Viaggi per Europa/Lettera XXX (parte II)
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Al Dottor Signor Lorenzo Sandalaro
| Da Roma a’ 26. di Marzo 1688. |
Napoli.
XXX.
Inalmente, dopo lunghi travagli, e fatiche, sofferte nella Campagna di Ungheria, mi riveggo in Italia, e nel capo di lei, e del Mondo Roma. Laude siane allo immortal Facitore del tutto, Amico mio dolcissimo: la maggior letizia, che io m’abbia, si è di avervi a riveder tosto, e godere della vostra savia, e discreta conversazione: che, quanto al rimanente, chi viaggia truova da per tutto delle cose migliori, e peggiori di quelle di Napoli. Mi trattenni in Vinegia da’ 22. di Novembre sino a’ 9. del corrente, cioè a dire tutto il tempo del carnovale. Vi sentii più di una volta trattare in quarantia criminale una causa di omicidio, assai secondo il mio genio. Siccome appresso di noi fa le parti di accusatore l’Avvocato Fiscale; essendosi, con un nome di dignità, innorpellato quell’ufficio, che in ogni tempo è stato riputato vilissimo, al pari de’ dinunziatori; così nella quaranzia le fa un Avvogadore, che sono delle prime famiglie patrizie, ed uomini di sperimentata bontà. Non si costuma quivi di citar nè Digesti, nè Paragrafi, ma le sole ordinanze della Repubblica; e si allega la ragion naturale, confermata dagli esempli della Istoria Sacra, e profana; e disposta, ed ornata secondo le buone regole della Rettorica, quantunque nella lor favella natia. Veramente non si può far pompa d’eloquenzia, dove non sia Repubblica. Ma, senza taccia di maldicenza, si può dire però, che troppo ne van lunge i nostri Avvocati Napoletani: ed or che è tolto di mezzo il celebre Signor Francesco di Andrea, innalzato, benche tardi, dalla sua virtù a più alto grado; io non veggo altri, che possa chiamarsi Oratore (non parlo de’ valenti Giureconsulti, che ve ne son molti) fuorche il dottissimo Signor Serafino Biscardi intendo nel carattere sublime, e vemente. E di giureconsulti pure, avvegnache ne abbiamo da farne le intere colonie, non tutti a mio giudicio, ne meritano l’onorato titolo. Direste voi buon leggista uno, che non sa nulla dell’antichità Romana, ch’è il fonte della ragion civile? nè d’Istoria Ecclesiastica, e di Concilj, donde la contezza della canonica dipende? Uno, che non solamente è ignaro delle lettere, che si appellano umane, ma le odia ancora, e le dispregia in altrui; e crede, ignorantissimamente, che siano incompossibili col saper di legge? quando egli è impossibile d’intendere certi Testi, se non si è fatto buono studio di lingua Latina, e delle particolari formole usate da’ Giureconsulti antichi, secondo la diversità de’ tempi, in cui fiorirono. Io per me non capisco, come un’uomo, che legga Ulpiano, Pomponio, Cajo, Africano, Modestino, Papiniano, e simili, abbia il cuore, anzi la sfacciata sciocchezza, di dir le cose con altre voci, che questi non hanno usato; inventando de’ barbarissimi vocaboli, e, quel ch’è peggio, distinzioni metafisiche della scuola peripatetica, contra l’intenzion della legge, la quale, con tai distinzioni, traggono a forza al senso loro; e mettendo in campo tante delle limitazioni, ed ampliazioni, che appena si truova il caso, nel quale un Testo debba osservarsi secondo il natural suono delle parole. Ma di quai Testi io favello? di quelli forse, ch’essi o non mai leggono o se il fanno, mettono ogni loro speranza in quel sommario di Bartolo, che sovente è contrario, o almen diverso dal Testo stesso? La loro giurisprudenza tutta consiste nel rivolger la Tavola de’ più triviali Forensi, per vedere, se a caso vi si truova trattata la quistione, ch’essi hanno per le mani; se pure lo stato di quella avvien talora, che intendano. Un buon ministro Spagnuolo solea appellare taluni de’ nostri avvocati los lettrados del Presidente de Franchis; perche tutto il loro studio, e tutta la lor venerazione estimano esser dovuta a questo, o alcuno altro somigliante autore. Io non dico già, che s’abbiano a tenere in dispregio, e che l’autorità delle cose giudicate non debba essere di un grandissimo uso nel Foro: ma ciò dee intendersi in difetto, o per confermazione della ragion viva, e