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Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore/Note all'articolo Palermo

Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Note all'articolo Palermo
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Note all'articolo Palermo.


(1) Ogni volta che nel volersi fissare l'origine d'un paese, non altro s'incontri che congetture lontane ed incerte tradizioni e favole, piuttostochè documenti istorici che ce ne istruiscano, solo vi è di certo, a conchiudere, che quell'origine nella remota oscurità del tempo si perda, ed ove nè la nascita, nè l'infanzia dell'istoria eran pur anco stabilite. Così avviene di Palermo, a cui il pregio di vetustissima città è d'uopo accordare, qualunque stata fosse la nazione che le fondamenta ne avesse la prima volta gettate. I più degni scrittori son di accordo che i Fenicj l'abbiano edificata; ma più chiari si esprimono, a considerarli abitatori della medesima, la quale fu trovata di già esistere, quando essi le prime loro colonie nella Sicilia a stabilire si recarono. Nazione conosciuta tra le antiche come la più commerciante, che nella ignoranza della navigazione le sue vele ardì spiegare al di là delle Colonne d'Ercole e fin nell'Oceano ingolfarsi, trascurare al certo non potea i vantaggi immensi che un'isola di tante produzioni ricca, di animali e biade ferace, e di sicuri e spaziosi porti provveduta, offriva all'esteso suo traffico ed al genio di dilatare il vasto suo marittimo impero. Diodoro infatti nel lib. 5 ci riferisce, Phoenices colonias non paucas in Siciliam, et vicinas ei insulas in Africam, et Sardiniam, et Iberiam denique miserunt. All'autorità di [p. 221 modifica]tale scrittore quella di Pausania si aggiunge, il quale nel suo 5 libro de Eliacis così si esprime: Phoenices, atque Libyes communi classe in eam (Sicilia) venerunt. Se costoro sicuri ci rendono della dimora de' Fenicj in quest'isola, Tucidide ci persuade che Palermo fu uno de' loro principali posti, ove stabilironsi. Si legge infatti nel suo sesto libro: Phoenices.... relictis plerisque insulae partibus Motyam et Soloentum et Panormum oppida Elymis finitima in unum coeuntes incoluerunt. L'espressione incoluerunt ben chiaro dimostra che avanti di loro questa città era di già conosciuta, e che i Siculi, o prima di questi i Sicani, le basi piantato ne avessero. Dovea la medesima risentirsi però dello stato rozzo ed incivilizzato di quei popoli, alla quale i Fenicj cominciarono a dar quello splendore di coltura e di opulenza che seco ovunque traevano.

Solo vi è quistione, se veramente i Fenicj propriamente dell'Asia, o quelli già pria stazionati in Africa, ossia in Cartagine, fossero stati quei coloni. Cluverio, lib. 1, cap. 2, opina che Phoenices asiaticos intellexisse Tucididem dissertissimis verbis testatur Diodorus, lib. 5. Si appoggia egli alla parola di esso autore or ora menzionata. Phoenices etc. Marciano Eracleota distrugge questa credenza e lascia su questo oggetto un campo d'incertezza nell'istoria, che facile non sembra di potersene liberare. Così scrive costui: Hae sunt urbes Graecanicae; reliqua oppida sunt barbarica, loca a Carthaginensibus communita.

Egli è certo intanto che Panormos è parola greca proveniente dalle due πᾶν ed ὄρμος, cioè tutto, porto, a causa di esservi stato un vasto e sicuro porto, da cui quella denominazione fu adottata. Diodoro lo dice chiaramente nel lib. 22. Pyrrhus Panormitanorum urbem adgreditur, quae pulcherrimum totius urbis Siciliae portum habet, ex quo et adpellationem istam urbs consequuta est. Fazello, Deca i, lib. 8, cap. i, dopo aver fatto derivare [p. 222 modifica]da quei greci vocaboli siffatta etimologia, aggiunge: Panormus enim graece non modo totum hortum, ut Callias et Athenaeus referunt, sed totum quoque portum latinis sonat. Villabianca ugualmente, lib. i della Sicilia nobile, dice che fu appellata Panormus, perchè nell'espressivo della detta voce si aggiungono gli eccelsi pregi del territorio palermitano pieno di continuate delizie, irrigato da tante fonti. Io non so comprendere come questa voce significar possa ciò che ne dicono questi due istorici, molto più che il primo si è chiaramente ingannato nella interpretazione che fa delle parole di Ateneo, il quale nel libro dodicesimo asserisce: Panormo vicina Siciliae regio tota hortus appellabatur, quod undique abundaret multis arboribus, ut auctor est Callias octavo libro historiarum. Questo passo dimostra che a Palermo si era dato quell'epiteto; ma non che il suo etimo da questa voce avesse derivato. Convengo che le amene campagne che circondono questo paese, di tutte le gioje e bellezze di costante e florida feracità adorno; le acque che dolci e ridenti campi ne irrigano, e le verdi e coltivate colline che gli fan quasi in giro nobile ed imponente corona, e sulle quali alti monti sublimi ergon le maestose loro teste, posson far congetturare che da sì esteso apparato di delizie piuttosto, che dal buon porto si fosse a questa città un nome adottato.

