Viaggi per Europa/Lettera X (parte II)
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Alla Medesima.
| Da Buda a’ 3. di Settembre 1686. |
Adunque il giorno de’ 30. del passato fummo renduti certi della confusione che tuttavia crescea nel Campo del Visire: perduta già da’ soldati l’ubbidienza, cotanto necessaria per ben condurre a fine le imprese, e conceputa sì gran paura di nostra vittoriosa gente, che abbandonando essi a schiere le Ottomane insegne, n’era notabilmente il Barbaro esercito diminuito: là dove il nostro veniva tutto dì rinforzato; e al maggior uopo eravi allora giunto il Signor Tenente Maresciallo Conte di Scafftembergh co’ Reggimenti Veterani, Getz, Sereni, Spinola, e Scafftembergh, tutta bella gente, e fresca. Essendo al Campo Turchesco pervenute alcune barche di vittuaglie, corsero le affamate, anzi ingorde milizie alla ripa del fiume, e furiosamente tutte le saccheggiarono: nè fu bastevole l’autorità dello stesso Visire a frastornare un sì grande errore: segno chiaro non sol della poca disciplina, ma della poca speranza, che nel valore di sì fatta gente doveasi collocare.
La notte de’ 31. nell’attacco di Lorena guadagnossi un nuovo posto sul fosso, che difendea la breccia del muro interiore; e seguentemente venimmo a non esser discosti dalle palicciate nemiche, che tre sole pertiche, in sito, in cui per la bassezza, non poteano i Turchi offenderci coll’artiglieria. Vi avemmo solamente un morto, e due feriti. Dopo desinare portossi il Serenissimo di Lorena, con tutti i Generali, nella tenda di S. A. Elettorale, e quivi tenutosi un gran Consiglio di guerra, fù determinato, indi a due giorni darsi il generale assalto: dopo di che tornossi ciascheduno al suo posto, e si presero ad allargare, e render più profonde le trincèe per sicurezza de’ nostri: i quali aveansi per avventura a difendere da due nemici, uno al di dentro la Piazza, l’altro al di fuori il nostro Campo; et o accadesse nell’un modo, o nell’altro, non poteaci sì grande azione costare, che grandissimo spargimento di sangue.
Non eran già questi sospetti dettati dalla paura, o dalla poca isperienza nel mestier della guerra; ma, conciofossecosa che di grandissimo accorgimento, valore, et intrepidenza fussero i nostri Capitani; non erano i nemici in sì poco numero da porsi affatto in non calere. Sull’albeggiare del primo di Settembre, essendovi ancora qualche chiaror di Luna; fecion vedersi circa 3000. Barbari dalla parte di Baviera, ove tosto si misero tutti in arme. Mentre teneasi per sicuro, dovessero eglino assalir le nostre linee, mutarono vilmente consiglio, veggendo la prontezza, anzi l’impazienza de’ nostri soldati di venir con esso loro alle mani. Questo si è il loro costume: si accostano con gran fidanza, e fan sembiante di voler fare delle grandi pruove di valentia; ma poi appena i nostri si muovono, per farsi loro all’incontro, che voltano vergognosamente le spalle: ch’è l’unico modo, ch’essi tengono, per rimaner padroni della campagna, ingombrandola cioè dispersi nella fuga. Tennesi finalmente un nuovo Consiglio di guerra, intervenendovi ancora il Gran Cancelliere di Corte Sirgnor Conte Staatman: e fù giudicato, non doversi più oltre differire il determinato assalto: stanchi oggimai, e sdegnati nona meno i Generali, che i più semplici soldati, che un’esercito così fiorito, e, per numero, e per qualità, della miglior gente di Europa, fusse neghittosamete tenuto a bada da gli empj nemici del Cristiano nome. Affinchè questo intendimento avesse effetto, si sparse voce, che doveasi uscire dalle trincèe, per dar battaglia al Visire: con ciò sperandosi, che gli assediati al riposo, il Visire a fortificarsi nel luogo, in cui si trovava, ponesser cura: e in tanto, con la grossa artiglieria, si attese a render più larga la breccia della muraglia interiore; e la notte si continuò a gittarvi dentro degl’ingegni di fuoco, inventati dal Frate Francescano: onde, malgrado de’ difensori, erano gli edificj della misera, e combattuta Cittade inceneriti, e distrutti.
Il giorno de’ 2. furono la mattina ben disposte tutte le cose necessarie a sì grand’opera, e dati tra’ Serenissimi Duchi scambievoli segnali per potere nello stesso tempo oprar di concerto. Si finse di volere uscir dalle linee, com’è detto, per dar battaglia; e a questo effetto si fece uscir fuor l’artiglieria da campagna, e numero grande di carri con zappe, pale, e tutti altri ingegni da guerra per uso di soldati, e di guastatori; come se si avesse avuto a fermare il Campo in alcun’altro luogo, e munirlo di steccati, e di trincèe. E questa finta si fù di grandissimo uso, ed utilitade: imperocchè nel tempo istesso, che a sì fatti preparamenti si avea l’animo, fecersi vedere i Turchi molto dappresso al nostro attacco di Lorena; e in quel di Baviera cominciarono anche a fare delle leggiere scaramuccie colla vanguardia Elettorale. Laonde fur comandati i Signori Generali della Cavalleria Bielke, Savoja, Torre, et Arco, e quei d’infanteria Signori Steinau, et Aspremont, di dividersi da dovero in due corpi; e coll’uno far testa al Visire, e coll’altro attentamente secondare il prossimo assalto della Piazza, al quale fur destinati i Signori Sereni, Lavergne, e Beck. Il Signor Duca di Lorena dispose con maraviglioso ordine il tutto dal canto suo; ben sappiendo, senza di ciò niuna grande impresa potersi felicemente recare a fine; e spesso un minimo disordine avere a tale involata la vittoria, che già cantava il Trionfo. Diede egli il comando della destra al Serenissimo Principe di Neoburgo, colla direzione del Signor Duca di Croy; della sinistra a’ Generali Souches, e Dieppental; del mezzo allo Scafftembergh, ed altri Capi: riserbandosi egli per se la gloria di trovarsi ovunque il bisogno, e ’l pericolo gli porgessero bella, ed opportuna occasione d’immortalarsi: siccome in fatti poscia, il vedemmo, nel maggior caldo della pugna, montar sulla breccia, in compagnia de’ semplici soldati, ed invitar gli altri Generali a seguitar coraggiosamente il suo esemplo. Nè con minor prudenza preparossi all’assalto il Serenissimo Elettore; il quale, insieme col Principe di Baden, diede in quel giorno chiarissime pruove di sua intrepidezza, e consiglio.
Mentre sì fatte cose ordinavansi, e moveasi in certo modo l’esercito per la finta marchia; non si rifinava da tutti, e tre gli attacchi di tormentar le mura, e le palafitte dell’assediata Città, con ogni genere di artiglieria, e con delle palle incatenate: sicchè il denso fummo non solo impediva i bombardieri di più dirizzare a certo segno i lor colpi, ma togliea altresì agli assediati il modo di osservare, è discernere i nostri vantaggi, e lo accostamento, e le maniere dell’ordinanza: anzi nė pure la rovina, e lo incendio delle palificate, lo allargar della breccia, che faceano i nostri cannoni.
Portavamo noi ferma credenza, che dovessero gli assediati Barbari esser da tutto ciò bastantemente perduti di animo; e che venendosi all’improvviso assalto più sarebbon rimasi sbigottiti, e confusi; e ci avrebbon dato tutto l’agio, che desideravamo per impadronirci della Piazza, senza molto spargimento di sangue. Ma nulladimanco restammo forte ingannati, quando fummo al menar delle mani. Giunse l’ora destinata, che fu la terza dopo mezzo dì; e, datosi il segno di sei tiri di cannone dalla batteria degli Svevi, si mosse la gente Cristiana da tre veri, e due finti attacchi, e nello stesso tempo, con somma disciplina, e coraggio, si spinse sulla breccia. Allora si vide, quanto valore venga dalla disperazione negli ultimi pericoli. I Turchi, fuor di ogni credenza, renduti animosi dalla stessa presenza di morte, presero a difendersi in un modo mai più non veduto, e che lunga pezza ne fece stare in forse dell’evento di quella giornata. Nulladimanco, non ostante la maravigliosa quantità di granate, di sacchi di polvere, di sassi, e di altri assaissimi ingegni, ch’essi facean piovere sopra de’ nostri; tale, e tanta si fù la prudente condotta, e valore de’ Comandanti, che, facendo tuttavia sottentrare nuove, e fresche milizie alle già stanche, e ferite, ed animandole sì, che ogni più vil fantaccino sembrava un’Alessandro; dopo tre quarti d’ora di ostinatissimo combattimento, cominciarono a piegare i Barbari, ed entrarono finalmente nella Piazza gl’Imperiali, e’ Brandeburghesi. Il Signor Baron d’Asti, che fu il primo ad entrare alla testa de’ Granatieri, restò subito ferito gravemente: onde toccò al Sargente maggiore Dieppenthal di andare a sostener le sue veci. Appresso a’ Granatieri entrarono degli altri battaglioni di buona infanteria; e, superato, con istraordinaria costanza, ogni altro intoppo che trovossi nella Città, obbligarono i nemici di ritirarsi fin nel Castello.
