Viaggio in Grecia ed a Smirne/Lettera XI
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Traduzione dal francese di G.S. (1834)
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LETTERA XI.
I COSTUMI DI SMIRNE.
(24 giugno 1830)
... io tutte intendo |
L’Imbat, che per solito ravviva questo littorale col suo fresco alito, l’Imbat avea cessato il benefico suo soffio già da tre giorni. Sebbene la mia casa di alloggio si trovasse situata a riva di mare, era essa divenuta una vera fornace durante il giorno e la notte. Per colmo di sventura quest'atmosfera di fuoco che arde e consuma, dà la vita a miriadi d'insetti con ali e senza, i quali non vi lasciano un momento di riposo. Tutti questi insetti si accarnano addosso a' forastieri che sbarcano, quasi che un genio malefico abbia a bella posta predisposto queste ignobili milizie, alla guardia degli accessi dell'Oriente. Bersagliato da questo infinito sciame d'insetti io deposi cento volte la penna, mentre stava sui luoghi stessi scrivendo questa mia relazione: trista condizione di un viaggiatore che spesso trovasi nell'occasione di dover affoscare le sue descrizioni, non per altro che per trovarsi punzecchiato da un insetto, o per sentirsi trambasciato da un'aria che spira o gelata o cocente. Finalmente l’Imbat ripigliò il suo soffio ed io potei riprendere la mia relazione con minore fastidio e maggiore imparzialità.
Comincierò dal descrivere gli Europei. I costumi dei Franchi di Smirne meritano di essere a parte tratteggiati nel mio quadro. Essi non sono sotto l'impero delle leggi del paese: godono di privilegi che vengono dai Turchi rispettati: gli Agà non hanno nemmeno diritto di fare ad essi visite domiciliari. Non vi ha paese al mondo, in cui gli Europei godano di tanta libertà come in Turchia. L'Europa incivilita potrebbe nei Franchi dell'Ionia ravvisare una infinità de' suoi usi, delle sue mode, de' suoi piaceri, delle sue feste. Noi non sentiamo discorrere che dei balli che furono nello scorso inverno dati a Smirne: ivi si rappresentano anche le commedie. Pochi mesi fa ebbe luogo la rappresentazione della farsa intitolata l’Orso ed il Pascià, la quale ha divertito moltissimo gli abitanti della contrada dei Franchi. Tutte le opinioni e persino le caricature che divertono gli Europei hanno passato i mari e si trovano sul lido Ionio. Io qui veggo gente di tutti i partiti e posso passare in rassegna tutte le abitudini che si succedono nella nostra Europa. Ho innanzi alla mia abitazione un caffè che ha l'insegna francese: à la civilisation: sono stato condotto in un casino, o gabinetto letterario dove si leggono i principali giornali d'Europa. E fra i giornali appunto, merita che si citi il Corriere di Smirne, che è scritto in francese, come lo si potrebbe fare a Parigi. Ivi si dà notizia di tutto ciò che si discute nelle Camere degli Stati rappresentativi, e si tiene conto delle notizie relative alla Grecia con quella imparzialità con cui i posteri giudicheranno quel paese ed i presenti suoi costumi. I lettori del Corriere di Smirne sono tutti i Franchi che conoscono la lingua francese ed ha per associati tutti i consoli ed agenti diplomatici del Levante. Rispetto agli Osmanlis, questo giornale può dirsi essere per essi come una lanterna sorda, che vien fatta girare di notte per le vie della città senza che mandi un raggio di luce ad alcuno dei passeggieri.
Non so se abbia già detto che tutti i culti aver possono i loro templi a Smirne e che tutte le credenze possono esservi pubblicamente professate. I cattolici hanno due chiese servite da cappuccini e da lazzaristi: gli Armeni ne hanno due: i Greci tre: gli Ebrei hanno parecchie sinagoghe. Siccome poi tutte le opinioni religiose ivi si trovano presenti, così si osserva in tutte le sette religiose maggiore esaltazione e fervore. Quell'Europeo accidioso che nel suo paese poco si curerebbe di andare alla messa, qui in vece si farebbe uno scrupolo se non vi assistesse quotidianamente, per paura, se non foss'altro, di passare per rinnegato. Si può far pure un'altra osservazione che è applicabile a tutti i paesi soggetti ai munsulmani, ed è che la religione cristiana e le sue cerimonie, riescono per uno che venga d'Europa come un richiamo del suo paese nativo.
