Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore/Note all'articolo Siracusa
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Note all'articolo Siracusa.
(1) L'abate Scinà ha in questo anno 1823 dato alla luce un eccellente discorso intorno ad Archimede, che può ben servire per una storia delle moltiplici sue meravigliose invenzioni e dell'estensione da lui data alle scienze sì geometriche che meccaniche. Ciò che rende l'opera in particolar modo interessante si è la giudiziosa e dotta esposizione de' metodi e degli ingegnosi tentativi che quel divino geometra, quasi a guisa di vaticinj, seppe mettere ad effetto, onde allo sviluppo di quelle stesse invenzioni ed alla verità geometrica delle grandi sue teorie avesse potuto egli arrivare.
(2) Nel lib. 6 di Tucidide, toccante Siracusa, si legge, che antiquissimi feruntur partem quandam regionis, tenuisse Cyclopes, et Laestrygones . . . . Post hos Sicani primi demostrantur incoluisse. Costoro ne furono discacciati in seguito dai Siculi d'Italia.
(3) Nel nominato viaggio del Principe di Biscari non si acquistano maggiori lumi intorno alla valle d'Ispica, chiamata oggi le Valli, oppure Castello d'Ispica. Questo luogo è ne confini de' territorj di Noto e Spaccaforno. Uguale monumento dell'infanzia della società si ammira in Pantalica 15 miglia circa al di sopra di Siracusa. Se ne trovan da per tutto anco in Puglia ed in Basilicata. Giuseppe del Rosso, nelle sue ricerche sopra l'architettura egiziana, cap. i, art. i, fa menzione di quelle che fiancheggiano il Nilo, e precisamente tra Korna ed Habeu, che, secondo l'opinione dei viaggiatori, servivano di residenza ai Re prima dell'edificazione di Tebe.
(4) Si legga la nota num. 5 al Viaggio da Catania in Messina, ove dimostrandosi che Teocle venne in Sicilia 736 anni prima di G. C., e che Tucidide nel lib. 6 assicura che insequenti anno Archias Heraclidarum unus Corintho profectus Syracusas condidit, ne risulta che l'epoca della fondazione di questa città è 735 anni avanti l'era volgare. Essa corrisponde al computo di Falconer in Strabone, lib. 8, ed a quello che ne stabilisce Cluverio, lib. i, cap. 12. Syracusae igitur conditae fuere dictae olimpiadis (cioè l'undecima) anno secundo ante natum Christum, che corrisponde a 735 anni prima della sua nascita. A norma del lib. 6 di Strabone si conosce che Archia sbarcò nel promontorio Zefirio; e finalmente dal 6 di Tucidide si rileva che questo fondatore venne per la prima volta in Sicilia ad abitare co' suoi Greci annis prope trecentis ante Graecorum in insulam adventum, e non dopo duecento come il Münter è di opinione.
(5) Parola composta dalle due greche τὲτταρα e πόλις, che significano quattro e città. Da Brydone è chiamata πενταπόλις, cioè cinque città. Il nostro autore in questa enumerazione ha voluto seguire ciò che ne dicono Cicerone in Verre lib. 4 e Silio lib. 14. Strabone manifestamente vi si oppone, asserendo nel 6 libro quinque urbibus olim constabat, muro 180 stadia longo incincta. Egli in questa credenza ha due insigni compagni, Livio e Diodoro; il primo de' quali nomina cinque città, ma separatamente ne' suoi libri 24 e 25, mentre il secondo ci costringe di andar cogliendo quelle cinque città, cioè Ortigia, Acradina, Tica, Neapoli ed Epipoli, ne' suoi lib. 11, 14 e 16. Gli Enciclopedisti ne fanno uguale numerazione; Mentelle e Malte-Brun vi si uniformano ancora. Geogr. meth. phys. tom. 8. Cluverio attribuisce tale discrepanza all'Epipoli, la quale essendo stata poco o niente abitata, non era da taluni presa in considerazione. V. lib. i, cap. 12. Del parere istesso è Falconer, lib. 6 di Strabone in cui si legge che Epipolae minus habitatae fuerunt, ergo non a Cicerone nominantur. D'Orville nel lib. ii ben anco in questa guisa ragiona, un'altra congettura aggiungendo, sive quia insula non in numero veniebat, a quibusdam quatuor constituisse urbibus traduntur.
(6) Leggansi le parole di Strabone nella nota antecedente. Dal calcolo che ne fa Tucidide nel lib 6, si osserva una differenza di soli due stadj; egli a quel recinto dà una lunghezza di 178 stadj.
(7) Non so trovare, per dimostrare il merito di questa città, espressione più bella ed energica di quella che si legge nel lib. 2, cap. 6 di Floro: Sicilia mandata Marcello nec diu restitit, tota enim insula in una urbe superata est. Nel lib. 25 di Livio sta scritto: subjectam oculis vidit (Marcello) illacrimasse dicitur, partim gaudio tantae perpetratae rei, partim vetusta gloria urbis. (Cicerone, nella 4 Verrina, esclama: Ea tanta est urbs, ut ex qua tuor urbibus maximis constare dicatur. Nella seconda ode pitia di Pindaro è chiamata μεγαλοπολείς Συρακόξας, cioè le grandi città Siracuse. La medesima veniva a ragione chiamata la capitale di tutta la Sicilia.
