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Viaggio in Sicilia (Münter)/Note del traduttore vol. II/Note al viaggio sull'Etna

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Friedrich Münter - Viaggio in Sicilia (1788-1790)
Traduzione dal tedesco di Francesco Peranni (1831)
Note del traduttore vol. II - Note al viaggio sull'Etna
Note del traduttore vol. II - Note all'articolo Catania Note del traduttore vol. II - Note al viaggio da Catania a Messina

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Note al viaggio sull'Etna.


(1) Ἀίτνης e da dorici Ἀίτνα è parola greca proveniente da ἀίδω, che significa brucio. Il nome di Mongibello, che da' Saraceni gli fu dato, è un pleonasmo, perchè nel loro linguaggio Gebel è l'istesso che monte. Bouchart, lib. i, cap. 28, il quale ordinariamente tutti gli etimi dal fenicio, od arabo derivare si studia, vuole che questo antico vocabolo nasca dalla parola attuna, o etuna, che vale fornace, oppure oscurità. Pindaro, nell'inno i Pitio, alludendo alla sua grandiosità, lo chiama κὶων οὐρανοῦ, colonna del cielo.

La terra ancora grandemente fervida i suoi sforzi faceva, onde dalle acque del mare emergere, che dopo i primi suoi raffreddamenti tutto intorno la cuoprivano. L'Etna per via del sotterraneo fuoco si aprì a poco la volta la strada, a svilupparsi dall'acqueo involto che imprigionato il tenea, quando rapidi ed estesi ritiramenti del mare ivi come in tanti altri luoghi immensi spazi di terra allo scoverto lasciando, furon cagione che questo monte sulle acque la sua testa finalmente cominciasse ad alzare. Può dirsi che sotto i nostri occhi, Santorino nell'Arcipelago, nel 1707 emerse in [p. 151 modifica]ugual modo dal seno del mare un'isola; e pochi anni sono a fianco delle Azori una isoletta in forza d'una sommarina eruzione si è formata. V. Dr. Mac-Culloch in the journal of science, pubblicato nel 1823. Accadde questo nel 1811, a' 13 giugno. L'isoletta che fuori ne venne, a cui si è posto il nome di Sabrina, è tutta di basalti, che verticali sulla superficie delle acque s'innalzano. Io ne ho veduto un bel rame nell'opera inglese del sig. Guglielmo Webster. Su d'un suolo già pria di sua natura calcare e primitivo, coverto poscia da sommarine lave, continuando l'Etna i suoi vulcanici laboratorj, nuove eruzioni sulle antiche sempre più accatastando, la smisurata sua mole di mano in mano accresceva; e monti, e colline, e profondi strati di lave l'un sull'altro vomitava, daddove i suoi lati, o la sommità sua dalla espansiva forza dei sotterranei fuochi venivano aperti e squarciati. L'Etna non è dunque al presente che una unione di monti differenti e vulcani estinti interposti, ed inclusi in un immenso cono ottuso, il di cui vertice di 12000 piedi sulla superficie del mare s'innalza con una base di 60 leghe di circuito. Il conte di Buffon nell'art. 16 della teoria della terra, assegna a questo vulcano l'altezza menzionata, la quale non si accorda con alcuna di quelle che Brydone, De Luc, Schuckburg, Saussure, Needam, Schmith e Spallanzani hanno calcolato, i quali chi più chi meno la fan discendere di circa 1700 piedi, come verificar si può dalla lettera 31, tom. 4 della corrispondenza astronomica di Zach. Quindi il sig. Ferrara, nella descrizione dell'Etna avuti presenti i calcoli di costoro, e dopo praticati i suoi, conchiude che l'altezza del medesimo sul livello del mare è di due miglia ed un quinto.