Dalla parte de’ Bavaresi riuscì men presta, ma non men felice l’impresa: imperocchè, non ostante la disperata resistenza de’ Barbari, così bravamente quegli si adoperarono, che fecergli ritirare nella Città superiore. Abbisogna però confessare, che i Turchi, non per mancanza di valore, ma di forze, cedettero: e ben si scorse dal modo della lor ritirata, in cui ogni palmo di terreno costava a’ nostri incredibile spargimento di sangue; e i nemici, benchè vinti, mostravano pure di ancora sperar di vincere. Questi in numero di circa mille Giannizzeri si ritirarono finalmente nel mal concio Castello, e quivi cominciarono a difendersi in modo da non potersi troppo agevolmente con parole esplicare: adoprando furiosamente e sassi, e moschetti, e scimitarre, ed accendendo della polvere d’artiglieria sulla breccia, dalla conservazion della quale interamente dipendea la lor salute. Ma sovraggiunti coloro, che fuggivano dall’attacco di Lorena, e sentendo da essi la perdita della Cittade; prima, con ispaventevoli urli, e grida, dierono manifesti indizj di loro disperazione, e dolore; e poscia, vedendo il Visire immobile spettatore di lor Tragedia; e veduto, per ordine del Serenissimo di Baden, il Generale Aspremont, con altri 500. uomini, aver raddoppiato l’assalto, e guadagnata la parte superiore, donde facea grandinare una tempesta di moschettate, e granate sull’inferiore; risolsero finalmente di cedere alla malvagità del loro crudel destino, non volere ostinarsi in quella difesa, per cui, dopo la lor morte, non perciò sarebbe rimasa sotto il dominio del Gran-Signore la già presa, e quasi che distrutta Città.
Esposero adunque delle bandiere, e veli bianchi (anche de lor turbanti) per patteggiare alcuna spezie di resa, chiedendo mercede, e la vita. Intorno a ciò varj furono i pareri de’ Serenissimi Duchi: ma considerandosi dall’altro canto la gran forza della disperazione, e la vicinanza del Visire; e ’l fuoco, renduto presso che inestinguibile nella Città, e la confusione delle milizie, intente tutte al saccheggiare; furono di parere di concedere a’ Turchi la sola vita, non già la libertà. Deposte quindi le armi, si arresero essi schiavi: e molti ne furono subitamente menati sotto buona custodia nella Moschea del Borgo, altri guardati nelle camere del medesimo Castello; e gli Ebrei nelle stanze più sotterranee, ed immonde della Città. Alcuni pochi, che per la strada coperta pretesero salvarsi per la via del fiume sopra certe picciole navicelle, fur’ da Tolpazzi sovraggiunti colle loro Saiche; e parte annegati, parte fatti schiavi: e que’ che giunsero all’altra ripa, pur ricevettero o morte, o prigionia dalla nostra gente, ch’era a guardia di Pest. Durando questi, ed altri accidenti, che rade volte van lontani dalla presa delle Piazze, sorse di repente un grave incendio, cagionato dalla molta polvere artificiale, a questo fine sparsa da’ Barbari per la Città: onde crebbe altrettanto la confusione, e lo spavento. Rimasero i tetti delle case inceneriti: e solo si salvarono da sì grande sciagura la Cattedrale Chiesa di S. Stefano, il Palagio degli antichi Re d’Ungheria, e due magazzini, l’un di polvere, l’altro di vittuaglie amendue ben forniti: il che si dee alla vigilanza in vero, e spezial provvedimento del Commessario Generale Signor Conte Rabatta, il quale, e con promesse, e con danari, spinse i soldati ad abbattere le circostanti case, onde si sarebbe potuto comunicar l’incendio.
Quanto al Bassà Comandante, egli dopo aver posto in opera tutte le parti di un bravo, e generoso Capitano, si portò a difesa della breccia; faccendo quivi, colla scimitarra, aspro governo de’ Cristiani assalitori; e tenendo, colla sola sua resistenza qualche spazio in forse la vittoria da quella parte. Ma finalmente dalla violenza d’una moschettata nullo scampo non ebbe la virtù del suo petto: e cadde sì, ma vantare non ci potemmo noi, che alla caduta della Cittade egli soprastesse, o che mirasse vivente la ben difesa Piazza in preda de’ vincitori soldati. Ben dovemmo dire, che dopo la di lui morte ella non potè sopravvivere. Chiara testimonianza del suo valore ciò sia, ch’essendo egli così mortalmente ferito, non volle però dal luogo della pugna esser sottratto: dicendo, voler morire su quella breccia, che malamente avea saputo difendere: e in fatti fu poscia il suo cadavere trovato sulle palicciate. L’Agà de’ Giannizzeri, ch’era Vece-Bassà della Piazza, uomo di fiero aspetto, e valoroso della persona, rimase prigione del Serenissimo di Baviera; al quale egli disse, che la varia, ed incostante fortuna della guerra lo avea renduto suo prigioniere; ma che ella sopra il corpo, non già sopra l’animo può esercitare suo imperio. Godere se fra tante sciagure d’esser nelle mani di S. A. pervenuto, dalla quale, prudente estimatrice delle umane vicende, gli convenia sperar umanitade, e compassione: e, conciofossecosache in arbitrio di lei si trovasse posto di farlo vivere, o morire; l’una delle quali cose non desiderava, dell’altra non temea; pur di tanto il supplicava ad esser seco cortese, che nulla ignominia, fatta non gli venisse, da gli uomini d’alto spirito giudicata peggiore, che morte.
Da’ sentimenti di questi due personaggi egli fie agevole per dritta estimazion comprendere, con quale ostinazione, ed arditezza sia stata difesa Buda: ma pure ella è rimasa in fine sottomessa dalle armi gloriose di Cesare, e dalla saviezza, e valore di sì famosi suoi Capitani: e riconterassi come un memorabile esemplo a tutta la posterità, che sì famosa Piazza, detta già la pupilla dell’Ottomano Imperio, dopo ben otto assedj costante, e valorosamente sostenuti, onde n’era da tutti stimata inespugnabile; siane rimasa alla fine espugnata a veduta d’un’esercito, comandato dal primo Ministro di quella Nazione, che troppo altiera per le nostre discordie, minacciava, colla prosperità delle sue armi, fino alla stessa Italia, gloriosa sede del visibil Capo della Cristiana Religione.
Essendomi io unito con certi Armeni, e un Genovese, per dovere entrare in Città, ci facemmo tutti dalla parte della breccia grande: ma egli non fu possibile penetrar dentro, a cagion del denso fummo, vegnente dal fuoco continuo de’ mortaj, cannoni, moschetti, ed infinite macchine di polvere, ond’era il tutto in fiamme, e in orribil confusione già posto: e oltreacciò in quella gran mischia ci perdemmo di veduta: sicchè d’allora in poi ho fatto una migliore idea, come quel buon’uomo di Enea tra gl’incendi del fumante Ilione smarrisse la strada, e la dolce consorte. Montai dunque alla rinfusa con de’ soldati, per la seconda breccia, a prezzo di una rottura di capo, fattami da un sasso, lanciato da’ Turchi: ed entrai nella presa Cittade, la quale in miserevole aspetto tutta vidi di faville, e di fummo, e di sangue, ottenebrata, e cospersa. Vidi dapresso al Bagno fondachi, pieni di panni di Olanda, di scarlatti finissimi, e somiglianti mercatanzie, esposte tutte alla cupidigia degl’infuriati soldati: e come che elle eran cose, in quella gran mischia di vincitori, e di vinti, assai malagevoli a trasportarsi: io non ne presi nulla: ben mi provvidi di due buone scimitarre; lasciando libero il campo di approfittarsi del rimanente a un Cavalier di Malta di nazione Perugino, il quale, per mezzo di suoi servidor, fecene il migliore trasportare alle tende. Il Genovese, più scaltrito, si procacciò una scure, e con quella entrato in casa di un Turco de’ principali, ruppe una, ed un’altr’arca; e, manomessele, fece buona preda di ungheri, e di perle. Incredibile si fu l’uccisione, che i nostri fecero de’ Barbari: e benchè, con replicati comandamenti, si fusse imposto a’ soldati di cessar dalla stragge; erano essi nondimeno troppo commossi dall’ira, e veramente si potea dire di ciascun di loro.
Quanto a’ morti dell’una, e dell’altra parte in quest’ultimo assalto, sono stati in assai maggior numero quelli de’ Turchi, che de’ Cristiani: il che di grandissima maraviglia sarà cagione, quante volte vorrem considerare il numero degli assalitori; l’ostinata, e disperata resistenza degli assediati; e le mine, e i fornelli, e i sacchi di polvere, e gl’infiniti altri ingegni di difesa, e d’offesa, che ad ogni passo daʼ nostri s’incontravano; i quali, se non tutti, almeno gran parte dovean perirvi per avventura. E contuttociò, fattasi la rassegna, si son trovati morti 3500. de’ difensori, oltre al gran numero de’ feriti, e de’ Cristiani soli 500. morti, e circa 400. feriti, fra’ quali, come vi ho detto, il valoroso Baron d’Asti, con pochissima speranza di vita. Fraʼ soggetti più ragguardevoli abbiam noi perduto il Colonello Spinola Marchese di Arquato; e nell’attacco di Lorena il Conte di Tattembach, e ’l Signore di Monticoli Capitano nel Reggimento di Aspremont, e ferito a morte il Signor Conte Zava sargente maggiore pur di Aspremont.
I prigionieri, o sia schiavi sono stati ben 2500. perchè, oltre a circa dumilia uomini, più, e meno giovani, che si manderanno a Vienna, non vi ha nell’esercito ufficiale, o venturiere, il qual non ne abbia, d’ogni sesso, e di ogni etade in sua balìa. Il Conte Antonio Sormani trovò una bellissima donzella, lasciata ignuda da’ soldati; onde, ricopertala con de’ suoi panni, la si condusse alla tenda. Egli potrebbe avvenire a costei, come alla figliuola del Soldano, di cui avrete la novella letta più di millanta volte. Tra gli schiavi di maggior condizione si contano il Mustì, che nella loro falsa Religione potrebbesi dire uguale, e forse maggiore de’ nostri Vescovi; il Destedar, cioè il supremo amministrator di Giustizia; il Segretario del Bassà, il Vece-Bassà, ed altri di minor carato.
