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Viaggio in Sicilia (Münter)/Catania

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Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Catania
Viaggio in Sicilia Viaggio al Monte Etna
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VIAGGIO

IN SICILIA


CATANIA.


L'origine di Catania si ha da cercare nella più antica storia greca. Essa fu fondata otto anni dopo di Siracusa, circa 720 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da una colonia di Calcidesi stabilita nelle coste orientali della Sicilia, ove molte città fabbricò nell'antica storia rinomate[1]. Vissero costoro tranquilli per lo spazio di tre secoli, finchè 476 anni prima di G. C., Jerone, re de' Siracusani, ne li discacciò, popolò la città con una colonia dei suoi e cambiò il nome di Catania con quello di Etna[2]. Verificossi una guerra tra questi e Ducezio, potente re dei Siculi, il quale, per pretesto della sua aggressione, si servì di un pezzo di terra che quelli volevano togliere a' suoi sudditi. Quantunque i Siracusani ajutato [p. 6 modifica]avessero i loro compaesani, dovettero non pertanto cedere alla prepotenza, e perciò gli antichi abitanti di Catania, che Jerone cacciato avea verso Leonzio, ed i quali forse erano stati causa di tutta la guerra, ebbero occasione di prender di bel nuovo possesso della loro città. Dopo tale successo quella colonia siracusana dovette ritirarsi nella città d'Inessa sul monte Etna, alla quale la detta colonia diede il nome che Catania aveva avuto da Jerone. Ciò fu nel 4 anno della 79 olimpiade[3]. Dionisio I conquistò tanto Catania che le altre città lungo questa costa dell'isola[4]. In seguito la storia della città divenne assai oscura; ma che la medesima giungesse ad un grado di grande opulenza, e che le arti ancora vi fiorissero come in Siracusa, possiamo conoscerlo dalla gran quantità di monete d'argento che vi si coniavano. Dell'antico suo splendore però pochi avanzi sono rimasti superstiti, attesa la vicinanza del vulcano, per cui terribili devastazioni ha dovuto essa soffrire a motivo de' costanti tremuoti e delle infuocate lave, le quali, avendo spesso diretto il loro corso sulle mura, ne hanno gettato a terra grandi porzioni, e più d'una volta le case della medesima hanno atterrato, come il Vesuvio inondò e cuoprì una volta Ercolano. [p. 7 modifica]

Alle conquiste de' Romani in Sicilia, Catania fu una delle prime città che caddero nelle loro mani; ma restò non di meno uno de' più interessanti posti. Sesto Pompejo, il quale se ne fuggì in Sicilia con il resto del suo partito, conquistò quella città e la maltratò per essere rimasta fedele a Cesare. Augusto vi mandò in seguito una nuova colonia, perlochè divenne nuovamente florida e restò quasi come Siracusa la più considerevole città della Sicilia sino ai tempi di Teodosio[5]. Cadde poscia in potere de' Saraceni, a cui fu tolta da' Normanni con il restante dell'isola, ed ebbe quindi il destino stesso con tutte le altre città siciliane: aggiungendo che Catania ha dovuto d'altronde soffrire più che le altre, a causa delle eruzioni dell'Etna e de' gagliardi tremuoti, dai quali più d'una volta è stata distrutta. Il più recente periodo di questo paese comincia dall'anno 1693, dove uno spaventevole tremuoto la stese al suolo; essa fu riedificata sulle proprie sue rovine; ed è dopo quell'epoca divenuta una delle più belle città d'Europa[6].

Giace questo paese a' piedi dell'Etna imme[p. 8 modifica]diatamente al lido del mare, in un seno che forma un porto, il quale era molto buono sin al 1693, ma fu da una lava guastato. Esso ha delle strade larghe e regolari, a' lati delle quali edifizj di uguale disegno elevati si sono. Oltre di queste vi sono due grandi e belle piazze, una delle quali quadrata e da un portico circondata, resta chiusa da diverse pubbliche fabbriche, tra le quali la più ragguardevole è l'università. La seconda non è così regolare, ma è più larga e più pomposa a cagione d'una grande e bella cattedrale da' Normanni fondata, e d'un obelisco che sta nel centro di essa su d'elefante di lava. Significante è il numero delle chiese, e molte sono costruite con vera magnificenza. Incredibilmente maestosi sono la chiesa ed il convento de' Benedettini. Questi monaci, che viver dovrebbero in un piccolo ospizio nell'estremo luogo abitabile dell'Etna, hanno trovato più comodo il dimorare in una popolata città, ed hanno in conseguenza edificato un chiostro che rivalizza in estensione e lusso con i palagi dei Re. La chiesa è molto grande e sontuosa; sebbene conoscitori di architettura notino una mancanza di gusto ne' suoi ornamenti. A prima vista somiglia a quella di S. Pietro in Roma, quantunque costruita in una assai più piccola proporzione. [p. 9 modifica]Essa con tutti i difetti suoi, che io non so conoscere, è una delle più belle e maestose che abbia vedute in Sicilia. Presso al convento in mezzo alle lave hanno i Benedettini fatto un giardino, ed hanno sforzata la natura a produrre vita e vegetazione dalle bruciate scorie del vulcano che hanno mescolato con terra buona e fruttifera. Il fondo di questo giardino è una lava, ed è in conseguenza sì alto che giunge quasi sino al terzo appartamento dell'edifizio. Le vie sono tutte tagliate nella lava e selciate con colorite pietre, che rassembrano al mosaico. Vi si osserva arte soltanto, ma inutile e monachile. Assai più profittevoli sono l'esperienze fatte dal Principe di Biscari che fece ugualmente una villa sopra la lava del 1669, e vi pianto aloe ed altre piante, mischiandola con terra fresca. Volle egli provare quanto tempo si esigeva, prima che diligenti travagli utili avessero reso i campi dalla lava inondati. Si sapeva di già che questa dopo una fila di secoli fertile terra somministrasse; ma il Principe sperava che l'umana industria potesse accorciare il tempo che si richiedeva per isciogliere e totalmente decomporre quell'arsiccia materia. La sua speranza è stata appieno appagata, perchè molte piante in questa lava con arte coltivate possono benissimo crescere e prosperare[7]. [p. 10 modifica]

Le case della città sono in gran parte edificate con semplice e nobile stile. Esse sono tutte ad un sol piano, eccetto i palazzi ed i pubblici edifizj, costruite espressamente in quella guisa, perchè funesti e replicati esempi han fatto conoscere che queste, quanto più alte sono, tanto meno resistono a' tremuoti che sogliono tanto spesso visitare queste contrade. Uno de' più importanti palazzi è quello del Principe di Biscari. L'esterno di esso sontuosità alcuna non lascia osservare, ma il suo circuito soltanto dimostra. Nell'interno però è formato con magnificenza sovrana, con molta nobiltà di stile e con una semplicità che solo nelle opere degli antichi suole ammirarsi. La città si fa giornalmente più bella, come gli edifizj vanno a terminarsi. In essa si contano 30 mila anime; gode d'una mediocre prosperità, perché una parte della ricca nobiltà vi si mantiene; oltrechè l'università e le buone manifatture di seta somministrano da vivere a molte persone. Questo paese, per più ragioni interessante ad ogni intelligente viaggiatore, offre molte occasioni di ricerche tanto riguardo alla storia naturale che all'antichità. L'unica università di Sicilia che qui ha la sua sede, è cagione di rendere questa città assai necessaria a' letterati onde dimorarvi. Il corso degli studj [p. 11 modifica]è di tre anni, come in tutte le altri università d'Italia, in cui gli studenti fa mestieri che attendano alle lezioni dal Governo prescritte. Nell'anno 1785 sino al 1786 si davano le seguenti istruzioni.

In teologia: dommatica, morale, la storia della Chiesa e de' Concilj.

Nella giurisprudenza: codice, novelle, istituzioni, il diritto feudale siculo e canonico.

Nella medicina: la medicina teorica e pratica, anatomia, chirurgia, ostetricia, chimica e farmacia.

Nella filosofia: logica, metafisica, dritto naturale e delle genti, matematica, analisi, astronomia, nautica, geografia, geometria pratica, architettura civile, fisica sperimentale, istoria naturale, botanica, economia, commercio, agricoltura, storia, antichità, diplomazia, lingua greca ed ebraica.