delle salde conghietture intorno al Testo: ed oltreacciò non basta allegare la decisione, se bene non si applica al caso presente la ragione, bene intesa, di essa decisione; e se non si disamina attentamente, se ella è conchiudente, e se dipende da principj veri, ed indubbitati. Questo esaminare però le cose da’ principj non è troppo in uso appresso i nostri Tribunalisti; e dicono che son cose di cattedra: come se nella cattedra, e non nel Foro fusse maggiore l’obbligo d’indagare il vero. Basta loro sapere un dugento casi particolari, e dire che la tal cosa vien trattata nella tal Decisione de Franchis, o di Capecelatro, e nel compendio di Toro, o in Sanfelice, e che so io, per sedere, secondo il lor giudicio, a scranna con Papiniano, e dar legge a’ contratti, e a’ testamenti. Non è questo un prendere veramente la scimmia per la coda? E pure costoro dan legge al volgo; e, se odono ad alcuno buon giovine mentovare il gran Cujaccio, sogghignando dicono, che ei non vuole attendere al proprio; e che vuol perdere il tempo, e che vuol far del letterato. A tutte queste calunnie (le quali però fan del danno) si potrebbe rispondere, che il proprio è quel, ch’è buono, e se ’l buono non serve, come essi dicono ne’ Tribunali, ciò avviene per colpa di loro medesimi, che l’usano, od usato non l’intendono; e se non ponno negare di esser buono, perche non usarlo? Allora sì, che gli avvocati sarebbon pochi. In secondo luogo egli si è un perder tempo a chi è inteso al vile, e non meritato guadagno; ma non a coloro, che vogliono ornar l’animo di buone, e vere dottrine: e quanto al fare il letterato, essi pare, che non ne sappiano il nome. Se bastasse a fare un letterato il leggere ed intender Cujaccio, non si lagnerebbe a ragione il Mondo, che i letterati son pochi. Ma bisogna convincer questa canaglia così: O che il nome di letterato è nome di onore, o di vituperio. Se della prima maniera, perche averlo in dispregio? se della seconda, perche desiderarlo per essi, quando vogliono esporre alcuna opera al pubblico, e dar tanta poste le dedicatorie? e perche andar ripescando nel Theatrum vitæ humanæ que’ luoghi di autori, ch’essi non sanno, se siano Arabici, o Caldei, per ornarne le loro scritture: onde poi vengono a fare de’ bei panni tessuti a vergato, e, per una autorità di Cicerone, vi si troveranno mille errori in Grammatica Italiana, e seicento di ortografia Latina? Ma s’egli è vituperio l’esser letterato, si rimangano pur’essi col loro onore, che dee essere il contrario di letterato, cioè a dire ignorante. E questo si è vizio comune nel Mondo di biasimar sempre le cose, che non s’intendono, o non si ponno ottenere: ma coloro, che hanno la mente fornita di abiti scientifici, e di contezza delle divine, ed umane cose, non favellano certamente così: e buon testimonio mi saranno tutti coloro, che hanno l’onore di conversare co’ giudiciosissimi, e dottissimi Signori D. Niccolò Caravita, e ’l Signor Amato Danio, e ’l Signor Francesco Nicodemo. Questi, ch’è versatissimo nella buona Filolofia, e nelle Istorie, e nella Poetica, e nella vera Giurisprudenza, e nelle Greche, Latine, e Toscane lettere, allor che fece quella diligentissima Giunta alla Biblioteca Napoletana del Toppi, vi pose su il nome di suo fratello il Signor Lionardo, dotto uomo per altro ancor’egli. Or una delle nostre Rabule forensi disse, ch’egli avea fatto bene a non porvi il suo nome, perchè ciò non convenia al suo mestiere di avvocato: al quale io, uscito da’ gangheri, risposi, che se tutti gli avvocati eran così come lui, dicea bene, ma, che in tal senso il Signor Nicodemo avrebbe tenuto a vile d’esser chiamato avvocato: ma però dovesse egli avvertire a non far giudicio di quello, che non intendea; e sapesse, che il nome lo avea quegli tacciuto, perchè avea estimata la Giunta, un’opera inferiore al suo sapere, donde un cervello Italiano non aspetta compiuta gloria se bene alla Repubblica letteraria utilissimo sia il raccogliere simiglianti notizie, e glorioso soprammodo alla Patria. Più direi, ma non tutte le cose si deono scrivere; e forse ho scritto quel, che dovea riserbarmi di dire a bocca. Torniamo a Vinegia.
