Viaggio di un povero letterato/XVI

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XVI - Pax, tibi, Marce, Evangelista meus

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XV XVII
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Capìtolo xvi.


PAX TIBI, MARCE, EVANGELISTE MEUS.


Sono sboccato — dopo lunghìssimo giro — in Merceria. V’è del pulvìscolo d’oro nelle Mercerie; le vetrine abbàgliano: merletti, filigrane, vetri di Murano. Ma è tutto un incrociarsi di voci tedesche: è una carovana di genti tedesche; essa risale, io scendo. Si sòffoca.

Ecco infine: piazza San Marco. È un barbàglio di sole: la laguna, come una lama immota, barbàglia anche lei.

Il campanile nuovo, biancastro, sembra che guardi con occhi di albino. Sull’àngolo della Scala dei Giganti, i sòliti tedeschi ed inglesi, col sòlito naso in su. I sòliti piccioni svolazzano: vanno a salutare i signori stranieri e ne ricèvono il becchime; si compòrtano con contegno tanto gli stranieri come i piccioni. [p. 162 modifica]

Però mi sono antipàtici quei troppo ben pasciuti piccioni che bèzzicano la limòsina da tutti! Sono conosciuti anche in Germània i piccioni di San Marco ed hanno già il nome germànico: die Sanct-Markustauben!



È accaduta una cosa strana: sopra la torretta dell’orològio, i due neri giganti di bronzo che bàttono le ore, le mezze ore col lungo martello, si sono mossi, ed hanno battuto le ore e le ore si sono mosse. Facèvano pure così molti anni addietro, quando ero in collègio a Venèzia e allora mi fermavo a guardare i due giganti e le ore che andàvano via e dicevo: «Come è bello!». Non è dùbbio che per tutto questo tempo i giganti hanno seguitato a bàttere le ore, così: il loro martello si sposta e si muove appena, ma adesso io sento che l’eco della campana si dilata, è immenso: le mie orècchie hanno udito parole profonde, nere, piene di paure. Ma due amanti, lui un giovanottone tedesco, lei una cosina gràcile, sospesa a quel suo màschio, guardàvano in su come me, vicino a me, [p. 163 modifica]e non hanno udito niente.... Lui gode a guardare in su, col pìccolo naso e le grandi lenti: lei dice: «schön! bello!» come dicevo io da bambino.

I giganti sono tornati nella loro immobilità. I due innamorati tedeschi vanno a dare il grano ai piccioni.

Doveva èssere più bella Venèzia una volta, quando l’Adriatico rigònfio e forte, pareva tener lui sollevate queste moli ricamate di marmi, e c’èrano le galee d’oro: Venèzia al tempo di Pietro Aretino, ma senza questi pennacchietti tirolesi.



Mi sono fermato davanti a quella tomba che è sul lato orientale di San Marco, su la quale sta scritto: Daniele Manìn, e null’altro.

Passa una popolana con due bimbi. I bimbi si fèrmano: — Mama, chi xelo Daniele Manìn?

Quello che ga difeso Venèzia nel Quarantoto. Andemo putei, no fermeve, no perdè tempo.

E poco dopo una voce suonò dietro le mie spalle: — Daniele Manèn? [p. 164 modifica]

— Daniele Manèn? — rispose un’altra voce, ma pareva interrogare la prima voce: «l’hai tu conosciuto?».

«Manìn», stavo per dire io, «non Manèn».

Ma voltàndomi, vedo due signori così eleganti, così abbaglianti di candore estivo che il mio amico della Ditta Darük und Sohn sarebbe caduto in ammirazione. L’uno era giòvane e aveva l’ària di gran mondo, ma l’altro aveva una barba così aristocràtica — un po’ grìgia — che degna era al tutto di decorare re Enrico IV di Frància. I due gentiluòmini si guardàrono in volto, sospìnsero il labbro nell’atto che vuol dire: nun sàccio; poi fècero dietro-front. Vidi le suole di gomma rossa delle loro scarpe bianche; e il fumo delle loro sigarette scherzava sopra i loro copricapo di autèntico panama.