(8) Senza quel cieco ed alle volte non ragionevole rispetto per i Greci, è da confessarsi che costoro non possono vantarsi di essere stati di molte invenzioni autori. Non si nega però che i medesimi arti e scienze ripulirono ed a perfezione qualcuna ne recarono. Il sig. Cicognara, nel cap. i della Storia della scoltura, non li crede nè anco inventori della loro propria mitologia e favola. Il dotto cav. Jones, presidente della società di Bengala, a cui da' Bramini dell'India furono i sagri libri aperti, vi riconobbe tutta quella mitologia e la favola di già dieci secoli innanzi la fondazione degli stati della Grecia scritte e pubblicate. Non è dunque strano il credere con Münter, che dagli Egiziani appresero costoro l'ordine dorico, come e da questi ed altri popoli diverse cognizioni, arti e scienze furon loro apprestate. In Egitto avea dovuto l'architettura, sebbene rozza, far de' progressi, a cui i Greci non fu permesso che assai più tardi di giungere in proporzione dell'accrescimento di socievole e colta condizione tra i due popoli. Dimostran queste le vaste e maravigliose gigantesche opere di architettura fin dal magnifico e potente Sesostri intraprese. Goughet, t. 3, art. i. Viaggiando quai fanciulli in quel paese già vecchio d'arti e da cognizioni onorate, non potevano i Greci dalla vivace loro fantasia scancellar l'idea delle pesanti ed enormi fabbriche di quella nazione, la quale prendendo naturalmente ad imitare le primiere troglodite loro abitazioni, colonne e pilastri vi adattarono di smisurato diametro, come sostegni che un tempo servito aveano a soffrire l'immenso peso della covertura di tali caverne. Sembra voler urtare con ogni analogia, ed alla ragione istessa il persuadersi di quanto venne in testa a Vitruvio di affastellare con quella sua capanna. Nessun rispettabile scrittore prima di lui sì puerilmente tentò di ragionare. In quale capanna poterono i Greci osservare le loro panciute e schiacciate colonne a guisa di barili, le cui doghe ben rappresentano le scanalature di quelle? Il re Doro come potè passar di salto nella sua imitazione, a dare alla colonna un'altezza non maggiore di quattro diametri, mentre il puntello della capanna gliela offriva in una proporzione di 1 a 50 e più? Non è più semplice e naturale il supporre che quella gente le vide in Egitto, e di pietra piuttosto, che nel loro paese, e di alberi di così esteso diametro che solo quello di cento cavalli sull'Etna ne potrebbe apprestare la mostra? Io asserisco essere tanto strano ed assurdo che i Greci, volendo stabilire un ornamento architettonico, ricorso avessero sino alla capanna, per quanto lo sarebbe stato, se costoro, vaghi d'ideare la forma d'un vestito, fossero andati a rintracciarla nel guardaroba de' nostri genitori Adamo ed Eva che copriron di frondi la loro nudità. Il frontispizio, dice quell'autore, è secondo la capanna configurato. Dimando se dovendosi far tetti per preservare gli uomini e le cose dalle pioggie e dalle nevi, e renderli più durevoli e di facile travaglio, poteano dagli architetti diversamente idearsi? Quella forma dalla necessità e dalla ragione fu a tutte le nazioni insegnata, alle quali non venne come a' Greci in pensiero quella sognata imitazione. Perchè in tutte le capanne si costruì il tetto secondo tale figura? perchè così la necessità e la ragione agli uomini l'additarono. Perchè nelle capanne s'impiegarono puntelli e sostegni, ossia pilastri e colonne? Perchè non se ne potè naturalmente per la ragione istessa farsene di meno. Anco questo accordato, perchè la tirannica legge stabilissi di conformar per forza gli edifizj secondo quel vantato modello, e di credere peccaminoso l'allontanarsene ancor per poco? Questa angarica legge, che arrestò i progressi del genio che nelle scelte spaziar potea per i vasti campi della natura d'infinite bellezze seminati, fu cagione che dopo trenta secoli rimasta la copia di quella capanna come lo fu sin dalla sua adottazione, lungi di progredire in miglioramenti, si è piuttosto osservato che corso si sia in deteriorazione, ed in stravaganze maggiori. Esclamano gli architetti schiavi del pregiudizio, che si son molte fiate tentate le vie onde ordini nuovi crearsi, ma si è all'opposto fatto di peggio. Si dovea certamente far di peggio, perchè si è sbagliato nella strada e ne' tentativi. Tutti questi sedicenti inventori, senza averne la perspicacia ed il talento, non ridussero la soluzione del problema che a variar il capitello. Dell'Orme si credè essere un quarto capo di religione con metter penne invece di acanto ed ulivi. Egli fu a ragione biasimato, perchè non avea ragione, perchè non era greco e perchè nelle muffe e nei fracidumi dell'antichità non si eran mai vedute ne, per credersi allora divina e scesa dal cielo quell'invenzione, come fu quella di Callimaco. Costui s'ingannò come Sturm nel voler egli crear ben anco un ordine alemanno, e come tanti altri, i quali lasciando tra le catene ed i ferri il loro cervello, tutto lo sforzo non ridussero che a variare il capitello, o la base. Errore! Doveansi dimenticare, e dalla loro fantasia quel sistema d'ordini scancellare ed aver l'ardito e ferace genio degli architetti impropriamente chiamati gotici, i quali fecero meraviglie; e chi sa quante altre ce ne avrebbero offerto ne' belli tempi di Luigi XIV e di Leone X.