Fa meraviglia ancora che tale antichissimo paese, da' Greci non edificato, abbia avuto un greco nome. Bouchart, Geog. sac., cap. 27, difficile a rinvenirne ragione, così scrive: Proinde verisimile est aliud Panormi nomen in usu fuisse apud Paenos puta, Leptin, idest ὄρμον, stationem. Brydone, nel modo stesso sorpreso nella lettera 32 del suo viaggio in Sicilia, riferisce averne dimandato serio rischiarimento ad un dotto antiquario, il quale rispose, che quella parola, od una consimile sia caldea, oppure ebraica, e che paradiso, o giardino [p. 223 modifica]delizioso significhi. Ad accertarmene volli consultare l’erudito P. Giovanni Ragona, professore di tale idioma in questa università, ed egli con i libri alla mano ebbe la compiacenza di dimostrarmi che in esso linguaggio non vi sia parola che simile in certo modo a Panormos valga per paradiso, o giardino delizioso. Pardes, scelach ed heden sono i vocaboli ebraici che vi corrispondono. Si legge anzi nel dizionario di Pasqualino che questa voce sia in effetto ebraica; ma che significhi aspetto di fortezza, proveniente da panah, guardo ed armon, fortezza. Non si sa però comprendere da quale circostanza locale tratto abbia Palermo simile denominazione.

Il vescovo Pietro Razano, autore d’un opuscolo intitolato: De origine, primordiis et progressu urbis Panormi, ricusando che Ermondio sia stato il fondatore della medesima e che il nome di Ermondia dato le avesse, sostiene all’incontro l’autenticità di quella lapide. Il citato monumento da Fazello, Deca i, lib. 8, cap. i, e da Inveges, Era i, nei proprj originali caratteri trascritto, non si riduce che ad alcune parole credute una volta caldaiche ed incise ne’ sassi dell’antica porta Patitelli. Si è oggi però nella certezza che quelle parole sieno saracene, e che non abbiano una data più antica del 942 dell’era cristiana, in cui l’isola era sotto il dominio degli Arabi.

(2) Questo santuario, rinomato soltanto per la venerazione de’ devoti della capitale, non può vantare nè lusso, nè magnificenza. Esso consiste in una spaziosa grotta di goccie d’acqua grondante, e che appena ha potuto privarsi della rozzezza e rigidità datale dalla natura, benchè vi presti il culto ed il divino servigio un numero di canonici che vivono in quell’erto e solitario domicilio, che di canne 145 sul livello del mare s’innalza. Il medesimo, incolto e straordinariamente ripido, richiedea una strada che dalla capitale comoda recasse al [p. 224 modifica]sagro edifizio. Fu quindi costruita; ed in ciò non si risparmiò denaro, onde renderla degna dei tempi della grandezza romana. V. Borch, t. V, lett. 15.

(3) Adelcamo, il primo de' generali saraceni conquistatori della Sicilia, fu il fondatore del real palazzo che da Roberto Guiscardo fu poscja ridotto a più nobile e magnifica forma. Nel 1129 il re Ruggiero fabbricar fece detta cappella palatina di san Pietro, di eccellenti mosaici tappezzata. La chiesa della Martorana è tutta egualmente di mosaico vestita. Questa voce ha diversi significati, ma si crede generalmente che venga dalla voce greca μοῦσα, musa, perchè di questa sorte di difficile e costosa pittura se ne servivano per ornamenti delle Muse. Quest'uso è molto antico, e si vuole che sia di origine persiana. Silla, a testimonianza di Plinio ne aveva impiegato per adornare i più bei edifizj romani; ed il primo lavoro fu fatto da costui eseguire in Preneste. Ne' giorni d'Augusto si è di certo che cominciò a rendersi più generale, Eneyc. Antiq. I mosaici della cappella palatina sono di quella qualità chiamata opus tessellatum, ossia un composto di piccoli cubi di marmo, o di vetro di diversi colori, e dorati. In Roma si travaglia il più perfetto mosaico di questo genere. Dice Caylus, Reçueil d'antiquités, tom. i, par. 4, l'admirable exécution de tableaux de Saint Pierre à Rome fixera toujours avec étonnement les regards des curieux; elle tien du prodige. Una seconda specie di mosaico, detta sectilia, non è così comune per essere assai più costosa, impiegandovisi le pietre preziose, come agate, lapislazzolo, la cornalina, il rubino, lo zaffiro, lo smeraldo, ecc. Gli antichi avevano degli eccellenti artisti in questo ramo di pittura. Plinio fa menzione d'un certo Soso che in Pergamo egregiamente travagliava, descrivendo un mirabile suo lavoro chiamato Ἀσαρωτος οἰκος, ossia la casa non iscopata. Pur non di meno i più diligenti scrittori [p. 225 modifica]di antichità confessano che i moderni mosaici si compongono con una precisione e gusto superiori di molto agli antichi. Oltre i mosaici fatti in superficie piane se ne sono perfezionati ancora in rilievo. Nel tomo 3, parte 4, Caylus ne presenta un disegno, dove si vede una testa di donna in un ovale che ha 17 pollici di altezza, 12 di larghezza ed uno sporto di quattro. Egli ha veduto ed ammirato questo bel lavoro che si trova a far parte della ricca sala di antichità del Re di Francia.

