel 1340. e compiuto nel 1400. Mi feci quindi presso alla porta di Sotein a vedere una bella Chiesa de PP. Gesuiti, ma, che non ha nulla di singolare: e poscia nella vicina Piazza, ov’è una bella statua di bronzo, rappresentante la Vergine nostra Donna, con quattro Angeli a piedi dello stesso metallo, fatta innalzare sopra ben’inteso piedestallo dal presente Augustissimo Imperador Leopoldo.
Il dì seguente fui alla Cappella Imperiale, ove udii una esquisita, ed eccellente musica, alla quale dal suo solito palco assistè S. M. Cesarea, studiosa assai, e bene ammaestrata in questa arte liberale, nobilissima in vero, quante volte si prende per gli suoi veri, ed alti principj. Eravi ancora l’Imperadrice, con un ragguardevole corteggio delle sue dame di Corte. Dopo desinare, uscito per la Porta d’Italia, andai al celebre palagio della Favorita, situato nel Borgo di Carintia, ove soglionsi rappresentare le Opere in musica alla maniera d’Italia. Attualmente vi si fabbrica un palagio di figura quadrata; perchè quello, che vi era, fu presso che rovinato da’ Turchi nell’ultimo assedio, togliendone via, e rompendone tutte le statue, e dando il guasto a’ giardini: oltreche non vi avea, per quel che si scorge, alcuna grande idea di magnificenza. Nel giardino vidi apprestarsi delle sedie, con un tavolino; perche vi si aspettava l’Imperadrice regnante, che veniva a darsi bel tempo colle sue dame al giuoco delle carte. In fatti venne ella di là a mezza ora, preceduta da cinque carrozze a sei, nelle quali erano gentiluomini, e paggi della sua corte; e seguitata da tre altre carrozze parimente a sei cavalli con diversi Signori, e Cavalieri. Allato alla sua andavano da quindici soldati della guardia a cavallo, con due trombettieri, che sonavano eccellentemente bene. Nello altro palagio dell’Imperatrice, che dicesi la nuova Favorita, non si vede altro di buono, che bei viali di giardini, essendo anch’egli stato distrutto da’ Turchi, col suo Borgo di Leopold-statt: distruzione tale, che anche le statue, ch’erano nelle Chiese son tutte malmenate, ed infrante.
A gli 2. tornai nella Cappella Imperiale, e vidi parimente nel loro Palco l’Imperadore, e l’Imperadrice, ed in giusta distanza il Cardinal Nunzio Pontificio, ed appresso a lui l’Ambasciador Cattolico, e quindi quel di Vinegia. Il Signor Cardinale ebbe l’onore quella mattina di desinare con S. M.
Il palagio Imperiale è situato presso alla cortina, ch’è posta tra ’l bastione detto di Leme, e quello, che riguarda il borgo di Carintia, contro a’ quali principalmente dirizzarono i Turchi le loro batterie. Si truova primamente un lungo cortile, a sinistra del quale sta l’appartamento della Cancellaria, e del Consiglio: a cui contiguo si è quello della Imperadrice vedova, ed appresso quello del picciolo Arciduca. L’abitazione, che riguarda sulla seconda porta, e tutto all’intorno il secondo cortile serve all’Imperadore, all’Imperadrice regnante, e alle dame di Corte. Sagliendosi per la non molto magnifica scalea, truovasi nel primo piano la cappella, alla quale si monta però per sei ben’agiati scaglioni. Quindi si saglie a sinistra alla sala delle Guardie Tedesche (che giammai io non ho trovato se non bevendo), e di là s’entra a destra in una gran sala, dove è un baldacchino; e quindi in un’anticamera, e più oltre nella camera, ove Cesare suol dare udienza (dico così perche vi ha un tavolino sotto a un baldacchino chermisì), che dà l’entrata ancora nell’appartamento dello Arciduca. Da questa camera si può andare alle logge della cappella, e per un’altra porta alla cappella segreta, e alle camere, nelle quali ho veduto cenare, l’Imperadrice. Non ne fo minuto racconto perche sarebbe una pura seccaggine: dirovvi solo, che i pavimenti son tutti di tavole commesse, e le mura coperte di buoni panni arazzi.
L’altro jeri andò S. M. C. alla caccia de’ cervi, e tornossene jeri non molto tardi. Oggi l’Imperadrice è uscita in una sedia a mano, non molto ricca, e l’Imperadore in una carrozza di velluto chermisì con frange d’oro. Egli avea sul cappello delle piume rosse, e bianche. I cocchieri, che cavalcavano, andavano vestiti della stessa divisa. Era circondata la carrozza da circa cinquanta guardie a cavallo, e seguitata da tre altre carrozze a sei con delle Dame, e da una compagnia di fanti.
Questo si è quanto ho potuto parteciparvi così alla buona, senza artificio di ricercata eloquenzia; la quale, oltre che non saprei bene adoperare, sarebbe pure fuor di proposito scrivendo a voi, che, al pari d’ogni più famoso oratore, ne conoscereste le amplificazioni, e l’orditura; e seguentemente o non mi prestereste intera fede, o mi direste, ch’io pecco contra il costume, perchè nelle narrazioni, come queste, il maggiore ornamento si è la verità.
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