Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore/Note all'articolo Girgenti
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Note all'articolo Girgenti.
(1) Aristone e Pistillo furono i capi della colonia di Gela mandata alla costruzione di Agrigento. Tra i diversi autori che ne fanno chiaro ricordo, Tucidide, nel lib. 6, così si esprime: Anno autem propemodum centesimo octavo ab urbe sua condita Geloi Acragantem condiderunt, urbemque ab Acragante fluvio nominarunt, et coloniae deducendae, et collocandae duces sibi delegerunt Aristonum et Pystillum. Marciano Eracleota, in orbis descriptione, vuole l'istesso: Megarenses Selinuntem, Gelenses vero condiderunt Agrigentum. Alla nota seconda del seguente articolo si dimostra che Gela fu eretta da una colonia di Rodiani, e perciò a ragione Polibio, nel lib. 9., cap. 5, asserisce: Nam quum Rodiorum colonia sit Agrigentum. Falconer, in Strabone lib. 6, scrive: Agrigentum a Gelois conditum anno A. C. 582.
(2) Qui vi deve certamente essere errore di stampa. Il circuito di Agrigento si faceva ascendere a dieci miglia. Diodoro nel lib. 13 fa montare quel popolo a 1,100,000 abitanti. Esagerazione!
(3) Questo passo di Pindaro è nel secondo inno olimpiaco; le parole sono le seguenti: I quali, (forse gli antichi) soffrendo molto animosamente, tennero la sagra sede del fiume. Ciò dimostra la venerazione che di quei tempi si avea verso i fiumi; ma non che Agrigento abbia con effetto derivato il nome dal vicino fiume Acraga. Stefano Bisantino lo asserisce con chiarezza: Agragas urbs Siciliae a praefleunte amne dictu.
(4) Χάνδος, giallo, biondo, ἀκραγας, parola greca composta dalle due ἄκρος e γέα, ossia sommo e terra, come se dir si volesse terra sommamente fertile, eccellente. In questo caso pare che il fiume avesse preso ancora da tale significato la sua denominazione.
(5) Queste lettere sono state causa d'una forte e lunga disputa tra due dotti inglesi, Dodwel e Bentley, per cui moltissimo si è da loro scritto. Il primo le avea per autentiche, mentre apocrife l'altro le credea. Questi le sue ragioni appoggiava sulla certezza, che l'invenzione dell'epistole dovuta ad Atosa, figlia del Gran Ciro, era posteriore all'epoca di Falaride. Gridava il Dodwel, che questi due furono contemporanei, dimostrando di pari passo che le lettere erano in uso prima di quel Sovrano. Le medesime intanto, vere o false che siano, hanno un merito distinto per la perfezione della lingua, per la cognizione della politica e per la morale. Così le descrive l'anonimo autore del libro intitolato: Utilité du pouvoir monarchique. Ed in verità vi si ammirano de' bellissimi sentimenti. Esse trovansi inserite nell'opera del padre Pancrazio. Si crede però da Boyle e suoi seguaci che le medesime fossero realmente scritte da quel Sovrano. V. Tiraboschi, tomo i, parte 2.
(6) Di questo ce ne rende sicuri Plinio, lib. 9, cap. 5. Nam quum Rhodiorum colonia sit Agrigentum jure merito hic Deus eodem nomine colitur atque apud Rhodios. In Grecia vi erano degli esempi che il costume dimostrano di adorarsi diverse divinità nel tempio stesso. Presso Delfo ve n'era uno, in cui si trovavano gli altari di Giove, Diana e Minerva. Pausania, lib. 10, cap. 5. I Greci questo uso dagli Egiziani adottarono, da cui dovettero prendere le prime idee dell'architettura. Erodoto infatti fa menzione d'un gran tempio d'Apollo in Egitto, nel quale si veneravano insieme Minerva e Latona. V. Giuseppe del Rosso, Ricerche sull'architettura degli Egiziani. Nell'Enciclopedia, art. Antiq., si legge: Lorsqu'on honoroit plusieurs divinités dans une même enceinte, elles avoient chacunes une celle particulière, le temple de Jupiter Capitoline étoit accompagné de deux autres temples, ou Nefs consacrés à Junon et Minerve.
