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Viaggi per Europa/Lettera prima

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Lettera prima

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Avviso Lettera II
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Lettera Prima.

Signor mio, e Padrone osservandissimo.

Di Vinegia a’ 25.
di Gennajo 1686.


I.
S
E tanto valesse appo me il desiderio di acquistar fama, o la presuntuosa cupidità di venire in riputazione di valente Scrittore; quanto si è l’amore, e l’osservanza, che meritevolmente porto a Vostra Signoria: senz’alcun dubbio mi rimarrei presentemente di darle al[p. 2 modifica]cun ragguaglio del mio viaggio; siccome più, e diverse fiate sono stato da lei richiesto, ed io di buonʼanimo ho affermato di voler fare. O vano sospetto, o giusta temenza, che siasi questa mia, ben sapete donde vien cagionata. La stima, che pur vi piace di far di me, e delle mie cose, vi porterà a leggere alcuna delle lettere, che sarò per mandarvi, in presenza di que’ gran Maestri di color che sanno, di cui tante volte ci siam preso piacere insieme, e fatto delle belle risa: ed io m’indovino, ch’eglino, benche per lo rispetto, che a voi portano, se ne staranno per allora in silenzio (com’è il costume di chi sente mal volontieri dir ben d’altrui); non si rimarranno però altrove di lavorarmi di straforo; e qual dirà, che la favella è barbara, qual che lo stile è insipido; e qual, che io scrivo novelluzze, ove udiranno di quelle cose, che non si truovano ne’ loro libri: e taluno dirà anche, che se toccasse a lui, farebbe, e scriverebbe in un certo altro modo, basta. Ma ciò monta poco, purche mi riesca di piacere a voi. Dant. nell’Infer. Cant. XX.

Che gli altri mi sarian carboni spenti.

E così, senz’altro preludio, io vi dirò, che ierisera appunto a un’ora di notte
[p. 3 modifica]pervenni in questa famosa Città: dico famosa per quel che ne ho udito raccontare; imperocchè farei molto dappoco, e temerario a volerla diffinire così francamente, dopo sì brieve dimora, che pure è stata al bujo. Appena acconce le mie valige nell’albergo, me n’andai nel Teatro di S. Luca, a udirvi rappresentare l’Opera, intitolata: La Teodora Augusta. Sul fatto della musica io non sento troppo avanti; nulla però di manco, tra perche l’armonia alle mie orecchie fu assai gradevole, e perche molti, che mostravano d’esserne intendenti, non la biasimavano; dirovvi, che riuscì buona; avvegnache non tanto, a mio giudizio, quanto quella, che udii costì, prima di partirmi. Si disse, che il Cortona, celebre cantore, non comparirà in scena quest’anno; per ischifar qualche dispiacere dall’Elettor di Sassonia, a’ servigi del quale ha egli ricusato d’andare. O le belle riflessioni, che mi vien voglia di fare su questo punto:

Per non venire così tosto alla fine di questa prima lettera, e acciò nulla per me si taccia, che puote recarvi diletto; fie bene, che v’informi brievemente del [p. 4 modifica]mio viaggio altresì. Come che la strada d’Abruzzo è disagiata assai, sapete, che per vostro consiglio mi partii in lettiga, per andar così sino a Chieti. Dio ve ’l perdoni: meglio è d’assai stare in un picciol battello, esposto al fiottar dell’onde. E poi, che domine di lentezza è quella? Considerate, se Dio v’ajuti, che per far otto miglia sino Aversa, si sudò freddo; e in somma giugnemmo, (con quel P. Pio Operario, che vedeste) ch’era già notte in Capua: e pure non v’ha, che sedici miglia da Napoli, e della più bella, ed agevole strada del mondo. La mattina seguente, avendosi voluto il vetturale accompagnar col procaccio d’Abruzzo, ne convenne a buonissima ora saltar di letto, e porci in cammino; e per conseguente non ebbi tanto spazio di andar, due miglia discosto, nel Casale di S. Maria, a veder le reliquie dell’antica Capua; Signora un tempo di tutta la Campagna Felice, e superba emulatrice di Roma, e di Cartagine. A dirvi il vero, non posso se non maravigliarmi forte degli oltramontani, i quali trascurano di vedere quelle anticaglie; quando, con tanta curiosità, vanno a Pozzuoli, per cose forse di minor pregio: e pure molti di essi pas[p. 5 modifica]sano i monti a bello studio, per contemplare di cotai seccaggini.