Sison trovati su per le muraglie 400. pezzi di artiglieria, tra’ quali 147. buoni, e grossi cannoni, e 60. mortaj; per tacer del numero presso che infinito di moschetti, e di ogni altra sorte di arme da fuoco, e da taglio. E chi poi ridir potrebbe le tante, e sì ricche mercatanzie, le supellettili, i danari, le gioje? Il solo Signor Elettore ha trovato 200. m. ungheri d’oro, nascosti dal Bassà, per quel che dicono gli stessi Turchi, a fine di rimunerar coloro, che si fussero adoperati a far conchiudere una pace perpetua. E, come che tra le ruine della Città credeasi, dovere esser sepellite delle grandi ricchezze; mentre gli avidi soldati sono intenti a scavare, han trovato de’ belli cannoni, nascosi sotterra, e quattro ingra gli altri di portata di 140. libbre per cadauno, e quantità non ordinaria di palle, polvere, ed ogni altra sorte di munizioni, così da bocca, come da guerra, mercè delle quali per ben lungo spazio non avrian potuto gli assediati temer di scarsezza.
Gli Ebrei scampati da quel primo periglioso furor de’ soldati, che, di sdegno, e d’ira carchi, più contra di loro che de’ medesimi Turchi, alto desiderio di vendetta avean nell’animo conceputo; si son venduti poscia, a guisa più tosto di giumenti, che di schiavi, per prezzo di circa cento tallari l’uno: nè mai credo, che più vilmente fussero stati trattati, o sia da Legionarj del Gran Pompeo, o dalle sdegnate schiere di Tito Vespasiano nell’una, e l’altra sì famosa conquista, e distruzione di Gerusalemme. Pena ben condegna alla loro brutal nequizia, con cui contro a’ Cristiani, durante tutto l’assedio, per quanto loro forze si estendeano, si sono diligentemente adoperati. Non potendo però il Maggiore della Nazione soffrir tanta, e sì grande ignominia, ha proccurato, con incredibile spesa, andargli riscattando, e ad imitazion di lui tutti gli altri Ebrei, che ancora alcuna somma di danajo si truovano aver posta in salvo.
Il Serenissimo di Lorena, poste tutte le cose in assetto, per quello, che la brevità del tempo ha potuto finora permettere, ha destinato al comando dell’espugnata Città il Signor General Beck, con una guernigione di cinque milia infanti, e quattro milia Cavalieri, sotto la direzione del Signore Strasser, Tenente Colonnello di Salm, e del Signor Biscoffshausen Sargente Maggiore di Dieppenthal; imponendo loro, che subito faccian nettare la Città de’ cadaveri, che, divenuti putenti, poteano per avventura rendere infetto l’aere, e far che i vincitori accompagnassero la fortuna de’ vinti. Que’ degl’infedeli sono stati coll’opera de’ prigionieri, così Turchi, che Ebrei, gittati nel Danubio: a quei de’ Cristiani essi data quella più convenevol sepoltura, che il luogo, la moltitudine, e la condizione de’ tempi ha potuto permettere.
Ancor come miracolo si addita,
Se voless’io serbar l’ordine degli Storici, avrei, con grande studio, ed arte, a farvi una bella descrizione del Regno di Ungheria, e della stessa Città di Buda; con esplicandovi i costumi de’ Popoli, la Religione, il Governo, la successione de’ Re, e le speziali cose, che chiaman naturali, di erbe, di piante, di animali quadrupedi, volatili, di fiumi, di acque minerali, di metalli, e di cotali altre cosette, in cui tanto si affaticano coloro, che in cotesto Paese passano col titolo di scavans, e di curieux. Ma, prima d’ogni altro, ei non sarebbe questa una lettera, ma un libro: a voi verrebbe noja in veggendola così ristucchevole, e lunga; e a me non darebbe l’animo di scriverla nemmeno in tre dì. Secondariamente ei sarebbe un voler farla al roverscio di quel ch’è stato in costume de’ buoni autori: perchè eglino prima di scriver l’Istoria han dato un saggio della qualità del Paese; ed io il farei nella fine: e, posto che alcuno censurar mi volesse, avrei poscia a fare un’Apologia del come, e ’l quando, e ’l perchè. S’arroge a ciò, ch’ei mi rammenta, siccome un vostro Autore si prende una maravigliosa, per non dire indiscreta licenza, di biasimare il Principe degli Storici Greci Tucidide, perchè troppo a lungo, nel cominciamento del suo libro, si prese a fare una descrizion Geografica del Peloponneso; commendando a questo proposito Tito Livio, il quale, con poche parole, diede al suo leggitore contezza della fondazione, e sito di Roma: or che direbbe egli di me, se non nel principio, ma nella fine; non d’una Istoria, ma di una lettera; vedesse farmi altro, che descrizion Topografica, e Geografica della Città di Buda, e del Reame di Ungheria? Facciamo adunque così: liberamci dal timore della censura, e dalla fatica dello scrivere; togliendo a voi l’obbligazion di difendermi, e la noja di leggere, e mandiamvi un tal quale schiccheramento di mal tessute parole, da me composte sullo stesso soggetto i giorni addietro; allora quando Captabam occasionem di non arrischiarmi alle moschettate, e spendere il tempo virtuosamente: e così sarò io contento, e voi soddisfatta. Non mi state a trovare il pelo nell’uovo, come uom dice, in questa mia Relazione; perchè io l’ho fatta prima di veder Buda, pur senza molti libri, e senz’ajuto di persona: sicchè o l’istoria, o la Cronologia avranno per lunga pezza a dolersene.
Rimane ora il supplicarvi, che pur di quando in quando vogliate rendermi degno di qualche luogo nella vostra ricordanza, per ricompensa, se non di quelle infinite volte al dì, ch’io rivolgo l’acceso pensiero all’amabilissima vostra idea, almeno di questa qualsisia fatica, ch’io duro, per rendervi partecipe di quello, che in questo luogo, ed altrove alla giornata mi vien veduto, ed inteso. Il vostro gentilissimo spirito non ha mestieri di sprone ad esser grato: or che debbe essere quando gitterete il soave sguardo sopra tanti veri contrassegni del mio Amore, quante sono le mie lettere? Anzi come non potrete di me ricordarvi, e, per onesta pietade, essermi della vostra compassion liberale, quante volte, passeggiando per gli ameni, e ben compartiti viali del vostro delizioso giardino, vedrete sulla robusta quercia, o sul frondoso platano intagliate per mia mano, in mille, e diverse guise di combinazioni, le lettere, che compongono il vostro caro, e ben’avventuroso nome? Più scriverei: ma temo forte, non questo qualsisia diletto, ch’io pruovo scrivendovi, non divenga a voi di noja, e per conseguente a me stesso di gravissima amaritudine cagione: che non mi vieta già la dura lontananza, ch’io non me ne avvegga; poichè, con istraordinario miracol di Amore, il mio spirito vi è sempre da presso; e vi ascolta, e vi vagheggia; e quindi, carco di mille dolcezze, fa ritorno a me stesso: questo è quello, che mi sostiene, in vita sì, ma o quanto angosciosa, ed amara da voi lontano. Rimanetevi adunque con Dio, ed aspettate quanto prima di mie novelle forse da Vienna; mentre non sarà luogo, ove io non mi glorii d’essere etc.
La Città, per quel che dimostrano la vaghezza del sito, la commoda navigazion del Danubio, e la qualità del terreno, di tutte le cose alla umana vita bisognevoli largo producitore, ei mi sembra una delle migliori, non sol di quelle, che si veggono per lo rimanente di Ungheria, ma eziandio di Lamagna: ma egli abbisogna ancora confessare il vero, che l’aria non è gran fatto salutevole (siccome mio mal grado tutto dì vo io medesimo sperimentando), e spezialmente agli stranieri. Sonovi alcuni, che dicono, l’aere di tutto questo Reame esser temperato: ma, oltre alla mia propria isperienza, veggo, a cadaun forestiere esser dato un necessario consiglio, di non istar giammai più d’un mese in un luogo, e con ispezial modo nelle parti settentrionali: perchè o dell’un modo, o dell’altro si divien tisico, ed asmatico. E generalmente parlando, ove per la sottigliezza, ove per la grossezza, l’aria è così stemperata, che anche a gli stessi Ungheri cagiona certi vermicciuoli, a guisa di pulci, che s’ingenerano sotto la pelle, e succhiano, e putrefanno con gran dolore la carne. Or che debbe ella fare a’ pulmoni, ed al sangue, in cui per la via degli stessi pulmoni s’insinua? Nè picciola parte ancora vi hanno le acque, le quali per lo più son cattive; non avendone io assaggiata altra buona, che d’una fontana, ch’è sopra un colle, non guari discosto da Buda. Alle radici certamente del monte Crapk, nelle vicinanze di Scepusio, ve n’ha una quasi che velenosa, la qual cresce, manca, e si dilegua, al crescere, al mancare, ed al nascondersi della Luna, e due, simiglianti fontane diconmi, che siano in Zaros. Così emmi stato affermato per vero: ma, s’egli è pur così, come dicono, io non saprei così agevolmente filosofare intorno alle mutazioni, che dalle mutazioni della Luna dipendono: che la pressione, e cotali altre applaudite ciancie del più de’ Filosofanti non giungono mai a tormi via un numero incredibile di difficultadi. Del rimanente la natura velenosa può venire dal passaggio per alcuna miniera o di oro, e di antimonio, abbondevoli soventi volte di spiriti arsenicali; come coloro veggono, ed esperimentano, che nelle miniere dell’oro si arrischiano di scendere, o, coll’arte chimica, intorno all’antimonio si adoprano; o negligentemente beono il vino, che per ordinario i medici sogliono apprestare in una tazza di sì periglioso minerale. E, senza pur che passino le acque per miniere velenose, ponno ben loro mescolarsi delle cose, per lor natura innocenti, le quali, con tal mescolamento, divengon mortifere: nella stessa guisa, che ne’ nostri corpi puossi da due, o più cose indifferenti generarsi un sugo, che si risomigli negli effetti al veleno: della qual natura potrebbe essere quello, che cagiona le febbri maligne, e’ mortiferi Sfaceli.
