Viaggi per Europa/Lettera XXV
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| D’Amsterdam a’ 15. di Giugno 1686. |
XXV.
Onciossiecosa che lo scriver troppo spesso a una medesima persona soglia produrre effetti non guari diversi dal soverchio cicalare; e lo abusarsi della bontà degli amici sia uno esporsi evidentemente al loro disdegno: io non veggo nondimeno il modo di tacermi, quando alla giornata nuova materia mi s’appresenta; e so che voi, oltre allo averlomi spressamente comandato, ne prendete pur qualche sorte di piacere. Come che egli è 6. giorni vi scrissi da Anversa, non voglio appatto alcuno, che Amsterdam col tempo abbia ragione di lagnarsi di me; quasi non meritasse di venire ancor’ella a voi sopra una lettera. Or, per ragionare secondo l’ordine altrove tenuto, feci io mossa a’ 10. del corrente da quella Città, sopra una barca: e ’l vento ne fu così favorevole, che in men di poco tempo saremmo quì giunti, se nel villaggio di Lilò, frontiera degli Stati Generali, non fussimo stati trattenuti. Lasciammo primamente a destra Bergobson, terra del Brabante; quindi a sinistra Tortol, Città di Zelanda; è in fine la mattina del Martedì 11. ne trovammo aver fatto 21. leghe, giugnendo in Dort, ovvero Dordrecht.
Pensano alcuni, ch’ella tragga il nome da un fiume parimente Dort appellato: ma, veggendola io assisa presso a quattro fiumi, cioè la Mosa, il Vahali, la Lingia, e la Mervia; non mi par, ch’eglino abbian tutta la ragion del mondo, quando anche un di questi nella favella Ollandese si chiamasse Dort. Tempo fa ella si era terra ferma: e l’esser di presente Isola vien dalla spaventevole inondazione, accaduta nel 1421. allor che rimasero 72. Terre innabbissate dall’acque, ed affogati sino a 100000. uomini. Ella ha circa un miglio di lunghezza, e di figura si risomiglia a una galea. I suoi edifici sono alti, e di buona simmetria; le due strade principali assai diritte, e ben lastricate; e le Chiese ragguardevoli, ispezialmente quella di Nostra-Donna. Tra le strane prerogazioni di questa Città, oltre a quella di esser la sola, ove si conia moneta; dee annoverarsi il potere arrestare tutte les mercatanzie, che vi passano; ed obbligare i padroni a venderle a’suoi Cittadini; i quali poscia le trasportano altrove.
Vien governata dallo Sculteto, che il Governador d’Ollanda sceglie da’ tre nominati dal Senato; da un Console, eletto da’ Sotto-Senatori, ovvero Dud-Raden; e da otto persone diputate dal Pretore, che portan nome di Goed-luyden van achte, se mal non mi rammenta: oltreacciò da’ 9. Schiavini, e da cinque Senatori.
Da Dordrecht ne innoltrammo verso il villaggio di Wilmstat, dove, lasciato il canal salso, entrammo nella Mosa: e in tal guisa, continuando con vento favorevole il cammino per 4. leghe, appena le undici ore furon passate, che giugnemmo in Rotterdam, dove io diedi al barcajuolo per la parte mia 4. scalini, e due soldi.