Molti secoli trasandarono pria che gli uomini soccorsi dalla storia alla posterità avessero potuto trasmettere i grandi avvenimenti della terra, quali erano essi atterriti, vessati e distrutti. Da [p. 152 modifica]tempo immemorabile ed in epoca in cui non possa documento alcuno vantarsi, salvo quanto dagli archivi stessi dello sconvolto e disordinato globo terrestre, può il filosofo congetturare ed ipotesi incertamente ideare, si vuole ed è da credere che l'Etna abbia bruciato. Al comparir della storia mancato non si sarebbe dagli scrittori a compilarsi avvenimenti e fenomeni cotanto terribili ed interessanti; ma Omero, che spesso fa menzione di Sicilia, non dimostra conoscenza veruna di quel vulcano, perlochè congetturar si può che prima di questo poeta vulcano siffatto esistito non avesse, o che per lungo spazio di secoli (com'è più probabile) desistito quel monte avesse dalle sue ignee operazioni. Rimasto tranquillo ed in quel riposo che Buffon, non so se a ragione, all'interrotta comunicazione del sotterraneo focolare di esso con le acque marine la cagione ne ascrive giusto nel tempo ove queste allontanate se gli erano in uno de' grandi abbassamenti delle medesime, venne in seguito destato dal suo letargo, quando quest'acque per un'altra rivoluzione di bel nuovo accostandosi al vulcano, l'antica sotterranea comunicazione riaprirono. D'allora fu che Pindaro, Tucidide e Diodoro cominciarono per la prima volta a darcene qualche descrizione. Devesi dunque conchiudere che quel vasto accrescimento di acque, che seco trasse dolorose ragioni di grandi inondazioni, verificato si sia tra l'epoca di Omero e quella de' tre nominati scrittori. Ma perchè avvenimento sì straordinario e spaventevole, e desolante assai più che le attivissime operazioni di quella montagna, non renderlo pubblico ed a memoria eterna negli annali della storia di già cominciata? Sembra però che quel rispettabile naturalista cada in contraddizione, per assegnare a quella ideata inondazione una data molto antecedente ad Omero istesso, asserendo nell'art. 16, l. c., c'est-à-dire lorsque la mer Mediterranée s'étant élevée par la rupture du Bosphore [p. 153 modifica]et de Gibraltar, a inondé les terres entre la Sicile et l'Italie, et s'est approchée de la base de l'Etna. In una nota di Dolomieu, Mémoire sur les îles Ponces, si legge, che facendo costui grata memoria della erudizione dell'abate Testa, da lui manifestata in due dissertazioni intorno i vulcani di quella parte d'Italia, in questi sensi continua: Il commente le passage de l'Odissée où Homère conduit Ulisse chez la magicienne Circé. Les flammes, que le héros grec voit constamment sur cette côte, les prodiges, que lui racconte la Déesse, sont, dit il, de phénomènes vulcaniques embellis des charmes de la poësie; Homère n'a pu les décrire, que parce qu'il connoissoit les volcans, qui pour lors ravageoient cette partie de l'Italie. Se dunque quel poeta ebbe cognizione di quei vulcani, non potea certamente ignorare l'Etna, che più attenzione e curiosità attirar dovea. Chi sa qual circostanza sarà stata causa di questo silenzio; e se qualche più diligente e penetrante commentatore sulle tracce dell'abate Testa studiando traveder possa che alcuni tratti di Omero alludano a questo vulcano.

Ma se in ciò si è nella certezza e nella oscurità, da non poche altre involta si trova la teoria dei vulcani, che mille fenomeni e di novità e di meraviglia in ogni eruzione presentano. Ov'è la sorgente di questo fuoco? Dove si asconde e come questa si annienta ne' lunghi assopimenti e riposi? E come inaspettatamente con nuova forza ritorna a generarsi? Come a totalità estinta rimane dopo aver per molti secoli sì potentemente bruciato? Le piriti, i solfi, i carbon fossili, i bitumi si accendono al contatto dell'aria e dell'acqua, ma non sogliono nè detonazione, nè fermento, nè esplosione in modo alcuno produrre. I fisici ed i geologi vi han fatto a ragione concorrere i metalli, e precisamente il ferro, che misto al solfo la qualità accensibile di pirite marziale e di ferro solforato viene ad acquistare. Il Davy con le vaste sue chimiche dottrine [p. 154 modifica]ne costituisce primi motori gli accesi suoi nuovi metalli il potassio, sodio, silicio, alluminio e calcio. Sulla opinione di costui il Dr. Maravigna riposa ed attribuisce alla infiammazione di queste metalliche masse la principal causa de' vulcani. Han però costoro contrarj il dotto mineralogico M. Breislack ed il conte Lippi, a' quali con giudizio ed intelligenza rispondendo il nominato dottore, lascia almeno indecise le opinioni di questi ultimi. V. cap. 5 della storia dell'eruzione dell'Etna nel 1819 del D. Maravigna. L'acqua marina e quella deposta dalle pioggie in caverne sotterranee sembra esser uno degli agenti necessarj per quel focolare. Un gran volume della medesima posta in contatto ed in urto con una gran massa di fuoco, gagliardi e violenti alimenti all'esplosioni somministra. In quella unione molte potentissime cagioni di forze impellenti, repulsive e discioglienti si succedono: vapori, rarefazioni, acidi, gaz, accensioni d'idrogene, sviluppo di calorico, le di cui azioni più sensibili e veementi si rendono, ove forti ostacoli e compressioni al loro sviluppo ed alla libera loro tendenza si presentano. E questa scomposizione dell'acqua sarà tanto più efficace nei suoi effetti, quanto più imbevuta si trovi di sali, olj e grassi che ordinariamente quella del mare sogliono accompagnare. Breislack, lib. 7, cap. 97, ha creduto d'avere scoverta la causa primitiva di quei sotterranei focolari nell'accensione del petrolio, de cette série de faits, dice costui, qui s'accroîtra avec le temps, il me semble, qu'on peut déduire, que le pétrole est le principal agent de l'embracement des volcans ... Ferrara, historien très-exact de ce volcan (Etna), affirme d'avoir souvent observé du pétrole souterrain, autour des fentes près des nuovelles bouches des éruptions. Infatti non si può negare che attesa la gran quantità d'idrogeno che la compone, questa materia sia assai combustibile, e di leggieri si comprende di quanta forza dev'essere [p. 155 modifica]accompagnata un'infiammazione d'una gran massa della medesima in cave sotterranee, quando noi i significanti effetti delle picciole sue infiammazioni osserviamo. A queste cause, e forse la più attiva, penetrante e rapida, si unisce, ed è appunto l'elettricità, alla cui forza e concentrazione vigorosa, per mancanza di conduttori che la divertano, non v'ha solida e compatta sostanza che resista senza immediatamente infiammarsi e fondersi. De l'autre part, si esprime il primate de' naturalisti, Buffon, epoca 4, l'electricité me paroit jouer un très-grand rôle dans les tremblemens de terre, et dans les éruptions des volcans. Breislack, tom. 3, lib. 7, cap. 96, dice, la quantité de matière électrique, qui suivant les rélations de tous les observateurs se dévéloppe dans les éruptions et dans les détonations souterraines qui les accompagnent. Nelle riflessioni geogoniche di Virey, inserite negli Ann. di chimica e fisica di Guyton, Monge, Bertholet ecc. sta scritto: C'est ce fluide électrique qui enflamme le gas hydrogène, échappe par torrens du sein de ces opérations pyrochimiques de la nature.

