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Viaggi per Europa/Lettera XVIII

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Lettera XVIII

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Lettera XVII Lettera XIX
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Parigi a’ 20. di
     Aprile 1686.


XVIII.
L
’Altro jeri, per mia ventura, m’accontai con un gentiluomo Danese, il qual tornava d’Italia: e, quando meno lo avrei creduto, ebbi novella di voi; perocchè egli recava seco una lista de’ letterati Napoletani, e non senza gran ragione, v’avea tra’ più degni allogato il vostro nome: da che mi venne straordinario piacere, e letizia. Entrati poscia d’uno in altro ragionamento, venimmo a parlar della gran trascuratezza de’ nostri Cittadini intorno alle antichità della patria; non essendovi sin’ora stato alcuno, il quale con buon giudizio abbia scritto le nostre storie, in quella guisa, che fora d’uopo; cioè da tutti gli antichi, e moderni autori certe notizie raccogliendone, e con ordinato, e degno stile ponendole in scrittura. Dicea egli, che quantunque [p. 277 modifica]delle cose di Napoli non abbian gli antichi scrittori fatta menzione alcuna, se non casualmente, per quanto il loro soggetto richiedea; ond’è che tante, e sì varie opinioni son venute in campo circa l’origine, e fondazion di lei: dovrebbesi non per tanto mostrare almeno la buona volontà di adoperarvisi intorno, quanto umanamente si può. Rispondea io, per iscusare in alcun modo la nostra dappocaggine, che molti ciò fatto avrebbono per avventura, se, per le tante mutazioni di dominio, non fusse tratto tratto divenuto pericoloso, anzi che no, lo scrivere veritieramente de’ nostri miserevoli casi: e, quanto alle più antiche cose, non esser verisimile, che i Napoletani, estimati già così dotti in lettere Greche, e Latine, per testimonianza d’Aulo Gellio, poi avesser posto in non cale la patria. Esser perciò mio parere, che ben v’avea nelle librarie d’Italia alcuno antico manuscritto, che ampiamente ne trattava; ma poscia dovette rimaner bruciato da’ Barbari, allora quando tutte le nostre contrade crudelmente disolarono; nella stessa guisa, che nè anche è a noi pervenuta l’Istoria di Iperoco Cumano, di cui fa menzione [p. 278 modifica]Pausania Pausan. in Phocicis., e tante altre, che lungo fora rammentarle. Oltreacciò, che quando pure alcun buono manuscritto vi fusse rimaso di quei tempi, o di alquanti secoli prima di noi; ei sarebbe con tanta diligenza custodito, e a gli occhi degli eruditi nascosto; che alcun lume trar non se ne potrebbe giammai: e a questo proposito narraigli, come nella libraria di S. Domenico truovasi qualche opera di S. Remigio, non più stampata, della quale que’ Frati non vogliono a patto alcuno conceder copia, per temenza, che stampatasi, non divenga men raro, e pregiato il loro originale. Così anche que’ di S. Giovanni a Carbonara tengon, con incredibile gelosia, un antico spositor Greco della commedia d’Aristofane, intitolata l’Erasistrato; tal che giammai per grandissime preghiere, non s’è potuto ottenerne una copia: e nella stessa guisa penso, che fusser conservate quelle commedie di Menandro, di cui fa menzione il Padre Marafioti nella sua storia di Calabria; e che di presente non può sapersi, come siano andate in buon’ora; se pure il Marafioti non volle allora imposturar la Repubblica letteraria. Or presupposta l’incer[p. 279 modifica]tezza dell’antica origine, e l’ignoranza, di ciò, che avvenne intorno a que’ tempi; come mai potrebbe chi che si fusse venire a capo d’una perfetta Istoria Napoletana? se pure egli non volesse da Partenope, ò Falero, e da’ Cumani saltare alla distruzion di Palepoli, e alle tazze mandare al Senato Romano; poscia all’esser fatta colonia; e quindi, tacendo di molti secoli, venire al discacciamento de’ Goti per opera di Belisario; e finalmente, con un volo, al Regno stabilito da Ruggieri Normanno, dal qual tempo in poi abbiamo qualche ordinata certezza de’ fatti nostri.