Comune opinion vuole Davity de l’Europe tom.2. pag. 311., che Rotterdam tragga il nome da un canale a lei vicino, che dicesi Rotter; benche altri altramente vianus 1.10. estimino[1]. Che che sia di ciò, ella può dirsi di presente una delle Città più mercantili di Europa; gran mercè alla sua Mosa, e al mare non più discosto, che cinque leghe: ma vie più all’industria de’ Cittadini, i quali amano meglio d’aver ricche botteghe, e fondachi, che vistosi, e superbi palagi: e di quì nasce eziandio il non vedersi altri ponti, che di legno sulle braccia del canale, che bagnan diverse contrade della Città; e fino alla Borsa essere malamente edificata, non che abbellita. Il maggiore ornamento di lei addunque si è nella maggior piazza una statua di bronzo, dirizzata in onor del suo famoso Cittadino Erasmo; lume, esplendore del suo secolo, e ristoratore delle buone lettere di quà da’ monti. Se io credessi di potere adeguar con parole la dignità del soggetto, direi alcuna cosa in sua laude; ma egli non è molto agevole il venirne a capo, e allora sì, che la lettera diverrebbe insopportabile per la lunghezza. Dirò solamente, che tutta la mala openione, a torto conceputa di lui tra la più parte de’ Cattolici, trae origine dalle piacevolezze, che troppo arditamente egli scrisse, ne’ Colloquii, ed altrove; e dall’aver biasimato le vane, ed inutili sottigliezze de’ moderni Peripatetici; spezialmente di coloro, i quali, senza aver giammai a’ lor dì letto Aristotile, spacciansi suoi seguaci, sol con quattro distinzioni fantastiche, che non montan nulla, e che altronde, empion di confusione la mente de’ miserelli studianti. Or questi dottori sottili, i quali, al far de’ conti, non sapranno unqua render ragione di quel, che insegnando vendono a così caro prezzo; si sono ingegnati sempremai di far venire Erasmo in opinion di Luterano, e peggio ancora; affinche colla di lui persona perdesse anche di pregio, e di riputazione la sua dottrina: tanto più, ch’a’ suoi tempi il mondo era così offuscato dalle tenebre d’ignoranza, che la causa di quel gobbo d’Aristotile si estimava causa di Religione; quando a belle lettere di scatola, ne insegna Santo Agostino, ne’ libri della Città d’Iddio D. August. de Civitate Dei cap. 23., che i Teologi, e non i filosofanti denno usar circospezione nel lor favellare. Liberis verbis loquuntur Philosophi, nec in rebus ad intelligendum difficillimis offensionem religiosarum aurium pertimescunt: nobis autem ad certam regulam loqui fas est; ne verborum licentia, etiam de rebus, quæ his significantur, impiam gignat opinionem. E pure l’Università di Parigi avea molto tempo prima vietato l’Aristotelismo, veggendo, gli errori d’Almaino da tal fonte essere nelle scuole sopravvenuti Ioannes Launojus de varia Aristot. fortuna. Del rimanente quanto Erasmo avesse l’animo alieno dalla pretesa Riforma, e da’ Riformatori, ben chiaro si scorge da moltissime sue pistole, dirizzate a Corrado Pellicano, al Melantone, ed altri di quel partito: e dalla stima altresì, che ne faceano i Principi Cattolici, e lo stesso Sommo Pontefice.
Prima di passare oltre sappiate una favoletta, che nella sua patria si dice intorno alla cagione, che lo indusse a fuggirsene via del monistero di Tergu. Narrano adunque, che nel giardino del monistero suddetto avea un bellissimo pero, il quale portava le più soavi, e saporose pere, che fussero in tutta la contrada: delle quali essendo fuori d’ogni estimazione vago Messer lo Superiore; avea fatto un rigoroso, e tremendo divieto, con minaccie gravissime, che niun Frate avesse ardire di toccarne, per quanto cara si avea la sua grazia, perche egli le volea tutte per se. Or Erasmo, al quale nientemeno, che al Superiore gustavano, si levò parecchie volte pertempissimo, e con grandissima sua consolazione si satollò delle vietate frutte; in modo tale che, veggendole quegli tuttavia scemare, si ebbe nel suo animo deliberato, di scoprire chi si fusse il ladro, et aspra, e ricordevole penitenza fargliene portare. Laonde postosi alquante mattine tutto soletto a spiare dalla finestra della sua cella, alla fine gli venne una volta veduto in sul pero. Come che egli si ristesse tacito, se cheto aspettando la vegnente luce, per riconoscerlo; non potè far sì, che dal sospettoso, ed accorto Erasmo non fusse udito; il quale immantinente dall’albero calato giù, sì bene nello andarsi via seppe contraffare il zoppo; che l’Abate ebbe per certo, non lui, ma un’altro frate, che zoppo si era, aversi in più volte le sue dilette pere manicate. Adunque, come il dì fù venuto, chiamati a Capitolo i Religiosi, disse loro forse cento belle considerazioni sopra la virtù di santa ubbidienza; e in fine, tutto pieno di mal talento, rivoltosi al zoppo, agramente di sua contumacia, e golositade il riprese, delle rubate frutte increpandolo: al che avendo quegli pur due, e tre fiate replicato, non esser vero, e che egli si era innocente da un tal peccato; niente però di meno, costante nel suo pensiero, come colui, il quale a certi segni pareagli d’averlo conosciuto; durissima penitenza gl’impose, dando molto di che ridere al vero ladro, e una gran spinta a sottrarsi dalla di lui indiscretezza. V’ho scritta questa novelluzza per far ridere anche voi; perche io non ho così mala openione d’Erasmo, che per tal frivola cagione si facesse smuovere dal buon proponimento.