Uno de' fenomeni che agita e divide le opinioni de' fisici e geologisti è l'acqua che in gran torrenti si suole da vulcani vomitare, e ve n'ha di quelli che per siffatta ragione vulcani ad acqua si appellano, come il Pacayta in America. Ma ciò che in questo caso sorprende, è appunto l'enorme quantità di pesci che in alcune di tali acquose eruzioni è comparsa. Il Cotopaxi, Tougurhana e Saugay offrono questa meravigliosa singolarità; e maggiormente eccita la sorpresa, l'osservare che questi piccioli animali non ne rimangono alterati o scomposti. Essi sono gli stessi ed identici che trovansi ne' fiumi presso quei vulcani, e che succhiati e strappati in conseguenza non vengono dalle viscere del mare. V. Dict. Ist. Nat. L'Etna, i suoi orrori e le devastazioni sue ben anco aumenta con enormi getti e torrenti d'acqua. Brydone fa la [p. 156 modifica]descrizione d'una di queste grandi inondazioni che nel 1755 distrusse alcune belle foreste della regione mezzana. Breislack, Cordier, Buffon e Ferrara attribuiscon questi accidenti alla liquefazione delle nevi, prodotta da uno sviluppo istantaneo di calorico che le investe, ed alle subitanee dirotte pioggie che a quelle alture ed in quei movimenti metereologici possono facilmente e con rapidità generarsi. La circostanza esige ed impone oculari esperienze su i fatti e su i luoghi e nel momento degli spaventevoli avvenimenti in massimo vigore, che non e permesso senza la perdita della vita praticarsi. Si esaminano quindi le rovine, le prodotte devastazioni e le marcate tracce di passati torrenti, e non sapendosi donde sieno scaturite quelle acquee masse, avida la fantasia del meraviglioso con poca riflessione e senza stento decide, e crede essere effetti d'una eruzione proveniente dal focolare stesso, che fumo, fiamme e fuoco ha contemporaneamente gettato. Non si trova certamente un osservatore, il quale, per quanto amore ed entusiasmo per la scienza aver possa, e per tutta l'intrepidità che lo eccita, ardir voglia di recarsi nel luogo e tempo dove quegli orribili parossismi della convulsa terra si manifestano. Per questa ragione forse il canonico Recupero, che diè alla luce un discorso sulla irruzione dell'acqua del 1755, non ha saputo dirci se questa fosse stata dolce o salsa, fredda o calda, e parlando d'un sale, da lui creduto un deposito di questa corrente d'acqua, non si è preso la pena di esaminarne la condizione. Malgrado riflessioni sì giuste, e che riguardar soltanto possono la generalità della teoria, non è da negarsi che da inaspettata e particolare cagione una esplosione di quella natura derivi. Un gran deposito d'acqua soprapposta al vasto fornello della mina non ancora decomposta può essere in alto sollevata, e dall'impulso ed azione elastica de' sottoposti gaz resi da un intenso aggregato di calorico più liberi ed indomiti, [p. 157 modifica]furiosamente aprirsi la strada al bramato equilibrio si sforzano, e tutto quell'inviluppo acquoso trascina seco a quelle alture.

Intanto De Luc, e prima di lui con più energia ed ingegno Buffon, sostengono che la comunicazione sotterranea de' mari sia di assoluta necessità per la formazione de' vulcani. Dice il primo, Journal des mines, pag. 69, c'est donc l'eau de la mer, qui produit et entretient la fermentation des matières inflammables, qui donnent naissance aux volcans. Il secondo, più sicuro di sue congetture, in questi sensi nel l. c. si esprime: Il est nécessaire, que les cavités des volcans communiquent avec la mer; sans cela ils ne pourroient vomir ces immenses torrens d'eau, ni même faire aucune eruption. Il sig. Nollet, da una visita fatta al Vesuvio, in una memoria delle scienze del 1750, avea difeso tale opinione, a cui il canonico Recupero ed ora il nominato D. Maravigna si erano uniformati. M. Brydone, che tanti encomj riceve dal Buffon, non sa all'opposto persuadersi, e nega assolutamente tali comunicazioni, adducendo per ragione che il vuoto il più perfetto non potrebbe le acque far montare ad un'altezza maggiore di piedi 34, che quel naturalista sostiene poter ascendere al di là di 12000 piedi per via d'un immaginato succhiamento, o supposta aspirazione cagionata dal fuoco: Mais la force, dice costui, de succion ou d'aspiration n'a point des bornes. V. l. c. Ferrara, nella sua nominata opera, par. 4, confutando tale credenza, asserisce: Io devo dire con Dolomieu, che non concepisco come potrebbe esistere una comunicazione diretta tra il mare e le fucine vulcaniche, senza che le acque estinguessero a totalità qualunque accensione. Breislack in fine, lib. 7, cap. 97, unitosi a questa ipotesi, sostiene che leur éloignement, ou leur proximité de la mer n'a aucun rapport nécessaire avec leurs périodes d'inflammation, ou de tranquillité.

