Viaggi per Europa/Lettera XXI
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| Di Londra a’ 23. di Maggio 1686. |
Di presente per Gran-Brettagna intendonsi due Isole grandi, cioè l’Inghilterra, colla Scozia, e l’Irlanda, e sino a quaranta più picciole, situate nell’Oceano Settentrionale, a veduta quasi della Norvegia, Danimarca, Fiandra, e Francia. Produce ella, quanto a’ metalli, rame, stagno, piombo, e ferro, tutti e quattro perfettissimi nel loro genere, come anche argento, ed oro; e oltreacciò carbon minerale in gran copia. Quanto al bisognevole alla vita, manca di vino; avvegnache ben si supplisca a cotal mancanza coll’ottima cervogia, e di più forti, e col vino altresì de’ paesi stranieri. Abbonda la più parte d’ogni sorte di biade, spezialmente di formento; ma sopra tutto son da commendarsi i suoi pascoli, mercè la cui qualità le pecore portano una lana più che altrove lunga, e bianca. Dicesi anche, che in tutta l’Inghilterra non v’abbia lupi, e che portativi altronde, tosto vi muojano; come se la provvida natura avesse solamente all’uomo conceduto il poter vivere dov’ei si vuole; e questo difetto, anzi ventura, non fusse venuto, anzi dal grandissimo studio, che in annientire cotal sorta di fiere han sempremai posto gl’Inglesi: tra co’ premj proposti agli uccisori di esse, assolvendogli anche da’ loro misfatti; e talora, in pena di essi, ad ammazzarne alcun novero condannandogli; e tra per le diligenze usate in non farne mai più entrar da’ confini della Scozia, la qual tuttavia, ne ha in gran copia. I mastini sono oltre ogni credere feroci, e forti, come ciascun sa. Per quel che s’attiene a’ pesci, e di fiume, e marittimi, fora gran dappocaggine la mia il volerne quì far parola: ma forse ch’ei non sarebbe per avventura così solenne, come quella di alcuni, i quali affermano, che i lucci di questi paesi, aperti con un coltello da’ pescivendoli, a fine di far vedere a’ compratori la lor grassezza; se, cucita poscia la piaga, vengono ad esser riposti in qualche peschiera, ove sian tinche; eglino si risanano, e vivono, in virtù solo di quell’umor gaglioso, o diciam glutinoso, di cui son coverte le tinche, alle quali essi, dalla natura ammaestrati, s’accostano. Non è questo un farfallone da non farlo bere ne anche a Calandrino, o a quel medico, che avea a giacer, per opera di Bruno, e Buffalmacco, colla Contessa di Civillari? Come domine può stare, che il pesce non muoja fuor dell’acqua, essendo su i banchi della pescheria? e quando ciò fusse per qualche spazio, siccome avvien delle anguille; come sia mai, che rimanga vivo, apertagli la ventresca? come può egli accadere, che quell’umor della tinca, malgrado di tant’acque, che tuttavia si muovono, rimanga così attaccato alla ferita?
Ma che ho io mandato il cervello a rimpegolare, che mi son posto a favellar distesamente di questa seccaggine? Passiam’oltre adunque,e diciamo, che questa grand’Isola ha di lunghezza 600. miglia; ma quella parte di lei, che dicesi propriamente Inghilterra, ne ha 320. cioè da Portmout sino a Bervvich ne’ confini di Scozia; di larghezza 270. da Douvres a Land-Send; ed è talmente situata tra i 50. e 57. gr. di latitudine, che il più lungo giorno dell’anno nella parte Settentrionale è di 17. ore, e 30. m. e ’l più brieve nella Meridionale di circa 8. ore.
