Viaggi per Europa/Lettera XXVII
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XXVII.
Ome che la mia dimora in Nimega appena si fu di due giorni; non posso ora dirvi altro di lei, se non che ella è assisa sulla sinistra riva del fiume Vahali, quivi più che altrove profondo; ond’è che dal 1608. in quà l’hanno i cittadini, con grande industria, fatto capace di grosse navi infino al mare, e per conseguente di molte ricchezze alla lor patria donatore: al che non poco eziandio contribuisce la sicurezza del porto, e l’inchinazione di essi cittadini al traffico.
Quanto alle fortificazioni ve n’ha molte, e bene intese. Di edificj, può vedersi l’antico Castello di Valckenhoff, già rovinato da’ Normanni, e poscia rifatto dallo ’mperador Federigo Barbarossa, insiem col palagio di Carlo Magno. La Cattedrale è dedicata a S. Stefano, e vien riputata una delle più famose di queste parti; tra per la magnificenza dell’architettura, e tra per l’ampiezza, e per la vaghezza degli ornamenti. Nel coro scorgesi la tomba di Caterina Borbon, moglie di Adolfo Duca di Gheldria.
Non guari discosto da questo Tempio, è la scuola pubblica, adorna soprammodo di buone statue; e più oltre la Corte, con molte statue d’Imperadori nel frontespizio: e questo si è quanto io posso mentovarvi intorno allo che s’attiene a fabbriche. Del rimanente voi ben sapete, siccome ella è Città libera dell’imperio (con dritto di batter moneta) e capo della Ducèa di Gheldria; e che sua giurisdizione vien terminata a Settentrione dal fiume suddetto; ad Oriente della Duchèa di Cleves; a Mezzo-dì dalla Mosivahalia; e ad Occidente dal Paese d’Utrecht, e di Ollanda: avvegnachè ne’ passati tempi ella fusse compresa nel Reame di Frisia, del quale si era anche frontiera. Ciò è manifesto per un antico marmo, trovato nel vicino monte, il qual dicea Hucusque jus stauriae: e Stauria, ovvero Stavera giusta le conghietture dell’Ornio Georg. Horn. Orb. Imper. In Regn. Gal. period. 2. can. VI., era la Città metropoli di Frisia. Quanto all’altro marmo, colle parole: Hic pes Romani Imperii forse ch’ei debbe intendersi più tosto del Romano-Germanico, che di quell’antico; secondo che poco accortamente altri han giudicato.
Il passato Lunedì 24. presi un luogo di carozza per cinque fiorini di Lamagna, (che fan circa quattro ducati Napoletani); e mi partii con un gentiluomo di Vienna, appellato il Sig. Varena. A fine di tre leghe, giugnemmo a desinare a Cleves, metropoli della Ducèa di tal nome, situata a 52. gr. di latitudine, sopra una vaga, ed agiata collina; sulla quale ha una torre quadrata (già risidenza de’ Duchi) che, quantunque di opera non molto antica, credesi nientedimeno fabbricata da Giulio Cesare, a cagion dell’iscrizione, che quivi si legge:
Anno ab urbe con. dcxcii. c. iulius dictator, his partibus subactis, arcem clivensem fundavit.
La Ducèa suddetta confina da Oriente con quella di Berg, o sia Monts, e di Westphalia, e col Contado di Marck; da Settentrione con Zuthphem, Over-Issel (altrimente detto Transisulania) ed Ollanda; da Ponente colla Gheldria, o Paese di Liegge; e da Mezzo-dì con quel di Colonia, e di Giuliers. Vi passan molti fiumi, quai piccioli, quai grandi; spezialmente il Reno, da cui, oltre alla fertilità, le viene altresì l’agio della navigazione, in molti, e diversi luoghi utilissima.
Per la morte del Duca Giovanni Guglielmo senza figliuoli maschi, accaduta nel 1609. vennero in dura, ed aspra contesa intorno alla successione, così di questo, come di altri Stati, il Marchese Elettor di Brandeburgo, l’Elettor Palatino di Neobourg, il Duca di Due-ponti, e ’l Marchese di Burgavv, rappresentanti le ragioni delle femmine della Casa di Cleves: ma, come sapete, a’ due primi solamente riuscì di partirsegli infra di loro coll’armi; sicchè la Ducèa, di cui ragioniamo, s’appartien, di presente a Brandeburgo[1]. Per quel che si tocca alla Città, ella si è picciola, ma di belli, e ragguardevoli edificj fornita, con qualche buona Chiesa eziandio, appartenente a’ Cattolici.
Da Cleves facemmo cinque leghe sino a Gueldres, dove pernottammo: e quindi il Martedì venimmo a Nuys, distante presso a sette leghe. Finalmente ieri mattina, fatte quattro altre leghe, ne trovammo giunti in questa Città dove, la Dio mercè, mi truovo bene a vostro servigio, per partirmene oggi appunto, subito, ch’avrò desinato.