Giacchè essi non portàvano il pennacchietto alla tirolese.

Appare evidente che il Comune di Venèzia, quando decretò questa tomba per Daniele Manìn, non pensò all’istruzione del pòpolo, come fa il Comune di Milano, perchè in tale caso vi avrebbe messo una nota esplicativa. [p. 165 modifica]

Quale?

Questa forse: «Daniele Manìin, che col suo martìrio sigillò il pòpolo d’Itàlia».

Ma poi sarebbe stato necessàrio un libro per spiegare questa nota. E allora, invece di quei quattro leoncini sotto la tomba nera, che sèmbrano i piedi di un cassone del Cinquecento, quattro grandi leoni grifagni, terribili come te, Marce, Evangelista meus!



Ma il caldo è sciroccale, ed io non ho il sottile àbito rinfrescativo dei due gentiluòmini.

Rifugiàmoci in luogo meno caldo: qui sotto il pòrtico del palazzo ducale, dove non è gente, non negozi, non caffè.

Ma qui il mio naso andò a bàttere contro una pìccola làpide incastrata nel muro.

Questa làpide non era in latino, ed io di sòlito quando trovo una làpide in latino, non la leggo per non spogliarla del suo paludamento. Era una làpide in italiano, anzi in veneziano.

Diceva così:

MDCLXXX, III ottobre. Andrea Bodù [p. 166 modifica]fu de Andrea, fu bandito per gravìssimo intacco de cassa fatto nella càmera di Vicenza essendo camerlengo in quella città.

Camerlengo è una parola che oggi pochi capìiscono, ma a quei tempi la capivano tutti: vuol dire tesoriere, cassiere.

«Bravo, signor Bodù — dissi, — lei dunque, nell’anno 1680, essendo tesoriere di Vicenza, rubò il denaro dello Stato!

«E non sono solo — risponde il signor Bodù — ; chè se lei va nel palazzo qui vicino, trova la làpide del signor Venturìn Maffetti, quondam Giàcomo, nodaro, anche lui bandito dall’ecelso consìglio dei Dieci per enorme intacco di pegni ascendente a riguardèvole somma di denaro a grave pregiudìzio della pùlblica cassa.

E il signor Bodù ed il signor Venturìn non sono soli! Essi sono, in altre làpidi, in compagnia del signor Giàcomo Capra, contador, ohe certo vuol dire «contàbile», della cassa grande, bandito come ministro infedele e reo de grave intacco fatto nella cassa medesima.

E v’è anche il signor Francesco Magno, provveditore agli ori et argenti in zecca, bandito anche lui capitalmente, per grave intacco alla cassa, commesso con turpe [p. 167 modifica]infedeltà et abuso del pròprio ministero. E vi sono i sigg. fratelli Antònio e Zuanne Stralico, ossia Sirùpolo, ragionati [che senza dùbbio vuol dire «ragioniere», come dicono ancora a Milano] ed altri notari, ed altri ragionati e camerlenghi, tutti rei di enormi gravìssimi pregiudizi inferiti al pùblico patrimònio.

Si rubava dunque il denaro pùblico anche sotto il tremendo governo della Repùblica di Venèzia'

«Sempre usato, signor, da che mondo è mondo, — mi risponde il signor Bodù. — E xe question de istinto, vèdalo: come i ragni che hanno all’estremità dei polpastrelli della roba che attacca; e adesso poi coi chèques e coi biglietti di carta fìlogranata xe anche più fàcile che ai miei tempi».