Venne da’ Romani divisa in tre parti, cioè Britannia prima, Britannias secunda (oggidì Principato di Galles) e Maxima Cæsariensis. Ma questi nomi durarono 400. anni solamente, cioè dall’Imperador Domiziano, sino ad Onorio, il quale richiamò quindi le legioni, per mandarle contro i Goti in Italia. Egli è il vero, che Giulio Cesare venne in queste parti; ma giusta lo che dice Svetonio Sveton. in Jul. capit. XXV.: aggressus et Britannos, ignotos antea, superatisque pecunias, et obsides imperavit: sicchè più tosto fù uno scoprimento, che conquista: e ben a ragione lasciò scritto Tacito nella vita di Agricola, parlando del medesimo Cesare: potest videri ostendisse posteris, non tradidisse. E quanto ad Augusto, e Tiberio, eglino se n’astennero; perocchè pensava il primo di por certi confini all’Imperio, e cessare ormai d’inquietare le nazioni straniere: e ’l secondo s’avea proposto per unico esemplo, e guida la vita del primo. Pessimo consiglio in vero; posciachè egli è già per lunga isperienza palese, che ove si cessa da quel movimento, ed azione d’ingrandirsi; dura impresa si è mantenersi nello stesso grado, e qualche cosa non perdere dall’acquistato: non essendo punto commendevol maniera di conservarsi lo aspettare inimici in casa, ma bensì il tenergli occupati nella loro. Dall’altro canto, presupposta quella lor massima, perche lasciare in libertà la Brettagna, abile a sostener sempre le rivoluzioni de’ Germani, e de’ Galli, per se stessi impazienti di giogo; e gir poi contro i Parti, e gli Armenj, i quali, quando pure in modo di Provincia fussero stati ridotti, non senza infinita spesa, fatica, ed industria si potean ritenere. Sotto Claudio, siccome dissi, fu in buona parte conquistata; e da Domiziano in fine interamente soggiogata: ma che prò, se ajutati i Brettoni dalla propria ferocia, e dalla infingardaggine de’ Romani, in brieve tempo dalle mani di costoro si sottrassero: in tanta openione venendo di virtute, che lo ’Mperadore Adriano, al dir di Sparziano, di Dione, e di altri, avendo alquanto di quel paese ricuperato, fece una muraglia lunga 85. miglia (benche altri dicano di 35.) a fine di meglio tener ne’ loro limiti i Barbari.
Che che sia di ciò, essendo stati superati nel 1028. i Sassoni da’ Danesi; e questi poscia nel 1066. da’ Normanni, sotto la condotta di Guglielmo il Bastardo, di cui è detto di sopra; non dee ora esser di maraviglia, come gl’Inglesi serbino ancora certi costumi di tutte queste nazioni, del cui sangue essi partecipano. I nobili son cortesi, e generosi con gli stranieri; e a dire il vero gareggiano in ciò co’ Franzesi: ma non hanno già il cuore così franco, ne ’l sembiante così disposto all’affabilità, ed amore inverso altrui; e sembrano orgogliosi, ed altieri, anzi che no. Quel che mi reca gran maraviglia si è, che non attribuiscono a civiltà, e buona creanza, se alcuno usa modesta ed umilmente con esso loro, ma a bassezza di spirito; e perciò l’hanno a vile, benche amino nondimeno, che si ceda loro. Son vaghi di titoli, ed altri segni d’onore; fansi molto abbiettamente servir da’ lor numerosi famigli; e rade volte s’avvalgono nelle lettere di termini ch’abbiano alquanto del sommesso. Dall’altro canto la plebe si è rozza, e crudele; inchinata a’ furti, e ladronecci; buggiarda, ostinata, amatrice di contese, e di sedizioni; golosa, e superstiziosa osservatrice di certi augurj, e predizioni de’ sciocchi strolaghi; e in fine d’un genio affatto stravagante, in dilettandosi (quasi d’una dolce armonia) dello strepitoso rimbombo delle cannonate, e del nojoso suono de’ tamburi, e delle campane. Ma, per parlar senza questa distinzione di nobili, e plebei, egli non è affatto conforme alla verità il giudicio del gran Scaligero; essere cioè gl’Inglesi: inflatos, et contemptores, come anche Immanes, et inhospitales; ma nondimeno di tai vizj ne vien loro quel quaranta per cento, senza mentire. Eglino son coraggiosi nelle battaglie, più tosto come stolti dispregiatori di morte, che per un vero valore, accompagnato da prudenza: o pure ei bisogna dire, ch’abbian poco buoni sentimenti intorno all’immortalità dell’anima, dalla cui cognizione par, che venga ne’ petti anche più forti quella sì gran temenza di morte. Appo noi è già volto in provverbio il costume di questa nazione, di bruciarsi più tosto colle loro navi, e mercatanzie, che di venire in man de’ nimici: e mi rammenta d’aver letta un’azion d’un soldato Inglese, degna d’eterna ricordanza, per la sua temerità; cioè ch’essendosi le Provincie unite di Ollanda ribellate del legittimo lor Signore, accadde, che 24. soldati del campo Spagnuolo vennero in poter de’ nimici; i quali, dura cosa giudicando il recargli tutti a morte, vollero, che, poste in una celata otto cartelline col segno di morte, e ’l rimanente bianche; ciascuno indi prendesse la sua sorte, o di vivere, o di morire con un capestro in gola. Un’Inglese di quella dolente brigata accostatosi intrepidamente alle cartelline, una n’estrasse qual’egli desiderava: quindi veduto un povero Spagnuolo tutto tremante per lo fatal rischio, che credete voi, ch’ei facesse? gli s’offre per dieci ducati di soccombere al suo pericolo, e intanto priega i Giudici ad aver per libero lo Spagnuolo. Acconsentirono quelli vedendo un’uomo così poco conto tener di sua vita; ed eccolo di nuovo salvo: non hac gemina modò, sed simplici salute indignus, quam adeò vilem habuerat. Joannes Barclajus in Icon. Animor.