Per bene tratteggiare i costumi dei Franchi bisogna distinguerli a seconda delle sette religiose, a cui appartengono. Comincierò a parlare degli Ebrei, sebbene poco abbia a dire di questo popolo ovunque misterioso e difficile ad essere conosciuto, vivendo sempre in disparte ed isolato. Un forastiere non può facilmente aver l'accesso nelle case e nelle famiglie israelitiche fuori che nelle loro sinagoghe, che io non ho veduto, essi non si lasciano vedere che nei luoghi, ove si fa traffico. — La prima cura degli Ebrei è quella di nascondere i tesori che hanno: la seconda loro cura è quella di nascondere la stessa loro vita: se voi non potete studiarli ai bazar, o coglierli di fuga per le vie, non vi rimarrà che di seguirli pei cimiteri, ove gli emblemi delle rispettive loro professioni e lunghe iscrizioni scolpite sulla pietra, annunziano ciò che sono stati e ciò che hanno fatto in questo mondo.
Quasi tutti gli Ebrei di Smirne sono poveri: la concorrenza degli Armeni tolse loro molti mezzi d'industria. La popolazione armena si va ogni giorno aumentando: il quartiere ov'essa abita e che chiamasi l’Armenia, è riputato per il più ricco di tutti. L'Armeno rassomiglia al Turco nel carattere, nel modo di vivere e nelle sociali abitudini: esso al pari dell'Ebreo non ha mai preso in mano un fucile; non si è mai lasciato trovare in un popolare tumulto; ed è per questo che le autorità ottomane non si occupano degli Armeni che quando trattasi di riscuotere il testatico, o qualche straordinaria avanìa. Essi sono trattati come gli animali domestici, e l'orgoglioso ottomano per mostrare il pregio in cui gli tiene gli mette nella scala degli esseri animali a fianco dell'asino e del camello.
Venne agli Armeni, come agli Ebrei, fatto rimprovero che spesso manchino di buona fede nelle transazioni commerciali e che s'inducano a' mestieri poco onorevoli. Simile accusa non può cadere che sull'ultima feccia del popolo. Questa nazione in generale gode credito di essere austerissima in fatto di condotta e di religione. Gli Armeni hanno a Smirne una scuola di teologia, di cui mi si fecero molti encomj: il clero armeno è piuttosto colto, ed è forse per ciò che esso venne sì perseguitato a Smirne ed a Costantinopoli.
I Greci di Smirne non rassomigliano punto ai Greci di Morea. Essi sembrano più fatti per la pace e pel quietismo, che per la guerra e l'independenza. Non havvi altra città dell'Impero Ottomano come Smirne, in cui siano stati tanto perseguitati: eppure rimasero sempre gli stessi. Sono sempre i Greci dell'antica Jonia: fra tutte le genti quivi raccolte, i Greci sono quelli che più simpatizzano coi Franchi: solo manca ad essi di essere meno superstiziosi e più illuminati. Parecchi de' loro papassi non hanno nemmeno potuto imparare la messa e non si rendono per altro osservabili che per la loro puerile credulità e per le loro straordinarie astinenze. Alcuni giorni prima del mio arrivo a Smirne accadde una scena tragica, dalla quale potranno i miei leggitori conoscere qual genere d'istruzione religiosa venga data ai Greci di questa città. Un giovane Greco, stato allevato sino dall'infanzia da un macellajo turco, aveva abbracciata la religione Munsulmana: dopo aver passato alcun tempo nelle isole dell'Arcipelago, era tornato a Smirne nell'aprile 1830 ed era stato ricondotto alla fede cristiana. La sua abjura ed i suoi atti di penitenza dovevano bastare; ma i papassi vollero persuadergli che per lui non restava altra via di salute che quella di farsi martirizzare per mano dei Munsulmani. Nella speranza adunque di conseguir la palma del martirio, il giovine Greco si recò dal macellajo che l'aveva allevato e si fece ad oltraggiarlo nel modo il più insultante: il macellajo si accontentò per la prima volta di mandarlo via: ma egli tornò alla carica ed i vicini mossi dallo strepito accorsero ed udirono gli improperj che questo fanatico scagliava contro il loro profeta: allora la popolazione del quartiere si mise a tumulto: il bestemmiatore venne condotto innanzi al mutzelim; questi l'interrogò e lo fe' tradurre in carcere, dicendo che egli era, o matto, od ubbriaco. Nel carcere il giovine Greco continuò le sue oltraggiose grida contro il Corano ed i suoi credenti: venne ricondotto dal mutzelim il quale fece chiamare il cadì: il popolaccio turco chiese allora ad alte grida la sua testa e conformemente alle leggi munsulmane la sua condanna venne pronunziata. La sentenza fu eseguita alla presenza di un'immensa moltitudine di popolo. Questa sgraziata avventura destò nella città un susurro, uno strepito da non dire. Un grande numero di Greci assisteva all'estremo supplizio: alcuni di questi, forzate le guardie, vollero raccogliere il sangue della vittima e strapparle qualche lembo del vestito. Il calendario greco aggiunse un martire dippiù, ed i papassi n'ebbero una gran gioja: questa loro condotta però spinta sino all'imprudenza potrà qualche volta far seriamente compromettere la popolazione greca che è già veduta di mal occhio dai munsulmani.
