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Viaggi per Europa/Lettera XVII

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Da Parigi a’ 15.
di Aprile 1686.



XVII.

C

Hi è curioso, ha bisogno certamente di gran sofferenza: io dal canto mio ne ho quanto basta, per gir vedendo varie cose; non so se voi ne averete altrettanta in legger le mie spesse, e dissipite lettere. Vi scrissi egli è quattro giorni da Varsaglia, come che stava a guisa di trasognato per la maraviglia; alcuna cosa tralasciai, che meritava d’esser mentovata; cioè, che nel castello non solo v’ha tante abitazio[p. 255 modifica]ni, quante fan d’uopo per tutta la Corte, e per gli uficiali della Corona altresì; ma eziandio per quanti Signori principali vi vanno. Oltreacciò, che la più parte de’ merli, ed altri ornamenti, in cui terminan gli edificj, son dorati, niente meno, che i balaustri di ferro intorno a’ cortili. Aggiungo ora quello, che vidi Venerdì, cioè le macchine, colle quali vien l’acqua dal fiume Senna, tre leghe distante, sino al castello. Fora ben d’uopo mandarvene un disegno, poichè tali cose difficilmente ponno esplicarsi con parole; ma presentemente non saprei come averlo; e perciò contentatevi, di grazia, sapere, come la medesima rapidità del fiume dà movimento a 14. grandi ruote di legno, dalle quali si partecipa a un’istrumento, ben’ampio, che trae l’acqua su, come una tromba. Quindi, per un’altro strumento, che agita l’acqua, saglie ella un buon tratto sulla montagna, sino alla prima pescina, ove son due case; e quivi da molte persone son mossi, con ruote, 12. ingegni di ferro, che fanno operare to strumento suddetto: e a vedergli è cosa maravigliosa, perocchè mentre sei vanno, sei altri vengono, e fanno per l’ap[p. 256 modifica]punto il moto della sega. Alquanto più in su ha un’altra casa, donde nella stessa maniera si trae l’acqua dalle prime. Quindi esce per tredici cannoncelli, ed entra in sette più grandi, i quali si scaricano in una pescina di piombo, sostenuta da grosse travi, sopra un’alta, e forte casa, discosta un tiro d’archibuso, la qual si dice Torre Legòs. Da questa con grandissimo strepito cala giù per 9. canali, e da essi si comunica, per tre ben’ampj condotti, a un’altra gran pescina; donde comincia a scorrere entro un bello aquidotto di fabbrica sino a un’altra somigliante, lontana due miglia; e così se ne va a scaricarsi ne’ cinque laghi sulla montagna spianata dirimpetto Versailles. Dalla, montagna entrano l’acque in 9. canali sotterranei, e venute nella maison des eaux (sopra cui è un gran vaso di piombo, parimente sostenuto da travi) scendono a due pescine a destra del castello, e quindi poi va divisa a tanta varietà di fontane. Dicesi, che inventore di tutto ciò sia stato un tal Paolo Benkin Liegese; e che il Re vi ha speso sinora 40. milioni di lire.

Poco lungi da questa montagna spianata vedesi la Chenerie, luogo, ove si nu[p. 257 modifica]triscono molte sorti di cani, per uso della caccia; il palagio del Principe de la Roche-sur-Yon, quello del Principe di Contì, e una stalla molto grande per cavalli del Re, con assai abitazioni al di sopra: fra la quale stalla, e quella, che vi dissi nell’altra mia, si è lo spazio, in cui l’anno passato Monsignor lo Delfino fece il giuoco del carosello, e di brieve dicesi, che lo vi farà una compagnia di Dame; come che cotidianamente in varj modi vi si esercitino i Cavalieri.

Dopo desinare fui nella Cappella Regale, a udirvi l’ufizio, che in vero si cantò assai meglio, che non avrei creduto; presupposto il giudicio, ch’io fatto avea del Maestro di cappella la mattina, antecedente. Il Delfino, colla moglie, se ne stava in un palchetto, adorno di damasco chermisì. La sera S. M. passeggiò parimente per lo giardino; e allora osservai, che gli uficiali, per distinguersi da’ soldati, portano come un mezzo collare dorato.