Detta università è sotto l'ispezione del vescovo di Catania e di due Gentiluomini catanesi, uno patrizio e l'altro senatore della città. Essa era in grandissima floridità a' giorni del passato vescovo monsignor Ventimiglia, degno e molto illuminato prelato, il quale con ogni zelo richiedeva il progredimento delle scienze; e non ordinava mai alcun giovane che studiato non avesse con diligenza nell'università, e [p. 12 modifica]di sufficienti cognizioni non fosse provveduto. Ugualmente così attento era costui nell'accordare prebende. Catania perdè questo bravo prelato assai presto per esser egli stato nominato grande inquisitore, ed in conseguenza recar si dovette in Palermo. Egli mentre era vescovo, la sua ben ricercata e vasta libreria lasciò in legato al paese, perchè non volle profittarsi affatto di ciò che gli aveva fatto acquistare la rendita del vescovato. Un uomo il quale lume e conoscenza poteva somministrargli, era D. Leonardo Gambino, professore di giurisprudenza, il primo che azzardò d'insegnare la filosofia leibniziana e di distruggere l'antica scolastica maniera. Quest'uomo eccellente ha pubblicato una bell'opera sul dritto naturale. Io l'ho sentito leggere per molte ore sopra la collisione de' doveri con grande chiarezza e giustezza, e son sicuro che costui onore recherebbe ad ogni accademia d'Europa. Allorquando lasciai Catania, doveva egli recarsi alla capitale per essere stato eletto giudice della G. C., ove dovea quella carica per lo spazio di due anni esercitare; finiti i quali si sarebbe il medesimo ritirato alla sua università, quando non avesse ottenuta la toga perpetua. Per quanto degno di lode mi sembri questo sistema per il sostegno della giustizia, cosi tanto dispiace[p. 13 modifica]vole è per i letterati che dedicarsi solamente non possono a' loro prediletti studj. Ciò è forse la ragione principale, oltre la innata poltroneria de' Siciliani dal clima favorita, per cui in questa isola tanto di raro compariscono uomini grandi nelle scienze, molto più che non mancano a' Siciliani per ogni verso de' talenti. Quindi tosto che qualche passeggera cognizione d'una scienza hanno acquistato, credono di esser già divenuti dotti soggetti e pretendono imporre sopra i loro meno istruiti compagni. Ho conosciuto un sufficiente numero di letterati siciliani, per poter io sostenere questo principio. Il rapportarne degli esempi sarebbe il sorpassare i doveri della gratitudine dovuta alla straordinaria officiosità e marcata gentilezza che mi si sono da costoro dimostrate. Ma come tutte le altre regole, questa non è priva delle sue eccezioni. Io mi sono incontrato con uomini veramente dotti nel mio giro per questa isola. Tra costoro vi è D. Leonardo Gambino, di cui il barone Riedesel parla con tanta lode. Appresi dal medesimo ad aver conoscenza de' diversi professori di questa università, tra' quali di esser nominato è certamente degno D. Agostino de Cosmis, professore di teologia, uno de' più intimi amici del passato vescovo, eccellente ecclesiastico, oratore ed uo[p. 14 modifica]mo assai illuminato. Egli è edotto dei nostri ottimi protestanti teologi, ed alle sue dottrine unisce ancora quelle della letteratura, nella quale facoltà ha studiato particolarmente Ernesto. Fui vago di ascoltare un lettore della storia ecclesiastica, di cui mi sono scordato di notare il nome, il quale spiegava con intelligenza e chiarezza somma un'interessante punto dell'antica storia della Chiesa, spesso citando con rispetto Moscheim. È per me un grato piacere l'osservare che le opere de' nostri dotti si estendano sino alle più lontane contrade dell'Europa cattolica.

L'attuale Vescovo è apprezzabile per il suo carattere, ma lo è di gran lunga inferiore a monsignor Ventimiglia. L'università ha sentito con dolore la perdita di quest'ultimo che trasse seco quello zelo e fervore ch'egli sapeva ispirare per gli studj. Intanto i tempi hanno molto acquistato in cognizioni. Il giogo dell'inquisizione è spezzato in guisa che non vi è da temere che distrutti esser possano i buoni principj sparsi da monsignor Ventimiglia, e che si riconduca nelle alte scuole di Catania l'antica barbarie. Io qui non rapporto le osservazioni che ho raccolto sopra tutte le università d'Italia, perchè penso di darne al pubblico un particolare trattato. Pur non di meno non pos[p. 15 modifica]so trascurare una notizia che dà Bartel nella seconda parte del suo Viaggio, cioè che il Governo è molto seriamente occupato del bene dell'università, ed ha di già rimpiazzato molte cattedre che da gran tempo trovavansi vacanti. Si è aggiunta inoltre quella della propria madrelingua, ed è singolare che non se ne sia eretta una sulla storia politica e patria[8].

La somma totale, alla quale giunge l'annuale spesa per la detta università e per i professori, è di 6500 scudi. Nel pubblico edifizio delle medesime è la libreria, la quale contiene una mediocremente grande collezione di libri. Pure è molto inferiore a quella che lasciò il prelodato Vescovo alla detta università, la quale è situata in un luogo separato dall'altra. Questa raccolta non è molto estesa, ma è con intendimento e conoscenza ordinata, ed offre utilità somma per gli studj di teologia e di antichità. Io vi trovai le più interessanti opere, ed ancora di protestanti autori. Oltre a ciò monsignor Ventimiglia ha lasciato all'università una collezione di monete che si fa montare sino a 5000 pezzi. Io non posso darne giudizio, per essere allora questa in gran disordine. Mi si disse che la più importante parte di essa consistesse in monete siciliane e consolari. [p. 16 modifica]

Adesso vengo agli avanzi di antichità che in Catania si ammirano, parlando prima delle antiche fabbriche e loro resti, e poscia dei due celebri musei che sono i principali ornamenti della medesima[9].

La fama che a' nostri giorni ha Catania di una molto devota città di chiese e cappelle doviziosamente adorna, l'aveva di già sin dai tempi i più remoti, in cui fu domicilio de' Greci. Molti degli antichi suoi sagri edifizj da scrittori nominati non offrono più menoma traccia di loro superba esistenza, malgrado tutta la pena che vecchi Catanesi si son data di scoprirne gli avanzi, o di fissarne almeno la posizione. Ciò che adesso havvi di antico riducesi ad un teatro, un anfiteatro, un residuo del foro, bagni, acquidotti e sepolture: tutti vetusti monumenti che la sontuosità del paese dimostrano. Alcuni giacciono sotto terra, e chi sa se molti tempj non siano ugualmente sepolti sotto profonde lave; e che spetti ad un altro insigne personaggio, di zelo e generosità come Biscari dotato, lo scuoprire di nuovo alla luce ciò ch'è stato per una serie di secoli all'occhio degli uomini involato. Per via di continuate ricerche certamente avverrà che molti belli e meravigliosi avanzi si troveranno, della di cui condizione tanto poco al presente si sa [p. 17 modifica]di quanto, cinquant'anni sono, se ne sapea quelli che il Principe suddetto con inusitata e non comune diligenza dal seno della terra ha scavato. I più interessanti antichi edifizj sono i seguenti:

i. Un teatro. Questo non è sotto la lava, ma pur non di meno non è tanto discernibile, perchè è stato convertito in uso diverso, le di cui volte vennero ridotte per case di private famiglie. Scavar si dovrebbe verso l'entrata per andare nel più basso corridore che tutto intorno il teatro girava, dal quale per via di scale in pietra si andava agli altri due che sono con volta ed in buono stato. Io vi andai all'intorno. Questa opera ha dovuto essere molto grande, e secondo Riedesel lo era più di quella di Marcello in Roma; esso aveva 400 palmi di diametro. Esistono tuttavia i gradini che conducevano alle arcate, e quelli ove gli spettatori sedevano, ed i vomitorj. Tutto è costruito con pietre quadrate cavate dalle lave, e senza calce commesse. Era il medesimo eretto in un luogo, dove il pendìo del terreno stesso era assai adatto per formarvi i sedili per gli spettatori. La scena, che tanto di rado si vede negli antichi teatri, si è qui trovata ed esaminata. Io ne vidi le mura, ma non poteva questa più raffigurarsi, perchè molte case vi si [p. 18 modifica]sono piantate. Mi sono contentato di prenderne tutte le dimensioni, e di toglier le belle colonne e gli ornamenti di architettura. Molte statue, colonne ed iscrizioni ivi trovate, compongono i più eleganti adorni delle raccolte di Biscari; con altre colonne di granito che stavano avanti la scena, si è ornata la facciata della cattedrale. In tutta la città si vedono porzioni d'altre colonne di granito che da quelle reliquie sono state cavate. Traccie d'antichi acquidotti nelle arcate si osservano, per mezzo de' quali si procurava di somministrare un'indispensabile refrigerazione agli spettatori che intere giornate vi passavano in un clima tanto caldo. A questo gran teatro ve n'è unito un secondo più piccolo, la cui muraglia esterna è quasi totalmente illesa, come lo sono le volte già convertite in picciole case e botteghe. Questo aveva 112 palmi di diametro; sta situato più alto del primo, di modo che la sua base corre a livello stesso del secondo piano dell'altro; essendo per via d'una volta entrambi tra loro uniti. È incerto ciò che riguarda questa fabbrica. Gli antiquarj lo chiamano Odeo. Un consimile se ne ammira in Pompeja, del quale non se ne ha veruna dettagliata notizia, per esser tuttavia nella maggior parte coverto di cenere. Probabilmente se ne faceva [p. 19 modifica]uso per prove, per declamazioni e forse ancora per rappresentazioni sotto il tetto, quando il cattivo tempo non permetteva di eseguirle a cielo scoverto nel teatro più grande[10].

Si è trovata ben anco una lunga ed angusta gita con volta che dal teatro conduceva al mare, la qual era unita con gli acquidotti, e servir dovea per iscaricare la sovrabbondanza dell'acqua. Io non l'ho veduta e non posso in conseguenza conoscere quanto sia giusta la congettura del sig. Bartels, che questa fosse stata una segreta uscita, di cui in nessun altro teatro l'uguale si osserva. Questo è celebre per un avvenimento ch'ebbe luogo nella guerra del Peloponneso, in cui gli Ateniesi fecero in Sicilia una tanto infelice campagna. Alcuni Catanesi erano amici de' Siracusani, e perciò non intendevano aprire le porte al generale greco. Ma Alcibiade, che con Nicia comandava l'armata degli Ateniesi, si servì d'uno stratagemma da Polibio riferito. I Catanesi avevan negato di ricevere l'armata di costoro, ma dato aveano a' generali il permesso di entrare nella città, per ivi un abboccamento tenersi. Così Alcibiade andò nel teatro, il quale in tutte le parti della Grecia era il luogo dove le assemblee del popolo teneansi; e mentre parlava costui al medesimo, che non suspicava punto [p. 20 modifica]di quel generale che con belle parole il tratteneva, penetrò una parte della sua armata per via d'una picciola porta, ed in questo modo in possesso della città si pose. Tutti gli amici di Siracusa presero tosto la fuga, ed il resto de' Catanesi un'alleanza cogli Ateniesi conchiuse, perchè l'accresciuto potere e l'opulenza straordinaria di Siracusa mosso avevano contro di essa il disgusto e l'odio di quasi tutte le città dell'isola[11].

