Viaggio in Dalmazia/Canzone dolente della Nobile Sposa d'Asan Agà

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Canzone dolente della Nobile Sposa d'Asan Agà

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Canzone dolente della Nobile Sposa d'Asan Agà
De' Costumi de' Morlacchi - 16. Funerali Del Corso del fiume Kerka, il Titius degli antichi
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ARGOMENTO


Asan, Capitano Turco, resta ferito in un combattimento per modo, che non può ritornarsene alla casa propria. Va a visitarlo nel campo la madre, e la sorella: ma trattenuta da un pudore, che parrebbe strano fra noi, non à il coraggio d’andarvi la di lui moglie. Asan prende per un tratto di poco buon animo questa ritrosia; si sdegna colla Sposa, in un momento di primo impeto, e le manda il libello di repudio. L’amorosa Donna, con angoscia acerbissima di cuore, si lascia condurre lontano da cinque tenere creaturine, e particolarmente dall’ultimo suo bambino, che giacevasi peranche nella culla. Appena ritornata alla casa paterna, fu chiesta in moglie da’ principali Signori del vicinato. Il Begh Pintorovich, di lei fratello, stringe il contratto col Cadì, o Giudice d’Imoski; e non bada ai prieghi dell’afflitta giovane, che amava di perfetto amore il perduto marito, e i figliuolini suoi. La comitiva, per condurla a Imoski, dovea passare dinanzi alla casa dell’impetuoso Asan, che di già guarito delle sue ferite se n’era tornato, e trovavasi pentitissimo del repudio. Egli, conoscendo benissimo il di lei cuore, manda a incontrarla due de’ suoi fanciulli, a’ quali ella fa dei regali, che di già aveva preparati. Asan si fa sentire a richiamarli in casa, dolendosi che la loro madre à un cuore inflessibile. Questo rimprovero, il distacco de’ figliuoli, la perdita d’un marito, che nel suo modo aspro l’amava quanto era amato, operano una sì forte rivoluzione nell’anima della giovane Sposa, ch’ella ne cade morta all’improvviso, senza proferir parola.

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XALOSTNA PJESANZA


Plemenite


Asan-Aghinize.


Scto se bjeli u gorje zelenoj?
Al-su snjezi, al-su Labutove?
Da-su snjezi vech-bi okopnuli;
Labutove vech-bi poletjeli.1
5Ni-su snjezi, nit-su Labutove;
Nego sciator Aghie Asan-Aghe.
On bolu-je u ranami gliutimi.
Oblaziga mater, i sestriza;
A Gliubovza od stida ne mogla.
     10Kad li-mu-je ranam’ boglie bilo,
Ter poruça vjernoi Gliubi svojoj:
Ne çekai-me u dvoru bjelomu,
Ni u dvoru, ni u rodu momu.
Kad Kaduna rjeci razumjela,
15Josc’je jadna u toj misli stala.
Jeka stade kogna oko dvora:
I pobjexe Asan-Aghiniza
Da vrât lomi kule niz penkere.
Za gnom terçu dve chiere djevoike:
20Vrati-nam-se, mila majko nascia;
Ni-je ovo babo Asan-Ago,

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Vech daixa Pintorovich Bexe.
     I vrâtise Asan Aghiniza,
Ter se vjescia bratu oko vrâta.
25Da! moj brate, velike framote!
Gdi-me saglie od petero dize!
Bexe muçì: ne govori nista.
Vech-se mâscia u xepe svione,
I vadi-gnoj Kgnigu oproschienja,
30Da uzimglie podpunno viençanje,2
Da gre s’ gnime majci u zatraghe.
Kad Kaduna Kgnigu prouçila,
Dva-je sîna u gelo gliubila,
A due chiere u rumena liza:
35A s’ malahnim u besicje sinkom
Odjeliti3 nikako ne mogla.
Vech’je brataz za ruke uzeo,
I jedva-je sinkom raztavio:
Ter-je mechie K’ sebi na Kogniza,
40S’gnome grede u dvoru bjelomu.
     U rodu-je malo vrjeme stâla,
Malo vrjeme, ne nedjegliu dana,
Dobra Kado, i od roda dobra,
Dobru Kadu prose sa svî strana;
45Da majvechie Imoski Kadia.4
Kaduna-se bratu svomu moli:
Aj, tako te ne xelila, bratzo!5
Ne moi mene davat za nikoga,
Da ne puza jadno serze moje
50Gledajuchi sirotize svoje.
Ali Bexe ne hajasce nista,
Vech-gnu daje Imoskomu Kadii.
Josc Kaduna bratu-se mogliasce,
Da gnoj pisce listak bjele Knighe,
55Da-je saglie Imoskomu Kadii.