Mi vennero raccontate le catastrofi sanguinose di cui questa città fu il teatro, allorchè scoppiò la rivoluzione di Grecia: già da qualche tempo l'odio fanatico dei Munsulmani si è alcun poco rallentato, ma tuttora sussiste un'antipatia grandissima fra i Greci ed i Turchi; e tutto quello che accade nelle isole greche od in Morea ha un eco doloroso o furibondo qui a Smirne. L'arrivo in questa città di un gran numero di famiglie munsulmane scacciate dai cristiani, e le relazioni che si mantengono fra i paesi che si resero indipendenti e gli abitanti di Smirne, mantengono sempre accese le passioni che da un momento all'altro possono provocare dei disordini e delle persecuzioni. Le diffidenze reciproche fanno dar corpo ogni giorno alle voci più sinistre: per parte dei Turchi si vanno trasognando cospirazioni di cui sono i Greci imputati, e per parte di questi ultimi si vanno tutto dì raccontando notturne carnificine e cadaveri trovati ogni mattina sul lido del mare. Quello che ha molto contribuito a ravvivare l'esacerbazione dei Greci si fu che un uomo della loro nazione, condannato per delitto di furto venne dai Turchi decapitato alla porta di una delle chiese greche: era stato scelto a questa esecuzione un giorno di festa, ed il momento in cui celebravasi messa solenne. Si crede che il console russo abbia fatto su questo proposito un reclamo al divano, e il divano che pare nulla nieghi alla Russia ha destituito il pascià di Smirne e lo ha traslocato a Scio.
Io non ebbi tempo di studiare con molta profondità questa popolazione composta di tanti elementi diversi ed animata da passioni così opposte; ma a primo aspetto non si riconoscono che tante sette che hanno mille ragioni per odiarsi a vicenda, e nessuna può accordarsi a convivere con un'altra: io qui veggo Ebrei, Armeni, Greci, Turchi, Franchi, ma non veggo concittadini: con tale miscuglio di gente e opposizione d'interessi come farne una vera città? come svolgersi il mutuo rispetto e la cordialità? come nascere e rafforzarsi l'impero della pubblica opinione? come destarsi l'amor del paese? in una parola, questa non è una popolazione stabilmente consociata, ma è una caravana raccoltasi da varj luoghi, ove ognuno vive giorno per giorno, ove ciascuno ha le sue proprie speculazioni, ove nessun vincolo di una legge comune gli modera, gli rattempera, e nessun senso di socievolezza gli avvicina, gli affratella. Io qui non veggo che un pascià che comanda ed uomini che gli ubbidiscono: non veggo che gente la quale impone e riscuote tributi e gente che paga e si lascia bastonare. La paura è il solo movente di questa singolar società; per cui essa non può starsene insieme unita se non per la forza minacciosa di una guarnigione che la sorveglia di giorno e di notte: l'ordine pubblico non nasce dal pubblico concorso per mantenere la quiete, ma solo dall’jataghan sempre sguainato dei paliscari.
Ho veduto passar spesso sotto le mie finestre le milizie incaricate della polizia della città, e la prima volta che le vidi n'ebbi un certo qual senso di paura. È una banda di cento cinquanta a dugent'uomini venuti da tutti i paesi, armati di picche, di pistole, di moschetti, diversamente vestiti, confusamente aggruppati, e che non marciano, ma vanno di corsa. Sono creature che ora si trovano fra i briganti, ora fra gli individui destinati a reprimere il brigandaggio. Poco loro importa di essere il terrore dei buoni o dei malvagi, di turbare la società che difendono, o di acquetarla; a loro basta che vivano! Il capo di questa banda è sempre in piedi giorno e notte: quando lo si aspetta da una parte egli compare dall'altra, o piuttosto egli è dappertutto nello stesso momento: egli si fa vedere spesso armato con un enorme randello, e quando leva in aria il segno, o per dir meglio lo strumento della sua giustizia, tutto il mondo fugge: egli è la legge vivente, è la legge che vede ed ascolta, che avverte e colpisce, è il vero fante del zecchin d'oro che mettea tanta paura ai Veneziani.
Questa milizia è incaricata di sorvegliare e punire tutte le infrazioni che si fanno al Corano, tutti gli atti contrari ai buoni costumi, e le frodi nei mercati: guai a quegli che viene trovato nell'atto di vendere a peso falso od a falsa misura, delitto imperdonabile in Turchia! Guai a quegli che viene trovato ad ore indebite, in luoghi sospetti! Essa ha pure l'incarico di arrestare tutti quelli che vanno in giro di notte senza lanterna; non risparmia soprattutto i rayas che portano nei loro abiti qualche colore che sia riservato ai soli Munsulmani. Nulla sfugge a questa vigile milizia, e meriterebbe di essere citata per modello, se il di lei capo non chiudesse gli occhi su certi disordini. Hannovi degli abusi che rispetta volontieri, purchè ne ritragga qualche profitto. È duopo osservare che presso i Turchi, alle cariche sono annessi poverissimi emolumenti. Se gli abusi non venissero in soccorso degli impiegati, non sarebbevene uno che non morrebbe di fame: in questo modo gli abusi fanno vivere gl'impiegati, e gli impiegati lasciano vivere gli abusi.