Così dicea io, per ricoprire la balordaggine de’ bisarcavoli, quando colui, non potendo star più forte, tutto sdegnosetto mi prese a dire: E’ possibile, che incolpiate così sfacciatamente gli antichi, quando voi stessi siete di gran lunga più negligenti? In qual Città s’è mai veduto tenersi in tanto poco pregio gli antichi marmi, come nella vostra? Ho io veduto con questi occhi, negli angoli delle case, molte iscrizioni già guaste dalle carozze, e dalla ingiuriosa plebe: e peggio avverrà di molte altre, se non se ne torran via. Gite poi e chiamatene Barbari, quan[p. 280 modifica]do solo mercè di noi Oltramontani, che le abbiam pubblicate, ne rimarrà memoria alla posterità. Chi de’ vostri Baroni prende più cura di adornar la corte del suo palagio con sì belli marmi, come già fece Berardino Rota? Anzi voi, che tanto delle altre nazioni vi fate beffe, perche non fare intagliare in rame così le mentovate, come tutte le altre antiche statue, di cui, quantunque non lo meritiate, pur vi rimane ancora qualche dovizia? Dove si vide mai un sì bel Mercurio (per tacer di tutt’altro) come quello, ch’è nel cortile di Diomede Caraffa, volgarmente detto del Cavallo di bronzo? e quella medesima maravigliosa testa di cavallo, che gli dà il nome, non è ella già tutta aperta per l’antichità, e per le ingiurie de’ tempi, alle quali stà esposta? E poi incolperete i vostri bisavoli di negligenza, i quali pur’ebbero buon conoscimento, e giudicio di ciò raccorre?

Avrei voluto io rispondere, per far che la mia andasse avanti, o a torto, o a ragione; ma la insuperabile forza della verità, me la fece passar leggiermente, et chiusemi affatto la bocca: sicchè mi parve bene mutar discorso, il più onestamente, che potei, e lasciar di contendere, [p. 281 modifica]ove non potea riuscir con onore.

Per quel, che s’attiene a Parigi, e a quel, che in questa settimana vi ho veduto di ragguardevole; si dee aver certamente in istima il Regal giardino de’ semplici, nel quartiere, appellato l’Isle Nostre-Dames. Quivi, in certi mesi dell’anno, s’insegna la Botanica graziosamente; e, in certe stanze a sinistra del cortile, si fanno varie operazioni di Chimica, eziandio in pubblico, per insegnamento particolare de’ Medici; affinche per isperienza comprendano, che è ciò, che tanto negligentemente soglion cacciare in corpo a’ miseri inermi. In mezzo al giardino vedesi come una collinetta, sulla quale si saglie per una viottola, che gira intorno; e quindi si scorge un grande spazio, lungo il fiume, e quasi tutto il Borgo di S. Antonio. In questo Borgo poi deesi por mente al Castello di Vincenne, al quale conduce la bellissima strada d’alberi, che comincia dall’Arco Trionfale. L’edificio si è quadrato, con ben’alte Torri all’intorno, e profondo fosso: e come che, non è egli gran tempo passato, la Corte solea farvi dimora; il Cardinal Mazzarini fece farvi due nuove ale di comodi appartamenti. La Torre di mezzo, già detta le [p. 282 modifica]Donjon, si è forte, e vaga; ma non vi si può agevolmente entrare, essendo luogo di carcere. La cappella dicono, che la fondasse Carlo V. e questi Signori Franzesi han per cosa singolare le figure, espresse nelle invetriate. Nel giardino, e nel boschetto, che gli sta contiguo, andar sogliono molte dame in carozza la state, a goder dell’ombra, e del fresco; e a passare il tempo in riguardando le varie fiere, che son rinchiuse nel Parco.

Rientrando nella Città può vedersi la famosa piazza della Greve, ove si fa la più parte degli spettacoli pubblici; e in un de’ suoi lati la maison de ville, edificata già da Francesco I. Malinget Antiquitez de Paris lib. 3. pag. 678. sulle fondamenta dell’antico Spedale di S. Spirito: e in essa s’assembrano i Cittadini, allor che denno eliggere les Echevins, e ’l Prevost des Marchands. La statua equestre di bronzo, che è sulla porta, rappresenta Arrigo il grande; e ’l cavallo fù copiato da quello di Marco Aurelio nel Campidoglio. Chiunque poi nelle Istorie di questo secolo avrà scorto, farsi ben sovente menzion della Bastille, crederà senza alcun dubbio, che siasi una qualche gran Fortezza; quando ella non è altro, ch’una antica Cittadella, fabbricata da Carlo VI. nel 1360. e circondata [p. 283 modifica]di otto ben alte Torri, nelle quali vengon ritenuti gl’inquisiti, e colpevoli di fellonia.

L’Hotel de Vendome, nel quartiere di S. Honorèe, appena merita d’esser riguardato. Il Tempio degli Ugonotti è una fabbrica regolare, ma non magnifica, come io mi promettea dal vederlo situato sulla famosa Piazza di Buliar: ben dee però chi si truova in questa parte della Citta, farsi nel vicino quartiere de la Bute-Saint-Roch, e vedere il palagio del Sig. Duca di Orleans; e quivi dappresso le palais Brion (ove son le Regali Accademie di pittura, e scoltura) nella corte del quale si è posto quell’incomparabile cavallo di bronzo, che S. M. fece venir da Nancy; e certamente egli solo val meglio, che tutte le spoglie riportate dalla Lorena.