Onde gli uomini dallo stato ferino e selvaggio allontanarsi, vollero costoro abitazioni più comode e meno insalubri formarsi. L'esperienza avea loro dettato di preservarsi dalle ingiurie delle stagioni e da' subitanei cambiamenti dell'aere. Conosciuto aveano di bisognar loro una coverta ed un tetto; e fin dalle grotte si accorsero che questo poteva da se rovinare, ove fermo non si reggesse su di sostegni, pilastri e colonne che a bella posta nell'interno delle caverne intagliati lasciavansi. Questa troglodita architettura, passata a vedere la luce del giorno, le basi piantò della civile; giacchè era naturalmente impossibile che gli uomini privati si fossero dei tetti, sostegni, pilastri, e delle colonne in edificare pagliaje, capanne, case, palazzi, reggie e chiese. Quegli elementi, generali alle abitazioni del genere umano, potevano in conseguenza diversificare nelle forme, o nella scelta della pietra e del legname. Se si dà infatti uno sguardo all'architettura degli Europei, Asiatici, Africani, Americani, a quella di tanti altri paesi di recente scoverti, ed aggiungo da scuoprirsi, si conoscerà che in questo si è camminato su d'un comune e generale principio; e che la differenza che suol divenire ancora più considerevole pei climi e costumi, non consista che nel modo di variare, moltiplicare e semplificare gli adornamenti, e nel proporzionare le dimensioni di quelle costitutive ed essenziali parti. Nè ad alcuno potrà cadere in mente che ciascuna di quelle nazioni, avendo avuto la sorte di godere d'un rispettivo Doro, abbia da costui appreso che i modelli de' loro edifizj traessero dalla capanna la loro esterna decorazione. Solo havvi di particolare nella greca architettura il sistema di severa e rigorosa misura nelle proporzioni ed una limitazione ristretta e costante negl'insulsi ornati che la rendono monotona, niente variata e senza apparenze di genio e di libertà nel comporla.
Commesso da Vitruvio questo errore, cade in conseguenza in molti altri più assurdi nel volere con quel fantasticato suo teorema spiegare, ed i dettagli dell'ordine analizzare. In vece di queste inutili sue congetture, vivendo egli in un secolo il più splendido e pregiato ne' fasti dell'architettura, avrebbe potuto lasciare alla posterità in vece d'un libro per capi maestri una immensa provvigione di utili regolamenti, istruzioni, teorie e pratiche ricercate che gli architetti di quei tempi doveano assolutamente conoscere e possedere, onde sì cospicuamente nell'edificazione di tante grandi e straordinarie opere riuscire.
(9) Λυσιζωνος, parola composta dalle due λύω, sciolgo, e ζώνη, che tra gli altri significati ha quello di donna gravida. Questa voce era un epiteto dato a Diana, a cui le partorienti consagravano la loro cintura, ed infatti ζώνη vale ancora per fascia. Ἐιλείθυια, questo nome davasi a Lucina creduta l'istessa Diana. Il suo radicale è έλεύθω, vengo, perchè questa divinità, invocavasi per far venire al mondo i bambini. Ἐιλείθυια significa ben anco parto. Ma di quel vocabolo λιενα io non ne trovo in alcun dizionario il nome, nè so indagarne un radicale che corrisponda a sanare; credo bensì che questa parola sia usata in senso figurativo, cioè da λύω, sciolgo, ossia libero da un male, da un pericolo. Σώτειρα, salvatrice, protettrice, nome che Diana avea in comune con Minerva.
(10) Espressione che corrisponde a fluviale sede di Diana, forse a causa del fonte Aretusa. Ciò che dice Münter, da Diodoro si rapporta nel suo quinto libro: Dianam vero Syracusam insulam aecepisse ferunt a Deabus, quam oracula pariter, et homines de ipsa Ortygiam vocarunt. Questa Dea nacque in Delo, e chiamasi da' Greci Ὀρτυγία. Nell'editore del conte Rezzonico, l. c., si legge che Ortigia abbia il suo etimo dal greco ὀρτυγω che vale quaglie. Forbin, l. c., dice lo stesso a causa della quantità di tali uccelli che ivi si mantenevano. Non vi è alcuno tra gli antichi che da questo vocabolo tragga simile denominazione. L'ho trovato però in Ateneo, lib. 9, ma non parla che di quella di Delo e non di Siracusa: Erysichthon, dice egli, ut conspexit Delon insulam ab Achivis Ortygiam vocatam, quod multi cortunicum greges in eam contendant e mari . . . . Omero le diede l'imponente e brillante nome d'isola del Sole. V. cap. 10, § 4.
(11) Così ci lasciò scritto il vecchio interprete di Teocrito: Apud Syracusios seditione facta, et multis civibus interfectis in concordiam plebe veniente visa est Diana causa facta conciliationis.
Alcune righe più sotto dice l'autore che la festa istituita alla Dea fu perniciosa a quella nazione. Le parole di Plutarco in Marcello su tale accidente sono le seguenti: Per id tempus Syracusani festum Dianae celebrabant vino, ludisque dediti.
(12) La seguente è la descrizione fattane da Fazello: Altera ibidem aedes Minervae fuit, et ea ornatissima ad cujus verticem (lib. 9 ex Palemone Athenaeo referente) eminebat ex aere fuso Minervae Scutum auro illitum, adeo ut eminus a navigantibus atque alto mari cerneretur.
(13) Chi ha piacere di essere inteso di questa favola, legga la Metamorfosi 10 di Ovidio, lib. 5, e chi brama divertirsene più a lungo, prenda alle mani Cluverio che non la finisce mai, parlando di Aretusa ed Alfeo.
(14) Dalle fantastiche e meno assurde idee de' poeti si è passato alle impossibilità storiche e fisiche a segno, che da taluni, a voler supporre, è giunto che non per via di cuniculi sotterranei le acque di Aretusa unite a quelle di Alfeo si partano dall'Acaja, per uscir fuori in Ortigia; ma che questo cammino lo facciano quei due fiumi in mezzo le acque del mare, senza punto frammischiarvisi. La patera di Strabone ha reso più comune ed accreditata quella sciocca asserzione. Egli nel lib. 6 ci racconta che pateram quandam apud Olympiam in Alpheum prolapsam ad fontem Arethusam fuisse delatam; e quando anche contro ogni verisimiglianza creder si voglia che in realtà quel sotterraneo canale esista, non seppe quell'autore comprendere che la sua patera per nessun verso avrebbe potuto sormontare tutte le naturali difficoltà che nel suo cammino inevitabilmente incontrar dovea. Diodoro all'opposto sembra più semplice nella sua credenza, asserendo nel lib. 5: Nymphas etiam ut magis Dianam sibi demererent, fontem maximum cui Arethusa nomen in insula produxisse. Questa è una falsità, ma scusabile, perchè conforme allo spirito di quella mitologia.