2. L'anfiteatro. Questo fu costruito a' tempi de' Romani; ma cadde dopo che il cristianesimo, dominando di già in Sicilia, reso aveva più dolci i costumi, perlochè le sanguinose lotte non vi erano più rappresentate. Fin dai tempi di Teodorico trovavasi già così mal ridotto, che si chiese permesso a quel Re dei Goti di prendere da quello edifizio le pietre per edificare le muraglie della città. Gli appartamenti superiori dunque più non esistono, e solo l'inferiore ne rimase, il quale fu in seguito per via d'un tremuoto coverto di terra e di frantumi di fabbriche. Così sparì questa opera superba, della quale appena se ne sapeva la situazione. Ma il Principe di Biscari, a cui era noto che una sotterranea volta, chiamata la carcere di Sant'Agata, era una conserva degli animali selvaggi, trovò di nuovo il [p. 21 modifica]sito di quell'anfiteatro e scuoprì, dopo scavi fatti, l'ingresso del più basso corridore che girava intorno a tutta la fabbrica. Gli smisurati suoi pilastri sono costruiti con grosse pietre di lava; le volte però sono leggiere. La totale sua forma è ovale, come in tutti gli altri anfiteatri; da un lato poggia su d'un'altura del terreno, e dall'altro è di fabbrica pienamente costruito. Oltre di questo corridore scoverte si sono alcune camere con volta che sono le conserve per gli animali feroci [12].

3. Bagni. Ve ne sono molti in Catania. I più grandi sono sotterranei. Si sono questi trovati, avendosi voluto sgombrare la terra ch'era vicino l'entrata della cattedrale. Una gran sala con grossi pilastri ed alcune picciole camere sono in buonissimo stato. Le mura si vedon coverte di stucco, ove graziose figure grato ornamento presentano. Un canale portava l'acqua ne' bagni, che ne sono adesso da un sotterraneo ruscello in abbondanza provveduti, del quale non si sa l'origine. Diversi resti d'altri più piccioli bagni si osservano che a case private è probabile che siano un tempo appartenuti. Mostrano alcuni di essi tracce notabili di magnificenza, le di cui pareti ornate sono con istucco ed il pavimento lo è con mosaico. La [p. 22 modifica]maggior parte sono sotto terra, ed è da credere che ve ne siano assai di più che rinvenir si potrebbero in seguito di accurate ricerche, perchè tutte le facoltose persone nelle proprie case non mancavano di averne. Non voglio lasciar di menzionare un edifizio ottagono con cupola, il quale dovea certamente essere parte d'antico bagno, e che ora si è in una chiesa di S. Maria Rotonda convertito. Probabilmente apparteneva esso a grandi pubbliche terme. Non passo altresì sotto silenzio un'altra picciola camera a volta con suo acquidotto, che i Francescani in una cappella hanno cambiato.

4. La piazza dell'antico mercato. Ivi molte arcate si osservano, che appartener doveano alle fabbriche che la circondavano.

5. Le sepolture. Erano questi fuori Catania; e se ne trovano in quantità non picciola, parte sopra terra e parte come sotterranee camere con nicchie per urne. Quelle che ora si conoscono, sono da sì lungo tempo scoverte, che non può sapersi notizia veruna di ciò che vi si è rinvenuto. Una di queste sta sopra terra, e se ne fa uso al presente per una domestica cappella di un palazzo. Aveva questa la particolare costruttura in diversi piani a volta l'un sopra l'altro che a separate sepolture per isolati cadaveri appartenevano. In tempi più superiori [p. 23 modifica]si mostrava un pezzo di muro che doveva esser la tomba del poeta Stesicoro, che mori in Catania, dove fu sepolto. Quei paesani chiamavano portam Stesicoram una porta della città, da cui si è conchiuso che la sua tomba sia stata in vicinanza di quella. Solamente un italiano antiquario può decidere che un pezzo di muro, che non ha in se stesso marca veruna, debb'essere il sepolcro d'un poeta. Non è stato possibile di rinvenirvi quello di Archimede in Siracusa, malgrado che questo, secondo l'avviso di Cicerone, portasse sopra di esso incise alcune figure matematiche.

6. Di grandi acquidotti e di cisterne se ne trovano mediocri avanzi. Un pajo d'archi d'un grande acquidotto si solleva in mezzo alla campagna, che fu inondata dalla lava uscita nel 1669 fuori del vulcano, alla violenza della quale poterono quegli archi resistere. Altri e più grandi stan fuori della città vicini alla strada che guida sopra il monte: questi, tre miglia e mezzo lontani da Licodia, portavano l'acqua in Catania. Essa vi scorreva parte sotto e parte sopra terra, ed in questa posizione era condotta su di alte volte, delle quali grossi pezzi avanti le porte della città se ne trovano esistenti, che sono un meraviglioso ornamento della magnificenza e ricchezza della medesima. La [p. 24 modifica]nominata lava li distrusse; e tutto ciò che da quella corrente di fuoco fu risparmiato, venne in seguito in maggior parte alla costruzione delle muraglie impiegato.

7. Tra i tempj fu in Catania frequentemente visitato quell'antichissimo di Cerere fuori la città, il quale era di nera lava edificato, e, secondo Cicerone, nella quarta sua orazione contro Verre, in tanta stima, quanta ne godea l'istessa Dea in Roma. Nell'adito di questo tempio, a cui non era permesso ad uomo alcuno avvicinarsi, vi era un'assai vetusta statua, la di cui esistenza si conosceva soltanto dalle donne[13], che uniche celebrar doveano i sagrifizj. Questo è così rovinato che appena se ne possono le vestigia osservare. Il Principe di Biscari fece scavare sotto i pochi rimasugli d'antica fabbrica, dove quel sagro edifizio credeasi innalzato, ed osservò il resto d'una grande scala, la quale alla base del detto tempio conduceva, come ben anco l'avanzo d'un isolato pilastro che forse era una porzione del portico. Ciò che rende [p. 25 modifica]verisimile che tali reliquie ad un tempio di Cerere appartenessero, è una iscrizione trovata in quel luogo ΔΗΜΗΤΗΡΗ IEP (κατανειων Δημήτηρι ἱερόν), oppure Ἰερόν ανέθηκε. Si congettura che un'altra iscrizione a questo tempio ugualmente appartenga. CASPONIA P. F. MAXIMA SACERDOS POPULI ROMANI SICULA[14]. Questa antichissima e rinomata fabbrica fu distrutta dal fervore de' primi cristiani catanesi. Un vescovo di questo paese, chiamato Leone il Grande, fu irritato che i Pagani dessero scandalo con la solennizzazione della festa della Dea, per cui la popolazione istigò a demolire quel tempio. Racconta la leggenda che costui lo abbia fatto in quattro parti crepare mediante una sua preghiera.

Un luogo chiamato Cifali si ha per il sito d'un celebrato tempio di Cibele; e molte rovine che ancora vi si ritrovano rendono verisimile questa congettura. Si presume inoltre che un antico ben elevato edifizio, chiamato Licatea, impiegato per cappella da' Benedettini, a cui il fondo appartiene, sia stato un tempio alla ninfa Leucatea, oppure Ino, consagrato. I nomi hanno somiglianza con quelli di Cifali e Licatea; e finchè non si ha da opporre ragione contro queste ipotesi, si può sopra il merito o demerito delle medesime riposare. [p. 26 modifica]

Catania aveva un famoso circo, un ginnasio fatto elevare da Marcello, ed una naumachia. Tutto ha sepolto la lava del 1669. A' tempi di Fazello se ne vedevano gli avanzi[15]. Oltre molti tempj e sepolture ivi rimasti vittima di quella devastazione, trovar si devono le statue de' due devoti fratelli Anfinomo ed Anapia. Portavan costoro i loro vecchi genitori sulle loro spalle, quando un'inondazione infuocata dell'Etna la città minacciava di voler incendiare. La favola ci rapporta che quella lava siasi divisa in due, onde far passare illesi costoro con il loro amato e caro peso. Furono essi considerati e pregati come eroi in tutta la Sicilia. Le monete di Catania rappresentano spesso il loro amore filiale.

Parlar devo finalmente d'un singolare monumento, che, a riserva di Roma, non ho veduto in Italia tutta; cioè d'un obelisco egizio di porfido innalzato sul dorso d'un elefante scolpito nella lava, oggi situato nella piazza della cattedrale. Questo obelisco è ottagono, ed i suoi geroglifici sono gli stessi ne' due lati opposti. È alto palmi 14 ed ha due palmi di grossezza. Quando e per quale occasione fu questo portato in Catania, non se ne ha cognizione, ma che sia egiziano lo dimostra il lavoro stesso, ed il crederlo opera de' Catanesi è conseguenza di un patriotico capriccio di letterati siciliani; [p. 27 modifica]giacchè è cosa assai incerta se fuori di Egitto siansi mai tagliati degli obelischi[16]. Forse quello Ludovidico in Roma è l'unico che con ragione presumer si possa di non essere stato lavorato in quel paese. Quello di cui si parla contiene poche figure che D'Orville ha disegnato, tra le quali si vede un uomo inginocchiato che sembra recare al bue apis un sagrifizio; due uccelli egiziani, di cui uno pare che sia un ibis; una sfinge ed un lupo seduto; e finalmente nella parte superiore alcuni uomini all'inpiedi e quasi ignudi. A' giorni D'Orville quest'opera era gettata in terra, e fu nel 1736 dall'or defunto Re di Spagna fatta in seguito innalzare su d'un elefante, il quale probabilmente sotto le rovine del circo insieme con l'obelisco giaceva, sulla spina del quale era stato situato. Solea questa costruirsi nel mezzo di quello edifizio intorno la quale i carri ed i cavalli le loro corse intraprendeano. Forse quell'edifizio n'era una delle due mete, che a' due estremi della spina erano formate, che i miei lettori rileveranno dalle parole d'Orazio metaque fervidis evitata rotis. Nel cerchio di Caracalla vi si vede ancora la spina. L'obelisco di Catania uguagliava pienamente quello che sta nella piazza Minerva in Roma, ma credo che il primo sia qualche cosa più grande che il romano[17]. [p. 28 modifica]

Descritte da me le più importanti rovine degli antichi edifizj di Catania, è giusto che io ragioni delle collezioni diverse d'antichità che in questa città si ammirano. D'Orville non ne ha potuto dire gran cosa, perchè fu egli in Sicilia in un'epoca in cui la medesima era immersa nella più gran barbarie, ed ove alcuni pochi credeano che tali particolarità meritassero di conservarsi e di essere accuratamente mostrate a' viaggiatori.