(4) Questa chiesa, illustre monumento della grandezza d'animo e della pietà dell'arcivescovo Gualtieri Offamilio, inglese di nazione, fu eretta nel 1185, all'ottima riuscita della quale non poco influì il genio sovrano di Guglielmo II. M. Van Cleenputte ne fece un eccellente disegno che, secondo Forbin, Souvenirs de la Sicile, si può con piacere osservare nell'opera del sig. Osterwald. Avrei desiderato che Münter avesse preso a contemplare questo superbo gotico, moresco edifizio. Egli che con diletto e trasporto esamina i colossali avanzi delle fabbriche greche e romane, non fu penetrato di giusta curiosità dall'elevatezza, sontuosità ed ammirabile ardire che regnano nel tutto insieme di quest'opera, la quale tanto bene corrisponde con la venerazione e santità del luogo, per il quale sembra che quell'originale stile sia stato forse la prima volta impiegato. Leonardo Alberti l'annovera fra i primi tempj d'Italia (Descrizione delle isole d'Italia). Forbin, nel luogo citato, in questi sensi si esprime: l'extérieur de ce monument est du plus bel effet. Ed infatti chi si mette ad osservarne l'ingresso, oh come l'anima colpita gli rimane a quella varietà di gustosi, precisi e delicati lineamenti, e soprattutto a quell'apparente leggerezza di forme che, non iscompagnata da reale e mirabile solidità, annunzia con quanta arte ed intelligenza insieme quei rispettabili, ma poco riconosciuti architetti, le loro nobili ed egregie fabbriche sapevano innalzare? [p. 226 modifica]Ivi sembra che tutta la chiesa, con quei due magnifici imponenti archi e con le due laterali aguglie, dal suolo staccar si voglia e verso il cielo elevarsi sino a quel Dio che vi si adora. Se da quel sito si passa a considerarne il lato, non mancano allo spettatore nuove, gentili e maestose bellezze ad offrirsi. Si guardi però di posar l'occhio sul brutto borrominesco campanile e sulla grossolana pesantissima cupola che con tanto poco giudizio e senza convenienza alcuna si fece costruire nell'essersi questo duomo di recente restaurato. Essa minaccia di voler tutto schiacciare. Ma giacchè si desiderava una cupola, che per la prima volta venne usata nel sesto secolo, secolo di avvilimento e di barbarie, nella chiesa di Santa Sofia in Costantinopoli, perchè non idearla a forma gotica e con ornamenti analoghi a tutto lo stile dell'edifizio? Nè ciò strano sarebbe stato di recare ad effetto, perchè le seul caprice de l'architecte déterminoit les formes, les proportions et les ornemens, Encyc. method.; ossia perchè il genio guidava la ferace fantasia di quegli architetti e non la scrupolosità per gli antichi fissati ordini ed intangibili modelli. Despotizzando questi, per via del pregiudizio e del fanatismo sul gusto e sulla scelta de' moderni, han paralizzato in loro lo spirito di invenzione che dobbiamo, senza essere attaccati da quei due veleni tanto alle belle arti perniciosi, confessare essere stato ugualmente distrutto dalla testa degli stessi antichi architetti greci, ridotti meschinamente a copiarsi l'un l'altro, e che tutto lo sforzo de' loro talenti non si estese oltre il ritrovato di una colonna, più grossa, più grande, o più colossale. Si potrebbero gli architetti considerare come settarj dei tre capi di religione, Doro, Jono e Callimaco, i quali, spaventati di attaccarli ne' loro dommi, ebbero l'imbecille coraggio di profanare la santità de' triglifi, degli ovoli, de' dantelli ecc., copiando sempre l'istessa cosa a segno [p. 227 modifica]che basta veder uno de' tempj dell'antichità, per averli tutti osservati.

