Viaggio in Grecia ed a Smirne/Lettera VIII
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Traduzione dal francese di G.S. (1834)
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LETTERA VIII.
STORIA DI ATENE
(A bordo del Loiret, giugno 1830).
Ma tu la storia de' suoi guai domandi, |
Voi non dovete aspettarvi da me che io vi parli dell'antico splendore di Atene: i moderni hanno scritto più libri su questo argomento, che non ne abbia avuto la stessa Grecia. Io dunque non vi ritesserò la storia di Atene che dal momento in cui essa cessò di essere fiorente repubblica e venne abbandonata dalla fortuna. Bisogna per ciò risalire all'epoca della spedizione di Silla: Atene in quest'epoca per scampare dal giogo dei re di Macedonia si diede in braccio ai Romani e per scampare dai Romani si diede in potere di Mitridate. Essa trovossi così travolta in tutte le guerre civili di Roma e perdette la sua indipendenza in mezzo a queste guerre che perdettero Roma stessa. Ma almanco Roma conservò per qualche tempo l'Impero ed Atene non rimase che colle sue rimembranze e le sue rovine.
Con tutto questo però, l'epoca di cui parliamo, fu ancora per essa un'epoca gloriosa: le arti della Grecia avevano già allettato il gusto dei Romani: mentre le legioni del Tevere inalberavano le loro aquile sul Partenone, la città di Teseo inviava a Roma i suoi sofisti, i filosofi, gli oratori, i poeti, gli storici: essi erano ammirati come modelli presso il popolo romano: era un vanto nelle assemblee del foro e del Campidoglio, quello di parlare la lingua di Omero, di Demostene, di Euripide e di Platone. Sono noti gli elogi largiti da Cicerone alla città madre delle scienze e delle arti: in una parola non fu mai veduto un popolo, vinto dalle armi, far dimenticare la sua disfatta colla rimembranza della sua gloria e trionfare con tanta maestà sulla nazione che a lui dettava le sue leggi. La maggior parte degli Imperatori di Roma si ascrissero a gloria di proteggere Atene ed il nome stesso di Filelleni che venne risuscitato ai nostri tempi era un titolo glorioso pei più illustri Romani. L'Imperatore Adriano si distinse fra i proteggitori di Atene, e volle che vi fosse una città di Adriano a canto alla città di Teseo. Atene intanto che si era associata ne' torbidi civili di Roma, si trovò in qualche modo associata anche alle vicende che corse l'Impero. La memoria della sua prosperità le attirò due volte l'attacco dei Barbari. L'Attica e la sua capitale furono la prima volta desolate dagli Sciti sotto il regno di Claudio, successore di Gallieno. Cinquanta anni dopo i Goti guidati da Alarico passarono le Termopili: Atene aperse loro le porte. Io non ripeterò punto la favola dello storico Sosimo che ci narrò essere la dea Minerva apparsa armata della sua terribile egida ed essere pure apparsa l'ombra minacciosa di Achille, per respingere le orde dei barbari. La storia non bada a queste invenzioni e solo ricorda come un fatto curioso che Alarico fattosi padrone di Atene non ardì di toccare neppur uno de' suoi monumenti. Sinesio, scrittore di quel secolo paragona ciò che allora rimase della gloria di Atene alla pelle delle vittime offerte in sagrificio: egli soggiunge che la città di Cecrope era più famosa pel traffico che essa faceva del miele, che non per le scuole de' suoi filosofi.
Roma avea per la prima intaccata la possanza di Atene: Costantinopoli le divenne ancor più funesta, poichè sotto l'impero di Bisanzio essa fu affatto dimenticata ed i successori di Costantino ne presero sì poca cura, che le storie ci narrano che Arcadio lautamente trattò e riconobbe come suo alleato il barbaro Alarico che aveva desolata la Grecia. I Greci del Bosforo si vantavano di essere Romani e dileggiavano gli altri Greci: deplorabile sintomo della decadenza del Basso Impero, col quale tutte le glorie dovevano cadere.