Il Sabato Santo, due ore prima di mezzo giorno, vidi primamente, nell’ultima corte squadronate le guardie Allemane, e Svizzere, assai ben vestite di color turchino, e rosso, con gorgiere, e ber[p. 258 modifica]rette di velluto nero, adorne di piume, bianche giusta loro usanza: quindi nella seconda corte sei compagnie di Franzesi, e due di Svizzeri, ed altra soldatesca, in buona ordinanza disposta, sino alla Chiesa parrocchiale: e finalmente uscire il Re da’ suoi appartamenti, con una sopravvesta nera a fior d’oro, e girsene in una sedia di velluto chermisì, ricamata anche d’oro, sino alla sua cappella; ma il Capitan della guardia sen’ giva in una sedia nera di lutto. Ascoltata ch’ebbe divotamente una Messa, si comunicò; e poscia, uditane un’altra, orò per un quarto d’ora. Vennero intanto alcune monache di S. Chiara, e certe altre donzelle a chieder limosina, ed egli lor diede quattro doppie. Ciò fatto sen’ venne nella seconda corte mentovata, in cui dall’uno, e l’altro lato eran sino a 1600. infermi di scrofole, per esser da lui guariti, secondo l’antica costumanza. Cominciò egli adunque a toccargli un per uno, segnandoli col simbolo di nostra salvezza, e dicendo: Le Roy te touche, Dieu te gueriche; dopo di che il Vescovo di S. Omer, che venìa appresso, davagli 30. soldi di limosina, se forestiere si era, e quindici se Franzese. Ad alcuni, che quivi eran [p. 259 modifica]forse venuti solamente a cagion de’ soldi, il Re sorridendo dicea: Ę tu sei infermo? Io non saprei dire se coloro veramente rimaser sani, e come una tal virtù siesi annodata alla Corona di Francia; ma bensì mi rammenta aver letto, che sin da’ tempi di S. Luigi, la bisogna andava così Davity de l’Europe Tom. 2. pag. 216.. Se ciò è, non potrassi riputare favolosa la virtù di coloro, che si dicon della razza di S. Paolo, contro le morsicature degli animali velenosi.

Compiuta questa pietosa opera andossene il Re ne’ suoi appartamenti, ed io, ben di fretta, a desinare; dopo di che, in compagnia d’alquanti gentiluomini forestieri, mi feci sino a S. Germano de la Haye, non guari quindi discosto. Egli si è un castello, situato sopra una vaga, e verdeggiante collina, a destra della Senna, già per lungo spazio di tempo abitazion Regia, siccome di presente è Versaglia. In questo luogo Anna d’Inghilterra, moglie del Re Carlo VIII. nel 1496. diede un bellissimo podere a S. Francesco di Paola, allora venuto d’Italia, affinche un Convento sotto la sua regola vi fondasse; il quale, benche a’ dì nostri veggasi fuor d’ogni estimazione adorno, spezialmente sul fatto della pittura; non rimane per[p. 260 modifica]ciò di spirar da per tutto santità, e divozione.

Da S. Germano passai a vedere il castello, detto di Madrid, fabbricato nella selva Bolognese da Francesco I: sul disegno di quello, ove era stato prigioniere in Ispagna. L’altra abitazion Regia di S. Denis du Camp si è anche bella, ma non v’ha la supelletile, che fora di bisogno; e solamente il giardino è ben tenuto, sicchè merita di vedersi. Prende nome da un’antichissima Badia, dove poi nel 1260. Elisabetta, sorella di S. Lodovico, pose certe monache di S. Francesco.

Jeri mattina ben per tempo cavalcai da S. Germano, e udita Messa nel villaggio di Ruele, prima di mezzo dì fui tornato a Varsaglia; donde, desinato ch’ebbi, feci queste quattro leghe in carrozza assai velocemente. In entrando a Parigi vidi dodici famigli, sei de’ quali portavano in ispalla pari numero di torchi di cera, e gli altri altrettanti pani, in cui eran confitte molte banderuole coll’armi del Re; perocchè eglino in nome di lui portavano quel presente a’ parrocchiani del quartiere di S. Germano; siccome Monsieur, cioè a dire il Duca d’Orleans, suol fare alla parrocchia di S. Eustachio. [p. 261 modifica]

Verso la sera andai per diporto a meglio osservare il Regal Palagio, detto le Chateau du Louvre, e quello des Tuilleries.

