Viaggi per Europa/Lettera XX
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| Di Londra a’ 15. di Maggio 1686. |
Amiens, Metropoli di Piccardia, si è Città grande, ben popolata, abbondante, mercantile quanto far si possa, e di bellissimi edificj fornita. Ella co’ suoi borghi ha un’antico privilegio di non esser giammai aggravata di gabelle; e le venne confermato dapoi, che fu ridotta in potere del Re, nelle ultime rivoluzioni della Francia. Nel 1597. su occupata dall’Arciduca Alberto; e non guari di tempo appresso ricuperata da Arrigo il Grande, avvegnache non senza gran spargimento di oro, e di sangue; e quindi nacque il provverbio: Amiens fut prise en Renard, reprise en Lyon; cioè a dire: Amiens fu presa con modi di volpe, e riavuta con maniere di Lione. Vi si fabbricò poscia una fortissima Cittadella nel sito più rilevato, ed altre nuove fortisicazioni nel suo circuito non dispregevoli. La Cattedrale si è una del più belle del Reame, tanto se si riguarda la fabbrica, quanto le dipinture, che l’adornano.
La Domenica, compiute sette leghe, prendemmo alquanto di cibo, e di riposo nella picciola Città di Dourlens: e quindi ne facemmo cinque altre, di strada in vero assai deliziosa, sino a S. Paul. Nella stessa guisa il dì vegnente dopo sette leghe ne rimanemmo a desinare in Arras, Città divenuta famosa a cagion dell’armi vincitrici del Re, che se ne impadronì gli anni passati. Ella è situata nel Paese di Artois in Fiandra, sopra un fiume, le di cui acque entrano tra le sue ottime fortificazioni esteriori, e forse anche nel fosso del vicino Forte. Allato alla Chiesa di S. Pietro osservai una bella Torre, fatta di una spezie di pietra, facile à lavorarsi, come quella di Lecce in Regno. Andammo poscia a pernottare in S. Omer bella, e forte piazza, tre leghe distante, il di cui Vescovo è suffraganeo di quel di Cambray. Popolo ve n’ha convenevolmente, ma però gli edificj son troppo bassi.
Il martedì mattina, fatte tre leghe, desinammo in una massaria, detta Zoaffì, discosta circa una lega dalla Città d’Ardres, la quale, benche picciola, mi parve nondimeno, che non cedesse ad alcun’altra delle sue pari nella bontà delle fortificazioni, e nella copia d’acque, che la circondano. Finalmente da Ardres, fatte quattro altre leghe, ce n’andammo a Calais; e quivi, rivedute le mie ragioni, trovai d’avere in tutto speso, da Parigi, 28. lire, e 4. soldi.
Calais si è una Città di forma triangolare, a 51. gr. di altezza; e fortissima a cagion di sue mura, e di due Cittadelle, poco da lei lontane; oltre alla Torre sul lido, che s’appella il Bel-banco: sicchè vien riputata una delle chiavi del Reame. Ella rimase in poter degl’Inglesi nel trattato di pace, che terminò le aspre, e crudeli contese tra il Re Giovanni, et Odoardo Re d’Inghilterra, nel 1360. Ma ne’ tempi di Carlo VII. ne furono essi scacciati, e da tutte le terre, che in quelle contrade possedeano; in maniera tale, che sino al dì d’oggi portano il nome di paese riacquistato. Egli si è anche il vero, che ne’ tempi appresso se ne impadronì l’Arciduca Alberto; ma dalla sublime virtù di Arrigo il Grande in brieve tempo venne ricuperata. Vi ha sino a mille soldati di̟ guarnigione, e di poveri abitanti poco più di tre mila; ond’è che pochi edificj meritan d’essere riguardati, dalla principal Chiesa in fuori. Vedesi quivi un’oriuolo di maravigliosa struttura; poichè nel tempo, che tocca le ore, combattono insieme due figurine a cavallo, che strana, e dilettevol cosa è a mirarla. Le femmine del paese portano una spezie di mantello, con certe pelli cucite al di sopra, mercè di cui assai più sparute sembrano agli stranieri, di quello, che in fatti non sono. Per ricovero delle navi