Nel medesimo contado di Scepusio son degli altri fonti, maravigliosi per la qualità, che dicono lapidifica; come sarebbe quello presso al villaggio, detto Bauschenbach, abitato da Tedeschi, il qual convertisce le legna in pietre, e l’altro in vicinanza del villaggio di S. Giovanni, le cui acque medesime, dopo qualche tratto di cammino, divengon pietre. Ei mi rammenta, di aver da dottissimi uomini udito filosofar su questo impietrire, cagionato dalle acque, a proposito di quelle del fiume Clanio, che passa per la distrutta Sessula, di presente Castellone, non più che tre miglia discosto da Acerra in Terra di Lavoro. V’eran di quei, che sosteneano, potere nelle acque andar mescolato un tal sugo lapidifico, partecipato loro da’ luoghi minerali, per cui fan passaggio: e dimandati, che cosa si fusse sì fatto sugo, rispondeano per traverso, dicendo, ch’egli era simigliante a quello, che s’ingenera nel nostro corpo, e forma le pietre nelle reni, e nella vescica; ed anche ne’ polmoni, e nel fegato, e talora nel capo, e come quello altresì, che negli astaci, o sia gamberi, forma quelle pietruzze, che dannosi da’ medici per render più ottusi gli angoletti dell’acido; ed anche negl’intestini degli animali certe, che non son perle, ma pur di perle hanno la figura ritonda, e qualche colore. Ed a quei, che si opponeano, dicendo, non aver verisimiglianza alcuna, che in tanta copia di acque, serbasse quel sugo cotal virtù; replicavano primamente, che, passando elleno, per ragion di esemplo, per luoghi ripieni di tenace argilla; niente non impediva, che a ciascheduna particella, o pur mole determinata di acqua, si accompagnasse tanto di quel sugo lapidifico, che basti a comunicar sua natura a quella tal mole, o particella; e per conseguente tanto sugo a tutta la massa, quanto ne basta a far sì, che tutta, quanta ella è, possa impietrir le cose, che dentro vi caggiono, o pure vi vengon messe. Secondariamente recavano in mezzo l’autorità di Giovanni Battista Vanelmonzio, il quale afferma, aver lui fatto una spezie di amalgama, che, ponendosi entro l’acqua, diventa duro più che selce, o macigno: onde viene a chiarirsi, che non solo non deono esser l’acque d’impedimento alla natura lapidifica, con esse mescolata; ma forse che le fan mettere in opera la sua possanza, la quale senza di loro sarebbe per sempre inceppata.
Altri, che mi pareano, avere nel capo manco pregiudicj, diceano, non esser già l’acque, che s’impietriscono, ma ben’ deporre esse in camminando quel limo, che, con se traggono; il qual si rappiglia, e fassi pietra, nella maniera, che tutte le altre pietre nelle montagne si fanno: per conseguente non essere in questo caso le acque, che un semplice vehicolo; tanto necessarie però alla generazion delle pietre, (per la separazione, che fanno della rena dalla parte glutinosa del terreno) che solea un mio amico dire, molta spezie di sassi non aver dovuto essere al Mondo, se stato non vi fosse l’universal diluvio. Le acque, a volerle ben considerare, esser quell’elemento, che abbiamo con più evidenza ingenerabile, e incorruttibile; e in quella stessa mole, che da Dio fur create nel principio del Mondo: compresavi anche quest’aria, che noi respiriamo, la quale altro non è, che acqua, in picciolissime goccette divisa, con qualche porzione di etere: e quando soffia Austro, unendosi molte di esse, ne anno una più grande, e veggiamo come sudare i marmi, e l’altre cose dure, di superficie ben levigata, alla quale quelle goccette si arrestano: e ’l simigliante adivenir suole all’opposito per lo gran freddo, quando, avendo posto alcun gelato liquore entro un bicchier di vetro, il veggiamo tutto all’intorno grondare. In fatti passa l’acqua, con una spezie di filtrazione, per le radici, sino alla sommità, e alle foglie delle piante, e alle frutte: le foglie, e le frutte parte si seccano (e l’umor non si perde, ma riman nell’aere) parte serve agli animali; da’ quali parte in forma di escrementi torna nel terreno, e quindi nell’aria col calor del Sole, o nelle piante nel modo già detto; parte si trasmuta in sostanza degli stessi animali, e quindi passa ne’ nostri corpi in forma di cibo, o colla traspirazione insensibile si fa nell’aria: e così quasi dissi in infinito dall’una cosa passano le acque nell’altra, con perpetua armonia, senza mai perdere di loro quantità, se non apparentemente a’ nostri occhi. Fu ciò tocco in parte da Lucrezio, allor, che cantò.
Chiunque andrà ben considerando quel, che io dico, iscorgerà, che non ebbe tutto il torto del mondo Talete, a dir che l’acqua fusse principio di tutte le cose: imperocchè la vedea egli diffondere, e trasfondersi per tutte le spezie de’ misti, senza perdersi di lei gocciola: dal mare ne’ fiumi, e nell’aria; da’ fiumi, e dall’aria nelle piante, siccome è detto; dalle piante negli animali; e poi di nuovo, con circuito di varie vicende, nel mare: e bisogna ancor credere, che il buono uomo di Aristotile avesse voluto far l’impostore (che tanto ignorante no ’l fo io) dicendo, e mostrando di credere, che l’acqua si trasmuta in aria, quando si assottiglia in forma di vapore; e l’aria si fa fuoco; e cotali altre ciancie, ch’egli sostiene con quel principio: Inter Symbola facilior transitus. Come dunque voler, che l’acqua si trasmuti in pietra? Ben di pietra è chi ’l crede.
L’altra considerazione, che que’ valentuomini diceano, doversi fare, si è, che non sono già le legna, o simiglianti cose, che poste nell’acqua del fiume, s’impietriscono; ma è ben quel limo, recato dall’acqua, il quale, a poco a poco ponendosi dattorno al legno, gli si rimane così attaccato: nella guisa, che una pera, intinta nel zucchero bollente, quantunque nell’esteriore ella sembri di zucchero; questo non è però cotanto penetrato di fibra in fibra, che abbia trasmutato nella sua natura tutta la sostanza di essa pera, la qual poi si dice inzuccherata. Così appunto egli avviene delle frondi, che caggiono in quella spezie di acque, e delle cose altresì più sode, come le legna, e i rami degli alberi: con questo divario però, che il limo circondante esse frondi, overo rami ha proprietà di far marcire la cosa, che egli dentro di se abbraccia; o sia per mezzo de’ sali, o di altra cosa, che a ciò sia idonea, e perciò rompendosi poi quel ramo, così, come dicono, impietrito, si truova in esso come un canaletto concavo, e dentrovi alcuna cosetta, che rimane dal legno marcito, s’egli è di tessitura assai larga, e porosa; perche de’ legni più duri vi restan sempre più, che ordinarj minuzzoli, e talora vi si veggono belli, ed interi come prima di vestire la petrosa scorza. Io ne son testimonio di veduta, che mille a’ miei dì mi son capitati nelle mani di ramuscelli, e cose simiglianti, impietrite dal mentovato Clanio, ed ancora dal Sarno alla falda del minacciante Vesuvio. Ma siano, che si voglia: io ne ho ragionato alla buona, e la mia professione fu già di Giurista, ora di soldato, e non mai di Filosofante.
Di maggior maraviglia, sarebbe un’altro fonte, detto di San Martino, nelle stesse vicinanze di Zepus, s’ei fusse vero, quel che da molti ho udito raccontarne: è ciò è, che precipitando le di lui acque, con grandissimo rumore, in certe strane voragini; ei sembra, che quella, che scorre al di fuori nell’aperta campagna, si trasmuta in tanti sorci. Potrebbe aver dato occasione alla favola l’abbondanza di sorci; ch’è in quelle contrade; la di cui descrizione (direbbe un’amico, valentissimo negli scherzi) sarebbe veramente Topografia non Corografia. Dall’altro canto non guari discosto dalla deliziosissima nostra Napoli, nel luogo, che si appella Poggio-Reale, diporto già de’ Regi Aragonesi, nelle prime piogge, che vengon dopo la state, cadauna goccia d’acqua (secondo la volgare opinione) genera un rannocchio, che tosto si vede, mezzo tra l’essere, e ’l non essere, gir saltellando a gittarsi nell’amico elemento. Come che son picciolissime cotại rannocchie, manifestamente si chiarisce, ch’elle escono allora da’ gusci delle loro uova; le quali forse si aprono per mezzo dell’acqua, là dove negli animali volatili, che vivono semplicemente in terra, ciò fa il caldo. Forse ch’elle prima vi dimoravano istupidite dal caldo, e dalla polvere, non guari diversamente, che i ghiri stanno di verno addormentati su per gli alberi; e poscia al cader di quelle goccie si risvegliano, e si ravvivano. Quale openione potrebbe esser confermata da ciò, che alcuni han detto, trovarsi nello stomaco di tai rannocchie cibo, e nell’intestini feccie. Ma dall’altro canto, donde potrebbon esse prendere cotal cibo? e come esercitar le suzioni vitali, così mezzo sepolte? E come da’ viandanti non essere calpestate, e schiacciate? E se si dice, come non sono ischiacciate da’ viandanti le uova; puossi rispondere, che molte di esse si conservano tra l’inegualità del piano di quel terreno. Così ancora potrebbe avvenire, che intorno a questo fonte di San Martino vi avesse delle uova di un qualche animale simigliante al sorcio, le quali, toccate da sì fatte acque, venissero ad aprirsi, e mandar fuori quegli animaletti: o che gli scotesse dallo stupore, in cui stavano come addormentati: o pure, ch’entrando le medesime acque ne’ buchi del terreno, ove i sorci son nascosti; gli sforzino ad uscirsene, per ischifar la morte. Gli Egizj niente di ciò non si maraviglierebbono; posciachè, secondo lo che marra Diodoro Siciliano, ed altri antichi Scrittori, estimavano essi, che tutti gli animali fussero la prima volta stati generati dalle acque, che sul principio del Mondo (o se mal non mi rammenta, dopo il Diluvio; che quì non ho libri da prender consiglio) erano ancora in poca quantità sopra la superficie della terra: e quantunque l’antichissimo Filosofo, e Poeta Omero, ed Orfeo abbiano ancora eglino appellato l’Oceano Padre di tutte le cose; gli Egizj però eran caduti in questa opinione per la generazione di varj insetti, che vedeano farsi nel limo, solito rimanere dall’annuale accrescimento del loro Nilo. Ma che che ne sia, questi sorci del fonte di San Martino, come nati dall’acque denno essere di gran notatori; e non accaderebbe ad alcun di loro la disgrazia di quel sorcio, descritto sul principio della Batrachiomachia del medesimo Omero, o chiunque ne sia pur l’Autore.