(7) L'inglese Russel, nel suo giro fatto in Sicilia nel 1819, assicura di aver ivi sentito, quanto succede nella tanto decantata galleria di S.Paolo in Londra, chiamata the whispering gallery, ossia susurrante galleria.
(8) Non da tutti si accorda alle sculture di questo vaso un merito assolutamente conosciuto. Il conte Rezzonico, nel tomo 5 de' suoi Viaggi, giunge sin anco a crederlo copia d'un eccellente originale. Forbin, nei suoi Souvenirs de la Sicile, crede essere ni aussi mauvais, que d'autres l'assurent, ni aussi admirable, que plusieur l'attestent. Gli appassionati per l'antico san ritrovare quelle bellezze e quelle perfezioni che i meno offesi da questo male non sì facilmente rilevano. Il sig. Münter sembra un poco in estasi nella sua descrizione; nè so uniformarmi alle sue teorie. I grandi pittori e scultori non han bisogno di leggere le belle descrizioni de' porti, nè questi ricavar possono partito alcuno dalle opere di quelli. Gli artisti di genio sanno studiar la natura, e non riconoscono che la medesima per loro guida e maestra. Nuoce assaissimo a costoro l'imitazione, o la copia reciproca degli altrui pensieri, o lavori. La bella descrizione che Virgilio fa di Laocoonte, non è che piccolissima cosa in confronto delle infinite che nelle opere di quel divino poeta si ammirano: e pure quali gruppi, quali statue, quali pitture di modello servirono alla straordinaria di lui fantasia? L'autore del gruppo di Laocoonte quali pezzi di tragici od epici poeti avrà letto e contemplato per tanto ben esprimere la sfrenata insaziabile voracità del mostro, ed il dolore, l'angoscia ed i tormenti nelle fisonomie, nei muscoli e nella positura dei crucciati personaggi? Tante infinite statue di sorprendente e meravigliosa perfezione a quali belle parole poetiche devono tutti i pregiabili loro meriti? L'istesso Euripide da quali pezzi di scultura gli elementi per la sua Fedra seppe rintracciare? I celebri e molti artisti, e tutti gli altri appresso al felice secolo di Leone X, non formarono i loro capi d'opera leggendo poesie? nè i poeti le loro sublimi ed eccellenti composizioni studiando quadri e statue? In quelle poesie non poteano certamente trovarsi modelli per la Transfigurazione di Raffaello, il Giudizio universale di Michelangiolo ed il S. Benedetto di Novelli: nè dalle medesime per l'istesso Michelangiolo, Bernini e Canova istruzioni ricavavanvi, che dessero anima agl'immortali loro scarpelli. E viceversa, Ariosto, Tasso, Voltaire, Milton, Shackespear, senza pensar a' quadri ed alle sculture, di tanti e sì eccellenti capi d'opera ci arricchirono. Non seguiron costoro che il proprio genio nel descrivere in tutti i modi la natura, il quale poteva benissimo essere maggiormente ravvivato, più che dalla mitologia, da tutto il celeste e santo apparato de' grandiosi e sublimi oggetti che alla fervida loro fantasia la religione cristiana doviziosamente presentava. Leggasi Chateaubriand, Genie du Christianisme.