Per conoscere più davvicino i Turchi, mi feci presentare da quelli che hanno in Smirne maggiore influenza per potere, ricchezza, o sapere. Il primo turco da me visitato fu Osman Effendi che abita un chiosco nei giardini situati al nord di Smirne: vi giunsi per una strada cinta da ulivi e da alberi da frutta: de' rivoletti di acque estratti dal fiume Meles irrigano in ogni senso le piante e i fiori: sui muricciuoli del giardino osservai delle pitture che rappresentavano vascelli e barche senza marinaj e senza navalestri: le sole figure che si permettono di pingere gli artisti turchi sono uccelli che rappresentano grossolanamente entro un fondo cilestre cupo: il padrone di questo amenissimo luogo mi venne incontro e mi accolse con una civiltà che io non avrei mai creduto di trovare in un turco: egli mi offerse del caffè, dell'acquavite e dei confetti, poscia andò a raccogliermi un mazzo di bei fiori, e si trattenne meco a conversare metà a segni e metà a parole italiane, non avendo preso meco alcun interprete. Questo Turco è uno di quelli che non osservano rigorosamente i precetti del Corano, almeno per ciò che riguarda il divieto del vino, giacchè a suo credere l'antipatia fra i cristiani ed i munsulmani non gli pare consistere che in una magra questione fra gente che beve vino e gente che beve acqua. Egli viene spesso a far visita agli uffiziali dei vascelli da guerra europei che arrivano a Smirne, e quando si reca a bordo egli sagrifica largamente a Bacco.
Quando io mi congedai da Osman Effendi egli mi fece promettere di ritornare da lui all'indomani, ed io gli tenni parola. Al mio arrivo egli uscì dal suo Kiosco, portandosi un fanciullo per braccio e dicendomi in gergo italiano, ecco mio figlio, ecco mia figlia. Quest'era un modo naturalissimo per indurmi a conversare con lui della sua famiglia: egli mi avrebbe volontieri mostrato anche la sua sposa e la sua schiava che sono le due sole compagne della sua solitudine, ma mi fece capire che non aveva potuto indurle ad uscire dall'Harem. Ciò mi spiacque assaissimo perchè mi privò del piacere di potermi trattenere da vicino con donne turche.
Questa visita mi lasciò in una grande sorpresa: io tenni discorso di Osman Effendi a parecchie persone, e tutte mi risposero che io era andato a vedere un cattivo Turco, che egli era l'agente del pascià di Candia e che Solimano lo aveva licenziato dal suo servizio perchè era tenuto per uom leggiero e bugiardo. A dir vero io non mi accorsi nè dell'uno, nè dell'altro di questi difetti, e credo che quest'uomo sia riprovato dagli altri Turchi per questo solo che si fa a trattare cogli Europei e beve con essi il liquore vietato dal Profeta.
Uscendo dal giardino di Osman Effendi venni condotto da uno degli ayan di Smirne. Se non non è desso che governa la città, poco però vi manca: egli abita nella città alta ove è raccolta l'eletta degli ottomani. La sua casa, sebbene costrutta in legno, presenta però una certa magnificenza: io venni introdotto in una gran sala ariosa, e da ogni banda aperta alla luce del giorno. Un'ottomana coperta di stoffa di seta girava tutto intorno alla sala per tre lati. In uno degli angoli stava seduto un vegliardo di venerabile aspetto: era l'ayan istesso, a cui io doveva essere presentato: egli invitò me ed alcuni miei amici che mi tennero compagnia a bere il caffè con lui. Compiuta questa cerimonia ospitaliera, noi ci scambiammo alcuni complimenti: io feci dire all'ayan dalla persona che mi aveva presentato, che io ammirava in lui l'uomo che si occupava degli interessi del paese ed egli mi diede una risposta da uomo che non s'era per anco accorto se avesse fatto il bene che io ammirava. "Allah, (egli mi disse), ci comanda di giovare, per quanto da noi dipende, agli altri uomini, ed io adempio nè più nè meno a quanto comanda Allah." È duopo sapere che gli ayans sono presso i Turchi una specie di uffiziali municipali che la legge ha istituiti, perchè gli interessi dei comuni non siano sagrificati all'interesse del fisco. Questi incaricati per legge a vegliare su i pubblici interessi, qualche volta però si fanno ausiliari dei pascià nella guerra che essi promuovono contro le persone e a danno delle proprietà. Giusta quanto mi disse l'ayan da me visitato, tutta la gloria di un onorato osmanli quella dev'essere di mantenersi, nell'esercizio di questa carica, neutrale fra il popolo ed il fisco. Io gli feci parecchie dimande sulla storia di Smirne ed a lui chiesi quali fossero le tradizioni conservate presso i Turchi. "Noi, egli risposemi, non abbiamo tradizioni, giacchè succede di rado che una famiglia vada al di là della terza generazione." La peste co' suoi esiziali flagelli può solo spiegare questo fenomeno: l'ayan del resto nulla mi seppe dire intorno a Smirne, che è pur fanto conosciuta dai viaggiatori e sì poco da chi l'abita. Siccome in que' giorni parlavasi moltissimo della presa d'Algeri, così la nostra conversazione cadde naturalmente su questo avvenimento: i Turchi non sono mai solleciti a credere ciò che a loro non può piacere; per ciò l'ayan mi disse che bisognava aspettare: in quel mentre venne nella sala uno degli amici dell'ayan e ci raccontò che i Francesi erano stati respinti in un primo attacco: egli narrò questa fiaba con un tuono imponente e poi riprese gravemente la sua pipa, entro l'immenso fumo della quale egli nascose ben tosto tutta la sua persona. Questo solenne modo di mentire mi recò qualche sorpresa, ma seppi dappoi che il narratore era uno degli incaricati d'affari del Bey d'Algeri.