(15) Eccone la letterale traduzione: Venerando respiro d'Alfeo, germe de' celebri Siracusani, Ortigia, letto di Diana. Ἂμπνευμα, respirazione, allude al fonte di Aretusa, come se fosse la bocca di Alfeo.
(16) Quel testo greco trascritto si legge nel lib. 10 di Teodoreto, de Oraculis; la traduzione è la seguente: La pelasgica città d'Argo, i cavalli di Tracia, le donne di Sparta ed in verità gli uomini che bevono l'acqua della bella Aretusa sono i migliori.
Aganippo, fonte in Beozia consegrato alle Muse e ad Apollo: Unde potus inspirationem facere literarum praedicat Solinus. V. Vibio Sequestre, de fluminibus ecc.
Più sotto il sig. Münter dice di esser l'acque divenute salse a cagion d'un tremuoto. Secondo Ugone Falcando e la cronica di Romualdo di Salerno, si assicura che ciò con effetto successe in un tremuoto accaduto nel 1169. Si veda il tomo 7 di Muratori, ove trovansi inseriti gli scritti di quei due autori.
(17) Se quel busto fosse stato eretto a Timoleone, non vi si sarebbe incisa l'iscrizione in lingua latina non ancora conosciuta in Sicilia.
(18) Si vede questa lapide nel palazzo vescovile; la sua interpetrazione è come segue: Precedendo il re Jerone figlio di Jerocle i Siracusani a tutt'i Dei. Questi è Jerone II.
(19) Acradina sembra che derivi la sua etimologia dal greco Ἄκρα, che significa sommità.
(20) Questa voce è composta dalle due greche ἄμφι ο θέατρον, ossia intorno e teatro; era perciò circolare, ma ordinariamente ovale. Tutti gli spettatori vi potean ugualmente vedere, per girarvi intorno molti ordini di sedili; i Latini lo chiamarono in conseguenza visorium, dopo avergli dato, come al teatro, la denominazione di cavea. Il piano inferiore, dove i gladiatori e le bestie feroci combattevano, si dimandava l'arena, perchè appunto vi si gettava arena, affinchè inzuppandosi del sangue, questo sul momento scomparisse. Gran tratto di pietà Romana! Vi era il podium, il quale non riduceasi che ad una specie di tribuna di colonne e balaustrate adornata ove gl'Imperatori, i Senatori, i Consoli, gli Edili e le Vestali, che avevano il dritto al podium, distinto seggio occupavano. Malgrado che il livello di questo fosse di 12 a 15 piedi al di sopra del piano dell'arena, e da reti, grate e pali d'alberi difeso, pure essendosi tutte queste precauzioni alle volte inutili sperimentate, si fu nella necessità di circondare il podio con una fossa piena d'acqua. Non si sa quando ebbe principio questo barbaro e crudele divertimento de' Romani.
(21) Tutti questi orrori di umana ferocia quanto male si accordano con quella decantata docilità di costumi, della quale l'autore si è studiato di farcene commovente descrizione! Ciò che i Siracusani commisero contro l'innocenza, il dritto delle genti e a danno di personaggi distinti, vale più che cento sanguinarj spettacoli di anfiteatro e di naumachia, dove malvagi, delinquenti ed indomite feroci bestie ordinariamente a' brutali capricci de' Romani sagrificavansi. Chi vuol leggere la più patetica e rivoltante descrizione delle crudeltà usate dai Siracusani in quella guerra, veda il lib. 7 di Tucidide ed il 13 di Diodoro.
La storia non è che il racconto delle umane pazzie e scelleraggini; la differenza consiste nel modo di esporle e di darle ad effetto.
(22) Neapoli proviene dalle due parole greche νέα ε πόλις, cἰοè nuova e città. Da principio e fin da' tempi di Tucidide fu chiamata Temenite. Vedi il lib. 6 di questo istorico. Cluverio, lib. i, cap. 12, parla in questi sensi: Scilicet ab illo Apollinis Temenitae fano, quemadmodum altera illa pars a fortunae fano, Tyche. Bonanni s'ingegna a dimostrare che Tucidide non abbia inteso dire che Temenite fosse stato l'istesso luogo che Neapoli. Cicerone, nel lib. 4 ad Attico, dice esservi stati due altri celebri tempj, Caereris alterum, alterum Liberae, ossia di Proserpina chiamata ugualmente Libera.
(23) Questo Santo è chiamato Stilite dal nome della colonna sulla quale passò egli 47 anni di sua straordinaria penitente vita. Nacque costui in Cilicia verso la fine del IV secolo. Diversi occupar si vollero a seguire il loro esempio, per cui si creò un nuovo istituto sotto il nome di Stiliti, tra i quali si riconoscono tre Santi Simeoni. V. Vies des Saints, tom. 2.
(24) Conviene far riflettere che Mirabella, a norma di quanto gliene disse Caravaggio, non asserisce che il solo caso avesse quella latomia configurato a guisa d'orecchio. Ecco ciò che nella prima parte dell'opera sua si legge. Il Pittore disse: Non vedete come Dionisio, per voler fare un vaso, che per far sentire le cose servisse, non volle altronde pigliare il modello che da quello che la natura per il medesimo effetto fabbricò, ond'ei fece questo carcere a somiglianza d'un orecchio. Il signor Forbin, l. c., nega che Michel-Ange de Caravage, qui n'a jamais été en Sicile, lui ait donné ce nom. Aggiunge inoltre che questo fatto non può tampoco attribuirsi a Polidoro di Caravaggio, benche avess'egli abitato in Messina. M. Houël nel tom. 3, cap. 31 del suo Viaggio pittoresco di Sicilia, un altro mirabile e delizioso fenomeno che in questa latomia si produce dalla luce del sole, in questi termini descrive: La lumière ainsi, que le bruit se répercute dans ces cavités irrégulières et profondes en frappant les roches, qui la renvoyent: et elle produit sur les yeux un effet semblable à celui, qui produisent dans les oreilles les sons modulés des échos, lorsqu'il se perdent dans l'éloignement . . . . Il conte de Borch nella lettera 15 manifesta esser quella grotta artatamente formata, onde quel suono riverberare: L'endroit, dice costui, ainsi appellé, est une grotte désinant le vrai contour d'une oreille . . . . tant des frais, et un travail aussi immense entrepris par un Prince ingénieux et avare, ne pouvait avoir qu'un but très vaste.
