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Viaggio in Sicilia (Münter)/Girgenti

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Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Girgenti
Viaggio da Palermo a Girgenti Viaggio da Girgenti a Siracusa
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GIRGENTI.


Nelle ricerche sull'istoria delle antiche nazioni è cosa assai interessante di osservare, come la coltura, la ricchezza ed il potere siano passati da una città all'altra; e come in quei tempi tante sì numerose rivoluzioni, spesso assolutamente inaspettate, abbiano potuto apportare simili generali cambiamenti. Così noi vediamo in Sicilia che Agrigento era potente ed al più alto grado coltivata, prima che Siracusa avesse potuto giungere a quel grado di elevatezza e di forza, a cui in seguito pervenne. Una guerra con Cartagine indebolì interamente quel ricco e possente paese, che da quel tempo bisognò abbandonare a Siracusa il dominio sopra la Sicilia; finchè i Siracusani uguale sorte incontrarono nell'esser caduti nelle mani de' Romani. A' nostri tempi, dove il sistema politico ha ricevuto l'intera sua forma, possono due Stati essere ugualmente forti e floridi, e vivere pur non di meno in buona corrispondenza tra loro: nell'antico mondo al contrario, invidia, mala intelligenza e costanti guerre si svegliavano, le quali non soleano [p. 92 modifica]terminare se non colla distruzione, od oppressione di uno de' due Stati vicini.

Agrigento fu fondata da Greci dorj di Lindo nell'isola di Rodi, e, secondo altri rapporti, dell'isola di Creta, che aveano fabbricato Gela. Cento anni dopo l'innalzamento di questa città erano essi così potenti e numerosi da spedirvi una colonia[1]. Ciò successe nella 50.a olimpiade, 580 anni avanti di G. C., quasi 60 anni dopo che i Megaresi avevano nell'istesso modo edificato Selino, di cui si è già parlato. Intanto vi erano ancora qui, come in altri luoghi, di già antichi abitatori Siculi, o Greci, con i quali le nuove colonie si unirono. Alcune relazioni mettono la prima origine di Agrigento ne' più lontani tempi dell'istoria; perchè Dedalo fortificò la residenza di Cocalo sul monte Camico, la quale, secondo l'opinione di alcuni antiquarj, non era la fortezza di Sicoliana, ma sibbene di Agrigento. Da ciò è da riflettere, come ho di già detto altrove, che ogni opera ascritta a Dedalo portando una data che si perde nella favola, nulla può dirsi su tal proposito, che possa una certezza storica vantare.

La fertilità del territorio e l'eccellente situazione per il commercio furono le principali ragioni della prematura e sollecita floridità [p. 93 modifica]della medesima. Mancavano allora in Africa l'agricoltura ed altre cose necessarie alla vita; e perciò vi si mandavano dalla Sicilia, e particolarmente d'Agrigento, tutte le vettovaglie; per lo che diventò questa interamente ricca. Essa aveva leggi doriche, le quali quando i Gelesi suoi fondatori fossero stati Cretesi, erano quelle di Minos, la di cui saggezza era molto celebre nell'antichità. Con tali circostanze non è meraviglia se Agrigento divenisse potente, ricca e grande. Aveva questa quasi un miglio e mezzo tedesco di circuito, e conteneva entro di essa e ne' borghi vicini 800 mila anime. Il suo lusso e la ricchezza sua sono abbastanza noti nella istoria, come ancora la grande ospitalità de' suoi abitanti[2]. La città fu per la prima volta conquistata dagli Ateniesi, che la sorpresero sotto la condotta di Alcibiade. In seguito, terminata la guerra degli Ateniesi in Sicilia, fu presa da' Cartaginesi che interamente la devastarono; e non sarebbe risorta dalla sua caduta, se Timoleone nel salvare Siracusa e la maggior parte della Sicilia dalla prepotenza degl'interni ed esterni oppressori, non avesse radunati gli Agrigentini dispersi, e non avesse a loro unita una colonia di Greci dell'Acaja. I Cartaginesi s'impadronirono di nuovo di Agrigento nella [p. 94 modifica]prima guerra punica essi fortificarono nella sua Acropoli, in modo che bisognò essere formalmente assediata, per conquistarsi da' Romani. I primi nella seconda guerra punica ne furono discacciati subito dopo la conquista di Siracusa; ed in questa occupazione i secondi la saccheggiarono e vi si comportarono tanto male, che per ripopolarla furono essi stessi costretti di mandarvi una nuova colonia d'altri Siciliani, obbligando i propri nazionali di già fuggiaschi di bel nuovo a ritornarvi. D'allora restò la medesima sotto la signoria de' Romani, e fu sempre una considerevole città, come si dimostra nella quarta orazione di Cicerone contro Verre; ma non poteva naturalmente mettersi più in confronto con Roma, Napoli, Antiochia, Alessandria ed ancora con l'istessa Siracusa, dopo tante devastazioni sì vicinamente l'una dopo l'altra seguite. Basta questo per la più remota storia di Agrigento. Io passo adesso agli attuali suoi avanzi.

La città di Agrigento fu costruita in una amena e fertile contrada, che dalla spiaggia si estendeva sino alla rocca, ove giace la nuova città di Girgenti. In mezzo della medesima passava il fiume Acrago, da cui la città ebbe il suo nome, giacchè si chiamava essa dal greco Ἀκράγας secondo il costume di molte [p. 95 modifica]popolazioni greche di nominare le loro città con il nome de' vicini fiumi e mari. Così Selino, per esempio, ebbe probabilmente il suo nome dal fiume Selino; Mazzara da un fiume di simile nome, Siracusa ancora da un pantano chiamato Siraca che rendeva in estate l'aere molto malsano. Pindaro stesso sembra di far derivare il nome della città di Agrigento da quello del fiume; quando egli nel suo secondo inno olimpiaco a proposito de' fondatori di quella città, dice che questi Καμόντες οί πολλα Θυμῶ Ιερόν ἔχον ὀίκημα Ποταμού[3]. Questo autore dà a quel fiume in molti passi il nome di ξανθός ἀγράγας, come Orazio ed altri chiamano il Tevere flavum Tiberim, perchè questo non ha le acque chiare[4]. Il fiume Acrago scorre nella maggior parte con molte tortuosità in mezzo una profonda e stretta valle, e serviva alla città di naturale fortificazione; osservandosi tuttavia rovine di altissime mura che sorgevano immediatamente dal suo seno.

L'antico Agrigento consisteva propriamente di più parti, o divisioni che difficilmente potrebbero essere descritte con quell'esattezza, come le rovine di Siracusa, giacchè le relazioni che abbiamo intorno la disposizione di quella città sono insufficienti ed oscure. Io mi rapporto unicamente alla molto estesa opera [p. 96 modifica]del padre Pancrazio, riguardo a quelle divisioni: esse sono le seguenti:

i.° Camico, che si chiamò in seguito Acropoli, era la fortezza della città nel luogo stesso sopra di cui sta l'attuale Girgenti.

2.° Il monte Ateniese, o di Minerva, sulla di cui sommità si alzava un tempio di Cerere, del quale si vedono in alto alcuni resti. Questa parte probabilmente non fu tanto abitata, giacchè dalle rovine di questo tempio non si rileva niente più che alcune tracce di fontane ed acquidotti.

3.° La città stessa ch'era fabbricata sopra una collina, il di cui circuito correva nella direzione stessa delle mura.

4.° La città Agrigentina in Camico, la quale era forse una stessa cosa con Acropoli, oppure volendovisi fare una diversità, erano entrambe situate nel monte stesso.

5.° Napoli, che giaceva in una isolata collina rimpetto alla stessa città d'Agrigento, e della quale non rimangono che pietre sciolte e disperse sopra l'intera campagna.

Io comincio ragionevolmente dalla presente Girgenti, che giace quattro miglia distante dal mare in una straordinariamente alta e ripida roccia, e che trovasi costruita in anfiteatro intorno la sommità della medesima. Le strade [p. 97 modifica]sono assai incomode, alcune sono dritte, ma nella maggior parte scoscese ed anguste. Non vi sono belle fabbriche; le case si trovano troppo ristrette, e quasi tutte costruite senza calce e con una specie di pietra rossa che si ricava dal monte stesso e dal luogo medesimo ove queste s'innalzano. Solamente le case del vescovo, della libreria e del seminario costruite sono in gusto migliore, e adornano una bella piazza. All'opposto la veduta sopra l'intera contrada tra l'attuale Girgenti ed il mare e sulle sparse rovine è una delle più belle che io abbia giammai veduto. Pur non di meno io non l'osservai in tutta la sua magnificenza, perchè mi trovava per disgrazia in Girgenti in tempo d'inverno, il quale defraudava al paese una gran parte della sua bellezza. Intanto quel che io vidi, fu sufficiente a darmi un'idea di ciò che una dolce stagione di primavera avrebbe offerto a' miei sguardi; giacchè dall'alta e scoscesa rupe si gode di una illimitata veduta di giardini, attraverso i quali scorrono due fiumicelli, ed ove signoreggiano le onorevoli rovine in mezzo ad alberi e vigneti; e di assai deliziose variate colline che ripiene sono ora di oliveti ed ora di bianche slegate pietre, resti dell'antica città. Ancora più amena si [p. 98 modifica]rende la veduta, quando isolate nuvole svolazzano intorno al piè del colle e gettano le loro estese ombre sopra alcune parti della valle. Io osservai questa bella prospettiva da due punti; dal vertice del monte, dov'è l'entrata della Madrechiesa, e da una piatta forma in mezzo la città immediatamente ad una scesa destinata ad un piccolo mercato.