Un’altro fonte è pure circa lo stesso luogo, che non si agghiaccia mai di verno; essendo forse caldo, overo abbondante di particelle assai volatili, vegnenti da qualche miniera. Altre acque hanno in se tanta copia di sale armoniaco, e di vitriolo, che sciolgono il ferro, come l’acqua forte artificiale. Nel Contado di Bars presso al Castello di Leva son delle acque acide, alle quali convien sempre trovarsi nuove vie di sgorgare; chiuse le antiche dalle pietre, che tuttavia le medesime acque vi van facendo. Gli acidi ben sappiamo, altri sciogliere, altri indurire, e fissare: cosa da far perdere il cervello a’ Signori Medici, e disperar di racquistarlo agli alchimisti. E pietre forma altresì la fontana, ch’esce da certe spelonche, poco lungi dal Castello di Filek: e vi ha cert’ingegni sottili, i quali giurano, e stragiurano, che ne fa eziandio di figura umana. Addio scultori, s’egli è così.
Altre acque, pure acide, si truovano nel contado di Zol, detto da’ Tedeschi diebergh-statt: e non guari lontano da Eperiessio vi ha di quelle, che si rapprendono in sale, da cui ha il luogo preso nome di Sowar, e fornisce di sale tutta l’Ungheria, la quale non ha perciò bisogno di pigliarne dagli stranieri. Di altre salutifere, e buone per uso di Bagni, ne abbondano, tutti i luoghi, posti in vicinanza di Gomorra, Strigonia, Buda, ed altre Terre, di cui poco monta il tesser Catalogo. Ei si vede manifestamente, cotal sorte di acque trovarsi in que’ paesi, ove son molte miniere, e di mezzi-minerali, e di metalli; e questi ancora ove son de’ fuochi sotterranei; e dove son fuochi sotterranei sentirsi sovente de’ tremuoti. Gl’incendi del nostro Vesuvio, e del Monte-nuovo presso a Pozzuoli, dov’era il lago Averno (di che scrisse Simon Porzio), e dell’Isola d’ Ischia, e dell’Etna in Sicilia (che condues sinonime voci, l’una Italiana, ed Araba l’altra, si appella ora Mon-gibel), fan chiara pruova di ciò, ch’io dico.
Quanto alla copia del necessario sostentamento, non ha l’Ungheria, che cedere a verun paese. Vi si raccoglie tanto formento, che potrebbe nutrire agevolmente tutta Italia. Ottimo si è il vino de’ Contadi di Zalad, Giavarino, e Pilsen (dove è Buda): ma il più eccellente però di tutti viene estimato quello di Torkay, il quale ha il color dell’oro, niente meno, che ’l tartaro da lui deposto, e di questo non bee, che l’Imperadore, ed alcuno de’ più gran Principi di Germania. L’abbondanza della cacciagione sorpassa ogni credenza, così se si riguardano i quadrupedi, che i più pregiati volatili: e maggiore si è quella de’ pesci. In Tokay si hanno per un solo scudo di Ungheria sino a mille carpioni; cosa, che sembra favola. Il Tibisco da de’ lucci, lunghi due gombiti; e ’l Danubio storioni di straordinaria grossezza; e gli uni, e gli altri si vendono a vilissimo prezzo. Circa la carne, l’abbondanza parimente ne rende il prezzo vile. Si fanno tanti degli ottimi, e sì rinomati castrati ogni anno in Ungheria, che, oltre a quel, che si consuma nel Regno istesso, se ne son mandati talora fino a centomila in Alemagna, e sino a’ confini d’Italia.
I Cavalli di questo Reame son veloci assai, ben formati, e molto idonei a qualsisia fatica.
Gli antichi Ungheri, conosciuti nelle Istorie sotto nome di Daci, e di Pannoni menavano una vita incolta, e barbara, senza Cittadi, nè leggi, nè Principi: contentandosi per cibo di miglio, e di orzo, e per bevanda del puro, e chiaro liquore della fontana, e del fiume. A’ tempi di Giulio Cesare furono la prima volta tentati dalle armi Romane; dalle quali finalmente, dopo varie vicende, fur soggiogati sotto il Principato dell’astuto Tiberio: nè meno di centomila per volta si erano quegli armati, che resisteano al sì temuto allora Popol di Marte, domatore delle Provincie, cui conviene ora mendicar l’onore dagli antichi edificj, e dalla ricordanza de’ fatti egregi de’ Marj, de’ Scipioni, de’ Fabj, de’ Marcelli.
Così fortuna va cangiando stile.
Fece poscia ritorno la Barbarie in Ụngheria nel IV. secolo colla venuta degli Unni, (chiamati di presente Tartari, ed anticamente Sciti) dal freddo Tanai, e dalla palude Meotide, da’ quali prese ancor nome, siccome appresso diviserassi. Non apprestavano costoro i cibi per mezzo del fuoco; ma nutrivansi, a guisa di fiere, con radici di erbe salvatiche, e carne cruda, riscaldata solo tra la sella, e ’l cavallo. I figliuoli si alimentavano sino al decimoquarto anno. Gran pericolo vi avea nel conversare con esso loro a cagion dell’incostanza, perfidia, ed ira, di cui ad un tratto, e per fievoli occasioni si accendeano. Discordi erano ancora fra se stessi, spezialmente sul fatto della Religione: nulla giusta idea non avendo nè del dritto, nè dell’onesto: e solo intenti al rubacchiare, e rapire. Militavano per lo più a cavallo; e prima di entrar nella pugna assordavano il Cielo con ispaventevoli grida: costume, che dura sino al dì d’oggi appo tutti i Popoli dell’Asia, e parte degli Europei confinanti. Quest’altra usanza non dee tralasciarsi ancora in silenzio, che bruciavano essi, col ferro bollente, le guancie de’ bambini, affinchè, renduti adulti non nascessero loro de’ peli in sul viso.
Gli Ungheri di oggidì hanno sembiante guerriero, e feroce. Son crudeli, superbi, avidi di vendetta, discordi, avari, e superstiziosi. I Contadini accoppiano la natural rozzezza a una somma malizia, venuta loro dallo spesso, e dimesticamente conversare co’ Turchi; e ad una stomachevole doppiezza di animo, ed incostanza nelle amicizie. I nobili dimostransi, sopra tutte le altre nazioni, magnifici, e gravi; spendendo volontieri tutte le loro rendite in una vana pompa di vesti, d’armi, di cavalli, e di un gran numero di famigli, con cui credono di sostenere almeno un’ombra della libertà de’ loro avoli. Abborriscono il dominio Turchesco, non meno a cagion della Religione, che per lo dispregio, in cui è tenuto appo i Maccomettani quella, che appellasi da da noi nobiltà. Ed ugualmente hanno in odio il nome Tedesco, per quella naturale avversion di animo, che tuttodì veggiamo avere i popoli soggetti inverso le nazioni dominanti, o buone, o ree ch’elle siano: cagionata certamente non tanto dall’insolenza, e tracotanza di chi è avvezzo al comando senza tema di riprensione; quanto dall’essere l’uomo, di sua natura, poco o nulla adattato a soffrir qualunque giogo ei si voglia; eziandio delle leggi, avvegnache giustissime, santislime, ed alla pubblica, ed universale conservazione, e salute indirizzate. E ciò massimamente adiviene a quelle nazioni, che di maggiore intendimento (cui l’orgoglio ancora per lo più si accompagna) e valore dotate si veggono: quando i Principi non sanno quasi inebbriarle di una spezie di gloria, riposta nel mestiere dell’armi, la qual conduce alla difesa dello Stato dagl’insulti esterni, ed alla sicurezza dalle commozioni interne. I Maccomettani s’ingegnano dal canto loro, che i sudditi siano ignoranti, e si perdano nella lascivia, e nella gola: affinchè, inveschiati ciecamente dalle voluttà, che riguardano il sensitivo appetito, lascino negletta la parte migliore, ch’è la mente; e non conoscano la lor propria miseria, la dignità del loro essere, e l’indegna servitù, nella quale vivono coloro, che daʼ gran Monarchi sono, con troppo vilipendio, trattati da meno di quei, nel cui Paese abitar sogliono di persona. Or gli Ungheri, quantunque non siano miga la gente più savia del Mondo, conoscono nondimeno pur troppo palesemente, quanto inumani siano i modi, co’ quali voglion trattarli i feroci, e quasi non dissi inumani Tedeschi, spezialmente i più Settentrionali. Solea dire la Reina Cristina di Svezia, non avervi animale più simigliante all’uomo; ed io dico, che non ve ha più somigliante all’Orso. Dico io del più: che del rimanente vi sono in Alemagna, come in tutte le parti del Mondo gentilissimi spiriti, e dotti, e discreti, che non hanno cerebrum in podice, come dicea colui; spezialmente coloro che han veduto Italia, e Francia: ma gli Ungheri si lamentan del male, e non conoscono il bene, o pur non l’assaggiano.
Sono ancora gli Ungheri golosi sino all’eccesso, ed egualmente gran mangiatori, e gran bevitori: vizj, che di rado, o non mai van congiunti: perchè i Tedeschi, per ragion di esemplo, sembra, ch’ei si mettano a mensa solo per bere; gl’Inglesi al contrario, e fors’anche i nostri Napoletani. La maraviglia però si è, che, non ostante la crapula, sul fatto degli appetiti di Venere sono continentissimi: e quindi è, che in tutta Ungheria non troverassi una meretrice: e se, dopo contratto il matrimonio, sapesse un marito qualche leggerezza, quantunque picciola, della moglie; non vi ha mezzo, che vaglia a distorlo dall’incrudelire contro alla cattivella. Abborriscono ancora di menarsi a moglie alcuna vedova, avvegnache bella, e ricca; rispondendo a chi facesse loro di ciò parola col volgar distico.