Giacchè siamo a favellar di seccaggini, egli è d’uopo, che n’udiate alcuna mia; e perciò avete a sapere, come fatte poche miglia oltre Capua, andò sossopra la lettiga, e mi si vuotò addosso un vaso di fuoco, che portava il mio compagno; tanto era egli dilicato di complessione: ma il male veramente sensibile si fu, che la sera dopo aver fatto 33. miglia di strada or montuosa, or paludosa; trovammo a caro prezzo un pessimo ricovero nell’osteria di Tuliverno, poco discosta da Venafri; cattivo desinare il giorno seguente ad Acquaviva; e niente migliore albergo la notte a Castel di Sangro. Questa Terra è 27. miglia lontana da Tuliverno, posta sulla falda d’una montagna sempre nevosa. All’apparir poi del nuovo Sole, (concedetemi per questa fiata una locuzion poetica) c’innoltrammo per lo piano di cinque miglia; dove in questi tempi sogliono rimaner le persone, o intirizzite per lo freddo, o sepellite nelle nevi; e andammo sino a Sulmona, donde vengono costà le tanto rinomate confetture. Ella è posta in un bel piano circondato di montagne. Sull’imbrunire ci [p. 6 modifica]trovammo aver fatto 30. miglia, fermandoci nella Terra di Popoli. Alla per fine il Mercordì dopo 18. miglia pervenni in Chieti, metropoli oggidì della Provincia d’Abruzzo citra, e per lo passato de’ popoli, detti Marrucini; siccome ben potete ricordarvi: e in tal guisa cessò il tormento della lettiga, e delle delicatezze del Prete.