Parecchi secoli passarono senza che la storia mai pronunziasse il nome di Atene: di essa non si parlava che quando avevansi a scegliere dei prefetti per governarla, o per dir meglio, per opprimerla, e dei gabellieri per riscuotervi i balzelli. Le sue scuole di filosofia quantunque del tutto decadute pure continuarono a sussistere sino alla metà del sesto secolo. Fu l'Imperatore Giustiniano quegli che ordinò si chiudessero. Allora si videro gli ultimi discepoli delle scuole di Platone e dei savj della Grecia andarsene raminghi in cerca di tetto e di asilo e ritirarsi alla corte di Cosroe. Questi illustri fuggitivi credevano di trovare ne' Persiani alcuni avanzi della saggezza e della gloria dei prischi tempi, ma ben presto disingannatisi, vennero a morire fra le rovine della loro patria, non potendo più vivere nè coi barbari, da cui avevano cercato asilo, nè coi Greci che più non gli intendevano. In questo modo fu rotta quell'aurea catena che con tanto splendore era passata framezzo ai più bei secoli della Grecia e che ancora legava i tempi oscuri di Simplicio coi tempi gloriosi di Platone e di Socrate.
Gli annali della Chiesa ci hanno conservata qualche memoria di Atene. Io già parlai della predicazione dell'apostolo san Paolo alla presenza dell'Areopago. Dionigi che fu da lui convertito, fu pure il primo Vescovo di Atene. L'Attica ebbe i suoi martiri e i suoi apostoli come le altre contrade del mondo romano; e ciò che deve eccitare la nostra sorpresa si è che le persecuzioni più sanguinose contro di essi, vennero praticate sotto il regime dei migliori imperatori di Roma, Adriano e Trajano. I progressi del Cristianesimo non poterono essere molto rapidi in Atene, come non poterono esserlo in altre città. Una città come questa, che era, per così dire, la metropoli degli Dei, doveva più delle altre stare attaccata alle credenze che si legavano alla gloria de' suoi monumenti.
Fino dal primo secolo dell'era cristiana si aveva cominciato a leggere nei giardini di Academo l'Evangelo di san Matteo. Le epistole di san Paolo vennero moltiplicate per opera dei calligrafi del Pritanneo. I fedeli elessero dei logoteti, o pubblici notaj, perchè raccogliessero gli atti dei martiri. Il filosofo Aristide ed il vescovo Quadratus avevano scritto un'apologia del cristianesimo che fu presentata all'Imperatore Adriano; ma gli altari del paganesimo sussistevano ancora: Minerva, Mercurio, Apollo, non parevano molto solleciti di lasciare per sempre il Partenone, come non si mostrarono solleciti i Turchi di lasciare il possesso di Atene. Non fu che nel quarto secolo che cominciarono i campi ad essere convertiti in chiese, e che la città di Teseo diventò una città cristiana. Allora fu la metropoli del cristianesimo in Grecia. I preti del vescovado di Atene ereditarono i beni che un tempo avevano appartenuto agli antichi sacerdoti; e il clero di questa metropoli era potentissimo nel sesto secolo e questo suo potere venne da esso conservato sino all'epoca delle conquiste della Grecia operata dai Crociati.
Al principio del secolo duodecimo non si parlava più di Atene in Europa: non fu che all'epoca della quinta Crociata che essa ricomparve di nuovo sul teatro del mondo. L'impero Greco era caduto nelle mani dei Crociati, Atene divenne il dominio di un gentiluomo di Borgogna, Ottone della Roche, che aveva seguìto il Marchese di Monferrato nel conquisto di Grecia, il quale Ottone della Roche prese il titolo di Megaskir, avendo rifiutato di riconoscere la sovranità del principe di Morea, di cui egli era il vassallo, e dovette sostenere per ciò una guerra contro Guglielmo di Villardouin. Io non parlerò di questa guerra in cui Ottone della Roche fu vinto e costretto a sottomettersi. Non posso però omettere di far noto un fatto che non venne per anco conosciuto, ed è questo: il principe Guglielmo aveva rinviato il Megaskir innanzi al re di Francia per subirvi la pena che egli si era meritata colla sua fellonia: lo credereste? Ottone della Roche ebbe la bonomia cavalleresca di attraversare il mare e recarsi a Parigi alla corte del re di Francia. Quando egli si presentò al Monarca, questi si fece leggere la lettera di Guglielmo e raccolse tutti i grandi che si trovavano nella