Quæsitus juvenis viduam cur ducere nollet,
In qua quis periit non bibo, dixit, aquam.
Usano gli Ungheri il vestire lungo alla Turchesca, così gli uomini, che le donne; salvo che queste si adornano di più con delle gemme: e gli uni, e le altre hanno però certi calzari, che giungono a mezza gamba, simiglianti in parte al coturno degli antichi.
Quanto al linguaggio, parlano il particolare del paese, e oltreacciò il Turchesco, lo Schiavone, e ’l Tedesco. Il carattere si è il medesimo, che ’l nostro.
Le monete son l’unghero di oro, simigliante nel peso, e nella grandezza al zecchino Vineziano, e ’l Penz, o sia Harampenz di rame, cinque de’ quali fanno un grosso di Germania.
La Religione in diversi luoghi è diversa, a cagion della libertà di coscienza, ottenuta da gli Ordini nel 1622. Que’ che confinano con la Silesia, e Moravia sono la più parte Anabattisti. Nelle altre Provincie vi ha gran novero di Luterani, Calvinisti, e molto poco di Cattolici; i quali han due Arcivescovi, di Strigonia l’uno, di Kolozzo l’altro, ed alquanti Vescovi, di costor suffraganei.
Il Parlamento di Ungheria vien formato da quattro Ordini di persone. Il primo di Ecclesiastici, cioè di Vescovi, Abati, Prepositi, Capitoli di Chiese Cattedrali, e Collegiate. Il secondo de’ Baroni, o sia Grandi del Regno, compresovi anche il Palatino, di cui più sotto dirassi, il Bano di Schiavonia, e li Conti delle Provincie, i quali son perpetui. Il terzo de’ Nobili, o che siasi antica, o moderna loro nobiltà, pur che tali nondimeno sien dichiarati per lettere Regie. Il quarto si è delle Città libere.
Le forze del Regno furon grandi ne’ tempi passati; imperocchè somministrava al suo Re fino a cinquanta mila soldati: ma le continue guerre, e la potenza de’ confinanti Turchi hannolo ora fatto assai misero, e compassionevole. La maggior rendita del Re presentemente sarebbe di 160. mila scudi sopra le miniere dell’oro, e di altri metalli; e, aggiuntovi quello, che ponno rendere le terre, e li buoi, farebbono in tutto circa 230. m. scudi, oltre però a’ sussidj straordinari. Il Turco esigge ne’ luoghi a lui soggetti quattro fiorini per persona.
La milizia Unghera vien divisa in Aiduchi, ed Usseri i primi a piedi, i secondi a cavallo. Gli uni, e gli altri, prima di entrare in battaglia, secondo il costume Turchesco, mettono altissime grida. Ei si contentano di picciolo stipendio; ma dall’altro canto rubano, et uccidono i miseri viandanti, ovunque l’occasione ne viene loro in acconcio. Gli Aiduchi sono per lo più di piede velocissimi; condizione veramente richiesta a’ ladri. Gli Usseri, se nel primo impeto non abbattono il nemico, si sbigottiscono, e fuggono in guisa, che difficil cosa è a sovraggiungerli. Ottenuta, che hanno qualche vittoria sopra i Turchi, non entrano nella loro Città, o ne’ steccati, che a suon di tromba; recando innanzi, quasi trofei del lor valore, le teste de’ Turchi uccisi, affisse sopra pertiche: e, secondo il numero de’ lor fatti egregi, pongonsi sul cappello altrettante penne di aquila.
Eleggeasi già il Re d’Ungheria dagli Ordini del Regno, convocati a questo effetto dal medesimo Re antecessore il quale, se vivente, solea proccurare di stabilirsi alcun degno successore. Trovandosi però morto il Re, chiamavasi l’Assemblea dal Palatino del Regno; e in assenza di costui da’ Giudici, detti della Camera, fra’ quali avean voto gli Arcivescovi, Vescovi, Abati, e Prepositi, e i Diputati delle Città libere. Al Re eletto si mandavano degli Ambasciadori ad usare i dovuti convenevoli, e ad offerirgli, e pregarlo di accettare il Regno. Venuto, il portavano di presente nella Chiesa Cattedrale, col rimbombo di tutta l’artiglieria, e giulivo suono di militari stormenti: e quivi tutti gli Ordini baciavangli il lembo della veste, o pur la destra mano. Indi a pochi dì celebravasi, con gran pompa, la coronazione nella Chiesa di S. Martino, in questa guisa. Dopo avere l’Arcivescovo di Strigonia celebrata la messa, prendea il Palatino la Regal Corona d’in sù lo altare, e poneala a destra del Re, assiso dirimpetto allo stesso altare. Questi poscia dava il solito giuramento in mano dell’Arcivescovo, e dal medesimo ricevea la spada sguainata, la quale girava egli all’intorno, per dimostrare, esser se pronto per tutte le vie a difendere il Vangelo. Ciò fatto dava l’Arcivescovo la corona in mano del Palatino; il quale, stando appiè dell’altare, l’alzava con tutte e due le mani, e dimandava tre volte a’ circostanti Signori, e Baroni, se voleano, che l’eletto Re fusse incoronato; e, rispondendo essi di sì, il Palatino ponea la corona in sul capo del Re, e l’Arcivescovo lo scettro nella destra, e nella sinistra il pomo di oro, e quindi le altre insegne, e così montava il Re sopra del Trono, quasi a prender possessione del nuovo Regno. Ciò fatto, con tutti i segni, che ponno dar di letizia l’artiglieria, le campane, e le trombe, andava il nuovo Re ad un’altra vicina Chiesa, preceduto dal Regio vessillo, portato da qualche gran Barone, e facendo per quel tratto di strada, superbamente, allora adornato, gittar delle monete d’oro, nuovamente fatte del suo conio. Quivi giunto, montava sopra un ricco Trono, a questo fine preparatovi; e, vestito dell’abito Regale di Santo Stefano, creava de’ Cavalieri, detti d’oro, i quali lo attendeano posti a ginocchio, percotendoli sulla spalla leggiermente tre volte con la spada sguainata. Uscito quindi di Chiesa, con lo stesso abito, montava a cavallo; e, col medesimo accompagnamento di tutti gli Ordini, usciva fuori la porta della Città: e quivi sceso, dava sopra un’altare, a tale effetto destinato, solenne, e pubblico giuramento in mano dell’Arcivescovo, di osservare i privilegi della nobiltà, e le leggi del Regno, e fare egualmente la dovuta giustizia ad ogni genere di persone: e, rimontato a cavallo, fendea colla spada l’aere verso i quattro punti Cardinali del Mondo, per significare, esser se pronto alla difesa del Regno contro a qualsivoglia nemico. Se n’andava poscia in palagio, e in compagnia di pochi favoriti Grandi, si sedea, pur con l’istesso abito, ad una mensa, qual si dee credere in tale occasione, lautamente imbandita; venendo servito da’ principali Baroni, a tale ufficio destinati. Alcuna volta si è fatta questa cerimonia in Pest, col concorso di 80. m. uomini a cavallo. Gli Ungheri chiamano il loro Re Kirlay, overo Kraly.
Appresso a quella del Re tiene il primo luogo la dignità di Palatino, il quale ha, o, per dir meglio, avea il primo voto nell’elezione del medesimo Re, in mancanza del quale governa. Egli determina le liti, che sorgono tra ’l Re, e i vassalli; e compartisce premj, e gastighi alle milizie, che tutte sono a lui soggette. Alla di lui sentenza, giusta, o ingiusta ch’ella sia, ciecamente si ubbidisce; tanta, e sì grande è la venerazione, che gli si porta, e l’autoritade, in cui, mercè delle grandi rendite, aggiunte alla carica, egli si mantiene: autoritade soventemente dannevole agli stessi Re, a cagion delle sedizioni, dagli Ungheri fatte col patrocinio del Palatino.
Siegue a quella di Palatino la carica di Giudice Aulico. Questi ha giurisdizione ordinaria per tutto il Regno; e, nelle occasioni di comparire in pubblico, va del pari co’ Marescialli di Germania.
Sono poscia da considerarsi due Cancellieri del Regno; l’un perpetuo, cioè l’Arcivescovo di Strigonia, il quale si è ancora Primate d’Ungheria, ed interviene alle cerimonie dell’incoronazione, di cui è detto non è guari, e conserva il suggello della Corona; l’altro ad arbitrio del Re: e di più il Prefetto della Camera, o sia Camerier maggiore, il quale ha luogo nel Consiglio di Stato, e prende cura delle miniere, e delle saline. Torno a dire, prendea, perchè fuit Ilium, e ’l Reame d’Ungheria non è più quel desso.
Havvi in questo Regno una costumanza, assai diversa, anzi contraria alle civili leggi de’ Romani; e cioè, che i figli maschi solamente succedono nella redità paterna; in mancanza de’ quali succede il Fisco. Di più si usa fra’ Signori di stipulare i Padri a nome de’ figli, ancor bambini: e questi, divenuti adulti, interamente, e senza niuna eccezione, sì fatta stipulazione hanno per rata, e ferma, e puntalmente ad effetto la recano.
Il nome di Ungheria vien dagli Unni, popoli della Scitia, di cui più sotto farem parola. Appo gli antichi Romani diceasi Pannonia, nome tratto, secondo alcuni, da un tal Re Pannone. Egli è però da sapersi, non esser l’Ungheria tutta l’intera Pannonia: posciachè veniva questa divisa in superiore, ed inferiore, e la prima comprendea la Stiria, e l’Austria; e la seconda quella, che di presente appellasi Ungheria. I suoi confini son da Oriente la Transilvania; da Occidente la Stiria, l’Austria, la Moravia, e Silesia; da Settentrione la Polonia; da Mezodì la Schiavonia, Rascia, e Servia. Anticamente era divisa in LXXIII. Contadi; ora ne ha circa LX. quasi tutti soggetti all’Imperadore.