Pensava io di torre imbarco a Pescara, per girne ad Ancona, e perciò il Giovedì mattina mi ci avviai a cavallo, non essendo più che sette miglia lontana; niente però di meno m’andò fallito il disegno, perocchè il Mare stava cruccioso, e con tanta spuma, che io feci giudicio, al certo Messer Nettuno essere infreddato, e Monna Galatea aver fatto il bucato, per imbiancargli di nuovo i moccichini. Ma lasciamo le burle. Pescara è una Fortezza di garbo, situata sul Mare, adriatico, fornita di buona artiglieria, di una guarnigione di 120. fanti Spagnuoli, e d’un fosso, in cui ne’ bisogni potrebbe entrare il fiume dello stesso nome. Il dì vegnente adunque, non potendo altro fare, cavalcai per 28. miglia di strada, lungo la marina, sino a Giulianova; Terra edificata sull’alto d’una collina da’ Duchi d’Atri, a’ quali è soggetta [p. 7 modifica]anche di presente; ed ivi fui accolto con grande amore da’ PP. Cappuccini. Il Sabato, passati i confini del Regno presso ad Ascoli, giunsi alle Grotte, ch’era già mezzo dì, mercè de’ buoni cavalli, e della strada piana; altrimente non mi sarebbe riuscito il far così di facile 18. miglia. Si mostra quivi una Chiesa, fabbricata in onor di S. Lucia nel luogo, ove, nacque Sisto V. Vogliono alcuni, che in questa Terra ebbe nascimento Francesco Sforza, che dopo la morte del suocero Filippo Visconti, acquistò la Signoria di Milano. La sera andai a pernottare a Fermo, 13. miglia quindi distante. Sul far del giorno la Domenica mi posi a cavallo, e dopo 24. miglia di strada presso al Mare, giunti in Loreto, situata poco più di due miglia dentro Terra. La prima cosa, che facessi, si fu il visitare la Santa Casa; tra per la divozione, e tra per la curiosità di veder luogo, cotanto per fama chiaro, e venerabile. Al di fuori fanno bella veduta senza dubbio le cappelle allato l’altar maggiore, la cupola coperta di piombo, il campanile a sinistra della gran porta, le ricche botteghe a sinistra della piazza, i ragguardevoli archi a destra, sostenenti le abitazio[p. 8 modifica]ni de’ Canonici, la bella fontana nel mezzo, la superba statua di Sisto V. fatta di bronzo da eccellente maestro presso la porta, ed altre simili cose assai. Al di dentro vedesi una maestosa Chiesa a tre navi, e in essa vaghe Cappelle; un bel Battisterio di bronzo, lo stendardo tolto a’ Turchi da Giovanni III. Re di Polonia, nella battaglia di Barkam; e un ben inteso Coro dalla parte sinistra, ove sogliono recitare i divini uficj 22. Canonici, che non han di rendita meno di 200. scudi l’anno per ciascheduno. Quella, che veramente s’appella la Santa Casa, per tradizione abbiamo, che fusse recata per mezzo degli angeli sin da Nazaret; sta sotto la cupola, e vi si saglie per sette gradi; cioè quattro sino all’altar maggiore della Chiesa, ove mostrasi la finestra, per cui l’angelo annunzio alla Vergine la redenzione dell’uman genere; tre altri sino al piano delle tre porte, fatte aprire da Clemente VII. per comodità de’ peregrini. Questa casa, o per dir meglio stanza, consiste in quattro sole mura di opera laterizia, nella parte interiore delle quali si vede qualche linea, e impercettibile tratto d’antica dipintura: debbo credere, che ne fussero state ador[p. 9 modifica]ne da fedeli ne’ secoli appresso. Ella è lunga circa 32. palmi, larga 16. ed alta 20. Quando si fece il nuovo tetto, affinche sostener potesse l’infinito numero di ricche lampane, che vi stanno sempre ardenti; la materia dell’antico si ripose sotto il solajo, e parte s’adoperò per chiuder la porta, donde è verisimile, che entrasse ed uscisse la Vergine. Il pavimento dicesi, che restasse in Nazaret: non so con quale argomento ciò s’affermi, o se la la tradizion sola vuol, che crediamo in sì fatta guisa. La statua di Nostra Donna sta allogata in una nicchia, soprastante al camino. Ella è di legno, e per l’antichità inchina alquanto al colore olivastro. Se sia opera di S. Luca, o no, egli è una quistion di fatto; però sappiamo, che all’industria di questo Santo Evangelista oggidì vengono attribuite dal popolo tutte le immagini, che nelle nostre contrade passano i tre, o quattro secoli: questa, di cui favelliamo, piamente voglio credere, che sia delle vere. Dopo desinare fu d’uopo implorar l’intercessione del Governadore per vedere le tre scudelle di legno, di cui costante fama a noi pervenuta, vuole, che si servisse la Vergine col Figliuolo; [p. 10 modifica]imperocchè il Canonico, che n’era custode, m’avea opposta un’eccezion dilatoria, di non potersi mostrare passate le 22. ore; tanto più, che due PP. Cappuccini stavano spazzando la Santa Casa, siccome hanno in costume di fare ogni giorno. In fine veduto il focolare, che sta dietro l’altare, et adorata di nuovo la santa immagine, me n’andai a vedere il Tesoro. Senza magnificarlo con parole, iperboliche, posso assicurarvi, ch’egli si è inestimabile, per l’infinita quantità, varietà, bellezza, e ricchezza, delle supellettili, vasellamenta, e gioje, mandatevi in dono dalla pietà di molti Imperadori, Regi, non che di altri Principi minorum gentium. V’è fra le altre una veste, inviata dalla Maestà della nostra Reina di Spagna, in cui non v’ha meno di quattro mila diamanti di fondo. Del rimanente non voglio far parola, per non mettermi a fare un libro.

L’armeria è copiosa, e ragguardevole per le belle, ed antiche armi, che fur dono del Duca d’Urbino; come anche per quelle tolte a’ Turchi, miracolosamente abbarbagliati, allor che vennero con intendimento di porre quel luogo a saccomanno. L’armeria di Bacco è assai meglio [p. 11 modifica]fornita, che quella di Marte; imperocchè del vino solamente, che si raccoglie da’ poderi della medesima Santa Casa, vi sogliono essere trecento botti di straordinaria grandezza, in quattordici grandi volte allogate. Se ne mostra una, contenente 430. barili, e un’altra di poco minor grandezza; ma fatta in un cotal modo, che dalla stessa cannella se ne attingono ben tre sorti di vino. In somma si tien più conto di quelle botti, che de’ vasi dipinti da Rafael da Urbino nella spezieria.