Vedrete perciò, non senza gran stupore, un condannato alle forche, girsene appunto, come se andasse a nozze; e i più stretti parenti tirargli poscia i piedi, colla più soave indifferenza del Mondo: sicchè bisogna infinitamente maravigliarsi, com’essi tanto si guardino poi di combattere in duello. Come che tutta la lor valentia nelle guerre consiste nel primo impeto (non potendo gran fatto durar le fatiche militari) eglino son più atti ad acquistare, che a ritener l’acquistate cose: ond’è ch’avendo per lo addietro occupata non picciola parte del Reame di Francia; tanto che Arrigo VI. fu nel 1348. coronato Re di Parigi; oggidì non v’hanno un palmo sol di terreno, che faccia fede alle posterità delle cose un tempo accadute. Quanto però sien prodi in mare, ben chiaro scernesi da quella sì grande Armata Spagnuola, appellata l’invincibile, ch’essi con picciol novero di vascelli disfecero nel 1588. regnante Elisabetta: dalle imprese del Cavalier Drake, del Greenville, e dell’Oxenham; e da tante altre, che lungo fora il ridirle. Essi trafficano in tutte le parti del Mondo, ma di maniera tale, che ben si può dire de’ lor vascelli: metà guerra, e metà mercanzia, poichè non lasciano di rubacchiar tutti, e nelle Canarie, e nel Brasile, e verso Capo-Verde, e nel Mondo nuovo: e tanto lor piace questo infame guadagno, che molti vendono i loro averi, per fabbricarsi una nave, e gire in corso.
Per quel, che s’attiene alla crapula, essi l’amano tanto, che, quantunque confessino, essere un gran difetto di lor nazione; non ponno con tutto ciò in alcuna guisa astenersene; e se il Poeta Tosco affermò di se medesimo.
Nostra Natura fè sì reo costume.
Da ciò, ch’è detto intorno al soverchio bere, e mangiare, ogni uomo di sano intendimento giudicherà senza dubbio, che gl’Inglesi sieno stupidi, e di cervello grossolano: ma la cosa va altrimente; perocchè, oltre all’esser finissimi negozianti, in ogni qualunque scienza, che si voglia, e in tutte le buone arti, non che nelle meccaniche, riescono a maraviglia: e ben chiara pruova ne fanno i lor libri, per tutta Europa estimati dottissimi: onde sembra, che la natura abbia voluto con questo pregio tutti e quanti i lor vizj contrappesare. Si dilettano dello stil laconico, odiando a morte il parlar troppo figurato, e copioso di amplificazioni; avvegnache la lor lingua sia abbondantissima, ed arricchita delle voci più significanti, ch’abbian l’altre favelle di dentro, e fuori Europa. Da ciò nasce però un difetto, comune a tutti i grandi ingegni, cioè, che pensando essi d’aver bastevolmente esplicati i lor concetti; il più delle volte succede, ch’appena con molto studio da’ mezzani intelletti si capiscano.
Quanto alle fattezze del corpo sono gl’Inglesi bellissimi, ed aitanti soprammodo della persona; di carnagione bianca, e di pelo, e d’occhi la più parte neri. Le femmine son d’una bellezza affatto compiuta, e di maniere assai gentili, e cortesi; e vengono estimate in somma una delle sei cose pregevoli d’Inghilterra.
Anglia, Mons, Pons, Fons, Ecclesia, Fœmina, Lana.
Da questa libertà, e non solo dal temperamento dell’aria, credo, che nasca il vedersi certe donzelle appena compiuti i 12. o 13.anni avere un pajo di poppelline enfiate, come se avessero di già partorito trè, o quattro volte; e senza dubbio egli è la virtù del Valentinismo, che le fa divenir così. Avete a sapere, che nel dì S. Valentino, il quale accade a’ 14. di Febbrajo.