Il primo fu cominciato da Filippo Augusto, circa gli anni del Signore 1214. Antiquitez de Paris. Che Pierre Rocololef 1640. e fecevi egli nel mezzo una forte Torre, ove poscia tenne rinchiuso Ferdinando Conte di Fiandra, da lui ribellatosi, e vinto nella famosa giornata di Bouvines, insieme coll’Imperadore Ottone, e ’l Re d’Inghilterra. Il vero uso di cotal Torre si era anticamente di riporvi il tesoro Regio, e di ricevervi omaggio da’ vassalli; ed era in somma come un contrassegno d’autorità: e perciò tutti i Signori, i quali avean qualche feudo, dal quale dipendea alcun’altro minore, fabbricavano ne’ loro castelli una Torre ben grande, e sopra di essa un’altra più picciola, che appellavasi le Donjon. Quella, di cui ho fatta menzione, fu mandata giù, per comandamento di Francesco I. perocchè togliea il lume, e la veduta a’ migliori appartamenti; e pure ve l’avean sofferta molti Re suoi predecessori; spezialmente Carlo V. il quale nel 1364. di molto fece il castello migliorare: dapoi che, dilatando le mura della Città, l’ebbe fatto entro la medesima rimanere. [p. 262 modifica]

Or Francesco, di cui è detto, prima che venisse a morte (la quale avvenne nel 1547.) fece cominciar la sala de’ cento Svizzeri, e ’l padiglione, riguardante Mezzo-giorno, ch’è dirimpetto la porta: Arrigo II. suo figliuolo recò a fine l’uno, e l’altro, aggiugnendovi i due appartamenti, allato al padiglione mentovato; gli ornamenti d’ordine corintio in quella parte, che riguarda la medesima corte (fra’ quali molto spesso si vede la di lui impresa, cioè una Luna crescente, col motto: Donec totum impleat orbem); e finalmente, nella mentovata sala, una come tribuna, sostenuta da quattro Cariatidi, che vanno in istampa, nella traduzion di Vitruvio, fatta da Monsieur Perrault. Cariatidi chiaman gli architetti certe figure di femmine, che fanno uficio di colonne; e ciò perche Vitruvius cap. 1., avendo i Greci distrutta la Città di Caria, la quale era stata dal canto de’ Persiani Plin. lib. 36. cap. 1., e menate in schiavitù le matrone (già tutti gli uomini posti a fil di spada); gli architetti di quel tempo, affinche eterna rimanesse la memoria Veggasi il Commentario di Guglielmo Filandro al d. luogo di Vitruvio. di tal fatto, ne’ pubblici edificj poser l’effigie di quelle matrone, così pur colla stola, con cui fur menate schiave, a sostener varj pesi, a guisa di colonne. Arrigo IV. [p. 263 modifica]fece fabbricare la bella loggia, che vedesi sopra al fiume, da Levante a Ponente, e che giugne sino a un padiglione del palagio des Tuilleries. Lodovico XIII. diede compimento alla facciata occidentale, e fece innalzare quel gran padiglione, soprastante all’antica porta, il di cui secondo piano si è appoggiato ad otto cariatidi. La volta di questa porta vedesi sostenuta da due file di grandi colonne Joniche, d’un sol pezzo, disposte a due a due. Il Re oggi regnante ha fatto edificare bellissimi appartamenti sopra tre lati della spaziosa, e quadrata corte, con tre ordini di colonne corintie, e composte; ed ha eziandio abbellita la facciata Orientale, ov’è la porta maggiore, di quaranta colonne d’ordine corintio, staccate dal vivo della muraglia, che fanno una bella veduta. Questo portico vien riputato maraviglioso, per esser coperto da due sole pietre, lunga