(25) Il testo di Eliano è il presente: Cavernarum quae illic sunt omnium pulcherrima cognomentum habebat Philoxeni poetae, in quam dum versaretur Cyclopem omnium suorum poematum praestantissimum elaborasse eum ferunt. Plutarco ne fa ragionevole menzione nel libro della tranquillità dell'animo. Filosseno gliene offrì con la sua condotta il più bello e luminoso modello. Ancora Diodoro nel lib. 15 ne descrive un'espressiva istorietta.
(26) Hinc Epipolas cepit civesque vinctos liberavit. Plutarco in Dione.
(27) Da questo testo di Cicerone sembra che tali carceri servissero per gettarvisi delinquenti di altri paesi.
(28) Eliano infatti scrive così: Liberosque procrearent, et quidam ex eorum liberis urbe nunquam conspecta quum Syracusas venissent, et equos curribus junctos vidissent, adeo perterrebantur, uti cum exclamatione aufugerent.
(29) Senza le autorità di sì rispettabili personaggi, basta gettarvi lo sguardo onde restar sul momento penetrato, e dalla sua grandiosità e magnificenza insieme sorpreso. La generale sua struttura ed i dettagli che la compongono, annunziano da quanta intelligenza e da quale genio fosse stato doviziosamente dotato il grande suo architetto. Tout intéresse, tout parle aux yeux, et à l'imagination le langage le plus éloquent. Encyc. Geog. ant.
(30) È saltata alla testa del conte Borch la incoerente idea che questo teatro fosse stato una naumachia. Egli, nella sua decima lettera, ne adduce la ragione dicendo: Le théâtre, que je crois plutôt une naumachie à cause de l'aqueduc superbe, qu'y conduissait l'eau nécessaire pour les jeux, et le manque de la scène, dont il ne reste pas la moindre trace. Tucidide nel lib. 7 c'istruisce che i Siracusani usavano le naumachie: Syracusis classem quoque adornabant, seque exercebant, ut qui ea quoque hostes aggressuri essent. Queste parole, non dimostrano che tali esercizj eseguiti si fossero nel teatro, o in particolare naumachia. Forse i porti di quel paese ne offrivano i più belli ed adatti locali.
(31) In tal modo congettura l'abate Choupi nel suo Viaggio in Sicilia. Biscari, pag. 282.
(32) In Plutarco, Vita di Timoleone, si legge quanto segue: Post amisit visum . . . . sed ex hereditaria causa . . . . Ad majores vero deliberationes illum adhibebant, qui medio foro vehebatur curru ad theatrum.
(33) In mezzo alla oscurità dell'antica istoria di Siracusa non deve sembrar singolare che non si sappia sinora chi fosse questa donna, se regina di Siracusa, o piuttosto moglie, sorella, o figlia di qualche re. Così ne pensa il sig. di Torremuzza nelle sue antiche iscrizioni di Sicilia. Tra le diverse congetture, Avercampio, tomo 2, vuol far credere che costei sia stata la moglie di Gelone e che fosse l'istessa da Diodoro chiamata Demarata, aggiungendo, nel suo lib. α, che centum talentis a Carthaginensibus coronata nummum cudit Damaretium ab ipsa denominatum. V'ha chi riferisce che costei fosse stata Regina di Cossura nella Magna Grecia, e di qualche parte della Sicilia, come sembra che in certo modo voglia farlo supporre quell'iscrizione Σικελιωταν citata dal Münter. Riguardo al nome dell'architetto vi si uniforma l'opinione del Swinburne.
(34) Nel lib. 13 di Diodoro, a proposito degli schiavi di Atene, si legge: Cives autem Attici in lapidum fodinas detrusi fuere. Quorum nonnulli liberalius in bonis artibus instituti, adolescentium favore vinculis exempli incolumes abiere.
Non so quanto vero sia che gli antichi più de' moderni avessero gusto per i teatri. Se non erro tutta questa differenza non nasce che da due circostanze. Primieramente la necessità che vi era in quei governi repubblicani di aver un luogo spazioso ed imponente per convocarvi la nazione. Se dai moderni uguale bisogno sentito si fosse, non avrebbero mancato di averne con lusso, sontuosità e magnificenza. Secondariamente facil non è di persuadersi che le antiche teatrali rappresentazioni da quel concorso numeroso di spettatori sarebbero state assistite, quando questi costretti si fossero veduti a pagare costantemente un biglietto ed un palchetto. Si apra a' moderni un teatro franco, e si sperimenterà che non vi sarebbe teatro antico che capace fosse di contenere la gente che a folla e con impeto vorrebbe là un posto occupare. In Palermo se n'è sperimentata di fresco la realità nelle rappresentazioni date dalla comica società detta dei Filodrammatici, perchè un poco meno dell'usitato facevan essi pagare agli spettatori, malgrado che tutti gridassero alla loro inespertezza ed alla continuata replica de' pezzi. Per altro cosa devon fare i moderni per dimostrare il distinto loro gusto per tali divertimenti? Immense spese si profondono per lo scenario, vestiario e macchineria. Rispetto ed ogni possibile omaggio si rende agli autori sì tragici che comici, i quali in tutte le incivilite popolazioni ci han dato i più belli e sorprendenti componimenti che invidiare affatto non ci fanno i capi d'opera che vanta la Grecia. Ma ove questo amore par che degeneri in passione e frenesía, le quali dispetto farebbero a quella nazione, consiste nel modo di compensare e di arricchire gli attori. Non v'ha generale d'armata, presidente di magistratura, o ministro che abbia tanto di ricompensa in un anno quanto un cantante, o ballerino lucrar si possa in un'ora chiamata serata; mentre le annuali loro paghe sorpassano regolarmente ciò che a' grandi dignitarj e funzionari dello Stato, in compenso di talenti, meriti e di lunghi benefici servizj prestati, suole assegnarsi. In verità un'epoca assai lunga si vide sgraziatamente correre, ove, tutto rivolto in avvilimento e barbarie, spettacoli siffatti e le scienze tutte bisognarono scomparire dalla oppressa Euгора, ed alla ignoranza, a' feudi, a' conflitti giudiziarj ed a' duelli dar luogo, che trasser seco l'irruzione de' Barbari. Al rinascimento però delle lettere e della civilizzazione de' costumi, ricomparvero i belli e deliziosi prodotti dello spirito, per cui risorsero i teatri, a cui diedero rinomanza e splendore le infinite opere di più celebri e splendidi autori.