(Quando il Pianeta, che distingue l’ore
Del rimanente si veste quasi alle Franzese; se non che le femmine di bassa lega portano un cappello piramidale, con alcuna piumetta per vezzo: però il male si è, che niuna vuol cedere a chi che sia nella magnificenza, e nel lusso; e a gran pena puossi discernere una dama di qualità dalla moglie d’un mercantuzzo di feccia d’asino, e da questa la sua fante.
Circa la Religion d’Inghilterra egli è da sapersi, che vi si predicò la nostra santa Fede a tempo degli Appostoli; e v’ha alcuno scrittore, il quale estima fondator di questa Chiesa S. Paolo istesso; contro l’opinion di coloro, che ciò attribuiscono, senza verun fondamento, a Gioseffo d’Arimatia. Il Cristianismo nondimeno cominciò a fiorire in tempo di Lucio, primo Re Cristiano covertitosi l’anno 180. a persuasione di Eluano, et Eduino: ed è da notarsi contro i settarj, che questo Re non prima accettò la Fede, che non ebbe saputo da Eleuterio, XII. Pontefice (se non m’inganno) dopo S. Pietro, esser concorde quella de’ Cristiani di Brettagna, con quella, che si professava in Roma: addunque egli avea per vero, esser la Romana Chiesa quella, che dovea dar norma a tutte le altre intorno a quel, che si dee credere. Venuti poscia i Sassoni Gentili, di nuovo prese forza il Paganesimo, e vi durò sino al 596. che S. Gregorio mandovvi l’Arcivescovo Agostino, il qual converti tutti e quanti i Sassoni col loro Re.
Se poi vogliam parlare della Religion d’oggidì, voi ben sapete, come, e per quai cagioni Arrigo VIII. sottrasse se, e tutto il suo Reame dall’ubbidienza dovuta al Pontefice; e in qual modo unisse la potestà Regale, ed Ecclesiastica, ponendo il Cielo, e la Terra sossopra a suo capriccio. Bisogna confessar nondimeno, che tanto egli, quanto il suo figliuolo Odoardo, e poi la Reina Elisabetta (che ristabilì la Riforma dopo la morte di Maria, da cui era stata tolta via) usarono in ciò altra sorte di moderazione, che i Luterani, e Calvinisti: perocchè con tutto l’odio inverso la Chiesa Romana, ritennero nulladimeno certe cerimonie esteriori, conformi al Vangelo, e alla disciplina deʼ primi Cristiani. Di questo sentimento furono sul principio alcuni altri protestanti ancora, meno occecati dalla passione; onde in una lettera di Giovanni Lasco si legge intorno alle vesti Sacerdotali. Rursum, quod ad vestes attinet; cùm nullum sit illarum interdictum, et publica hic authoritate sint receptæ; æquum tibi videri, ut illis utamur potiùs, quàm ut illas detrectemus Epist. clar. vir. à Gabbema collect. centur. 3. ep. 3.: dalle quali parole si scorge, che l’amico del Lasco era d’opinione, doversi ritenere l’antico uso delle vesti sacre.
Or benche varie, e differenti Sette sieno in Inghilterra, donde germogliano tutto dì le turbolenze anche dello stato; la principal nondimeno, che si dice della Chiesa Anglicana, si è quella degli Episcopali, cioè di coloro, che ammettono qualche sorte di Gerarchia Ecclesiastica, a differenza de’ Non-Conformisti, detti Dissenters. Così gli uni, come gli altri convengono circa i punti fondamentali con l’altre Chiese Protestanti (fuorchè nel culto, siccome è detto di sopra) ma i secondi non vogliono udir parlare de’ Vescovi, dicendo: che la primitiva Chiesa si governava non già per mezzo di essi, ma bensì d’anziani, ovvero preti: e perciò vengono appellati la più parte di costoro Presbiteriani. Straparlano contro il lusso de’ Vescovi, contro le soverchie lor rendite, e contro l’autorità, che s’hanno acquistata: ma, per quel che ne ho io udito dire, ciò fanno anzi per astio; veggendo gli Episcopali essere stati mai sempre fedeli a’ loro Re; quando essi per lo contrario odiano lo stato Monarchico. Oltreacciò non serbano i Presbiteriani alcuna Liturgia, nè formole di orare; e sino all’orazion Dominicale hanno per indifferente: anzi estimano gran peccato farsi il segno della Croce; abbassare il capo al santo nome di Giesù, ed inginocchiarsi alla Comunione: e in somma dicesi di loro, che servono Iddio alla cavalleresca, e senza cerimonie. Contuttociò egli è sì grande loro Ipocrisia, che son’oltremodo cresciuti in numero, ed autorità.