Veduta Rotterdam, posi le mie valige nella barca, che suole andare, e venir da Delfi; e poscia tornai in Città per iscambiare una dobbra; ma intanto la barca partissi senz’aspettarmi, ed io mi vidi astretto a pormi incontanente in carozza, a fine di prevenirla, o almeno sovraggiungerla per istrada. Camminandosi sempre di buon passo, a veduta di lieti, e vaghi giardini; lasciammo, dopo una lega, il villaggio, detto, se non m’inganno, Acerski; e finalmente giugnendo in Delfi trovai la barca, e ricuperai le valige.
Delfi, Città edificata da Gottifredo di Lorena, soprannominato il Gobbo, si vede oggidì ristorata dalle patite dissavventure[2] in una forma vaga sì, ma difficile a ben difendersi: perocchè alla lunghezza di quasi un miglio, non ben corrisponde poi la larghezza; la quale tanto più sembra difforme, e sconvenevole, quanto che, passandovi per mezzo il fiume Delft, più sprovveduta di abitazioni sembra agli occhi de’ riguardanti. Il suo porto è nella Mosa, assai comodo, e capace; donde nasce la ricchezza de’ Cittadini, applicati la più parte al negozio della cervogia, e de’ panni. Molti sono i belli edificj sparsi per la Città, che io non potei da presso osservare in quelle poche ore di dimora, che vi feci: solamente dirovvi, che la Chiesa appellata Vechin-d’Ode-KerKen è assai bella, a cinque navi; e v’ha tre famosi Sepolcri di fino marmo, di Marino Harprect, Pietro Heinsio, ed Elisabetta Tegor. Nella Chiesa di Dinivin-Kerken son le tombe di quattro passati Principi di Oranges, fra le quali tiene il primo luogo quella di Guglielmo, principale strumento della libertà d’Ollanda. Le statue, che l’adornano simboleggiano le sue principali virtù, ed eroiche azioni: come sarebbe a dire una col cappello in testa, col motto: Aurea libertas: pensiero tolto dalla medaglia di C. Cassio, se mal non mi rammenta: un’altra tenente la bilancia, con queste parole: Jovis tranquillitas in undis, etc. L’iscrizione dice così.
D. O. M.
Æternæ memorię Guillelmi Nassovii, supremi Arausionensium Principis, Pat. Patriæ: qui Belgii fortunis suas posthabuit: et suorum validissimos exercitus are plurimùm privato bis conscripsit, bis induxit. Ordinum auspiciis Hyspanicam tyrannidem propulsavit: veræ Religionis cultum, avitas Patriæ leges revocavit, restituit: ipsam denique libertatem, tantùm non assertam, Mauritio Principi, paternę virtutis hęredi filio, stabiliendam reliquit. Herois verè Pii, prudentis, invicti, quem Philipp. II. Hyspan. R. ille Europę timor, timuit, non domuit, non terruit; sed empto percussore fraude nefanda substulit. Fœderat. Belg. Provinc. perenni meritor. Monum. P. C. C.
Postomi quindi in un’altra barca, che conducea alquanti cavalieri, e dame; pervenni in men d’un’ora alla Haye, discosta circa una lega. In queste contrade le barche sono la più agiata cosa del mondo: perocchè hanno la carena larga assai, nella guisa, che si conviene ne’ fiumi; e poi son coperte a modo di gondole, v’ha ne’ lati lunghi, e ben’acconci scanni per sedere: e quel, che più importa, tutta questa comodità si truova a un più vil costo, che per avventura non v’immaginate. Per istrada si venne, d’un ragionamento in altro valicando, a far motto prima delle delizie della nostra Napoli, e del suo Posilipo, e poscia tratto tratto di quelle dell’antica Baja, cotanto da’ Romani estimate. Un gentiluomo Tedesco, il qual venìa con esso noi, portava openione, che quelle vestigia di grandi fabbriche, da lui vedute sotto acqua, in tutto lo spazio, che soggiace alla Fortezza; doveano per lo passato essere state lungo la riva del mare: e che poscia, innoltratosi questo entro terra (nella stessa guisa, che in alcuni luoghi suole allontanarsene) fussero rimate così coperte, come ora sono. Ma io ben tosto lo sgannai, facendogli apertamente comprendere, ch’anzi il mare avea, col tempo, ricuperato, ciò che ingiustamente gli era stato tolto: e per mia ventura mi si fecero a mente le parole di Cassiodoro, il qual dice[3] Quantis ibi molibus marini termini decenter invasi sunt? quantis in visceribus ęquoris terra promota est? Queste moli furon da Vergilio più propriamente appellate pilæ; poste bensì per mezzo delle moli, o macchine Virgil .9. Aeneid. ver. 710.:
Qualis in Euboico Bajarum littore quondam
Saxea pila cadit, magnis quam molibus ante
Constratam jaciunt ponto; sic illa ruinam
Prona trahit, penitusque vadis illisa recumbit.