Con l’occasione, che il Gran Principe di Toscana andò all’Arsenal grande, mi ci avviai ancor’io in compagnia di altri cavalieri. Dapoi, che furono vedute le armi di varie sorti, l’artiglieria, e varie spezie di navi, e i luoghi, dove si fabbricano; fecero quivi fondere una grande ancora, e farne un cannone in presenza di esso Principe; e quindi si pose in acqua il Bucentoro, col quale ogni anno si fa la cerimonia di sposare il mare il dì dell’Ascensione del Signore; ed io vi montai su con gli altri, ed ebbi la mia parte delle cose dolci, che vi si dispensarono; e vidi in fine le forze d’Ercole, fatte da 24. ballarini. Nell’uscire dall’arsenale andai dal fornajo, dove avea lasciato il mio spadino d’argento insieme con gli altri; e, trovando, che nella confusione di tante spade, altri si avea preso il mio, proccurai di tormene un’altro, pur di argento, ed uscir dall’intrico colla minor perdita, che fusse possibile.
Il dì 19. di Gennajo si fece nella piazza di Santa Maria Formosa una caccia, non di tori, ma di buoi mansuetissimi; e poscia quella dell’orso co’ cani. Per la caduta d’un palchetto morirono due femmine. A’ 26. si fece il solito volo dal campanile di San Marco fino al mare; ma l’infelice Icaro urtò nelle barche, e si ruppe una gamba, e poscia n’è morto di spasimo. Poi dalla piazza fecero montar su al campanile un calesso, e un’uomo a cavallo. Nella medesima piazza si vide un’altro spettacolo a’ 7. del corrente; cioè un’uomo in mezzo alle due colonne, che vi era stato appiccato la notte antecedente, senza che il volgo ne sapesse la cagione.
La sera poscia de’ 9. mi partii con la barca solita di Padova, e giunsi in questa Città la mattina per tempo. Fui nel Monistero di S. Benedetto, ed ebbi un buon desinare dalla gentilezza del Padre D. Timoteo Adotti Cellerario; il qual mi fece ancora vedere certe reliquie insigni di Santo Antonio, e spezialmente la lingua. Vidi ancora la bella Chiesa, e Monistero di Santa Giustina, appartenente a PP. Benedettini Cassinesi; donde vennero quei, che fondarono costì il famoso Monistero de’ SS. Severino, e Sossio. Pensava di tornarmene la sera a Vinegia col corriere di Bologna; ma, incontratomi con due Cavalieri miei amici, l’uno Liegese, e l’altro Romano, fui costretto venirmene con esso loro a a questa volta.
Ci partimmo perciò la mattina degli 11. colla barca di Este sul fiume Brenta. A capo di dieci miglia ci fermammo a Monselice, per prendere delle vetture; ma, essendo elle troppo care, seguitammo il cammino in barca per cinque altre miglia, sino ad Este, nell’osteria di San Marco; dove convenne pure farci burlare, e prendere a fitto due calessi, e un cavallo tredici ducati Vineziani, per una sola giornata di strada. Adunque il dì de’ 12. ci partimmo a buon’ora; e, fatte dieci miglia di ben coltivato paese, passammo l’Adige in iscafa; e, dopo nove altre, il canal bianco, pure in iscafa, fermandoci a desinare nell’osteria del Pellegrino; e quindi, fatte undeci miglia, entrammo in Ferrara. Trovammo, che allora appunto dovea partire la barca col corriere: e così, senza punto indugiare, ci partimmo con la barca suddetta. La notte mutammo altre barche, e ci fermammo in più luoghi; perchè, andandosi contro alla corrente, facea mestieri aspettare, che l’acqua crescesse da dove, a questo fine di far salire le barche, si erano fatti de’ ritegni, che quivi diconsi conserve.
Il dì seguente, un’ora dopo mezzo dì, giugnemmo a Bologna. Da Padova sino a questa Città guadagnai io cinque ducati Napoletani al costo de’ compagni: imperocchè, non avendo voluto un cocchiere portarci in carrozza per cinque doppie, gli amici voleano offerirgliene un’altra mezza, ed io ricusai: laonde essi si contentarono di dare a me tutta la somma, e, che andasse tutto il viaggio per conto mio: il qual partito io accettai, e venni a guadagnare lo che vi ho detto. Vollero poscia essi far la strada di Loreto, e fu d’uopo separarci: tanto più, che io stava travagliato da febbre catarrale, e non potea andare meno che agiatamente. Ei partimmo tutti il dì de’ 15. ciascuno per la sua strada, avendo io tolto a fitto una lettiga per quattro scudi, e mezzo. La sera pernottai nell’ osteria del Casale di Pianura, distante otto miglia da Bologna.