Passandosi poscia alla Rué Vivien si puŏ andare alla Biblioteca Regia, entro la casa detta le Cabinet du Roy. Egli v’ha più di cinquanta mila volumi de’ più scelti, e pellegrini libri, che desiderar si possano, con una maravigliosa copia d’ottimi manuscritti in diverse lingue; e quindi è, che appresso i Critici Franzesi altro non si legge, che: ita in vet. Cod. Bibliot. Regiæ, e [p. 284 modifica]codex Regius habet, etc. onde il Signor Baluzio ben’avrà come far crescere il novero de’ volumi delle sue mescolanze, o diciam latinamente Miscellanea. Tutti i manuscritti eziandio della libraria Colbertina sono di presente nella Regia, e perciò chiunque gli truova citati appo gli eruditi, e voglia riscontrargli con altri testi; fa d’uopo, che quivi, e non altrove venga a cercargli. Oltreacciò v’ha una quantità incredibile d’antiche medaglie, delle migliori, che sien ricercate dagli antiquarj. Il Vaillant fece molti, e spessi viaggi in Grecia, per farne incetta; e sì felice fugli in ciò la sorte, che n’ebbe raccolto numero bastevole, per comporre accuratamente la sua storia de’ Re Seleucidi; e per dar modo al du Fresne di pubblicar così adorne le famiglie Bizantine. Moltissime altre camere veggonsi piene di libri sciolti; perocchè tutti coloro, i quali nel dominio di Francia danno in luce alcun libro, denno mandarvene una copia.

In questo medesimo palagio, non senza gran ragione, s’assembra l’Accademia Regal delle scienze: ma contuttociò v’ha un’altro magnifico edificio, detto l’Observatoire Royal, nella strada de’ Librari, [p. 285 modifica]ovvero di Saint Jacques, ove dimorano gli Accademici Matematici, e tengono le loro particolari conferenze; e dalle continue osservazioni celesti, ch’essi quivi fanno d’in sul battuto, il quale è a simiglianza di cotesti nostri astrichi, credo, che l’edificio abbia preso nome. Delle due Torri ottangolari, che lo terminano, quella dalla parte d’Oriente è senza tetto, affinche dal fondo possano agiatamente osservarsi certe cose, senza montar su in alto. Quando io vi fui, ebbi grandissimo diletto in vedere tanta varietà di Mappamondi, Sfere, Astrolabj, Telescopj, ed altri strumenti matematici senza novero; per tacer d’uno specchio d’acciajo il più bello, e grande, ch’a’ miei occhi siasi giammai appresentato. Non guari discosto è una Torre di legno, sulla sommità della quale mena una scala di ben dugento gradi: e dicesi, ch’ella fusse fatta (non so per qual’uso) allora quando vennero l’acque la prima volta a Varsaglia, con non minore spesa di diecimila scudi; e poscia quivi trasportata, mediante tre altre migliaja, per uso de’ medesimi Astronomi Regi.

Merita ancora di esser veduto un luogo, detto Coblens; poiche ivi moltissimi [p. 286 modifica]artefici, in varie guise, s’adoprano in servigio del Re: altri intorno agli arazzi, che molto ricchi d’oro si tessono; altri a fare un come forziere, tutto di vaghissime, e inestimabili gemme, composto; e chi a dipingere, e chi a scolpire in marmo, e in legno; ciascuno al suo luogo, con incredibile ordine, e convenevolezza.