All'opposto ogni edifizio gotico è un ordine in se stesso, giacchè in ciascuno di essi regnano una marcata e decisa variazione e novità nelle forme, nelle proporzioni e negli ornati. Era della libera fantasia dell'architetto, il disporre a piacere di questi tre inesauribili, e ne' greci ristretti e limitati, rami dell'adorno e decoro dell'architettura. Se Jono, per aver posto l'evolute al capitello dorico, si disse inventore, ed inventore chiamossi Callimaco per avervi sostituite le foglie d'ulivo e di acanto, con quanta assai più di ragione non meriterebbero gl'ingegneri arabi quel pomposo e lusinghiero nome in ogni loro fabbrica? Solo due leggi s'imponevano a medesimi, dalle quali non era permesso allontanarsi; cioè la leggerezza apparente e la solidità reale. Questi erano i dommi dalla natura insegnati; il primo, allontanando l'idea del pericolo, nobile e svelta ne rendea la decorazione; mentre il secondo con effetto tendeva ad evitarlo. Eppure l'architettura della nostra cattedrale conviene confessare che cede alle molte e più cospicue ammirate in altri paesi d'Europa. Il conte Rezzonico, nel tomo quinto de' suoi Viaggi, esclama: ho veduto in Inghilterra meraviglie; e dove non ve ne sono in quei luoghi in cui tali opere signoreggiar si osservano? Il signor Cicognara, tomo i, cap. i, Storia della scultura, non si esprime con meno di trasporto, quando di questo sorprendente stile prende a parlare, e nominatamente mel fare ricordo delle sontuose fabbriche di Granata, dell'Alambra, d'Alcazar, Generalifo e della grandiosa moschea, poi cattedrale di Cordova, non escludendo quelle di Pisa, Siena, Bologna e Milano. Gli edifizj gotici di Francia, ed in particolar modo i duomi di Parigi, di Reims, di Chartres, di Strasbourg, sono i più meravigliosi prodotti dell'arte, del gusto e dell'esecuzione in [p. 228 modifica]architettura. Il est impossible de pousser plus loin la témérité dans la coupe des pierres, plus loin le savoir, et la hardiesse. Encyc. Archit.

Se questa architettura è commendabile per l'esterno decoro delle chiese, lo è in grado assai maggiore per la sublimità e religiosa convenienza dell'interno delle medesime. Ma appunto qui la nostra cattedrale, dopo essere stata restaurata, non ha più menomo vestigio di questo stile; e perciò, essendo formata secondo la comune ed irragionevole maniera, nulla si trova da lodare a riserva della grandiosità del vaso, e ciò che havvi di accessorio, come le belle colonne di granito, il ricchissimo altare di lapislazzolo, i reali sepolcri e le quarantadue statue in marmo del Gagini, scultore palermitano; del di cui merito il sig. Agostino Gallo ne ha di recente con tanta intelligenza pubblicato un giusto elogio.

(5) Il dotto abate De Gregorio ne descrisse con diligenza una relazione, che non poco vantaggio dové recare a quella con molta erudizione pubblicata in Napoli. Si è questionato, donde avessero potuto venire i massi di sì bello e perfetto porfido. Facile a' magnifici Sovrani normanni potè riuscire il tirarli dall'oriente, ove essi aperto commercio esercitarono. Poteano esser molte però le cagioni, come rinvenivansi quei pezzi non ancora lavorati, e chi sa per quale uso in Sicilia trasportati. Perchè negare che secondo il Winckelmann fossero monumenti siffatti venuti da Roma? Per qual ragione credere strana la congettura di Riedesel, che questi avean antecedentemente servito per tombe di antichi Romani? Forbio, l. c., ce li fa portare dalla Siria. L'osservarvi degli emblemi cristiani ha potuto derivare da una sostituzione fatta a' quei pagani, per averne la pietra stessa in quel luogo offerto il mezzo di scancellare gli antichi, ed i nuovi emblemi scolpirvi. In fine mancavano, e forse mancano rocce porfiritiche in Sicilia? L'autore della [p. 229 modifica]Descrizione de' reali sepolcri non mostra la sua esattezza nel ricusarne l'esistenza, volendone dare erroneamente all'Egitto il dritto esclusivo di possedere una produzione, di cui la terra n'è quasi interamente coverta, o nelle sue viscere in maggior quantità riempita, attesa la sua natura di sostanza primitiva, vulcanica e di transizione. Si trovano, dice Chaptal ne' suoi Elementi di chimica, de' porfidi in Egitto, Italia, Alemagna, Svezia, Francia ecc. Sembra che per antonomasia si sia dato il nome di porfido d'Egitto a quella roccia porfirica che ha tutte le distinte qualità di quella che da lì si trae. Il diligentissimo naturalista Spallanzani, analizzando il porfido delle isole Eolie, tom. 2, cap. 2, dice così: Questo porfido è egiziano. Il suo colore è un rosso cupo... è noto che questo riesce gratissimo all'occhio, avvivato che sia da un delicato pulimento. I porfidi, de' quali il dotto sig. Ferrara ne' suoi campi flegrei fa parola, che attaccati sono dopo la catena granitica del peloro e quelli compresi nel catalogo delle lave analizzate e descritte nella sua opere dell'istoria dell'Etna, e le venticinque lave porfiritiche dell'Etna dal commendatore Dolomieu classificate nella Memoire sur les iles Ponces, e precisamente quelle de' numeri 10, 16, 20 e 25, ci fan conoscere in quale quantità n'è ripiena la Sicilia. Questa era forse la ragione di farsene grand'uso nell'età di mezzo; e questo uso era reciprocamente la causa di facilmente ritrovare i porfidi.