ciascuna 50. piedi; e singolare il battuto del soprastante appartamento, perocchè indi si scorge tutto Parigi. Entro un sì fatto luogo si assembrano tre volte la settimana i Signori Accademici dell’Accademia Franzese, così detti dal riporre ogni loro studio in pulire, e render più eloquente, e genti[p. 264 modifica]de la lor favella, giusta il desiderio del Re. Tra le altre belle costumanze, che vi si osservano, ogni due anni, il dì di S. Luigi, si danno due medaglie d’oro; una a colui, che sopra gli altri porta il vanto dell’eloquenza, e la simile a chi più eccellente mostrasi sul fatto della poesia: ciò che, per avviso di Tacito, si è un grande stimolo alla virtù, già per se stessa amatrice di gloria: Oratorum, ac Vatum victorias incitamentum ingeniis allaturas Tacit. Annal. XIV.; e sapientissimi vogliono essere riputati i Greci, i quali di tal costume si furono i primi autori. Eglino usavan di dare un bue a’ poeti, i quali meglio riuscivano in far ditirambi nell’agone Delfico, opure un treppiè, con inscrizione in lor laude; avvegnachè gli Spartani, come più severi, e risparmiatori, non gli premiasser con altro, che con una semplice schiacciatina di farina, e mele; o, come Esichio vuole, di grasso, e mele, da lui detta Syrmea. Vi aggiugneano eziandio alcuna ghirlanda, poiche Svetonio dice, aver Nerone cantata la sua Tragedia di Niobe per dieci ore continue, e che Coronam eam, et reliquam certaminis partem in annum sequentem distulit Svet. in Ner. cap. 22.; ed egli non ha dubbio alcuno, che Nerone tutto ciò facesse [p. 265 modifica]giusta la costumanza de’ Greci, per quel che ne afferma lo stesso Svetonio Id. cap. 12.: Instituit et quinquennale certamen primus omnium Romæ, more Græco, triplex; musicum, gymnicum, equestre: e più sotto: deinde in orchestram, Senatumque descendit, et orationis quidem, carminisque Latini coronam, de qua honestissimus quisque contenderat, ipsorum consensu concessam sibi, recepit. Tacito ancora par che voglia mostrare, essergli stata data per aperta adulazione: Eloquentiæ primas partes nemo tulit, sed victorem esse Cæsarem pronunciatum. A questo proposito mi par doversi osservare una come contradizione in questo Autore; imperocchè egli nel lib. xiv. dice, che sotto il Consolato di Cornelio Cosso, e di Nerone la quarta volta, furono dal medesimo Nerone istituiti i giuochi quinquennali; e che egli v’ebbe il pregio: e poi nel libro seguente, parlando del consolato di C. Lecanio Basso, e di M. Licinio Crasso, che fu ben quattro anni appresso, afferma, che Nerone, non avendo avuto ardire di cantare nel pubblico teatro di Roma, Neapolim quasi Græcam urbem dilegit. Inde initium fove, ut transgressus in Achajam, insignesque, et antiquitùs sacras coronas adeptus, majore fama studia Civium eliceret. Or se quattro [p. 266 modifica]anni prima avea riportati i premi della vittoria pur nel teatro, come sarà mai verisimile, che di comparire in pubblico poscia nella medesima Roma si vergognasse?

La medesima difficultà potrebbesi per avventura trovare appresso Svetonio, il qual dice, et prodiit primum Neapoli, quando alquanti capitoli addietro avea fatto ricordo della istituzion de’ mentovati giuochi; ma come che questo Autore, scrive alla rinfusa, senza serbar molto l’ordine de’ tempi, me ne do pace volontieri.