Si considerano in secondo luogo tra’ Dissenters gl’Indipendenti, o Congregazionisti, così detti dal voler ciascuno di essi fare una particolar Congregazione, non soggetta ad altre leggi, che alla propria volontà; e questi, per dispregio, chiamano i Templi Case co’ campanili. Seguono gli Anabattisti, i quali non sono già così empi, e bestemmiatori, come si fur que’ di Munster, seguaci di Giovanni di Leyden in Germania; ma sostengono solamente, doversi di nuovo battezzar coloro, che si accostano alla lor setta; e che ben puote anche un Laico predicar la divina parola.
I Millenarj s’appellano altramente persone della quinta Monarchia; perocchè eglino, fondandosi sul senso letterale di molti luoghi della sacra Bibbia, follemente si persuadono, che in tra lo spazio di mille anni dovrà apparire nel mondo il Regno temporale di Giesú Cristo.
I Quakeri, o tremanti, biasimano ogni sorte di cerimonie Ecclesiastiche, ed ogni ministerio; rifiutano ogni Sacramento: si burlano delle prediche studiate; e neanche la sacra Scrittura hanno per regola infallibile delle loro operazioni: e quel ch’è peggio, pretendono con tutto ciò di menare una vita affatto simile a quella de’ primi Cristiani. Vantansi di non avere altra guida di quella dello Spirito Santo, il quale, benche sia spirito di pace, e di quiete; essi nondimeno in aspettandone le ispirazioni, tutti tremano; onde ne han preso anche il nome. Con questa credenza uomini, e donne, sovrapresi d’altro estro, che da quello delle Sibille, si pongono nelle adunanze a predicare, nella più stravagante guisa del mondo; e dicono tutto quel che loro viene in bocca; o bene, o male che sia. Una delle loro massime si è, che gli uomini son tutti uguali: e perciò vedrete un plebeo della più vil condizione trattar di tu con qualsivoglia Principe, e starsene col suo cappello in testa, in presenza anche del Rè. Nell’esteriore affettano una gran semplicità; sicchè fra di loro sarebbe un gran delitto usar nastri, o cosa simigliante: ottimo consiglio in vero se procedesse da un vero dispregio delle mondane cose, e da purtroppo finta umiltà di spirito non fusse accompagnato.
Fra tante diversità d’opinioni, e libertà di coscienza, comincia nondimeno a rinvigorire il Cattolicismo; mercè la somma pietade, e zelo del Re, il quale apertamente, e senza visiera fa tutti gli esercizi di buon Cattolico. Egli suole andare a messa nella Chiesa de’ PP. Benedettini, stabilita nel Regal parco di Whitehal, presso al quale abita ancora Monsignor Dada; il primo Inviato di Roma, che da gran tempo siesi veduto in Londra: e oltreacciò fa con molta diligenza fabbricare una Cappella entro la cinta del medesimo palagio. Un di questi giorni ho incontrato anche un Prelato in carozza, vestito d’un lungo abito nero; et hanuomi detto, che sia il Vescovo de’ Cattolici, venuto egli è poco tempo. A dirvi il vero mi son maravigliato forte di certi passi, dati così presto in negozio di tanta importanza. Oltre all’odio universal della plebe, e spezialmente della Scozzese, così gli Episcopali, come i Presbitariani s’uniranno in questo caso a disturbare i disegni del Re; come quelli, che, qualunque siasi il privato loro interesse, hanno ugual ragione di temere amendue de’ Cattolici. Già comincia a vedersi qualche segno di turbolenza; ed io co’ miei amici l’ho chiamato fummo d’un gran fuoco, che si stà allumando. L’Inviato di Luneburgo s’ha fatta anch’egli una cappella in casa, e i Protestanti non voglion soffrirla a patto alcuno: in modo tale che, per tre Domeniche, unitisi circa due mila giovani di bottega, sono andati con estrema sfacciatezza a tirarvi sassi, e farvi le più vituperose, e villane cose del mondo. Il Re, per quel che m’ha detto il Signor Riva, Guardamobile della Reina, se n’è crucciato grandemente; ed ha imposto al Governador di Londra, che prenda gli espedienti convenevoli, per dar qualche soddisfazione all’Inviato, e gastigare insieme l’insolenza di quella canaglia. Dicesi, che n’abbian di già carcerati cento: ma non si sa dove la cosa debba riuscire. Ei non mi pare, che le mutazioni da un’estremo all’altro possano farsi ad un tratto: e dovrebbe il Re Giacomo II. aver conosciuto lo stravagante genio de’ suoi vassalli, e le funeste tragedie, succedute, egli non è gran tempo nel suo