(6) Era più naturale che Münter trovato avesse un numero maggiore di fabbriche saracene. Fazello, Deca i, lib. 8, cap. unico, asserisce che tanto questa casa che l'altra, Cuba, oggi Borgognoni chiamata, preso avevano i loro nomi da due figlie d'un Re arabo. Le sue parole sono le seguenti: Memorant Saraceni rerum veterum peritiores Cubam, et Azisam Saraceni cujusdam Siciliae Regis filiarum olim fuisse nomina. Inveges, Era 6, ve ne [p. 230 modifica]unisce la terza, detta mare dolce. Il primo dice che la peschiera si trovava nel palazzo di Cuba; in uno de' discorsi dell'abate De Gregorio però si dà chiara notizia di esservene stata una in quello della Zisa. Il sig. Duca di Serradifalco, applicato sempre allo studio delle cose patrie, sta facendo interpetrare l'iscrizione araba che vi si osserva. Sarebbe stata cosa assai grata che l'autore ci avesse istruito da qual fonte abbia egli ricavato, che quelle cifre contengano parole dell'Alcorano, e che dato ce ne avesse il significato, onde non essere più incerti di sua fondazione. In verità le figure d'uomini in mosaico che adornano questo edifizio, non annunziano essere di musulmana invenzione; ma è da presumersi che vi fossero stati aggiunti in seguito da' Normanni che quella casa abbellirono. È degno intanto di riflettere, che i molti autori che a' Saraceni vogliono attribuire l'edificazione della medesima, motto alcuno non fanno di quei caratteri. Intanto il nome Zisa, oppure Azisa, è chiaramente arabo, e significa fiorito, pulito; ma questo istesso non interamente assicura a quella fabbrica un'origine saracena; perchè saggi i conquistatori normanni, non solo dagli usi, dalle leggi e cognizioni, ma ben anco dalla favella della vinta nazione profitto e vantaggio vollero ritrarre. Si sa da Ugone Falcando, tom. 7 di Muratori, che il re Guglielmo, dopo la morte del magnifico suo genitore, volle far edificare un palazzo che superato avesse in sontuosità e bellezza Favarium, Mimnervum, aliaque delectabilia loca, da lui costruiti. È venuta a qualcuno l'idea che questo palazzo sia stato appunto la Zisa; e a dimostrare la certezza, un passo della cronica di Romualdo da Salerno, contemporaneo e parente di questo Sovrano, vi concorre. Nell'or menzionato tomo, pag. 206, ecco quanto detto scrittore asserisce: eo tempore Rex Guillelmus palatium quoddam altum satis et miro artificio elaboratum prope Panormum aedificare caepit, quod Lisam appellavit. [p. 231 modifica]Se mai vero fosse che in vece di Lisam dovesse leggersi Zisam, sarebbe allora chiaro che quello edifizio fosse veramente opera normanna. Ad assicurarmi se ciò derivasse da errore di stampa, presi alle mani l'opera di Caruso, ove scritto ho trovato ben anco Lisam. Doveasi dunque da per tutto commettere simile sbaglio tipografico? Si resta perciò nell'incertezza; molto più che storici degni di tutto il credito non si avrebbero fatto sfuggire circostanza siffatta, onde ricredersi che quel palazzo fosse da' Saraceni stato costruito. Questa Lisa sarà stata altra fabbrica distrutta, come Favarium, Mimnernum, aliaque loca, di cui non è menoma traccia rimasta. Per altro nel nominato edifizio non si sa conoscere quel decantato palatium altum satis adorno di tutti quegli altri pregi che in quella cronica descrivonsi.

(7) Adesso la popolazione si fa ascendere a 180,000 persone.