Mi feci in seguito presentare dal cadì di Smirne: è uno degli ulémas più colti che siano usciti dalla scuola di Solimanyé: egli sa a memoria una quantità di sentenze estratte dai migliori autori ed usa frammischiare nella sua conversazione molti aneddoti ed apologhi orientali, che egli cita per sostenere o per esprimere le sue opinioni ed i suoi sentimenti. Io chiesi al cadì se vi aveva una pubblica libreria a Smirne e mi rispose che una ve n'era assai antica e assai considerevole, ma che egli non la conosceva. Egli mi dichiarò che non aveva tempo di consultare manoscritti polverosi ed i quindici mesi che egli deve passare a Smirne, voleva impiegarli molto più utilmente pel suo avanzamento e la sua fortuna. Aveva sentito parlare di un certo qual giudicato emanato da un cadì di Smirne, e volli verificare se il fatto narratomi fosse vero: eccolo.
Un pover'uomo avea mosso lite per una casa usurpatagli da un ricco e potente: all'udienza mostrò i documenti che comprovavano il suo diritto, ma il suo avversario fece comparire parecchi testimonj: allora il cadì rivoltosi a quest'ultimo gli disse: "voi vi siete molto mal condotto in quest'affare: il vostro avversario mancava di testimonj per difendere la propria causa e voi mi avete messo in situazione di fargliene produrre cinquecento." Il cadì gettò nello stesso tempo in mezzo alla sala un sacco pieno di dollari che l'avversario avevagli donato per cercar di corromperlo. Questo aneddoto non era ignoto al cadì di Smirne: egli ce ne raccontò alcuni altri che io per brevità qui ometto. Da questi ho potuto raccogliere che la giustizia dei Turchi, quantunque sia molto sommaria, coglie però spesso nel segno.
Nei primi giorni del mio arrivo io voleva farmi presentare dal mutzelim, governatore della città, ma mi fu detto che aveva incorso la disgrazia del Sultano e doveva traslocarsi a Scio: io volli almeno vederlo a partire e venni avvertito nella mattina stessa in cui egli doveva imbarcarsi. Io mi feci sollecito di recarmi al porto, ma arrivando vidi allontanarsi il vascello che portava con sè il governatore licenziato. Due o tre colpi di cannone salutarono la sua partenza; due o tre altri colpi di cannone diedero in pari tempo il segnale dell'arrivo del nuovo governatore. Non avendo potuto vedere il ministro che partiva, feci come i cortigiani, volli vedere quegli che arrivava. Io accompagnai il console di Francia che andava a complimentare il nuovo venuto: questo nuovo mutzelim è un uomo di sessant'anni, di cui molto si celebra la consumata prudenza, e per ottenere la carica che occupa, dicesi che abbia implorato l'intercessione dell'ambasciadore di Russia. Egli promise ai suoi protettori di donar loro molt'oro e per conseguenza di chiederne molto agli abitanti di Smirne. Questo costume ha reso le popolazioni affatto indifferenti alle nuove venute dei Governatori. Esse si rassegnano alla meglio, e volontieri risponderebbero come il riccio spino della favola a quelli che loro proponessero nuovi amministratori: lasciateli, giacchè se voi gli cacciate, altri ne verranno ancora digiuni e noi ci troveremmo in obbligo di alimentarli col nostro sangue.
Bisogna poi anche dire che la carica di governatore di Smirne, non lascia al dì d'oggi di essere molto difficile ed anche pericolosa. Nove o dieci anni fa il mutzelim di questa città venne fatto strozzare per questo solo che egli si era mostrato troppo favorevole ai Franchi ed ai Cristiani: quegli che succedette a costui ha dovuto soffrire la disgrazia del Sultano ed essere inviato a Scio, per avere perseguitato i Greci ed essere spiaciuto ai Russi. Tra questi due scogli la linea da seguire non è molto facile ad essere trovata, e non è un piccolo imbarazzo quello di dover sottostare alle esigenze della civiltà europea ed al fanatismo della barbarie ottomana.
