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Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore/Note al Viaggio da Palermo a Girgenti

Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Note al Viaggio da Palermo a Girgenti
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Note al Viaggio da Palermo a Girgenti.


(1) Attualmente il Governo è seriamente intenzionato di far continuare le strade che già aperte si sono, ed energiche misure si sono prese, per intraprendere la costruzione di quelle che mancano.

(2) Questo non fu da principio che un castello fatto costruire dal generale arabo Adelcamo sul monte Bonifacio.

(3) Per quanto l'origine di questo paese nella oscurità delle favole immersa si trovasse, pur non di meno molti accreditati autori, oltre i menzionati nel testo, sono di sentimento che Segesta sia stata fondata da' Trojani. Sostiene così la sua credenza Fazello, Deca i, lib. 7, cap. 4, sulle autorità di Strabone, di Dionisio d'Alicarnasso e di Tucidide. L'abate De Blasi, reso garante da una folla di greci e latini scrittori, uguale opinione dimostra, come dal tom. i, lib. i, cap. 7 si rileva. Aggiunge [p. 239 modifica]inoltre Strabone nel lib. 6, che Filottete da Crotone inviò quella dardana colonia: et missos ab eo (Filotette) quosdam in Siciliam ad Erycem cum Egesto trojano Egestam muro cinxisse. Dionisio d'Alicarnasso, de Enea et sociis, in questo modo ci rapporta, che cum ad eam insulae partem appulissent, quam Drepana vocant, in eos inciderunt, qui cum Elymo et Egesto priores Troja profecti erant, et circa fluvium Crimisu habitabant. Isacio, in Licofrone, parlando di Egesto, dice: tres in Sicilia condidit urbes, unam Egestam de suo nomine dictam, et Erycem, et Entellam. Da queste autorità e da quelle nel testo, sembra dunque che gli scrittori, riguardo ai fondatori di questo paese, divisi siano tra Enea ed Egesto, ossia, secondo Virgilio, Aceste. Alcune medaglie che gli appartengono hanno da un lato l'imperatore Augusto e nell'altro Enea che porta suo padre e gli Dei Penati. De Blasi l. c. La ragione di questi due Principi in una sola medaglia uniti ce la fa sapere Cicerone nel passo dall'autore prodotto. Il primo nome di questa città fu Egesta, che poi fu detta Disceapoli dalle due parole greche δίκη, πόλις, ossia vendetta e città, che le avea dato Agatocle a cagione di aver egli fatto uccidere i suoi abitanti, dopo averla espugnata e saccheggiata. I Romani vi anteposero la lettera S, per la ragione addotta da Pompejo Festo: Sed praeposita est, ei S litera ne ab obsceno nomine appellaretur. È singolare l'osservare, come quella nazione sentisse tanto rossore al nome di Egesto, che ne voleva scancellare la memoria. La favola vi giunse per la via del mistero; e rese o credè di rendere meno indecente la condotta di Egesta con farla prostituire ad un fiume sotto la sembianza di un cane.

(4) Questo tempio ha una solidità meravigliosa, che lo fa comparire come opera a getto e di un sol pezzo.

(5) Le parole di Cornelio, lib. 5, Vita di [p. 240 modifica]Pausania, sono le seguenti: in aedem Minervae quae chalcioecus vocatur confugit. (Pausania) Hinc ne exire posset, statim Ephori valvas ejus aedis olstruxerunt, tectumque sunt demoliti, quo facilius sub divo interiret. Pare dunque che il sig. Münter non interpreti questo passo secondo la nota di lui intelligenza. Crede ancora costui che tutti i tempj della Grecia appartenenti a Cerere non avessero tetto. Non fu però così, perchè solamente quelli di Giove fulminante, del Cielo e della Luna dovevano esser tali atteso i caratteri di esse Divinità.