Miscent se maria, et nigræ attolluntur arenę.
Tum sonitu Prochyta alta tremit, durumque cubile
Inarime, Iovis imperiis imposta Typhæo.
Vedete, che immagine grande si è questa! e come si compiace il Poeta negli ultimi versi di amplificare smoderatamente il fracasso, cagionato dalle pile, gittate in mare. A me par certamente di veder cadere una montagna intera: ma a lui non era ciò gran maraviglia, poichè altrove da un solo uomo fece recare un bel pezzo di monte Aeneid. X. vers. 128..
Fert ingens toto connixus corpore saxum,
Haud partem exiguam montis, Syrnesius Aemon.
Favellandosi poi della villa di Cesare Dittatore, io m’ingegnai di far conoscere, che non solamente egli è certo, essere stata in tra ’l Mar morto, e Baja, siccome vuol l’Autore della Guida de’ Forestieri; ma eziandio tra quello, che di presente dicesi il castello di Baja, e ’l sepolcro d’Agrippina: avvisando Tacito, che costei: levem tumulum accepit vìam Miseni propter, et Villam Cæsaris Dictatoris, que subjectos sinus editissima prospectat. Tacit. Annal. 14. Or’egli è palese, che dal sepolcro d’Agrippina verso Miseno, e Mar-morto si scende sempre: addunque la Villa di Cesare dovea essere di là dal sepolcro verso Baja. Aggiungo, che forse forse ella era nel medesimo luogo, ove ora è il Castello; posciachè nel muro del bastione, detto dello stendardo vedesi riposta un’antica iscrizione, da pochi sinora osservata, la qual dice:
iuliae eroTini
mystis caesaris vIllic.
familia quae sub eo est
... ob .. merita eius.
Più sotto, verso Miseno, credo, che fusse la villa, già di Mario, e poscia di Lucullo, e di Valerio Asiatico, ove morì Tiberio: e potrebbe di leggieri adivenire, che quindi anche susse stato recato al Signor cit. Annal. Valletta quel pezzo discreta cotta Sveton. in Tiber. Tacit. Annal. 6., che sembra frammento di un qualche testo di fiori, in cui si veggono impresse, come con un sugello, le seguenti parole.
hyacinthi
iuliae. aug.
imperocchè egli non è affatto inverisimile, che Tiberio se n’gisse a morire in una villa, dove era stato solito d’usare, allor che Giulia Augusta sua madre vi avea fatta qualche dimora.
Con questi ragionamenti (non senza noja dalle dame ascoltati) entrammo nella Haye; villaggio, il qual di gran lunga dee anteporsi a molte delle più famose Cittadi: non solamente a cagion di sua abbondanza, de’ superbi edificj, spaziose piazze, e strade ottimamente lastricate; ma per essere altresì l’ordinaria risidenza degli Stati Generali, e di Guglielmo Principe d’Oranges lor perpetuo Governadore; siccome ne’ passati tempi erasi sede de’ Conti di Ollanda. Abita egli nel famoso Castello di T’Hof-van-Hollandt, che val quanto Corte di Ollanda, così appellato dall’essere stato abitazione de’ Conti suddetti: ond’è, che nella Cappella, che quivi ancor rimane, veggonsi le tombe di Alberto, soprannominato il Bavaro, e di Margherita sua moglie. Il modo di trattarsi di Guglielmo si è più tosto da Principe, che da Governadore; poichè a sua custodia entrano ogni giorno di guardia due compagnie di fanti nazionali; una di alabardieri Svizzeri; e un’altra di cavalli, e di dragoni a vicenda. Tutti costoro son vestiti schiettamente di color turchino; ma gli Svizzeri vanno di più adorni di frange d’oro, e d’argento. Quando entrano i fanti, precedono i picchieri a’ moschettieri, al contrario di quel, che si costuma tra gli Spagnuoli.