Il nuovo mutzelim ci ricevette colle maggiori dimostrazioni di cortesia. Nella sua conversazione col Console francese affettò di parlar persiano: è la lingua che i Turchi ritengono esser quella della buona società, come lo è la lingua francese in Europa. Il barone di Nerciat, primo drogmano del consolato francese, che parla benissimo il persiano fu il nostro interprete. La conversazione versò su cose generali: io dimandai al pascià se avrebbe presa qualche misura per tener pulita la città e allontanare la peste; questa domanda lo fece sorridere: egli mi fece rispondere che d'altre più importanti cose aveva ad occuparsi, per cui mi accorsi ch'egli applicavasi il senso di quel proverbio latino: de minimis non curat praetor. Noi però ci separammo da buoni amici, ed il pascià promise al console che avrebbe tutto posto in opera per meritarsi l'affetto dei Francesi.
Nel ritornare dal mutzelim, andammo a visitare la caserma che trovasi presso al suo palazzo. Il comandante turco ci ricevette nel suo appartamento e ci condusse in seguito nei dormitorj dei soldati: vi scorgemmo molta pulizia, ed a due file disposti dei letti di campo con una specie di materasso ed una coperta per ciascun soldato. La caserma ha due cappelle, o picciole moschee, nelle quali vedemmo uffiziali e soldati in atto di pregare. Alla nostra partenza, ci fecero sedere nel vestibolo della porta di entrata e di là vedemmo giungere dal fondo della corte la banda della guarnigione: essa componevasi di otto tamburi, di due corni da caccia e sedici piferi: aveva alla testa il capo tamburo: questa banda suonò delle arie francesi battendo fortemente il tempo coi piedi: ci fu però detto che la banda del governatore era più scelta e che suonava assai bene le arie di Rossini.
I soldati di questa caserma si esercitano quotidianamente nella tattica europea e pare che facciano dei progressi. Di spesso mi è accaduto di trovare alla porta di un corpo di guardia dei tacticos, che mi presentavano le armi, e poi per segni mi pregavano di dar loro qualche lezione di addestramento nell'armi all'europea. Questi buoni munsulmani credono che noi in Europa passiamo il nostro tempo a fare l'esercizio; che nelle nostre assemblee e nelle nostre accademie non ci occupiamo d'altro che del maneggio del fucile a bajonetta e che tutti in somma siamo abili tacticos.
Io feci parecchie altre visite ai Turchi di Smirne, ma non ne dirò più altro, giacchè i Turchi si rassomigliano tutti. Io volli soprattutto conoscere l'opinione degli osmanlis sulle riforme del sultano Mahmoud; ma quando io gli interrogava su ciò mi rispondevano come se avessi loro chiesto notizie intorno alle loro donne ed alle loro figlie: non facevano che chinare il capo tacendo. La politica è pei Turchi come i segreti dell'Harem. D'altronde non si possono far lungamente parlare sopra uno stesso argomento. Un osmanli non risponde che a monosillabi. Ed eccone, a mio credere, la ragione: un Turco non si cura punto di farsi ammirare per ciò che dice: il più vano degli ulemas non darebbe un pelo della sua barba per essere citato come una persona di spirito: egli non ha nessuna smania di far pompa del proprio sapere: dippiù egli non è curioso e fa ben poche domande. La sola vanità che ho osservato predominare nei Turchi è quella di essere riputati per uomini prudenti; ed anche perciò parlano poco. Non si danno nemmeno la briga di parlare coi loro schiavi, e non danno ad essi gli ordini che occorrono se non battendo le mani. Un Turco che appartenga all'alta classe è più o meno considerato secondo che meno adopera le sue gambe, le sue braccia, la sua voce e persino la sua testa. Perciò vedesi sempre nella casa di un uomo ricco una grande quantità di servi. Quando si entra, bisogna attraversare una siepe di schiavi e di valletti: quando si esce bisogna ricompensare quegli che vi ha presentata la pipa, quegli che vi ha servito il caffè ed il sorbetto, quegli che vi ha portato il pannilino per asciugarvi la bocca: infine bisogna dispensar mancie a tutti quelli che erano presenti durante la vostra visita. In tal guisa il piacere di vedere un osmanli, sdrajato sulla sua ottomana, circondato da' suoi schiavi mi è costato più caro che un palco al gran teatro dell'Opera di Parigi. Io mi sono alla perfine accorto che le mie visite mi rovinavano, senza nulla aggiungere alle mie cognizioni: mi risolvetti pertanto di non andar più a far visita ad un Turco e mi feci a trattare coi soli Franchi.