(35) Si legga la nota num. 22 toccante l'origine di questa denominazione. Essa deriva da un tempio della Fortuna, la quale in lingua greca ha il vocabolo τύχη.
(36) Non comprendo quella estensione di 300 stadj che l'autore dà a tutta la muraglia intorno le Siracuse, quando egli, a pag. 156, trovasi giustamente aver asserito che questa non oltrepassava i 180 stadj. Egli si sarà regolato secondo quanto erroneamente ne ha fissato il sig. Mirabella, il quale nel proemio all'opera sua ascender fa a 300 stadj, ossia a miglia 37 e 172, il contorno intero di quella muraglia. Bonanni nel lib. i ne fa notare lo sbaglio, ed in vero nella descrizione riferita da Diodoro, nel lib. 14, non si legge tal cosa; ecco le sue parole: Dierum viginti spatio absolutum muri opus stetit ad triginta stadiorum longitudinem protractum, et ad eam altitudinis mediocritatem erectum. Forse quel trenta stadj fu per equivoco recato sino a trecento.
(37) Questo vocabolo è greco e vuol dire luoghi elevati, perchè da quella sommità la vista non solo tutte le Siracuse e loro adjacenze dominava; ma alla destra ed alla sinistra si estendeva sino a capi Pachino e Peloro. L'autorità di Tucidide ne avvalora l'etimologia con le parole del suo 6 libro: Unde etiam nomen ei Siracusani imposuerunt Epipoli, quod sit excelsior reliquis. Epipoli fu interessante per le sue fortificazioni e per i castelli Eurialo, Labdalo ed Exapilo. I grandi e strepitosi fatti d'armi ivi accaduti renderanno quel posto memore sempre alle future generazioni. In quelle erte rocce furono umiliati la grandezza e l'orgoglio della possente Atene, ed ivi le sue perdite prepararono in seguito la totale sua rovina.
(38) Non si comprende come Houël sostenga che quel poeta fosse stato chiuso in prigione nell'orecchio di Dionisio. Tom. 3, cap. 31. Si veda la nota num. 25.
(39) L'Olimpo non era una città, ma oppidulam cum Jovis Olimpici templo. Cluv. lib. i, cap. 13. La somma fama di questo sagro edifizio e le ricchezze immense che vi si conservavano, lo resero assai interessante, onde cignerlo di mura e fortificarlo. Il rapace ed insaziabile Verre fece trasportare ed involò la celebratissima statua che vi si adorava, e che giudicata veniva come una delle tre che nel maggior pregio ed onore furono in tutto il mondo tenute. Ciò riferisce Plutarco nella vita di Nicia, mentre le parole di Cicerone nella 4 contro Verre sono le seguenti: Unum illud Macedonicum quod in capitolio videmus, alterum in Ponti ore, et angustius, tertium quod Syracusis ante Verrem Praetorem fuit. Quella statua era stata all'opposto molto religiosamente dal vincitore Marcello rispettata: et Victor viderat quod religioni concesserat, seguita Cicerone a riferire in quella orazione.
(40) Dice la favola, che Plutone dopo avere rapita Proserpina la portò seco in un carro presso Siracusa, dove, secondo Diodoro, lib. 5, dirupta illic terra, ipsum quidem cum abrepta ad orcum descendisse; sed fontem Cyanen tunc produxisse.
(41) Papiro che gli Egiziani chiamano berd, viene dal greco πάπυρος. Tale pianta ha ben anco un altro nome ßύβλos, dal quale si è formato ßίβλos che significa libro, perchè gli antichi libri eran composti di carta di papiro. Montfaucon, Supp. lib. 9, cap. 2, a testimonianza di Papias, crede che quella voce provenga da πύρ, che in greco vale per fuoco, perchè di quell'erba se ne facevano lucignoli di candela. Essa pianta è chiamata da Linneo Cyperus papyrus ed appartiene a quell'erbe i di cui gambi sono senza articolazioni e nodi, ed ordinariamente triangolari, contandosene due cento specie diverse. In Damieta ve ne sono de' boschi, e perciò si è chiamata ben anco δέλτος dalla contrada in cui con tanta prosperità allignar si vedea.
Al processo che ne descrive Münter intorno alla fabbricazione della carta papiracea, conviene aggiungere le seguenti avvertenze; cioè di toglier via come inutili gli estremi del gambo della pianta, il quale ridotto a due, tre e quattro piedi in lunghezza, si taglia per il mezzo in due parti longitudinali, dalle quali si staccano alle volte sino a 20 inviluppi, o tuniche, di cui le migliori sono quelle che più al centro dello stelo si accostano, come più bianche e fine, e quindi atte la più perfetta carta a formare. Dalle altre se ne ricava la più grossolana qualità chiamata leonatica o emporetica, come a carta straccio. Encyc. Bot. Queste foglie incollavansi con l'acqua istessa del Nilo che loro serviva di colla; e quando si desiderava che i papiri fossero stati durevoli ad una lontana posterità, si usava la precauzione di ungerli con olio di cedro, già creduto, come l'albero istesso, incorruttibile. Il fiore di farina tuffato nell'acqua bollente da poco aceto asperso serviva ben anco per colla; ma la migliore si giudicava esser quella composta da mollica di pane fermentato, temprata nell'acqua bollente. V. Plinio, lib. 13, cap. 12.