A’ 16. mi partii alquanto tardi, a cagion del gran freddo; e, fatte 14. miglia per entro le montagne dell’Appennino, coperte tutte di copiosa neve, e per la più parte ben coltivate, entrai nel territorio del Gran Duca, dove ebbi a mostrare la fede della sanità. In Pietra mala, tre miglia più addentro, bisognò mostrarla di nuovo; e, dopo cinque altre miglia, rimasi a pernottare in Fiorenzuola, Terra circondata di mura, e di montagne. Con tutto che mi vedessero infermiccio, fecero nell’osteria delle difficultadi grandissime a darmi della carne.
La mattina de’ 17. dopo dieci miglia calammo giù da una straripevol montagna, per una strada assai malagevole; ed a fine di 15. altre miglia, entrai in Firenze, et andai ad albergare in San Luigi de’ Franzesi.
Questa Città è posta a 43. gr. 56. min. di latitudine, in sito piano, e in riva al fiume Arno, sul quale ha diversi ponti di pietra. Ella è famosa, sì per essere stata in ogni tempo grato albergo delle Muse Italiane, Latine, e Greche; come anche per le varie vicende, sostenute tra le calamitadi d’Italia, e’ fatali nomi di Guelfi, e di Ghibellini, e di Bianchi, e di Neri; quando le sue contrade eran piene di proscrizioni, ed esigli; e i Cittadini travagliati dalle guerre delle altre Repubbliche, e de’ piccioli Regoli Tiranni d’Italia; e l’autorità, che in questa aveano gl’Imperadori di Germania teneva oppresso il glorioso Capo delle Provincie, ed avviliti gl’ingegni già dominatori del Mondo. E s’ella perdè finalmente Firenze la libertà, essendo venuta sotto il dominio di un suo medesimo Cittadino; io giudico, che ciò non debba tornare a lei in maggior biasimo di quello, che fusse a Roma la dominazione di Cesare, o pur di Augusto.
Le più belle Chiese sono il Duomo, tutto incrustato al di fuori di buoni marmi; e San Lorenzo, in cui si vede la famosa Cappella, cominciata dal Duca Ferdinando I. sin dal 1604. Gareggian quivi la materia, e ’l lavoro; essendo tutte le pareti artificiosamente coperte di diaspri, agate, e simiglianti pietre di gran pregio; oltre all’oro, prodigamente sparso da per tutto. Vi sono ancora sei avelli maestrevolmente scolpiti, con altrettante statue di Gran Duchi, tutte di eccellenti maestri. Dirimpetto al Duomo è un’altra bella Chiesetta di figura rotonda, dedicata a San Giovanni; e vi si entra per tre usci di bronzo, ragguardevoli per le belle figure di basso, e mezzo rilievo.
Sulla sponda sinistra dell’Arno si scorge il nuovo palagio del Gran Duca. La facciata si è di pietra rustica, il cortile di dentro grande, la fontana assai vaga, le scalèe magnifiche, gli appartamenti bene ordinati, e ’l giardino spazioso, e lieto. Uscendosi per la Porta Romana, si va per una bella strada, adorna da amendue i lati di due diritte file di alberi, al palagetto di delizia, che noi diremmo il Poggio Regale di Madama la G. Duchessa; dove son molte, e vistose camere, fornite di ricche, e pregiate supellettili, e bei giardini, con de’ fiori, e spalliere intessute di minuta, e verde mortella.
La famosa Galeria si vede nel palagio vecchio, situata sopra due braccia di esso palagio, sostenute da grandi archi, che vanno a terminare ad Arno, e sono dall’una parte, e dall’altra adorni di belle, e buone statue di marmo. Ei vi si saglie dalla parte della piazza per una scalèa particolare: e si truova primamente una gran sala, fornita di grandi, ed eccellenti quadri. Nella prima camera si addita, come miracolo della scoltura, la tanto celebre statua antica di Venere, ed altre assai di gran valore. Nella seconda sono eccellenti dipinture; e quindi si entra a un’altro stanzino di quadri più pellegrini in forma picciola. Nella terza stanza veggonsi varie sorti di strumenti matematici, con somma maestria lavorati. Nelle tre seguenti moltissime arme guernite all’uso Turchesco, e Persiano, con ricami, e pietre preziose; e oltreacciò il maraviglioso, e ricco tabernacolo, che dee servire per la Cappella Medicea nella mentovata Chiesa di San Lorenzo. Vi ha altresì un’altra camera, dove son riposti infiniti, e maravigliosi lavori di argento. Nella piazza, ch’è detto, ha una fontana, con un colosso nel mezzo, ed altre statue di bronzo all’intorno: e poco discosto è una statua equestre del G. Duca Cosimo II.