capitale. Fu da questi gravemente esaminata la condotta del Megaskir: fu deliberato intorno alla pena da lui incorsa; e poscia uno dei baroni si levò e lesse ad alta voce il giudizio pronunciato dall'assemblea. Questa sentenza dei baroni condannava il signore di Atene a giurar fede ed omaggio al principe di Morea. "Ma (come dicea la sentenza) avuto riguardo al lungo e penoso viaggio da lui fatto, e fatta considerazione che egli avea rimessa la decisione della sua causa nelle mani di un si gran signore come era il re di Francia, veniva rimandato assolto." Il Megasckir di Atene si levò il suo cappuccio e ringraziò il re e la corte: "Poichè voi siete venuto sì da lontano sin qui, dissegli allora il monarca, non è cosa conveniente che voi abbiate a ritornarvene in Romania senza aver ottenuto qualche grazia." — Il Megasckir si raccolse in sè stesso un momento e poi rispose: Io ringrazio la vostra corona e la vostra sovrana bontà. La signoria di Atene che io posseggo essendo stata anticamente governata da un Duca, bramerei, se ciò non vi sgradisse, che mi fosse concesso il titolo di Duca." Il re accolse la sua domanda e il Megasckir fu elevato sul trono ducale nella corte del palazzo. La cronaca di Morea dalla quale io estraggo questo fatto, non pone alcuna data a siffatto racconto; ma è probabile che il Megasckir abbia fatto il suo viaggio prima dell'elevazione del Duca d'Angiò al trono di Napoli e alcuni anni dopo la prima Crociata di Luigi IX.
Da questo fatto raccogliesi come all'epoca delle Crociate si veniva sino dalle contrade d'Oriente per essere giudicati dal re giustiziere. Dalle cronache pure rilevasi come la signoria d'Atene sia stata eretta in Ducato da un re di Francia e come l'inaugurazione del primo Duca sia stata fatta nel palazzo della Santa Cappella a Parigi, nel giorno stesso in cui il re e la corte celebravano le feste della Pentecoste.
Al suo ritorno in Atene, Ottone Della Roche governò il suo Ducato con prudenza e saviezza. Divenuto uno dei più fedeli vassalli dei principi di Morea egli non cessò per questo di rendersi utile alla causa dei Franchi, sia co' suoi consigli, sia col suo valore. La sua dinastia non andò che sino alla terza generazione, e l'ultimo de' suoi eredi maschi ebbe per successore al Ducato di Atene Gualtiero di Brienne, nato da un'illustre famiglia di Borgogna. Investito del Ducato di Atene, Gualtiero di Brienne, dovette a dirittura difendersi contro il despota di Arta, signore di Blaquì e contro l'imperatore Greco di Bisanzio, il che l'obbligò ad implorare il soccorso dei Catalani. Questa milizia temuta aveva dapprima servito la causa di Federigo di Arragona divenuto re di Sicilia. Per conoscere questi eroi di brigandaggio, bisogna leggere in Muntaner i motivi che indussero il loro capo Ruggero a tirarli seco nelle lontane contrade d'Oriente. "I Catalani, diceva egli, sono come gli altri uomini: nessuno può vivere senza bere e mangiare: essi non avranno nulla dal re che avranno servito, e faranno una quaresima per forza: alla perfine essi saccheggieranno il paese e poi morranno alla spicciolata. Bisogna dunque, ora che ho servito Federigo di Sicilia che mi ha colmato di onori, che io cerchi di sbarazzarlo di questa gente a suo vantaggio ed a vantaggio di tutto il mondo." Allorquando Gualtiero di Brienne chiamò i Catalani in suo soccorso, essi avevano appena finito di desolare l'impero greco, al servigio del quale erano pure stati assoldati. Con siffatti ausiliari il Duca di Atene non durò fatica ad abbattere sulle prime i suoi nemici. Ma la cosa non andò così quando egli volle sbarazzarsi de' suoi difensori: egli fu obbligato a prendere le armi contro di loro. Una battaglia fu data sul territorio di Atene, non lungi dai Giardini di Academo. I Catalani accampavano sulle rive del Cefiso: essi si erano trincerati dietro fossi pieni di acqua. La storia ci dà pochi particolari intorno alla battaglia che ebbe luogo e che rese la milizia aragonese padrona dell'Attica, di Atene e del Partenone. Dei francesi che si trovavano nel paese ne fu fatto intiero macello. Lo storico delle gesta di que' Catalani fa a questo proposito conoscere il suo barbaro gaudio, esclamando: "tenete per certo che uno non ne scampò."