La più buona carta, impiegata soltanto ne' sagri libri, portava il nome di gerarchica. In Roma vi eran quelle chiamate di Augusto, di Livia e di Claudio. Quest'ultimo la recò a quella perfezione ed a quella larghezza a cui prima non era giunta: Parceque sans avoir les défauts du papier Auguste, il avoit toute la solidité du papier Livian. V. Caylus, Dissertazione inserita nel tom. 26 delle memorie di Letteratura. Il papiro di Augusto era così sottile, dice Plinio, lib. 13, che non poteva soffrire i tratti della canna, con cui allora scrivevasi. Molto stimato era ugualmente in Roma quello chiamato di Fannio, dal nome del suo fabbricante, come l'altro detto dell'anfiteatro, dal luogo ove si travagliava.
Questa sorte di carta era formata da due, o tre foglie della pianta insieme, ed in diversi sensi incollate. Vi si scriveva in una sola pagina, temendo che l'inchiostro, penetrando da una parte all'altra, confusione rendesse nella scrittura. La lunghezza, ossia l'altezza de' papiri, sorpassa sempre di alcuni palmi la larghezza. Ve ne sono di non poche dimensioni, trovandosi de' ruoli che hanno una lunghezza che giunge qualche volta al di là di palmi 24, quantunque non siano più larghi di due. Il nominato naturalista romano ne descrive le seguenti dimensioni: la più buona carta era larga 13 pollici, la gerarchia 11, quella di Fannio 10, l'altra dell'anfiteatro 9, e quella di cui i mercanti facevano uso non era al di là di sei.
L'erudito cav. Andolina manifestò il suo ritrovato alle nazioni estere discrivendolo nella carta papiracea da lui con tanto successo formata. Egli ne ricevè attestati di soddisfazione e di elogio dagli antiquari del settentrione, e tra questi dal dotto Heyne professore in Gottinga, per via d'una sua lettera de' 14 aprile 1786, la quale chiude in questi sensi: Ne vero me unum privatum hominem a te erudiri putes, non celabo te, florere apud nos societatem scientiarum regiam, cui sum a secretis; haec quotannis acta sua in pubblicum emittit, huic ego communicabo ea, quae a te edocebor, eaque via per totam Germaniam, Britanniam, et Septentrionem tui ingenii fructus spargentur, cum summa nominis tui veneratione tibi sum devotissimus Heyne. V. Biscari pag. 302.
Gli antichi non ebbero cognizione di questa pianta in Sicilia, non facendosene ricordo nè in Teofrasto, nè in Plinio che han trattato del papiro non solo, ma del sari che ne ha le uguali proprietà. Fu dal 1530 in poi che questa pianta di Sicilia cominciò a descriversi nelle opere di Pena e Lobel, di Guillandin e Cesalpin, il quale assicura che tale pianta, da lui coltivata nel giardino di Pisa, era venuta dalla Sicilia e non dall'Egitto, come Pena e Lobel ebbero credenza. V. Caylus, l. c. Ho letto nell'opera nominata del conte Rezzonico, che un inglese di nome Sonderflickt che aveva viaggiato in Egitto, fu il primo che la fece conoscere nel 1763 al sig. Andolina. Questa pianta cresce da per tutto in Sicilia, a riserva de' luoghi alti e freddi. In altre contrade eziandio si coltiva il papiro. Plinio, lib. 13, cap. 11, sicuri ci rende che la medesima nascitur et in Syria . . . Nuper et in Euphrate nascens circa Babylonem papyrum intellectam est eumdem usum habere carthae.
Da Varrone sappiamo che si cominciò a far uso della carta di papiro ne' tempi di Alessandro il Grande. Plinio, nel lib. 13, cap. 13, vi si oppone dicendo: Ingentia quaedam exempla contra Varronis sententiam de chartis reperiuntur. Ma i libri presentati dalla Sibilla Cumana a Tarquino Primo, o al Superbo, dimostrano che quell'uso fosse anteriore all'epoca di quel sovrano macedone; e quindi Dalecampo, in Plinio, lib. 13, si è persuaso che in usu frequenti, et publico fuisse Alexandri saeculo. Si ricava dalla Bibbia che l'arte di fare i papiri fosse stata da Isaia conosciuta. Nel cap. 18 delle sue Profezie, verso 2, si legge, qui mittit in mare Legatos, et in vasis papiri super aquas. Qui sembra chiaro che il Profeta non intenda parlare di carta; ma Guillandin rapporta, che i Settanta han tradotto ἐπιστολας βιβλίνας, lettere di papiro, e che costoro interpretano ἐντολας βιβλίνας, ossia ordini, comandi in papiro. Questo erudito scrittore, occupato a dimostrare l'errore di Varrone, cita molti passi di greci autori che fan rimontare l'uso de' papiri prima assai de' tempi di Alessandro Magno. Egli, nella seconda sezione, si appoggia ad Omero, Erodoto, Platone, Anacreonte, Alceo, Eschile.
Da questa pianta costruivansi barche, vele, tetti, vesti, corde e scarpe che portavansi particolarmente da preti egiziani. Il testo greco li chiama ύποδὴμετα βὺβλινα, ossia calzari di papiro, Montfaucon, t. V., part. 2, cap. 4.