Reame. Giammai i Rè d’Inghilterra non hanno avuto un dominio assoluto, e degno di Rè; ma non mai tanto minore, quanto dopo la pretesa Riforma, a cagion della moltiplicità delle Sette, introdotta colla libertà di coscienza, ch’io soglio chiamare la foriera dell’Ateismo. La diversità di Religione ha molto più forza di divider gli animi, anche de’ più congiunti, di quello, che noi non crediamo: ed impossibil parmi, che possano, giusta il lor dovere, concorrere tutti i membri d’una Repubblica ad oprar bene (cioè concordemente, per la universal salute dello stato) ove si truova una cotal discordanza, che disturba là parte più nobile, e divina dell’uomo. Voglio dire, che giammai non può esser vero Monarca colui, i di cui sudditi uguale opinione delle cose divine non hanno: e ben chiara testimonianza ne fecero sotto Carlo I. le fazioni de’ Presbiteriani, e degli altri Non-conformisti contro de’ Vescovi. Util cosa adunque sarebbe al Rè Giacomo il dichiararsi Cattolico, quando avesse speranza certa di trarre tutti i suoi vassalli nella sua sentenza; perocchè potrebbe seguentemente sperare di avergli un giorno a comandar tutti a sua posta: ma quando ciò non ha alcuna apparenza di riuscire, che è altro il volersi palesar di una Religione odiata da’ sudditi, se non comperarsi a caro prezzo primamente un rancore di essi, poscia un’aperto odio, e finalmente uno sfacciato dispregio, e disubbidienza? Festina lentè, dice l’antico provverbio; e quando fusse in tutt’altro falso, ei si vorrebbe diligentemente osservare nelle cotali cose. Se si stasse in un paese, dove il voler del Principe stimasi legge inviolabile; in buon’ora: il zelo sarebbe commendevole, e potrebbe per avventura far gran frutto: ma qui ancor fuma, e grida vendetta il Regio sangue, vituperosamente, e a perpetua ignominia della nazione stessa, sparso per man di boja. Udiranlo i secoli avvenire, e forse nol crederanno, che un Parlamento, assembrato per autorità del Rè, sopra lo stesso Rè abbia avuto ardire di giudicare. Facciamo un poco il Fidenzio Seneca in Agamennone..
Regnorum magnis fallax
Fortuna bonis! in præcipiti,
Dubioque nimis excelsa locas.
Nunquam placidam sceptra quietem,
Certumve sui tenuere diem.
Veramente, a volerlo ben considerare, è assai meglio nel suo genere il Governo Turchesco, che questo d’Inghilterra: perocchè quantunque in amendue molto si pecchi; nel primo cioè di soverchia autorità del Monarca; nel secondo di troppo nodi, e ceppi, con cui ella è limitata; sempre nondimeno deesi, per mio avviso, anteporre uno stato men facile a degenerare in un’altro peggiore, e men soggetto alle discordie civili[1]. L’Inghilterra, per quanto lece antivedere ad occhio mortale, giusta le disposizioni d’oggidì, egli è d’uopo, che passi da Monarchia in una strana meschianza di Aristocrazia, e Democrazia, o più tosto di Oligarchia, [testo greco] Et Oclocrazia.; sino a tanto, che coll’intero distruggimento di queste contrade, l’una delle due abbia a prevalere. Il Turco, come dissi, fa più che a Monarca legittimo non s’appartiene; ed è propriamente Tiranno, se riguardiamo le nostre leggi, e costumi: ma forse a quei popoli Asiatici, per lungo uso avvezzi al comando d’un solo, sembrerà presso che dolce, e soave un giogo cotanto duro. Ad ogni modo mi par che meglio potrebbon sanarsi i morbi di quella monarchia, che dell’Inglese. Ciascun Governo dee esser perfetto nel suo genere, ma il monarchico più di tutti per le medesime ragioni, le quali pruovano, tale stato essere il più perfetto. Egli si fu il primo, che s’introducesse nelle Cittadi[2], affin, ch’il Regnante quella sollecitudine, e studio ponesse a pro de’ Cittadini, che usano i padri di famiglia nelle private case: e ciò con più verace libertade, che in ogni altro stato, che siasi: imperocchè nella stessa guisa, che somma libertade si è il non ubbidire ad alcuno; così minor servitù deesi appellare il dipender da’ cenni d’un solo, che di molti. Infinite pruove, ed esempli potrei quì recare e dalle sacre, e dalle profane carte: ma per non darvi più seccaggine, mi contento, in confermazion di quel che dicea, ridurvi a memoria primamente il detto di Tacito: Eam conditionem esse imperandi, ut non aliter ratio constet, quàm si uni reddatur Tacit. 1. Annal.:quindi le parole di Marziale.