(6) Il monte, ove il tempio la maestosa sua fronte innalza, chiamasi adesso Barbaro, ed il fiume. Crimiso, detto ben anco Scamandro, oggi S. Bartolomeo si appella. Il volere stabilire l'antichità di un tempio rapportato a quella di un altro, soffre sempre difficoltà e contraddizioni. Atteso la proporzione del diametro all'altezza delle colonne, sembra che Segesta sia più moderno di quelli di Pesto; ma questi devono essere meno antichi dell'altro per le scanalate loro colonne. Contraddizione!

(7) Venere Urania.

(8) Leggasi ciò che si è detto alla fine della nota numero tre.

(9) Trapani non è situata su d'una isola, ma su d'una penisola. L'autore per equivoco ha preso certamente per diga la strada selciata che dalla città conduce al santuario della Madonna detta di Trapani.

(10) Nel regno di Alfonso si cominciò a pescare del corallo nel mare di Trapani, ove non se ne trova che poco e di bassa qualità. Questa marinaresca industria si estese sino all'isola di Tabarca e ad altre presso la costa di Tunisi, ove si fa la grande e ricca pescagione. Questa naturale produzione, che s'immette nel paese, offre un altro ramo di significante lucro, che numerosi artefici, sì uomini che donne, sogliono ricavare. Tale sostanza, alla [p. 241 modifica]quale prima delle laboriose e diligenti osservazioni dell'Ellis praticate nel mare dell'isola di Schappy e dopo lui da Trembly, Lamarck e Lamouroux non si era data l'animalità, perchè creduta una volta materia vegetale, o pietrosa, si rigenera in modo oltre misura sorprendente; e perciò non potrà quel traffico soffrire alcuna deficienza. La sua riproduzione è molto rapida (dice Spallanzani) per di bel nuovo provvedersene in luogo che ne sia stato privato per via della pesca. Appartenendo gli esseri che la generano alla classe dei polipi, chiamati da' naturalisti coralligeni, si sa quanto siano questi da se stessi prodigiosamente numerosi, e che moltiplicarsi possono all'infinito, per la qualità che questi animalucci hanno di rigenerarsi in tanti altri simili esseri, per quante divisioni che naturalmente od artifizialmente possono eseguirsi d' un solo de' medesimi, le quali suddivisioni ascender qualche volta si fanno sino a cento. Leggansi i nominati autori, ed il Dizionario d'istoria naturale. La più grande altezza del corallo che si pesca nel Mediterraneo, è circa un piede e mezzo; il più grande de' suoi diametri è di otto linee.

(11) Questo picciolissimo scoglio non è affatto nel porto, ma nel lido di tramontana presso Torre Legni, che sulla più sporgente parte della lingua di terra s'innalza. All'imboccatura del porto vi è una piccola isoletta chiamata Colombaja, l'antica Peleja, che secondo Fazello fu munita da un forte nell'entrar ch'Enea fece in esso porto. Al presente non vi è apparenza veruna di antiche muraglie.

(12) Ciò che nella nota numero 3 si è detto di Segesta, può applicarsi ad Erice, perchè i Trojani, detti ancora Elimi, dal nome di un figlio legittimo, o bastardo di Anchise che prima di Enea giunto si crede in Sicilia, fabbricarono non solo Egesta, ma ben anco Erice, Elima ed Entella. Tucidide nel libro sesto ce ne rende sicuri [p. 242 modifica]asserendo: Sedibusque positis in Sicanorum finibus universi vocati sunt Elimi, et urbes ipsorum erant Eryx, et Egesta. Crede Strabone che questo Elimo con Enea fosse venuto, alii ad Egestam (Enea) Siciliae cums Elymo Troae trajecisse, et occupasse Erycem. V'ha chi sostiene esserne stato il fondatore Erice figlio di Venere e di Bute, come chiaramente si scorge dal lib. 4 di Diodoro: Qui (Erice) sui quoque nominis urbem in aedito loco aedificavit. Stefano Bisantino, de urbibus, et populis, l'istessa cosa asserisce: Eryx urbis Siciliae, masculini generis ab Eryce Veneris, et Butae filio. Polibio, lib. i, attesta che questo monte omnes Siciliae montes praeter Ætnam superat. Bouchart, lib. i, cap. 27, l. c., da questa circostanza ha saputo rintracciarne l'etimo derivandolo dalla parola ebraica Harucas, Hareces che vale luogo alto ed eccelso, e che i Greci cambiarono in Ἔρυξ, Eryx.