La più antica raccolta è quella fatta nel convento di S. Nicola dell'Arena dall'abate d'Amico, autore del libro Catania illustrata, che da' suoi successori è stata ampiamente accresciuta. Distribuita in armadj di cristallo, diverse gran sale riempie, e pezzi di antichità e prodotti della natura contiene. È però in tale stato di confusione che idea distinta della sua perfezione non può farsene. La più importante e singolare parte è la collezione di più di 300 vasi siciliani di creta cotta, che tutti sono d'una elegantissima forma e da bellissimi disegni egregiamente ornati. Alcuni stipi riempiti sono di piccioli idoli di bronzo e di terra cotta, tra i quali cosa degna di osservazione non trovai; anzi a prima vista mi accorsi che molti di essi son falsi ed in tempi moderni foggiati. Una quantità di antichi sagrifizj ed altri mobili di casa non è in[p. 29 modifica]differente; ma niente offre di nuovo a chi ha esaminato quelli di Portici, ove si trova il tutto in una più grande varietà, in numero maggiore e di molto più bel lavorio. Ristretto è il numero delle statue, due delle quali, rappresentanti due figure sedute, mi sembrarono di qualche merito. Al contrario pieno d'iscrizioni è quel museo, le quali, secondo il non lodevole costume d'Italia, incastrate si vedono nelle mura. Nulla ne dico, non consistendo che in poco interessanti lapidi sepolcrali che descritte si leggono nell'opera del Principe di Torremuzza, Inscriptiones Siciliae. Più pregiabili sono i bassirilievi. Queste opere, per coloro che studiano i monumenti dell'antichità, sono forse più importanti assai che le sole statue. Queste non presentano ordinariamente che di raro due, e mai personaggi diversi, eccettuati i gruppi di Laocoonte e del Toro Dirceo. In bassorilievo però si rappresentano quante si siano persone a seconda dell'azione e della circostanza. I seguenti, che si ammirano nel museo de' Benedettini, attirarono a segno la mia attenzione, che desiderato avrei portarmene i disegni, quando in Catania trovato si fosse alcuno che il lavoro avesse potuto intraprendere; ma era appunto assente il solo giovane artista che il Principe di Biscari teneva presso di se, per [p. 30 modifica]fargli disegnare le più interessanti di lui rarità.

i. Ercole sul monte Oeta. Giace questi in una dolente posizione con la pelle di leone al collo e steso sulla roccia. A lui intorno stanno quattro altre figure, fra le quali se ne distingue una, mediante la sua barba e la berretta frigia, che afflitta mette la sua man sinistra sulla roccia stessa. Vicino alla sua testa evvi un giovane vestito, e due altri nudi son posti ai piedi suoi, uno de' quali porta qualche cosa simile ad una clava. Forse l'artefice ha voluto esprimere le disposizioni di Ercole alla sua morte, dove solamente Filottete suo scudiero, e forse qualche altro de' servidori erano presenti. Il travaglio sembrommi assai ben formato, sebbene non sia di quella perfezione del fonte battesimale in Girgenti.

2. Una processione di quattro figure, che portano una ragazza, probabilmente per celebrare le orgie di Bacco.

3 e 4. Anfione nuotando sul delfino ed Europa sul toro; due belli pezzi marini di rosso diaspro, oppure del così chiamato rosso antico. Questi sono meravigliosi per la materia sulla quale sono scolpiti, perchè assai di raro veggonsi bassirilievi di una così dura pietra, come lo è il diaspro.

Oltre i vasi, idoli, bassirilievi, utensili di [p. 31 modifica]casa e descrizioni, si conserva in quel luogo una mediocremente grande collezione di monete. Io vidi il seguito e le serie delle monete d'argento romane, e diverse assai meritevoli n'esaminai particolarmente d'imperatrici e dame che alle imperiali famiglie spettavano. La raccolta delle siciliane in argento ed in rame, a sufficienza importante, è molto poco ordinata per decidere della sua perfezione. Al contrario non vi sono molte monete che fuori Sicilia come Gallia, Italia, Grecia, Asia ed Africa siano state coniate.

Un assario appartiene alla divisata collezione. Consiste questo in assi e pesi romani ed italiani di rame fuso. È noto che questi furono le più antiche monete delle nazioni d'Italia. Noi conosciamo esattamente la storia degli assi romani, e sappiamo l'epoca in cui il loro peso e valore fu a poco a poco diminuito, come la ricchezza e la moltitudine delle monete d'argento in Roma si andarono accrescendo; ma alla nostra esatta notizia non è sinora giunto il resto de' pesi fusi fuori quel paese. Questa collezione è in qualche maniera numerosa e bella; ma non così ricca come quella ordinata dal degno cardinale Borgia nel suo gabinetto in Velletri, la quale contiene tutte le vere sinora conosciute impronte di romani ed italiani assi; anzi uno ve ne primeggia, che sino al [p. 32 modifica]presente è apprezzato come unico in questo genere. Questo è quadrangolare, marcato con un bue, dalla cui bocca esce la parola pecunia, il quale si congettura essere stato fuso ne' più remoti tempi di Roma, cioè sotto i Re.

Di gran lunga più ammirabile e prezioso che quello de' Benedettini è il museo che ha formato e lasciato l'or defunto Principe di Biscari. Questo venerabile vecchio fu uno di quegli uomini singolari, i quali, per via di tutte l'esterne circostanze, posti sono nello stato di fare tutto il bene ch'essi desiderano. Nato da una ragguardevole e facoltosa famiglia, e meglio educato di quanto i nobili siciliani praticar solevano alla metà di questo secolo, ritrovò di buon'ora contento nelle scienze. La felice condizione di sua casa tutta la sua vita alle medesime gli concesse di dedicare, senza correre quella strada a cui per propria scelta o per le circostanze era forzata la nobiltà siciliana. Menò costui tutto il suo tempo in Catania sua patria e nelle sue terre in Sicilia, eccetto quando egli un viaggio per l'Italia intraprese. Il di lui padre lo fece erede di una raccolta di monete, che divenne la base del museo da lui appresso tanto luminosamente stabilito, la di cui grandezza ed opulenza di molto sorpassavano le immaginazioni che far si possono toccanti le forze [p. 33 modifica]delle persone private. Egli possedeva particolari vedute antiquarie, ed esattamente conosceva le antiche posizioni del suo paese. Quindi avendo egli zelanti ricerche tentato, fu il primo a scavar fuori dalla terra gli avanzi della prisca Catania, e che mosse il Re a stabilire un' annua somma di 800 once pel mantenimento delle antichità siciliane. E poichè la metà di questo denaro, ch'egli era in facoltà di spendere, mentre il Principe di Torremuzza impiegava l'altra metà per l'oggetto stesso in Palermo, mal suppliva alle molte ricerche da lui credute regolari ed utili, così il di più delle spese dal suo denaro veniva erogato. In questo modo incoraggì costui la diligenza e l'industria degli abitanti di Catania; era il padre e l'amico de' poveri, il mecenate delle scienze e di tutto ciò che stava in suo potere onde ridurre quel paese nella più florida condizione. Non risparmiava egli considerevoli somme, tostochè qualche cosa di buono e di vantaggio ricavarne potea. Questa città gli è riconoscente per la felice riuscita che han fatto due benefici stabilimenti, cioè a dire una casa di educazione per le donzelle, eretta da uno de' suoi antenati e da lui migliorata ed arricchita; ed una casa di nascita fondata da pochi anni, ed ugualmente dal medesimo con isplendidezza so[p. 34 modifica]stenuta[18]. In una sua terra, di nome Ragona, fece costruire un ponte con 31 archi sopra il fiume Simeto, e portò per via di acquidotti in quel ponte architettati l'acqua d'un altro fiume ad una sua risiera; e con questo mezzo tolse via una quantità d'acqua che le strade assai difficili e l'aria insalubre in questa contrada rendeva. Tale opera sembrava dover durare più di un secolo, quando una forte inondazione accompagnata da un oragano la gettò tutta al suolo; ma il Principe riedificar la fece, non curando gli 80 mila scudi che la prima costato gli aveva. Essendo stata Messina dal tremuoto distrutta, comprò l'uomo benefico grande provvisione di grano che mandò egli in dono a' più bisognosi uomini di quella disgraziata città. Per questa sua nobile e generosa maniera di trattare godè questo eccellente personaggio la più lusinghiera felicità, a cui un mortale può aspirare. Era egli adorato da tutta la sua nazione, e come un padre amato; tutt'i Siciliani eran superbi di avere siffatto concittadino. Per quanto grande benefattore si mostrò nella sua vita pubblica, altrettanto amabile fu il medesimo nel piccolo recinto di coloro che avevano in di lui casa libero accesso. Felicissimo in mezzo all'amata sua famiglia, non cessò mai di esser ilare e sensibile a tutte [p. 35 modifica]le gioje dell'amicizia. I forestieri, che a folla venivano in Catania, trovavano nella di lui casa la possibile ospitalità che poteva desiderarsi, il pregio della quale non appieno si apprezza se non da coloro i quali nelle occorrenze i bisogni ne conoscono. Annovero ad uno de' miei più fortunati avvenimenti di aver contratta quell'amicizia. I giorni quattordici di mia dimora in Catania furon da me passati in gran parte in di lui compagnia ed in quella di suo figlio monsignor Paternò Castelli, che il favore accordommi di farmi esaminare tutto ciò che meritava di esser veduto in quel paese. Con questo mezzo ebbi occasione di attentamente osservare i tesori tutti d'antichità raccolti dal menzionato Principe; ed oso asserire che io vissi nella sua famiglia, come se fossi stato uno della medesima.