In mezzo a queste disparità di supposizioni ed [p. 158 modifica]ipotesi d'uomini tanto rispettabili cosa rimane a credersi? Io mi persuado che l'acqua marina non ne sia indispensabile, ma che in alcuni particolari casi ed in una certa proporzione influir possa ad accrescere la forza di quel laboratorio della natura. Humboldt ha fatto conoscere che nel 1756 il vulcano Giorullo in America s'infiammò a distanza di 36 leghe dal mare. I vulcani del Messico ne sono assai discosti; il Popocatapec n'è a 37 leghe, Cotopaxi a 40, e quelli del Chili son separati dalle spiagge del mare per una distanza almeno di 100 leghe. Aggiungo che se la concorrenza di quelle acque ne fosse la vera cagione, non si troverebbero tanti vulcani estinti, e tuttavia assai presso le medesime e fin anco nelle isole stesse. Vi è dunque un ignoto germe a cui è dovuta la creazione di quell'arcana combustione; e che forse l'immediata e copiosa unione delle acque marine con il centro del sotterraneo fornello abbia soffocato ed estinto per intero quel germe, piuttostochè esserne il primario e necessario nutrimento. Che se copiosi torrenti di acqua si son veduti qualche volta scender giù da quelle altezze, hanno potuto essere, come si è detto, effetti di repentine pioggie e d'istantanee liquefazioni di nevi, oppure che uscite in una volta siano da fianchi, o da crateri del vulcano provenienti da vicini depositi ammassati da filtrazioni che dalle superficie nell'interno del monte aperte si erano le strade. L'istesso conte di Buffon, il più fervido e zelante sostenitore di quel partito, quasi contraddicente alla sua abbracciata opinione, conchiude: Car l'eau qu'ils rejettent, est certainement l'eau des pluies qui pénètre par les fentes, et qui se ramasse dans les cavités de la montagne — Théorie de la terre, cap. 16.

(2) Nel lib. 6 di Strabone scritto si legge: Inessam, quae in montanis est Etnae habitandam, occuparunt, eique loco Etnae nomen imposuerunt a Catana dissito stadiis 80.
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(3) Si è da Brydone osservato che presso questa grotta vi siano due delle più belle montagne che l'Etna abbia partorito.

(4) Nell'anno 1783 questo vulcano cacciò fuori una lava che si estese a 20 leghe sopra una larghezza di quattro; così rapporta M. Sayves, l. c., tom. 2. Breislack però, a testimonianza di Pennant, le dà molto più grandi dimensioni, perchè nel lib. 7, cap. 109, in questo modo si esprime: Mais la lave la plus surprenante de toutes sous le rapport de la grande extension est celle décrite par Pennant, le Nord du globe, tom. i, la quelle sortit d'un volcan de l'Islande en 1783 et occupa une étendue de 94 milles de longueur, et de 50 milles de largeur, aggiungendo che la sua altezza arrivò da 80 sino a 100 piedi.

(5) I fenomeni cominciarono agli 8 marzo.

(6) Il cav. Hamilton, nel suo viaggio all'Etna e in una lettera diretta al Segretario della Real società di Londra, a testimonianza di lord Winckelsea che vi fu presente, riferisce che questa lava corse per lo spazio di 15 miglia dalla sua bocca, ed in alcune parti era larga sino a 7 miglia. Dolomieu, catalogue des laves de l'Etna, dice: Ces courans de laves très-communes sur l'Etna y ont quel ques fois acquis une étendue immense; il en est qui ont plus de trois lieues de large sur dix de longeur.

(7) Questo è l'unico monte tra un centinajo e più che fan grandioso ed imponente corteggio a Mongibello, di cui se ne conosca la formazione, che nella nominata eruzione ebbe il suo principio. Se gli è dato il nome di rosso, perchè diverse sue parti ne sono state tinte, sebbene in alcune altre il bianco ed il giallastro vi dominano. Egli non strano il supporre che siffatta varietà di colori dipenda dal ferro alterato dagli acidi. Questa montagna, a causa di essere bicipite, è stata ben anco monti rossi chiamata.

(8) Il nominato osservatore inglese azzardò di [p. 160 modifica]scendere attaccato ad una corda in quel sotterraneo, donde diverse impenetrabili caverne in rami orribili stendevansi. L'intenso freddo ed il gagliardo vento che spesso spegneva le torce a bella posta ivi recate, lo costrinsero a metter fine alle sue ricerche.

(9) Il sig. Dolomieu, Mémoires sur les îles Ponces, si spiega così: Les plus pésantes (le materie cacciate fuori) retombent autour du cratère et élèvent les montagnes coniques, dont le nombre sur les flancs de l'Etna est prés de cent.