S’aggiugne un’altro grave dubbio, che nasce dalle parole del medesimo Tacito nel libro xvi. Senatus, propinquo jam lustrali certamine, ut dedecus averteret, offert Imperatori victoriam cantus, adjicit facundiæ coronam, qua ludicra deformitas velaretur. Or’io non capisco, perche si stimasse ignominia, quello, che diceasi certamen sacrum; poiche lo Storico altrove dice Lib. XIV. parlando dell’istituzion suddetta de’ giuochi: Ac ne modica quidem studia plebis exarsere, quia redditi quamquam scænæ Pantomimi, certaminibus sacris prohibebantur. Quai parole par che voglian significare la differenza, che ci avea tra ’l recitare degl’I[p. 267 modifica]strioni, i quali ludicram exercebant; quello, che Nerone facea, per ottener la ghirlanda, e gli altri premi ne’ giuochi, da lui istituiti ad imitazion de’ Greci Napoletani, appresso i quali parimente diceansi sacri; siccome coll’autorità di Strabone, e di Giulio Polluce afferma il dottissimo Lipsio, sponendo questo luogo di Tacito: e perciò la plebe Romana, vedendo, che ’l Principe non si accomunava co’ buffoni, sofferse senza sdegno, ch’egli venisse in teatro. Donde nasceva adunque, questa sì grande infamia, atta a muover la mente del Senato? Se dal farsi i giuochi sulla scena; non altrove, che nella scena s’eran fatti la prima volta; poiche nel luogo soprammentovato di Tacito leggesi: deinde in orchestram (ch’è una parte del teatro dirimpetto la scena) et Senatum descendit: e in tal caso, chi non vede, che il Teatro servi in difetto del Ginnasio? Poi torno a dire, che Nerone ambiva di vincere, per aver le corone sacre, le quali giammai non si davano a’ buffoni, giocolatori, e simil genere di persone, solite venire in scena; ma bensì a’ grandi, e forti Eroi neʼ giuochi ginnici, et a’ valenti poeti, ne’ musici: e veggiamo le canzoni di Pindaro non contener perciò, che laudi [p. 268 modifica]di Re, e Signori; e ne’ giuochi, di cui fa menzione Omero Nel XXIII. dell’Iliade. nell’essequie di Patroclo, e in quelli, che feronsi dal Re Alcinoo, acciò Ulisse del valor de’ Feaci potesse render testimonianza Nell’8. dell’Ulissea.; non essere intervenuti, che i Principi, e’ migliori del campo. Potrebbe forse dirsi, essersi riputato ignominia il sonar di cetera così in pubblico, non già il recitar versi, per ottenere il premio di poesia; e come che Nerone volea far più mostra di buon sonatore, e cantore, che di Poeta; perciò avergli il Senato fatta quell’offerta, di cui è detto di sopra: ma chi può accertarne, che giammai i Poeti non recitavano i lor versi cantando? anzi il contrario par che si scorga da infiniti luoghi d’antichi Autori, che ora non ho per le mani: addunque tutto il male si era la scena.

Che che sia di ciò, presupposto un tal modo di acquistar ghirlande, divien anche manifesto l’intendimento di Petronio Arbitro, allor ch’ei fa dire a un certo vecchio: Ego poëta sum, et, ut spero, non humillimi spiritus, si modò coronis aliquid credendum est, quas etiam ad imperitos deferre gratia solet; cioè, che Nerone le ricevute corone non avea meritate: e in tal guisa leggiamo, essere stato vinto[1] Menandro [p. 269 modifica]da un’altro comico, detto Filemone; et Euripide aver avuto quasi la stessa fortuna.

Domiziano ancora istituì certi giuochi quinquennali in onor di Giove Capitolino, ad emulazion de’ giuochi Olimpici de’ Greci; se non che ne’ Capitolini si contendea di più intorno allo stil di prosa, così Latina, come Greca: onde leggesi Sveton. in Domit. cap. IV. Xiphilinus. un’antica, ed elegante iscrizione appo il Grutero, la qual dice: L. Valerio. Pudent. Hic cùm esset annorum XIII. Romæ certamine Iovis Capitolini lustro sexto claritate ingenii coronatus est inter Poetas Latinos, omnibus sententiis Iudicum, siccome han notato dottissimi uomini sul luogo mentovato di Petronio. Oltreacciò celebrava ogni anno i Quinquatri in onor di Minerva nel monte Albano, ne’ quali intervenivano a far mostra di loro eloquenzia Poeti, ed Oratori altresì; e fra gli altri il nostro Stazio vi fu tre volte coronato[2], e di più ricevuto dall’Imperadore in un convito di Senatori, e Cavalieri Romani; ciò che[3] egli medesimo ne lasciò scritto in quei versi, che poi fece in rendimento di grazie.

Ast ego, cui sacræ Cæsar nova gaudia cœnæ
Nunc primùm, dominaque dedit consurgere mensa,

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Qua celebrem mea vota lyra, quas solvere gratus
Sufficiam? ―

e nella fine facendo menzione deʼ doni, che ne’ giuochi, a Minerva dedicati, ricevuti avea, disse:

Cùm modò Germanas acies, modò Daca fonantem
Prælia, Palladio tua me manus induit auro.