Gli appartamenti poi sembraronmi addobbati veramente alla regale, quella mattina, che fui a veder desinare il Signor Principe: e per non esser troppo lungo, mi rimango ora di andarne partitamente tutti i vaghi arnesi divisando. Come che egli era andato in campagna a far pruova di certe carcasse; vidi la Principessa mangiar sola nelle stanze di sopra. Ella, siccome sapete, appellasi Maria Stuart, ed è figliuola del Re d’Inghilterra. Circa le fattezze, non voglio tradir la mia coscienza, chiamandole belle, quando non fo poco a non dirle brutte; e quel, che sarebbe peggio, sgarbate, e sgraziate, e fuor d’ogni estimazione superbe. Come il suo Cappellano ebbe benedetta la mensa in lingua Ollandese, ella si pose a mangiar molto in fretta, e in gran copia; senza però molto bere: e quando ciò facea, la dama, che reçava la coppa, piegava il ginocchio.
Essendo poscia venuto il marito, scesi io nell’appartamento inferiore, dove egli s’era posto a tavola con otto Generali, in una stanza contigua alla sala degli Svizzeri. Quanto al ceremoniale, tutta la differenza consistea nell’essere egli assiso nel più decente luogo, in una sedia di velluto chermisì, ch’avea la spalliera un mezzo palmo più alta delle rimanenti, le quali non aveano altra copertura, che di panno dello stesso colore. Il suo volto sorpassa in bruttezza quello della moglie: e con quel naso adunco, come di corbo, mostra, secondo le regole de’ Fisonomici di essere un’uomo rapace, e crudele. Ma che bagattelle vado io rammentando? Egli dalla fanciullezza si è accostumato fra le armi: e per conseguente ha congiunto alla natural maturità di giudicio una grande isperienza intorno al mestier della guerra; ond’è, che alcuni lo ripongono traʼ migliori Capitani di questo secolo, e forse non senza ragione.
In questo medesimo palagio s’assembra la Camera Generale di esso Principe, come a Prefetto degli Stati: oltreacciò il Senato Provinciale, composto di 14. Senatori, e un Presidente: il Senato di Brabante, che per delegazione conosce delle cause appartenenti alle Cittadi di quella Ducèa, soggette agli Stati: la Camera de’ Conti, in cui son quattro Diputati: Il Consiglio di Guerra; il Consiglio di Giustizia, detto Hooghen-Raed, dal quale non si ha appellazione; e in fine la Camera degli Stati Generali, composta di 80. Diputati delle Città confederate. Non potei io entrare nella stanza di questi ultimi, essendovi eglino attualmente a deliberare di non so qual’importante negozio; ma del rimanente vidi nella prima sala gran novero di bandiere, ed arme tolte a nimici; e quindi entrai nella Camera di Giustizia, e de’ Conti. Nella suddetta sala son picciole botteghe di varie merci, spezialmente di libri curiosi; in fra quali grande spaccio si facea di quello, che vi mentovai da Londra: Plaintes des Protestants. Andai poscia, per una loggia coverta, alla stanza, ove si ricevono gli Ambasciadori, la quale erasi tutta di buone tapezzerie nobilmente addobbata: e vi avea attorno al banco 24. sedie, coperte di panno verde; tutte eguali, fuor che quella del Presidente, alquanto più rilevata; dirimpetto a cui si pone a sedere lo Ambasciadore introdotto. La dignità di Presidente tocca una settimana per cadauno a tutti i 24.: quando però dee lo Ambasciadore trattare d’alcun particolar negozio, ciò fa co’ Diputati solamente, in un’altra picciola camera contigua. Finalmente vidi una gran libraria, copiosa fuor di modo di ottimi manuscritti, e de’ più rari libri, che possan desiderarsi.
Poco lungi dall’abitato si truova un delizioso boschetto, in cui, tra l’ombra, amena di mille varietà di altissimi, e fronzuti alberi, sogliono passeggiar coloro, a’ quali le nojose cure della Città fan la cheta, e tranquilla solitudine alcuna fiata desiderare: qual diletto altrettanto divien maggiore, quanto la lontananza de’ più feroci animali, ha fatto i mansueti, e timidi conigli, le fugaci lepri, e le veloci damme, ed i snelli cervi in maravigliosa copia moltiplicarvi: sicchè quando ogni altro piacere mancasse, giammai non vien meno quel della caccia.