(13) Pausania, nel suo lib. 3, Laconica, intorno siffatto duello ci rapporta: Herculem enim ajunt cum Eryce luctatum propositis certamini conditionibus, ut si ipse vicisset Erycis regione potiretur; qual cosa fa dire ad Erodoto, lib. 5: Erycis regionem omnem heraclidarum ad ipso Hercule possessam.

(14) Leggasi la nota numero tre e particolarmente il testo di Cicerone.

(15) Secondo Fazello, Deca 2, lib. i, cap. 2, Anchise morì nel luogo oggi chiamato Bonagia.

(16) Ecco quanto ne dice Diodoro nel libro 4: Qui (Erice) sui quoque nominis urbem in aedito loco edificavit, in cujus arce templum matri condidit, omnique apparatu et donariorum copia exornavit. Stefano, de urbibus, asserisce l'istesso; Eryx urbs Siciliae ab Eryce Veneris, el Bute filio. Credesi ancora da qualcuno che l'istesso Enea ne fosse stato il fondatore, come da Mela ci viene riferito ne' termini seguenti: Montium Siciliae Eryx maxime memorantur ob delubrum Veneris ab Enea conditum. È degno di osservazione che Strabone nel [p. 243 modifica]l. c. ci rapporta esservi stato in Roma un altro tempio ugualmente sacrum Veneris Erycinae dictum.

(17) Ecco la sua espressione che nel lib. 4 si legge: Aureum quoque fanum Erycinae Veneri ingenio, et artificio magno fabricavit, vero et naturali facto tam assimilem, ut extra imitationis aleam esset. Ἰεροδοῦλαι, parola composta dalle due greche ἰερος, sagro e δοῦλαι, serve. Qui pare che l'esattezza dell'autore cada in equivoco, perchè, secondo le parole di Strabone, nel lib. 6, non si dice che quelle donne fossero state mille. Lo fa marcare però espressamente parlando nel libro ottavo di quelle in Corinto: et Fanum Veneris Corinthi ita fuit locuplex, ut plures quam mille habuerit sacrorum famulas meretrices, quas Deae viri, mulieresque dedicarunt. Riguardo a quelle di Erice così ne fa parola nel lib. 6: Praecipua cultum religione Hierodulis mulieribus plenum, quas juxta votum dedicabant tum Siculi cum alii multi exteri.

(18) Svetonio però, nella vita di quell'Imperatore, dice esserne stato costui il restauratore: Templum quoque in Sicilia Veneris Erycinae vetustate collapsum, ut ex erario populi romani reficeretur, auctor fuit.

(19) È da riflettersi che questo tempio, o da Trojani, o da Erice, o da Dedalo innalzato, vantar deve sempre un'antichità remota a segno che ad epoche corrisponde, ove ancora degli ordini di architettura conoscenza non si avea. Quand'anche vero fosse che Doro e Jono fossero stati gl'inventori de' due ordini che il nome ne portano, come il solo Vitruvio ci dà ad intendere, pure l'uso n'era da principio sì poco comune che dallo stesso Omero non se ne fa veruna menzione. Descrivendo egli la sontuosità e magnificenza di Tebe, de' palazzi di Priamo e Menelao, ed in particolare d'Alcinoo e de' due tempi di Minerva e di Vulcano, non presenta ragione da farci comprendere che al [p. 244 modifica]suo tempo conosciute fossero regolarità e bellezza di architettonico ornamento, o per dir meglio dell'ornamento chiamato ordine. Il portico di questo poeta non può esser certamente quello di cui noi intendiamo parlare; nè sa comprendersi come i traduttori abbiano voluto dare siffatto significato alla parola Ἀίδουσα che costui usa nella descrizione di quei palagi, il cui radicale essendo ἀίδω, ossia brucio, accendo, risplendo, pare che non abbia rapporto veruno con il nostro portico. Quel famoso tempio di Erice dunque qual forma avea? Quale ordine, quale gusto, o magnificenza di architettura vi si ammirava? Cosa ci possono far discernere su di questo quelle spezzate colonne che sole tuttavia n'esistono, seppure veramente gli appartennero? Nulla. Essendo tutto favoloso ciò che intorno l'origine del paese si è scritto, lo è ben anco quanto l'origine di quel sagro edifizio riguarda.