(10) Questa interessantissima visione si rapporta solo dal sig. Brydone nella lettera 9, l. c. La blancheur, ci vuol egli far credere, de la voie lactée ressembloit à une flamme pure, qui traversoit les cieux, et à l'oeil nud nous découvrions des groupes d'étoiles invisibles dans les régions plus basses. In verità a quell'altezza la privazione delle nebbie, la rarefazione e sottigliezza dell'atmosfera ci fan comprendere che le stelle veder si possono alquanto più luminose e raggianti. Ma che in quella specola etnea gli astri si mostrarono all'occhio nudo di Brydone più visibili e docili, che a' comuni telescopj, con i quali la Caille, Maupertuis e Mairan non seppero mai coglierli, non sembra affatto credibile. Vi fu bisogno del gran telescopio di Herschel, onde per la prima volta mostrarsi all'uomo quei gruppi di numerose stelle causa dell'osservato biancore nella via lattea. Se vero fosse ciò che Brydone sostiene, e viaggiatori, e fisici, ed astronomi, e naturalisti, lungi dal contemplar ivi il fumo, le ceneri ed i sottoposti mari e le inferiori terre di Sicilia, insensibili non sarebbero stati a trascurar di gioire e letiziarsi di quel celeste e mirabilissimo adorno degno di tutta la contemplazione.

(11) Non tutto ciò che fuori si getta da' vulcani sotto il nome di lava s'intende compreso. Le pietre, i macigni, le ceneri, le arene, le pomici, le ghiaje e le acque formano una classe separata di [p. 161 modifica]materie; quelle ridotte dall'azione del fuoco allo stato fluido e che poscia raffreddate convertonsi in masse solide e dure, sono unicamente chiamate lave. Possono esse in due distinte e generali specie distinguersi, in cellulari cioè o porose, ed in compatte; e per quello che riguarda le sostanze che le compongono, secondo Cordier, ridotte si sono a due generali classi, che i nomi derivando dalla predominante sostanza, lave felspatiche e pirosseniche vengono appellate. Sulle medesime prender si possono in particolare considerazione lo stato di fluidità, infiammazione, raffreddamento, decomposizione e fertilizzazione.

Uno de' più portentosi e mirabili fenomeni che offrono le lave, è certamente la lunga durata di loro fluidità ed infuocamento. Senza ch'esse perfettamente liquide si mantengano, giunger non potrebbero sì sollecite a far que' cammini su d'una lunghezza e larghezza in modo tanto straordinario, n. 4. Si è veduto che quella del 1669 dopo mesi quattro si scaricò nel mare qual vasto torrente fluido di metallo in perfetta fusione. Une lave, dice Dolomieu nel catalogo delle lave dell'Etna, qui coula à la fin du sezième siècle dans la direction de Bronte parcourut en vingt-quatre heures un espace de plus de cinq lieues. Il loro movimento può divenir alle volte ritardato e lento a cagion degli ostacoli che loro si presentano. Un piano quasi orizzontale render ne potrebbe il progredimento stazionario, o far che le lave impieghino più di un giorno a percorrere una sola tesa. Il sig. Tedeschi, Eruzione dell'Etna del 1669, dà per certo che in certi punti la lava bisogno avea di quattro giorni per fare un passo. Ma ciò che distingue questa liquidità da quella nelle comuni nostre fornaci verificata, è il grande spazio di tempo in cui le lave vi si mantengono a dispetto di tutte le cause di raffreddamento che le circondano, e la forza che per molti anni fa lor sostenere un calore, che dissipato [p. 162 modifica]facilmente sarebbe, ove una particolare segreta causa insita alla natura di esse lave non esistesse. Il signor Massa, autore degno di fede, assicura che dopo 8 anni la lava del 1669 non era ancor fredda, e molto fumo vi si vedea uscire in tempo di pioggia. Dolomieu nella citata memoria asserisce che questo fenomeno existe dans les laves ... de l'Etna, dans celles entre autres des irruptions de 1761 et 1762, qui s'entassèrent sur la prééminence dite la schiena d'Asino. Ho letto ancora in Breislack, che alcune lave di questo vulcano si sono riconosciute ancora calde e fumanti dopo un intervallo di 25 a 30 anni. V. lib. 2, cap. 26; e Dolomieu, parlando nella memoria stessa d'una lava che nel 1301 uscì dal cratere di Cremate alle falde del monte Eupomeo in Ischia, ci fa con sorpresa conoscere, que cette lave après cinq cents ans d'anciennété renferme encore des matières, qui agissent les uns sur les autres et qui y produissent de la chaleur, et un dégagement de vapeurs. Breislack però, che volle esaminarla dopo anni 9 che lo fu dall'or nominato Naturalista non vi scuoprì il menomo effetto di calore. V. lib. 2, cap. 26. L'aria, che per il suo ossigeno è l'anima d'ogni accensione, sembra all'opposto che qui inutile se ne renda l'efficace ed indispensabile suo potere. De Luc, lett. 50, nell'Istoria della terra, conchiude: En un mot, la lave ne conserve son état de fusion, que lorsqu'elle n'est pas exposée au courant de l'air. Usciti quei gorgoglianti vividi torrenti di fuoco dagli squarciati seni del monte, immediatamente nella parte superiore e nelle laterali ricuopronsi d'una crosta di durissima sostanza e di scorie, effetto dell'eseguito raffreddamento; mentre formando la medesima una specie di enorme volta sulla lava stessa, prosegue questa il celato suo cammino senza punto alterare la primitiva sua fluidità ed infiammazione. Un altro meraviglioso fenomeno questi travagli immensi dell'attiva natura accompagna. Questo fuoco, la di [p. 163 modifica]cui intensità sembra dover tutto distruggere, scomporre, polverizzare e sin anco in gas ridurre, illesa lascia ed intatta la volta di quella galleria, la quale se in alcuni de' suoi lati creparsi qualche fiata si vede, e da quelle fessure liquidi fiumi di fuoco per diverse ed inattese direzioni le strade spianarsi, i di cui tristi ed orrendi effetti l'infelice Catania nel 1669 ne pianse, non è certamente l'immediata azione del fuoco la vera cagione. Un aggregato di elastici vapori, ridotto a passare ad una più violenta rarefazione, lacera quei ritegni onde l'adito aprirsi all'equilibrio. Ma qual può esser mai la causa che nudre l'esistenza e la durata di sì intenso e concentrato termico? Gli Enciclopedisti, sull'autorità di Dolomieu, affermano étre entretenu par une cause, qui est dans la lave elle même. Questo scrittore la crede nel solfo attesa la sua combustibilità e la sua presenza in quelle infuocate masse; ma altri naturalisti non sanno uniformarvisi, dopo essersi assicurati che questo metallo non vi domina che in picciola dose. Menard de la Croye ne vuole all'ossigeno dell'acqua tutto il merito accordare. A queste ed a qualunque altra ignota cagione non è irragionevole lo aggiungere, che la forza del termico più concentrata si renda per la natura stessa delle lave ritrose e cattive conduttrici del menzionato elemento. Mi conferma in questa credenza l'osservare che le materie vitree ed argillose, delle quali le lave sono molto cariche, siano conosciute come le meno capaci a potere il termico ne' circondanti corpi comunicare.