Nell'attuale Girgenti vi sono pochi avanzi di antichità. Le uniche rovine del tempio di Giove Polieo consistono in pezzi di grosse muraglie di pietra da taglio, in alcune sotterranee volte, ed in diversi gradini intagliati nel sasso che conducevano alla base di tutto il tempio, ma che adesso servono per focolari di picciole case. Questo tempio era stato fabbricato dagli Agrigentini poco tempo prima che il tiranno Falaride si creasse signore de' medesimi. Egli si servì di questa opera per eseguire le sue mire; giacchè seppe il tutto così bene disporre, che i nazionali gli diedero la direzione di questa fabbrica e gli affidarono il denaro per tale oggetto destinato; per cui fu egli posto con questo mezzo nelle circostanze di procurarsi ciò che gli bisognava, particolarmente schiavi, artefici ed armi. Sotto il pretesto di qualche gran furto costrinse il medesimo la popolazione ad accordare che la forti[p. 99 modifica]ficazione si fosse fatta più considerevole, e perciò si tagliò la rocca più verticalmente di quanto dalla natura era stata formata. Ciò eseguito, sorprese costui con i suoi armati schiavi gli abitatori di Agrigento nel punto in cui celebravano essi la festa di Cerere, ne ammazzò molti, tolse agli altri le armi e si pose in possesso del più alto potere che sempre più accrescea, facendo sentire agli Agrigentini tutti gli effetti della tirannide e del dispotismo. Non può stabilirsi l'epoca di tale avvenimento; pur non di meno bisogna credere che ciò accadde nel secolo stesso in cui fu fondato Agrigento. Quest'è quel Falaride che si serviva di un toro di bronzo ardente per punire di morte i malfattori, e del quale sono rimaste cento quarantotto lettere che in verità sono molto moderne, e che sono attribuite ad un sofista del secondo secolo[5].

Sulla più erta parte della rupe stava un tempio dedicato a Minerva ed a Giove Atabirio, il quale, volendosi prestar fede a Polieno, diede cagione a Terone d'impadronirsi nel modo stesso del dominio della città dopo la morte di Falaride. Da questo tempio la sommità del monte ebbe probabilmente il nome di λοχός ἀθηναιος. Il tempio era assai famoso. Lo Scoliasta di Pindaro lo chiama τόν της Ἀθηνας νεων [p. 100 modifica]περιττός ἀγισειομενον l'eccellente sagro tempio di Minerva. Giove era dagli Agrigentini onorato col nome di Atabirio, perchè forse, a seconda di alcune tradizioni, i Gelesi che fondarono la città, erano stati Rodiani di Lindo, dove Giove sotto l'istesso cognome, derivato da un monte ivi vicino, aveva un tempio. Non si deve aver meraviglia che Giove e Minerva avessero avuto un tempio comune; giacchè può facilmente dimostrarsi dall'antica mitologia, dalla genealogia degli Dei e particolarmente dalla circostanza che gli abitanti di Lindo dimostravano una particolare venerazione a Minerva (vedi D'Orvillis Sicula, pag. 105)[6].

In questo luogo esiste adesso la cattedrale costruita forse con le rovine di quel tempio, per ritrovarvisi molti pezzi di antica architettura. Essa è grande, luminosa ed ha al tempo stesso una struttura interamente acustica, di modo che quando si sta all'estremo della chiesa con la faccia contro il muro, si può molto bene udire ciò che nell'ingresso della chiesa si parla[7].

Questo sagro edifizio contiene non solo diversi insignificanti monumenti de' suoi vescovi, ma ben anco un antico sarcofago, il quale con giustizia bisogna riguardarlo come una meraviglia dell'arte. Non si sa ove si sia trovato; si cre[p. 101 modifica]de probabilmente che abbia esistito in una delle antiche sepolture di Agrigento, per cui desta l'idea della ricchezza degli Agrigentini, i quali dovevano possedere l'arti nello stato il più perfetto, quando costoro usavano tali opere per i defunti. Questo sarcofago, che ora serve per fonte battesimale, ha quattro lati con bassirilievi, de' quali meritano essere veduti soltanto i due d'avanti, perchè gli altri due sono di diverso inferiore lavoro, per cui non è possibile che siano stati dall'istesso artefice travagliati. Molto a lungo gli antiquarj si sono tormentati per darne la spiegazione, per quanto ne fosse stata facile. Si pensò che questo sarcofago fosse la tomba di Finzia, oppure di uno de' suoi figli, e volevano in conseguenza trovarvi qualche circostanza che potesse accordarsi con questi personaggi. Tutto ciò non era che inutile supposizione, perchè noi sappiamo che gli artisti giammai rappresentavano ne' sarcofaghi avvenimenti che avessero potuto avere qualche rapporto con chi vi si racchiudeva; molto più che costoro quasi prendevan sempre una circostanza dell'antica favola greca, oppure una scena di qualche loro gran poeta tragico. Chi ha veduto tombe siffatte ne' musei di Roma, ben sa che ivi costantemente combattimenti d'Amazzoni, Baccanali, la cac[p. 102 modifica]cia di Caledonia ed altre simili cose vi si scolpivano, malgrado che il seppellito soggetto nessun rapporto avesse avuto con quelli successi.

Questo sarcofago rappresenta probabilmente l'istoria d'Ippolito e di Fedra, una delle più rinomate nella prisca favola. Il lato più grande e più bello intagliato in mezzo rilievo annunzia Ippolito che ritorna dalla caccia con i suoi amici, servi, cavalli e cani, quando la balia di sua madrigna Fedra si porta da lui per rendergli noto il di lei cocente amore. Nel suo volto vi si leggono la dispiacenza e l'orrore che gli cagiona tanto infame proposta. Tutta la sua figura è una delle più belle che potrebbero idearsi ed eseguirsi da un artista. L'altro lato, il quale è molto più piccolo del primo, ma lavorato nello stesso stile, dimostra il dolore di Fedra per il rifiuto d'Ippolito. Essa siede su d'uno sgabello in una estremamente affliggente situazione; le faccie delle sue donzelle esprimono cordoglio e compassione, due delle quali sono occupate a raddolcire la di lei pena mediante l'armonico suono della lira, mentre un amorino si vede sotto lo sgabello, su del quale Fedra sta assisa in una posizione da far conoscere che in quel momento stesso avea egli scoccato un dardo sul di lei petto. [p. 103 modifica] Chiaramente si vede che l'artefice ha avuto presente e sotto gli occhi l'Ippolito di Euripide, così esattamente si uniformano le parole del poeta con lo scarpello che lo ha espresso. Non era cosa rara in que' bellissimi tempi dell'arte che i poeti si dessero la mano con i pittori e gli scultori. Fidia ancora prese la sua grande idea di Giove Olimpico da alcuni versi di Omero, e Virgilio forse nella sua Eneide imitò l'eccellente gruppo che rappresenta la morte di Laocoonte e de' suoi figli[8]. Si parla in verità dello stret[p. 104 modifica]to legame che vi deve essere tra i poeti e gli artefici, ma in effetto si osserva assai di rado; e perciò entrambi perdono moltissimo nella perfezione, a cui d'altronde avrebbero potuto giugnere con forze unite[9].

Que' due bassirilievi sono lavorati nel più elevato stile; e secondo la valevolissima opinione di Riedesel, sono una delle più belle opere dell'antichità. Gli altri due lati, che dovevano essere situati verso la nicchia, sono di altra mano e di un cattivo lavoro, senza traccia veruna dell'eccellente stile che soprattutto domina ne' due primi. Un lato esprime Ippolito a cavallo ed i suoi amici a piedi che attaccano un cignale con lance e con grosse pietre. L'altro è la conosciuta morte d'Ippolito, il quale, mentre viaggiava solo per Corinto, fu schiacciato da' suoi propri cavalli spaventati da un mostro marino che Nettuno fece uscire dal mare. Io prego il lettore, quando voless'egli essere meglio informato d'ambo i bassirilievi, di leggere la vivace descrizione che ne dà Riedesel nelle sue lettere a Winkelmann. I rami dei [p. 105 modifica]detti sarcofaghi si trovano nelle opere d'Orville e di Pancrazio, ma sono cattivi, e danno un'idea della composizione e nessuna della perfezione del lavoro[10].

Nella sagrestia della cattedrale si conserva una grande urna, la quale nel 1743 fu trovata in una sepoltura di Agrigento. La pittura che vi è sopra è di uno straordinario bel disegno, e dimostra in un lato Ulisse che domanda nell'inferno consiglio al profeta Tiresia, dove il pittore ha esattamente seguita la descrizione che ne fa Omero nel suo nono canto dell'Odissea, mentre nell'altro lato vi è rappresentata Circe con alcuni compagni d'Ulisse. I disegni di tali pezzi stanno nell'opera di Pancrazio. Questi sono gli avanzi dell'antico Agrigento che si trovano attualmente nell'interno delle muraglie della presente città[11].

Questa, come ho di già detto, è piccola e brutta, eccettuate la piazza della cattedrale e la residenza del vescovo. È però abbastanza popolata, contandosi nella città e nel porto 24 [p. 106 modifica]mila anime. Negli attacchi che i Saraceni fecero in Sicilia, perdettero gli abitanti la parte inferiore della medesima e si ricovrarono sulla rocca, dove potevano vivere con maggiore sicurezza. La città ebbe per la prima volta le sue muraglie sotto il dominio dell'imperadore Federico II. Mi sembra inutile di fare delle ricerche, per rinvenire avanzi di antiche mura dedaliche, come hanno praticato diversi antiquarj. Tali mura erano certamente molto alte e d'un distinto particolare colorito, forse della comune pietra calcare bianca, o rossiccia di Sicilia, di maniera che potevansi quelle vedere assai lungi dal mare. Ciò apparisce dai seguenti versi di Virgilio:

Arduus inde Acragas ostentat maxima longe
Mœnia, magnanimum quondam generator equorum.

Girgenti è la residenza di un vescovo, ch'è uno de' più ricchi in tutta l'isola, perchè le sue rendite arrivano sino a 60 mila scudi annui. L'ultimo ch'è morto fu un certo cardinale Branciforte. Il suo antecessore, monsignor Lucchesi, vi esercitava i suoi vescovili doveri assai più esattamente. Costui lasciò alla Chiesa una molto ricercata raccolta di libri che adesso è divenuta pubblica, ed un bel gabinetto di monete, in cui vi è una particolare interrotta catena di medaglie siciliane[12]. [p. 107 modifica]

Vicino al palazzo vescovile vi è il seminario, dove sono educati trecento giovani per lo stato ecclesiastico, finchè arrivano costoro ne' loro anni canonici, per poter ottenere il sacerdozio. La maggior parte vi è tenuta gratuitamente; alcuni pochi pagano la somma di cinquanta scudi all'anno, mentre tutti coloro che hanno desiderio d'apprendere, ancorchè non vogliano abbracciare lo stato chericale, possono assistere alle pubbliche lezioni che si danno sopra diverse scienze. Si fa uso in questo seminario degli stessi libri del rinomato seminario di Padova, e da ciò sembra che l'istruzione non possa essere cattiva.