Scrittori rispettabili e generali tradizioni ci danno come vera l'esistenza d'uomini straordinariamente grandi, di Giganti. Beroso, Omero, Timeo, Diodoro, Strabone, Plutarco, Filostrato, Solino, ed altri antichi, e tra' moderni Fazello, Valguarnera, Inveges, Mongitore ed alcuni autori di estere nazioni, ce la vogliono assolutamente far credere. E perchè no? Forse Iddio non sapeva far Giganti? e che dopo creati, non fidavasi di distruggerli e lasciarne soltanto superstiti in qualche parte della terra, ed in proporzioni meno grandi ed esagerate? Vi volle forse minor sapienza e difficoltà nella creazione de' nani della Lapponia e della Groenlandia? Intanto questi si credono perchè si vedono, quelli all'opposto si negano, perchè non sono più veduti. A' sentimenti di tutti i menzionati autori si aggiunge la sagra autorità della Scrittura. Nella Genesi, cap. 6, verso 4, si legge: Gigantes autem erant super terram in diebus illis. Dotti interpetri però asseriscono che i Settanta abbiano [p. 245 modifica]malamente tradotte le parole ebraiche nephilim e gibboim, che uomini empii significano. Il canonico Mazzocchi però, con la vasta sua cognizione nelle lingue orientali, dimostra tutto il contrario, Diss. 3, tomo i, Specilegii biblici. Nei numeri, cap. 13, verso 34: Ibi vidimus monstra quaedam filiorum Enac de genere giganteo. Nel Deutoronomio, cap. 2, verso 21: Populus magnus, et multus procerae longitudinis sicut Enacim. Tralascio per brevità tanti altri simili passi, e volendo aggiungere le opinioni de' fisici e degli storici naturali, giova servirsi del più valente ed esatto tra costoro del conte De Buffon. Egli, nel suo Trattato dell'epoca della natura, dopo non pochi ragionamenti conchiude: Ces témoignages me paraissent suffisans pour qu'on puisse croire avec quelque fondement, qu'il y a autrefois éxisté dans le continent de l'Asie non seulement des individus, ma des races des Géans, qu'ont été détruits, et dont les derniers subsistoient encore du temps de David. È ben conosciuta l'importante disputa tra Habicot chirurgo di Parigi e Riolan dottore in medicina e celebre anatomico, risguardante le ossa del re Teutoboco, scoverte nell'anno 1613 nel Delfinato. Il primo di quei due pubblicò un'operetta sotto il titolo di Gigantosteologia, ed il secondo diede alla luce la sua con il nome di Gigantomachia, alla quale essendosi dal primo risposto nel 1618, De Buffon, tra le altre cose da lui notate sul contenuto di essa risposta, in questi termini si esprime: Il donne ensuite les lettres, qui lui ont été écrites dans le temps de la découverte de ces os, et qui semblent de confirmer la réalité du fait du tombeau, et des os du géant Téontobocus. Chi è guidato da maggiore curiosità può ricorrere alla memoria del sig. Le Cat, al giornale letterario dell'abate Nazzari, al lib. 7 della storia della Scozia di Ettore Boezio, ed alla lettera del P. Gentil, prete dell'Oratorio, inserita nel Journal des Savans dell'anno 1692.
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Or ciò posto, quali raziocinj possono addursi sufficienti a dimostrare l'impossibilità dell'esistenza de' Giganti e gli errori e le assurdità d'uomini tanto dotti, e di molte e rare conoscenze dotati? Nella prima età del mondo tutta la generazione, non solo negli uomini, ma ben anco ne' bruti, progrediva con sommo vigore e mirabile sviluppo. Le ossa impietrite trovate in Siberia, e che all'elefante, ippopotamo e corno d'ammone si appartengono, osservati si sono d'una grandezza al di là della regolare. E siccome molte razze di animali estinti si sono, così è da credere che sieno perite ancora quelle degli uomini giganteschi; e che soltanto i Patagoni ne sieno rimasti viventi. Les abitans du pays (La Martinière parla di questa nazione) sont d'une taille gigantesque. Les Espagnols, qui étoient avec Magellan, ne leur vennoient, que jusqu'à la ceinture. Gli stessi Enciclopedisti, avversi a questa credenza, negar non possono che ivi trovavansi de' Giganti: Ces prétendus Géans n'étoient au fond que des hommes très-grand, et qui auroient eu environ six pieds et demi par le rapport des mesures modernes au pied de roi. Dimando se per gigante s'intenda tutt'altro che homme très-grand, e se gli uomini d'una statura di due palmi e mezzo più alta della comune, non siano giganti? Si creda quel che si voglia, et quae unusquisque de ipsis sensit. Tucidide, lib. 6.