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„ Djevoika te ljepo pozdravgliasce,
„ A u Kgnizi ljepo te mogliasce,
„ Kad pokupisc Gospodu Svatove
„ Dugh podkliuvaz nosi na djevojku;
60„ Kadà bude Aghi mimo dvora,
„ Neg-ne vidî sirotize svoje.“
Kad Kadii bjela Kgniga doge
Gospodu-je Svate pokupio.
Svate kuppi grede po djevoiku.
65Dobro Svati dosli do djevoike,
I zdravo-se povratili s’gnome.
     A kad bili Aghi mimo dvora,
Dve-je chierze s’penxere gledaju,
A dva sîna prid-gnu izhogiaju,
70Tere svojoi majçi govoriaju.
Vrati-nam-se, mila majko nascia,
Da mi tebe uxinati damo.6
Kad to çula Asan-Aghiniza,
Stariscini Svatov govorila:
75Bogom, brate Svatov Stariscina,
Ustavimi Kogne uza dvora,
Da davujem sirotize moje.
Ustavise Kogne uza dvora.
Svoju dizu ljepo darovala.
80Svakom’ sinku nozve pozlachene,
Svakoj chieri çohu da pogliane;
A malomu u besicje sinku
Gnemu saglie uboske hagline.

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     A to gleda Junak Asan-Ago;
85Ter dozivglie do dva sîna svoja:
Hodte amo, sirotize moje,
Kad-se nechie milovati na vas
Majko vascia, serza argiaskoga.
     Kad to ula Asan Aghiniza,
90Bjelim liçem u zemgliu udarila;
U pût-se-je s’duscjom raztavila
Od xalosti gledajuch sirotag.7

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CANZONE DOLENTE


Della Nobile


Sposa d’Asan Agà


Che mai biancheggia là nel verde bosco?
Son nevi, o Cigni? Se le fosser nevi
Squagliate omai sarebbonsi: se Cigni
Mosso avrebbero il volo. Ah! non son bianche
5Nevi, o Cigni colà; sono le tende
D’Asano, il Duce. Egli è ferito, e duolsi
Acerbamente. A visitarlo andaro
La Madre, e la Sorella. Anche la Sposa
Sarebbev’ita; ma rossor trattienla.
     10Quindi allorch’ei delle ferite il duolo
Sentì alleggiarsi, alla fedel mogliera
Così fece intimar: „Non aspettarmi
„ Nel mio bianco cortil; non nel cortile,
„ Nè fra’ parenti miei.“ Nell’udir queste
15Dure parole pensierosa, e mesta
L’infelice rimase. Ella d’intorno
Al maritale albergo il calpestio
Di cavalli ascoltò; verso la torre
Disperata fuggio, per darsi morte
20Dalla finestra rovinando al basso.
Ma i di lei passi frettolose, ansanti
Le due figlie seguir: Deh! cara madre,
Deh! non fuggir; del genitore Asano
Non è già questo il calpestio; ne viene

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25Il tuo fratello, di Pintoro il figlio.
     Addietro volse a questo dire i passi
D’Asan la Sposa, e le braccia distese
Al collo del fratello. „ Ah! fratel mio,
„ Vedi vergogna! e’ mi repudia, Madre
30„ Di cinque figli!“ Il Begh nulla risponde;
Ma dalla tasca di vermiglia seta
Un foglio trae di libertade, ond’ella
Ricoronarsi pienamente possa,
Dopo che avrà con lui fatto ritorno
35Alla casa materna. Allor che vide
L’afflitta donna il doloroso scritto,
De’ suoi due figliuolin’ baciò le fronti,
E delle due fanciulle i rosei volti:
Ma al bambino, che giaceva in culla
40Staccar non si poteo. Seco la trasse,
Il severo fratello a viva forza;
Sui cavallo la pose, e fe ritorno
Con essa insieme alla magion paterna.
     Breve tempo restovvi. Ancor passati
45Sette giorni non erano, che intorno
Fu da ogni parte ricercata in moglie
La giovane gentil d’alto legnaggio;
E fra i nobili Proci era distinto
L’Imoskese Cadì. Prega piagnendo
50Ella il fratel: deh non voler di nuovo
Darmi in moglie ad alcun, te ne scongiuro
Pella tua vita, o mio fratello amato;
Onde dal petto il cor non mi si schianti
Nel riveder gli abbandonati figli!
     55Il Begh non bada alle sue voci; è fisso
Di darla in moglie al buon Cadì d’Imoski.
Allor di nuovo ella pregò: deh! almeno
(Poichè pur così vuoi) manda d’Imoski