Quest’oro, detto quì Palladio, fu da Marziale appellato Albano Martial. lib. 4 Ep. 1., per la stessa cagione, e Cesareo altrove dal medesimo Stazio.

                         ― mea carmina
Regina bellorum virago
Cæsareo peraravit auro.

Da tutto ciò, che forse inutilmente sin’ora è detto, divien palese, essere stato antichissimo uso e de’ Greci, e de’ Romani, dare onorevoli premj a’ migliori Poeti, ed Oratori, che facean pruova di lor savere.

― Quis enim virtutem amplectitur ipsă Juvenal. Sat. X.
Præmia si tollas ―

e fra le altre cose aver dato loro alcuna corona. Aggiungasi, che tai corone si eran di varie sorti, cioè di quercia, di ulivo, di palma, di lauro, di ellera, di mortella, e di appio. Ne’ giuochi da Domi[p. 271 modifica]ziano istituiti, leggiamo essersi usata di quercia, e di lauro, amendue proprie de’ poeti Eroici, perocchè Marziale dice Martial. lib. 4. ep. 1. de’ Quinquatri.

Hic colat Albano Tritonida cultus in auro,
Perque manus tantas plurima quercus eat;

ed altrove Ib. ep. 54. de’ Capitolini:

O cui Tarpejas licuit contingere quercus,
Et meritas prima cingere fronde comas.

Della corona di lauro parlò Stazio nel principio dell’Achilleida:

At tu, quem longè primú stupet Itala virtus,
Grajaque; cui gemina florent vatumque, ducumque
Certatim laurus ―

Pensava io un tempo, che i Signori Commentatori quì s’abbagliassero, chiosando tai versi, quasi Domiziano, ne’ giuochi suddetti mostrato si fusse anche buon’poeta, e perciò avuta avesse la corona di lauro; imperciocchè vedea, che Svetonio apertamente dice Svet. in Domit. cap. 20., questo Principe poco, nè molto essersi dilettato di comporre. Ora son di contrario parere, perche Svetonio stesso confessa Svet. in Domit. cap 12., che egli era fanciullo in tempo di Domiziano; e seguentemente fie meglio starne a giudizio di Stazio, e di Marziale, i quali erano uomini intendenti, e già maturi, che in [p. 272 modifica]quel tempo praticavano in Corte, e non si sarebbon messi a dire cosa dirittamente contraria al vero. Ecco come parla Marziale:

Posse Deum rebus pariter, musisque vacare
     Scimus, et hæc etiam serta placere tibi.
Fer vates Auguste tuos; nos gloria dulcis,
     Nos tua cura prior, deliciæque sumus.
Non quercus te sola decet, nec laurea Phœbi,
     Fiat et ex edera civica nostra tibi,

Quì si fa menzione della corona d’ellera, oltre la laurea, e quercea; e l’intendimento del Poeta si è (chè che dicano certi autori) di far conoscere all’Imperadore, non essere a lui disdicevole, dopo il canto sublime de’ Poeti Eroici (significati per la quercia, e lauro, alberi di Giove, e di Apolline) udir talora, e dilettarsi de’ festevoli epigrammi, e lirici componimenti, a’ di cui autori la corona d’ellera solea darsi; avvegnache Plinio Plin. lib. 16. c. 34. generalmente, dica appartenersi a’ poeti, senza farvi altra distinzione e perciò Vergilio nella Farmaceutria, ove introduce a cantar pastori, disse, invocando Augusto,

― accipe jussis
Carmina cæpta tuis, atque hanc sine tempora circúm

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Inter victrices ederam tibi serpere lauros.

E nell’Egloga antecedente:

Pastores edera crescentem ornate poëtam
Arcades, invidia rumpantur ut ilia Codro.

Questa medesima differenza par, che volesse significar Properzio in que’ versi:

Ennius hirsuta cingat sua dicta corona.
Mì solia ex edera porrige Bacche tua.