L’origine degli Hunni non è già cotanto chiara, sì che di lei non abbiano gli Scrittori avuto delle belle contese. V’ha chi dice, essere stati gli Hunni nel tempo antico quelli, che oggidì chiamiamo Tartari: altri affermano essere eglino stati di origine Russi, o sia Moscoviti, della Provincia di Iuhra, confinante con la Gran Tartaria, i di cui abitanti fino al dì d’oggi usano la favella medesima di Ungheria: altri di un Paese dell’Asia Settentrionale, detto Pascatir. Tutti forse si appongono al vero, se vogliamo por mente a ciò, che le suddette Provincie son poste tutte tra la Moscovia, e la Tartaria. Dall’altro canto i Moscoviti si gloriano presentemente, che da una loro Provincia detta Iuhra, posta sull’Oceano Settentrionale, uscirono gli Unni, e se n’andarono a far domicilio alle ripe del Danubio, occupando la Pannonia, la qual da Iuhra fù detta Iubaria, e quindi corrottamente Ungaria. Giornando, Scrittore delle cose Gotiche, reca in mezzo come storia una, che noi avremmo pena a chiamare favola verisimile: cioè, che avendo Filmero Re de’ Goti cacciata fuori del suo Campo una certa laida, e sozza meretrice, per nome Alirunna; costei dolente, e cattiva cominciò a gir vagando per le selve, confinanti alla Palude Meotide; dove, ingravidata da’ demonj, partorì una spezie di mostri, da’ quali gli Unni trassero poscia la loro origine.
Che che sia di ciò, egli è certo, ch’essendo stata la Pannonia sotto il giogo de’ Romani, fin dal tempo di Tiberio Cesare, il quale oppresse il Re Batone; fù poscia signoreggiata da’ Goti, usciti dalla Scandinavia; i quali ne furono poco appresso cacciati dagli Unni, circa gli anni di Cristo 360. Scrivesi, che in diverse volte, e sotto sei differenti Capitani, n’entrarono nella Pannonia un milione, ed ottanta milia. Il primo Re, secondo l’openione di Sigeberto Gemblacense, fù Balamber, a cui succedette Mundzuch, o sia Bendeguz; a questi Ottaro, e Regilano; quali estinti, pervenne il Regno ad Attila, e Bleda fratelli. Secondo altri, prima di Attila non vi ebbe Regi, ma Duci, e Capi delle Tribu; e ’l comando nè anche era partito fra Attila, e Bleda; ma questi rimase al governo, quando venne il primo a far la guerra in Francia. Egli è però certo, che Attila prima di questa guerra fece morire il fratello, per gelosia di regnare. In questo modo ebbe il Regno degli Unni principio nella Pannonia, overo Ungheria nel 401. Attila, dopo essere stato in Buda salutato Re, con poderosa oste passò in Francia. Quivi, mentre con forte assedio stringeva Orleans, fù vinto da Aezio General de’ Romani, da Teodorico, e Meroveo, il primo Re de’ Goti, il secondo de’ Francesi, che seguitavano allora la fortuna de’ Romani: il che accadde circa gli anni di Cristo 450. morendo dall’una, e l’altra parte sino a 180. m. uomini. Ritirossi quindi Attila, col rimanente dell’esercito, in Troyes di Sciampagna, e di là passò a Rheims, uccidendovi il Vescovo Nicasio; e finalmente ritirossi nella sua Pannonia. Saputo poi, aver Valentiniano Imperadore ucciso di sua mano il famoso Aezio, tornò in Italia; e, dopo lunghissimo assedio, prese, e distrusse Aquilea, e rovinò Milano, ed altre insigni Città (onde da’ popoli fuggitivi fu cominciata ad edificar Vinegia) e fino a Roma se ne venne minaccevole: dove dalle preghiere di S. Leone Papa fu raddolcito, sicchè tornassero di là dal Danubio; con promessa di mai più non ripassarlo. Mentre nel 454. attendea a darsi bel tempo fra conviti, e piaceri; un terribil flusso di sangue il privò di vita, e liberò il Mondo d’un mostro, che avea portato le sue armi vittoriose per tutto l’Occidente; ed, ajutato da’ Gothi, Gepidi, Longobardi, Alani, ed Eruli, ripiena Europa di alto spavento: sicchè ne veniva appellato il flagello di Dio. Fu egli, secondo, che riserisce Paolo Diacono, superbo, e grave nel camminare; amator della guerra, ma non già prode di mano; astuto, pieghevole alle preghiere altrui, ed umano con chi gli si arrendea: di statura bassa, petto largo, capo grande, occhi piccioli, di barba rara, naso schiacciato, e di color bruno.
Morto Attila, sorsero tre fazioni tra gli Unni: la prima volea porre sul Trono Aladario, la seconda Chaba, o sia Czaba e la terza Ernace: della qual discordia approfittandosi gli Ostrogoti, sotto la condotta di Valamiro, fingendo di volere ora l’uno, ora l’altro soccorrere, moltissimi degli Unni recarono a morte, e ’l rimanente tratto tratto dalla Pannonia scacciarono. Erano morti pugnando ne’ campi Sicambri, cioè di Altoffen, Aladario, ed Ernace; onde Caba, veggendo non poter co’ suoi resistere alla potenza de gli Ostro-gothi, prese il partito di raccorre le reliquie degli Unni, e tornare con esso loro all’avolo Bendeguzo, nella Scitia Settentrionale. Que’ che non vollero seguitarlo, passarono ad abitare nella Transilvania, e ne’ luoghi di montagna presso al Danubio: e, come che il nome di Unni era fatto odioso, e spiacevole; presero quello di Sicoli, che suona nella loro lingua reliquie; per significare, ch’essi erano degli Unni rimasi nel paese. Conservano i Sicoli fino al dì d’oggi gli antichi costumi. Tutti si riputano ugualmente nobili; ed è restata appo loro in provverbio la partenza di Caba, e ’l suo ritorno: perche volendo significare una cosa impossibile, o, che essi non voglion fare, dicono, che la faranno, quando tornerà Caba.
Regnarono poscia nella Pannonia gli Ostrogoti, i Gepidi, e i Longobardi: e, come, che questi furono di origine Tedeschi, e Sassoni, quindi è adivenuto, essere ancora in uso la favella Sassona nel più bel mezzo della Transilvania.
Circa gli anni del Signore 744. tornarono gli Unni dalla Scitia ad entrar nella Pannonia sotto sette Capitani, ciascuno de’ quali fabbricò un Castello nella Dacia; ond’è, che la Transilvania viene anche oggidì chiamata da’ Tedeschi Siebenbergen. Tra questi Duci vi fu un tale Arfad della discendenza di Caba, figlio di Attila (perche da Caba nacque Edo, da questi Elendo, da Elendo Alinosio, di cui fu figliuolo Arfad) al quale succedette il figlio Zothan, a Zothan Caiza, a Caiza Santo Stefano, che fu il primo Re di Ungheria, coronato dall’Imperadore Ottone III. nel 997. In questi dugento quaranta tre anni prima di Santo Stefano, i Duci de gli Unni fecero continue guerre con gl’Imperadori di Germania, ed afflissero acerbamente la già donna delle Provincie, poscia troppo miserevole, ed abbietta Italia, e perche eransi uniti a’ Sicoli, di cui è detto di sopra, ed agli Avari, furono appellati Unnivari, e finalmente, per corruttela di vocabolo Ungari. Carlo Magno tennegli in alcuna guisa soggetti all’Imperio: ma non poteano eglino astenersi dalle continue ribellioni: e spezialmente una ne fecero in tempo dell’Imperadore Arnolfo, così fiera, e crudele, che sino alle femmine pretendeano di arrollarsi, e gire a combattere. Sotto l’Imperio di Arrigo, soprannominato l’Uccellatore, osarono di cercare a’ Tedeschi tributo. Arrigo mandò loro un cane monco, e scabbioso, trattandogli con ciò da’ ribelli, secondo il costume di que’ tempi: di che forte sdegnati, cominciarono a fare la più crudel guerra, che di memoria di uomo si ricordasse. Ma finalmente lo Imperadore gli sconfisse presso a Mersburgh, Città della Sassonia tanta occisione facendone, che appena nove ne rimasero vivi, e pur prigionieri in mano del vincitore; dal quale, mozze le mani, il naso, e gli orecchi, fur rimandati in Ungaria; acciocchè agli altri insegnassero a non voler da’ Tedeschi, popoli fortissimi, e bellicosi, cercar tributo. Ottone Imperadore finì di abbatterli nel 955. molte migliaja tagliandone a pezzi in una battaglia, succeduta presso Augspurg, detta già da’ Romani Augusta Vindelicorum, a differenza dell’Augusta Trevirorum, oggi Treveri. e così gli Unni perderono la tracotanza di più passare in Alemagna, non che di addimandar tributo.
Santo Stefano nacque nella Città di Strigonia nel 969. e fu coronato da Ottone III. com’è detto di sopra, nel 997. avvegnachè altri dicano nel 1001. Mortagli la prima moglie, sorella di Arrigo II. Imperadore, si tolse la figliuola del Re di Borgogna, dalla quale ebbe un figliuol maschio, appellato Arrigo, che morì prima del padre. Succedette a Santo Stefano Pietro suo nipote, nato dalla sorella, il quale avendo tre anni regnato, fu deposto; è quindi riposto in sul Trono da Arrigo III. Imperadore, e finalmente da’ proprj fratelli occecato, si morì nel 1046.
Durò la famiglia di Santo Stefano sino al 1301. cioè sino ad Andrea III.: regnati essendo successivamente Andrea, fratello del sudetto Pietro, Bela I. Salomon, Geyza II. San. Ladislao, Colomanno, Stefano II. Bela II. Geyza III. Ladislao II. Stefano III. Bela III. Emerico, Ladislao IV. Andrea III. In tempo di San Ladislao si aggiunse alla corona di Ungaria la Dalmazia, e la Croazia; perche Zelimiro, ultimo loro Re, lasciò que’ Regni in testamento alla moglie, ch’era sorella di Ladislao; ed ella al fratello, circa gli anni di Cristo 1080. E quantunque dapoi la morte di Ladislao i Dalmati, tumultuando, si avessero eletto per Re un tal Pietro; questi nondimeno fu in battaglia ucciso da Colomanno, e così la Dalmazia fu ricuperata, e racchetata.