Gli scolari sono divisi in due classi; i più giovani sono chiamati seminaristi, e studiano l'umanità, due o tre de' quali distinti ne' pubblici annuali esami sono destinati alla classe superiore, dove si chiamano conventuali e studiano la teologia ed il diritto canonico. L'intera educazione dura cinque o sei anni. Sarebbe da desiderarsi che tutti gli ordini monachili passassero la loro gioventù in tali seminarj, come succede adesso in tutti gli Stati Austriaci.

Una molto scoscesa ed incomoda strada conduce dalla rupe abbasso la valle, ove sono le rovine. È questa nella maggior parte incavata [p. 108 modifica]nella rocca ed ha molte tortuosità. Io non so quando fosse stata formata; ma è certo però che non sia l'antica; dappoichè questa è sita nell'altro lato della città ed è assai discernibile a causa delle molte sepolture incavate ne' suoi fianchi. Il padre Pancrazio sostiene di avere trovato degli avanzi antichissimi che Dedalo dovè costruire, dopo aver fatto delle fortificazioni; ma di questo non ne prendo conto, come di tutt'altro che non si appoggia che sopra semplici supposizioni. La più moderna strada va sino al porto; essa è straordinariamente romanzesca e variata, perchè passa in mezzo di colline, valli, boschi d'olivi, alberi di aranci e simili. Questa non è sempre sicura, perchè la Polizia è cattiva, e si parla spesso di latrocinj, quantunque la strada non sia più di un miglio e che conduca dalla città immediatamente nel porto.

Farò ora la descrizione delle rovine che sono fuori della città, secondo l'ordine in cui io le vidi.

D'un antico tempio, dalla cui posizione si può conchiudere che sia stato consegrato a Cerere, vi sono al presente esistenti alcuni avanzi che consistono in una muraglia di pietre quadrate. Colle sue rovine si è costruita una chiesa di S. Biagio. Si sostiene che questo era [p. 109 modifica]il più antico tempio che gli Agrigentini avessero e quello stesso in cui essi furono sorpresi da Falaride, e dal quale la città fu soggiogata. Tutto questo però non è che una congettura, e le stesse rovine sono sì poche, che niente può dirsi con certezza. Forse questo è quell'istesso che Fazello crede essere stato dedicato a Proserpina, benchè l'intero fondamento, su di cui il dotto Monaco sostiene la sua opinione, che Proserpina abbia avuto un tempio in Girgenti, non sia che un passo di Pindaro, il quale non può stimarsi che come una mera supposizione, perchè il poeta parla così ad Agrigento. Ἀντέω σέ, Φιλάγλαι καλλίστα βροτεᾶν πολεων περσεφονᾶς έδος[13]. Questa Dea fu venerata probabilmente nel tempio stesso di Cerere. Sicilia fu considerata come una proprietà d'ambe le divinità; e ciascuna ragguardevole città poteva ben anco prender parte con più gran ragione alla dignità dell'isola intera. Questa è ancora la descrizione che ne dà lo Scoliasta di Pindaro – a parte totum dixit; nam totam Siciliam dono dedit Proserpinae Jupiter.

La strada che io feci per andare alle reliquie dell'antica città, sembra essere l'antica che conduceva a questo tempio ed a quelli che in essa si trovano. Questa strada è intagliata nel sasso ed ha in ambi i suoi lati un' [p. 110 modifica]innumerevole quantità di sepolture incavate nel sasso stesso. È ben noto che tutte le vetuste nazioni, particolarmente i Greci, eccettuati alcuni popoli tra loro, come, per esempio, gli Spartani, seppellivano i morti fuori delle città, e che un sepolcro nell'interno delle medesime era riguardato come un segno di onorificenza che si accordava soltanto a' più grandi uomini, o eroi ch'erano morti in battaglia. La maggior parte di queste agrigentine sepolture sono state aperte da gran tempo. Vi si sono trovate urne e vasi, e tra questi vi è quello che sta nella sagrestia della cattedrale, ed un altro ugualmente bello ed ancora più grande è stato portato in Inghilterra immediatamente dopo la sua scoverta. Ne' tempi anteriori non si prendeva conto di tali vasi; si permetteva che vi fossero portati via, o che si rompessero, e perciò sopra tutto in Italia il loro numero è troppo piccolo in paragone di altri avanzi d'antichità. Tutti que' sepolcri sono rettangoli, come le tombe di pietra che si trovano qua e là nelle così chiamate sepolture de' Giganti in Danimarca. La pioggia e l'acqua che scorrono giù dal monte, dov'è costruita questa antica strada, hanno coverto di arena e terra la maggior parte di tali sepolcri; altri de' quali, a causa della pietra molle dove sono intagliati, [p. 111 modifica]sono stati interamente rotti. A piè del monte si vede un resto della muraglia ed una porta che conduceva a quelle tombe ed alla fortezza.

Il luogo della propria città d'Agrigento, ora ripieno di giardini e vigne, è una delle più incantevoli contrade che la natura possa offrire. Si vedono intorno dispersi avanzi dell'antica città. I recinti che dividono i giardini l'uno dall'altro, o che segregano la strada, sono formati da vetuste pietre d'ornamenti architettonici e da rotte colonne in parte d'un bellissimo marmo. In alcuni luoghi le nuove strade vanno nell'istessa posizione delle antiche, giacchè i fondamenti delle case stanno su d'ambi i lati, e vi si sono posti i detti recinti. Io potrei qui fare l'istessa osservazione che ho avuto di già occasione in Napoli, Pompeja e Trapani, che le strade delle antiche città erano quasi tutte anguste, lo che era molto naturale, perchè gli antichi rare volte si servivano di carri nell'interno delle medesime. Io andai in mezzo a tutta la lunghezza della città da occidente verso levante sempre fra rovine, finchè giunsi al limite dell'altezza, su della quale era costruita questa parte della città che qui termina con un aspro pendío.

Sopra questa punta le rovine di un grande e magnifico tempio signoreggiano, la cui smi[p. 112 modifica]surata base, fatta da pietre da taglio senza calce, non è affatto guasta. Delle colonne tutte d'ordine dorico scanalate e senza base, se ne trovano in piedi diciassette, ove tuttavia poggia una gran parte dell'architrave. Il lato che guarda scirocco è quasi totalmente illeso; ivi si osserva ancora una considerevole muraglia della cella fatta con pietre, ed in un'angolo un pezzo dell'antico pavimento. La base, su della quale s'innalza il tempio, è assai più grande che il proprio suo circuito, perch'esce fuori di 15 piedi in lunghezza e larghezza. Io vidi ancora i rottami d'una scala quasi coverta di terra, che dal tempio conduceva al di sopra. La base era incavata ed aveva camere, che adesso rimasero dalle cadute fabbriche sepolte. Tutta questa rovina è inesplicabilmente bella e pittoresca; ed io oso sostenere di averne vedute molto poche che facciano una sì forte impressione, dove la maestosa contrada, gli odorosi giardini, gli alberi crescenti in mezzo ad architettonici frantumi, le antiche sontuose colonne metà alzate e metà stese a terra, le masse delle pietre che stanno l'una sopra l'altra, e la bella veduta al limite del colle, si uniscono tutti per riempire l'anima di grata e dolce sensazione. La valle, su di cui pendono, è angusta, mentre dall'altro lato vi è una con[p. 113 modifica]siderevole collina, ov'era fabbricata Neapoli di Agrigento, di cui non è altro rimasto che bianche pietre, le quali giacciono sparse intorno al monte. A quale divinità sia stato quel tempio consegrato non è facile di stabilirlo con certezza. Fazello opinava, secondo una mera supposizione, che lo sia stato alla Pudicizia; probabilmente è da credere che appartenesse a Giunone, perchè noi sappiamo che ve ne sia stato uno in Agrigento, ed al presente si mostra sotto questo nome accreditato verisimilmente da Pancrazio. Fu in questo luogo, quando l'opinione di quell'autore sia giusta, che Zeusi pose il suo bel ritratto di Giunone, del quale Plinio nel suo 15.° libro dell'istoria naturale ed Aristotile nella sua poetica ne raccontano il fatto. Zeusi voleva, siccome doveva egli pitturare questa Giunone, esporre la più alta idea di bellezza e maestà; ma non credè che un sol corpo umano nelle particolari sue membra potesse possedere siffatta perfezione. Scelse perciò cinque delle più belle donzelle di Agrigento per modello. È probabile che questa pittura, come tutte le altre antiche fatte a fresco od in encausto con cera, fosse stata espressa su di un muro della cella, sotto la quale seppellita giace una delle più grandi e celebri opere dell'arte dell'antichità, quando i Romani [p. 114 modifica]non l'avessero portata via prima che il detto tempio fosse caduto a causa di sua vecchiezza[14].

Ho di già fatta menzione che questa fabbrica era situata nella superiore punta della città giusto a canto le muraglie. Si vedono queste tuttavia essere d'una considerevole altura, le quali possono sprezzare le ingiurie del tempo, perchè sono esse intagliate nel colle stesso. Si avanzano tali mura secondo le stesse tortuosità della ripida schiena del medesimo in distanza di 18 stadj, ossia un mezzo miglio, dal mare, appunto come viene riferito da Diodoro. Io andai un buon tratto lungo quelle mura, vedendovi molte nicchie, quali erano forse fatte per conservarvi le urne di coloro ch'erano morti per il bene del paese, i di cui spirti potevano cooperarsi alla difesa della città, giacchè le muraglie stesse proteggevano le loro ceneri. Con questa mira si costruivano in esso benanco camere per sepolcri; ed io n'esaminai particolarmente una, la quale consisteva in due camere in fila che avevano molte comunicazioni per urne, ed in una un colombajo[15]. In qualche distanza dalle mura vidi la così chiamata sepoltura di Terone ed il resto di quelle per gli Agrigentini che giacevano verso la parte di scirocco della città, di cui appresso sarò per parlare. [p. 115 modifica]