ha Calais due porti, chiusi amendue a guisa della nostra Darsena, dove, a cagion del flusso, e riflusso, restano i vascelli ogni sei ore sulla nuda arena: e in ciò vedere, a guisa di fanciullo, consumai io assai tempo que’ pochi dì, che vi dimorai; perocchè provava grandissimo diletto in mirando a poco a poco dilungarsi le acque dal porto più d’un tiro di scoppietto. Mi sarebbe quì all’animo gir filosofando su sto gran secreto della natura; ma troppo arei che fare a gir solamente ribbattendo le sciocche openioni dalla maggior parte di coloro, i quali sin’ora ne hanno scritto; e sopra tutto di quei, che la Luva accagionandone, non so che sali voglion ch’ella sotto l’acque formentar faccia; quasi da una tal formentazione certo, e regolato movimento, senz’altro ajuto, proceder possa: per tacer della non men dissipita sentenza della pressione, da lei medesima fatta sull’aria, e da questa sull’acque. Nè del parere del sottilissimo Cartesio deesi, per mio avviso, tener gran conto; poichè bisogna primamente aver per cosa certa i suoi vortici; poi la mobilità della terra; e in fine certe altre ipotesi incertissime, ch’ei presuppon come vere, in ispiegando questo particolare. Io, quando avessi a rintracciarne l’origine, non terrei altra strada, che quella della figura, e fluidità di esse acque; del ripercotimento de’ solidi, che le circondano; e di un movimento, impresso loro sul principio del mondo dall’infinita provvidenza del Creatore: che degli altri moti irregolari non dubbito, potersi varie, e differenti ragioni recare in mezzo.
Domenica m’imbarcai sul Paques-bot Inglese (picciol naviglio, che trasporta, lettere, e viandanti a Dover) pagando cinque shilling, che fan 50. soldi di Francia: ma perche, cessato il vento, stemmo la notte sull’ancore; non giugnemmo, che il dì seguente a Dover, dopo aver valicate sette leghe di stretto.
Gode questa Città d’un comodo, e sicuro porto, in mezzo a due benʼalte colline; sulla destra delle quali, cinta d’ogni parte di straripevoli balze, scernesi un’antico, e ben grande castello, assai più dalla natura, che dall’arte fortificato. Egli v’ha certi autori, che diconlo cominciato da Giulio Cesare; ma, che che sia di ciò, vien di presente riputato una delle chiavi della Gran-Brettagna, e vi si contano sempre sino a 40. o 50. pezzi di grossa artiglieria di bronzo. In tanta opinione era per lo passato questa Fortezza, che Filippo Augusto Re di Francia, il qual fermamente credea, d’aversi ad insignorire dell’Inghilterra, favellando di suo figlio Lodovico, fece uscirsi di bocca queste parole: Non abbia mio figliuolo ove por ne anche un piede in Inghilterra, se prima di Dover non sia impadronito.
Nell’altra collina ponno vedersi le vestigia d’un’antico fanale. Sotto di essa volle il Re Arrigo VIII. formare un porto; con incredibile spesa, facendo ficcar nell’arena grossissime travi incatenate; e quindi pietre soprapporvi fuor d’ogni estimazione grandi, ed arena, ed alberi, e tuttociò ch’a tal uopo fu giudicato bisognevole: ma l’orgoglioso Oceano in brieve spazio l’ebbe disfatto: e fu riputata gran felicità della Reina Elisabetta poterlo poscia ristorare; in ricompensa di che ella si prese per lo spazio di sette anni, una certa somma da ogni naviglio mercantile, che vi approdava.
Da Dover mi partii in ambiadura, pagando cinque shillings sino a Cantorbery, distante 16. miglia: e quando n’ebbi fatte circa dieci per ben coltivato, e vistoso paese; mi vidi sopra un colle, sul quale accendesi fuoco in caso che venir si vedesse alcuna Armata nemica e di là gittando lo sguardo a destra sulle sottoposte campagne, osservai molte lagune, formate dalle marittime acque, che coll’ordinario flusso vi entrano.