(8) L'autore non poteva prevedere sino a qual grado di estesa celebrità dovesse giungere il padre Piazzi. L'attuale specola di Palermo, eretta nel 1791 e distinta in mezzo alle più cospicue d'Europa, deve a questo insigne personaggio tutto il suo splendore. Riconoscenza uguale deve ancora tributargli Napoli per quella di recente sotto la dotta sua direzione stabilita. A' di lui meriti sommi altro assai pregiabile se ne aggiunge, quello cioè di aver saputo sviluppare e nudrire tra i molti suoi scolari il gusto per le matematiche, ove non pochi di essi segnalati si sono, tra i quali l'astronomo sig. Cacciatore, attual direttore di questa specola. Il signor Zach, pieno di giusta venerazione per il P. Piazzi, nella corrispondenza astronomica, tom. 2, lettera 25, dice: voici en peu des mots l'histoire succinte de l'astronomie napolitaine. Quant à la Sicilienne le P. Piazzi nous a donné le commencement et peut étre aussi la fin. Per quanto rispetto aver si debba per le cognizioni astronomiche di quel dotto autore, [p. 232 modifica]non credo che se ne potrà aver molto per la sua astrologia. Se prima del 1790 da indovino avesse voluto proferire una sentenza sullo stato della futura astronomia in Sicilia, avrebbe forse negata la possibilità del cominciamento della sua istoria. Il P. Piazzi gli avrebbe fatto conoscere di essere ingannato; ed io spero che qualche suo allievo, od altri renderà vana la disgustosa profezia del medesimo. Dopo l'epoca di cui parla il sig. Münter, questa capitale da altri soggetti per pregi acquistati in diversi rami di scienze e letteratura è stata decorata. Tra costoro primeggia il professore abate Scinà, il quale, oltre le grandi cognizioni matematiche e fisiche, possiede in grado eminente le istoriche. Le opere da lui pubblicate, per le quali da tutte le parti se gli sono dovuti elogi tributati, lo rendono degno di rispetto; e perciò si è nella giusta aspettazione di quelle, sulle quali il medesimo è al presente seriamente occupato.

(9) Nell'anno 1805 con real decreto S. M., attuale benefico Sovrano, si degnò di elevare questa accademia al posto di università, accordandole il privilegio di conferire lauree in teologia, filosofia, giurisprudenza e medicina.

(10) I fondamenti dell'edifizio, ove casualmente ritrovaronsi quei vasi, furon quelli del presente albergo reale.

(11) Trovandosi adesso alla direzione di questa pubblica beneficenza il dotto abate Scinà, è stata arricchita delle più belle ed interessanti opere si di antichi classici, come de' più eccellenti moderni scrittori in ogni ramo di scienze, letteratura ed arti. Questo comune ha stabilito una rendita annuale di once mille per acquisto di libri, e per far che vi si presti quel regolare ed utile servizio, della cui condotta sono incaricati buoni ed intelligenti sacerdoti. Qui l'autore non incontrerebbe quella scarsezza di giovani da lui osservata nelle librerie d'Italia, dacchè regolarmente vi si recano [p. 233 modifica]a studiare più di sessanta, ed alle volte un centinajo di persone d'ogni ceto ed età. Al presente l'abate Scinà è occupato ad ingrandire, e più sistematicamente ordinare questa biblioteca, dando al tempo stesso una più decorosa forma all'esterno dell'edifizio, per cui vi si è innalzato un portico che ha tutto il gusto della robusta e semplice architettura greca, il cui disegno è del capitano Ragona al servigio dell'artiglieria. I Padri dell'oratorio dell'Olivella, una libreria ricca di buonissime opere in diversi rami di scienza posseggono. Questa è destinata ben anco per comodo del pubblico, la quale sarà oggi ad un grado di maggiore utilità recata, per trovarvisi alla direzione e come bibliotecario il P. Gaspare Grassellini, che ben istruito nelle scienze teologiche ed ecclesiastiche, è altresi adorno di tante altre cognizioni di fisica e letteratura.

(12) Ecco Münter quel che ne dice all'articolo sopra le contrade di Napoli: nella porta principale della cattedrale di Salerno una lapide si trova con singolari caratteri creduti normanni, malgrado che alcuno non abbia potuto sinora interpetrarli.

(13) Il nominato abate De Gregorio fu il primo che a gridare incominciò alla falsità del Vella. Egli, per meglio attaccarlo, ebbe la nobile pazienza ed il talento di apprendere senza l'ajuto d'un maestro la lingua araba, la di cui conoscenza lo pose in istato di pubblicare nel 1790 un'opera eccellente la quale, in chiaro mettendo l'istoria degli Arabi, riempiva il vuoto tra quelle bizantina e normanna, che dal De Giovanni e dal Caruso erano state prima trattate. Annio di Viterbo, ossia Gio. Nanni, frate domenicano, compose diciassette libri di antichità, ove con la massima franchezza spaccia come vere alcune supposte opere de' più remoti scrittori.