(20) Queste isole sono celebri nell'istoria della prima guerra punica. Esse furon dette Egadi, e da Virgilio Are, perchè vi si conchiuse la pace tra i Cartaginesi e Romani, con la quale si diè fine a quella guerra, ed in conseguenza di essa la Sicilia, a riserva del picciolo regno di Jerone, divenne provincia romana.

(21) Mozia fu edificata, oppure abitata da' Fenicj V. nota n. 3, Palermo. Stefano, l. c., vuole che Ercole ne sia stato il fondatore, asserendo Motya urbs Siciliae a Motya femina, quae indicavit [p. 247 modifica]Herculi eos qui ipsius boves abegerunt. Fazello, Dece 2, lib. i, cap. i, riferisce l'istesso, ma commette lo sbaglio di situarla presso il promontorio Pachino. Diodoro nel lib. 14 ne fa una bella descrizione: Non procul enim ab hoc colle (Erice) sita erat urbs Motya colonia carthaginensium. Jacet autem haec urbs in quadam insula a sex stadiis ab ora Siciliae distans, et multitudine domiciliorum elegantiaque praeclare instructa. Una seconda Mozia eravi nelle vicinanze di Agrigento, la quale non era che un presidio della medesima, come l'ora nominato autore ci fa sapere: Ductisque (Ducezio) in agrogantinorum regionem copiis Motyam agragantino praesidio munitam oppugnare adoritur. La terza Mozia, se sia mai esistita, si crede che fosse stata costruita nelle spiagge di Mondello, o Sferracavallo, o nell'isola delle Femmine. Su di ciò gli autori sono così discordi, che nulla di vero possono farci rilevare. V. De Blasi, l. c., lib. i parte i, cap. 5.