Circa ora di desinare mi trovai in Cantorbery, Città di mezzana grandezza, a 51. gr. e 25. min. detta già da’ Romani Cantauria, ovvero Cantium, e Durovernium nell’Itinerario d’Antonino. Ella in tempo dell’Heptarchia Sassona fù capo del Reame, detto di Kent, e sede de’ Re, sino a tanto, che Ethelberto ne sece dono all’Arcivescovo Agostino, il quale, giusta lo che dicono i Protestanti, fù il primo, che per mezzo della violenza sottopose, circa il 598. la Chiesa Anglicana al Romano Pontefice. L’Arcivescovo addunque di Contorbery fù detto perciò Metropolitano, e Primate di tutta l’Inghilterra, e vi dimorò sempre, come Legato della Santa Sede: ma nel Conciliabolo della Nazione, tenuto nel 1534. deliberossi, che ritenuto il titolo di Arcivescovo, e di Primate, mai più non si nominasse quello di Legato Appostolico, come contrario alla pretesa libertà di loro Chiesa.
Nella venuta de’ Normanni, Guglielmo Rufo, altrimente detto il Conquistatore, confermò la donazione di Ethelberto a’ Vescovi, da’quali la Città ebbe poscia ristorate, ed amplificate le mura, e venne di bellissimi edificj adorna, appetto ad ogni altra dell’Isola. Ne rende bastevole testimonianza il solo Tempio di Cristo, giả consumato da un’incendio, e poi rifatto da Lanfranco, e Guglielmo Corboyl, e loro discendenti: avvegnache Arrigo VII oltre allo scacciamento de’ Sacerdoti, d’ogni ricco arnese sagrilegamente lo spogliasse; spezialmente di quelli, che dalla pietà de’ fedeli eran stati recati alla tomba del Santo Martire Arcivescovo, detto Tommaso di Becket, altrimente Cantuariense. Vi avea tempo fa nella parte Orientale un’altra famosa Chiesa, dedicata a S. Agostino, e fondata dal Re Ethelberto, e dal soprammentovato Arcivescovo Agostino, e di abbondevoli rendite arricchita altresì: ma ella di presente in buona parte vedesi andata in rovina, o ridotta in abitazion Regale. Sul portico leggesi ancora l’iscrizion seguente:
Hìc requiescit Dominus Augustinus Dorovernensis Archiepiscopus primus, qui olim huc à B. Gregorio, Romanæ Urbis Pontifice, directus, et à Deo operatione miraculorum suffultus; et Ethelbertum Regem, et gentem illius ab Idolorum cultu ad fidem Christi perduxit: et completis in pace diebus officii, defunctus est septimo Kalendas Junii, eodem Rege Regnante.
Oggidì questa Città si è di mezzana grandezza, e di buoni edificj, e di ricchi abitatori fornita; e ’l suo Arcivescovo (di cui è detto di sopra) ha sino a 18. Vescovi suffraganei.
Or, per tornare al mio primo proponimento, presi in Cantorbery un’altro cavallo d’ambiadura, mediante quattro Shillings, e mezzo; e con esso feci cinque leghe, e un terzo, per bellissime campagne, sino a un villaggio, appellato Sittingboorn: e quindi, mutato, cavallo, due leghe, e due terzi, che fan circa 12. miglia Italiane, sino a Rochester, picciola Cittade, ma celebre per lo famoso ponte sul Tamigi, il quale partecipa quivi della salsezza del mare: e in vero, ch’egli sembrommi un mare, a cagion di tanti vascelli, che vi avea, e spezialmente 40. da guerra.