(14) Da pochi anni a questa parte stabilite si sono diverse ed altre buone stamperie. Tra queste merita particolare considerazione la reale tipografia di guerra. Quella del sig. abate si distingue ancora [p. 234 modifica]a ragione di una significante provvisione di belli e variati caratteri sì latini che greci, da torchj della quale escono alla luce, ove si vogliano, edizioni eccellenti.

(15) Non si saprebbe abbastanza lodare il merito di questo originale poeta, da tutti uguagliato a Teocrito ed a Anacreonte; ma da qualche intelligente creduto superiore a questo ultimo in ciò che riguarda la macchina delle sue composizioni. Naturale e semplice ad un grado eminente, e nel tempo stesso energico; descrittore esatto ed ameno ne' grandi che ne' più minuti dettagli, sorprende sempre l'anima, e grata e sensibile tenerezza le ispira. Dopo Ossian non credo che vi sia stato poeta che siffatto incanto possedesse, e con tanta forza e rapidità abbia saputo farsi strada nel cuore dell'uomo. Non tarderà molto a veder la luce la vita di questo poeta, scritta dal sig. Agostino Gallo, ricavandone gli elementi da alcune autentiche carte del medesimo, e da ciò ch'egli stesso ne' suoi discorsi familiari gli aveva raccontato. Per via di una soscrizione, promossa dal letterato fervore di quel giovane se gli eresse in S. Francesco un sarcofago con il suo busto in marmo. L'ornatissimo Principe dalla Trabia possiede un altro busto di esso illustre poeta, il quale è d'una grandezza al di là del naturale.

(16) Tutti gli tributano l'onore di uguagliarlo a Raffaello. Lo studio della natura, che quel valentissimo pittore, nello stato di sua semplicità e nuda sua bellezza, seppe con tanto genio contemplare, fu certamente quello che lo innalzò ad una originalità tutta sua. Ma ove costui in grado il più meraviglioso manifestò il colmo de' pregi suoi, fu nella facilità di dipingere: malgrado di esserci stato in età molto fresca infelicemente dalla morte rapito, pur non di meno sono innumerevoli le pitture che d'ogni genere trovansi sparse in tutti gli angoli della Sicilia, e che al di lui divino pennello si [p. 235 modifica]appartengono. Questo artista, che aggiunse nuovo decoro al genere umano, fu meglio e più meritamente conosciuto dopo la sua morte, per cui quasi spogliata la Sicilia delle eccellenti sue opere, trovansi le medesime destinate a nobilitare le più cospicue gallerie di estere nazioni. Si è da alcuni gridato contro l'uniformità delle sue fisonomie; ma che non si soffrirebbe per quelle sue faccie ancorchè si rassomiglino, e sulle quali non ideale, ma naturale venustà ed espressione si ammirano? Non so, per esempio, se le belle teste delle vergini del quadro di S. Orsola, ch'egli dipinse a fresco nel cortile dell'ospedale grande, e per dire così in mezzo alla strada, possono esser meno piacevoli all'occhio e meno amabili al cuore di quanto lo fu la testa della rinomata Giunone, o di Elena, per la perfezione della quale ci si racconta che Zeusi fece tanti travagli. Al nostro Novelli non mancò che la fortuna per renderlo tanto celebrato, quanto lo sono Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Leonardo ed altri. Favorevoli e circostanze felici e valide protezioni prodigarono a vantaggio di quegli illustri artisti somme e dovute lodi, che, riempendone le carte, produssero in seguito una folla di quei tanti ammiratori che giudicar non sanno senza esser tutelati dalle altrui autorità. Il Morrealese all'opposto, nato in oscuro paese, e le di lui opere rimaste sepolte in Sicilia, non potè si facile spianarsi la strada alla celebrità. Egli senza Mecenate vi giunse però per la forza del solo di lui straordinario merito; e sono state le divine sue pitture, con la più efficace e sincera eloquenza, e non con la voce dell'entusiasmo e dell'adulazione, che hanno gridato alla vera gloria di questo insigne pittore.

(17) Con bolla di Pio VI dei 12 luglio 1777, eseguita ai 17 luglio 1778, tale arcivescovato fu aggregato a quello di Palermo. Sotto il pontificato di Pio VII, con breve de' 29 marzo del 1802, queste due sedi arcivescovili furono di nuovo divise.
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(18) Come ho detto nel numero primo Solanto fu una di quelle città che, secondo Tucidide, edificata si crede da' Fenicj. Non è rimasto di antico più di quanto brevemente ne rapporta l'autore: ma chi brama averne più distinti ragguagli, può leggere la lettera del Principe di Torremuzza, scritta a' 5 maggio 1556, e nell'anno stesso stampata dall'abate De Blasi. Questo autore, secondo Stefano Epitomatore, ne attribuisce fondatore Ercole fenicio, dopo aver egli in quella contrada ucciso un famoso ladro di nome Soluntes. Vedi De Blasi, lib. i, cap. 5. Le parole di Stefano sono le seguenti: Sic vero vocata fuit a Solunte pravo hospite, quem Hercules interfecit.

