Viaggi per Europa/Matteo Egizio a' cortesi leggitori
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A’ CORTESI LEGGITORI.
Primieramente io so, che molti Salomoncini non così di facile approveranno in queste lettere certe erudite digressioni, di cui van fregiate: se la torranno quindi collo stile, e colla favella; nulla ponendo mente a ciò, ch’elle furon scritte quasi in sul ginocchio in paesi stranieri: e per terzo anderan facendo la bella notomia sul costume, e sulla convenevolezza. Rispondendo adunque collo stesso ordine, dico, che, prima d’ogni altro, ei sarebbe mestieri rimandare a scuola gli Scaligeri, il Vossio, il Salmasio, il Grozio, il Cartesio, il Gassendi, il Launoy, il Casaubono, il Reinesio, ed altri chiarissimi lumi del passato secolo, i quali de’ migliori lor pensamenti, così critici, che filosofici, han fatto gli amici partefici per via di lettere, senza altro riguardo al Mondo. Che se ciò sembrerà disdicevole in queste di Viaggi; perchè non incolpare ancora in Ammiano Marcellino que’ distesi ragionamenti di Storie naturali, di Geroglifici Egizj, di Astronomia, di Medicina, di Meteore, di simiglianti cose assai, le quali, a mio giudicio, difformano in tutto il tessuto della sua Storia? e vi stan bene appunto, come la sella al bue? il che se possa dirsi del presente libro, il giudichi chiunque ha fior di senno.
Quanto allo stile, mezzanamente erudito, e gravido di politici, e dotti sentimenti; egli mi par di conoscere, che l’Autore non potea, nè dovea fare altramente; presupposto, che le sue lettere aveano a gir nelle mani d’un’uomo cotanto giudicioso, dotto, quanto il Signor Amato Danio: e ben chiaro esemplo, ed insegnamento lascionne M. Tullio in quelle, ch’egli scrisse ad Attico; meglio, che in qualunque altro suo libro, facendovi pompa della lingua Greca, e tutte fregiandole di acuti motti, e di certi Laconismi, accostantisi molto allo stile de’ Comici: là dove nella più parte delle famigliari i periodi son distesi, e piani, e talora, per servire alla chiarezza, alquanto molli: e perciò (secondo, che io giudico) certe pistole del Lipsio, fatte al torno di Plauto, e di Terenzio, non si vorrebbon cotanto biasimare, quanto gli scrupolosi Ciceroniani fanno.
La favella, a dire il vero, non è già una di quelle del volgo d’Italia; nettampoco superstiziosamente to adattata ad alcune sforzate maniere dei trecento, ch’altri, con più fatica, che giudicio, si studiano d’imitare: imperocchè (dice l’Autore) se denno le parole i sentimenti del nostro animo significare; perchè, di grazia, volere in una lettera gire accozzando di quelle, che ’l nostro popolo più non intende? quando nello stesso tempo ei si può chiara, e Toscanamente scrivere, e, senza quei tanti obbliqui, leggiadramente, ed ornatamente, che niun Rettorico, nè Greco, nè Latino, ha detto giammai, che lo inviluppare i sentimenti dia bellezza ad ogni genere di prosa: ma bensì là dove s’ama la maestà, e ’l carattere illustre, e splendido, il quale, per sentimento di Ermogene, si è come contrario alla chiarezza, e purità. Ma che che sia di ciò, tornando a quel, che dicevamo, egli si è una si manifesta follia il voler di due, o più parole, ugualmente Toscane, sceglier la meno intesa oggidi; come se avessimo ancora a ragionare con Cino da Pistoja, ovvero con Ser Brunetto: e mi maraviglio forte, come i nostri amatori del buon secolo, volendosi veramente trasformare ne’ costumi di que’ tempi, non intitolano poi tutti i libri all’antica; Quì incomincia il Trattato, etc. e non rimettono ancora in uso l’onoranza di Messere. Quetta scabbia di gir dietro alle parole