Atene si trovò preda di un'orda di avventurieri, estranei affatto alle nobili leggi della cavalleria e che non conoscevano altri diritti fuor di quelli della forza e della spada. Essi si intitolavano nelle loro ordinanze la Grande Compagnia, e sopra il loro sigillo erano scritte queste parole: la fedele comunanza, ossia l'esercito dei Franchi in Romania. Gualtiero di Brienne aveva lasciato un figlio che invocò parecchie volte l'assistenza dei re dell'Europa e dei capi della Chiesa per vendicare la morte di suo padre e riprendere il ducato di Atene. Si allestirono parecchie spedizioni: il pontefice Giovanni XXII scomunicò molte volte i Catalani e fece gridare contro di essi una crociata; ma tutte queste minaccie, tutti questi preparativi rimasero senza effetto e lo sventurato figlio di Gualtiero di Brienne dopo avere consumata la propria vita in sforzi inutili, andò a morire a Poitier. Sul suo sepolcro gli fu scolpito il titolo di Duca di Atene.
In secoli come quelli di decadenza e di rovina non mi fa alcuno stupore il linguaggio fastoso dei monumenti sepolcrali. Parmi di rileggere gli antichi poeti che hanno descritto il regno dei morti e che ci rappresentano le larve dei defunti che piangono sulle squallide rive d'Acheronte le grandezze finite, le infrante corone, i regni che più non sono.
La dominazione dei Catalani durò più di un secolo nell'Attica, e noi non conosciamo la loro storia che dal racconto delle sventure del paese soggetto alle loro armi. In mezzo a quelle gravi calamità sorse una nuova dinastia pel ducato di Atene, e questa fu la famiglia degli Acciaiuoli, nativa di Firenze, la quale venne a regnare sull'Attica fra un popolo desolato, dalla presenza dei Turchi che minacciavano, e dalle fazioni che si disputavano l'impero di questo misero paese. Corruppero allora Atene ogni maniera di tristizie, compagne indivisibili degli Stati che decadono; e si può dire che la Grecia finì come aveva cominciato, con atti di barbarie e delitti d'ogni sorta essa doveva alla fine rimaner vittima dei più barbari, ed i Turchi se ne impadronirono. Maometto II entrò in Atene sette anni dopo la presa di Costantinopoli: egli risparmiò come Alarico gli abitanti e le rovine di una città che gli inspirava un certo quale rispetto e che egli chiamava la città dei filosofi. Sottomessa agli Ottomani, Atene cadde nell'obblìo, e questa regina delle città restò in mezzo alle sue deserte rovine come una prigioniera abbandonata. Con tutto questo però la sua schiavitù fu più sopportabile di quella di molte altre città della Grecia e dell'Asia. Non si cessò di parlarvi la lingua greca che divenne la lingua stessa dei vincitori: la popolazione greca aveva conservato alcuni dei suoi privilegi; le imposte erano moderate ed i cristiani potevano pacificamente praticare l'esercizio del loro culto.