Io già vi dissi che le nostre mode, i nostri balli, i nostri stessi spettacoli, sono pervenuti sino a Smirne; ma la nostra letteratura non vi è per anco comparsa. La contrada dei Franchi non ha forse due biblioteche. I capolavori dell'antica Grecia sono sconosciuti alla maggior parte dei Greci e in una città ove il divino Omero ebbe altari, a stento ora si troverebbe un esemplare dell'Odissea.
I piaceri della coltura e della buona conversazione sono ignoti a Smirne. È come nei caravanserail, dove i viaggiatori non trovano che quello che portano seco.
Tra i Franchi che io andai abitualmente a visitare debbo citare il signor Fauvel, che un tempo fu console di Francia ad Atene, e che in seguito agli ultimi avvenimenti si è andato a rifugiare con tutti gli Dei della Grecia nella capitale dell'Jonia. Alla prima visita che io gli feci, lo trovai seduto avanti un picciolo scrittojo in un gabinetto grande cinque a sei piedi quadrati: due scranne, una tavola coperta di medaglie e di frammenti di marmi, due altri tavolini, uno per scrivere, l'altro carico di fasci di carte insieme ad alcuni volumi di Voltaire, di Anacarsi, di Strabone, di Pausania e di Tucidide, due bauli uno de' quali serviva di guardaroba e l'altro era pieno di disegni, di vedute e di piante topografiche, ecco tutto l'ammobigliamento dell'antico console francese. L'ornamento però migliore del suo gabinetto, era una pianta in rilievo di Atene. Questo bellissimo lavoro fabbricato in cera è tanto più prezioso, in quanto che la guerra co' suoi disastri ha tutto rovesciato e posto a rovina nella capitale dell'Attica, e qui la si può vedere tal quale essa era prima della greca rivoluzione. Se si avesse il progetto di ricostruire questa città, la pianta di Fauvel riuscirebbe utilissima; ma poco al dì d'oggi si pensa all'antica Atene, e meno ancora all'Atene abbruciata che andrebbe ricostrutta. Fauvel tradusse in cera le più osservabili particolarità di Atene e si compiace a mostrare questo suo lavoro ai curiosi: egli entra nelle più minute spiegazioni e quando parla di Atene gli par di rivivere e come Corneille facea dire ad un Romano;
Rome n'est plus dans Rome; elle est toute où je suis.
Fauvel potrebbe dire altrettanto di Atene e con maggior verità. Egli però non ama i Greci moderni che sono da lui accusati come gente che non rispetta l'antichità. Su questo proposito mi raccontava un aneddoto alquanto piccante. Mentre si stava costruendo la nuova caserma di Smirne, il pascià ordinò ai fabbri muratori, che erano Greci, di andare a raccogliere delle pietre fra le rovine del castello. Questi fabbri si posero prima di tutto a rompere un antico portico che era rimasto intiero, e le colonne di marmo che lo sorreggevano furono fatte in pezzi. Fauvel che si trovava colà dimandò ai Greci perchè rompessero in quel modo le colonne. "Questo facciamo, risposero essi, affinchè i pezzi siano piccoli abbastanza da poter essere portati a dorso d'asino." L'ex-console di Atene non poteva tollerare simile barbarie per parte dei Greci. I Turchi, alla buon'ora, fanno il loro mestiere; ma i Greci!... Fauvel ha professato una specie di culto all'antichità: egli non la perdona a quelli che commettono su questo rapporto qualche eresia; pretende persino dar torto a san Paolo, perchè a suo giudizio, egli ha in una delle sue epistole scritte a quei di Efeso, citato Cibele per Diana. Durante il suo lungo soggiorno in Grecia Fauvel raccolse una quantità di oggetti preziosi, che gli vennero poi trafugati e che non potè mai vederseli restituiti. Bisogna vedere la collera del nostro antiquario, quando parla di quelli che l'hanno spogliato del frutto de' suoi lavori e delle sue indagini: bisogna vedere con qual calore applica ad essi gli anatemi slanciati dagli Iddii infernali contro i rapitori sacrileghi.
Tranne questa collera, che è poi tutta poetica, il signor Fauvel è un buon uomo. E nulla vi ha di più singolare quanto l'udirlo tutto giorno declamare contro i Greci, e vedergli sempre in casa dei poveri Greci che egli ha salvato dai flagelli delle guerre civili e che tuttodì salva dalla miseria e dalla fame.