Quello che diceva il signor Bodù era esatto, e non c’è dubbio che il molto denaro permette all’uomo di invertire le stagioni, come ne fanno testimonianza i giardini d’inverno nei grandi alberghi; come ne fanno testimonianza, dietro le lastre dei sontuosi negozi, le fràgole in gennaio per soddisfare il delicato e formidàbile appetito della donna; e così il denaro fa sì che i due cialtroni che [p. 168 modifica]dissero: «Daniele Manèn, nun sàccio» àbbiano aspetto di gentiluòmini: però mi pare che la Serenìssima Repùblica di Venèzia, collocando queste làpidi in buon dialetto, provvedeva con onestà all’istruzione del pòpolo. Inoltre consegnando il nome ad infàmia su làpidi di marmo con la parola chiara, ladro, e non deploràbile — come usa oggi, — offriva ai sùdditi una certa soddisfazione pel danno sofferto. In terzo luogo non si può negare che queste làpidi non costituìscano un coraggioso e insieme originale motivo di decorazione nei palazzi pùblici. È un sistema che si potrebbe riproporre.

E così avendo trovato in fondo ad una tasca una cordicella, mi misi allora a misurare le pìccole làpidi. Làpide del signor Bodù, m. 0,50 per 0,60; làpide del signor Paulo Vivaldi, contador all’officio de dazio del vin, m. 0,58 per 0,80.

Ma in quel punto una mano fermò il mio bràccio e una voce mi disse:

— Cosa fa qui lei?

Era una guàrdia.

— Prendo le misure del signor Bodù....

— Vada, vada! Le misure le prendiamo noi. [p. 169 modifica]

Dovetti interròmpere. Era mezzodì ed andai a far colazione.

Colazione econòmica in una vècchia trattoria, in una vècchia calle: fondi di carciofo e zuppa di pesce.



Ora due (vecchio stile). In gòndola. Dissi al vècchio gondoliere: «Girate per i canali più brutti; non attraversate il canalazzo; non date spiegazioni».

Una lieve frescura aleggiava su le acque; e dalle acque morte parevano venir fuori le spirali turchine, o gialle, che gìrano intorno ai pali, ove si fèrmano le gòndole. Dai neri palagi pèndono fior di nastùrzio. Il ferro lucente della gòndola procede con l’ondulamento di una sottile testa di serpe. La gòndola va stranamente ràpida nella sua silenziosità; e par che vada da sè perchè il motore — il remo — non si vede, nè se ne ode il tonfo. Solo, ogni tanto, la voce del gondoliere si eleva nel dare il richiamo allo svolto dèi rii. Ha suoni cupi, plàcidi, imperiosi. Strano! Mi pare tutt’altro suono del ciacolàr veneziano! Sopravvìvono le voci di Marco Polo, latino; [p. 170 modifica]di Marìn Sanudo, dei combattenti di Lèpanto? Voci fèrree e latine pel mare! Davanti a me, scolpita nello sportello della gòndola, sta la bocca umana del leone. Ondeggiò il leone sugli orifiammi delle galee combattenti; fu scolpito per tutto l’Oriente il sàvio leone che posa la zampa sull’Evangelo! Pax tibi, Marce, evangelista meus! Ha l’Evangelo, ed anche la spada! A Zara ti ho ben veduto, leone di Venezia! Obliata, lontana Zara! Perchè pensai a Zara? Perchè le donne di Zara dicevano a me con isconforto: «I nostri figli non parleranno più veneto».

Ecco d’un tratto su le fondamenta mi balza, cavalcante, la figura e l’elmo brónzeo di Bartolomeo Colleoni.

Lungo quelle fondamenta una schiera di ragazzi ignudi si tùffano, mi gridano: «Buttare in mare soldino!».

Via! Brutte rane!

Il sedile della gòndola è assai còmodo: questo basso nero sprofondato sedile. V’è posto per due, ed io sono solo. «La biondina in gondoleta»? No! Io non penso ad alcuna biondina. Penso a te, piccina, ridente cosa senza nome, o con un làbile nome, nome del mio mondo! Oh, averti qui in piedi avanti a me, [p. 171 modifica]domandarti: «Dove siamo, bambina? Ohe cosa sono queste lìvide acque? questi palazzi tràgici con bianchi baleni come di schèletri nel marmo? questo enorme silènzio?». Vedere lo stupore dei tuoi occhi!

No, no, non vòglio farti vedere queste cose morte dove i sècoli hanno piovuto le loro làgrime.

Ecco, io ti porto la bàmbola nuova ed i baìcoli freschi.