Gran turbamento ebbero però le cose di Ungaria nel 1242. venuti essendovi i Tartari, e dimorativi a distruzion di lei per anni tre, a fine di vendicarsi del Re Bela, il quale ricevuto avea nel suo Regno i Cumani, di fresco cacciati dalla Scitia da’ medesimi Tartari. Non ostante la memoria del beneficio, nullo maggior nemico non ebbero gli Ungheri, che i Cumani; essendosi questi, per isdegno di aver veduto in un tumulto popolare ucciso il loro Re dagli Ungheri, congiurati co’ Tartari, avvegnache per l’addietro capitalissimi nemici. Tornatisi costoro nella Scitia, Bela dalla Dalmazia, ov’erasi ricovrato, venne di nuovo in Ungheria: ed alcuni affermano, che, passando per l’Austria, uccidesse l’ultimo Duca di essa, appellato Federigo il guerriero: ma nondimeno egli è palese, che questi fu recato a morte del Baron Pottendorffio, colla cui moglie più, che dimesticamente egli si trattanea.
Finita in Andrea III. la stirpe di Attila, siccome abbiam di sopra divisato, hanno sempre regnato famiglie straniere. La prima fù di Boemi, cioè a dire il Re Vvenceslao, o secondo altri Ladislao; la seconda Bavarese, di cui fu il Re Ottone; la terza Angioina, o sia Napoletana de’ Durazzeschi, onde furono Carlo Martello, Carlo Roberto, Lodovico I. e Maria. Carlo Roberto fu potentissimo Re, essendo allora dipendenti dalla Corona di Ungheria la Dalmazia, Croazia, Servia, Bulgaria, Bosnia, e buona parte della Russia ovver Moscovia. Da Maria, figliuola di Lodovico, passò il Regno alla famiglia di Lucemburgo, avendo ella tolto per marito Sigismondo Re di Boemia, figliuolo di Carlo IV. Imperadore, e che fu anch’egli poscia Imperadore. Impropriamente però dicesi passato il Regno nella famiglia di Sigismondo; poiche tra le condizioni del matrimonio questa si fu principalissima, che tutto il comando rimanesse a Maria, la quale da’ Signori del Regno, fin dalla morte del Padre, era già stata acclamata non Reina, ma Re di Ungheria; onde suron fatte delle monete di oro, coll’iscrizione MARIA, REX HVNGARIÆ. Con simigliante condizione eransi stabilite le nozze tra Filippo II. Re di Spagna, e Maria Reina d’Inghilterra.
La quinta famiglia fu l’Austriaca, della quale regnarono Alberto, e Ladislao, postumo. La sesta de’ Corvini, cominciata, e finita in Mattia del medesimo cognome. La settima di Polacchi, quali furono Ladislao II. e Lodovico. L’ottava l’Austriaca per la seconda volta, della quale fu Ferdinando, e tutti gli altri Imperadori Austriaci dopo di lui, cioè Massimiliano, Ridolfo, Mattia, Ferdinando II. Ferdinando III. Ferdinando IV. e Leopoldo I. oggi felicemente regnante, coronato Re nel 1658. il quale, con somma virtude, e prudenza, ha Buda, e buona parte del Regno ricuperata, che da’ tempi di Ferdinando I. era stata in mano de’ Barbari. Egli non sarà quì fuor di proposito narrare il modo, e l’occasione di sì gran perdita.
Dapoi, che i Turchi furono di Asia passati nella Tracia, ei pare, che tutto il loro studio avesser sempremai riposto nell’affliggere, con continue guerre, l’Ungheria. Mattia Corvino, fece loro gran resistenza, anzi danno, coll’ajuto del Principe Alessandro di Epiro, detto nella sua lingua Scander-Begh: ma dopo la di lui morte divennero eglino più potenti di prima, in tempo di Ladislao II. e di Lodovico. Fin dalla nascita diede costui chiarissimi presagi della sua futura infelicità. Venne egli alla luce quasi innanzi il tempo dovuto, e non ben maturo; perche nacque senza la pelle esteriore, che i Medici chiamano Epidermide: sicchè fu d’uopo tenerlo per qualche tempo entro il corpo di porci, aperti vivi per la schiena, per mentre durava quel caldo naturale. Di due anni fu incoronato, e quantunque proprio di quella età, fu nondimeno preso a cattivo augurio il suo pianto. Pose la barba a’ 14. a’ 15. tolse moglie; a’ 18. cominciò ad aver la barba canuta, ed a’ 21. finalmente morì nella battaglia di Mohaz, spinto, e voltolato miseramente dal cavallo nel fango del fiume, ch’egli passar volea; non potendone sorgere, impedito dal peso dell’arme: il che accadde nell’anno 1528. Adunque dopo la morte di Lodovico, contesero del Regno Ferdinando di Austria, e Giovanni Sepusio, Vaivoda di Transilvania. Questi veggendosi debole, ricorse per ajuto al Re di Polonia, e quindi mal consigliatamente a Solimano Imperador de’ Turchi; il quale, con sua solita accortezza, vi andò in persona con un soccorso di trecento mila combattenti. Avvicinatosi Solimano in compagnia di Giovanni a Buda, parte della guernigione fuggissi vilmente a Strigonia, parte ritirossi nel Castello. Quei del Castello indi a pochissimo tempo, avendo tolto l’indegno consiglio di renderlo al nemico, e sgridati dal Comandante, posero costui in prigione, e quindi patteggiarono la resa, salva la libertà, e la roba. Ma Solimano, cui l’acquisto della Piazza, e la presente allegrezza non avea tolto di mente la perfidia de’ difensori, e la pena dovuta al lor fallo; osservò loro appunto quella fede, ch’essi inverso il buon Comandante aveano osservata; e fecegli tutti, senza misericordia, tagliare a pezzi. Per lo contrario, lodando il valore del Comandante, rimandollo libero a casa sua: e in tanto promulgò un’ordinanza, che ciascheduno dovesse ubbidire a Giovanni, e riconoscerlo qual sovrano; con pena a’ contravvegnenti del fuoco, e promessa a gli altri del mantenimento degli antichi privilegj.
Da poi la morte di Giovanni, il quale lasciò un figliuol maschio da Elisabetta, figlia del Re di Polonia, pretese l’Imperador Ferdinando di avere per se il Regno, secondo la convenzione avuta col morto Re; cioè, che dopo la di lui morte dovesse succedervi Imperadore. Contro a sì forte nemico, convenne che Elisabetta, co’ tutori del figlio, e parteggiani, ed antichi servitori del difonto marito, cercassero l’ajuto di Solimano, senza il cui consentimento diceano, aver Giovanni pattuito con Ferdinando. Onde Solimano, il quale prode uomo si era, di animo grande, ed astuto, venne tosto qual fulmine; e all’Imperadore, che dopo l’acquisto di Vicegrad, Alba Reale, e Pest, avea, con grande esercito, assediato Buda, diede battaglia, e ruppelo con sanguinosa vittoria, il di cui frutto si fu il liberare Buda, e prendersi Pest.
Ciò fatto pose Solimano il Campo sotto Buda; e, mandati pretiosi, e cari doni al fanciullo Stefano, e alla madre; mandò a dire a costei, che le dovesse essere in grado di fargli vedere il fanciullo, facendolo recare al Campo. La madre, più che altra donna dolente, dubbitando di quel, che avea a succedere, nè potendo opporsi alle voglie di così fatto vincitore, lo gli mandò in braccio della balia, in compagnia di molti principali Baroni, e del Vescovo di Varadino, lo qual si era uno de’ tutori, lasciati da Giovanni. Ebbero essi delle grandi accoglienze, e un ben lauto desinare; ma poi, con troppo acerba doglia, udirono, voler Solimano, che gli si dasse Buda, come Piazza, che altro, che egli non avrebbe potuto ben difendere dalle forze degli Austriaci; e dall’altro canto essere a se dovuto qualche frutto della vittoria. Nè già si ristette egli sulle semplici dimande; perchè, mentre gli Ungheri s’ingegnavano, con belle ragioni, distorlo dal suo proponimento; egli fece da un suo Capitano occupar la Cittade, e disarmare i Cittadini. La misera Reina erasi ritirata in Castello: ma pur convenne, ch’ella lo rendesse, per non aspettar la forza; e contentarsi di quello, che a lei, e al suo figlio concedea la barbara liberalità del vincitore, cioè il libero possesso della Transilvania. Solimano, entrato con due suoi figliuoli in Buda, non istette guari, e, lasciatala fornita di numerosa guernigione, si tornò a Costantinopoli l’anno di nostra salvezza 1540. lasciando a’ Principi tutti ben chiaro insegnamento, di non chiamare in soccorso chi può dar loro legge nel proprio Stato; ed, entrato una volta nelle forti Piazze, egli non è agevole fargliele abbandonar colla forza.
In questa guisa la Transilvania, che prima, qual Provincia dell’Ungheria, si reggea da un Vaivoda, o Palatino, cominciò a farsi un particolar Principato sotto la protezion de’ Turchi. Il primo Principe si fu Stefano Batorio, creato poscia Re di Polonia, al quale succedettero ordinatamente Cristoforo, Sigismondo, Stefano Botskay, Sigismondo Ragotzi, Gabriel Batorio, Bethlehem Gabor, Georgio Ragotzi I. e Georgio Ragotzi II. e quindi Michele Abaffì, etc. Circa l’anno 1600. cominciò la Transilvania ad aver guerra con la Serenissima Casa di Austria; e ’l primo a farle fronte si fu Stefano Botskay, quindi Betlem Gabor, durante la guerra di Boemia, e poscia nel 1646. Georgio Ragotzi. L’altre cose di poi succedute sono elleno ben palesi.
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