Il signor Fauvel vede tutte le cose di questo mondo coll'occhio dell'antichità; e si può dire che egli opera e parla come gli antichi Savj della Grecia. Venne spesse volte invitato a lasciar Smirne per ritornare a Parigi. Perchè, diceva egli, ho da far mille leghe per andare a farmi sotterrare al Père Lachaise, quando ho presso di me il monte Pago! —Uno dei tratti distintivi del suo carattere è un'assoluta incuria della propria rinomanza. Quando gli si parla delle memorie da lui pubblicate sulle antichità della Grecia, il nostro savio risponde che queste memorie andarono perdute. Quest'obblìo della propria gloria gli ha insinuata una vera ripugnanza per ogni specie di lavoro seguito, ed il taedium calami è per lui un'infermità di cui non guarirà punto. Il mondo erudito conosce le sue principali scoperte: è a lui che noi dobbiamo la scoperta del sepolcro di Temistocle, di quello dell'Amazone Antiope, delle rovine di Maratona; tutto ciò che egli scoperse nell'Attica e nelle altre parti della Grecia basterebbe a fare la riputazione di più viaggiatori. Gli uni s'approfittano di queste scoperte senza sapere a chi appartengano; gli altri se ne attribuiscono tutto l'onore e Fauvel non ha mai reclamato. Io aveva il pensiero di trascrivere l'elenco di tutti i monumenti e rovine da lui scoperte, ma il tempo mi è mancato, ed egli non vi pensò nemmeno; a tal che tutte le sue belle scoperte rimarranno sepolte in un eterno obblìo.
Il discorso con Fauvel diventa interessante ogni qualvolta egli parla di lord Byron che vide ad Atene: non vi ha nulla di più singolare e bizzarro quanto il modo con cui l'autore del Don Giovanni viveva nella città che Maometto II chiamava la città dei filosofi. Egli abitava come già vi dissi nel convento delle Missioni dei Cappuccini: egli lavorava poco e si abbandonava ad ogni sorta di sregolatezze. Il nobile lord ora era della scuola di Platone, ora di quella di Epicuro, ora di quella di Crates. Dei teschi umani sempre schierati innanzi a lui, non l'avevano abbastanza guarito delle picciole vanità del mondo: egli aveva una grande pretensione a parer bello e siccome temeva moltissimo di diventar troppo grasso si fece a non mangiar altro che erbe ed a non bever altro che acqua ed aceto: questo regime lo indebolì a tal segno che non reggeva più in forza per poter montare a cavallo. Lord Byron non sapeva perdonarla a Lord Elgin per aver spogliato e degradato i monumenti di Atene. Egli aveva fatto un epigramma in versi latini che diede a Fauvel, ma egli lo communicò ad uno che non glielo rese più, per cui non mi potè dirne che il significato, che era questo: mentre sua Signoria rapiva le statue degli Dei, gli si rapiva sua moglie. Venere così vendicava l'oltraggio fatto a Minerva. La parola latina Scote miser con cui cominciava l'epigramma, mostrava abbastanza quanta acrimonia e quanto fiele mescevansi alle inspirazioni di un sì gran genio.
Io ho già detto qualche parola del Corriere di Smirne: ora mi resta a dirne qualche altra intorno al suo redattore, che è il francese M. Blacque: egli trovasi già da molti anni a Smirne e conosce questo paese perfettamente. Nelle prime conversazioni che io m'ebbi con lui, le mie questioni aggiraronsi sulle riforme operate da Mahmoud. M. Blacque crede alle buone intenzioni del Sultano: egli pensa che una radicale riforma ottomana può agevolmente farsi senza troppo declinare dalle antiche istituzioni. Non vi ha altro paese al mondo in cui le leggi siano state più dimenticate e male eseguite. Presso questo popolo non sono già le leggi che possono dirsi barbare, ma gli uomini incaricati di farle eseguire. Ecco perchè la Turchia è in generale sì poco conosciuta nella nostra Europa; giacchè gli eruditi che hanno parlato di questo paese ci hanno fatto conoscere la legislazione come trovasi scritta, ma non già come viene giornalmente applicata. Si conosce a Parigi la Turchia come vien descritta dai libri: bisogna venir qui per vederla tal quale è realmente.
Tra gli abitanti di Smirne, con cui mi compiaceva di stare insieme vi aveva un certo Cramer, figlio di un antico console Austriaco: è giovane ancora e parla tutte le moderne lingue d'Europa: scrive in francese con molta correzione ed eleganza e sa il greco antico come pochi ellenisti consumati ora lo sanno. Egli si occupa di un grande lavoro sulle inscrizioni che sarà il più compiuto di quanti si conoscano. I suoi studj e l'agio che ha di poter consultare molte inedite iscrizioni, fanno sperare che egli saprà spargere una vera luce sulle rovine ed i monumenti storici dell'Oriente. Io mancherei alla gratitudine se non citassi anche il Signor Dupré, console di Francia a Smirne: è un uomo modesto, operoso e dottissimo. Egli mi fece leggere una sua relazione di un viaggio da lui fatto nella Persia: questa relazione tuttora inedita contiene molti fatti curiosi ed alcune nozioni utili alla geografia.
La compagnia di questi dotti mi fece dimenticare che io viveva su un suolo di barbari, e se avessi più oltre prolungato costì il mio soggiorno, avrei forse potuto chiamare anch'io Smirne il Parigi dell'Oriente.
fine del volume quinto.
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