Vorrei ora dirvi qualche cosa di sugo intorno alla Città, ma non so che; perche in fatti non ve n’ha, ed io non voglio miga succhiarmela dalle dita, e tradir la mia coscienza: onde senza gir troppo cinguettando, conchiuderò, dicendo, che egli si è Loreto una Città picciola, ma bella; e bello anche il Borgo, che ha verso Recanati.

Il Lunedì 14. partitomi a cavallo, m’avvenni a mezza strada col nuovo Cardinal Mellini, che tornava dalla sua Nunziatura di Spagna; e in fine dopo 15. miglia di strada giunsi sul tramontar del Sole in Ancona; copiosa Città, e ricca, a cagion del suo famoso porto; avvegnache il danajo sia per la più parte in poter degli Ebrei. Ha un Castello sulla sommità del [p. 12 modifica]monte; in maniera tale, che le sue fortisicazioni sono attaccate alle mura della Città. La guarnigione non è più che di 35. soldati, e dieci altri alloggiano nel rivellino del molo; non so quanto sufficienti, se a’ nostri di fussero per l’Italia, di que’ leggiadri spiriti, quali si erano gli Sforzeschi. Il dì seguente me n’andai a Sinigaglia, 24. miglia discosta. Giace ella in piano; ha belle, ed ampie strade; e, quel che monta assai più, ricchi abitatori. Il porto vien formato dal fiume Penna, per ricovero di piccioli legni. Con un calesso di posta, che dovea tornare a Fano, mi partii incontanente; e in brieve spazio feci ben 15. miglia, per una strada accanto al Mare, deliziosissima appetto a quella fangosa, e quasi dissi maledetta, ch’è da Loreto a Sinigaglia. In vicinanza della Città si passa un lunghissimo ponte di legno terrapienato, sul Metauro; fiume non oscuro, come meglio di me sapete, appo i poeti dell’una, e l’altra lingua.

Quanto al novero degli abitanti, ne ha Fano intorno a settemilia, poco più o meno, che Sinigaglia; non per tanto, considerate le belle fabbriche, le molte famiglie nobili, e lo splendore, con cui si mantengono, ella si debbe di gran lunga a [p. 13 modifica]quest’altra anteporre. Il Teatro è de più vaghi, e magnifici d’Europa, avendo di larghezza ben 150. palmi, e di lunghezza 450. di cui le due terze parti vengono occupate dalle scene, che da alcuni artificiosi ingegni, e ruote ogni lor movimento ricever sogliono. Di palchetti non v’ha meno di cinque ordini, e cadauno di questi ne ha 22. gajamente dipinti. Sopra questo teatro mostrasi il carcere di S. Martino. La Fortezza è vuota di soldati; e sotto tal colore forse ogni contadino, mediante quindici bajocchi, ottien licenza di portare armi, cioè a dire pugnale, stilletto, e pistole. Ma come che per tutta la provincia avvien lo stesso, voglio credere, per meno male, che i Prelati Governadori de’ luoghi ci si lascino portare dalla buona opinione, che si è conceputa de’ Marchiggiani, che il più delle fiate riescono dolci di sale, quanto ogni Calandrino, e non saprebbono far del male a una lucertola. Le vettovaglie sono da per tutto a buon prezzo, e di ottima qualità, spezialmente il pesce.

Il dì seguente, che fu appunto a’ 16. feci primamente cinque miglia sino a Pesaro; quindi dieci infino alla [p. 14 modifica]Cattolica; e in fine sedici sino a Rimini, ove pernottai. Pesaro è una Città grande, e popolata da 12. mila abitanti, la più parte ricchi (massime gli Ebrei) a cagion dell’abbondanza del lor paese: considerate, che in tale stagione vi avea cavoli fiori in uguale, e forse maggior copia di quella, ch’aver ne sogliamo in Napoli. Nella maggior piazza vedesi il palagio de’ Gonfalonieri della Città, e quello ove suole abitare il Legato, ch’è di presente il Cardinale Spada; e oltreacciò una fontana di marmo, e una bella statua di bronzo, divizzata in onore di Urbano VIII. La Fortezza è custodita da 12. soldati solamente;

nè in quei pochi Svizzeri del Cardinale è da riporre gran speranza. Anni sono vi era un porto artificiale, fattovi coll’acque del fiume, ma oggidì più non v’entrano. Fuori della Città veggonsi alcuni bellissimi giardini del G. Duca di Toscana, e de’ Signori Mosca.