La gratitudine mi fa un dovere di parlare con calore di questo uomo illustre; ma la voce del cuore è quella della verità; e spero di certo che i miei lettori mi presteranno credenza, tanto più che il mio elogio non ripete che quello di tutti i viaggiatori che sensibilità per il buono ed il nobile conservano. Io fui, per quanto so, l'ultimo straniero a cui si concesse la fortuna di ammirarlo, perchè la morte, il di cui avvicinamento si faceva annunziare con [p. 36 modifica]la perdita di sua salute, lo tolse di vita pochi mesi dopo il mio viaggio da Catania, il i settembre 1786. Mi credo finalmente tanto più nel dovere di contribuire alla fama del suo nome, affinchè questi, tanto caro ed apprezzato in tutte le parti meridionali dell'Europa, diventi ancora noto e celebre nelle nostre settentrionali, con quella venerazione ch'è dovuta da tutta l'Europa ad un uomo che fu il befattore del suo paese.

Il museo ch'è visitato da tutti coloro che hanno conoscenza dell'antichità e gusto per le arti, sta in una propria casa del Principe. Consiste questo in gallerie e camere, le quali corrono intorno tre interni cortili tra loro insieme legati. In essi molte antiche colonne, capitelli ed altri pezzi d'architettura si conservano, quali erano assai grossi per potersi collocare in una camera. Servono ancora quei cortili per luoghi di riunione d'un'accademia fondata dall'istesso Principe e migliorata poscia da suo figlio il prelato di Paternò, la quale porta il nome di Accademia degli Etnei, ed in cui i rispettivi membri leggono sonetti e poesie sopra oggetti di storia naturale e d'antichità. In questa adunanza leggeva il canonico Recupero, di cui qui appresso terrò discorso, le interessanti sue osservazioni sopra quel vulcano, men[p. 37 modifica]tre quel mecenate di alcune antiche dava degli schiarimenti su mirabili statue ed iscrizioni del suo gabinetto. La galleria è adornata da alcune belle colonne prese dal teatro di Catania, e particolarmente da due, le quali, portando un architrave degno di ammirazione, servono al tempo stesso di sostegno alla volta. Le statue, i busti, gli altari, i sarcofaghi, le basi e simili, situati si vedono presso le pareti della galleria, ed in esse incastrate le iscrizioni tutte. Le picciole opere son riposte in camere adjacenti alla medesima. L'abate Sestini, conosciuto come storico naturale, ha stampato in Livorno nel 1787 l'intera sua raccolta sotto il titolo: Descrizione del museo d'antiquaria e del gabinetto di storia naturale del Principe di Biscari. Ma per quanto buone siano le vedute di Sestini relative alla storia naturale, tanto poco si conoscono da costui le antichità e le arti; e la più buona cosa che può apprendersi nella descrizione di esso museo, è il numero de' pezzi differenti che in questi generi dal Principe si posseggono. Secondo l'opera di costui contengonsi in questa vasta collezione 50 statue di marmo, 70 busti, 40 teste di uomini celebri, 300 iscrizioni, tra le quali quaranta sono greche e risguardano Catania, 840 vasi etruschi e siciliani, altri pic[p. 38 modifica]cioli lavori in creta d'una quantità indescrivibile, 1500 monete siciliane, 6000 greche e romane, ed un indeterminato numero di gemme e cammei. È cosa da non comprendersi, come un privato in trenta o quarant'anni ha potuto radunare una collezione siffatta, perchè si sa quanto preziose sono le grandi antichità, come le statue ed i busti. Ora quantunque simili tesori, per quanto abbiano una grande reputazione, pur nondimeno non sono a tutti conosciuti, credo perciò che gl'intendenti leggeranno con piacere un breve catalogo de' pezzi che ritengo preferibilmente per i più degni di osservazione.

Statue.


i. Una donna totalmente in abito romano. La man dritta è distesa, tiene l'altra una corona d'alloro. Secondo ogni probabilità è questo un ritratto, e, per quanto ne so giudicare, d'un lavoro romano.

2. Pantasilea in atto di morire. La sua favola è descritta nel primo libro di Quinto Calabro, dove il poeta racconta che Achille abbia ucciso questa regina delle Amazzoni. È un'opera eccellente in marmo bianco, e circa un mezzo braccio alta. Pantasilea cade da cavallo ferita, il quale, come quello scrittore asseri[p. 39 modifica]sce (i, 617), sembra esser ben anco ferito, perchè poggia questo sopra le gambe di dietro, e raschia con i piedi davanti, sforzandosi di alzarsi. La Regina ha perduto l'asta sua, comune armatura delle Amazzoni; sta con la testa ed un braccio in terra, e con la sua sinistra un leggero scudo in sua difesa innalza. I di lei piedi sono ancora sul dorso del cavallo. L'intero gruppo è pieno di espressione, e l'artefice si è particolarmente occupato di far cadere Pantasilea con decenza, locchè mantener sembra una caratteristica somiglianza tra l'opera sua e quello che dice Quinto Calabro nelle parole seguenti:

Ἐυστλέως ἐπινουσα κατ’ οὒδεος οὐδε οἱ αἰδώς Ησχυνεν δέμας[19].

Pure si allontana il racconto del poeta in altre picciole circostanze dalla rappresentazione dello scultore, lo che può facilmente spiegarsi, perchè questi effigiar non potea che l'azione d'un momento, mentre al contrario lo scrittore una serie intera di accidenti descrive.

3. Un femminino centauro, in galoppo, di bianco marmo e della grandezza stessa dell'or descritta statua. Per quanto ne so questa è l'unica statua di tale specie. Centauri femminili si vedono unicamente incisi in monete ed in bassi rilievi. [p. 40 modifica]

4. Una Venere Medicea di colossale grandezza, ma di gran lunga men bella della fiorentina.

5. Un torso, che prima si conservava nella casa della città e che apparteneva con ogni probabilità alle statue del teatro, è al di là della metà più grande della naturale grandezza. Mancano al corpo la testa, le braccia e le cosce, ed è vestito dall'anca in giù con un bel drappo. Dalle uniformi opinioni di tutti i conoscitori è questo così bello, quanto il torso di Belvedere. Perfetta è questa scultura, d'un bellissimo stile greco in un molto più fino marmo dell'or nominato. Quale divinità abbia rappresentato la statua, di cui questo torso n'è un frammento, non han potuto gl'intendenti ancora discernere. Riedesel crede che sia un Bacco a cagione della morbidezza con la quale è lavorato. Opinano alcuni altri che sia un Giove; ma vi si può opporre, che non essendovi sul petto traccia veruna di barba, non è da supporre che fosse quel Dio, la di cui testa era sempre ideata con barba. Quale di questi due sentimenti sia il più giusto, non saprei decidere, perchè io non so tanto occuparmi di minute particolarità. Sembra intanto doversi dare la preferenza a Riedesel, che si uniforma, ben anco con il nostro professore Abilgard, a cui quest'opera da molti disegni fatti in situazioni diverse è stata presentata. [p. 41 modifica]

6. Una bella musa vestita con drappi greci, la quale, come la più gran parte delle statue di questa collezione, è stata trovata sotto le rovine del teatro.

7. Una Venere Anadiomene di marmo bianco e d'una sovrannaturale grandezza.

8. Un piccolo Amore che dorme su d'un ramo d'albero: pezzo estremamente bello e quasi illeso, di due palmi in lunghezza.

9. Un Ercole con la pelle di leone intorno al collo, in marmo bianco e di naturale statura. Questo fu trovato sotto le rovine d'un tempio, ed era verisimilmente l'idolo che vi si adorava.

Busti e teste.


i. Una Venere in mezzo busto, l'ornamento della di cui testa è molto uguale a quello della Venere Medicea.

2. Un bel Mercurio con il suo elmetto alato.

3. Un ritratto con gli attributi di Venere interamente nuda. Sembra che questo busto si sia ricavato da una statua, forse per esser la medesima assai maltrattata. Una prova di ciò si è, che vi sono ancora le braccia, che non vi era il costume di unire ai busti. Alle medesime erano legati braccialetti di marmo a colori. [p. 42 modifica]

4. Una Cerere di colossale proporzione con una corona di spighe in testa. Il petto è coverto e molto rigonfio come simbolo della ricchezza della natura.

5. Genius urbis Catinae fu trovato con il suo piedistallo nel teatro con la seguente iscrizione:

VIRNANTIBVS

SAICVLIS. D. D. D. N. N. N.