Può vedersi anche, mezza lega lontano dalla Città, l’antica Badia di Laosdunen, di cui non resta di presente in piedi altro, che la Chiesa: e quivi sta sepellita, con tutti i suoi figliuoli, la Principessa Margherita, figliuola di Fiorenzo Conte d’Ollanda, la quale in pena dell’avere schernita una povera donnicciuola, che due figliuoli gemelli avea dati alla luce; piacque al Cielo, esauditore de’ voti della meschina, che sino a 364. ella ne partorisse. L’istoria è ben palese, nè fa d’uopo il farne quì più lunga menzione.
Il Giovedì 13. udita primamente messa nella Cappella del Signor Ambasciador Cattolico, mi posi in barca, colla spesa, d’uno scalino; e fatta una lega, a veduta di ben coltivati terreni, pervenni in Leyden; dagli antichi appellata Lugdunum Batavorum, ed ora assai famosa, non men per lo gran traffico di tele, e di panni, in cui s’adoprano i suoi cittadini; che per esser metropoli della Rhenolandia, ed una delle più famose Università di quà da’ monti. Ella è situata a 50. gr. 40. minuti (se mal non mi rammenta) di latitudine, in paese piano, ed ameno, e tutto da’ varj canali irrigato; di modo tale, che le isolette da essi formate, egli è d’uopo tenerle congiunte per mezzo di circa cencinquanta ponti, quai di legno, quai di pietra; ed altrove per l’ampiezza de’ canali passarvi in battello. La sua figura s’accosta alla circolare, e vien d’ogni intorno difesa da buone fortificazioni. Al di dentro poi si veggono le principali strade adorne tutte di lunghe file di alberi, e lastricate di buone pietre, o pur di mattoni; assai meglio, e più pulitamente tenute, che in alcune Cittadi non son le camere istesse. Per la brevità del tempo, che vi dimorai, altro non mi venne veduto, che una bella, ed antica Chiesa di S. Pietro, la quale è a cinque navi: e poscia quella de’ Rifugiati Franzesi, in cui attualmente predicava un Ministro, ingegnandosi, con varj esempli delle storie sacre, di consolare il suo popolo, afflitto dalla persecuzione, che soggrono i lor congiunti nella Francia.
Passai quindi all’Università, e data una picciola mangia a’ bidelli, fui menato al giardino de’ semplici, adorno delle più singolari piante, che mai nascono nell’Indie, e in Affrica, e pieno di gran varietà di stravaganti animali: e di tutto ciò dansi agli stranieri le figure stampate in due fogli reali. Nella stanza, ove si fa la notomia, veggonsi molte raritadi, a cotal’arte appartenenti, ed altre cose degne di esser riguardate; fra le quali non dee esser passato in silenzio un cavallo marino morto.
Finalmente partitomi ieri da Leyden, feci in prima cinque leghe sino ad Harlem, pagando due scalini la barca; la quale vien tirata da un cavallo, e fa circa 4. miglia Italiane l’ora. Questa Città capo del la Frisia Occidentale, detta altramente Kennemerland, si è cinque leghe distante dall’Oceano; e fa il secondo voto tra gli Stati Generali, come colei, che per bontà di sito, e di fortificazioni, e per ampiezza di circuito, e convenevol numero di ricchi abitanti, a poche altre dee riputarsi seconda.
I suoi cittadini contendono, doversi loro l’invenzion della stampa; dicendo, che primo autore ne fù Lorenzo Costero, o, come altri dicono, Gianson quivi nato, e cresciuto e che Giovanni Fausto suo discepolo la portò poscia in Amsterdam, quindi in in Colonia, e finalmente in Magonza: dove essendosi più, ch’altrove messa in opera, n’è venuta la falsa openione, che fusse stata un ritrovato di Tedeschi: quando costoro son più tosto uomini da eseguire, con infinita flemma, le altrui invenzioni, che cacciarsene alcuna dal lor cervello.
Da Harlem mi partii finalmente in un’altra barca, colla spesa d’uno scalino; e, compiute due leghe, giunsi in questa famosa Cittade. Il ragionarvi ora di lei, sarebbe la più sciocca impertinenza del mondo; tra per la brevità della dimora, e tra per la lunghezza della lettera: e perciò fie meglio, che raccomandandomi alla vostra buona grazia, e degli amici, mi rimanga qual sempre, etc.
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