(9) Caylus, tom. 2, par. 2, Recueil d'antiquités, si oppone al sentimento del P. Pancrazio dicendo: Quoique en dise le P. Pancrace (pag. 831 à la fin du tome premier des antiquités de Sicile) le vase trouvé dans un tombeau à Agrigente est absolument étrusque, et la raison qu'il donne pour soutenir le contraire, en disant que la nation étrusque n'a ja mais rien eu à déméler avec la Sicile, est bien foible. Pare che questo dotto e sottile osservatore dica bene, giacché molte e facili esser poteano le occasioni che vasi di quella nazione fecero immettere nell'isola, quando noi non abbiamo incontrato difficoltà di farne venire dal Giappone. Dico ben anco che Caylus avrà potuto ingannarsi, essendo stato quel vaso fabbricato in Sicilia sul modello di un qualche etrusco. La sua perfezione me ne persuade, perché gli antichi Siciliani, essendo stati periti in quest'arte, dovettero naturalmente superar l'originale stesso. Intanto questo vaso è uno de' più belli dell'antichità. Il P. Paolo Paciaudi ne fece la sua interpetrazione che mandò al padre Pancrazio, nella di cui opera trovasi estesamente descritta. Nel nominato luogo del conte Rezzonico si legge, ch'egli aveva ragione e conoscenza di eredere che quelle pitture tutt'altro esprimessero; ed assicura vedervi Elena, Menelao, Telemaco e Pisistrato. Uguale disegno aveva egli studiato in Napoli su d'un vaso posseduto dal cav. Hamilton.
(10) La raccolta d'antiche medaglie greche, siciliane e romane ascende al num. di 1600. La serie degl'Imperatori è quasi compita con una buona porzione delle Imperatrici. Vi erano quattro patere d'oro, due delle quali ivi rimaste ne formano il più bel decoro. Una è liscia, e nell'altra incisi vi sono cinque buoi. Viaggio di Biscari.
(11) La traduzione è la seguente: Ti prego amica dello splendore, bellissima delle città degli uomini, sede di Proserpina.
(12) Quante cose per fare una bella testa! Iddio sa se con tali stenti se ne possono saper ben pitturare! Tra gli storici è insorta contesa, se questo artista avesse fatto la Giunone per gli Agrigentini, oppure l'Elena per i Crotoniani. Dionisio d'Alicarnasso e Cicerone sono di quest'ultimo parere. Io inclino a credere che costui si sarà deliziato con quei bei comodi a pinger l'una e l'altra, per non far torto alle donzelle di Agrigento e di Crotone.
(13) Colombajo, luogo dove i vasi cenerarj e le ossa de' defunti riponevansi. Viene dal latino Columbarium, attesochè le nicchie che l'una sull'altra incavavansi, prendevano la forma d'un vero colombajo.
(14) Ἀψίς ne' suoi tanti significati ha ben anco quello di volta, arcata; pertanto convien credere che l’adito, dove non era ad alcuno permesso di entrare e guardare, fosse costruito a volta. Oltre di questo luogo segreto, un altro ve n'era che in greco chiamavasi ὀπιστόδομος, come se si dicesse tempio di dietro. Altre tre parti principali componevano tutto il sagro edifizio: l'area, o vestibolo, ove situavasi la vasca per le acque lustrali: il νάος, ossia il luogo che corrisponde alla nostra nave, ove ad ognuno era lecito di penetrare, e finalmente la cella nella quale conservavansi le statue delle Divinità, e dove corrispondea l'adito, la parte la più segreta del tempio, donde i sacerdoti facevano uscire e pubblicare gli oracoli. Il suo nome deriva dal greco ἄδυτον, che significa santuario, ed era ben anco Βῆμα chiamato, ossia tribuna, altare.
(15) Ὀμόνοια vuol dire concordia, e da qui tutti i tempj della Concordia eran ὀμονοεῖον appellati. Secondo Vinckelmann Observation sur l'ancien temple de Girgenti, § 6, il tempio della Concordia vantar si può d'una molto remota antichità. Le temple, ei dice, de la Concorde à Girgenti est sans doute un de plus anciens édifices grecs, qu'il y ait au monde.
(16) Plinio, lib. 35, cap. 9.
(17) In questi termini si esprime Diod., lib. 13: Olympio cum jam prope esset, ut tectam induceretur, bellum impedimento fuit. Ab eo deinceps tempore excisso oppido numquam postea colophonem aedificiis imponere Acragantini valuerunt. Polibio, lib. 9, cap. 5, ne fa in questi sensi l'elogio: Et amplitudine nulli ex omnibus Greciae operibus est secundum.