Trecento passi dal tempio di Giunone ve n'è un altro, il quale sinora è interamente illeso. La sua base, i corrispondenti gradini, tutte le sue scanalate colonne, l'architrave, il frontespizio, la cella, ed in una parola il tutto nel più perfetto stato si vede. Questo presenta la più distinta idea che possa aversi del modo, in cui un vetustissimo tempio compariva. Il suo colore è di un rosso gialliccio, dacchè la pietra della quale è costruito, è di qualità sabbiosa, rossiccia, mischiata con calcinate chiocciole; il quale colorito spande uno straordinario piacevole incanto. In questo edifizio regna l'antica dorica maestà ad una grande decorazione unita; ed il suo effetto, per qualunque parte si possa riguardare, è grande oltre misura, perchè l'armonia dell'opera tutta, l'occhio totalmente alletta e sorprende. Il detto tempio consiste in 34 colonne, che secondo il più antico stile dorico non hanno base veruna. Ciascuna di essa è composta di quattro pezzi; ambo i suoi ingressi, verso levante e ponente, sono ugualmente di buon aspetto. Tutte queste colonne formavano il portico che interamente circondava il tempio, la di cui non offesa muraglia è tanto lontana dalle colonne, per quanto queste sono tra loro distanti; ma all'ingresso ed all'uscita tale distanza è doppia. In ognu[p. 116 modifica]no di questi due lati poggiano ancora quattro colonne che appartenevano alla cella ed alla sua uscita. In ciascun lato della medesima vi sono sei porte, sopra le quali non si è d'accordo, se siano appartenute all'antico tempio, o state aperte la prima volta in tempi più freschi. Il muro della cella come il portico hanno il loro architrave con triglifi, ed il gomitolo con una quadrata apertura. Tutta la fabbrica è nella base 116 palmi lunga, e 40 larga; la lunghezza della cella è 80 palmi e 28 la larghezza. Nella parte orientale di essa da ambi i lati vi è una scala a lumaca che porta sulla parte superiore del tetto, il qual è il solo che se ne sia caduto. Esse hanno sei ripiani, ciascuno di cinque gradini di grossa pietra, i quali, come tutta la cella, sono uniti insieme senza calce.

Io ne salii una, e dall'architrave godei d'un incantevole vista sopra tutta l'intera bella contrada, e tutte le rovine che sono intorno la medesima disperse. L'istessa scala conduceva sotto terra, ove probabilmente vi sono delle camere che D'Orville a ragione crede che sia l'adito del tempio, o ciò che i Greci chiamano Ἂψις ove si celebravano i misterj[16]. Questo autore fu il primo che osservò questa scala, per aver veduto che ivi la muraglia era vacua, e per[p. 117 modifica]ciò la fece rompere. Sembra ancora che costui sia stato in una delle sotterranee camere, giacchè dice: Vix per delapsa cœmenta, et fragminia lapidum evasimus in concameratum conclave parvum. Questa camera dunque era probabilmente l'ingresso alla sotterranea fabbrica, in cui terminavano le due scale che andavano giù dalla parte di tramontana e mezzogiorno. La mia guida mi raccontò che un prete 40 anni fa era stato in queste volte. Adesso sono murate per timore che potessero servire di dimora e di rifugio a' banditi.

Da que' sotterranei D'Orville prende occasione per sostenere che il tempio sia stato consagrato a Cerere, e che dentro vi si festeggiassero i di lei misterj. La cosa intanto non è sì facile a determinarsi, perchè si manca totalmente di documenti istorici. Vi è forse un'altra ragione a favore del sentimento di D'Orville; cioè che di recente vicinissimamente a questo tempio si trovò un'antica forma, dove potevansi fondere piccole figure rappresentanti un'alata Iside. I Greci cambiavano assai spesso negli ultimi tempi Iside con Cerere; ed ancora nella più remota età la somiglianza tra queste due divinità era troppo grande, lo che può vedersi chiaramente dall'inno d'Omero a Cerere di recente scoverto, in cui la più gran [p. 118 modifica]parte della tradizione egiziaca d'Iside viene rapportata similmente di Cerere, ma con pochi cambiamenti. Da qui è cosa verisimile che la forma trovata appunto in tal luogo sia stata usata da' preti, per dare a' sagrificatori o pellegrini delle figure della divinità in quel luogo onorata.

Comunemente tale tempio si chiama della Concordia, perchè si sostiene essersi trovata vicino, o dentro del medesimo una iscrizione, la di cui autenticità è però contrastata da D'Orville e da altri scrittori: concordiæ agrigentinorum sacrum prespublica lilibetanorum dedicantibus m. atterio candido proc. et l. cornelio macello. q. pr. p.

Ma questa iscrizione, quando anche fosse legale, non altro dimostra che un'alleanza oppure ὀμόνοια, abbia avuto luogo tra Agrigento e Lilibeo, lo che era un uso assai generale nella Grecia e l'Asia, il quale costantemente sulle monete greche, ed in particolare su quelle di Efeso, Sardi, Smirne e Pergamo, si osservava specificato[17]. Io non credo che ciò possa persuaderci che i Greci avessero venerato la Concordia come una divinità; e sarebbe ancora assai più inverisimile, quando si volesse credere che un tempio costruito in antico ordine dorico fosse così moderno, che la sua [p. - modifica]Immagine dal testo cartaceoTEMPIO DELLA CONCORDIA A GIRGENTI [p. 119 modifica]dedica potesse essere scritta in latino. È ben facile però che questa iscrizione fosse conservata nel tempio come un sagro monumento, perchè noi sappiamo che appunto i tempj erano il luogo ove tali documenti di alleanza ed altri pubblici trattati venivano conservati.

Per ciò che concerne l'antichità di questo edifizio, si sostiene ch'esso sia più moderno di Diodoro Siculo, che vivea al tempo di Augusto, dappoichè nel parlare che fa questo istorico del tempio di Giove Olimpico in Girgenti, nel quale i nazionali non avevano potuto costruire il tetto alla fine della guerra punica, egli aggiunge: Ceterae enim aedes sacrae, vel exustae sunt, vel funditus destructae per crebras urbis expugnationes. Ma difficilmente gli Agrigentini a' tempi d'Augusto ed ancora qualche poco dopo erano nelle circostanze di costruire simile edifizio. Dalle parole stesse di Diodoro non ne segue che questo tempio non sia esistito a' suoi giorni, perchè il tetto ed ogni opera in legno avrebbero potuto essere incendiati, senza che fossero rimaste lese le colonne e le mura. Forse tale disgrazia soffrì il tempio già nominato di Giunone. Bisogna essere grati intanto alla religiosità degli Agrigentini, che quella bella fabbrica sia tanto poco ingiuriata, perchè al presente è divenuta una chiesa consegrata a San [p. 120 modifica]Gregorio che nel sesto secolo fu vescovo di Girgenti e gran taumaturgo. Questi è quello stesso S. Gregorio, le di cui sconosciute prediche greche ha fatto imprimere adesso in Venezia il dotto abate Marcelli di Roma. La chiesa è assai piccola, perchè questa si limita alla sola parte orientale della cella; essa non è tanto frequentata, perchè solamente la domenica si celebra una messa per i contadini e giardinieri della contrada.

Questo tempio stava vicino le mura della città, delle quali si trovano soprattutto considerevoli avanzi, come ancora da ogni parte colombai ed altri sepolcri. Trecento passi in distanza giacciono le rovine del tempio di Ercole, del quale non esistono che una mezza colonna scanalata, un pajo di basi ed alcuni gradini. Tutto il resto sta seminato intorno, dalle cui rovine si può conchiudere che il medesimo sia stato bastantemente grande. Vi era una bella statua in bronzo d'Ercole, di cui dice Cicerone: quo non facile dixerim quidquid vidisse pulchrius. Verre voleva portarsela via; ma gli Agrigentini, a' quali il tempio e la statua erano sagri, suscitarono di nuovo una rivolta e discacciarono la gente, la quale era stata mandata per prenderla. Forse questo fu il tempio a cui Zeusi, secondo la testimo[p. 121 modifica]nianza di Plinio, donò il ritratto di Alcmena; ma questo non è certo, perchè Cicerone nel suo libro de inventione rapporta che quell'autore diede la sua Alcmena a' Crotoniani; potrebbe asserirsi però che costui fece quel ritratto due volte. Quel quadro era a diverse figure, a cui appartengono le seguenti parole di Plinio. Magnificus est Hercules infans dracones strangulans Alcmena matre coram pavente et Amphitryo[18]. Zeusi almeno pinse Alcmena come la principale figura, per cui il quadro ne ottenne il nome; tanto più che gli antichi erano soliti rappresentare le persone in una interessante attitudine. Noi abbiamo ancora un'eccellente moneta d'argento de' Crotoniani, che dimostra Ercole riposato sopra lo scudo di suo padre, dopo aver egli strangolato i serpenti.

Una cupa strada divide il tempio d'Ercole da quello di Giove Olimpico. Questa, una volta sì grande e famosa fabbrica, che in tutta la Sicilia non aveva uguale, e che forse non fu superata mai in grandezza da alcuna in tutta la Grecia, è così adesso interamente rovinata, che nessuna pietra n'è rimasta sopra d'un'altra. Un campo intero è coverto da smisurati rottami, per cui è cosa assai difficile di formarsi [p. 122 modifica]un'idea della costruzione ed architettura della medesima. Diodoro che la vide, ce ne dà alcune notizie, che molto bene si uniformano più di quanto può adesso osservarsi, e che garantisce la cognizione, che questi immensi avanzi sono veramente appartenenti al tempio di Giove Olimpico. Gli Agrigentini avevano cominciata questa fabbrica in un'epoca, in cui la loro ricchezza e potenza erano arrivate ad un grado considerevole di prosperità. Essi erano alla fine dell'opera, alla quale non mancava che il tetto, quando la città fu conquistata da' Cartaginesi; per cui le loro forze vennero d'allora tanto meno, che non poterono mai di nuovo procurarsi il denaro necessario per portare alla fine quella fabbrica[19]. Questa restò sempre priva di tetto, e cadde senza essere stata usata a quell'oggetto per la quale era stata destinata.

L'architettura della medesima era ben diversa da quella degli altri tempi, giacchè consisteva in muraglie, in cui vi erano delle colonne doriche, ch'erano quadre verso l'interno ed a semicerchio verso l'esterno. Secondo la descrizione di Diodoro era lunga 360 piedi, larga 60, ed alta 120, ma sembra che queste dimensioni siano false da ciò che ne dice Riedesel.

Tal edifizio dovea esser proporzionato alla [p. 123 modifica]grandezza delle colonne, le quali possono darci una giusta idea del suo circuito; perchè queste mezze ritonde colonne, i di cui frantumi sono sparsi qua e là ed ammonticchiati l'un sopra l'altro, hanno 20 piedi di circonferenza ed undici scanalature, ciascuna delle quali è così spaziosa che io vi potea stare comodamente nicchiato. Il lato quadrangolare della parte interna Diodoro ce lo dà di 12 piedi, di maniera che la periferia della colonna, eccettuata quella parte coverta dal muro, era di 32 piedi. Riedesel mette tale contorno di 42 palmi napoletani, che quasi si uniforma con quella misura.