La città di Atene venne data in governo al Kislar aga, che era il capo degli eunuchi neri del serraglio del Sultano. Questi fu il successore di Ottone della Roche, di Gualtiero di Brienne, dei Catalani e degli Acciajuoli di Firenze. Ecco in qual modo i Greci di Atene raccontavano la storia della loro transizione al regime del capo degli eunuchi neri. Una giovine di Atene per nome Basilia, fu involata alla sua famiglia da uffiziali turchi che erano andati ad esigere il testatico dei fanciulli. La madre di questa giovane agli atti barbari dei rapitori che minacciavano, se non cedeva, di trafiggere la di lei figlia, non seppe opporre altra resistenza che quella dalle lacrime e delle grida; ma quando si accorse che ogni preghieva era vana, abbracciò per l'ultima volta sua figlia e la scongiurò di ricordarsi sempre della sua religione e delle miserie del suo paese: essa venne condotta al serraglio del Gran signore, e siccome era di una sorprendente avvenenza, così non passò gran tempo che divenne la favorita del Sultano. La povera Ateniese non aveva punto dimenticato il suo paese, e questa memoria le stava sempre fitta nel pensiero, ogni qualvolta il Sultano le era presso: in quell'epoca, come anche nei tempi a noi meno lontani, le donne del serraglio esercitavano una grandissima influenza sulla nomina dei Governatori delle provincie: l'ambizione dei pascià si volgeva al Kislar-Aga, sia per ottenere il governo dei paesi conquistati, sia per accattare l'impunità delloro vessazioni. Basilia pensò che se il Kislar-Aga possedeva egli stesso la città di Atene, egli non venderebbe ad altri il diritto di spogliarla, e che si troverebbe in tal modo quella misera città un po' più rispettata e meglio protetta delle altre. Colto un giorno il bel momento in cui il Sultano la pressava a chiedergli qualche grazia, ella gli disse: "Io non ho più bisogno di nulla per me, nè conosco alcuna persona nel vostro impero a cui io possa giovare se non che al Kislar-Aga, che mi usa tante buone grazie: io non saprei trovare miglior cosa per lui che quella di affidargli il governo della città ove io sono nata: cedete a lui la rendita di Atene è che egli invii dei Kiaia, o luogotenenti, che non abusino punto della loro autorità: come sin qui venne fatto." Ciò ella chiese e le fu accordato. Atene divenne da quel momento il pascialaggio del capo degli eunuchi neri.
I viaggiatori hanno soventi volte espressa la loro sorpresa nel vedere la città di Teseo governata dal Kislar-Aga; ma non bisogna dimenticare che più non si tratta della gloria di Atene, ma soltanto dei tristi privilegi della servitù: io non dirò già quanti mali siano stati risparmiati a questa città, salvandola dalla dominazione di un Pascià. Parecchie altre città, parecchie isole dell'Arcipelago sono state in questo modo donate ad uffiziali del serraglio, od a favorite dell'Harem, e tutti si accordano nel ritenere che i paesi sottomessi a questa specie di autorità non furono quelli che vieppiù soffersero la dominazione degli Osmanli.
Quantunque l'Europa avesse sino dal secolo decimoquinto rivolto altrove il suo sguardo, senza più badare alla Grecia occupata dai Turchi, con tutto ciò però fu continuato ad essere portato il titolo di duca di Atene in alcune famiglie. Una cappella della chiesa di San Dionigi di Francia conservava un mausoleo su cui leggevansi queste parole: Qui giace madama Giovanna d'Eu, già contessa d'Estampes, e Duchessa di Atene. Il titolo di Duca di Atene era divenuto come una prerogativa ereditaria, come una distinzione onorifica, alla quale non si attaccava più alcuna idea di reale possesso: lo stesso era accaduto di tutti gli altri principati di Oriente che erano stati perduti, e i cui titoli di onore e di pretesa venivano conservati dalle più cospicue famiglie d'Europa a guisa di potentati in partibus.
Ai dignitarj della Chiesa accadde la stessa sorte: da che il Corano invase le provincie cristiane dell'Oriente, si seguitarono e nominare vescovi che presero appunto il titolo in partibus infidelium. Appena però i tempi si facevano meno avversi si spedivano sacerdoti e missionari in quelle parti e tuttora si mandano per lo spirituale servigio dei Cristiani che ivi dimorano, o vanno a peregrinare.
Sebbene la religione non avesse mai trascurato di tener vivo il suo culto nel paese dell'Attica, il mondo europeo lo aveva del tutto dimenticato. Allorchè nel 1584 un dotto di Germania pubblicò alcune notizie intorno ad Atene, questo suo libro svegliò vivamente l'attenzione pubblica, e fu ritenuto come una scoperta maravigliosa. Tutto quel poco che raccogliere si poteva intorno alla città di Minerva ed intorno ai suoi monumenti scampati al furore dei barbari, era per gli eruditi un argomento di sorpresa e di ammirazione. Soprattutto si notò come cosa peregrina una certa lettera pubblicata da un Greco abitante di Nauplia, il quale era stato parecchie volte ad Atene e che avea veduto il Partenone. E merita almeno che sia citata l'ultima frase di quella lettera: Atene (dicevasi) non rassomiglia più che ad uno scheletro di un animale morto da un gran numero di anni.
E questa rassomiglianza sussiste pur troppo anche al dì d'oggi, e chi sa che non abbia a sussistere per sempre!
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