GENIO SPLENDIAE VR-

BIS CATINAE

FACVNCVS PORFVRIVS

MVNATIDIVS V. C.

CONS EIVSDEM.

La statua è di cattivo lavoro, ed è stata forse fatta, o almeno dedicata sotto i tre figli di Costantino, come lo fan vedere le tre D. N.

6. Una testa di Giove. Questa è più piccola che le teste ordinariamente rappresentanti questo Dio.

7. Una testa colossale di Pallade con elmo.

8. Una testa di Apollo eseguita con arte meravigliosa. L'intero aspetto esprime nobile passione, nè corporale dolore fa travedere. Nessun muscolo di essa vi è delineato con asprezza; tutto dimostra tristezza e malinconia. Se io volessi commentare questa scultura, direi che [p. 43 modifica]l'artista ha voluto indicare il primo cordoglio d'Apollo dopo aver ucciso per isbaglio il suo amato Narciso. Io tengo questo busto per uno de' più belli in tutta la raccolta.

9. Giove Ammone. Maraviglioso perchè lo scultore cercò di unire l'umana e bruta natura; e per quanto fu possibile volle dare a questo aspetto la somiglianza di una fisonomia di becco. Questa condotta annunzia cattivo gusto nell'arte, la quale deve sempre nobilitare la forma umana, e mai farla discendere ed avvilire. I Fauni ed i Satiri degli antichi hanno in verità qualche cosa d'animalesco ne' lineamenti delle loro facce, ma giammai giunti sono ad una effigie bruta e deforme.

10. Una bella raccolta di busti d'imperatori, tra i quali distinguonsi Domiziano, Faustina sua madre, Elio Foro, Marco Aurelio nella sua vecchiaja, o Forse Dido Giuliano, perchè queste teste compariscono alle volte assai somiglianti tra loro, Caracalla, così bello e caratteristico che il tanto famoso nel Campidoglio.

11. Un busto d'Antinoo di meravigliosa bellezza, di bronzo e d'una statura qualche poco più bassa della naturale, ed anco sì bello che qualunque altro in Roma o Firenze.

12. Una considerevole collezione di teste di uomini illustri, tra le quali le più degne di [p. 44 modifica]ammirazione sono: una testa colossale di Pirro, di Scipione Africano con la cicatrice alla tempia in certo modo somigliante al busto, che fu scoverto in Ercolano, di Eliodo con un gran diadema, di Carneade ed Epicuro.

13. Una quantità di teste da ritratti probabilmente di rinomati Siciliani ed abitanti di Catania, tanto d'uomini che di donne. In queste sculture se ne trovano molte d'un bellissimo lavoro, e piene di espressione; esse interessano perciò gli artisti, i quali studiano la bellezza delle opere.

14. Due Giani bifronti, i quali usati forse erano come Dei termini.

15. Un eccellente bassorilievo preso da una tomba, ed un giovane guerriero nudo con un mantello sulle spalle, ed a lui vicino una testa di cavallo.

16. La punta d'un obelisco di porfido rosso egiziano, di cui ne parla D'Orville. A suo tempo giaceva questo con gli altri pezzi che al presente son situati nel mercato. Ancora questo appartenne senza dubbio ad una delle mete del circo. Vedonsi in esso molti geroglifici incisi in uno assai rozzo stile, come nelle più vetuste opere egiziane praticavasi. I più grandi di essi rappresentano quattro teste d'Iside.

Queste statue e questi busti, secondo la mia [p. 45 modifica]opinione, sono i più mirabili che trovansi nella galleria. Vicino a questa vi sono delle camere, le quali sono parimente di più piccole antichità di metallo e creta ripiene. La collezione di piccioli idoli è assai ampia, tra la quale pezzi si trovano d'una meravigliosa bellezza. È particolarmente considerevole la parte che riguarda i lavori di creta cotta, che la più grande e la più bella è tra l'Italia tutta. Il Principe n'ebbe la più fortunata occasione perchè la terra di Biscari è vicinissima al luogo, ove una volta l'antica Camarina esistea. Impiegò costui i Cappuccini, che ivi aveano un convento, a scavare delle antichità, a' quali diede larghe elemosine; e così una incomprensibile quantità di vasi, urne, lampade ed ogni sorta di utensili di casa d'una molto fina argilla cotta raccolse. Io non mi trattengo a parlare delle lampade, de' vasi lagrimali ed altro simile, di cui n'esiste ivi quantità incredibile. Tra questi lavori di creta significante abbondanza di giuocarelli per ragazzi si osserva, da lui descritti in una picciola dissertazione, citando passi di Plauto, Quintiliano ed altri scrittori[20]. In mezzo a questi trastulli trovasi una [p. 46 modifica]pupa con braccia e gambe movibili, che per via di fili s'alza ed abbassa. Da qui si vede che gli antichi i loro ragazzi divertivano, come da noi oggi si usa; e che trastulli simili sono gli stessi che in ogni tempo e paese praticati si sono. Niebuhr trovò che ne' contorni di Baydad i fanciulli giuocavano l’häufchen (in danese Skorsteen) come noi osserviamo usarsi nelle nostre campagne. Un altro pezzo da ammirarsi è una lampada della figura d'un camello che porta due brocche d'acqua, come appunto gli asini portano adesso l'acqua nelle città di Sicilia. Il Principe l'ha fatto incidere in rame[21].

I vasi pittati scoverti sotto le rovine di Camarina hanno le più belle forme, sono straordinariamente leggeri, ed hanno spesso disegni con oggetti del più grande interesse. Molti ne vidi che alludevano chiaramente agli antichi eleusini misteri ed al segreto servizio di Cerere. Non deve recar meraviglia che fatte si siano simili pitture in Sicilia, dove questa Dea più che altrove era venerata. Molti di questi vasi sono assai piccioli, ma grandi e piccioli, pittati o no, vantano una tale nettezza ed eleganza che non si possono con parole descrivere, ed assai difficile con disegni eseguirli. Il Principe aveva in grandissima particolare stima un vaso murrhinum, la [p. 47 modifica]di cui materia era straordinariamente costosa presso gli antichi, ed il più pomposo ornamento delle tavole de' più distinti Romani formava. Si crede che detto nome venga da μύρον, perchè i Romani in simili tazze i loro preziosi vini beveano, che con altre forti ed odorose spezierie mischiavansi. Quindi molti hanno pensato che non tutti i vasi murrini siano stati dell'istessa materia, ma che spesso intagliati venivano su di pietre preziose. Il vaso che trovasi in questo museo è una picciola tazza d'una massa bruna. Io credo che sia d'una finissima terra; e mi è venuto in pensiero che abbia la medesima una somiglianza con quella con la quale i Turchi fanno le loro pipe di schiuma di mare, che altra cosa non è che una molle ed estremamente fina terra che diventa dura dopo essere stata esposta all'aria. Forse questa sostanza era assai costosa, e si nobilitava assai di più come succhiava essa la più sottile ed esile parte dell'olio balsamico che ne' vasi dalla stessa composti si conservava, cambiando così totalmente il suo colore, per cui più o meno preziosa diveniva.

Questa congettura, che non so essere stata da altri immaginata, mi sembra potersi conciliare con le parole di Plinio nella nota seguen[p. 48 modifica]te[22]. Il Principe ne ha fatto una descrizione intitolandola Ragionamento sui vasi murrini, dove ha egli dimostrato molta conoscenza sull'oggetto, e che ci ha reso assai interessante, per darci più esatta notizia del lusso de' Romani. Questa ed altre picciole dissertazioni formano il principio d'una descrizione dell'intera collezione, in cui ha travagliato molti anni, e della quale trovansi di già incisi in rame le statue, i busti ed i vasi. Suo figlio, monsignor Paternò Castelli, che ha ereditato l'amore del padre per le scienze e per il gusto dell'antichità, sta continuando l'opera di cui ben presto ne attendiamo la pubblicazione.

La maggior parte delle iscrizioni che sono incastrate nelle pareti del museo sono stampate nell'opera del Principe di Torremuzza. Alcune però se ne sono aggiunte dopo essersi data alla luce quell'opera, tra le quali trovasene una, di cui mi piace far parola. Un piedestallo, su del quale poggiava una statua od un'urna con l'iscrizione ΔIOΔω POC [p. 49 modifica]ΛPOΛΛONIOΎ, fu trovato in una sepoltura sotto le reliquie dell'antica Argira, oggi S. Filippo di Argirò: circostanza meravigliosa, perchè in questa città appunto nacque Diodoro Siculo. Potrebbe venire in mente che questo piedestallo abbia avuto qualche rapporto con questo celebre scrittore, e che la combinazione di essersi quel lavoro trovato in camera da sepoltura, dove non si era solito situare delle statue, rende la congettura non inverisimile, che l'urna di Diodoro vi abbia avuto il suo seggio; poichè, quantunque questo scrittore non sia morto nel paese suo, ma in Roma, o Siracusa, non è strano pur non di meno il credere che i suoi paesani avessero voluto possedere le ceneri di questo famoso autore, per cui fecero venire l'urna sua dal luogo ov'era morto.

Ho di già parlato della collezione delle monete di quel gabinetto. Essa è molto eccellente ed in ordine perfetto. La parte che concerne la Sicilia è interamente esatta, ma io sono incerto se debba darsi a questa o a quella del Barone Astuto la preferenza. Oltre di tutto questo vi sono diverse camere ripiene di produzioni della natura la maggior parte siciliane, il di cui studio per un istorico naturale sarebbe interessante ed esteso. Io non ardisco prendere la cura di descrivere questa parte di museo, [p. 50 modifica]chè l'affido a qualche altro nostro paesano che dopo me sarà per recarsi in Catania e che avrà ivi l'occasione di ammirare tutt'i tesori di questa superba collezione.