La Cattolica è l’ultima Terra della giurisdizion della Marca; e dicono così appellarsi, perche quivi si separarono i Cattolici dagli Arriani, i quali givano al Concilio di Rimini: e di ciò, oltre al Cardinal Baronio, rende chiara testimo[p. 15 modifica]nianza l’iscrizione posta in mezzo la Terra. Più oltre non saprei dirvi, fuorche ella disabitata, e povera, conciossiecosa che poco lungi dal Mare allogata ne stia; onde in questi tempi vanno le donne lungo il lido raccogliendo quei pezzetti di legno, che dall’Adriatico son vomitati. Rimini poi sta sul lido, e ’l suo porto vien formato dal fiume, che gli passa dappresso. Gli abitanti sono, per quanto mi fu detto, intorno a dodici mila. Nella piazza maggiore è il luogo, ove dicono, che S. Antonio miracolosamente fece dall’asino adorare la SS. Eucaristia; e poco discosto, dove vennero i pesci ad ascoltar la sua predica: di presente bensì v’ha una Chiesetta per cadaun di tai luoghi. In un’altra piazza scorgesi una statua di bronzo, rappresentante Urbano VIII. il palagio del Governadore, ed altre cosette di minor pregio; che da me si tralasciano, sapendo, che mal volontieri le leggereste.

Da Rimini dopo desinare feci 15. miglia sino a Cesanatico, picciol Castello, abitato da pescatori; e quivi pernottai. V’ha un canale, che val di porto a legni piccioli. Sul far del giorno mi posi in cammino, ed elessi la strada di Ravenna, [p. 16 modifica]per girne a Bologna; poiche quella, di Cesena, e Forli, tanto era dal fango, e dalle pozzanghere impacciata, che niuno volle per colà darmi cavalli a fitto, per temenza, che non avessero a rimanere inutili a mezza strada. Di quà dal fiume Savi non s’incontrano, che spessi, ed alti pini, tra verdi, e dilettevoli boschi; non tanto dilettevoli però, che la densa nebbia, cagionata da’ luoghi paludosi, e dalle saline della Città di Cerva, non tolga loro, presso che sempre i raggi del Sole: e quanto a me, son d’avviso, che senza, punto favoleggiare, avrebbono i signori poeti fingervi l’abitazion de’ Cimmerj, la Reggia del sonno, e fino all’anticamera del Padre Dite.

Fatte 20. miglia entrai in Ravenna, ch’era di già mezzo dì. Per dirla pan pane, il volersi formare idea di qualche Città in su i libri, fa, che delle cinque volte le sei ci troviamo ingannati. E’ vero, che ’l circuito delle mura si è ampio; ma nondimeno in vece d’abitazioni, al di dentro non v’ha, che orti, e giardini, anzi ville, e poderi, sparsi di pochi avanzi d’antiche fabbriche: e certamente fa di mestieri una molto forte immagitiva, per poterli persuadere, ch’ella si fù [p. 17 modifica]per ben 183. anni sede degli Essarchi, o Vicarj degl’Imperadori Greci in Italia; e che tanti fatti illustri vi sieno accaduti, quanti ne portano le nostre storie. Il meglio, che vi si vegga, sono le Chiese; tra per la venerabile antichità, e per la bellezza delle fabbriche. In quella di S. Maria in Portico mi fur mostrate due mezzine, ovvero idrie di pesante porfido; e mi dissero, ch’eran di quelle, ove il Signore convertì l’acqua in vino, nelle nozze di Cana. Molte altre se ne veggono in altri luoghi d’Italia; onde bisogna confessarci molto tenuti a’ nostri maggiori, i quali sì care spoglie da Terra Santa ebbero cura di recarne. Sull’altar maggiore della Chiesa dello Spirito Santo additasi una finestrina, per la quale affermano, ben’undici volte esser venuto lo Spirito Santo, in forma di colomba, ad eliggere altrettanti Vescovi; posandosi su d’una pietra, che quivi si conserva altresì. Puossi dir di più? Nella Chiesa di S. Benedetto veggonsi le tombe de’ Re Goti, suor che quella di Teodorico. Costui dicesi esser sepellito nel suo palagio, dove di presente è il Monistero dell’Apollinare; avvegnache per qualche tempo fusse stato nella Chiesa, [p. 18 modifica]della Rotonda; su quella gran pietra appunto, di cui si servì poscia Amalisunta sua figliuola, a coprire una cupola.