Adesso nulla vi è da vedere del piano del tempio, perchè le cilindriche e cubiche masse e gli smisurati capitelli dorici giacciono confusamente in terra gettati. Alberi e cespugli crescono sui medesimi; ed uno crede di trovarsi in una valle, ove siano piombati macigni da tutti i monti sovrastanti, piuttosto che sopra le rovine di un gran tempio. Dice Diodoro che i portici del medesimo erano d'una straordinaria grandezza e magnificenza; e particolarmente due grandi bassirilievi che la meraviglia d'ogni osservatore destavano. Dal lato di levante si rappresentava il combattimento de' Giganti – celatura magnitudine et elegantia [p. 124 modifica]operis excellens, il quale, secondo la proporzione della grandezza delle mura, doveva essere di figura probabilmente colossale. Nel lato di ponente vi era la distruzione di Troja, ove era rappresentata una gran folla di persone, tra le quali si conoscevano quelle de' più famosi eroi, ubi heroum unumquemque est videre ad habitus sui formam elaborate fabricatum[20].

Se piacesse darsi la pena di sgombrarne le rovine, si scuoprirebbero pezzi di queste due famose opere. Nell'anno 1783 si trovò diffatti una testa in marmo d'un giovane, che se la prese una dama francese. Un'antica tradizione fa credere che vi si potessero trovare avanzi delle statue di Giganti, perchè fin dall'anno 1401 una parte del portico occidentale era rimasta all'inpiedi. È probabile che vi erano là sopra tre Giganti, giacchè la città di Girgenti tanti ne porta nelle sue armi, su de' quali poggia una torre; ed il popolo ha sempre creduto che il tempio intero vi riposasse. Da ciò è da rilevarsi quanto smisurati doveano essere, quei gruppi intagliati in bassorilievo; e che quest'opera sia stata la più grande che l'arte degli antichi abbia alla sua perfezione recato. Quindi tali rovine forse per questa circostanza sono state chiamate dalle plebe il [p. 125 modifica]Palazzo de' Giganti. Il detto tempio non ha potuto essere stato distrutto dalle mani degli uomini, ma da qualche terremoto; ed il pezzo che allora esisteva nel 1401 cadde tutto in una volta, perchè i Girgentini non v'impiegarono alcuna attenzione[21]. Il re Martino che regnava in quei tempi, fece condannare a morte per tal cagione una delle persone del Governo. La latomia, daddove si ricavarono le masse immense per la detta costruzione, si vede ancora sul colle dove si trova l'attuale Girgenti.

Questi due tempj, cioè d'Ercole e di Giove, erano vicini alle mura della città e venivano, come di sopra ho detto, tra loro divisi per via d'una antica profonda strada incavata nel colle, la quale da una porta della città conduceva al luogo delle sepolture. Intanto non è da meravigliarsi che in questo luogo non si trovi adesso che un solo monumento, il quale sembra essere un sepolcro; da poi che avendo Annibale comandante de' Cartaginesi da qui assediata la città, devastò tutti i sepolcri che egli trovò, eccettuato quello del re Terone, perchè nel volerlo distruggere, fu egli spaventato da un fulmine che ivi fu dal cielo scagliato. Poscia la peste si estese sul campo dei Cartaginesi. I soldati e le sentinelle parlavano sempre di spettri che sembrava loro di vedere [p. 126 modifica]svolazzare sulle tombe, e consideravano la peste come un divino gastigo, per aver costoro profanate le sepolture de' morti, lo che tra tutte le antiche popolazioni era uno de' più grandi delitti. Forse il generale cartaginese non fece distruggere quei sepolcrali monumenti costretto dalla necessità, perchè impedivano questi i suoi approcci, ma stimolato dall'avarizia, onde poter saccheggiare le tombe e rubare i preziosi arredi ed i vasi che si era solito donare a' defunti. Si troverebbero in questa contrada belli vasi, monete ed altre manifatture, quando vi si volesse fare degli scavi. Quattro tazze d'oro che si conservano nel museo vescovile sono già state trovate in una tomba, e perciò ne devono essere sepolte ancora molte altre sotto la terra. Ma siccome i privati non possono intraprendere degli scavi senza permesso del Governo, così questi non hanno mai luogo, o se si tentano, si fanno di nascosto, e quindi il meglio si porta via o si guasta.

In questo luogo vi è una molto elevata fabbrica in forma di una piramide tronca a due appartamenti; il superiore è ornato da quattro colonne jonie, ed in conseguenza dimostra che questa opera sia di una data assai più nuova di quella degli altri resti di Agrigento[22]. Gli antiquari la chiamano la tomba di Terone; ma [p. 127 modifica]la plebe al contrario racconta che Falaride vi abbia interrato il cavallo; e forse in ciò non ha questa interamente torto. Virgilio dice magnanimum quondam generator equorum; e gli inni di Pindaro spesso cantano la vittoria che i cavalli di Terone e d'altri Agrigentini avevano riportato ne' giuochi greci. Il popolo di Agrigento amava i cavalli che avessero guadagnato in modo tale, che secondo la relazione di Diodoro innalzò loro superbi monumenti; e la descrizione che ne fa PlinioAgrigenti complurium equorum tumuli pyramides habent, sembra uniformarsi bene con il monumento che ivi tuttavia si osserva. La tomba di quell'eroe risparmiata da' Cartaginesi nou può essere certamente questa, di cui è parola, perchè quella esser dovea d'una più grande estensione, lo che non può dirsi di questa piccola fabbrica, molto più che tale sepolcro di Terone era costruito d'ordine dorico[23].

Non molto lungi da queste funebri opere in un bel vigneto vi sono alcuni avanzi di un tempio dedicato ad Esculapio. Questi riduconsi a tre gradini e ad un pajo di pilastri d'ordine dorico ancora alzati con una muraglia in mezzo, la quale forma al presente uno de' muri della casa di un contadino. In questo tempio vi era una famosa statua di Apollo, nella di [p. 128 modifica]cui anca vi era apposto il nome dello scultore Mirone in lettere d'argento, secondo la più antica usanza degli Etruschi; la quale circostanza rendeva agli occhi de' dilettanti questa statua tanto più interessante, in quanto che non era permesso agli artefici di mettere il loro nome sulle statue delle divinità[24]. Racconta Cicerone che questa statua, che i Cartaginesi involarono alla conquista di Agrigento, dopo la distruzione di quella repubblica fatta da Scipione Africano, fu restituita insieme al toro di Falaride; ma queste due opere furono portate via di bel nuovo da Verre.

In questa contrada, secondo il rapporto di Polibio, fu stabilita una parte del campo de' Romani nella prima guerra punica. L'altra si piantò qualche poco da lì distante sulla strada verso Eraclea. I Cartaginesi erano assediati sul monte, che oggi si chiama monte Toro, situato tra l'attuale Girgenti ed il porto. Di questi [p. 129 modifica]campi romano e cartaginese devono esservi degli avanzi; almeno il padre Pancrazio è dell'opinione che in certi luoghi, dove il colle si trova tagliato più ripido che altrove, sia stata opera dei comandanti onde rendere il loro campo più forte. La contrada intorno il tempio di Esculapio si chiama ancora a' nostri giorni con il nome comune di Campo romano.

Dopo aver io osservato tutti gli avanzi fuori delle muraglie, mi diressi al proprio circuito della città, ove esaminai le seguenti rovine. Sopra un'altura vicina alle mura che in questo punto sono assai alte, per essere intagliate sulle rocce che confinano con una profonda valle, in cui scorre il fiume Acrago, vi sono i resti di un tempio che si crede consegrato a Castore e Polluce. Tutto qui giace in uno straordinario disordine, in modo ch'è cosa impossibile indovinare quale forma abbia avuto quell'edifizio. Dal terzo inno olimpico di Pindaro può rilevarsi che i Dioscoridi fossero stati venerati in Agrigento, benchè questo passo non interamente dimostri che costoro abbiano avuto un tempio particolare.

La veduta di sopra la muraglia giù verso la valle, ove scorre il nominato fiume, è sommamente deliziosa, per essere questa valle coverta di vigne e di oliveti. Qui era la grande e [p. 130 modifica]celebre piscina degli Agrigentini, che aveva sette stadj di circuito ed una profondità di venti braccia. L'acqua di quel fiume e delle sorgenti era radunata in quel luogo ed oltre una gran quantità di pesci, vi si mantenevano molti cigni. Al tempo di Diodoro era già distrutta e piena di loto; e adesso non vi è da vedere che una profondità coltivata d'alberi, ove nell'inverno vi si raccoglie dell'acqua, che in estate interamente si asciuga[25]. In mezzo de' giardini che sono nella valle, vi è una fontana, dalla quale esce fuori della nafta, e nuota al di sopra dell'acqua. Questa era ben conosciuta dagli antichi, perchè Solino e Plinio ne fanno ricordo.

Del tempio di Vulcano rimangono tuttavia due colonne con quattro gradini; una delle prime elevasi su di un angolo, e perciò ben anco i detti gradini formano l'angolo suddetto.

L'intera città è controminata di cisterne ed acquidotti, che nella maggior parte sono incavati nel colle stesso, ed ove l'acqua vi si conduce dai vicini monti. Si chiamano questi condotti conductus Phœacii, perchè furono costruiti da un agrigentino chiamato Pheace. Sono ancora in parte empiti d'acqua. Questi canali, riguardo la loro lunghezza e profondità, erano in verità un'assai interessante opera, e [p. 131 modifica]potrebbero essere ragionevolmente paragonati con quelli della cloaca romana. Io ne misurai uno, ove scorreva ancora dell'acqua, ed era tre braccia profondo[26].

Alcuni pochi rottami dimostrano, dove erano situati il circo e la collina, su de' quali si facevano diversi esercizj ginnastici. Del teatro non vi sono che alcuni fondamenti e volte. Su di una parte di questi è costruito un convento, nel di cui giardino vi è una piccola quadrata e molto semplice fabbrica che serve adesso a monaci per dormitorio, la quale si chiama la cappella di Falaride, oppure il tempio del Sole. Probabilmente apparteneva al teatro, stando questa in sua vicinanza[27].