(18) Tutto ciò viene descritto nel lib. 13 dell'or nominato Diodoro.
(19) Fazello, Deca i, lib. 6, cap. i, dice nell'anno 1401.
(20) Gli ordini dorico e jonio furono quasi al tempo istesso inventati, e perciò non può l'uno sull'altro vantare preferibile pregio di antichità. I Greci credevano formar parte della convenienza dell'architettura de' tempj lo scegliere ed adattarvi ordine a norma degli attributi delle Deità, alle quali erano essi consagrati. Il robusto carattere del dorico era applicato a tempj di Marte, Ercole e Minerva. Del jonio, ch'era in mezzo alla gentilezza del Corinzio ed alla ruvidità del primo, se ne faceva uso per quelli di Giunone, Diana e Bacco. Finalmente a Venere, Proserpina, Flora ed alle Ninfe si costruivano d'ordine corinzio. V. Vitruvio. In Sicilia intanto non v'è tra tutti siffatti edifizj esempio alcuno de' due ultimi, malgrado che la data di loro invenzione sia generalmente di molto anteriore a quella della costruzione di simili fabbriche. Reca più meraviglia l'osservare che le cospicue città di questa isola, nel loro intero splendore, ed in una straordinaria opulenza, mancare di mezzi certamente non poteano, onde sostituire alle opere di architettura quel decoro e quella gentilezza, di cui l'ordine dorico non era suscettibile, ed al quale si era all'opposto lasciata tutta l'impronta dell'infanzia di quell'arte. In mezzo ad una monotona abbondanza di dorico, sorprende il vedere in questo edifizio colonne jonie; e rende maggiore meraviglia, leggendo in Pancrazio cap. 2, di essersi trovati alcuni capitelli di bianchissimo marmo d'ordine corinzio in un avanzo di antico bagno; e di osservarsi in Terranova una grossa antica colonna dell'ordine istesso.
(21) I cavalli di Agrigento tanta fama acquistata si avevano ne' giuochi olimpici, che mancatane in Cappadocia quasi la razza, per via d'un oracolo fu questa repristinata con gli stalloni agrigentini. Fazello, Deca i, lib. 6, cap. i. Pancrazio cap. 2. Diodoro nel lib. 13, dice: Quorum nonnulla (sepolcri) equis in certamine quondam probati extructa. Ed in quanto al sepolcrale monumento, dall'istesso autore nel luogo citato, si scrive: Nam Theronis monumentum magnificae structurae ac molis opus fulminis ictu disjicitur. Io non ho saputo rinvenire, ove quel greco autore rapporti che questa tomba sia alata d'ordine dorico. È inoltre da convenirsi che in proporzione di tutti gli altri numerosi sepolcri greci, si uniforma questo edifizio alle parole magnificae structurae ac molis, onde trarre non istrana congettura, di essere con effetto la tomba di quell'eroe, la quale, nella parte superiore colpita ed atterrata dal fulmine, con più begli ornamenti alto ei ergea da recare tutta l'opera a quella magnificenza da Diodoro vantata.
(22) Questa peschiera era sì grande, che Diodoro, lib. 3, la chiama lacus, etiam fuit tempestate illa extra urbem manufactus. Fazello gli dà il nome di porto, ma non so comprendere il perchè.
(23) Ed in vero da Diodoro lib. ii sono chiamate cloache: Gubernatur, et magister operis fuit Pheax appellatus, qui structurae excellentia obtituit, ut cloacae ab ipso nominentur.