L’antico porto, ove ricouravasi l’Armata Pretoria de’ Romani, non è più in istato di servire; Innocenzo X. bensì fece fare un canale di tre miglia, nel quale entrano barche picciole, a recar mercatanzie per entro la Città. Nella Piazza, che non è gran fatto grande, si veggono, sopra due colonne, le statue di due Santi Protettori; e non guari discosto una di bronzo, rappresentante Alessandro VII. Queste statue di bronzo, che sin’ora ho mentovate, mi fecero più volte riandare per la memoria l’antica grandezza Romana; e portaronmi dall’altro canto a fare argomento del novero infinito di statue, e superbi colossi, che nella giovinezza dell’Imperio, dovettero le Città soggette agl’Imperadori innalzare.

Questa lettera già veggo, che comincia a divenire impertinente, e che insolentemente va straccando la vostra sofferenza; ma che s’ha a fare? Io mi truovo già messo a scriver l’Itinerario, e m’incresce più di lasciarlo imperfetto, che di scrivere; addunque voi parimente, che di [p. 19 modifica]già siete in carriera nel leggere, convien che seguitiate sino a tanto, che ne veggiate la fine. L’argomento non conchiude, mi dite: ed io vi rispondo, che lo facciate conchiuder voi, con leggere più oltre: e in premio di cotal fatica avrete il diletto di sapere i fatti miei, che non è cosa da porre in non cale. Sulle 21. ore mi partii da Ravenna a cavallo; e seppi così bene adoperar gli sproni, che a un ora di notte pervenni in Faenza; cioè a dire, ebbi fatto 20. miglia di strada, per la quale vidi ad alti pioppi maritate le non frondute viti, giusta l’usanza di Terra di lavoro. La Città mi parve grande quanto Fano. La porta, per la quale entrai, era infra due torri, situate sul ponte, che congiunge la Città coll’altra riva del fiume.

La mattina de’ 19. pertempissimo levatomi, cavalcai 5. miglia sino a Castel Bolognese; e quindi altrettanto sino ad Imola, bella, e grande Città; donde per le poste feci 20. miglia di fangosa strada, sino a Bologna; e vi giunsi ch’era ancor dì. Non voglio io quì largheggiare, o dar panzane intorno all’abbondanza di questa Città, anteponendola a Napoli; come per avventura altri farebbe, ed io per poco non so: ma sì bene, senza entra[p. 20 modifica]re in odiose comparazioni, dirovvi: il soprannome di grassa esserle a gran ragione dovuto poiche in verità stavvisi a panciolle, e può chi che sia darvisi un bel quattro, per quel che s’attiene alla morfia: or pensate qual dovette essere

Quanto a gli edificj di conto, il primo luogo deesi, per mio avviso, alla Torre torta (niente inferiore certamente nel lavorio a quella di Pisa) e all’altra, detta degli asinelli; la quale avvegnadio che non tanto adorna, desta non per tanto uguale, anzi maggior maraviglia, per la straordinaria, e smisurata altezza. In secondo luogo son da porre in considerazione il palagio del Cardinal Legato, alcuni altri di nobili cittadini, ed alquante Chiese: cioè a dire il Duomo (non ancor condotto a fine) il Sacramento, ove riposa incorrotto il corpo della B. Caterina; S. Domenico, S. Gosman, nella destra nave di cui vedesi appeso un coccodrillo; S. Petronio, ragguardevole a cagion del magnifico altar maggiore, e della piramide, che, appoggiata a quattro colonne, sino al tetto s’innalza; e S. Stefano, ovvero le sette Chiese, ricca di maravigliose, e soprammodo pregiate reliquie. [p. 21 modifica]Il Monistero poi più grande, e magnifico si è S. Michele in Bosco de’ PP. Olivetani. Egli è fabbricato, in forma semicircolare, sopra un colle dominante la Città tutta; sicchè più bella veduta non ha in luogo alcuno di tutte le vicine contrade. Del rimanente tutti gli edifici sono abbelliti di vaghissime volte, ed archi; mercè de’ quali egli si può camminare due, e tre miglia a piede asciutto, malgrado tutte le ire della superba, e crucciata Giunone.