(19) Quando l'autore visitò la Sicilia, l'orto botanico non era che di picciolissima considerazione, riducendosi ad una collezione di sole piante medicinali che coltivavansi alla meglio sul bastione di porta Carini. Dal 1789 in poi cominciò a darglisi quell'estensione e lustro, onde metterlo tra il numero de' più begli stabilimenti che in questo genere vantar si possa in Europa. Forbin, nell'opera citata, ne parla così: M. Tineo de Palerme a fait connoitre dans un catalogue raisonné les plantes nombreuses et rares du jardin botanique de Palerme, le plus complet de l'Italie. La più grande e sontuosa delle tre fabbriche che vi si osservano innalzate, è destinata per la scuola, per l'orto secco e per l'appartamento del direttore; e le due piccole laterali si fan servire per il frigidarium e tepidarium, ossia per le stufe fredda e tepida, o temperata. A compir l'opera si prestò finalmente con la reale sua generosità la nostra regina, di felice memoria, Maria Carolina, la quale nel 1799 beneficar volle questo giardino con il magnifico e ricco dono d'un calidarium, ossia stufa calda, una delle più belle macchine che in questo genere siasi costruita in Inghilterra, la quale servir dovea per l'orto botanico di Vienna. Intanto, benchè il dono fosse di [p. 237 modifica]quella data, pure non si è tale stufa eretta prima del 1823, per averne ora assunta tutta la cura l'attual luogo-tenente Principe di Campo Franco e la Commissione di pubblica istruzione. Le nobili fatiche e gli studj diligenti del fu Tineo padre, ed ora del figlio, de' direttori di esso giardino e da' professori insieme di tale facoltà, non han lasciato di sempre più perfezionarlo e di arricchirlo delle più rare indigene ed esotiche piante, il cui numero sarà specificato in un catalogo da lui ben presto pubblicato.

In quest'orto le piante di piena terra sono disposte, e distribuite si ammirano secondo il sistema sessuale di Linneo. Un'altra classificazione se n'è fatta a norma del metodo naturale di Jossieu, il quale non è che quell'istesso del celebre di Tournefort, ma più illustrato ed esteso. A ciascuna di dette piante si è apposta la corrispondente etichetta, in cui si specificano il nome sistematico d'essa, l'autore che ne ha dato la più esatta descrizione, la forma, il nome italiano, o siciliano, se ne abbia, e l'abitazione, accennandosi ben anco l'uso a cui va generalmente destinata. Il signor Tineo, dopo i guasti e le devastazioni ch'ebbero infelicemente luogo in settembre 1820, dimostrando il più lodevole zelo ed amore per il buon servizio di questo luogo, non ha risparmiato fatica, attenzione ed attività, onde riparare a quelle gravi perdite. Egli è giunto finalmente a non farcene conoscere le dolorose conseguenze, ed ha quasi rinnovato i due erbarj indigeno ed esotico. Si è di recente fatta venire la rara pianta Cocos nucifera, ossia noce di cocco onde tentar di piegarla per il nostro clima. Questo attento e diligente professore pare che viva in compagnia delle sue piante, e sotto i suoi proprj occhi ne vede i movimenti, e gli sviluppi ne esamina. Egli ha calcolato che la vegetazione delle foglie di Cocos ha un giornaliero accrescimento di una linea e mezza. Le piante dell'Africa trovansi [p. 238 modifica]esposte a piena aria in luoghi distinti del giardino; quelle della Nuova Olanda sono ordinate in luogo a parte, le quali all'ombra prosperano, ed a piena aria; nella stufa calda si fan vegetare quelle della zona torrida e porzione di quelle delle due Indie.

Oltre a questo pubblico orto botanico l'A. S. R., il duca delle Calabrie, un altro ne ha eretto nella sua suburbana delizia di Bocca di Falco. Da questo stabilimento il real Principe ha mostrato quale genio e sapere lo adornano ancora in questo ramo delle naturali scienze. Un numero copioso di rare piante abbellisce questo giardino, delle quali se ne trova nel 1821 pubblicato un catalogo.

Tra i privati quelli del barone Giaconia, del Principe di Pandolfina e dell'Aromatario Canzonieri meritano ben anco di essere celebrati. I due primi in particolare han profuso somme ingenti, e fatiche e cure non han trascurato pel semplice ornamento delle loro ville.