Il passato martedì fui a S. Denis, Città distante da Parigi due leghe, e nel più bello, e fertile piano situata, che siasi in tutta la Francia. La piazza maggiore, ove si fa la fiera, vien detta Landis, e quivi vanno a terminare le due strade più principali. La famosa Badia, ch’è nella parte Orientale della Città (presso al palagio, ove alcuni dì solenni andar suole il Re, con tutta la sua Corte) fu ne’ tempi passati una semplice cappella sul sepolcro di S. Dionigi; ma il Re Dagoberto, circa gli anni del Signore 641. fondovvi la magnifica Chiesa, che di presente si vede, e volle poscia esservi sepellito altresì: donde nacque la costumanza di porvisi i corpi di quasi tutti i Re successori, e delle Regine; sicchè dentro il Coro se ne veggono sino a diciassette tombe; in una cappella verso Settentrione tutte quelle della spenta famiglia di Valois, eccetto di Francesco I. [p. 287 modifica]e di Luigi XII. che son fuori del Coro suddetto ed altrove in deposito son le ossa di Arrigo IV. e Lodovico XIII. non per anche condotti a fine i loro preziosi sepolcri. Tra’ corpi de’ privati Signori, per ispezial grazia, in questa Chiesa riposti, son da mentovarsi quel di Bertrando de Gueselin, Contestabile di Francia, il qual morì nel 1380. e di Arrigo della Torre, Marechal Viconte de Turrenne, morto nel 1675. Il medesimo Dagoberto dotò la Chiesa di molti belli, ed ampi poderi, con le quali rendite agiatamente sostengonsi i Monaci Casinesi, in poter di cui̇ ella è. Nel Tesoro mostransi otto armarj, di varie belle, e nobili gemme fregiati, i quali rinchiudono molte Regali corone, così d’oro, come d’argento, quivi lasciate; e, quel che monta assai più, certe insigni reliquie de’ SS. Apostoli, e un de’ chiodi, con cui fù confitto in Croce il Signore. In tornandomene a Parigi, sono entrato, per istrada, nella divota Chiesetta di Notre dame de Vertus.

Signor mio da quì avanti non v’ostinate in contraddire ad alcuno, il quale affermi, esser Napoli meno popolata di Parigi. Egli si è tanta la gran moltitudine, di persone, che, aggiuntavi la furia, con [p. 288 modifica]cui vanno le infinite carozze, non par, che si possa camminar quattro passi, senza urtare in più d’uno; nella medesima guisa, c’ho udito raccontare, essere stato costì prima della orribile pestilenza del 1647. E’ vero, che quì van girando non men le femmine, che gli uomini; ma dall’altrocanto il circuito delle mura, senza tararne, può dirsi il doppio. Per ischifar questo disagio, soglio pormi in qualche sedia a mano, all’uso di costì, o pure in carozza, che costa 20. o 25. soldi l’ora. Per la medesima ampiezza della Città è venuto in costume di mandare stampati attorno i cartelli d’invito nelle esequie d’alcuna persona ragguardevole.

Di novelle letterarie non saprei darvene alcuna, che valesse, perocchè tutti i miei disegni sono andati a vuoto; e col gir vedendo or questa, or quella cosa, il meno, che m’è riuscito di fare si è stato di prender dimestichezza con persone di lettere, siccome fora stato mio intendimento. Questi giorni m’è capitata nelle mani una picciola opera postuma di Giovanni Meursio, intitolata Themis Attica, sive de Legibus Atticis, e pubblicata in Utrecht l’anno passato dal dottissimo Signor Giovanni Georgio Grevio. L’argomento era de[p. 289 modifica]gno soggetto della somma erudizion dell’Autore: ma, se pure emmi lecito farne giudizio, io son d’avviso, che egli o non v’applicò tutto il suo animo; o che, allora quando ei venne a morte, eran solamente tirate le prime linee del suo disegno e in fatti di molte, e molte cose degli Atteniesi vi si scerne un profondo silenzio; e quelle, che v’ha, son tre volte replicate, in forma cioè di sommario con parole dell’autore; poi ne’ luoghi degli scrittori Greci, da lui riportati; e finalmente nella traduzion di essi, la quale certamente si è fedelissima; e pura quanto giammai far si possa. Io penso, che il Meursio, volendo trattar delle leggi Atteniesi, grandissime notizie di cui gli venian per le mani, in leggendo i Greci Scrittori s’avea fatto come un repertorio, nel quale, sotto certi capi, o luoghi comuni, come si suol dire, notava tutto ciò, ch’alla giornata ne leggea; facendovi poco, o niun raziocinio, e niente adoperandovi di quel sale critico, che rende saporose le cotali opere: e ch’essendo questo sì fatto lavoro alquanto cresciuto, ci venne a morire, prima, che ne facesse pasta, come avea deliberato, con grave danno della Repubblica letteraria, a prò [p. 290 modifica]di cui ogni possibile studio, e fatica solea dirizzare. Dico ciò perche da quel dottissimo nomo maggiori cose aspettar si doveano; ma nonpertanto egli è d’uopo confessare, che l’opera suddetta, così asciutta, com’è, non riman di valere assai più agli studiosi, che tutti i fantastici arzigogoli critici del Salmasio, e del Petito; onde laudevole impresa sarebbe, se alcuno di buon giudicio, da tutti e tre togliendo il meglio, e ’l più utile, un sol corpo di ragion civile Atteniese formasse; con la luce però sempre di Demostene, Eschine, Aristide, ed altri Greci Oratori, che aver si ponno.

Resta ora, che m’amiate, poiche comincio fortemente a dubbitarne dalla scarsezza di vostre lettere; e salutando caramente tutti e quanti gli amici, vi fo profondissima riverenza.