Lo Studio generale è anch’egli un bell’edificio. Le volte intorno al cortile vengono sostenute da buone colonne; e la Chiesa, ch’è dirimpetto all’entrata, scorgesi adorna di ottime dipinture. In una stanza a sinistra di questa sogliono trattenersi i Lettori di ragion civile, e canonica, sino a tanto, che giunga l’ora, stabilita della lezion di ciascheduno; in un’altra a destra quei, ch’insegnano altre scienze. Giungono in tutto al novero di 73. de’ quali i due primarj hanno di stipendio tre mila lire, cioè seicento scudi Romani; gli altri di mano in mano, giusta lor professione, ed anzianità; in modo tale, che gli ultimi non ricevono che 40. ducatoni l’anno. Intorno alle volte su[p. 22 modifica]periori stanno con buon’ordine disposte, le scuole; nelle quali non vi ha palmo di parete senza qualche iscrizione, o memoria in marmo, in dipintura, o in dorato stucco, per tramandare alla posterità i nomi, così de’ Cardinali protettori, come de’ Lettori, e degli stessi scolari. Piacesse al Cielo, e in sì fatta guisa potessero tutti venire a capo di loro intendimento. La stanza, ove suol farsi la notomia, vedesi anche nobilmente adorna di statue, in forma di teatro. Si legge in cotai scuole quattr’ore prima, ed altrettante dopo il desinare, giusta l’ordine, che sta scritto nella lista de’ Lettori.

Del rimanente Bologna mi dà nell’umore; perocchè ella ha presso a novanta mila abitanti, e tutti di buono, ed allegro temperamento. Le donne usano alcuni cappelli di paglia. Tanto in Chiesa, che altrove, non sono così ritenute come le Napoletane, che torcono il muso, ovunque veggono un’uomo: e in somma non la guardano troppo nel sottile, sul fatto del conversare; anzi le nobili sono alquanto pronte, oltre il decoro; e non rifinano mai di tattamellare, e chiacchierare, ove si presenti materia di lor piacere: la favella però è tanto mozza, e [p. 23 modifica]scempia, che un forestiere forz’è, che si faccia beffe de’ fatti loro.

Nel Teatro de’ Signori Malvezzi udii l’opera intitolata la Coronazion di Dario; e riuscì mezzanamente buona: parvemi bensì di gran lunga inferiore alle nostre, così per quel che s’attiene alla musica, e cantori, come per le scene. L’altra compagnia, appellata de’ Formaglieri, rappresentava il Giunio Bruto; ma non ebbi agio di udirla prima di partirmi: e questo è quanto io posso dirvi di Bologna. Ma sì: m’era uscito di mente, che a’ cadaveri di coloro, che giammai non hanno avuto moglie, costumasi ivi di porre un fior nelle mani, quando son portati alla sepoltura; quasi in premio della fermezza del loro animo, a donna non assoggettito. Loderei il costume, se chiunque non prende moglie, fusse altresì dagli affari donneschi lontano; ma oggidì più non si vive coll’innocenza de’ nostri bisarcavoli; e sino a’ putti non voglion parer da meno delle passere.