I numerosi manoscritti in papiro rinvenuti negli scavi delle antiche città di Ercolano e Pompeja, hanno dato cagione a delle operazioni meccaniche e chimiche, onde renderli di facile lettura, ed in conseguenza di utilità alle scienze ed all'istoria. Tutta l'arte consiste a svolgerli ed a spogliarli di quell'estranee materie che diversi e moltiplici fogli insieme attaccarono, senza però recar nocumento alla chiarezza ed intelligenza de' caratteri. Si credè da principio, che avendo questi sofferta l'azione del fuoco, avessero provato un totale cambiamento, e che sfigurati non manifestassero segni di leggibile scrittura. Non fu però così; giacchè vennero essi riuniti in masse per via d'una particolare sostanza prodotta in una lunga serie di secoli dalla fermentazione e da' cambiamenti chimici della materia vegetale, di cui tali manoscritti sono composti. Conosciutasi dunque la natura di questa sostanza, facile divenne il ritrovar de' metodi per riuscire in quella operazione. Nel viaggio in Napoli dell'istesso Münter tornerò con più dettaglio a parlarne, potendosi per ora leggere l'eccellente breve rapporto del sig. Davy che trovasi tradotto in francese ed inserito nel tom. 10 degli Annali di chimica e fisica di Gay-Lussac ed Arago.
Una nazione la quale, per un severo principio di falsa religione trascinata ad uno sfrenato entusiasmo, sembrava di dover per sempre dalla terra scancellare ogni traccia di letteratura e di scienze, che seguì l'incendiario devastatore Omar, il quale compiacevasi nel vedere riscaldare i suoi bagni con gli accesi volumi della rinomata e ricca biblioteca di Tolomeo Filadelfo, che quel conquistatore in vigor dell'Alcorano condannato aveva alle fiamme, fu quella al contrario che sulle ali della vittoria recò all'Europa, già da secoli ridotta in barbarie, il lusso e la magnificenza non solo, ma le arti, le lettere e le scienze insieme. Tra questi beni le siam debitori dell'invenzione della carta, la quale fu la vera cagione del promovimento delle umane cognizioni, che per questo mezzo a portata si resero di generalmente e con facilità propagarsi. I papiri, ossia le filire egiziane, dall' ottavo secolo in poi eran venute meno, e perciò costosa esser dovendo l'incetta delle membrane, o carte pecore, delle quali uso facevasi, pochissimi in conseguenza, assai rari ed in particolari mani ristretti, i monumenti delle fatiche de' dotti e letterati ritrovar si dovevano. La carta comune di bambagio o di lino venne in ajuto a questo male, e secondo l'espressione del Muratori, l. c., dopo l'anno millesimo cominciarono ad alzare il capo in Italia le lettere, e a goder migliore costellazione.
Questo vocabolo viene dal greco χὰρτης, ed era distinto con l'epiteto di βομβύκινος, oppure βαμβάκινος, cioè bambagino, sebbene βὸμβυξ significasse seta, ma che nel basso tempo era questa voce usata ancora per cotone. Ce fut au neuvième siècle, ou environ, que l'on commença dans l'empire d'Orient à en faire du papier. Montfaucon Supp. lib. 9, cap. 5. Pur non di meno nè questi, nè Mabiglion, nè Muratori, nè Tiraboschi, nè altri europei scrittori sanno istruirci della vera origine di quel genere. Andres, t. V, par. i, cap. 10, ricorrendo con la vasta sua erudizione alle opere degli Arabi, dice che Moamad Algazelo, nativo della Mecca, asserisce che anno egirae 87 quidam Josephus cognomento Amru omnium primus chartam in urbe Meccana invenit, ejusque usum Arabibus induxit, mentre Alì Ben-Mohamad di Samarcanda da un'altra parte sostiene che Antebac, nel 30.° anno dell'egira, nel suo paese l'avesse per la prima volta introdotta. Da lì quel pregiabile genere sparsosi nell'Africa e nell'Europa, tinta già di sangue a cagion dell'irruzioni e conquiste degli Arabi, se ne cominciò quasi generalmente nel dodicesimo secolo a propagare l'uso. A questo felice avvenimento recata la carta in Ispagna, prima che fosse nelle altre regioni penetrata, non poco influirono il genio ed il sapere di Alfonso il Saggio, che di scrivere ordinò in carta, e nell'idioma volgare traslatarsi quanto si era scritto d'istoria, di leggi e di scienze.
È da sapersi finalmente che si fece sempre distinzione tra la carta di lino chiamata linea e la bambagina. Si vuole, ed il sig. Maffei senza esitanza asserisce, che la carta linea in Italia a lavorare si prese; ed il Tiraboschi, t. 5, lib. i, cap. 4, congettura che solamente in Padova e Trevigi ne fossero le fabbriche. Lo Scaligero e qualche altro inventore ne decantano gli Alemanni, onde alla costosa e rara bambagia sostituire il lino nelle loro provincie abbondante. Il dotto Andres intanto, con i più accreditati scrittori e documenti quasi certi alle mani, dimostra che ancora gli Arabi di Spagna ne fossero gl'inventori, i suoi raziocinj specialmente sostenendo sopra i più antichi notorj monumenti di carta linea in quel paese osservati.
(42) Dell'antica città d'Ibla Megara non ne rimane vestigio alcuno, e pare che non abbia più esistito a' tempi di Strabone per le parole del suo 6 libro: Urbes quidem illae non superant; Hyblae tamen nomen ob Hyblaei mellis praestantiam perduravit.
(43) La fatica, di cui parla l'autore, è di già stata fatta. Molti intelligenti botanici siciliani, come il P. Bernardino, Rafinischi, il barone Bivona e Tineo ce ne han dato cataloghi e classificazioni e tra gli esteri vi sono i signori Gassone, il danese Show e qualche altro che quest'opera han concorso ad illustrare.
Fine del primo tomo.
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- Testi in cui è citato Christian Gottlob Heyne
- Testi in cui è citato Teofrasto
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