Il dì de’ 19. tolsi un calesso per Roma; e, partitomi, rimasi a desinare a Barberino, luogo distante da Firenze delle miglia ben 13.: e, fattene poscia 12. altre pernottai nell’osteria di Castigliarello. La mattina seguente mi partii tardi, avendo aspettato, che ’l fiume, gonfio dalla pioggia della passata notte, deponesse alquanto di alterezza, per poterlo guadare. Finalmente venni a Siena: e non potei per allora passare oltre, a cagion di un cavallo fattosi zoppo per istrada. Questa Città è posta a 42. gr. 50. min. di latitudine, di figura bislunga sopra la falda d’un monte. Le strade son lastricate di mattoni. Io non ci osservai altro, per la brevità del tempo, che il Duomo, ch’è una bellissima Chiesa, ed havvi un pulpito, famoso per le belle opere di scoltura; la Chiesa di S. Giovanni col solajo di opera musaica, rappresentante diversi fatti dell’antico, e del nuovo testamento; e quella, ov’è la divota, e miracolosa immagine di Nostra Donna di Provenzano.
A’ 21. ascoltata, che avemmo la santa Messa, facemmo prima di desinare dodici miglia di strada montuosa, sino a un villaggio, appellato Buon-Convento; e quindi sedici altre fino all’osteria della Scala, dove disagiatamente pernottai. La mattina seguente, fatte 16. miglia, desinammo nell’osteria di Ponte-Centino, a’ confini dello Stato della Chiesa: e quindi, lasciataci alle spalle la Terra di Acquapendente, restammo la sera, dopo dieci miglia di strada, nel picciol luogo, detto San Lorenzo.
A’ 23. dopo 4. miglia passammo per Bolsena presso a un gran lago: e, fattene altre sette, trovammo la Città di Montefiascone, situata in cima a una montagna, e celebre per li suoi vini: e, dopo altre otto miglia, fummo a Viterbo, Città grande sulla falda di una montagna, dove pernottammo. Vidi quivi il Corpo di Santa Rosa da Viterbo nella sua Chiesa di Moniche in un’arca di cristallo. Ella ha il volto un poco annerito. Passammo la mattina seguente, dopo 11. miglia, per la terra di Ronciglione: e poscia desinammo: e ne facemmo altre 14. sino all’osteria di Bassano; donde jeri mattina feci 14. miglia, e pervenni in questa Città di Roma; la quale, nel nome istesso, par che abbia un non so che di augusto, e di grande.
La mia dimora non sarà quì, che di pochi giorni. Se piacerà al Signore, tosto ci rivedremo, e già sento dalla vostra ritenuta, e severa modestia intonarmi all’orecchio, ch’io son maldicente, e mille altre riprensioni. Amico mio stimatissimo, io mi crederei di non meritare il pregevolissimo nome di vostro amico, se avessi inteso nel principio di questa lettera intaccar la riputazion di persona. Tutti sono miei maestri: e, come, che sempre vi ha chi, con lo studio, e diligenzia, suso si leva con l’intelletto più degli altri; o che dalla Natura più atto alle lettere è stato formato, o per l’educazione, e comodità di studiare; niuno, per mio avviso, dee prendere a male, che io da più degli altri estimi coloro, che vi ho mentovati, senza togliere ad alcuno il grado, e la dignità, che gli si conviene. E per quel che tocca al biasimo, da me dato al volgo de’ leggisti; di grazia, chi è colui, che non lo biasima, e che non abbia sempre per eccettuati un Pietro di Fusco, un Flavio Gurgo, un D. Cesare di Natale? Spero che in Napoli a quest’ora non vi siano di sì fatti Legulei, perche così son sicuro, che niuno se ne offenderà: e del rimanente questa è la più onesta, e moderata vendetta, che può un’ uomo di lettere (nel numero de’ quali io non pretendo di essere) fare contro a coloro, che tuttodì si fanno le beffe di quel, che non intendono. Oltreacciò potete schivare di far, che questa lettera si vegga, e così non daremo in sul naso a niuno. Fra gli amici di confidenza egli è pur lecito sfogare certi giusti sentimenti; e spesso avviene, che
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