Questi sono tutti i più meravigliosi superstiti avanzi dell'antica Agrigento. Chi brama di conoscerli più esattamente, bisogna che sfogli l'opera del padre Pancrazio, il quale descrive con prolissità ogni pezzo ch'egli ha veduto, dandone de' particolari disegni; ma questi sono così meschini che necessita essere sopra luogo per poterli ben comprendere.

Bisogna ancora che io dica qualche cosa intorno i singolari fenomeni della natura che si osservano ne' contorni di Agrigento. Quattro miglia in distanza dalla città verso il nord vi è un monte chiamato Macaluba, che merita [p. 132 modifica]farsene menzione, perchè questo da una quantità di piccoli crateri che si trovano sulla piana sua sommità, vomita sempre acqua fredda mischiata con creta, come le montagne vulcaniche gettano fuoco e lava. Qualche volta fa delle grandi gonfiagioni, si sentono de' gagliardi sotterranei tuoni, e finalmente formandosi de' buchi, getta da questi acqua fredda e creta. La superficie del monte sembra essere vuota, giacchè, quando vi si cammina, il suolo si piega come ghiaccio sottile. Secondo Dolomieu sono attribuiti tali singolari fenomeni all'aria fissa, la quale vi si sviluppa in gran copia a causa di una sorgente d'acqua salata, che sciogliendo l'argilla e la calce, rende necessaria la libera uscita di quell'aria. Mi dispiace di non aver io visitato questo monte, ma io ne trovai delle descrizioni in un piccolo trattato del commendatore Dolomieu, poco dopo che lasciai Girgenti[28], ed in seguito osservai che Fazello parla di questa singolare montagna, sebbene non ne abbia egli esattamente osservati e descritti tutti i fenomeni[29].

Quattro miglia distante da Girgenti giace il porto, il quale è il migliore di quanti ve ne [p. 133 modifica]sono nelle coste meridionali della Sicilia, sebbene non sia pienamente protetto dalla parte di scirocco. Intanto una ben lunga diga, contro la quale si rompe il primo impeto dell'onde, in certa maniera lo difende, mentre un piccolo borgo con una batteria tiene in soggezione i corsari. Questo è sotto l'ispezione di un capitano del porto, il quale è incaricato di prender cura, acciò ivi si faccia la quarantena, e che i bastimenti vi siano sicuri. L'attuale capitano è don Andrea Balbo, un ben degno uffiziale di marina, di cui non posso abbastanza lodare la ospitalità ed amicizia. Io ebbi il piacere di trovar là due bastimenti danesi, il quali non mancarono d'influire a rendermi piacevoli i giorni sei che io passai in Girgenti[30].