Il Martedi 22. posimi in una barca coperta, col corriere ordinario di Vinegia, tre ore (se non m’inganno) dopo mezzo dì; e fatte 20. miglia, per un braccio del fiume Reno, sul far del giorno de’ 23. [p. 24 modifica]giunsi in Malo, luogo abitato da miseri pescatori: e quindi entrato in simigliante barca, feci, per un canale d’acqua morta, 20. altre miglia sino a Ferrara. Questa Città tra per lo sito piano, e per l’acqua, che gira intorno al fosso, non gode d’aria gran fatto sana; e di quì avviene, che quantunque la cinta delle sue mura superi per la metà quella di Bologna, non v’ha però, che circa 20. mila abitanti. Nella piazza vedesi una statua equestre, di bronzo, rappresentante quel Duca, Borgia, che affermava di voler essere: aut Cæsar, aut nihil; e un’altra del Marchese Leonelli, anch’egli per qualche tempo Signor di Ferrara.

Dii multa neglecti dederunt
Hesperiæ mala luctuosæ.

Il Castello è in sito basso, e ’l suo fosso è pieno della medesima acqua del Reno. Vi si passa per due lunghi ponti, custoditi da quattro corpi di guardia. La piazza, d’armi è bastevolmente grande, per farvisi qualsivoglia esercizio militare; e in essa vedesi una statua di marmo di Clemente VIII. e ben’ordinati quartieri per la guarnigione, che monta al novero di 400. soldati.

Imbarcatomi sul tramontar del Sole [p. 25 modifica]per un differente Canale, feci tre miglia; e circa le tre ore di notte entrai in un’altra barca sul fiume Pò; non rade volte fra me stesso dicendo: chi sa qual di questi pioppi fu sorella del disgraziato Fetonte? e così tra ’l dormire, e la considerazione di sì fatta trasformazione, tre ore prima dell’Alba ci trovammo aver fatto 35. miglia. Allora tolte nella guisa, che costumano i Zingani, le mie picciole bagaglie, entrai in un’altra barca, sul fiume Adige; e così camminando a veduta di buone osterie, per 27. miglia, giunsi in Chiozza sulle 20. ore. Questa Città viene abitata da circa 12. mila persone, la più parte pescatori, ed ortolani; ne ’l suo sito merita meglio, imperocchè giace in una paludosa pianura; e l’acque d’un gran canale, che la circonda, rendon l’aria meno acconcia a pulmoni mezzanamente dilicati. Ella è tenuta di cotal beneficio al medesimo fiume Adige, dal quale vi si passa per due lunghi ponti di legno. Seguitammo quindi la nostra navigazione lungo un braccio di terra, ben munito di palafitte, contro l’impeto dei Mare; e veduta in passando Palestrina (distante 5. miglia da Chiozza) per diversi canali, e raggiri, ci facemmo in vicinanza [p. 26 modifica]di Malamocco, Città assai bella, e di traffico. V’erano 26. vascelli mercantili di diverse nazioni, quivi trattenuti dalle secche, che frastornavano loro l’accostarsi alle sponde Venete: e fra gli altri uno Inglese, che celebrava, con gran novero di cannonate, l’esequie del morto Capitano. In fine, come v’ho detto nell’altro foglio, a un’ora di notte presi terra in questa Città, dopo 9. miglia di viaggio. Ma che! credete forse che io mi sentissi allora ristucco della navigazione, come, senza forse, or siete yoi della mia lettera? Tutto al contrario: avevamo in compagnia un certo bacchettone di sì buona, grazia (spezialmente quando il vino gli entrava nel capo) che non arebbe saputo dir tre parole a proposito al mondo. Tal volta non sappiendo dove si fusse, se nel Ciel della Luna, o in quel del forno; prendea a fare di sì bei sermoncini, e sì pieni di barbarismi, e dissipite balordaggini, che artatamente alcun savio uomo non arebbe potuto accozzare: e appetto a lui il nostro Attilio sarebbe paruto un Demostene. Per compimento della festa eravamo onorati dalla conversazione di due Sirene Romagnuole,

[p. 27 modifica]ma contuttociò non mi restava io di voler loro ben millanta moggia di quel buon bene. Adesso sì, che non ho altro da scrivervi, e comincia a cadermi la penna dagli addolorati polpastrelli delle dita; e perciò vi priego (se pure non v’avrò affatto secco, con questa canzon, da cieco) salutiate in mio nome tutti gli amici (intendo singillatim) senza che io ne faccia partitamente un catalogo; mentre desideroso oltremodo de’ vostri comandi, resto facendovi profondissima riverenza, etc.