Giace Colonia, da’ Tedeschi detta Coelln, a 51. gr. ḍi latitudine, e 27. e 40. m. di longitudine. Estimasi comunemente edificata dagli Ubii, popoli della Germania, i quali, in tempo che Agrippa, genero di Augusto, comandava in queste contrade l’esercito de’ Romani, fuggendo la potenza deʼ nimici Svevi, passarono il Reno; e ricevuti nella di lui amicizia, ottennero un sì bel luogo, da farvi lor domicilio: ma egli però non è facile rintracciare qual nome dassero alla nuova Città. Ne’ tempi poscia dell’Imperador Claudio divenne Colonia; e fu appellata Agrippina, in onor di Giulia Agrippina, madre di Nerone, la quale avuto vi avea nascimento: Sed Agrippina (afferma Tacito) Tacit. 12. Annal. quò vim suam sociis quoque nationibus ostentaret, in oppidum Ubiorum, in quo genita erat, veteranos, coloniamque deduci împerat, cui nomen inditum ex vocabulo ipsius. Ac fortè acciderat; ut eam gentem, Rheno transgressam, avus Agrippa in fidem acciperet. Fu anche detta Colonia Claudia Augusta Agrippinensium in qualche antica iscrizione; giusta lo che osservò il diligentissimo Lipsio al mentovato luogo di Tacito: ma, o fusse il dispregio, in cui era venuto Claudio, e la potenza di Agrippina nel seguente Imperio di Nerone; o la ricordanza de’ beneficj, ricevuti da Agrippa; si fecero sempre gli abitanti una particolar gloria, d’essere assolutamente chiamati Agrippinense: Ubii quidem (dice altrove lo Storico) Tacit. in vit. Agricol. quamquam Romana Colonia esse meruerint; ac libentiùs Agrippinenses, conditoris sui nomine, vocentur; originem non erubescunt, etc.
Circa il 462. venne occupata da’ Galli, sotto la condotta di Childerico: e nel 949. tolta loro dall’Imperadore Ottone, il quale fecela anche Città libera. Per magnifiçenza, ricchezza, bellezza, e moltitudine di popolo diceasi allora, la novella Roma di Germania: ma di presente, per quel ch’io giudico, non si vuol tener di lei un sì gran conto: perocchè, quantunque ricca, e di gran traffico, mercè al suo fiume; nulla però di manco, se si riguarda la sua ampiezza, ella non è più lunga, che un miglio, e mezzo Italiano, e larga un quarto; disposta cioè in forma di mezza-luna, sulla sinistra sponda del Reno: donde nasce ancora, che non v’ha, nulla strada bella, e diritta da un capo all’altro della Città: ma, da una in fuori, mezzanamente ben situata, e lunga men di mezzo miglio; tutte le altre sono strette, obblique, ed impacciate. Se si pon mente alle fortificazioni, egli è il vero, che v’ha due cinte di mura; ma elle son deboli, è la più parte antiche: se alle abitazioni, quelle verso la porta di Eigelstein ponno dirsi alquanto comode, e di buona simmetria; l’altre rimanenti verso la porta di S. Severin, la più barbara, e villana cosa del mondo: e in fine, a volerla considerare eziandio con qualche sorte di passione; poco, o nulla vi si scerne di ragguardevole.
La Casa del Comune fu già una buona fabbrica a tempo de’ Sicambri; che il gusto degli uomini moderni si è troppo raffinato. La Cattedrale si è una ben’ampia, ed antica Chiesa a cinque navi; ma così poco ornata, che recherebbe orrore, e spavento senza le belle tombe, che vi si scorgono di varj Arcivescovi, Principi, così in marmo, come in bronzo: e quivi, in una Cappelletta dietro l’altar maggiore, conservansi le teste de’ tre Santi Re Maghi Gaspare, Melchiorre, e Baldassarre; e nell’altare stesso il corpo di S. Engelberto, ed altre divote ed insigni reliquie. Dicesi, che il primo Vescovo di Colonia si fu S. Materno, discepolo di S. Pietro, che morì nel 134. Quanto alle Chiese de’ Maccabei, e delle 11. m. Vergini, son belle sì, ma non han che fare colle ordinarie d’Italia: considerate, che sien le rimanenti, le quali (bench’ei ve n’abbia in gran novero) non hanno già tanta rinomèa. Nel palagio poi, che dicesi della Corte, si vede una famosa Torre, adorna di alquante statue: e poco quindi discosto, la Sinagoga degli Ebrei, soprannominata Gerusalemme, ove mostrasi una dipintura d’Apelle, Fides sit penès authores.
Sull’opposta ripa del fiume anticamente vedeasi un Forte, edificatovi da Romani, al quale si passava per un ponte, fatto per ordine di Costantino il Grande (giusta la costante fama in queste contrade rimasa): ma venne poscia distrutto dal Vescovo Brunone nel 1124. e oggidì non v’ha, che certe poche case, abitate da Luterani.
Del rimanente il territorio di questo Arcivescovado (che dividesi in Diocesi superiore, ed inferiore) ha per confini da Settentrione il paese di Cleves, e di Marck; da Levante il Ducato di Monts; a Mezzo-di l’Arcivescovado di Treveri; e da Ponente la Gheldria, e ’l Giuliers.
Signor mio, non che queste, ma assai migliori cose son pur troppo a voi note: ed io ben vengo, ch’egli si è, ed è stata una grande pertinenza la mia, a volerlevi scrivere nella guisa, ch’ho fatto: ma dall’altro canto ho pensato di torvi buona parte della fatica, che alcuna volta vi sareste presa, per chiarirvi d’alcun dubbio; e oltreacciò mi sono ingegnato di far sì, che partecipando a voi le vedute cose, e le lette, e di più varj miei pensamenti; rimanessero a me meglio impressi nella memoria, e potessi insieme consigliarmi col vostro rettissimo giudicio: che io non ho così grande opinione del mio, come fa la più parte degli uomini; anzi veggo, e me ne sa male assai, che in certe bagattelle soglio esser diligentissimo, e in cose di peso di leggieri trasandare: il che quanto grave vizio siasi, non v’ha uomo di così perduta speranza, che per mille argomenti manifestamente non discerna. Or vi prego a volermi aver meglio nel vostro buono amore, e a consolarmi di quando in quando con quelle soavi, e dotte lettere, in cui truovo il vero, e non finto mio Parnasso, con tutto il Coro delle Muse, e delle Grazie; e mi rimango facendovi profondissima riverenza.
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