Qui Rex est Regem, Maxime, non habeat.
[testo greco]
[testo greco]
[testo greco]
Ei non è buono il dominar di molti.
Un sol Principe sia, un Rè, cui ’l figlio
Del torto consiglier Saturno diede
Lo scettro, e ’l dritto di regnar tra loro.
Or se queste condizioni truovansi nel signoreggiar de’ Monarchi Inglesi, apertamente da voi stesso iscorgerete, esaminando le lor leggi, e costumi.
Il Parlamento egli si è composto di due Camere; cioè dell’alta, e della bassa, ovvero de’ Signori, e de’ Comuni. Il Re solamente può farlo assembrare, disciorre, e prorogare; o pur colui, il quale, essendo egli fuori del Reame, ovver minore, governa in sua vece. Quando addunque hassi a congregare, mandansi quaranta giorni prima, lettere circolari, che diconsi Writs, a tutti i Pari Ecclesiastici, e Secolari, che forman la prima Camera; e a’ Visconti in ciascheduna Provincia, o sia Governadori; acciò d’ogni contado si scelgan due Cavalieri, e d’ogni Cittade, o villaggio uno, o due Diputati (giusta il dritto di cadauno) per dover comporre la Camera bassa; e determinar così tutti uniti d’alcuno importante affare, che riguardi l’utilità, e sicurezza del Re, e del Reame. Dal dì che ciaschedun di costoro si pone in cammino, per venir al solito luogo dell’Assemblea (che di presente è il Regal Palagio di Westminster) eglino, con tutta lor famiglia, non sono in alcuna guisa soggetti ad esse citati, o imprigionati, fuorchè per delitto di lesa Maesta, tradigione, o sedizione: anzi quei de’ Comuni hanno una convenevol somma di danajo per le spese del viaggio, e per contrappesare in alcuna maniera ciò, che perdono in anteponendo a’ lor privati negozj la pubblica utilitade.
La Camera alta si compon di dieci Duchi (tre de’ quali denno esser del sangue Regale) tre Marchesi, 56. Conti, 9.Visconti, 67. Baroni, 2. Arcivescovi, e 24. Vescovi, che fanno in tutto 171. persone. Nella bassa sono 92. Cavalieri, rappresentanti tutte le Contee, 4. Diputati di due università, 4. della sola Città di Londra, 16. Baroni per gli cinque principali porti del Regno, e in fine tutti gli altri diputati de’ Villaggi, che godono di tal dritto: e tutti costoro fanno il novero di 506.
Quando ei si vuol dar principio al Parlamento, entra il Rè nella Camera de’ Signori co’ suoi abiti solenni, e colla corona sul capo; e, postosi a sedere, suol fare un’oranzioncina, manifestando le cagioni, per le quali lo ha egli fatto assembrare: e poscia più apertamente fa palese la sua intenzione per bocca del Cancelliere: e intanto la Camera de’ Comuni se ne sta in piedi, e col capo nudo avanti la sbarra. Dopo di ciò si dice a costoro da parte del Re, ch’eleggano l’Oratore: ed eglino tornano nella loro camera, e fannolo; per recarlo poscia al Re uno, o due giorni appresso. Suole quest’Oratore, accettata una tal dignità, chiedere al medesimo Re tre cose; cioè, che possano i Comuni, durante il Parlamento, venir liberamente a dir ciò, che occorre a S. M. in secondo luogo, che con ugual libertà sia lecito a cadauno dir la sua openione nella assemblea: e finalmente la franchigia d’ogni sorte di citazione, bando, e cose simili, siccome è detto di sopra.
Se accade aversi a porre alcuna gabella, l’affare comincia a disaminarsi nella Camera bassa; perocchè il popolo si è quello, che, portando la maggior parte del peso, vi ha maggiore interesse d’ogni altro. Ella ha eziandio privilegio di accusare i malfattori, quando anche fussero de’ primi del Reame: onde si veggono talora i Comuni alla sbarra de’ Signori, impiedi, e scoperti produrre scritture, e testimonianze contro qualche Pari; mentre quelli se ne stanno a giudicar la causa di alcuno forse de’ lor compagni.