(22) Si vuole che questo nome derivi da un pozzo ivi chiamato Lilybe, o Lilyba, Diodoro lib. 13, Cluverio lib. 5, cap. i. D'Orville si appoggia a quanto ne interpreta Bouchart, cioè che questa parola sia orientale, proveniente da Lelubo, che vuol dire luogo situato verso Libia; si è data dunque a questo promontorio ed al pozzo siffatta denominazione. Oggi si chiama corrottamente Boeo; e qui i Fenicj, poco dopo di essere stata Selinunte da' Magaresi e Siculi edificata, costruirono la famosa città di Lilibeo. Eccone la testimonianza di Diodoro nel 22 libro: Pyrrhus omnem carthaginentium ditionem suae potestatis et arbitrii fecit praeter Lilybeum, hoc namque oppidum a Carthaginensibus fuit conditum, postquam Dionisius tirannus Molyam Carthaginentium expugnaverat. Questa fortificata città lunghissimo assedio sostenne contro i Romani, in cui dalle due nazioni si manifestò tutto ciò che havvi di grande, intelligente e sagace nell'arte della difesa e dell'attacco delle piazze. Le siege de Lilybée [p. 248 modifica]est sans contredit le chef d'oeuvre de l'art. Folard in Polibio. — Sulle rovine della medesima fu dai Saraceni costruita l'attuale città di Marsala, che il suo nome deriva dall'arabo Marset alla che significa porto di Dio. Non v'è altro resto di antichità da vedere che il pozzo sito nella chiesa di S. Giovanni. Lilibeo fu ancora celebre per la dimora e per la sepoltura della Sibilla Cumana. Solino, capitolo ii, così ne scrive: Lilybitano scilicet promontorio Lilybeum oppidum decus est Sibillae sepulcro. Isidoro, Orig., lib. 8, cap. 8, asserisce, dicta autem, inquit, Cumana a civitate Cumis, quae est in Campania, cujus sepulcrum in Sicilia adhuc manet. D'Orville, part. i, cap. 5; si spiega così: Parietes, et ipsum pavimentum opere musivo ex parte sunt insignia, quae tamen ornamenta non ipsam cavernam antiquitate aequare, sed medii potius aevi censuerim; nam antrum ipsum facile crediderim esse antiquissimum.

(23) L'autore parla sicuramente di miglia alemanne; perciò Mazzara è distante da Marsala miglia due e mezzo circa, e non un miglio.

(24) Mazzara non era che un semplice castello de' Selinuntini, di pochissima importanza, perchè Guiscone se ne impadronì senza pena veruna nelle guerre tra i Segestani e quella popolazione. Ciò viene riferito nel lib. 13 di Diodoro. Versus Selinuntem iter facit, ubi ad Mazzarum flumen pervenit. Emporium illic situm primo insulto capit. Post ad urbem propius accedens.

(25) Nel luogo dove tale colonia giunse dalla Grecia sotto il comando di Lamide, edificò la città Ibla Megara. Tucidide nel lib. 6 asserisce che anno centesimo post urbem ab ipsis conditam (Ibla) Selinuntem Pammilio illuc misso condiderunt Zanclaei Mylas habitantes, Callipolim Naxi, Selinuntem Megarenses Siculi; e Marciano ancora attesta l'istesso, dicendo: Megarenses Selinuntem, Gelenses autem condiderunt Agrigentum. Secondo il computo che ne [p. 249 modifica]fa Causobono nel detto libro di Strabone, si rileva che i Megaresi giunsero in Sicilia 230 anni avanti l'era cristiana, e quindi Selinunte fu edificata 630 anni avanti tale epoca.

(26) Questo tempio è della classe di quelli chiamati Ditteri da δίς e πτέρον, cioè due ed ala, perchè aveva due circuiti di colonne, ossia due περίπτεροι, che significa circondato di colonne.

(27) I Greci, i quali ogni sontuosità e magnificenza ne' loro tempi impiegavano, attenti erano al tempo istesso, e di studio non mancavano nella situazione de' medesimi a norma de' caratteri e delle qualità principali delle divinità che vi si adoravano. I tempj che si ergevano fuori della città erano quelli di Marte, Bellona e Venere, come Dei pericolosi che di disordini e delitti poteano esser cagione. Quelli di Giove, Giunone e Minerva sopra alture situavansi, perchè s'intendeva che queste Deità alle cose ed agli affari pubblici presedessero.

(28) Bisognò passar molto tempo finchè le colonne rastremate si fossero in linea curva.

(29) Io son di opinione che il tremuoto non poteva con tanto giudizio e regolarità stendere al suolo quelle colonne. Mi persuado al contrario, che nella confusione e nel caos in cui questi smisurati massi fossero stati trovati, avrebbe potuto questo tremendo e sconvolgente fenomeno l'opera sua manifestare.