(24) Fazello, Deca i, lib. 6, cap. i, assicura esservi stato un teatro antichissimo; ma non fa menzione del circo. Il sig. Münter si esprime in modo toccante quelle due opere, da far comprendere ch'egli ne abbia i pochi resti osservato. Il P. Pancrazio nel cap. 2 chiaramente asserisce, di non aver potuto rinvenire vestigio alcuno di teatro, e di anfiteatro; e su di quanto nel lib. 3 degli Stratagemmi di Trontino si trova scritto, è manifesto essersi da questo autore preso grosso equivoco perchè Alcibiade non in Girgenti, ma in Catania pose ad effetto lo stratagemma, di cui si farà parola all'articolo Catania. D'Orville crede con Fazello d'aver veduto tracce di teatro, e maggiormente se ne persuade, riflettendo che quel paese, d'arti e ricchezze fioritissimo, ne avesse dovuto immancabilmente avere: Et credibile omnino est (egli ragiona nella i.a parte, cap. 5) tam magnificam urbem hoc necessario in Graecis urbibus aedificatio non caruisse.
(25) La natura che negli stessi mirabili suoi effetti suole spesso servirsi di cause affatto differentissime, genera un fenomeno simile ad un vulcano derivato soltanto da uno sviluppo di gas idrogeno e di gas acido carbonico da terreni marnosi ed imbevuti d'acqua salata, i quali per questa ragione chiamati vengono da' naturalisti col nome di salsa. Esse considerate sono come vulcani ad aria, i quali da qualcuno diconsi ancora freddi, per non avervi il fuoco menoma influenza. Il commendatore Dolomieu per accertarsene immerse il suo braccio in quella materia, il quale sempre più sperimentava una fredda sensazione nel maggiormente affondarvelo. Il suo termometro vi discese tre gradi al di sotto di quanto all'aria libera ne marcava. V. la Descrizione delle Macalubbe alla fine de' suoi viaggi all'isole di Lipari. Il diligente Spallanzani, nella salsa della Maina nel Modenese, si accorse che il mercurio segnava un grado e tre quarti meno situato in uno di quei crateri. Viaggio alle due Sicilie, cap. 44. L'inglese Russel, Viaggio in Sicilia, cap. 4, esaminò che nelle Macalubbe tale abbassamento giunse ad otto gradi. La denominazione ancora di vulcani fangosi si è data alle medesime salse, a motivo del fango diluito e fluido che sogliono esse vomitare. Il nome di Macalubba è siciliano, proveniente dall'arabo, che significa rovesciato, per la forma d'un cono tronco rovesciato che conservano piccioli crateri di quei vulcanetti. Di tali singolari e sorprendenti operazioni della natura, appena prese ad esame da' fisici prima di Dolomieu, Spallanzani, Pallas e Menard de la Groie, non se ne conosce l'esistenza che in pochissime regioni. A pag. 371 della Biblioteca italiana di settembre 1821 si fa ricordo di Macalubbe presso di Termini in una valle coverta di gesso e marna. Se ne vedono nelle vicinanze di Paternò a piè dell'Etna; e fuori di Sicilia annoverate sono le salse presso di Modena, volgarmente bollitori chiamate; quelle di Parma che gorgoli si addimandano; ed in fine se ne ritrovano in Bologna, Crimea, Java ed alle Indie. Patrin, Dict. Ist. Natur.