Quelle stesse sostanze che noi crediamo le meno esposte ad alterazioni come più solide, tenaci e compatte, nudriscono pur non di meno un germe che inevitabilmente ad una metamorfosi ed alla distruzione le conduce. Se le lave sono un prodotto delle materie alterate dal fuoco, un'altra contraria forza, ossia la via umida loro fa soffrire un'altra scomposizione che la loro qualità assolutamente [p. 164 modifica]ne cambia. L'influenza dell'atmosfera, che lenta e sorda ma sicura rompe l'unione delle parti costitutive di quelle masse, in ragione de' suoi alternanti cambiamenti dall'umido al secco, e dal secco di nuovo all'umido è la principal causa di quella dissoluzione. Le qualità diverse delle materie componenti le lave, la più o meno forte adesione che tra loro le particelle di esse conservano, la maggiore o minore azione del fuoco nella vetrificazione di queste masse e l'esposizione fin anco di esse se al sud o al nord situate, devono ragionevolmente ritardarne, o accelerarne la decomposizione. Da qui si comprende che tempo assegnabile per produrla non si riconosce, e che il sig. Borch ed il canonico Recupero ed altri naturalisti ingannati si siano nell'argomentare che non solo le date delle lave diverse stabilir si possano dalla cognizione degli strati terricci e decomposti che le rivestono, ma sibbene quella del vulcano stesso e sin anco del mondo. Ha creduto Borch di aver veduto quasi un pollice di terriccio sulla lava del 1669, quando Spallanzani, cap. 7, l. c., assicura di non averne generalmente osservato; aggiungendo che in quella dell'Arso d'Ischia, che nel 1301 corse al mare, da lui dopo 486 anni esaminata, non seppe rintracciarvi che l'antica sua sterilità e durezza, come in alcune lave di Catania, le quali, destinate da 2000 anni per le fabbriche, sono di tempra sì forte che ove l'agricoltore non vi abbia tutta l'industria ed ogni travaglio penoso impiegato, offrono tuttavia segni manifesti che loro impresse l'agente dal quale furon generate. Le lave cellulari sono le più sollecite alla decomposizione, particolarmente qualora abbondanti trovansi di ferro, il quale nell'ossidarsi, facendo in esse degli sforzi, produce una specie di utile triturazione.