Dove per corona hirsuta dee intendersi di lauro, o di quercia, perche Ennio si fu Poeta Epico. La ghirlanda poi di mortella davasi agli amorosi poeti, scrittori di elegie, poiche tal pianta era dedicata a Venere; di che infinite pruove, ed esempli potrei quì recare, se non conoscessi d’avervi già stracco. Delle altre spezie non è questo il luogo di far parola: ma egli non si vuol passare in silenzio, come quella di palme diceasi altramente lemniscata, perche s’adornava di lemnisci, cioè di fiocchi, e nastri di varj colori; e di essa parmi, che faccia alcuna menzione Ausonio, e Cicerone[4] ma non mi rammenta bene il come, e ’l quando.

Questa digressione, fatta, Dio sa quanto a proposito, dell’Accademia Franzese, non m’ha tolto già la ricordanza di dover parlare del palagio des Tuilleries: ma come che sto sulla fine del foglio, [p. 274 modifica]convien, che, mal grado il mio genio chiacchierone, brievemente mi tragga d’impaccio. Egli fu cominciato da Caterina de’ Medici, e da Arrigo IV. e condotto allo stato presente da Lodovico XIV. regnante, il quale quivi pernotta, quando avvien, che si rimane a Parigi. Il corpo dell’edificio è terminato da due grandi padiglioni, e nel mezzo ve n’ha un’altro, a modo di cupola. Entro non vi vidi di maraviglioso altro, che la sala delle commedie, di mezzana ampiezza sì, ma fregiata d’oro; e gli appartamenti di Monsignor lo Delfino, a cagion de’ belli, e ricchi arnesi, e dell’esquisite dipinture. In quella parte, che giace sul fiume, sono al di sotto la stalla, e al di sopra la Galleria; l’una, e l’altra sfornita di ciò, che loro appartiene. Vi si fabbrica attualmente un ponte, per agevolare il passaggio al quartiere di S. Germano. Tutto lo spazio, ch’è fra questo palagio, e ’l Louvre (situato sulla stessa linea) servirà col tempo di giardino, al medesimo Louvre; sicchè anderanno giù gli ostelli di Longueville, e Crequy, e due Chiesette di S. Niccolò, e S. Tommaso. Quanto al giardino des Tuilleries egli è come il Posilipo di Parigi, ove tutta la Nobiltà [p. 275 modifica]concorre a passeggiare sera, e mattina. V’ha bellissimi quadri di vaghi et oḍorosi fiori; tre copiose fontane; ampie, e diritte strade, dall’uno, e l’altro lato adorne di abeti, tigli, e simiglianti alberi, con ottimo ordine disposti; spalliere di mortella, così minuta, e verde, che per poco non sembra nera; una scena, artificiosamente composta d’arbuscelli, con dirimpetto sedili di pietra, coperti della stessa mortella, che troppo dilettevol cosa è a riguardare. Presso la porta, appellata de la Conference, osservai maestrevolmente scolpite in marmo quattro figure, cioè il Tempo, l’Invidia, la Verità, e un Satiro, che potrebbe signisicar‍ la sfacciatezza; tutte e quattro bellissimo soggetto per farvi una lezion morale. Poco discosto mirasi una gran fontana, da cui per due spaziose strade vassi su alla muraglia della Città: e quindi può vedersi il corso, ch’è parimente una grande strada, fuori le mura, con diritte file di spessi alberi, per godervisi l’ombra di state.

Finisco ora più tosto per necessità, che per elezione, tanta si è la scribendi cacoéthes, che mi stimola. Voi, che siete veramente di quegli amici priscæ bonitatis, son sicuro, che non ve ne stomache[p. 276 modifica]rete: degli altri, i quali niente approvano, poco curo; e così meno m’inquieta la conoscenza d’un tal difetto. Solo vi priego a volermi più spesso ricreare con le dolcissime vostre lettere; e mi resto, etc.

  1. ↑ Gellius. lib. 17. cap. 4.
  2. ↑ Gyrald. de Poet. Latin. Dial. 4. Petr. Crinit. de Poet. lat. lib. 4. cap. 1.
  3. ↑ In Eucharistic. ad Domit. Sylv. 2. lib. 4.
  4. ↑ In Oratione pro Roscio.