Ciascun membro del Parlamento può a suo piacere proporre in iscritto, a qual delle due camere egli vuole, quell’espediente, che giudica più convenevole al pubblico. Or questa scrittura s’appella Bill, e ’l Greffiere, (che noi diremmo scrivano, o Secretario della Camera)ha cura di leggerlo in piena adunanza; acciò quindi si rifiuti in tutto, o pure se ne commetta l’esaminamento a un certo novero di Commessarj, che dicesi Commitèe. Abburattato, ch’egli è da’ Commessarj suddetti, riferito alla Camera, ed approvato; si legge ben due fiate, in differenti giorni, e si trascrive in pergamena: dopo di che si legge la terza volta; e ’l Cancelliere, o pur l’Oratore sententiam rogat s’ei si vuole, o no accettar per legge. Se la maggior parte afferma, il Greffiere scrive sotto al Bill in antico linguaggio Franzese: soit baillè aux communes, ovvero aux Seigneurs, giusta la differenza delle Camere.
Egli dee sapersi ancora, come in segno di riverenza, i Comuni non mandano a proporre alcun Bill a’ Signori, che per mezzo di 30. o 40. de’ loro; quali entrati nella Camera, colui, che lo reca fa tre inchini al Cancelliere (il quale vien sino alla sbarra all’incontro) e lo gli pon nelle mani. Dall’altro canto s’avvien, che i Signori propongano un Bill a’ Comuni, soglion mandarlo per un qualche Uficiale della Cancellaria; il quale, accostatosi all’Oratore, dee far parimente tre inchini, e consegnarli la scrittura.
I voti poi non si danno già per via di pallottole, ma gridandosi alla rinfusa si, o nò: in modo tale che se non può ben, distinguersi il maggior numero; quelli della sentenza affermativa escon fuori, e gli altri rimangono: e quindi una persona a ciò destinata gli conta. Nella Camera alta la bisogna va altramente; perciocchè l’ultimo Barone dice primamente il suo parere; e poscia gli altri di mano in mano, giusta l’ordine di loro anzianità, rispondono: contento, o non contento. In caso che l’una Camera accetti, e l’altra rifiuti un Bill, fassi una Conferenza di egual novero di persone per cadauna: e se convengono fra di loro, bene; altramente divien nullo. L’anima però di queste leggi si è il consentimento del Principe.
Infinite particolarità avrei a scrivervi su questo affare, ma la lettera comincia a divenir libro: e perciò mi par bene di finirla una volta, dicendovi, che dovendosi prolungare, o disciorre il Parlamento, si manda dal Re l’Usciere della verga nera a’ Comuni, acciò vadano alla sbarra de’ Signori; dove giunti, il Cancelliere gli fa consapevoli della di lui volontà. Dicesi Usciere della verga nera a causa che egli porta in mano una verga nera di circa tre palmi, coll’estremità d’argento, e con essa batte la porta della Camera. Del
- ↑ Hippolit. à Collib. in Principe cap. 24
- ↑ Justin. in princ.
- Testi in cui è citato il testo La gola e 'l somno et l'otïose piume
- Testi con annotazioni a lato
- Testi in cui è citato William Camden
- Testi con errata corrige
- Testi in cui è citato Gaio Giulio Cesare
- Testi in cui è citato il testo La guerra gallica
- Testi in cui è citato Pomponio Mela
- Testi in cui è citato Publio Cornelio Tacito
- Testi in cui è citato Joachim Feller
- Testi in cui è citato Georgius Hornius
- Testi in cui è citato Brunetto Latini
- Testi in cui è citato il testo Il Tesoro (Latini)/Libro I/Capitolo XXXV
- Testi in cui è citato Pierre Davity
- Testi in cui è citato Gaio Svetonio Tranquillo
- Testi in cui è citato Adriano
- Testi in cui è citato Elio Sparziano
- Testi in cui è citato Cassio Dione Cocceiano
- Testi in cui è citato John Barclay
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- Testi in cui è citato Paolo di Tarso
- Testi in cui è citato Jan Łaski
- Testi in cui è citato Lucio Anneo Seneca
- Testi in cui è citato il testo Annali (Tacito)/I
- Testi in cui è citato Marco Valerio Marziale
- Testi in cui è citato Omero
- Testi in cui è citato il testo Iliade
- Testi in cui è citato Dione Crisostomo
- Testi SAL 75%
- Testi che usano NMIS
- Testi in cui è citato Hippolyt von Colli