  1. [p. 260 modifica]Aristone e Pistillo furono i capi della colonia di Gela mandata alla costruzione di Agrigento. Tra i diversi autori che ne fanno chiaro ricordo, Tucidide, nel lib. 6, così si esprime: Anno autem propemodum centesimo octavo ab urbe sua condita Geloi Acragantem condiderunt, urbemque ab Acragante fluvio nominarunt, et coloniae deducendae, et collocandae duces sibi delegerunt Aristonum et Pystillum. Marciano Eracleota, in orbis descriptione, vuole l'istesso: Megarenses Selinuntem, Gelenses vero condiderunt Agrigentum. Alla nota seconda del seguente articolo si dimostra che Gela fu eretta da una colonia di Rodiani, e perciò a ragione Polibio, nel lib. 9., cap. 5, asserisce: Nam quum Rodiorum [p. 261 modifica]colonia sit Agrigentum. Falconer, in Strabone lib. 6, scrive: Agrigentum a Gelois conditum anno A. C. 582.
  2. [p. 261 modifica]Qui vi deve certamente essere errore di stampa. Il circuito di Agrigento si faceva ascendere a dieci miglia. Diodoro nel lib. 13 fa montare quel popolo a 1,100,000 abitanti. Esagerazione!
  3. [p. 261 modifica]Questo passo di Pindaro è nel secondo inno olimpiaco; le parole sono le seguenti: I quali, (forse gli antichi) soffrendo molto animosamente, tennero la sagra sede del fiume. Ciò dimostra la venerazione che di quei tempi si avea verso i fiumi; ma non che Agrigento abbia con effetto derivato il nome dal vicino fiume Acraga. Stefano Bisantino lo asserisce con chiarezza: Agragas urbs Siciliae a praefleunte amne dictu.
  4. [p. 261 modifica]Χάνδος, giallo, biondo, ἀκραγας, parola greca composta dalle due ἄκρος e γέα, ossia sommo e terra, come se dir si volesse terra sommamente fertile, eccellente. In questo caso pare che il fiume avesse preso ancora da tale significato la sua denominazione.
  5. [p. 261 modifica]Queste lettere sono state causa d'una forte e lunga disputa tra due dotti inglesi, Dodwel e Bentley, per cui moltissimo si è da loro scritto. Il primo le avea per autentiche, mentre apocrife l'altro le credea. Questi le sue ragioni appoggiava sulla certezza, che l'invenzione dell'epistole dovuta ad Atosa, figlia del Gran Ciro, era posteriore all'epoca di Falaride. Gridava il Dodwel, che questi due furono contemporanei, dimostrando di pari passo che le lettere erano in uso prima di quel Sovrano. Le medesime intanto, vere o false che siano, hanno un merito distinto per la perfezione della lingua, per la cognizione della politica e per la morale. Così le descrive l'anonimo autore del libro intitolato: Utilité du pouvoir monarchique. Ed in verità vi si ammirano de' bellissimi sentimenti. Esse trovansi inserite nell'opera del padre
  6. [p. 262 modifica]Di questo ce ne rende sicuri Plinio, lib. 9, cap. 5. Nam quum Rhodiorum colonia sit Agrigentum jure merito hic Deus eodem nomine colitur atque apud Rhodios. In Grecia vi erano degli esempi che il costume dimostrano di adorarsi diverse divinità nel tempio stesso. Presso Delfo ve n'era uno, in cui si trovavano gli altari di Giove, Diana e Minerva. Pausania, lib. 10, cap. 5. I Greci questo uso dagli Egiziani adottarono, da cui dovettero prendere le prime idee dell'architettura. Erodoto infatti fa menzione d'un gran tempio d'Apollo in Egitto, nel quale si veneravano insieme Minerva e Latona. V. Giuseppe del Rosso, Ricerche sull'architettura degli Egiziani. Nell'Enciclopedia, art. Antiq., si legge: Lorsqu'on honoroit plusieurs divinités dans une même enceinte, elles avoient chacunes une celle particulière, le temple de Jupiter Capitoline étoit accompagné de deux autres temples, ou Nefs consacrés à Junon et Minerve.
  7. [p. 262 modifica]L'inglese Russel, nel suo giro fatto in Sicilia nel 1819, assicura di aver ivi sentito, quanto succede nella tanto decantata galleria di S.Paolo in Londra, chiamata the whispering gallery, ossia susurrante galleria.
  8. Un altro famoso bassorilievo, il quale dimostra che gli artisti abbiano rappresentato spesso delle scene secondo la descrizione di qualche poeta, si trova in più copie in Roma. Rappresenta questo la morte di Egisto e Clitemnestra per le mani d'Oreste e Pilade; e la pena che doveva soffrire Oreste, per essere stato perseguitato dalle furie. L'idea è presa totalmente dalle Coephore ed Eumenidi di Eschilo; e l'artefice ha seguito il poeta nel più minuto dettaglio. Io rapporto appunto questo esempio, perchè il sig. Heeren, professore in Gottinga, ch'è stato con me in Roma, nell'eccellente suo trattato Commentatio in opus celatum antiquum musei Pio-Clementini, Romae 1786, il quale trovasi ancora in tedesco nella 3 parte della letteratura delle arti degli antichi, ha sempre costantemente uguagliato l'artista con il poeta.
  9. [p. 240 modifica]L'autore non poteva prevedere sino a qual grado di estesa celebrità dovesse giungere il padre Piazzi. L'attuale specola di Palermo, eretta nel 1791 e distinta in mezzo alle più cospicue d'Europa, deve a questo insigne personaggio tutto il suo splendore. Riconoscenza uguale deve ancora tributargli Napoli per quella di recente sotto la dotta sua direzione stabilita. A' di lui meriti sommi altro assai pregiabile se ne aggiunge, quello cioè di aver saputo sviluppare e nudrire tra i molti suoi scolari il gusto per le matematiche, ove non pochi di essi segnalati si sono, tra i quali l'astronomo sig. Cacciatore, attual direttore di questa specola. Il signor Zach, pieno di giusta venerazione per il P. Piazzi, nella corrispondenza astronomica, tom. 2, lettera 25, dice: voici en peu des mots l'histoire succinte de l'astronomie napolitaine. Quant à la Sicilienne le P. Piazzi nous a donné le commencement et peut étre aussi la fin. Per quanto rispetto aver si debba per le cognizioni astronomiche di quel dotto autore, [p. 241 modifica]non credo che se ne potrà aver molto per la sua astrologia. Se prima del 1790 da indovino avesse voluto proferire una sentenza sullo stato della futura astronomia in Sicilia, avrebbe forse negata la possibilità del cominciamento della sua istoria. Il P. Piazzi gli avrebbe fatto conoscere di essere ingannato; ed io spero che qualche suo allievo, od altri renderà vana la disgustosa profezia del medesimo. Dopo l'epoca di cui parla il sig. Münter, questa capitale da altri soggetti per pregi acquistati in diversi rami di scienze e letteratura è stata decorata. Tra costoro primeggia il professore abate Scinà, il quale, oltre le grandi cognizioni matematiche e fisiche, possiede in grado eminente le istoriche. Le opere da lui pubblicate, per le quali da tutte le parti se gli sono dovuti elogi tributati, lo rendono degno di rispetto; e perciò si è nella giusta aspettazione di quelle, sulle quali il medesimo è al presente seriamente occupato.
  10. Ne' di sopra nominati opuscoli siciliani si ritrova ancora una buona ed istruttiva descrizione di tutto il detto sarcofago, ed un paragone con Euripide di un certo avvocato girgentano di nome Vincenzo Gaglio.
  11. [p. 241 modifica]Nell'anno 1805 con real decreto S. M., attuale benefico Sovrano, si degnò di elevare questa accademia al posto di università, accordandole il privilegio di conferire lauree in teologia, filosofia, giurisprudenza e medicina.
  12. [p. 241 modifica]I fondamenti dell'edifizio, ove casualmente ritrovaronsi quei vasi, furon quelli del presente albergo reale.
  13. [p. 241 modifica]Trovandosi adesso alla direzione di questa pubblica beneficenza il dotto abate Scinà, è stata arricchita delle più belle ed interessanti opere si di antichi classici, come de' più eccellenti moderni scrittori in ogni ramo di scienze, letteratura ed arti. Questo comune ha stabilito una rendita annuale di once mille per acquisto di libri, e per far che vi si presti quel regolare ed utile servizio, della cui condotta sono incaricati buoni ed intelligenti sacerdoti. Qui l'autore non incontrerebbe quella scarsezza di giovani da lui osservata nelle librerie d'Italia, dacchè regolarmente vi si recano [p. 242 modifica]a studiare più di sessanta, ed alle volte un centinajo di persone d'ogni ceto ed età. Al presente l'abate Scinà è occupato ad ingrandire, e più sistematicamente ordinare questa biblioteca, dando al tempo stesso una più decorosa forma all'esterno dell'edifizio, per cui vi si è innalzato un portico che ha tutto il gusto della robusta e semplice architettura greca, il cui disegno è del capitano Ragona al servigio dell'artiglieria. I Padri dell'oratorio dell'Olivella, una libreria ricca di buonissime opere in diversi rami di scienza posseggono. Questa è destinata ben anco per comodo del pubblico, la quale sarà oggi ad un grado di maggiore utilità recata, per trovarvisi alla direzione e come bibliotecario il P. Gaspare Grassellini, che ben istruito nelle scienze teologiche ed ecclesiastiche, è altresi adorno di tante altre cognizioni di fisica e letteratura.
  14. [p. 242 modifica]Ecco Münter quel che ne dice all'articolo sopra le contrade di Napoli: nella porta principale della cattedrale di Salerno una lapide si trova con singolari caratteri creduti normanni, malgrado che alcuno non abbia potuto sinora interpetrarli.
  15. [p. 243 modifica]Non si saprebbe abbastanza lodare il merito di questo originale poeta, da tutti uguagliato a Teocrito ed a Anacreonte; ma da qualche intelligente creduto superiore a questo ultimo in ciò che riguarda la macchina delle sue composizioni. Naturale e semplice ad un grado eminente, e nel tempo stesso energico; descrittore esatto ed ameno ne' grandi che ne' più minuti dettagli, sorprende sempre l'anima, e grata e sensibile tenerezza le ispira. Dopo Ossian non credo che vi sia stato poeta che siffatto incanto possedesse, e con tanta forza e rapidità abbia saputo farsi strada nel cuore dell'uomo. Non tarderà molto a veder la luce la vita di questo poeta, scritta dal sig. Agostino Gallo, ricavandone gli elementi da alcune autentiche carte del medesimo, e da ciò ch'egli stesso ne' suoi discorsi familiari gli aveva raccontato. Per via di una soscrizione, promossa dal letterato fervore di quel giovane se gli eresse in S. Francesco un sarcofago con il suo busto in marmo. L'ornatissimo Principe dalla Trabia possiede un altro busto di esso illustre poeta, il quale è d'una grandezza al di là del naturale.
  16. [p. 251 modifica]Leggasi la nota numero tre e particolarmente il testo di Cicerone.
  17. [p. 251 modifica]Secondo Fazello, Deca 2, lib. i, cap. 2, Anchise morì nel luogo oggi chiamato Bonagia.
  18. [p. 251 modifica]Ecco quanto ne dice Diodoro nel libro 4: Qui (Erice) sui quoque nominis urbem in aedito loco edificavit, in cujus arce templum matri condidit, omnique apparatu et donariorum copia exornavit. Stefano, de urbibus, asserisce l'istesso; Eryx urbs Siciliae ab Eryce Veneris, el Bute filio. Credesi ancora da qualcuno che l'istesso Enea ne fosse stato il fondatore, come da Mela ci viene riferito ne' termini seguenti: Montium Siciliae Eryx maxime memorantur ob delubrum Veneris ab Enea conditum. È degno di osservazione che Strabone nel [p. 252 modifica]l. c. ci rapporta esservi stato in Roma un altro tempio ugualmente sacrum Veneris Erycinae dictum.
  19. [p. 252 modifica]Ecco la sua espressione che nel lib. 4 si legge: Aureum quoque fanum Erycinae Veneri ingenio, et artificio magno fabricavit, vero et naturali facto tam assimilem, ut extra imitationis aleam esset. Ἰεροδοῦλαι, parola composta dalle due greche ἰερος, sagro e δοῦλαι, serve. Qui pare che l'esattezza dell'autore cada in equivoco, perchè, secondo le parole di Strabone, nel lib. 6, non si dice che quelle donne fossero state mille. Lo fa marcare però espressamente parlando nel libro ottavo di quelle in Corinto: et Fanum Veneris Corinthi ita fuit locuplex, ut plures quam mille habuerit sacrorum famulas meretrices, quas Deae viri, mulieresque dedicarunt. Riguardo a quelle di Erice così ne fa parola nel lib. 6: Praecipua cultum religione Hierodulis mulieribus plenum, quas juxta votum dedicabant tum Siculi cum alii multi exteri.
  20. [p. 252 modifica]Svetonio però, nella vita di quell'Imperatore, dice esserne stato costui il restauratore: Templum quoque in Sicilia Veneris Erycinae vetustate collapsum, ut ex erario populi romani reficeretur, auctor fuit.
  21. [p. 252 modifica]È da riflettersi che questo tempio, o da Trojani, o da Erice, o da Dedalo innalzato, vantar deve sempre un'antichità remota a segno che ad epoche corrisponde, ove ancora degli ordini di architettura conoscenza non si avea. Quand'anche vero fosse che Doro e Jono fossero stati gl'inventori de' due ordini che il nome ne portano, come il solo Vitruvio ci dà ad intendere, pure l'uso n'era da principio sì poco comune che dallo stesso Omero non se ne fa veruna menzione. Descrivendo egli la sontuosità e magnificenza di Tebe, de' palazzi di Priamo e Menelao, ed in particolare d'Alcinoo e de' due tempi di Minerva e di Vulcano, non presenta ragione da farci comprendere che al [p. 253 modifica]suo tempo conosciute fossero regolarità e bellezza di architettonico ornamento, o per dir meglio dell'ornamento chiamato ordine. Il portico di questo poeta non può esser certamente quello di cui noi intendiamo parlare; nè sa comprendersi come i traduttori abbiano voluto dare siffatto significato alla parola Ἀίδουσα che costui usa nella descrizione di quei palagi, il cui radicale essendo ἀίδω, ossia brucio, accendo, risplendo, pare che non abbia rapporto veruno con il nostro portico. Quel famoso tempio di Erice dunque qual forma avea? Quale ordine, quale gusto, o magnificenza di architettura vi si ammirava? Cosa ci possono far discernere su di questo quelle spezzate colonne che sole tuttavia n'esistono, seppure veramente gli appartennero? Nulla. Essendo tutto favoloso ciò che intorno l'origine del paese si è scritto, lo è ben anco quanto l'origine di quel sagro edifizio riguarda.