Pria che io finisca l'articolo sopra questa città bisogna che faccia menzione ancora d'un uomo degno di tutta la stima, D. Giuseppe Gioeni, cav. di Malta e professore di storia naturale in questa università. Egli è il primo tra i Siciliani che ha dedicato tutto il tempo a questa scienza, avendone la più bella facilitazione, per essere il famoso Dolomieu suo intimo amico e maestro. Si dà egli tutta la diligenza possibile per conoscere in particolar modo le siciliane produzioni su i tre regni della natura; e può con ragione asserirsi che in fatto non vi sia Siciliano alcuno che tanto esattamente conosca l'Etna, quanto costui che spesse volte con Dolomieu l'han visitato ed esaminato. Egli potrà divenire un uomo assai importante nella storia naturale della Sicilia con la continuazione d'uno studio diligente di alcuni anni sopra tale scienza.

In verità il molto rinomato canonico Recupero può dirsi il primo tra tutta la Sicilia, il quale si sia tanto occupato a travagliare sulla storia naturale del suo paese, e precisamente dell'Etna, ch'egli appieno conosceva. A lui [p. 51 modifica]però successe ciò che a tutti gli ἀυτοδί δακτοις è avvenuto, cioè gli mancarono i primi fondamenti, e perciò non potè vincere tutte le difficoltà che s'incontrano nel serio studio d'una scienza, particolarmente ove questa verbali istruzioni richiede[23].