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Al Cadì un bianco foglio. „ A te salute
60„ Invia la giovinetta, e vuol pregarti.
„ Per via di questo scritto, che allor quando
„ Verrai per essa co’ Signori Svati
„ Un lungo velo tu le rechi, ond’ella
„ Possa da capo appiè tutta coprirsi,
65„ Quando dinanzi alla magion d’Asano
„ Passar d’uopo le sia; nè veder deggia
„ I cari figli abbandonati!. “ Appena
Giunse al Cadì la lettera, ei raccolse
Tutti gli Svati, e pella Sposa andiede,
70Il lungo velo, cui chiedea, portando.
Felicemente giunsero gli Svati
Sino alla casa della Sposa; e insieme
Felicemente ne partir con essa.
Ma allor, che presso alla magion d’Asano
75Furo arrivati, dal balcon mirorno
La madre lor le due fanciulle, e i figli
Usciro incontro a lei. „ Deh, cara madre,
„ Tornane a noi; dentro alle nostre soglie
„ A cenar vienne“. La dolente Sposa
80Del Duce Asano, allor che i figli udio,
Volsesi al primo degli Svati: „ O vecchio
„ Fratello mio, deh ferminsi i cavalli!
„ Presso di questa casa, ond’io dar possa
„ Qualche pegno d’amore agli orfanelli
85„ Figli del grembo mio“. Stettersi fermi
Dinanzi alla magion tutti i cavalli;
Ed ella porse alla diletta prole
I doni suoi, scesa di sella. Diede
Ai due fanciulli bei coturni, d’oro
90Tutti intarsiati, e due panni alle figlie,
Onde dal capo ai piè furon coperte:
Ma al picciolo bambin, che giacea in culla,

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Da poverello un giubbettin mandava.
     Tutto in disparte il Duce Asàn vedea;
95E a se chiamò i figliuoli. „ A me tornate
„ Cari orfanelli miei, da che non sente
„ Più pietade di voi la crudel madre
„ Di arrugginito cor.“ Udillo; e cadde
L’afflitta donna, col pallido volto
100La terra percuotendo; e a un punto istesso
Del petto uscille l’anima dolente,
Gli orfani figli suoi partir veggendo.

Note

  1. [p. 126 modifica]Non essendo i varj caratteri usati in Dalmazia molto comunemente noti, credo prezzo dell’opera il trascrivere questi quattro versi ne’ tre principali, cioè nel Glagolitico, o Geronimiano de’ libri Liturgici, nel Cirilliano de’ documenti antichi, e nel corsivo Cirilliano de’ Morlacchi, che molto somiglia al corsivo de’ Russi, se alcune sue note particolari se n’eccettuino. Il corsivo de’ Morlacchi è men bene ortografato, ma mantiene più la verità della loro qualunque siasi pronunzia, da cui nel testo io mi sono un po’ allontanato. Il Serviano majuscolo de’ Calogeri, e il corsivo usato nell’interiore della Bosna, ch’è quasi arabizzato, sono anch’essi curiosi; ma sarebbe di noja il riferirli.
  2. [p. 127 modifica]L’Originale: affinchè prenda con piena libertà coronazione (da Sposa novella) dopo che sarà ita con esso della Madre ne’ vestigj.
  3. [p. 127 modifica]Dovrebbe dire odjelitise, separarsi; ma la misura del verso decasillabo non lo permette, quantunque lo richieda la buona sintassi.
  4. [p. 127 modifica]Imoski, l’Emota de’ bassi Geografi Greci, luogo forte, tolto a’ Turchi nell’ultima guerra.
  5. [p. 127 modifica]L’Originale: Deh! così non debba io desiderarti! che vale a dire „così viva tu a lungo, ond’io non ti desideri dopo d’averti perduto!“
  6. [p. 127 modifica]Uxinati non significa propriamente cenare, ma far merenda, il che mi sarebbe stato difficile da esprimere non ignobilmente.
  7. [p. 127 modifica]La mancanza di caratteri adattati mi à costretto a usare della lettera z nostra, in luogo della Slavonica, ch’equivale al ξ greco; lo ànno però fatto molti altri prima di me senza scrupolo, nel che mi è sembrato di doverli seguire a preferenza di quelli, che usano della lettera ſ alta. Non ò raddoppiato lettere, per uniformarmi all’Ortografia de’ Manoscritti Slavonici più antichi.