    Scrittori rispettabili e generali tradizioni ci danno come vera l'esistenza d'uomini straordinariamente grandi, di Giganti. Beroso, Omero, Timeo, Diodoro, Strabone, Plutarco, Filostrato, Solino, ed altri antichi, e tra' moderni Fazello, Valguarnera, Inveges, Mongitore ed alcuni autori di estere nazioni, ce la vogliono assolutamente far credere. E perchè no? Forse Iddio non sapeva far Giganti? e che dopo creati, non fidavasi di distruggerli e lasciarne soltanto superstiti in qualche parte della terra, ed in proporzioni meno grandi ed esagerate? Vi volle forse minor sapienza e difficoltà nella creazione de' nani della Lapponia e della Groenlandia? Intanto questi si credono perchè si vedono, quelli all'opposto si negano, perchè non sono più veduti. A' sentimenti di tutti i menzionati autori si aggiunge la sagra autorità della Scrittura. Nella Genesi, cap. 6, verso 4, si legge: Gigantes autem erant super terram in diebus illis. Dotti interpetri però asseriscono che i Settanta abbiano [p. 252 modifica]È da riflettersi che questo tempio, o da Trojani, o da Erice, o da Dedalo innalzato, vantar deve sempre un'antichità remota a segno che ad epoche corrisponde, ove ancora degli ordini di architettura conoscenza non si avea. Quand'anche vero fosse che Doro e Jono fossero stati gl'inventori de' due ordini che il nome ne portano, come il solo Vitruvio ci dà ad intendere, pure l'uso n'era da principio sì poco comune che dallo stesso Omero non se ne fa veruna menzione. Descrivendo egli la sontuosità e magnificenza di Tebe, de' palazzi di Priamo e Menelao, ed in particolare d'Alcinoo e de' due tempi di Minerva e di Vulcano, non presenta ragione da farci comprendere che al [p. 253 modifica]suo tempo conosciute fossero regolarità e bellezza di architettonico ornamento, o per dir meglio dell'ornamento chiamato ordine. Il portico di questo poeta non può esser certamente quello di cui noi intendiamo parlare; nè sa comprendersi come i traduttori abbiano voluto dare siffatto significato alla parola Ἀίδουσα che costui usa nella descrizione di quei palagi, il cui radicale essendo ἀίδω, ossia brucio, accendo, risplendo, pare che non abbia rapporto veruno con il nostro portico. Quel famoso tempio di Erice dunque qual forma avea? Quale ordine, quale gusto, o magnificenza di architettura vi si ammirava? Cosa ci possono far discernere su di questo quelle spezzate colonne che sole tuttavia n'esistono, seppure veramente gli appartennero? Nulla. Essendo tutto favoloso ciò che intorno l'origine del paese si è scritto, lo è ben anco quanto l'origine di quel sagro edifizio riguarda.
    Scrittori rispettabili e generali tradizioni ci danno come vera l'esistenza d'uomini straordinariamente grandi, di Giganti. Beroso, Omero, Timeo, Diodoro, Strabone, Plutarco, Filostrato, Solino, ed altri antichi, e tra' moderni Fazello, Valguarnera, Inveges, Mongitore ed alcuni autori di estere nazioni, ce la vogliono assolutamente far credere. E perchè no? Forse Iddio non sapeva far Giganti? e che dopo creati, non fidavasi di distruggerli e lasciarne soltanto superstiti in qualche parte della terra, ed in proporzioni meno grandi ed esagerate? Vi volle forse minor sapienza e difficoltà nella creazione de' nani della Lapponia e della Groenlandia? Intanto questi si credono perchè si vedono, quelli all'opposto si negano, perchè non sono più veduti. A' sentimenti di tutti i menzionati autori si aggiunge la sagra autorità della Scrittura. Nella Genesi, cap. 6, verso 4, si legge: Gigantes autem erant super terram in diebus illis. Dotti interpetri però asseriscono che i Settanta abbiano [p. 254 modifica]malamente tradotte le parole ebraiche nephilim e gibboim, che uomini empii significano. Il canonico Mazzocchi però, con la vasta sua cognizione nelle lingue orientali, dimostra tutto il contrario, Diss. 3, tomo i, Specilegii biblici. Nei numeri, cap. 13, verso 34: Ibi vidimus monstra quaedam filiorum Enac de genere giganteo. Nel Deutoronomio, cap. 2, verso 21: Populus magnus, et multus procerae longitudinis sicut Enacim. Tralascio per brevità tanti altri simili passi, e volendo aggiungere le opinioni de' fisici e degli storici naturali, giova servirsi del più valente ed esatto tra costoro del conte De Buffon. Egli, nel suo Trattato dell'epoca della natura, dopo non pochi ragionamenti conchiude: Ces témoignages me paraissent suffisans pour qu'on puisse croire avec quelque fondement, qu'il y a autrefois éxisté dans le continent de l'Asie non seulement des individus, ma des races des Géans, qu'ont été détruits, et dont les derniers subsistoient encore du temps de David. È ben conosciuta l'importante disputa tra Habicot chirurgo di Parigi e Riolan dottore in medicina e celebre anatomico, risguardante le ossa del re Teutoboco, scoverte nell'anno 1613 nel Delfinato. Il primo di quei due pubblicò un'operetta sotto il titolo di Gigantosteologia, ed il secondo diede alla luce la sua con il nome di Gigantomachia, alla quale essendosi dal primo risposto nel 1618, De Buffon, tra le altre cose da lui notate sul contenuto di essa risposta, in questi termini si esprime: Il donne ensuite les lettres, qui lui ont été écrites dans le temps de la découverte de ces os, et qui semblent de confirmer la réalité du fait du tombeau, et des os du géant Téontobocus. Chi è guidato da maggiore curiosità può ricorrere alla memoria del sig. Le Cat, al giornale letterario dell'abate Nazzari, al lib. 7 della storia della Scozia di Ettore Boezio, ed alla lettera del P. Gentil, prete dell'Oratorio, inserita nel Journal des Savans dell'anno 1692.
    [p. 255 modifica]Or ciò posto, quali raziocinj possono addursi sufficienti a dimostrare l'impossibilità dell'esistenza de' Giganti e gli errori e le assurdità d'uomini tanto dotti, e di molte e rare conoscenze dotati? Nella prima età del mondo tutta la generazione, non solo negli uomini, ma ben anco ne' bruti, progrediva con sommo vigore e mirabile sviluppo. Le ossa impietrite trovate in Siberia, e che all'elefante, ippopotamo e corno d'ammone si appartengono, osservati si sono d'una grandezza al di là della regolare. E siccome molte razze di animali estinti si sono, così è da credere che sieno perite ancora quelle degli uomini giganteschi; e che soltanto i Patagoni ne sieno rimasti viventi. Les abitans du pays (La Martinière parla di questa nazione) sont d'une taille gigantesque. Les Espagnols, qui étoient avec Magellan, ne leur vennoient, que jusqu'à la ceinture. Gli stessi Enciclopedisti, avversi a questa credenza, negar non possono che ivi trovavansi de' Giganti: Ces prétendus Géans n'étoient au fond que des hommes très-grand, et qui auroient eu environ six pieds et demi par le rapport des mesures modernes au pied de roi. Dimando se per gigante s'intenda tutt'altro che homme très-grand, e se gli uomini d'una statura di due palmi e mezzo più alta della comune, non siano giganti? Si creda quel che si voglia, et quae unusquisque de ipsis sensit. Tucidide, lib. 6.
  22. [p. 255 modifica]Queste isole sono celebri nell'istoria della prima guerra punica. Esse furon dette Egadi, e da Virgilio Are, perchè vi si conchiuse la pace tra i Cartaginesi e Romani, con la quale si diè fine a quella guerra, ed in conseguenza di essa la Sicilia, a riserva del picciolo regno di Jerone, divenne provincia romana.
  23. [p. 255 modifica]Mozia fu edificata, oppure abitata da' Fenicj V. nota n. 3, Palermo. Stefano, l. c., vuole che Ercole ne sia stato il fondatore, asserendo Motya urbs Siciliae a Motya femina, quae indicavit [p. 256 modifica]Herculi eos qui ipsius boves abegerunt. Fazello, Dece 2, lib. i, cap. i, riferisce l'istesso, ma commette lo sbaglio di situarla presso il promontorio Pachino. Diodoro nel lib. 14 ne fa una bella descrizione: Non procul enim ab hoc colle (Erice) sita erat urbs Motya colonia carthaginensium. Jacet autem haec urbs in quadam insula a sex stadiis ab ora Siciliae distans, et multitudine domiciliorum elegantiaque praeclare instructa. Una seconda Mozia eravi nelle vicinanze di Agrigento, la quale non era che un presidio della medesima, come l'ora nominato autore ci fa sapere: Ductisque (Ducezio) in agrogantinorum regionem copiis Motyam agragantino praesidio munitam oppugnare adoritur. La terza Mozia, se sia mai esistita, si crede che fosse stata costruita nelle spiagge di Mondello, o Sferracavallo, o nell'isola delle Femmine. Su di ciò gli autori sono così discordi, che nulla di vero possono farci rilevare. V. De Blasi, l. c., lib. i parte i, cap. 5.
  24. Cicerone racconta di Fidia, ch'egli trovò un sutterfugio per evitare l'adempimento di questa legge: avea cioè egli fatto una statua di Minerva, sul di cui scudo invece del suo nome vi pose il suo ritratto. Sui similem speciem inclusit in Clypeo Minervae cum inscribere non liceret. Quest. Tusc. i, 54.
  25. [p. 256 modifica]Si vuole che questo nome derivi da un pozzo ivi chiamato Lilybe, o Lilyba, Diodoro lib. 13, Cluverio lib. 5, cap. i. D'Orville si appoggia a quanto ne interpreta Bouchart, cioè che questa parola sia orientale, proveniente da Lelubo, che vuol dire luogo situato verso Libia; si è data dunque a questo promontorio ed al pozzo siffatta denominazione. Oggi si chiama corrottamente Boeo; e qui i Fenicj, poco dopo di essere stata Selinunte da' Magaresi e Siculi edificata, costruirono la famosa città di Lilibeo. Eccone la testimonianza di Diodoro nel 22 libro: Pyrrhus omnem carthaginentium ditionem suae potestatis et arbitrii fecit praeter Lilybeum, hoc namque oppidum a Carthaginensibus fuit conditum, postquam Dionisius tirannus Molyam Carthaginentium expugnaverat. Questa fortificata città lunghissimo assedio sostenne contro i Romani, in cui dalle due nazioni si manifestò tutto ciò che havvi di grande, intelligente e sagace nell'arte della difesa e dell'attacco delle piazze. Le siege de Lilybée [p. 257 modifica]est sans contredit le chef d'oeuvre de l'art. Folard in Polibio. — Sulle rovine della medesima fu dai Saraceni costruita l'attuale città di Marsala, che il suo nome deriva dall'arabo Marset alla che significa porto di Dio. Non v'è altro resto di antichità da vedere che il pozzo sito nella chiesa di S. Giovanni. Lilibeo fu ancora celebre per la dimora e per la sepoltura della Sibilla Cumana. Solino, capitolo ii, così ne scrive: Lilybitano scilicet promontorio Lilybeum oppidum decus est Sibillae sepulcro. Isidoro, Orig., lib. 8, cap. 8, asserisce, dicta autem, inquit, Cumana a civitate Cumis, quae est in Campania, cujus sepulcrum in Sicilia adhuc manet. D'Orville, part. i, cap. 5; si spiega così: Parietes, et ipsum pavimentum opere musivo ex parte sunt insignia, quae tamen ornamenta non ipsam cavernam antiquitate aequare, sed medii potius aevi censuerim; nam antrum ipsum facile crediderim esse antiquissimum.
  26. [p. 257 modifica]L'autore parla sicuramente di miglia alemanne; perciò Mazzara è distante da Marsala miglia due e mezzo circa, e non un miglio.
  27. [p. 257 modifica]Mazzara non era che un semplice castello de' Selinuntini, di pochissima importanza, perchè Guiscone se ne impadronì senza pena veruna nelle guerre tra i Segestani e quella popolazione. Ciò viene riferito nel lib. 13 di Diodoro. Versus Selinuntem iter facit, ubi ad Mazzarum flumen pervenit. Emporium illic situm primo insulto capit. Post ad urbem propius accedens.
  28. Nei suoi viaggi all'isole di Lipari, Parigi 1784, 8.°
  29. [p. 257 modifica]Nel luogo dove tale colonia giunse dalla Grecia sotto il comando di Lamide, edificò la città Ibla Megara. Tucidide nel lib. 6 asserisce che anno centesimo post urbem ab ipsis conditam (Ibla) Selinuntem Pammilio illuc misso condiderunt Zanclaei Mylas habitantes, Callipolim Naxi, Selinuntem Megarenses Siculi; e Marciano ancora attesta l'istesso, dicendo: Megarenses Selinuntem, Gelenses autem condiderunt Agrigentum. Secondo il computo che ne [p. 258 modifica]Questo tempio è della classe di quelli chiamati Ditteri da δίς e πτέρον, cioè due ed ala, perchè aveva due circuiti di colonne, ossia due περίπτεροι, che significa circondato di colonne.
  30. [p. 258 modifica]Questo tempio è della classe di quelli chiamati Ditteri da δίς e πτέρον, cioè due ed ala, perchè aveva due circuiti di colonne, ossia due περίπτεροι, che significa circondato di colonne.