  1. [p. 142 modifica]La colonia fu tirata da quei Calcidesi stessi che, venuti con Teocle in Sicilia, fondato aveano Nasso. Strabone, lib. 6, riferisce che Catana autem Naxiorum est colonia. Falconer, nello stesso libro di tale scrittore, asserisce quinque annis peractis (intende dopo la fondazione di Siracusa) Theucles Leontium, et Catanam condidit. Tucidide ancora nel 6 libro ci fa noto che Theucles autem, et Chalcidenses Naxo profecti anno quinto post Syracusas conditas Leontinos ejectis bello siculis condiderunt, et post ipsos Catanam. Non si comprende quindi come Münter asserir possa di essersi questo paese dopo anni otto di Siracusa edificato. Sembra ch'egli sia stato indotto a questa credenza da ciò che nella Catania illustrata di d'Amico si attesta, il quale, sulla falsa interpetrazione delle parole di Tucidide fatta da Cluverio, stabilisce quell'epoca. La traduzione rapportata da Lorenzo Valla getta ancora il d'Amico nell'errore. Mi fa meraviglia che l'abate de Blasi, lib. 2, par. i, cap. i , inciampi nell'istesso sbaglio, da cui il conte Rezzonico l. c. non si è ugualmente preservato. Nel testo di Tucidide chiaramente si trova scritto ἒτει πεντῳ μετά Συρκούσας, cioè anni cinque dopo Siracusa. Il P. Pancrazio, cap. 2, nel fare le sue riflessioni sulle tre diverse epoche della fondazione di Siracusa [p. 143 modifica]descritte da Dodwel, si appoggia all'autorità di Tucidide.
    Dalle parole stesse di questo storico sembra che Catania avesse già esistito prima che vi andassero i Nassioti, perchè seguita egli a dire: Et post ipsos Catanam. Ipsi vero Catanei Evarchum coloniae deducendae ducem creaverunt. Furono i Catanesi che scelsero Evarco per loro capo, dunque Catania allora esisteva; ma era picciola, ed infatti Bouchart, nel lib. i, cap. 8, dice che Catana parvam sonat, e da questa voce deriva l'etimologia di questo paese. Carrera, citato dal d'Amico, cap. 4, attribuisce tal nome alla parola composta Kat-aetnam, ossia sotto l'Etna, perchè κατά in greco significa sotto.
    In quanto all'epoca di 720 anni prima dell'era volgare, non può essere che un errore di stampa, giacchè cadrebbe il Münter in aperta contraddizione con se stesso, dopo aver fissato lo stabilimento di Siracusa 709 anni prima dell'epoca nominata. Questo erudito viaggiatore non seguirebbe allora il d'Amico, che si appoggia al calcolo di Cluverio, il quale, nel lib. i, cap. 2, scrive così: Octavo igitur anno post adventum in Siciliam Theuclis idest olimpiadis 13, anno primo ante natum Jesum 728 Catana fuerit condita; locchè, secondo il vero testo di Tucidide, sarebbe 730 anni avanti quella data.
  2. [p. 143 modifica]Si legga Strabone, lib. 6, il quale riferisce: Pristinos autem incolas Catana amisit deductis eo alis ab Hierone Syracusanorum tyranno, et nomen Catanae in Etna mutantis . . . . . Ecco le parole di Diodoro, lib. ii: Athenis summum magistratum gerente Phaedone olimpias 76. Tum Hiero Naxiis, et Catanensibus e patria ejectis . . . . Catanamque mutato nomine dixit Etnam. Ciò corrisponde a 476 anni prima di G. C.
  3. [p. 143 modifica]Diodoro, lib. ii: Athenis summum gerente magistratum Euippo Ducetius Siculorum dux incolis Catanae obereptum Siculis agrum infensus arma in [p. 144 modifica]eos movet . . . . Nell'anno 4 dell'olimpiade 79 Euippo esercitava in Atene la suprema magistratura, ossia 457 anni avanti quell'epoca.
  4. [p. 144 modifica]Nel lib. 14 del citato autore si trova scritto così: Dionisius vero Syracusanorum tyrannus ubi post factam cum Carthaginensibus pacem seditionis urbane tumultus pacaverat vicinas Chalcidentium urbes ditioni suae adiicere properavit; Naxum scilicet, Catanam et Leontinos.
  5. [p. 144 modifica]Strabone, lib. 6: Nostra aetate quum inter alias urbes Pompejus Syracusas quoque male tractaset, Augustus Caesar missa colonia magnam veteris Structurae partem instauravit.
  6. La storia di Catania che ho descritto in poche righe, si trova estesamente in Amico, Catania illustrata, Cat. 1740, quattro parti, in 4.
  7. [p. 144 modifica]Si legga la nota num. 11 dell'articolo seguente.
  8. [p. 144 modifica]Tutti siffatti elogi non possono leggersi che con vera compiacenza, e gratitudine insieme.
  9. [p. 144 modifica]Non si comprende come le tante belle collezioni di antichità e di storia naturale, dalle quali questo paese sommo decoro e lustro ritrae, manchino in Palermo.
  10. [p. 144 modifica]L'Odeo, parola che proviene dalla voce greca ὠδή che vale canto, era un luogo destinato per suonarvi, cantarvi e rappresentarvi i poeti. Si vuole che Pericle sia stato il primo che avesse fatto innalzare in Atene un tale edifizio. In Roma se ne costruirono quattro, de' quali vestigio alcuno più non rimane. Servivano questi ancora come teatri di prova, dove gli attori e gli strumentisti, prima di comparire nelle teatrali scene, si esercitavano. Enc. Ant.
  11. [p. 144 modifica]Ciò che Münter riferisce di Alcibiade descritto si trova nel lib. i degli Stratagemmi di Polieno . . . et simul accidit, ut Alcibiades concionari inciperent, et Athenienses Catanam tenerent. Egli però parla del luogo, dove quel greco capitano fece perorazione; si legge in Frontino, che ciò Successe nel teatro di Agrigento. Questo è un errore, ma ecco quanto questo scrittore brevemente [p. 145 modifica]ne racconta: Alcibiades dux Atheniensium, quum civitatem Agrigentinorum egregie munitam obsideret, petit ab eis (da' Catanesi) concilio diu tanquam de rebus ad commune pertinentibus, disseruit in theatro, ubi ex more graecorum locus consultationis praebebatur, dumque concilii specie tenet multitudinem, Athenienses quos ad id praeparaverat, incustoditam urbem ceperunt.
  12. [p. 145 modifica]Le parole di Fazello, Deca i, lib. 3, cap. i, sono le seguenti: Tria praeterea theatra memoratu digna erant in ea, quorum ruinae adhuc visuntur. Da qui si vede ch'egli non intende far menzione d'un anfiteatro.
  13. Cic. ad. Verrem, 4. In eo sacrario intimo fuit signum. Cereris peratiquum, quod viri non modo cujusmodi esset, et ne esse quidem sciebant; aditus enim in id sacrarium non est viris; sacra per mulieres et virgines confici solent.
  14. [p. 145 modifica]La traduzione delle parole greche è la seguente: da' Catanesi consagrato a Cerere.
  15. [p. 145 modifica]Si legga la nota 11 dalla quale si rileva che Fazello non ha specificato di aver veduto un circo. Questo sarà forse compreso tra i suoi tre teatri; ma è più naturale di credere che uno di questi tre edifizj sia l'anfiteatro, del quale ne anco fa menoma ricordanza. Anche Biscari nel suo viaggio asserisce che di quella fabbrica se ne osservano ancora gli avanzi. Comunque si sia il circo era un grandissimo sontuoso edifizio assai più lungo che largo, uno de' quali estremi era terminato in linea circolare, ed il tutto formava una figura a guisa di ferro di cavallo molto allungato. Là dentro si davano diversi spettacoli, e molti giuochi vi si eseguivano, come corse di cavalli, di carri, combattimenti navali, di gladiatori e di bestie feroci, e gli esercizj del maneggio della caccia e della lotta. Nella parte opposta alla circolare, che soleva per lo più essere in linea retta, vi eran costruiti dodici portici chiamati carceri, ove disponevansi i cavalli, i carri e le bestie feroci. I Greci chiamano il circo, o cerchio ἰπποδρὸμος dalle due parole ἲπωος e δρὸμος, che s'intendono cavallo e corsa. Se gli era dato ben anco il nome di στάδιος, che [p. 146 modifica]significava la misura destinata per la corsa. Meno, che avanti le carceri tutto all'intorno diversi ordini di sedili per gli spettatori giravano, come sulla parte superiore correvano per tutto l'edifizio portici simili a quelli del teatro ed anfiteatro.
    Fin da' tempi di Romolo, a cui l'invenzione dei giuochi pubblici si attribuisce, si esercitavano questi in aperta campagna, o in gran recinti chiusi da legname, quando a Tarquinio il Vecchio venne l'idea di farne costruire uno di fabbrica nella valle Murcia. Panvini, lib. i, cap. 5, de ludis circensibus, in questo modo ce ne rende contezza: Tarquinius Priscus rex reipublicae commoditatis ergo circo, qui postea maximus vocatus est, primus locum in valle Murcia inter Aventinum et Palatinum colles designavit. Questo circo, secondo Dionisio di Alicarnasso, Plinio e Vittore, poteva contenere 150,000, 260,000 e 380,000 uomini. V. Enc. Antiq. Esso aveva una lunghezza di 3 stadj e mezzo ed uno di larghezza; e fu chiamato massimo a ragione che tra i quindici in tutta Roma edificati era il più grande e magnifico.
    Nel mezzo dell'arena vi era innalzato un isolato muro di mattoni della larghezza di dodici piedi, ed alto quattro, chiamato la spina. Milizia le dà un'altezza di sei piedi, che mi sembra più regolare, su della quale vi eran poggiati altari, piramidi, statue, torri ed obelischi, i più eccelsi e sorprendenti de' quali furon quelli che Augusto fece venire dall'Egitto. Uno di questi, consegrato al Sole, aveva l'altezza di 132 piedi, mentre il secondo, che dedicar si volle alla Luna, non sorpassava gli ottanta. La detta spina non dividea esattamente tutto l'edifizio, ma si accostava di 38 piedi verso la parte sinistra; nè questa differenza era l'effetto del capriccio, o dell'inavvertenza, ma a bella posta praticavasi per dare nel principio della corsa, che si cominciava dalle carceri e verso la dritta, più [p. 147 modifica]spazio ai cavalli ed a' carri, onde potersi sorpassare. Finalmente agli estremi della medesima disgiunti ed alquanto più larghi, eran posti due altri pezzi di fabbrica terminati in tre colonne, piramidi, o cipressi che mete si addimandavano, attorno le quali da un estremo all'altro per sette non interrotti giri si era obbligato di correre. L'arte del cocchiere, onorata da' personaggi distinti, e qualche volta da' consoli e dagl'imperatori stessi, consistea nel passar assai presso le mete e la spina senza punto toccarle, onde non produrvi danno in tutto ciò che di considerevole ed interessante serviva per adornarle. Questa destrezza produceva d'altronde a' corsieri il vantaggio di accorciare il perimetro del corso.
    Di tutte queste splendidissime costose opere, che sembravano di voler disprezzare le ingiurie ed i danni del tempo, non esiste all'inpiedi ed in buono stato che quello di Costantinopoli fatto innalzare da Costantino, e che adesso porta il nome Almeydam. Di quindici, che se ne ammirarono Roma e nelle vicinanze sue, non resta che solo quello di Caracalla, ove distinguer tuttavia si possono le mete e la spina. L'or nominato Panvin nell'esteso suo Trattato ne ha inserito la pianta, il profilo e la veduta delle sue rovine. In questa pianta si osserva il difetto, che la spina è delineata nella lunghezza centrale dell'arena. Da tali disegni rilevar si possono i diversi ripartimenti e le altre subalterne annesse fabbriche, come il podium, la meniana, i portici e le botteghe esterne per venditori.
  16. [p. 147 modifica]Il conte Rezzonico non è letterato siciliano eppure dottamente egli si occupa a sostenere che questa produzione dell'arte non sia punto egiziana, ma catanese. In verità i Catanesi non avrebbero che gloriarsi nella loro usurpazione, non trovandosi in quel pezzo nè gusto, nè magnificenza. Costui, lungi di creder che abbia servito per [p. 148 modifica]abbellire una delle mete del circo, si è accinto di dimostrare che questo obelisco fu destinato per ornamento della tomba di Stesicoro. Appoggiato sulle parole di Geraldo, che nel 9 dialogo della sua storia poetica asserisce che illud (sepolcro) quidem Catanae positum fuisse ante urbis portam quae ex re Stesicoria dicta est octangulum, hoc est octogonum perhibent, ne conchiude che quell'ottangolare obelisco ne sia stato il misterioso e venerabile adorno. Egli, che con tanta dottrina fa brillare tutte le sue letterarie cognizioni sulle orientali ed egiziane religioni, accusando l'inesattezza delle forme degli esaminati geroglifici, argomento certo ne trae, che solo da un'estera e profana mano, e non dagli ortodossi Egiziani esser poteano incisi con sì poco rigore e di scrupolo. Io non so idearmi che gli scultori di quella popolazione fossero stati tutti perfetti, onde non fare cattive sculture, come i nostri abbozzano deformi statue di Santi e Madonne, malgrado tutta la loro religiosità. Aggiungo, che gli Egiziani ne' loro più remoti tempi non incideano, come era di ragione, che assai rozzamente i loro emblemi, e quindi havvi motivo di congetturare della sua antichità piuttostochè dell'irreligione, in che quella scultura volle azzardarsi. Continuando l'autore i suoi raziocinj, attacca la figura ottangolare del pezzo come una manifesta infrazione di sagra legge tra quella nazione. Il P. Kircker, nell'Edipo egiziano, tom. 2, classe 7, cap. 3, fa menzione della prescritta quadrangolare forma degli obelischi, dimostrando che in quei monumenti tutto dovesse rappresentare un importante oggetto, adeo ut in naturae penetralibus nihil adeo absconditum sit, quod hic non praefiguratum videatur. Ma questa legge de' Geromanti, o questo domma di loro teologia, esser noto dovea ai Catanesi, onde più facilmente imitar questa figura, piuttosto che servirsi del mostruoso espediente di mascherarla, con iscolpire quel misterioso linguaggio sopra due faccie [p. 149 modifica]di quell'ottagono, come se fossero state queste in una sola superficie appianate e projette. Io nulla ne so comprendere; ma siccome son persuaso che gli antichi facessero più spropositi ed avessero più capricci de' moderni, dico che quell'obelisco fu fatto senza quella sapienza che in ogni modo pescar si crede in tutte le opere dell'antichità, e che in conseguenza quel lavoro non fu che l'effetto della fantasia e del semplice ghiribizzo. Avrei desiderato che con la sua penetrazione avesse il conte Rezzonico fatto conoscere in un certo modo quale rapporto quegl'incisi animali e gli uomini quasi nudi aver poteano con Stesicoro; giacchè è da presumersi che destinato l'obelisco per decorazione della sua tomba, ivi degli oggetti alle virtù, al merito ed alle circostanze di esso poeta allusivi era ragione di rappresentarsi.
  17. [p. 149 modifica]È d'avvertirsi che il sito degli obelischi nei circhi non era esclusivamente quello delle mete, come Münter fa comprendere, ma quei singolari costosi lavori a signoreggiar si destinavano tra i più belli adorni delle spine, come lo furono i due nominati obelischi di Augusto. Nelle mete all'opposto, secondo Panvini, l. c., cap. 14, tres erant summitates ovorum similitudine factae, et trianguli specie pari utrinque intervallo collocatae. Veramente un obelisco di 14 piedi di altezza non potea gran cosa figurare in un sì grandioso e vasto edifizio.
  18. [p. 149 modifica]È questo un ritiro, ove donne gravide che al pubblico od in famiglia manifestar non possono l'effetto della seduzione e del disonore, si recano a partorire, dove tutta la cristiana caritatevole assistenza in bene delle infelici viene osservata.
  19. [p. 149 modifica]Decentemente al suolo cadendo nè al pudore reca onta il corpo.
  20. Ragionamento sopra gli antichi ornamenti e trastulli de' bambini. Firenze 1781, 4.
  21. [p. 149 modifica]A Dedalo, come di tante altre cose, non se ne sa con certezza l'inventore, si attribuisce l'origine de' burattini, i quali furono nell'antichità recati ad un grado assai notabile di [p. 150 modifica]perfezione. Cardano, lib. 13, cap. 63, de rerum varietate, in questi sensi ce ne dà cognizione: Nullum salutationis genus non emulabantur, gesticulantes miris modis, capite, cruribus, pedibus et brachiis. I bambini erano allora coverti d'una infinità di bagattelle simili ed uguali a quante se ne caricavano nostri sino a pochi anni addietro. Esse il nome generale di crepundia portarono, e si distinguevano tra queste le picciole mani connesse, le campanelle, le scatolette per riporvi preparativi ed amuleti contro il fascino, e da noi scatolette e sacchetti ancora si usavano per custodirvisi reliquie ed altre cose sagre. Si era dagli antichi solito di divertire fanciulli con delle macchinucce che tramandavano un certo scroscio; il crepitaculum puerile, da Quintiliano descritto nel lib. 9, corrisponde al nostro siciliano scrusci scrusci. Lungo e nojoso sarebbe il descrivere tanti altri crepundi che da noi, come dagli antichi, si avea il costume di usare.
  22. Plin., Hist. nat., l. 37, c. 2. Oriens murrhina mittit; inveniuntur enim ibi pluribus locis maxime parthici regni, praecipue tamen in Carmania. Humorem putant sub terra calore densari. Amplitudine V. . . . .
  23. [p. 155 modifica]Quella parola greca significa maestri di sè stessi.