rancide, senza scieglierle con buon giudicio, suol certamente venire addosso a’ più letterati: sì perchè essi, studiando su molti de’ libri antichi, prendono afezione, e dimestichezza con quel parlare, onde poscia niente strano loro rassembra; sì perchè volendo nello scrivere schifar la bassezza del parlar comune, danno disavvedutamente di muso nel vizio a ciò contrario. Ma non è questa già controversia, che mi appartenga, nè che possa agevolmente determinarsi; dipendendo il suo vero scioglimento da quelle altre due, ben più intralciate: se il parlar volgare s’abbia a dire Italiano, o pur Toscano; e se la Toscana favella sia viva, o morta: ben dico, che il nostro Autore ha seguitato la strada di mezzo; non iscrivendo, cioè alla maniera della gente sciocca, nè servendosi allo ’ncontro de’ riboboli, e parlari disusati, fuorchè là dove il soggetto amava gli scherzi, o qualche festevole derisione: per ragion d’esemplo nelle prime, che fur dettate in tempo di carnasciale, e in altre ben poche. Contuttociò ben veggo siccome questa virtù saragli imputata a vizio da due sorti di riprenditori; cioè da coloro, i quali nullamente intendono, nè comprendono le bellezze del volgar Toscano; e da quelli oltreacciò, chè imbevuti di certe chiappolerie Grammaticali, avrebbono amato da per tutto un medesimo tenor di scrivere con misure di compasso; e certe parole, scelte colla punta della forchetta, che oggidì troppo male suonerebbono agli orecchi della più gente. Dica ciascun quel, che vuole.
Circa il terzo punto, egli fie bene, che ciascuno, disaminando primamente se stesso, consideri, quanto difficile impresa siasi il contener la penna, quando il fuoco di gioventù, e la fidanza, che si ha con gli amici, ne spinge a dir belli, netti alcuni nostri sentimenti, che per tutt’altra cagione si tacerebbero. Come che il Signor Gemelli pensava di non aversi giammai a stampar queste lettere; nè poco, nè molto si ritenea di scrivere ciò, che pensava: ed ora, benchè spinto dalla sua natural modestia, si fusse avvisato di torne alcuna cosa, ispezialmente dalla I. V. X. XIII. ed ultima; le copie nondimeno manuscritte eran cresciute in tal novero, ch’elleno si sarebbon pubblicate monche, senza conseguirsene il proposto fine. E poi lo Stato d’Europa si è pur troppo mutato da un’anno a questa volta: e molte considerazioni fa d’uopo palesare, che prima si volean tener sepolte. V’ha eziandio di certe minute notizie che agli uomini di senno, e di stomaco dilicato sembreran bagattelle, quali in fatti si sono ma che s’avea a fare? Egli non era convenevole troncar de lettere per sottigliezze di cotal fatta: e facea pur di mestieri dilettare in alcuna guisa gli uomini di più grossa pasta. Questo si è quanto mi parea dovervi avvertire per questa volta. Vivete felici, ed amate le Muse.
- Testi in cui è citato Matteo Egizio
- Testi in cui è citato il testo Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri
- Testi in cui è citato Giuseppe Giusto Scaligero
- Testi in cui è citato Gerardo Giovanni Vossio
- Testi in cui è citato Claudius Salmasius
- Testi in cui è citato Ugo Grozio
- Testi in cui è citato Cartesio
- Testi in cui è citato Pierre Gassendi
- Testi in cui è citato Jean de Launoy
- Testi in cui è citato Isaac Casaubon
- Testi in cui è citato Thomas Reinesius
- Testi in cui è citato Ammiano Marcellino
- Testi in cui è citato Marco Tullio Cicerone
- Testi in cui è citato Giusto Lipsio
- Testi in cui è citato Tito Maccio Plauto
- Testi in cui è citato Publio Terenzio Afro
- Testi in cui è citato Cino da Pistoia
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