Tra Aragona e Girgenti picciola circolare collina s'innalza, la quale, nulla di osservabile alla sua base presentando, offre all'opposto sull'appianata sua sommità una delle più singolari fermentazioni della terra. Lì sopra, da circa 130 piccoli coni tronchi, non più alti di due piedi e mezzo, hanno de' crateri in forma d'imbuto, i quali poggian tutti su d'un terreno di grigia e disseccata argilla che cuopre un abisso di fango, che d'inghiottir minaccia chiunque vi si fermi o cammini. Questi vulcani, in miniatura come i grandi, manifestano per più anni segni di perfetta calma e di riposo, quando inaspettatamente strepitosi fermenti ed agitazioni gagliarde, a cui soglion le piogge dare od accrescere incitamento e moto, tutto quel locale invadono, e produconsi in conseguenza forti tuoni sotterranei, tremuoti che si fan sino a tre miglia sentire, e violente esplosioni, le quali gettano sino a più di 200 tese di altezza melmose liquide materie. Eccone la descrizione del celebre Dolomieu, l. c.: Il s'élève à chaque instant du fond de l'entonnoir un argile grise déluyée à surface convexe cette bulle en crévant avec bruit, rejette hors du cratère l'argile, qui coule à la manière des laves. Spallanzani, quel favorito della natura, a cui non sa celare i suoi più misteriosi segreti, nel fare una dettagliata esposizione degli esami diversi da lui accuratamente istituiti sulle salse di Modena, ne' capitoli 41, 42 e 44 del l. c., entra brevemente a ragionare delle osservazioni fatte da quel degno suo collega, e finisce con uniformarsi con costui nell'idea e nelle prove che il petrolio, l'argilla ed il muriato di soda siano essenzialmente necessarj per la costante nudrizione di quei vulcanetti, dalle quali sostanze sufficiente quantità de' due citati acidi idrogeno e carbonico svilupparsi possono. Pallas, prendendo a ragionare sopra uguali fenomeni che han luogo nelle isole di Kertche e di Javan in Crimea, riferisce che a' piedi di quelle salse piccioli laghi d'acqua salsa vi regnano, i quali mandan un fetore di petrolio; ed aggiunge in conseguenza delle sue diligenti ricerche nuova forza all'esposte teorie.
Hanno alcuni confuso queste eruzioni con quelle ignivome di Pietra Mala negli Appennini. Esse però differiscono tra loro. Nel vol. 5 della Mineralogia di M. Patrin se ne legge una ingegnosa descrizione: On pourroit dire, que Pietra Mala à l'ame d'un volcan, et Macalubbe, et les salses de Modène n'en ont que le corps; leur réunion formeroit un volcan ordinaire.
Or quantunque resti dimostrato che il fuoco non vi abbia menoma azione, si è pur non di meno fatta osservazione che quelle eruzioni state, sieno, accompagnate da fumo, fiamma ed un fetore di gas idrogeno solforato. Falsi racconti ed esagerazioni han data origine a quei supposti fenomeni che ad accreditarli in certo modo le autorevoli asserzioni di Plinio e di Valisnieri vi concorrono. Lo Spallanzani assolutamente vi si oppone, e non diversamente sostiene Dolomieu riguardo quelle di Macalubba. Entrambi non poca pena si son data, né accurate ricerche han trascurato onde in quei freddi vulcani materia alcuna rinvenire, la quale manifestasse d'aver sofferta l'azione del fuoco. All'opposto tutto ciò che da quei crateri si versa chiaramente annunzia di non essere stato da quel potente agente alterato. Gli stessi carbonati di calce, gli spati mescolati alle diverse colate sono conservatissimi, quantunque sì facili si risentano al fuoco; l'argilla fangosa sarebbe altrimenti divenuta rossa; nè lo spato e il gesso cristallizzati sarebbero comparsi senza veruna alterazione, da cui questo sostanze non è possibile esimersi al più mediocre fuoco. Se qualche volta intanto quelle fangose eruzioni han seco fiamma e fumo trasportato, devonsi questi prodotti considerare come accessorj e derivati soltanto da una causa esterna. Nel prorompimento di quei due gas vi è indispensabile uno sviluppo di calorico. Questi tre sensibilissimi elementi, posti in violenta fermentazione ed abbandonati al libero loro esercizio, urtandosi tra loro e contro le materie che investono, non è difficile che un'accensione succeda, e fuoco e fiamma e fumo in conseguenza manifestinsi. Il conte Rezzonico, l. c., chiude assai male questo articolo, dicendo: Ogni qual volia le piriti si accendono con maggior violenza sprigionano il fuoco e dilatano l'aria con quella mirabile forza che da me si notò parlando del Vesuvio. Il suo editore vi ha apposto una nota assai giudiziosa ed intelligente.
Fin dai più remoti tempi eran conosciute le Macalubbe di Girgenti. Solino ne fa menzione nel lib. 2: Ager agrigentinus eructat limosas scaturigines; et ist venae fontium sufficiunt rivis sulministrandis, ita in hac Siciliae parte solo nunquam deficiente aeterna rejectione terram terra evomit.
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