In Rochester tolsi cavallo fresco, e dopo altrettanto di strada pervenni nella picciola Città di Gravesend, che giace sulla destra ripa del fiume. Ella è provveduta di due Castelli. Quel, ch’è sull’erto della collina, e guarda la strada, che va a Londra, mi parve alquanto sfornito: ma l’altro, ch’è nella opposta ripa, e che (se mal non mi rammenta) s’appella Tilbury, oltre alla buona artiglieria, ha sino a 400. soldati di guarnigione. Quì mi posi in barca; e, datesi le vele al vento, c’innoltrammo verso Londra, a veduta d’infinito novero di vascelli. Dopo 12. miglia di cammino lasciamo a sinistra il villaggio di Galisi (se la pronunzia de’ paesani non m’inganno), e quel di Blaccola a destra, tre miglia più oltre; donde l’una, e l’altra ripa del fiume scorgesi di spesse, e dilettevoli abitazioni adorna, sino a Londra; comeche v’abbia delle miglia ben cinque: nè guari quindi discosto è un bel Castello di delizia del Re, detto Greenvvick, il quale, non già di mattoni, come tutte le fabbriche d’Inghilterra, ma di sode, e ben’intagliate pietre è fabbricato. Finalmente jeri sera giugnemmo sul tardi in Londra; dove, pagati quattro scalini la barca, mi trovai aver fatte in un giorno 72. miglia da Dover, colla spesa, di 34. shillings, che fan due dobbre Spagnuole. L’albergo, ove dimorai, parvemi così disagiato, che questa mattina sonmi ingegnato acconciarmi altrove, coll’opera del Sig. Francesco Brunetti Italiano, al quale son quì venuto raccomandato: e veramente mi ci truovo assai bene, per la vicinanza di esso Brunetti; tanto più, che siamo nella contrada di Jore Bilden, non guari discosta dal Palagio Regale.
Per ora non posso dirvi altro di questa Città, se non che ella è situata (come sapete) sul Tamigi, in un piano arenoso, circa 60. miglia lungi dal mare, a 51. gr. e 30. m. d’altezza di Polo. Di figura si è affatto irregolare, posciachè essendo lunga quasichè otto miglia, la maggior sua larghezza però non eccede giammai le due. La più parte delle case fassi di mattone, e sull’istesso modello; e perche vi va adoperato molto legno, difficilmente ponno difendersi dagl’incendj: ond’è che in quello del 1666. ne rimasero incenerite ben 15. mila, cioè a dire la quinta parte della Città, compresi i Borghi. Per impedire sì fatti danni sono di presente applicati al lavoro d’una macchina portațile, la qual dicono, che possa tanto in alto gittar l’acqua, sicchè ismorzi il fuoco, attaccato alla sommità delle case. Come che rade Città della Gran-Brettagna sian circondate di mura, Londra si è una di quelle, che non le ha se non per immaginazione: perciocchè toltene quelle dalla parte di Tramontana, l’altre son pressoche tutte andate in rovina. Vi si contano nondimeno sette principali porte, cioè a dire Ludgate, Newgate, Aldelgate, Creplegate, Moregate, Bishopígate, et Aldegate. Quanto agli abitatori, dicesi che siano un milione; e che, per lo conto che ne fanno i Ministri a ciò diputati, si battezzaņo ogni anno 15. in 16. mila fanciulli: altri nondimeno affermano, che non v’ha più di 300. m. anime; ma eglino forte s’ingannano. Del rimanente le piazze son sempre fangose, e lastricate di certe pietruzze agute, che danno gran pena agli stranieri: benche a questo male sian pronta medicina infinite carozze, e sedie a mano, le quali s’affittano a un tanto l’ora. Circa il nome di London (a cagion del quale i Romani chiamaronla Londinium) vien dalla parola Longdin, che in linguaggio Brettone, durante ancora nel paese di Galles, significa Città Navale; nè senza gran ragione, se vorremo por mente alla sicurezza, con cui vi stanno tanti navigli sull’acque del Tamigi. Del suo primo fondatore non vò far motto, perche sarei sicuro di dar di muso nella favola: e solamente di certo possiamo affermare, ch’ella si è antichissima; e tanto più, quanto che meno ne sappiamo l’origine.
Concedetemi ora, ch’io faccia fine acciò più acconcia, e diligentemente possa un’altra fiata ragionarvi, e di Londra, e di tutto lo che mi verrà veduto di buoņo; mentre tra per la stanchezza, e per la pignizia mi rimango baciandovi divotamente le mani.