Le migliori lave per la fertilità sono le nere, che non riflettendo i raggi solari conservano nel loro seno un principio assai efficace di vegetazione. Le [p. 165 modifica]scorie leggiere e friabili sono aisement attaquées par toutes les causes de destruction ... et qui les change en terre végétale. V. Dolomieu, Catalogue ... Le ceneri che vi posson cadere sopra, agevolano grandemente il termine di questo benefico cambiamento. Les cendres, dice Buffon, Theo., art. 16, se convertissent encore plus vite en terre, que les poudres de verre et de lave. L'istesso Strabone trovavasi già averlo spiegato nel suo lib. 6, Ætnei cineres afferunt fertilitatem regioni. Verificata la scomposizione, a cui l'opera potente del tempo quelle resistenti indomite masse non sa eccettuare, se ne preparano per l'esposte ragioni la fecondità e l'organizzazione, che sorgon mirabilmente da quelle materie stesse che la natura scelte avea, onde in un momento estinguerle, e sotto infuocate masse seppellirle. In luoghi, ove le vaste impronte di devastazione e di morte orride sotto gli occhi regnare si osservano, e che nuove triste catastrofi imminenti predicono; ivi la più tranquilla e felice vita da migliaja e migliaja d'uomini si gode in grazia delle bellezze e delizie di costante e florida vegetazione. I licheni, le muffe, gli elicrisi che sin anco ne' più durissimi ed immutabili quarzi e sulla liscia sfuggevole superficie de' vetri stessi si radicano, sono i forieri che lieti annunziano il principio della fecondità. La stessa successiva loro putrefazione, quella delle picciole e tenere erbette che germogliano e periscono, i detrimenti istessi delle scorie e delle sciolte materie accrescono per gradi la grossezza della crosta vegetativa, e quindi più grandi e larghe erbe e frondute piante la rivestono, e di un grato verdore, belli ed adorni rendono gli spaventevoli aspetti delle bruciate sostanze; finchè l'uomo la creatrice sua mano vi aggiunge, e dalle impercettibili muffe ed esilissimi fili d'erba agli alberi i più folti ed eccelsi, alle più squisite e dolci frutta ed al portentoso albero di castagno [p. 166 modifica]detto di 100 cavalli si arriva. È questo un albero immenso che ogni osservatore non trascura nell'etnee sue ricerche, formato da quattro, o cinque tronchi diversi vicinamente tra loro piantati, e con il tempo insieme raccolti ed aggruppati, sembra comporsene un solo d'una circonferenza di canne ventotto circa.

(12) Spallanzani ha di già pubblicato le sue osservazioni. Ma il nominato sig. Ferrara, tanto nei suoi Campi Flegrei di Sicilia che nella Descrizione dell'Etna da lui dati alla luce, ci ha arricchito di molte conoscenze su i fenomeni tutti, e su tutte le produzioni di questo gran vulcano.

(13) Questi antichi rimasugli di logoro edifizio erano i più alti che in questo monte conosciuti si fossero. Là vicino nel 1804 il sig. Gemmellaro, da nobile ospitalità animato, costruito avea una casetta non lungi tre quarti di lega dal ciglione del cratere di Mongibello, quando lord Forbis, ajutato da una soscrizione tra i suoi concittadini residenti allora in Sicilia, fece edificare una casa chiamata oggi la casa dell'Inglese, la di cui altezza sul livello del mare, secondo una tavola inserita nel tomo 4, lettera 31 della Corrispondenza astrono mica di Zach, si fa giungere a 8996 piedi. E venendo ad Empedocle, strano non sarebbe il credere ch'egli in certi tempi e per alcune ore, qual sacerdote dell'etneo santuario, avesse ivi un altare piantato, onde meglio e comodo i misteri spiare, gli arcani scuoprire della natura gelosa ed ostinata a non farsi sino a questo momento da chi si sia insidioso e diligente osservatore sorprendere. V'ha chi opina essere una semplice vedetta fatta da' Normanni edificare, ad oggetto di esplorare gli andamenti del nemico. Congetturano taluni che questa fabbrica la destinazione abbia avuto d'un notturno ricovero per l'imperadore Adriano, avido di goder da quell'altura l'incantevole scena dell'apparir del sole. Un passo d'Elio Spartiato in Adriano ne [p. 167 modifica]somministra l'idea: Post in Siciliam, egli riferisce, navigavit, in qua Ætnam montem conscendit, ut solis ortum videret arcus specie, ut dicitur, varium. Casaubono in Spartiato così commenta: Arcum intellige coelestem ... et solem cum jam supra horizontem incipit ascendere, varii parent colores. Da queste parole nulla può decidersi a favore di quel supposto ricovero. Si è giunto fin anco a credere che quelle mura siano un resto d'un tempio dedicato a Vulcano. È da credersi però che tale sagro edifizio abbia avuto il suo seggio nella regione selvosa, giacchè Eliano, lib. ii, cap. 3, de Animalibus, dice in Ætnae Siciliae sacra est Vulcani aedes; or Etna non significa il cratere del vulcano, ma il monte intero. D'altronde chiaramente sembrano dimostrarlo gli arbores sacrae, che secondo il detto autore lo circondavano, i quali crescer non poteano che nella regione mezzana e selvosa. Può benissimo quella fabbrica essere piuttosto un altare di Giove etneo, ove temporarj sagrifizj ed occasionali cerimonie apprestavansi.

Si era lo Spallanzani pentito di non aver voluto vedere ed esaminare la composizione di quei rottami, per cui, fattane dall'Italia ricerca all'abate Ferrara, d'inviargliene alcuni pezzi per osservare se laterizj, o vulcanici ne fossero i materiali, dopo averli ricevuti analizzò, che il cemento era di calce divenuta col volger degli anni carbonato caleare, e che le pietre appartenevano a due qualità di lave diverse, una di roccia, di corno e di felspato l'altra.

(14) Vedasi la nota 1.

(15) Dopo le segnate, altre eruzioni hanno avuto luogo, tra le quali, la più vasta e di molti terrori e fenomeni accompagnata, fu quella del 1819, descritta, come si è detto nel n. 1, da Maravigna.