(30) Ciò trovasi scritto nel lib. 13 di Diodoro: Hi responsum ab Hannibale ferunt Selinuntiis, qui libertatem tueri nequissent servitutis conditionem nunc experiendam esse. Deos vero incolis infensos Selinunte jam excessisse.

Il barone Pisani, afflitto da prematura morte di un figlio, che di talenti e cognizioni superiori alla di lui età era adornato, non lascia pur non di meno di occuparsi dello studio delle antichità e belle [p. 250 modifica]arti. Egli ha di recente scritto una memoria su di tre smisurate metope d'uno de' tempj di Selinunte, scoverte negli scavi intrapresi dagl'inglesi Harris ed Angel. Il Governo le ha fatte in Palermo venire, e malgrado che ciascuna di esse fosse ridotta in moltissimi frantumi, ne ha egli saputo giudiziosamente interpetrare le scolture che vi si osservano. La detta memoria non è stata stampata, ma se ne trova descritto un estratto nel Mercurio Siculo dei 2 ottobre di quest'anno 1823.

(31) Queste sono le parole di Diogene Laerzio, Vita di Empedocle: Sedata autem peste apud flumen epulantibus apparuisse Empedoclem, illos eo conspectu adsurrexisse ei, divinosque honores velut Deo detulisse.

(32) Terme, nome proveniente dal greco δερμαί, stufe, oppure δέρμη, caldo. Ve n'erano delle altre chiamate Terme imeresi, ove era l'antica Imera, la quale presso Termini s'innalzava. Questa fu fondata da Zancle (25) con i quali unironsi molti Calcidesi da Siracusa esiliati, e perciò fece dire a Tucidide, lib. 6, quae sola, in hac Siciliae parte est graeca civitas; ed in altro luogo dell'istesso libro, toccante i fondatori della medesima, riferisce che postquam Zanclam autem conditam Himera ab Euclide, et Simo, et Sacone coloniae ducibus condita fuit. Pindaro nella 12.a ode pitia descrive la favolosa origine dell'acqua di quei bagni; e Diodoro nel lib. 5 in questi sensi ne parla: In vicino Himerae tractu, ubi calidarum fontes aquarum Nimphae sub adventum Herculis in gratiam Palladis aperuerint, ad oggetto di ristorare quell'eroe dalle sue fatiche. Riguardo alle circostanze de' sedili de' bagni delle quali Münter fa menzione, in questo modo vengono descritte in Fazello, Deca i, lib. 6, cap. 3, In quibus sudaturi egri sedent, literis quibusdam, quibus cuique sedi suus morbus quem sanabant significabatur, Phoenicibus ne an Damascenis cum [p. 251 modifica]neque a Graecis neque Haebreis Chaldeisque legi unquam potuerint. Questa città prese il nome dal Lume Imera, il quale non è un solo, ma due tra loro separati, che avendo le loro sorgenti sulle Madonie, anticamente Nembredi, presso Polizzi, si scaricano ne' due opposti mari, dividendo quasi in due l'isola tutta. Per questa particolarità fu stabilito il loro corso per linea di marcazione de' rispettivi dominj de' Cartaginesi e Siracusani.

(33) Cette rivière (Martinière, Diz. Geogr.) est le fleuve Camicus, ou Halicus des anciens. Non è però il più grande tra tutta la Sicilia; proprietà che ha l'Imera considerato come unico fiume, perciò Cluverio, lib. i, cap. 16, lo chiama maximum flumen, ed appresso omnium Siciliae amnium longissimus. Intanto cade costui in contraddizione chiamando nel cap. 10 dell'istesso libro il Simeto, oggi Giarretta, totius etiam insulae maximus, ac proximus Catanae. Ancora Vibio Sequestre, nel suo trattato De fluminibus, opina in questo modo, asserendo: Itaque simili modo Symaethum fluvius eo quod maximus fuerit Siciliae.