(16) Il cono che forma tutta la massa dell'Etna, la di cui apotema si valuta essere 28, o 30 miglia, e diviso in tre zone, o regioni, chiamate piemontese, selvosa e nevosa. Alcuni, e tra questi il [p. 168 modifica]Buffon, di quest'ultima ne fanno due suddivisioni, distinguendo la parte più bassa, ove le nevi in estate si fondano, e la più alta, in cui le medesime vi sono costanti, ed in ogni stagione e temperatura insolubili. V. Teo., art. 16. Tutti gli osservatori sono discordi toccante l'impressione che sulla macchina dell'uomo quell'aere così puro e rarefatto, ed al tempo stesso d'una significante dose di calorico spogliato, deve produrre. Io mi trovava, dice Spallanzani, cap. 8, l. c., nella temperatura ch'è la più amica dell'uomo, e l'aria sottile che io respirava, quasi che fosse interamente vitale . . . Io non mi persuado che costui e Ferrara, o qualunque altro, dopo qualche ora fidato si sarebbe di respirare quella bell'aria, che per soverchia bellezza diviene nociva ed insalubre. Lord Hamilton con i suoi compagni non vi sapea ben respirare. Forbin, l. c., esclama, che la rarefaction de l'air rendait la respiration difficile, plus tard l'oppression devint estrême. Chi sostiene il contrario attribuisce questo mal essere a malattie ed indisposizioni particolari; ma io dico che gli ammalati e gl'indisposti o non avrebbero desiderio di complimentare d'una visita quel cratere, o non vi giungerebbero che a metà cammino, oppure ivi giunti vi perirebbero sfiniti dalla sola stanchezza. Gay Lussac, che in un globo aerostatico all'altezza di 21482 piedi si trovava bene, non era certamente spaventato di vedersi in sì grave pericolo; ma io son certo che nessuno vorrà stabilire per teoria, che tutti gli uomini debbano con ugual temerità non atterrirsi a quell'altura ed in quella terribile situazione. Nè perchè alcuni non soffrono viaggiando per mare, si ha da decidere che gli ammalati soltanto vi patiscono. Se all'apice dell'Etna molti sono stati affetti da difficile respirazione, della quale si sono liberati allo scender da quella eminenza, si dee piuttosto attribuire ad una particolare forte robustezza, quando da quell'affanno non sono stati alcuni sì sollecitamente attaccati. [p. 169 modifica]Vi è da supporre che questo buon essere sarebbe stato estinto in persona di coloro, che avidi del diletto provato dallo Spallanzani, avessero voluto per alquanto altro tempo trattenervisi.

(17) Questo tempio credesi innalzato prima della venuta de' Siculi, ed era in una sì grande reputazione, che Dionisio costruì ivi a canto una città, a cui diede il nome di Adrano. Ecco le parole di Diodoro, lib. 14. Dionisius in Sicilia oppidum sub ipso Ætnae montem condidit, quod ab illustri quodam de lubro Adranum nuncupavit. Circa mille cani mastini erano al servizio di quel tempio consegrati, i quali mansueti e placidi verso quei paesani e forestieri che devoti ad onorare quella divinità si recavano, all'opposto feroci ed indomiti erano contro coloro che venivano con l'intenzione di rubare. Eliano, nel lib. ii, cap. 20, de Animalibus, ci racconta questa favoletta; non so se alcuno voglia prestargli credenza.

(18) Et vorago illa rugitum ingentem, et horrentem emittit. Diodoro, lib. ii.

(19) Palici, vocabolo composto dalle due parole greche πάλιν, di nuovo, ed ἲκω, vengo, per esser quei due gemelli ritornati di bel nuovo dal seno della terra. A costoro fu consegrato il più antico conosciuto culto in Sicilia. de Blasi, lib. i, cap. 10. Il loro tempio fu elevato presso il fiume Simeto helle vicinanze della città di Erice, diversa da quella della quale antecedentemente si è già fatta menzione. Eravi là ben anco un monte del nome stesso, detto oggi Catalfano. Post Symethum est Erices fluvius nascens ex Eryce monte, et urbe . . . Mons hodie vocatur Catalfano. V. Bouchart, l. c., cap. 28. Quel sagro edifizio fu certamente uno che tra più famosi ed eccellenti di quanti se ne videro in Sicilia signoreggiò un tempo nella più alta antichità. Nel lib. ii di Diodoro se ne legge una bella ed energica descrizione: Situm vero est hoc templum in campo amenissimo, et Deorum maestate [p. 170 modifica]digno, porticibus atque aliis diversoriis exornatum. In quel tempio immolavansi vittime umane; ma questo empio rito essendosi soppresso, furon perciò quei Dei chiamati placabili, come si rileva dal lib. 9 delle Eneide:

. . . . . . . circum
Flumina pinguis, ubi est placabilis ara Palici.

Questo altare con il più grande religioso rispetto era venerato. L'autel des Palices (dicono gli Enciclopedisti) étoit l'asyle des malheureux, et sur tout des esclaves fugitifs; e Diodoro, l. c., rapporta quod servis calamitate oppressis praesertim vero dominos inclementes nactis plurimum auxilia praebet.

(20) Bouchart, l. c., dice: Itaque delli dicti sunt, quod ex eorum indicio perjura innotescerent, giacchè delli in lingua punica è l'istesso che indices.

(21) Le punizioni riservate agli spergiuri eran diverse. V'ha chi crede che bruciati restavano da interno fuoco; asseriscono altri che venivano soltanto della vista privati.

(22) Aqua tamen sulphuris odorem exuberantis praebet. Diodoro, lib. ii.